A RIGHE COME IL MARE D’INVERNO - Presepi, chiese zebrate e pietre di Natale tra Liguria e Toscana

 A RIGHE COME IL MARE D’INVERNO

 Presepi, chiese zebrate e pietre di Natale tra Liguria e Toscana

A Natale il tempo cambia andatura...

Il mare rallenta il respiro, le luci si fanno più miti, e anche le pietre sembrano voler raccontare storie antiche. È il momento giusto per guardare le nostre città con occhi diversi, come se fossero parte di un grande presepe affacciato sul Mediterraneo.

In questo viaggio natalizio non seguiremo una rotta unica. Ci muoveremo invece tra presepi e chiese, tra fasce di marmo bianche e nere, tra Liguria e Toscana, come se ogni edificio fosse una vela spiegata nella storia. Immagineremo chiese, palazzi e borghi immersi in un gigantesco presepe ideale, capace di ricondurci all’intuizione più semplice e profonda del Natale: quella di San Francesco, che volle portare il Mistero tra la gente, nella vita quotidiana.

Le chiese zebrate, con le loro righe apparentemente uguali ma sapientemente diverse, non sono solo architettura: sono un linguaggio. Raccontano di maestri costruttori, di famiglie potenti, di illusioni ottiche nate dall’esperienza, ma anche di un equilibrio sottile tra luce e ombra, tra rigore e bellezza. Proprio come il mare d’inverno, che sembra immobile ma non lo è mai davvero.

Da Genova a Pisa, da Pistoia a Lucca, fino a tornare a casa, a Rapallo, seguiremo queste tracce bianche e nere come si segue una scia sull’acqua. Perché ogni fascia, ogni pietra, ogni rosone è un frammento di memoria che ancora oggi ci parla — se sappiamo fermarci ad ascoltare.

Iniziamo questa breve carrellata di Chiese Liguri e Toscane immaginandole immerse in un gigantesco PRESEPE NATALIZIO che ci porti col pensiero alla nostra tradizione più lontana, a quella originale creata da S.Francesco d’Assisi.

 

GENOVA

A Genova esiste una forte tradizione presepiale, con presepi storici in chiese come il Santuario della Madonnetta, che include scenari e chiese genovesi, e al Museo dei Cappuccini dove le "chiese zebrate" (probabilmente riferendosi alle abitazioni civili e chiese con facciate a bande bianche e nere tipiche genovesi, come la Cattedrale di San Lorenzo) appaiono negli sfondi architettonici che ricostruiscono l'antica città.

NON SOLO CHIESE ZEBRATE MA ANCHE PALAZZI STORICI GENOVESI

 Lo stile delle chiese "zebrate" (romanico pisano-genovese), caratterizzato da fasce di marmi bianchi e neri, non ha un singolo inventore, ma è un'evoluzione del Romanico Ligure-Toscano che si sviluppa tra l'XI e il XIII secolo, con maestranze locali e influenze orientali, trovando espressione in città come Genova (San Donato, San Siro) e Pisa (Duomo, Battistero), ma soprattutto a Pistoia (Sant'Andrea, San Giovanni Fuorcivitas) dove raggiunge il suo apogeo decorativo.

 Le bande bianche sono in marmo di Carrara mentre quelle nere in “pietra nera del Promontorio di Capo Faro”, dietro la LANTERNA, una pietra simile al marmo, più dura dell’ardesia ma meno facile da lavorare. Negli anni ‘20 del secolo scorso questa altura fu tagliata e spianata e oggi ne rimangono solo la zona terminale dove c’è la Lanterna e la parte a monte che ancora oggi porta il nome di promontorio.

 

Iniziamo la carrellata con una punta di nostalgia:

CHIESA DI SAN DOMENICO

Genova

Purtroppo demolita nell'Ottocento per far posto a Piazza De Ferrari, faceva parte del caratteristico stile Ligure-Toscano con le strisce bianche e nere (marmo di Carrara e pietra di Promontorio), un segno distintivo dell'architettura medievale e tardo-medievale della regione, che creava un forte impatto visivo e un effetto ottico ricercato. 

La Chiesa di San Domenico a Genova fu demolita nei primi anni dell'Ottocento, specificamente nel 1818, per far posto alla costruzione del Teatro Carlo Felice e dell'Accademia Ligustica nell'area dell'attuale piazza De Ferrari, in un'ottica di rinnovamento urbanistico guidato da una classe dirigente che favoriva il laicismo.

Il convento annesso venne utilizzato prima a fini militari e poi anch'esso demolito, trasformando l'antica piazza in un punto centrale della viabilità genovese, come testimoniato anche da acquerelli d'epoca. 

Demolita nel 1818 nell'area di Piccapietra, dove oggi si trova piazza De Ferrari.

 La chiesa, risalente al Medioevo, conteneva importanti opere d'arte e le tombe di personaggi illustri come Jacopo da Varagine.

L'area era nota come piazza San Domenico, un nome che fu cambiato in De Ferrari nel 1875 per ringraziare il Duca di Galliera.

ll complesso domenicano era uno dei più importanti centri religiosi di Genova; la chiesa, secondo autori settecenteschi, era per dimensioni la più grande della città e seconda solo alla Cattedrale  per le ricchezze artistiche.

Nel 1217 questa chiesa fu affidata dal governo della Repubblica  alla locale comunità domenicana, istituita dallo stesso Domenico di Guzman  durante un suo soggiorno a Genova tra il 1214 e il 1215.

In seguito i Domenicani, acquistato un terreno adiacente da un Nicolò Doria vi fecero costruire il convento.

Intorno al 1250 i frati fecero edificare una chiesa più spaziosa, in grado di accogliere un grande numero di fedeli. La chiesa, nel frattempo ribattezzata con il nome del fondatore dell'ordine, subì diverse modifiche e ulteriori ampliamenti. Nel 1440, con il completamento della facciata, assunse le sue forme definitive.

Vi erano sepolti il beato Jacopo da Varagine, arcivescovo di Genova nel XIV secolo e molti illustri genovesi, tra i quali alcuni dogi.

Tra i più famosi oratori che predicarono a S. Domenico sono ricordati Pietro da Verona (1205-1252), Vincenzo Ferrer (1350-1419) e Girolamo Savonarola (1452-1498).

Il convento ospitò in varie epoche personaggi illustri: nel 1311 vi soggiornarono l'imperatore Enrico VII con la consorte Margherita di Brabante (che morì prematuramente durante la sua permanenza a Genova, il 13 dicembre di quell'anno), nel 1403 l'imperatore d'oriente Manuele Paleologo e nel 1409 Teodoro II del Monferrato.

Molte chiese liguri, ma anche abitazioni civili, sono abbellite da strisce di marmo bianche e nere.

STILE

 L'alternanza di strisce di marmo bianche e nere che abbellisce molte chiese liguri è un elemento distintivo dello stile Gotico ligure-pisano che si ritrova in edifici sacri e palazzi nobiliari.

Nel Medioevo, questo stile, molto diffuso in Liguria, in particolare a Genova e dintorni, combina l'eleganza e la sobrietà dei materiali locali con l'estetica gotica.

Secondo la tradizione era un privilegio concesso dalla Repubblica di Genova solo a quattro famiglie nobili: Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi.

MATERIALI

La fascia bianca era solitamente in marmo di Carrara, mentre quella nera era una pietra locale che si estraeva dal Promontorio di Capo Faro su cui si erge la LANTERNA.

In seguito, negli anni ‘20 del secolo scorso questa altura fu tagliata e spianata e oggi ne rimangono solo la zona terminale dove c’è la Lanterna e la parte a monte che ancora oggi porta il nome di promontorio.

Al posto della pietra nera locale fu usata l’ARDESIA del monte San Giacomo vicino a Lavagna.

Significato particolare

 Questa decorazione tipicamente tardo medievale non è esclusiva del nostro capoluogo, la si può trovare in moltissimi borghi liguri e in numerose città toscane.
La caratteristica che contraddistingue le strisce, almeno negli edifici di maggior prestigio, è la loro proporzione, apparentemente uguali ma in realtà diverse, anzi, diverse per apparire uguali.
Secondo una regola tramandata di generazione in generazione, le strisce nere sono più alte del 10% rispetto a quelle bianche. Il motivo è spiegato dalla fisica: assorbendo più luce il nero appare più sottile.

Col passare degli anni, tuttavia, la pietra di Promontorio tende a schiarire a causa degli agenti atmosferici e quindi, apparendo più chiara, si perde parte dell'effetto ottico che avremmo se fosse molto più scura come era in origine.

 Oltre all'indubbio valore estetico, che aggiungeva eleganza e dava risalto alle facciate, le strisce hanno anche un significato simbolico e storico. 

L'uso del marmo, un materiale pregiato, era un simbolo di prestigio e ricchezza da parte delle famiglie nobili o delle autorità cittadine che commissionavano la costruzione o la ristrutturazione delle chiese.

Fasce orizzontali che raccontano ancora oggi storie di potere ma che erano anche preziosi stratagemmi per creare illusioni ottiche.

L'impiego diffuso di questi materiali, in particolare l'ardesia, rappresenta un forte legame con il territorio e le sue risorse, diventando un elemento iconico dell'architettura genovese e ligure.

Sebbene non esista un'unica interpretazione ufficiale, i colori bianco e nero, o chiaro e scuro, hanno spesso avuto significati simbolici nel corso della storia, come purezza e sobrietà, ma anche il bene e il male.

Un esempio emblematico di questo stile è la Cattedrale di San Lorenzo a Genova, la cui facciata è celebre per questa caratteristica. 

La marinière chiamata anche tricot a righe, è una maglietta a maniche lunghe in jersey di cotone.

La Cattedrale di San Lorenzo di Genova e 6 incredibili Curiosità

GENOVA CITTA’ SEGRETA

Nella foto una torre della Cattedrale di San Lorenzo

A Genova le costruzioni antiche più rappresentative furono costruite in pietra bianca e nera. Sin dalla metà del Duecento al marmo bianco di Carrara veniva contrapposto il nero della pietra di Promontorio. Il Promontorio di Capo di Faro oggi non esiste più se non nel suo punto estremo verso il mare, dove fu costruita la ”Lanterna” il simbolo di Genova per antonomasia. Anticamente, prima che venisse spianata quest’ area, esisteva una cava da cui veniva estratta questa pietra grigio-nera così simile al marmo, più dura dell’ardesia ma meno facile da lavorare. Contrapponendo la bande bianche alle nere negli edifici e nelle chiese venivano a crearsi splendide geometrie, che viste da distante sembrano tutte uguali ma non é così, se le guardate attentamente vi renderete conto che le strisce nere sono più alte di quelle bianche rispettando una rigorosa proporzione, prendendo per esempio l’antica misura genovese in “palmi ” , quelle nere per ogni palmo ne hanno un decimo di palmo in più, perché il nero alla vista si ritira, un espediente, un illusione se volete, realizzata senza l’ausilio di tecniche astruse o di strumentazione speciale ma solo dall’esperienza tramandata da maestro costruttore a maestro costruttore.

La Cattedrale di San Lorenzo di Genova e 6 incredibili Curiosità

A Mae Zena

Alla scoperta di Genova

La Cattedrale di San Lorenzo di Genova e 6 incredibili Curiosità

1- Il cagnolino della Cattedrale di San Lorenzo a Genova

 

Ebbene sì, nella facciata della Cattedrale San Lorenzo si nasconde la scultura di un cane.

La leggenda narra che il cagnolino fosse di uno degli scultori che stava lavorando alla cattedrale. Alla sua morte il padrone ha voluto ricordarlo scolpendolo sulla facciata della cattedrale.

E’ molto piccola, quindi aprite bene gli occhi. Un aiutino? Si trova in facciata! Quando l’avete trovato dategli una carezza: pare che sia di buon auspicio!

2- La bomba Inesplosa

Il “miracolo” della Cattedrale di Genova

 

Bomba, avete letto bene. Si tratta di una granata inglese da 381 mm che il 9 febbraio del 1941 durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale su Genova, ha colpito la cattedrale di San Lorenzo, sfondando il tetto senza esplodere.

Un vero miracolo!

La potete trovare nella navata di destra: è davvero grande, non potete sbagliare.

Lo so che vi state chiedendo se la bomba esposta nel Duomo di San Lorenzo sia l’originale… In realtà si tratta di una copia esatta perché l’originale è stata portata in mare e fatta brillare.

 3- Il Sacro Catino… o Santo Graal?

Un mistero lungo secoli e un incredibile viaggio fino alla Cattedrale di San Lorenzo

 

 Ogni bambino genovese affascinato da “Indiana Jones e l’ultima crociata” ha strabuzzato gli occhi quando ha sentito dire che a Genova è custodito il Sacro Catino, ossia il piatto utilizzato da Gesù durante l’ultima cena e ritenuto per secoli il Santo Graal.

Il misterioso piatto di smeraldo (che poi si scoprì essere in pasta vitrea verde) fu portato a Genova da Guglielmo Embriaco detto Testa di maglio come reliquia durante la Prima Crociata nel 1099.

La sua storia è molto travagliata perché per secoli è stato conteso, venduto, rubato… Finché 1810 fu portato a Parigi da Napoleone che aveva conquistato la città.

Fu restituito a Genova una decina di anni dopo, rotto in 10 pezzi di cui uno mancante e che non è mai stato ritrovato.

Si dice che i francesi si sarebbero impossessati solo di una copia. Quindi il mistero resta: dov’è il Santo Graal originale?

 

4- Perché il Duomo di Genova è a Strisce?

Qui ne vogliamo riportare una stravagante interpretazione...

Lo stile marinière ci piace da sempre… ai nobili genovesi ancora di più!

Rivestire chiese e palazzi con le fasce bianche e nere era riservato solo alle famiglie più aristocratiche! Stiamo parlando dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi e dei Grimaldi.

Infatti anche la chiesa di San Matteo, appartenendo ai Doria, ha lo stesso stile.

5-La scacchiera di San Lorenzo

Vuoi sapere dove si trova? Cercala nella parete esterna di sinistra.

Incastonata sulla parete esterna di sinistra compare una misteriosa scacchiera, che pare essere appartenuta a Megollo Lercari, mercante dei primi del Trecento.

Non tutti però sono d’accordo con questa ipotesi. Per alcuni studiosi è legata, come altri simboli che si trovano nella cattedrale di Genova, ai cavalieri templari. Per altri invece risalirebbe al XIII secolo e sarebbe riconducibile a una disputa tra genovesi e pisani che decisero di risolverla giocandosela a scacchi. I genovesi vinsero e la scacchiera, per celebrare la vittoria, sarebbe stata murata nella Cattedrale.

 

6- Le scalfiture delle colonne del Portale di San Gottardo

No, non sono buchi dovuti all’usura: nel 1200 non si scherzava nemmeno nei dintorni del duomo di Genova!

 

L’ultima curiosità che molto probabilmente vi sarà sfuggita sono i segni sulle colonne del portale di San Gottardo, l’ingresso laterale che da su via San Lorenzo.

Bisogna andare indietro di molti secoli, alle lotte tra guelfi e ghibellini del 1200.

buchi sulle colonne sono i segni dei dardi di balestra scagliati probabilmente da Piazza Matteotti.

 

Nella foto sotto la loggia di palazzo Lamba D'Oria in piazza San Matteo

di Paola Spinola

Questa decorazione tipicamente tardo medievale non è esclusiva della nostra città: la si può trovare in moltissimi borghi liguri e in numerose città toscane.
La caratteristica che contraddistingue le strisce, almeno negli edifici di maggior prestigio, è la loro proporzione, apparentemente uguali ma in realtà diverse, anzi, diverse per apparire uguali.

Secondo una regola tramandata di generazione in generazione, le strisce nere sono più alte del 10% rispetto a quelle bianche. Il motivo è spiegato dalla fisica: assorbendo più luce il nero appare più sottile. Col passare degli anni, tuttavia, la pietra di Promontorio tende a schiarire a causa degli agenti atmosferici e quindi, apparendo più chiara, si perde parte dell'effetto ottico che avremmo se fosse molto più scura come era in origine.

 

Al civ. 17 Palazzo Andrea Doria donato dalla Repubblica all’ammiraglio riconosciuto come “Padre della Patria” per averla liberata dall’occupazione francese. Il prestigioso portale di scuola toscana è per taluni opera di Niccolò da Corte e Gian Giacomo della Porta per altri, di Michele D’Aria e Giovanni da Campione. Ricco di animali esotici e fantastici quali pavoni, lucertole, teste di montoni e leoni, sirene danzanti, uccelli che beccano fiori, grifoni, pesci mostruosi e altri animaletti.

Sopra l’architrave è scolpita l’epigrafe relativa alla donazione: “Senat. Cons Andreae De Oria Patriae  Liberatori Munus Publicum”.

“Il Portale con relativa iscrizione della donazione all’ammiraglio Andrea Doria da parte della Repubblica in segno di riconoscenza per averle restituito la libertà”

“Era difficile descrivere il sentimento che lo colse alla vista della prima città italiana, la magnifica Genova. Si innalzarono su di lui i suoi campanili policromi, le chiese rigate di marmo bianco e nero e tutto il suo anfiteatro turrito che all’improvviso lo circondò da ogni parte, nella sua raddoppiata bellezza… Non aveva mai visto Genova prima di allora…”.

Nikolaj Gogol.

 

La Chiesa di San Matteo

Genova

Milano Art Gallery – LA BOTTEGA DI MARCO LOCCI

Ricordando il grande pittore Marco Locci che tanto diede a Mare Nostrum Rapallo e alle navi più significative dell’universo MARE.

 

Palazzo Lamba Doria - Genova

 

La casa di Andrea Doria

 

Abbazia di Santo Stefano - Genova

 

Chiesa di San Donato-Genova

 

Ex Chiesa di Sant’Agostino  - Genova

 

Palazzo Giacomo Spinola – Genova

 

San Giovanni in Prè

Veduta del complesso

COMMENDA

La chiesa di San Giovanni in Prè è un complesso romanico genovese composto da due chiese sovrapposte e da un edificio adiacente chiamato "la Commenda". Originariamente era un ospitale per pellegrini e crociati diretti in Terra Santa, voluto dai Cavalieri di San Giovanni (oggi Cavalieri di Malta) nel 1180. La struttura è composta da una chiesa superiore, dedicata a San Giovanni Evangelista, e una chiesa inferiore, in origine dedicata a Sant'Ugo. 

A destra si notano gli archi zebrati”.

 

Basilica dei Fieschi

Cogorno-Chiavari

1244

La famiglia Fieschi ha dato due Papi (Innocenzo IV e Adriano V) e diversi Cardinali illustri, tra cui Guglielmo Fieschi, Niccolò Fieschi e Luca Fieschi, dimostrando un'influenza significativa nella storia della Chiesa già dal XIII secolo, specialmente legata a Genova e alla politica guelfa.

 

Particolare del portale

 

L’immenso Rosone

 

Paraste ed archetti pensili arricchiscono l'impianto della facciata; al suo centro si apre un grande rosone sormontato da archetti in marmo in stile gotico-romanico. L'architrave del portale gotico reca un'iscrizione relativa alla fondazione del tempio. Nella lunetta è un affresco del XV secolo dedicato alla Crocefissione.

 

 

Chiesa di Sant’Andrea – Levanto

Questa decorazione tipicamente tardo medievale si può trovare in molti borghi liguri e in numerose città toscane. Secondo la tradizione era un privilegio concesso dalla Repubblica di Genova solo a quattro famiglie nobili: Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi. 
La caratteristica che contraddistingue le strisce è che apparentemente sono uguali, ma in realtà sono diverse. E questo appunto per apparire uguali. Sembra un rompicapo ma c’entra la fisica e questo fa capire quanto erano avanzate le conoscenze dei capi mastro di mille anni fa. Assorbendo più luce, il nero appare più sottile. Quindi, rispettando una rigorosa proporzione nell’antica misura genovese in “palmi”, quelle nere sono alte un decimo di palmo in più delle bianche. Con questa sapiente illusione ottica l’effetto risulta più armonioso.

 

Questa decorazione tipicamente tardo medievale si può trovare in molti borghi liguri e in numerose città toscane. Secondo la tradizione era un privilegio concesso dalla Repubblica di Genova solo a quattro famiglie nobili: Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi. 
La caratteristica che contraddistingue le strisce è che apparentemente sono uguali, ma in realtà sono diverse. E questo appunto per apparire uguali. Sembra un rompicapo ma c’entra la fisica e questo fa capire quanto erano avanzate le conoscenze dei capi mastro di mille anni fa. Assorbendo più luce, il nero appare più sottile. Quindi, rispettando una rigorosa proporzione nell’antica misura genovese in “palmi”, quelle nere sono alte un decimo di palmo in più delle bianche. Con questa sapiente illusione ottica l’effetto risulta più armonioso.

 

ALCUNE FAMOSE

CHIESE “ZEBRATE”

IN TOSCANA

Le famose chiese toscane a strisce bianche e scure sono principalmente quelle in stile romanico pisano, come la Cattedrale di Pisa e altre chiese di Pisa, e quelle di Pistoia, note come "chiese zebrate". La Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze non ha strisce esterne, ma un famoso pavimento interno bicromatico.

Pisa, con il suo Stile Romanico Pisano (presente nel Duomo e Battistero in Piazza dei Miracoli), utilizzi decorazioni a loggette, archi ciechi e inserimenti di marmi colorati (bianco e nero) che richiamano questo motivo, specialmente nelle facciate, ma Pistoia ne è l'esempio più esplicito.

 

PISA

Il DUOMO DI PISA

Battistero di San Giovanni (Pisa) – Il più grande del mondo

 

Interno

 

CATTEDRALE DI SANTA MARIA ASSUNTA

(DUOMO DI SIENA)

 

Basilica di San Francesco (Siena)

 Un miracolo di bellezza

 

LE CHIESE ZEBRATE DI PISTOIA

LA CITTA’ A STRISCE

Chiesa di Sant’Andrea - Pistoia

 

Chiesa di San Giovanni Fuorcivitas - Pistoia

 

Chiesa di San Francesco - Pistoia

 

Basilica di San Zeno - Pistoia

 

Cattedrale di San Zeno e Battistero di San Giovanni in Corte - Pistoia

 

Chiesa di San Bartolomeo - Pistoia

 

Chiesa di San Pier Maggiore - Pistoia

 

Chiesa di San Paolo - Pistoia

 

LUCCA

Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata

 

Cattedrale di San Martino

 

San Giusto

 

Portale centrale

 

 

Anche RAPALLO ha la sua casa storica ZEBRATA

CASA GARIBALDA

E’ un punto caratteristico particolarmente suggestivo, dove il visitatore passeggia in riva al mare circondato da palme ed edifici di grande bellezza. Il lungomare è il centro di numerose feste ed eventi, soprattutto nel periodo estivo: da concerti ed eventi sportivi e religiosi. Si trovano qui diversi poli di interesse turistico, come il Chiosco della Musica, le statue monumentali e il castello cinquecentesco. Tra questi vi è anche la Casa Garibalda.

 

CASA GARIBALDA - Lato di Levante

 

Nella sua facciata, lato chiosco della musica, lo stemma in marmo dell’ammiraglio Biagio Assereto ne indicherebbe la datazione al XIV secolo, mentre le case retrostanti porticate si debbono ritenere più antiche.

Le colonnine in marmo così come la decorazione a fasce bianche e nere impreziosivano l’edificio che nel XIX secolo e per molti anni seguenti accolse esercizi alberghieri ed anche un night nel giardino pensile.

 

Curiosa Conclusione alla Marinara...

 Lo stile marinière

La marinière chiamata anche tricot a righe, è una maglietta a maniche lunghe in jersey di cotone.

Lo stile "marinière" non è uno stile artistico dell'arte moderna (che va dalla metà dell'Ottocento alla metà del Novecento), ma un'icona di stile della moda, caratterizzato dalla maglia a righe blu e bianche, che continua a essere riproposto e rivisitato anche oggi, influenzando varie tendenze della moda e del design. Sebbene non sia un movimento artistico, l'influenza di questo stile può essere riscontrata nelle opere di artisti che hanno rappresentato la cultura pop e la vita moderna, o in designer che hanno tratto ispirazione da esso. 

Storicamente prende il nome dalla maglietta a righe (o "marinière") indossata dai marinai francesi, caratterizzata da maniche lunghe, righe orizzontali blu e bianche e taglio casual. Divenuto un classico del guardaroba, lo stile è diventato sinonimo di eleganza semplice e intramontabile, influenzato e reso popolare da figure come Coco Chanel, Marylin Monroe, Audrey Hepburn e Brigitte Bardot. 

Caratteristiche principali dello stile

La maglietta: Il capo centrale è la maglia a righe bretone a maniche lunghe, con righe orizzontali di uguale misura.

Colori: I colori più iconici sono il blu e il bianco, che richiamano l'ambiente marinaro. Altri colori spesso usati nello stile navy sono il rosso e il blu.

Estetica: Evoca un'immagine di eleganza rilassata e senza tempo, spesso associata alle vacanze al mare ma anche al look chic urbano.

Altri elementi: Lo stile può includere altri capi di ispirazione nautica come il blazer doppiopetto, i jeans a vita alta svasati e gli abiti con colletto alla marinara. 

E così, dopo aver attraversato chiese, palazzi, abbazie e città “a strisce”, il nostro viaggio si chiude dove ogni navigazione trova senso: a casa, sul mare di Rapallo.

Anche qui, quasi in punta di piedi, compare una facciata zebrata: Casa Garibalda. Non una cattedrale, non un duomo, ma una casa affacciata sul lungomare, tra palme, musica e passeggiate lente. Come a ricordarci che la bellezza non abita solo nei grandi monumenti, ma anche negli edifici che hanno vissuto, accolto, ospitato vite e storie.

Le righe bianche e nere, che abbiamo visto salire solenni sulle facciate di Genova, Pisa o Pistoia, qui si fanno più domestiche, ma non meno eloquenti. Continuano a parlare di mare, di commerci, di famiglie, di viaggi. E, a Natale, sembrano persino richiamare le righe della marinière, la maglia dei marinai: semplice, essenziale, senza tempo.

Forse non è un caso!

Le chiese zebrate, come il mare, giocano con la luce.
Il Natale, come il mare, unisce lontananze.
E Rapallo, come ogni porto vero, raccoglie e restituisce.

Chiudiamo allora questo presepe di pietra e di memoria con un augurio silenzioso, ma saldo come una bitta: che le nostre città continuino a raccontare, che le loro righe non si sbiadiscano, e che ciascuno di noi sappia ancora distinguere — come i maestri di un tempo — le differenze necessarie per far apparire l’armonia.

Buon-Natale
dal mare!

 

Carlo GATTI

Rapallo, Lunedì 15 Dicembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La Notte della Baionetta: il Mare, la Fuga, la Storia

 

La Notte della Baionetta: il Mare, la Fuga, la Storia

 

 

 

La nave ormeggiata nel Bacino di S.Marco a Venezia nell'agosto 1943
Descrizione generale
Tipo corvetta
Classe Gabbiano. SerieScimitarra
Impostazione 24 febbraio 1942
Varo 5 ottobre 1942
Radiazione 1º novembre 1972
Caratteristiche generali
Dislocamento 670
Lunghezza 64,4 m
Larghezza 8,7 m
Pescaggio 2,8 m
Propulsione 2 motori Diesel 3500 HP
2 motori elettrici 150 Hp
Velocità 18 nodi (33,34 km/h)
Autonomia 1450 miglia mn a 18 nodi
Armamento
Armamento (1943)

· 1 cannone da 100/47 mm

· 3 mitragliere Breda da 20/65 a.a. in impianti singoli

· 4 mitragliere Breda da 20/65 a.a. in impianti binati

· 2 tubi lanciasiluri da 450 mm in impianti singoli

· 8 lanciabombe a.s. pirici

· 2 scaricabombe a.s.

(1956)

· 1 cannone da 100/47 mm (poi sbarcato)

· 2 mitragliere da 40/56 mm in un impianto binato (poi aggiunto un impianto singolo a prua)

· 1Porcospino (arma)MK 15 a.s.

· 4 lanciabombe a.s.

Note
Motto Ardita lanio

 

La corvetta Baionetta, piccola unità antisommergibile della classe Gabbiano, entrò in servizio solo nel luglio del 1943. Nessuno avrebbe immaginato che, poche settimane dopo, sarebbe diventata la protagonista silenziosa di una delle pagine più discusse della storia italiana: la fuga del Re e del Governo dopo l’Armistizio dell’8 settembre.

Il 9 settembre, mentre Roma era nel caos e truppe tedesche convergevano verso i centri vitali della capitale, la Baionetta ricevette un ordine cruciale:
mettere in salvo la famiglia reale, il maresciallo Badoglio e parte del Governo, portandoli a Brindisi, già in mano alleata.

Quel viaggio avrebbe segnato non solo la vita della nave, ma anche il destino politico dell’Italia.

Una nave piccola per un compito enorme

Baionetta non era progettata per ospitare passeggeri: 64 metri di lunghezza, 112 uomini d'equipaggio, armamento antisommergibile e spazi molto ridotti.
Eppure, nella notte concitata di Ortona, divenne l’unica possibilità di salvezza per:

  • Re Vittorio Emanuele III

  • Regina Elena

  • Principe Umberto

  • Maresciallo Badoglio

  • Ministri, ufficiali e personale di Stato

Il porto era nel caos:
civili e militari tentavano di salire a bordo, l'ammiraglio De Courten fu costretto a interrompere gli imbarchi quando si raggiunsero i 57 posti scialuppe, e la tensione salì fino a minacce armate.

Alle 01:00 del 10 settembre, la Baionetta lasciò Ortona diretta verso sud.

 

L’agente segreto che salvò l’operazione

Fra le persone imbarcate vi era anche Cecil Richard Mallaby, agente britannico del SOE, con radio e codici.
Fu lui a garantire comunicazioni criptate con gli Alleati, permettendo al convoglio di proseguire senza incidenti nonostante il sorvolo di aerei tedeschi.

In quelle ore, la Baionetta divenne una stazione radio mobile del nuovo governo in esilio.

Perché proprio Ortona?

Ortona, nel settembre 1943, offriva:un porto operativo e lontano dal controllo immediato dei tedeschi, la possibilità di raggiungere rapidamente unità navali amiche, un punto d’imbarco collegato alla fuga da Roma sul versante adriatico.

Da F/b

“Dal porto di Ortona fino alla nave "R. N. Baionetta", il re Vittorio Emanuele fece utilizzare il peschereccio "Dolie" di Vincenzo Diomedi per il solo trasporto dei propri bagagli". 

L'ultimo testimone di questo "trasbordo" fu il Sig. Tommaso D'Antuono”.

 

Il velocissimo incrociatore leggero

SCIPIONE AFRICANO

 

Da lì, la nave poté dirigere verso Brindisi con la scorta dell’incrociatore Scipione Africano e della corvetta Scimitarra.

 

Il percorso della fuga (8–10 settembre 1943)

 

Per rendere chiara e immediata la dinamica degli eventi.

- Roma (8 settembre, sera)

La capitale è indifesa dopo l’annuncio dell’armistizio.

La Corona e il Governo lasciano la città per evitare la cattura da parte tedesca.

- Pescara (9 settembre, pomeriggio)

Breve sosta.

Si imbarcano Badoglio, ministri e ufficiali dello Stato Maggiore.

 

- Ortona (9 settembre, notte)

Imbarco concitato sulla Baionetta.

Salpano 57 persone, tra cui la famiglia reale e Mallaby.

- Navigazione (notte 9–10 settembre)

In acque minacciose, ma senza attacchi.

Il convoglio procede verso sud con la scorta navale.

- Brindisi (10 settembre, ore 16.00)

Sbarco del Re.

 

La città diventa capitale provvisoria del Regno del Sud.

Inizia la cobelligeranza italiana a fianco degli Alleati.

 

Baionetta dopo Baionetta

La nave non concluse la sua storia con il celebre viaggio. Operò con la Marina Cobelligerante, scortò convogli alleati e sopravvisse anche al siluro di un U-Boot tedesco.

 

Nel dopoguerra fu impiegata in:

 

- missioni di rilievo relitti,

- crociere nel Mediterraneo orientale,

- addestramento specialistico,

- importanti ammodernamenti (sonar, radar, armamento).

Fu radiata nel 1972, dopo trent’anni di servizio.

 

Una fuga discussa, ma non unica

La storia ha giudicato in modi opposti l’esodo della monarchia e del governo.

Ma è bene ricordare che, nella stessa guerra, moltissimi capi di Stato fuggirono per guidare dall’estero la resistenza dei propri popoli:

- Re Haakon VII (Norvegia)

- Regina Wilhelmina (Paesi Bassi)

- Governo polacco in esilio

- Edvard Beneš (Cecoslovacchia)

- Re Pietro II (Jugoslavia)

- Charles de Gaulle e la Francia Libera

 

La fuga di Baionetta, dunque, non è un unicum, né necessariamente un atto di codardia: in molti casi, fu l’unica via per evitare il collasso totale dello Stato.

 

CONCLUSIONE

 Ogni nave, nella sua vita, affronta una sola vera prova.
La Baionetta la incontrò in una notte d’Adriatico, quando il suo compito non era più combattere, ma custodire la continuità di un Paese che stava crollando.
Navigò tra silenzi, ordini sommessi e un mare nero come l’inchiostro, mentre sulle sue lamiere si aggrappava l’ultima fragile speranza dell’Italia.

Eppure andò avanti.

Non per gloria, non per potenza, ma perché talvolta anche una piccola nave può portare sulle proprie paratie il peso della Storia.

E la scia che tracciò quella notte :

— tra la paura, il dovere e l’infinito —
non si è mai dissolta.

È la scia che riconosciamo ancora oggi, quando una nave, controvento, trova la forza di tenere la rotta.

 

FINE

 

 

*-  Il radiotelegrafista inglese di Badoglio

di Sergio Lepri

https://www.sergiolepri.it/documenti/storia-italia1943-Il-radiotelegrafista-inglese-di-Badoglio.pdf

- La spia sulla nave del re

di Roberto Barzanti

https://www.toscanalibri.it/scritto-dautore/la-spia-sulla-nave-del-re_1734/

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 11 dicembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA MADONNA DEI MARINAI - Bernardo strozzi

MADONNA IMMACOLATA CONCEZIONE

 A cura di Gatti Carlo per la Festa della Madonna Immacolata Concezione

 Il dogma dell'Immacolata Concezione è un dogma della Chiesa cattolica, proclamato da papa Beato Pio IX l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, il quale afferma che la Vergine Maria fu preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.

 

LA MADONNA  DEI MARINAI

 di Bernardo Strozzi in Sant'Ambrogio a Voltri

L'affascinante storia e il significato del quadro realizzato da Bernardo Strozzi per i marinai e tutta la gente di mare di Voltri. La tela, connotata da una straordinaria libertà del segno pittorico e una notevole ricchezza cromatica, costituì da subito un importante termine di confronto per i vari artisti genovesi operanti dagli anni ’20 del Seicento.

YouTube

 https://arseuropachannel.blogspot.com/2025/03/la-madonna-dei-marinai-di-bernardo.html?fbclid=IwY2xjawOKvnVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETAzdDFBSWNSWjZ4MmdZbFV6c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpnqZiKdbPNVgQHu1_IQu9AL9vCYnoNYGoKf2U-0P5_c4pZR7dlq2OVu2Ax5_aem_s7SewZL1L7QGbpYsdFfZbg

 

APPROFONDIMENTI SULLA TELA

Dalla relazione del dott. Gianluca Zanelli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Relazione scritta per presentare l'opera, in vista dell'ultimo restauro del 2012:

Bernardo Strozzi

(Genova 1581/82 – Venezia 1644)

Madonna col Bambino e i Santi Erasmo, Chiara e Nicolò

Olio su tela, cm 250 x 166

Collocata in origine sull’altare dedicato a Sant’Erasmo, protettore dei naviganti, nell’Ottocento la tela venne trasferita sull’altare dedicato a San Giovanni. Stilisticamente l’opera palesa una datazione agli anni Venti del XVII secolo, riferimento cronologico che concorda pienamente con le vicende costruttive che interessarono l’interno della chiesa tra il 1620 e il 1629. Di recente è stata avanzata la proposta che il dipinto possa essere stato realizzato da Bernardo Strozzi al suo rientro da un viaggio romano, collocato intorno al 1625, in considerazione del fatto che nella composizione sono presenti alcune suggestioni desunte dall’attività romana del pittore emiliano Giovanni Lanfranco, in particolare la struttura compositiva e la monumentalità conferita ai personaggi. Come già sottolineato, la tela, connotata da una straordinaria libertà del segno pittorico e una rara ricchezza cromatica, costituì da subito un importante termine di confronto per vari artisti genovesi, tra i quali Luciano Borzone, nella cui Apparizione della Vergine a san Bernardo, databile al 1629, sono evidenti precisi rimandi all’immagine scaturita dal pennello di Strozzi.

 

Bibliografia essenziale:

B.Ciliento, Voltri: Chiesa di Sant’Ambrogio, Genova 1979, p. 6.

F.R. Pesenti, La pittura in Liguria. Artisti del primo Seicento, Genova 1986, pp. 61-63.

M.C. Galassi, Documenti figurativi per un soggiorno romano di Bernardo Strozzi, in “Bollettino dei Musei Civici Genovesi”, 40-42, 1992, p. 49.

M.C. Galassi in Bernardo Strozzi. Genova 1581/82 – Venezia 1644, catalogo della mostra (Genova), a cura di E. Gavazza, G. Nepi Sciré, G. Rotondi Terminiello, Milano 1995, cat. 48, pp. 194-195.

 

 

Rapallo: "Liguria delle Arti" a San Maurizio di Monti

focus sul dipinto di Bernardo Strozzi

 

Madonna Odigitria

Sabato 2 agosto alle ore 21, Liguria delle Arti raggiunge Rapallo, nella frazione di San Maurizio di Monti, per godere insieme al pubblico di una grande opera d’arte firmata dal genio di Bernardo Strozzi, artista esposto al Prado di Madrid, come alla National Gallery di Londra o all’Ermitage di San Pietroburgo.

Camminare dentro la bellezza eleva lo spirito, aiuta a riflettere e a concepire grandi pensieri, come sosteneva Nietzsche che, visitata Rapallo, se ne innamorò tanto da tornarci più volte fra il 1880 e il 1885, così come fece il celebre pittore Vasilij Kandinskij.

Il più grande filosofo del XIX secolo e uno dei maggiori artisti del ‘900 sono in ottima compagnia di scrittori come Ernest Hemingway e Luciano Bianciardi, di poeti come Ezra Pound, Eugenio Montale e William Butler Yeats, tutti sedotti da questa località abbracciata da un mare stupendo, ricca di fascino, ancora oggi molto nota a livello internazionale.

Liguria delle Arti prende la via che conduce alla frazione San Maurizio di Monti. Lì, a circa 300 metri sul livello del mare, immersa tra ulivi, c’è l’omonima Chiesa in cui è conservato il dipinto protagonista di questo evento: l’Apparizione della Madonna Odigitria, termine di origine bizantino che significa “Colei che indica la via”, firmata da un giovane Bernardo Strozzi, probabilmente intorno al 1610.

Un dipinto di inestimabile valore che è stato “scoperto” per caso, durante un restauro nei primi anni ’90 del secolo scorso. La rocambolesca storia del ritrovamento e quella del grande artista ligure, divenuto uno dei maggiori esponenti italiani della pittura barocca, saranno raccontate dalla storica dell’arte Irene Fava.

 

LOUVRE

Portrait de jeune homme - Louvre site des collections

https://collections.louvre.fr › ark: 

Strozzi Bernardo dit aussi Il Capucino Genovese, Il Prete Genovese, (Gênes, 1581 - Venise, 1644) Italie École de. Description. 

Bernardo Strozzi è presente a:

- Parigi (Museo del Prado-Madrid) con l'opera "Un uomo con un cappello" (ca. 1630-1635)

-mentre la National Gallery di Londra ospita un suo dipinto, "Allegoria della fama" (ca. 1635).

- Altri musei nel mondo, come ad esempio il Museo dell'Hermitage di San Pietroburgo, potrebbero avere altre opere, ma non ci sono conferme specifiche nelle fonti. 

BERNARDO STROZZI

La vita e le opere

https://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_Strozzi

 

 

 

 

 Rapallo, 8 Dicembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LUNAZIONI, STAGIONI E SEGNI ZODIACALI DEL 2026

Associazione Culturale il Sestante

Il S.T.V Vincenzo GAGGERO  ci invia le

LUNAZIONI, STAGIONI E SEGNI ZODIACALI 

2026

 

IL DIRETTIVO DI MARE NOSTRUM RAPALLO

RINGRAZIA E AUGURA BUONE FESTIVITA'

2025 / 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


GENOVA - PALAZZO TURSI, UNA PORTA ANTICA CHE GUARDA AL FUTURO

 

GENOVA - PALAZZO TURSI, UNA PORTA ANTICA CHE GUARDA AL FUTURO

GENOVA - VIA GARIBALDI

PREMESSA:

Non ero mai stato a Palazzo Tursi. Lo avevo incontrato su libri e fotografie, ma entrarci davvero è stato come varcare una soglia viva.

La cerimonia nuziale di Chiara e Anders si è svolta al terzo piano, nel maestoso Salone di Rappresentanza, (foto sopra), e lì ho avuto la sensazione precisa di trovarmi nel cuore segreto della genovesità.

Genova ha già molti simboli che parlano la sua lingua:

la Lanterna che veglia su venti chilometri di porto,

la Casa di Colombo,

la Cattedrale di San Lorenzo,

la fiera Torre degli Embriaci,

e mille altri sguardi di pietra rivolti al mare.

Eppure, in quel salone, c’è qualcosa di diverso: c’è lo spirito stesso di coloro che hanno fatto grande Genova.

 - Il soffitto affrescato sembra sollevarsi verso un cielo domestico;

- Il grande lampadario, come una costellazione sospesa, diffonde una luce antica e morbida.

- Sulle pareti laterali, i navigatori osservano in silenzio, custodi muti delle rotte che hanno unito continenti.

- Al centro, dietro al celebrante, il gonfalone di Genova veglia sulla scena, mentre un semplice tavolo di legno, con quattro sedie per sposi e testimoni, ricorda che la solennità nasce sempre dalle cose essenziali.

- Ai lati, due busti si ergono come fari nella memoria: Garibaldi e Mazzini.

È come se fossero ancora lì, testimoni di un’idea di libertà che non ha mai smesso di camminare per l’Europa.

E sì, forse farà sorridere qualcuno, ma ho avuto la sensazione di trovarmi in una piccola Cappella Sistina genovese: non per la grandiosità pittorica, ma per la forza degli spiriti liberi che sembravano riuniti in un unico abbraccio.

Colombo e Vespucci con i loro oceani,

Mazzini e Garibaldi con le loro visioni,

Paganini con il suo violino che ancora vibra tra le pareti.

Uomini che hanno osato guardare oltre, che hanno varcato orizzonti sconosciuti donando al mondo idee, arte, libertà.

Genova, la sua Porta sul Mondo

Tra le tante eredità che questi grandi figli di Genova ci hanno consegnato, ce n’è una che ancora oggi respiriamo come un vento costante: il porto.
Un luogo che non è semplice infrastruttura, ma la vera Porta della città sul mondo.

Genova non ha mai vissuto il mare come separazione, ma come legame. Ha sempre guardato alle altre sponde con uno sguardo accogliente, fraterno, curioso.
Questo sguardo ha permesso ai mercanti di intrecciare rotte, ai naviganti di partire senza paura, agli artisti di respirare mondi lontani.
È uno sguardo che ancora oggi vive nelle poesie e nelle canzoni dei figli più sensibili della città.

Amare Genova significa questo:

stare dalla parte dell’incontro tra i popoli, credere nell’accoglienza, nei commerci che generano cultura, nel mare come luogo di benessere e di dialogo.

 

L'8 dicembre è la Festa dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Si tratta di una delle più importanti feste mariane del calendario liturgico  della Chiesa cattolica e noi, marinai portuali e d'Altura genovesi, la commemoriamo così:

 

MADONNA REGINA DI GENOVA

 La Madre di tutti i naviganti

 

E pensando al porto, non posso dimenticare coloro che quella Porta sul Mondo la aprono, la custodiscono e la difendono ogni giorno: i Piloti del Porto.

Davanti alle loro torri, da oltre quattro secoli, li accompagna una figura antica e rassicurante: la Madonna dei Piloti, scolpita da Bernardo Carlone intorno al 1638.

Una Madre di tutti, che guarda il mare senza stancarsi mai, salutando ogni nave che entra e ogni nave che esce dall’imboccatura del porto come figli da proteggere, senza distinzioni di bandiera o di fede.

Per i piloti, quella statua è più di un simbolo: è un compagno silenzioso di ogni manovra, di ogni notte di vento, di ogni arrivo e di ogni partenza.

È un messaggio che attraversa i secoli:

“siamo tutti figli dello stesso mare”

Ed è forse per questo che Genova continua, ancora oggi, a essere un abbraccio aperto verso il mondo.
Una città che accoglie, che protegge, che ricorda ai suoi naviganti – e ai viaggiatori di ogni tempo – che il mare non divide: il mare unisce.

 

VIA GARIBALDI, IL SALOTTO DI GENOVA....

la "Strada Nuova" di Genova oggi si chiama Via Garibaldi. Fu realizzata nel XVI secolo e conosciuta originariamente anche come "Via Aurea" prima di essere intitolata a Giuseppe Garibaldi, l’anno della sua morte, nel 1882.

"Strada Nuova": il nome originale dato al momento della sua costruzione nel Cinquecento per creare un quartiere prestigioso.

"Via Aurea": un nome che le fu dato in seguito per la sua magnificenza.

Le famiglie aristocratiche genovesi che gestirono la Via Nuova, (Via Garibaldi) come gli Spinola e i Doria, ebbero periodi di forte competizione e scontro, ma anche di alleanza e collaborazione. La loro storia è caratterizzata da un'alternanza di conflitti interni e guerre tra fazioni (ghibellini contro guelfi), anche se spesso si alleavano contro nemici esterni, come pisani o veneziani, e gestivano la città attraverso sistemi di co-governo e rivalità.

Le principali famiglie che hanno legato il loro nome a Palazzo Tursi sono i Grimaldi, che lo costruirono inizialmente, e i Doria, che ne completarono l'edificazione, tanto che oggi è noto anche come Palazzo Doria-Tursi.

Prima o poi tutti si chiedono:

Perché si chiama Palazzo Tursi ?

Andrea Doria, principe di Melfi, che desiderava una dimora prestigiosa come quella per destinarla al ramo cadetto della propria discendenza, quello di Carlo I Doria del Carretto, duca di Tursi (1576-1649), il cui predicato nobiliare è quello tuttora utilizzato per denominare il palazzo.

Si può aggiungere che la parola Tursi si riferisce principalmente a un comune in provincia di Matera, noto per il suo antico borgo saraceno, la Rabatana, e per essere il paese natale del poeta Albino Pierro. Le ipotesi sull'origine del toponimo sono diverse e spaziano dal greco "torre" (da cui "týrsis") a nomi propri di origine bizantina o saracena, come "Turcico". 

PALAZZO TURSI

IL MUNICIPIO DI GENOVA

Il palazzo del Municipio di Genova, Palazzo Doria Tursi, in Via Garibaldi.

 

Palazzo di  Niccolò Grimaldi

(Palazzo Tursi)

La facciata con la pietra rosa di Finale, l'ardesia della Valfontanabuona dal colore grigio-nero e il marmo bianco di Carrara.

La Scala

Il cortile rettangolare sopraelevato su due piani

 

Spazio confinante con il giardino inferiore di Palazzo Rosso

 

MUSEI DI STRADA NUOVA

Patrimonio dell'Umanità UNESCO

Nella straordinaria cornice di Via Garibaldi, la magnifica "Strada Nuova" rinascimentale e barocca tracciata a metà Cinquecento per ospitare le dimore della ricca e potente aristocrazia cittadina, un singolare percorso museale collega tre palazzi e costituisce il maggiore museo di arte antica in città.

Palazzo Rosso è una "casa-museo" dove rivive il fascino della dimora seicentesca che ancora ospita le ricche collezioni d'arte e gli arredi storici della famiglia Brignole-Sale in ambienti sontuosamente decorati da affreschi e stucchi.

Palazzo Bianco è la principale pinacoteca della Liguria, capace di offrire uno spaccato ricco e articolato della scuola pittorica ligure dal Cinquecento, con aperture di alto livello alle realtà fiamminga, spagnola e italiana. Il nuovo collegamento tra Palazzo Bianco e Palazzo Tursi attraversa il sito dove si ergeva la chiesa del distrutto convento di San Francesco di Castelletto, di cui si vedono i resti in un contesto suggestivo e assolutamente unico.

Palazzo Doria-Tursi, che oggi ospita anche il Municipio, nacque come la più grandiosa residenza privata costruita in città nel cosiddetto “Secolo dei Genovesi”. Qui si conclude il percorso dedicato alla pittura del XVIII secolo e il visitatore trova una ricca selezione di opere d'arte decorativa e applicata: arazzi, ceramiche genovesi, monete, pesi e misure ufficiali dell’antica Repubblica di Genova.

È qui che si conservano anche i violini storici di Nicolò Paganini, tra cui il celebre "Cannone Guarneri".

Il percorso dei Musei di Strada Nuova, che consta di oltre settantacinque sale, si snoda su diversi livelli tra corti, loggiati, giardini e terrazze. È intervallato così da tanti panorami mozzafiato sulla città e sul centro.

Le 10 meraviglie

 I Musei di Strada Nuova conservano dipinti, sculture e arti applicate dal Cinquecento all’Ottocento.

La strepitosa quadreria della famiglia Brignole-Sale, negli ambienti affrescati di Palazzo Rosso.

 La ricca pinacoteca di Palazzo Bianco custodiscono capolavori di pittura veneta del Rinascimento, da Palma il Vecchio a Veronese, di pittura italiana di primo Seicento, da Caravaggio a Guido Reni e Guercino, oltre alla rassegna più completa in Liguria di pittura nordica di Cinque e Seicento e a un nucleo fondamentale di ritratti di Anton van Dyck.

L’allestimento è segnato dal magistrale intervento museografico dell’architetto Franco Albini di metà Novecento.

Da non perdere, a Palazzo Tursi, una scultura di Antonio Canova e gli spazi dedicati ai cimeli e al violino di Nicolò Paganini: un Guarneri del Gesù.

 

Antonio Canova, “La Maddalena Penitente”

 

Il violino costruito nel 1743 dal liutaio italiano, Bartolomeo Giuseppe Guarneri e appartenuto a Niccolò Paganini e detto Il Cannone

 

 

Palazzo Doria-Tursi

 Musei di Strada Nuova

Liguria: Collezione ceramiche, vasi farmaceutici di luppolo ed altri - XVII secolo

 

Alessandro Magnasco, Trattenimento in un giardino d'Albaro

 

Salone di Rappresentanza, il soffitto

Francesco Gandolfi, “Cristoforo Colombo alla Corte di Spagna” (1862). Affresco sul soffitto del Salone di Rappresentanza di Palazzo Doria Tursi a Genova.

 

Quanta STORIA LIGUSTIGA su quei muri.....

Il grande lampadario che domina il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi ha una storia legata alla sua installazione nel tardo Ottocento e alla sua provenienza. Originariamente apparteneva a un altro palazzo genovese, Palazzo Brignole-Sale, (oggi Palazzo Rosso) ed è stato spostato nel palazzo dei Doria Tursi nel 1892.

Sotto il gonfalone di Genova, con ai lati i busti di Mazzini e Garibaldi, il Sindaco unisce in matrimonio gli SPOSI ognuno dei quali ha il proprio testimone accanto.

Rubens - Palazzi di

Genova, 1622

Peter Paul Rubens - Université de Heidelberg (Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg)

 

RINGRAZIO TRIPADVISOR ed I suoi Viaggiatori

che ci hanno permesso d’illustrare, a scopo divulgativo, il nostro “servizio” su Palazzo Tursi e dintorni....

 

 RIFERIMENTI:

PALAZZO TURSI

https://it.wikipedia.org/wiki/Tursi

SALONE DI RAPPRESENTANZA 

https://www.instagram.com/reel/DFXQsm4I1KK/

 

SUI MURI DEL SALONE DI RAPPRESENTANZA 

https://www.genova24.it/wp-content/uploads/2021/12/visita-aac.pdf

 

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 3 dicembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


PERCHE' DUBROVNIK?

 

PERCHE’ DUBROVNIK ?

PREMESSA:

 Dubrovnik (ex Ragusa), oggi è una perla turistica di prima grandezza per la sua combinazione unica di patrimonio storico e culturale, bellezze naturali e rinascita turistica. La città vanta un centro storico, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, con mura medievali perfettamente conservate, e un ambiente mozzafiato costeggiato dalle acque cristalline del Mar Adriatico. La sua fama globale è stata ulteriormente alimentata dalla sua apparizione come set cinematografico di serie come "Il Trono di Spade".

Dubrovnik non è considerata una delle tradizionali Repubbliche Marinare italiane, che includono Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, nonostante fosse una potente repubblica marittima adriatica.

La distinzione si basa principalmente sulla sua storia e sul contesto geografico; Dubrovnik ha mantenuto la sua indipendenza e il controllo dei commerci, ma non è inclusa nel ciclo storico delle repubbliche marittime italiane.

Sono passati molti anni, e la memoria — birbante compagna di viaggio — non sa più dirmi con certezza su quale nave ero imbarcato, ma una cosa non l’ho mai dimenticata: quel nuotatore che, respirando solo a destra, non si accorgeva che un transatlantico gli stava venendo incontro a poche centinaia di metri, mentre avanzava con elegante souplesse — come si diceva allora, per far bella figura — verso l’altra sponda del canale di Dubrovnik.

Non ero un fenomeno… ma giovane sì, e con gli occhi buoni! Sul ponte di comando gli ufficiali si erano radunati, distratti, in attesa del pilota portuale alla biscaglina, pronti a raggiungere i posti di manovra. Sul ponte di comando invece, eravamo soltanto in due: il Comandante G. Peranovich e io, allievo ufficiale “anziano”, forte del mio primo imbarco su una petroliera.

Fu con una rapida occhiata che avvertii il pericolo. Balzai sul primo binocolo che trovai e mi accertai che davanti a noi c’era sì un bravo nuotatore… ma anche un po’ strambo — per non dire altro — e proprio in rotta di collisione con una “vecchia signora” dei mari, sopravvissuta ai bombardamenti e alle paure della Seconda Guerra Mondiale.

Mi accorsi solo dopo d’aver afferrato il binocolo del Comandante, che non fece in tempo a rimproverarmi perché-urlai:
«Comandante, c’è un mona che ci sta tagliando la strada a nuoto!»

Il Comandante, furibondo, mi strappò il binocolo, lo mise a fuoco con decisione e ordinò al 3° Ufficiale:
«Ferma la macchina! Pari indietro tutta! Azionare la sirena, ripetutamente!»

Eravamo già a velocità di manovra, e il vecchio motore — con i pistoni che parevano voler scappare dalla ciminiera — fece il resto.

Il nuotatore non sentì né i segnali acustici, né le imprecazioni del Comandante Peranovich che sarebbe sbarcato a Trieste pochi giorni dopo per raggiunti limiti d’età.

La storia finì bene ma destò curiosità, e produsse un effetto inatteso: una richiesta, formale e affettuosa, da parte della mia futura moglie. Tornare un giorno a Dubrovnik… via mare… per rivivere quel mezzo miracolo e visitare insieme la città.

Passarono anni — parecchi — ma la promessa fu mantenuta una decina di anni fa. E da quel ritorno è nato questo articolo, sgorgato dal cuore, come l’ex voto del “raguseo” che, per Grazia ricevuta, donò alla Madonna la sua caracca per essere scampato alla tempesta.

Ragusa si chiamava allora
Dubrovnik si chiama oggi

Ed è del Comandante raguseo che voglio occuparmi subito, perché tra la mia Rapallo e Ragusa (oggi Dubrovnik) esiste un legame spirituale che pochi conoscono — ed è proprio questo il motivo che mi ha spinto a ritornare da pellegrino, per rendere omaggio e recitare una preghiera di “gemellaggio spirituale” al Comandante Nicola Allegretta, che innescò un secondo miracolo. Come vedremo…

 

IL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI MONTALLEGRO

RAPALLO

UN FARO DI FEDE PER LA GENTE DI MARE

 Il Santuario di Nostra Signora di Montallegro nasce dopo l’Apparizione della Madonna del 2 luglio 1557 al contadino Giovanni Chichizola, nativo della vicina San Giacomo di Canevale; da quel giorno ormai lontano il Tempio, tanto caro alla gente tigullina emana, proprio come un FARO MARITTIMO, una forte luce diuturna per migliaia di naviganti che prima o poi lassù salgono in pellegrinaggio per pregare e lasciare una testimonianza di fede alla Madonna: un voto per GRAZIA Ricevuta durante il passaggio di un viaggio nell’inferno di CAPO HORN; ne abbiamo le testimonianze: tre velieri su cinque erano disalberati dai venti ruggenti e urlanti di quelle latitudini e si perdevano nei gelidi abissi dell’emisfero australe.

IL VOTO DEL RAGUSEO

L’ex-voto su lamina d’argento raffigura la “caracca ragusea”, simbolo di destrezza e perfezione tecnica. C’è capitato di scoprire proprio a Dubrovnik (ex-Ragusa) altri esempi di Ex-Voto marinari, molto simili ai nostri e quasi sempre rappresentati con la “caracca di epoca colombiana”.

Iniziamo il nostro itinerario devozionale incontrando oggi il più antico e forse il più “chiacchierato” tra gli omaggi Per Grazia Ricevuta alla SS. Vergine. Si tratta di una lamina d’argento offerta dal capitano di mare Nicola Allegretti di Ragusa (l’odierna Dubrovnik-Croazia meridionale) che, scampato miracolosamente al naufragio del suo non specificato veliero su Punta Mesco, a causa di una terribile burrasca da libeccio, trovò rifugio nel golfo Tigullio e si recò poi pellegrino al Santuario il 26 dicembre 1574, 15 anni dopo l’Apparizione della Madonna a Montallegro.

 

Icona greco-bizantina  dell’Assunzione o Dormizione della Vergine -  datazione anteriore all’ XI sec.

 

Il capitano Allegretti proveniva da questa realtà storico-geografica che per la sua peculiarità e grande fascino può ancora oggi reggere il confronto culturale con molte altre “perle” sicuramente più celebrate in Europa e nel mondo. Gli storici locali ci tramandano che la visita del Raguseo al Santuario di Montallegro si trasformò, molto presto, nel tentativo di recupero della Sacra Icona (la Dormizione di Maria), (Foto sopra) reclamata dalla comunità dalmata, che ne vantava la precedente proprietà. Ma qui, paradossalmente, avvenne un altro miracolo:

il Senato genovese sentenziò, infatti, la restituzione del quadretto dell’Apparizione al termine di una vertenza legale che, tuttavia, non si realizzò a causa del misterioso rientro della Icona sul monte, che soltanto da quel momento cominciò a chiamarsi Monte Allegro per la felicità della popolazione che sentiva concretamente la protezione della Madonna.

Lasciamo le questioni legali ed entriamo nel dettaglio dell’omaggio al Santuario, dal cui Codice Diplomatico (p.16-17) riportiamo:

“…Narra egli dunque di Nostra Signora del Monte il seguente bellissimo fatto, degno di perpetua memoria “ Dell’anno 1574 correndo  naufragio Cap. Allegretti Raguseo con sua nave da mercanzia, che di là veniva a Genova, mentre si trovava nei nostri mari della Liguria, vicino a Monte Rosso delle Cinque Terre, radunatasi ha consolato tutta la ciurma, fecero voto unitamente a Dio, che se li avesse dall’imminente naufragio liberati, nel primo terreno o porto dove si fossero afferrati sarebbero tutti a piedi scalzi andati pellegrini alla Chiesa più memorabile per devozione che ivi fosse. Trascorsero per divina provvidenza portati dalla procellosa marea nel Golfo di Rapallo dove tranquillatasi la burrasca e accertati che la Chiesa di Santa Maria della Mont’Allegro che dalle spiagge li fu mostrata era la più rinomata per devozione e miracolosa che fosse non solo in queste parti, ma nei lidi della Liguria, pochi anni avanti colassù comparsa, non tardarono di andarla a visitare per adempire il voto fatto e vi portarono la tabella votiva o quadretto d’argento, in cui intagliata la Nave in atto di naufragare colla seguente inscrizione ancora oggi giorno nella Chiesa di detta Nostra Signora si vede.”

 

La vecchia città di Ragusa

UN PO’ DI STORIA ....

Origini (VII secolo d.C.): 

La città fu fondata da rifugiati romano-greci provenienti dalla vicina Epidauro su una piccola isola rocciosa chiamata Laus (che significa "roccia").

Questo nome si evolse in Rausium e infine in Ragusa (o Ragusa di Dalmazia in italiano).

Un insediamento slavo separato si sviluppò sulla terraferma di fronte all'isolotto, chiamato Dubrovnik, derivato dalla parola slava dubrava, che significa "bosco di querce".

I due insediamenti si unirono quando la palude/canale che li separava fu interrata (l'odierna via principale, lo Stradun).

Il nome storico di Dubrovnik era Ragusa (o in latino, Ragusium), ed è stata conosciuta con questo nome per gran parte della sua storia, coesistendo con il nome slavo "Dubrovnik" per secoli.

La città era conosciuta come Ragusa, anche in italiano, e spesso veniva chiamata anche:

               Ragusa di Dalmazia

 PERIODO VENEZIANO

 Nel 1205, dopo la Quarta Crociata, Venezia prese il controllo di Ragusa  di altre città vicine.

Al fine di mantenere il controllo commerciale e politico, Ragusa accettò l'imposizione di un vescovo e adottò l'italiano come lingua ufficiale.

Il dominio di Venezia su Ragusa durò:

dal 1205 al 1358

In questo periodo, la città adottò diverse istituzioni veneziane e fu soggetta a un controllo commerciale e politico, sebbene mantenesse una certa autonomia nei commerci.

Nel 1358, Ragusa si sottomise ai re di Ungheria e Croazia, mantenendo la sua autonomia e creando la Repubblica aristocratica di Ragusa (Respublica Ragusina).

Il nome "Ragusa" fu usato per secoli in particolare durante il periodo della sua indipendenza   come Repubblica di Ragusa che durò fino alla sua abolizione da parte di Napoleone nel 1808.

Infatti, nel marzo 1806 Napoleone aggregò ufficialmente l'Istria e la Dalmazia al Regno d'Italia.

Dopo alterne vicende, i francesi rimasero sulla costa orientale dell'Adriatico sino al 1813, quando gli austriaci ripresero il controllo della penisola istriana e della costa dalmata.

Questa strana coesistenza di nomi (Ragusa-Dubrovnik) mutò ufficialmente nel 1919 con la fine della Prima guerra mondiale, quando la CITTA’ divenne parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e assunse il nome:

 Possiamo così sintetizzare la storia recente di Dubrovnik nei suoi diversi e dolorosi passaggi:

 - Regime napoleonico:

La Repubblica di Ragusa fu annessa all'Impero francese napoleonico nel (1806-1814), ponendo fine alla sua secolare indipendenza.

- Impero Austriaco:

Dopo la sconfitta di Napoleone, nel (1814-1918), il Congresso di Vienna assegnò la Repubblica di Ragusa all'Impero Austriaco, che in seguito divenne Impero Austriaco-Ungarico.

- Regno dei Serbi, Croati e Sloveni:

Con la dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico alla fine della Prima Guerra Mondiale, Dubrovnik divenne parte del nuovo stato slavo meridionale, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1918-1929)

(che più tardi fu ribattezzato Regno di Jugoslavia nel 1929). fino alla sua dissoluzione.

 Dubrovnik, come parte della Croazia, si è liberata dal Regno di Jugoslavia con la proclamazione di indipendenza della Croazia il 25 giugno 1991, a seguito di un referendum. Questo evento segnò la dissoluzione della Jugoslavia e l'inizio della guerra d'indipendenza croata, che vide la Croazia diventare uno stato sovrano.

- Proclamazione dell'indipendenza:

Il 25 giugno 1991, il parlamento croato votò l'indipendenza, segnando la fine dell'unione con la Jugoslavia.

Guerra d'indipendenza:

La proclamazione scatenò la guerra d'indipendenza croata, una lunga e violenta guerra che portò alla fine anche alla formazione di altri nuovi stati dalla dissoluzione della Jugoslavia.

Riconoscimento internazionale:

La Croazia ottenne il riconoscimento internazionale come stato indipendente, portando al ritiro delle forze jugoslave.

Nei periodi di Pace e prosperità portarono allo sviluppo di arti, scienze e letteratura:

- Marin Drzic (1508-67) letterato noto per la commedia "Dundo Maroje";

- Ivan Gundulic (1589-1639) poeta e drammaturgo - poema epico "Osman";

- Ruder Boskovic (1711-87) fisico.

RAGUSA

IERI

DUBROVNIK

OGGI

La Cattedrale

Dubrovnik conta circa 42.000 abitanti,  la maggioranza è cattolica, anche se una parte significativa della popolazione è ortodossa.

La composizione religiosa è cambiata nel tempo, ma il cattolicesimo rimane la fede predominante. 

 

Album fotografico

La torre monumentale di Minceta e la magnifica fortezza Lovrijenac

Spesso chiamata "Gibilterra di Dubrovnik", questa fortezza medievale in cima alla collina si trova arroccata fuori dalle mura della città, su un promontorio a strapiombo sul Mar Adriatico.

Il monte alle spalle di Dubrovnik è chiamato Monte SRD  o Monte Sergio e ospita una funivia che porta alla cima per ammirare un panorama mozzafiato della città

 

L'antico porticciolo

 

DUBROVNIK NEI SECOLI: I PRINCIPALI EVENTI DELLA CITTÀ TRA GUERRE, ALLEANZE E ACCORDI COMMERCIALI

 

"Affermare che Istria, Fiume e Dalmazia siano territori italiani è da leggersi solo come atto dovuto: quello di un padre che chiede giustamente un rapporto di figliolanza. Ecco, soltanto un riconoscimento non una potestà. Perché sappiamo bene che queste “creature” hanno anche una meravigliosa madre slava; ed anche una nonna veneziana; e bisnonni narentani, poi prozii morlacchi e infine avi illiri.

Sono terre dal sangue d’oro, dalla bandiera propria, dal cuore franco... è nostro dovere ascoltare il giusto sospiro di libertà".

 Daniele Radini Tedeschi

1991 - la città di Dubrovnik venne assediata da alcune unità dell'esercito jugoslavo. Nel corso dell'assedio la città subì notevoli danni in seguito restaurati.
2016 - superato un milione dei visitatori all'anno

 

ALBUM FOTOGRAFICO

L’antico porto della città attraverso il quale arrivava la ricchezza a Dubrovnik

 

 Šipan, Lopud e Koločep. Queste isole fanno parte dell'arcipelago delle Isole Elafiti. (chiamate anche "isole dei cervi").

Koločep: È la più vicina a Dubrovnik e ospita circa 150-300 persone. È nota per le sue spiagge sabbiose, le scogliere e i sentieri panoramici.

Lopud: Quest'isola è famosa per la sua bellissima baia di sabbia e per i suoi resti di ville nobiliari.

Šipan: È l'isola più grande dell'arcipelago e, sebbene sia meno visitata dalle guide turistiche, è anche molto bella.

 

Portico del Palazzo del  rettore XV sec.

 

 

PASSEGGIANDO TRA LE ANTICHE MURA DI DUBROVNIK

 La cinta muraria lunga 1940 metri è forse la caratteristica principale di Dubrovnik, l'antica Ragusa, posta nella punta estrema del sud della Croazia. La scopriamo percorrendo via Stradun, cuore pulsante della città, ma anche sostando nelle numerose taverne e nei negozi dello shopping.

 Le mura di Dubrovnik sono tra le fortificazioni medievali più impressionanti e meglio conservate d'Europa. Circondano completamente il centro storico della città di Dubrovnik, situata sulla costa del mare Adriatico nel sud della Croazia.

Queste mura sono uno dei sistemi difensivi medievali meglio conservati al mondo e un simbolo iconico della città. La loro storia è strettamente legata allo sviluppo e alla difesa della antica Repubblica di Ragusa, il nome storico di Dubrovnik.

Le prime mura rudimentali furono costruite per proteggere l'insediamento di Ragusa dalle incursioni, specialmente da parte di slavi e arabi, e consistevano in semplici fortificazioni di legno e pietra.

Con il prosperare della città e il suo consolidarsi come potenza marittima indipendente, le mura furono rinforzate e ampliate, cominciando ad assumere la loro forma attuale. Di fronte alla minaccia dell'Impero Ottomano, vennero costruite nuove sezioni e rafforzati bastioni, torri e porte, acquisendo così la loro forma definitiva, circondando completamente la città vecchia.

Tra il 1358 e il 1808, le mura rappresentavano un simbolo di indipendenza. Ragusa evitò di essere conquistata dalle potenze vicine grazie a una politica diplomatica abile e a queste fortificazioni. Nonostante il devastante terremoto del 1667, le mura resistettero, aiutando a proteggere parte della città.

Durante la Guerra d'Indipendenza croata (1991-1995), Dubrovnik fu bombardata, ma le mura resistettero per la maggior parte, subendo solo alcuni danni.

Nel 1979, le mura e il centro storico di Dubrovnik sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall'UNESCO, riconoscendo il loro valore storico e architettonico.

 

 

 

Dubrovnik: panoramica al tramonto sulla nave Karaka

La caracca (Karaka) ragusea è uno dei simboli della Repubblica di Ragusa (l'odierna Dubrovnik) e simboleggia il suo benessere economico e la sua sopravvivenza come emporio marittimo.

A differenza delle repubbliche marinare tradizionali come Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, Ragusa ebbe una storia legata più al commercio che alla guerra e la sua forza derivava proprio dal suo ruolo di centro di scambi tra il Mediterraneo e l'entroterra balcanico.

Significato simbolico

La caracca, una nave commerciale di grandi dimensioni, divenne il simbolo della prosperità e dell'importanza economica della Repubblica di Ragusa. Il suo nome era addirittura legato a quello di Ragusa, tanto che in inglese la caracca viene a volte chiamata "argosy", un termine derivato da Ragusa/Argus.

Origine e sviluppo

Sebbene a volte inclusa nel novero delle repubbliche marinare, Ragusa ebbe un percorso storico e commerciale distinto. La sua forza si basava sul commercio, e la caracca ne era il vessillo e il motore.

Differenze con le altre repubbliche

Mentre le altre repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi) erano note anche per il loro potere militare, Ragusa si distinse soprattutto per il suo ruolo di emporio commerciale. La caracca, quindi, rappresenta la vocazione commerciale di Ragusa, piuttosto che una potenza militare. 

 

NAVI DA CROCIERA A DUBROVNIK

Gli approdi delle navi da crociera a Dubrovnik sono molto importanti per l'economia turistica della città, poiché portano migliaia di visitatori che esplorano le attrazioni principali come le mura e il centro storico. Tuttavia, la loro presenza solleva anche questioni di gestione del flusso turistico, poiché le navi non attraccano direttamente nel porto più piccolo e famoso, ma nel terminal del porto di Gruž, a circa tre chilometri di distanza. 

 

Ponte Franjo Tuđman

 

 

Tipo

Ponte strallato

Lunghezza

518 m

Luce max.

49 m

Larghezza

14 m

Altezza

52 m

Realizzazione

Inaugurazione

2002

Intitolato a

Franjo Tuđman

Il Ponte Franjo Tuđman (in croato Most dr. Franja Tuđmana) è un ponte strallato  situato in Croazia,  che conduce alla strada statale D8  nella parte occidentale di Rausa  attraverso il seno di Ombla vicino al porto di Gravosa.

Il ponte, aperto nel 2002, è costato 38 milioni di dollari. La progettazione fu iniziata nel 1989 ma a causa della guerra d'indipendenza croata  che ha imperversato nel paese negli anni '90, è stato realizzato solo negli anni 2000. Il ponte è stato riprogettato dal Dipartimento Strutture della Facoltà di Ingegneria Civile dell'Università di Zagabria e il progetto utilizzato è stato sviluppato da Zlatko Šavor.

La costruzione del ponte iniziò nell'ottobre 1998. I lavori di costruzione furono eseguiti dall'azienda Walter Bau AG e Konstruktor di Spalato. La costruzione è stata completata nell'aprile 2002 e il ponte è stato aperto ufficialmente il 21 maggio 2002.

 

Un'ultima considerazione.

Ho chiesto alla I.A. se tra la città di Ragusa (Sicilia) e la Ragusa (Dubrovnik) ci fosse qualche attinenza. Ecco la risposta:

No, la città di Ragusa (Sicilia) e la Ragusa (Dubrovnik) in Croazia non hanno alcuna attinenza, tranne il nome.

 

Ci piace concludere questo viaggio con un "passaggio" della Storia di Dubrovnik

“L'epoca d'oro di Dubrovnik”

........ omissis ........

....ma nella "Perla dell'Adriatico" la pace era destinata a durare ben poco. Nel 1364, le truppe turche cercarono di annettere Ragusa alla Turchia, ma, grazie all'intervento degli abilissimi diplomatici della città, Dubrovnik e l'Impero Bizantino firmarono il primo trattato fra uno stato cristiano e uno musulmano. La pace in cambio di un tributo annuale: questo fu il prezzo da pagare per la nascita della Repubblica di Ragusa.

È sorprendente constatare come questa piccola città sia riuscita ad avere la meglio nella lotta di interessi fra Oriente e Occidente. A partire da allora, l'antica Ragusa, capace di riunire una flotta di ben 200 imbarcazioni, divenne una temibile rivale di altre grandi potenze italiane. Questo, sommato ad una struttura governativa alquanto moderna, ha fatto sì che Dubrovnik venisse soprannominata "l'Atene dell'Adriatico".

La fama della flotta marina della città croata era tale che l'equipaggio che accompagnò Colombo durante la sua prima spedizione nelle Americhe comprendeva ben due marinai di Dubrovnik.

Fu proprio in questo periodo, inoltre, che la città di Ragusa forgiò il motto che l'avrebbe accompagnata nel corso della storia: 

Non bene pro toto libertas venditur auro

(la libertà non si vende neanche per tutto l'oro del mondo)

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 27 Novembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA MAGIA DEL TINO - SPEZIA

LA MAGIA DEL TINO 

SPEZIA

 

Il TINO fa da sfondo alla Fregata antisom Luigi RIZZO F 596

Il golfo della Spezia è noto anche come il

GOLFO DEI POETI

A definirlo così, il 30 agosto del 1910, fu il commediografo Sem Benelli  che in una villa sul mare di San Terenzo  lavorava alla sua Cena delle Beffe   e che, in occasione dell'orazione funebre per lo scienziato e scrittore Paolo si espresse con queste parole: "Beato te, o Poeta della scienza, che riposi in pace nel Golfo dei Poeti. Beati voi, abitatori di questo Golfo, che avete trovato un uomo che accoglierà degnamente le ombre dei grandi visitatori."

 

 

Un po’ di storia ...

Scavi eseguiti nel 2021 hanno individuato reperti di un edificio di epoca romana e risalenti al primo insediamento nell’isola.

San Venerio, nato nell’isola della Palmaria e patrono  del Golfo della Spezia, si ritira in eremitaggio sull’isola sino alla sua morte, avvenuta nel 630.  Narra la leggenda che accendesse dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti. Per questo motivo è patrono dei fanalisti e il suo esempio continua ancora oggi, come testimonia il faro che si erge sulla sommità della scogliera. In sua memoria sulla sua tomba viene costruito dapprima un piccolo santuario nel VII  da Lucio, vescovo di Luni. 

Più tardi, nell’XI secolo, presso l’antico romitorio edificato dove era stato ritrovato il corpo del santo, dai monaci benedettini viene fondato il monastero di San Venerio e Santa Maria del Tino, destinato a godere di ampia fama e ricevere frequenti donazioni dai nobili dei paesi circostanti. 

Nell’estate del 1242, davanti all’isola del Tino, Genova  si prende la rivincita della battaglia del Giglio sconfiggendo la flotta Pisana  alleata dell’imperatore FedericoII. 

Nel 1435,  pontifice Eugenio IV, ai monaci Benedettini succedono gli Olivetani  che vi rimangono fino al 1466,  quando devono abbandonare il luogo, troppo esposto alle incursioni turche.  I ruderi del monastero sono tuttora visibili sulla costa settentrionale dell’isola.

Probabilmente nei primi anni del XVII secolo la Repubblica di Genova  vi erige una torre-fortezza di avvistamento.

Dalla seconda metà del XIX secolo l’isola è interessata dalle ingenti opere di del Golfo della Spezia  ancora oggi di proprietà militare.

Importanti lavori di restauro dell’antica abbazia sono stati eseguiti intorno alla metà del XX secolo. 

 Archeologia subacquea

Ricerche subacquee condotte nel 2012 e 2014 a 17 miglia a sud dell'isola del Tino hanno scoperto due relitti romani. Le navi naufragate trasportavano carichi di anfore vinarie di tipo greco-italico e costituiscono la testimonianza delle rotte di traffico marittimo tra Roma, la Gallia e la Spagna.

Un primo relitto, denominato Daedalus 12, è a una profondità di circa 400 m ed è gravemente danneggiato dai solchi delle reti a strascico che hanno ridotto le anfore ad un ammasso caotico di frammenti, sparsi su un’area molto vasta.

Un secondo relitto, più profondo a 500 m, denominato Daedalus 21, si è conservato sostanzialmente intatto, con il suo carico di oltre duemila anfore vinarie Dressel 1 (di cui 878 visibili in superficie) e vasi, databili intorno al II sec. a.C. Il relitto è lungo circa 25 metri e reca ancora quattro ceppi d’ancora che hanno permesso di definire la posizione della prua.

Il relitto del cpt VINCENZO GIOBERTI, affondato il 9 agosto 1943, è stato localizzato a 600 m di profondità a ponente dell'isola del Tino.

 

Ambiente

Flora

Mirto

La flora prevalente nell’isola è costituita dalla macchia mediterranea e del bosco di leccio. Altre importanti formazioni vegetali sono la macchia ad euforbia e, sulle scogliere più vicine al mare, quelle caratterizzate dal finocchio di mare. Inoltre molto presenti sono anche: la cineraria marittima, il papavero cornuto, la ginestra, il fico degli ottentotti, la centaurea veneris, la valeriana rossa. (Sono presenti anche alcune piante aromatiche come il timo il mirto il rosmarino e l’ampelodesma mauritanica.

Fauna

Gabbiano Reale l'uccello più diffuso nell'isola del Tino

La fauna del Tino è molto simile a quella della Palmaria, a motivo della vicinanza tra le due isole. Sull'isola si trovano alcune delle maggiori emergenze faunistiche rettili, quali il tarantolino, il più piccolo dei gechi europei, facilmente riconoscibile per l'assenza di tubercoli sul lato dorsale. Oltre che sulle isole del Tino e del Tinetto questo geconide è presente in pochissimi altri siti liguri. 

Tra gli uccelli ricordiamo il gheppio, il falco pellegrino, lo sparviero, la pernice, i gabbiani il corvo imperiale, il passero solitario, il cormorano o marangone dal ciuffo. Nell'isola l'elevata presenza di uccelli è dovuta alla quasi totale assenza dell'uomo. Questo ha fatto sì che gli uccelli (in particolare i gabbiani) nidificassero indisturbati anche nei posti più impensabili dell'isola.

Edifici nell'isola

L'isola non è mai stata veramente abitata e le strutture presenti sono quindi poche e quasi tutte a carattere militare. Tra quelle che si sono conservate fino a noi sono: i ruderi del monastero di San Venerio, la batteria G. Ronca, il faro, la vecchia casamatta trasformata in piccolo museo.

 Strutture militari

A causa forse del suo isolamento nell'isola del Tino prima del 1920 non erano presenti installazioni difensive (né durante il dominio genovese né durante quello napoleonico venne presa in considerazione questa possibilità anche se Napoleone Bonaparte lo ritenesse utile). 

La prima struttura difensiva ad essere costruita risale a dopo gli anni '20 ad opera della Regia Marina a nord-ovest dell'isola ed è stata la Batteria G.Ronca, a cui in seguito ci sono aggiunti altri edifici secondari per il funzionamento della batteria cioè: la Casamatta, la Casermetta, i convertitori, i proiettori di tiro e di scoperta, il deposito benzina.

Tutto questo complesso per garantire maggiore sicurezza in caso di possibile attacco via mare (all'epoca dell'edificazione non erano ancora impiegati gli aerei per i bombardamenti) era dislocato in tutta l'isola per garantire maggiore sicurezza ai singoli settori. Inoltre la dislocazione delle quattro torrette di tiro in alture in diverse posizioni garantiva una copertura di tiro molto elevata (la zona interna del porto era coperta solo dal "pezzo" n.4 perché comunque c'era già un numero sufficiente di batterie in tutto il golfo a garantire un'efficiente copertura di tiro.

Strutture religiose

Scavi condotti nel 1962 dalla Soprintendenza ai monumenti della Liguria hanno rivelato gli avanzi delle fondamenta e dell'abside un'antichissima ecclesia databile tra il V  e il VI secolo  e quindi contemporanea agli oratori del vicino Tinetto. 

Presso questi rilevamenti più antichi, ma distinta da essi, è l'antica Abbazia di San Venerio.

In origine in questo luogo era solo una cappella edificata già nel VII secolo sul luogo di sepoltura di San Venerio, santo eremita nativo della Palmaria, isola maggiore dell'arcipelago spezzino.
Per l'insicurezza provocata dalle continue devastazioni dei Saraceni sulle coste liguri, il venerato corpo del santo nell’860 fu traslato in un luogo più sicuro, presso il nascente borgo di Spezia  e i monaci abbandonarono il luogo.

 La vita religiosa poté riprendere quando la potenza di Genova e di Pisa, ai primi dell’XI secolo, sconfitti i saraceni riportò una relativa sicurezza sul Tirreno: i Signori di Vezzano, che della marca Obertenga erano i valvassori sul borgo di Portovenere, fecero rifiorire le istituzioni monastiche con donazioni di terre ai Benedettini. 

Un'abbazia venne edificata dai monaci come trasformazione architettonica della prima cappella.

Il complesso venne poi abbandonato dai successivi monaci Olivetani nel XV secolo, quando questi dovettero trasferirsi in un più sicuro insediamento monastico nella zona del Varignano e quindi andò incontro ad un lento decadimento strutturale. 

Dell'antico edificio medievale rimangono oggi visibili la facciata della chiesa, i suoi muri perimetrali e quelli del chiostro, in stile romanico. 

Nel convento degli Olivetani ha sede il museo archeologico dell'isola del Tino che conserva anfore e monete romane e manufatti dei monaci come boccali in graffita policroma e un catino in maiolica. 

Un altro importante edificio è il Cenotafio di San Venerio.

Strutture civili

 

Il faro dell'isola

Altre strutture sono il porticciolo ed il faro, entrambi direttamente controllati e gestiti dal Comando Militare. 

L'edificio del faro è stato costruito nel 1840 sulla piazza d'armi della seicentesca fortezza di avvistamento genovese  per decisione di re Carlo Alberto.  Il primo combustibile utilizzato per il funzionamento del faro era l’olio vegetale, successivamente sostituito dal carbone. 

Nel 1884 venne costruita una seconda torre, più alta della prima torre, alla cui sommità vennero poste delle lenti ottiche ad incandescenza, alimentate elettricamente da due macchine a vapore. Poiché questo sistema forniva eccessiva potenza al fascio di luce prodotto, nel 1912 l'impianto venne sostituito con uno a vapori di petrolio. Grazie all'arrivo dell’energia elettrica il faro venne elettrificato, mentre la completa automazione avvenne nel 1985. 

Il faro è controllato e gestito dal Comando di Zona Fari della Marina Militare che ha sede alla Spezia  e che soprintende tutti i fari dell'Alto Tirreno.

Di notte da Lerici (che si trova dal lato opposto del golfo della Spezia) o dalle Cinque è possibile vederne i lampi nell'oscurità del mare.

 La ricorrenza di San Venerio

Ogni anno, il 13 settembre, all'isola del Tino si celebra festa di San Venerio.  In questa ricorrenza si svolge una processione in mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all'isola del Tino e viene impartita la benedizione sai fedeli e alle imbarcazioni. 
Poiché il territorio dell'isola è di norma inaccessibile in quanto zona militare, questa giornata e la domenica successiva sono le uniche occasioni per poterlo visitare.

Inoltre viene esposto il reliquiario di San Venerio che ne contiene il teschio (infatti il Santo è sepolto a Reggio Emilia, ma questa parte del suo corpo nel 1959 venne restituita alla Diocesi della Spezia  per disposizione di papa Giuovanni XXIII). 

 

I fari Italiani, gestiti dalla Marina Militare dal 1911, sono sempre stati al passo con ogni innovazione tecnologica sia nel campo della luce, sia nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia sempre più sicure e performanti, sia, negli ultimi tempi, con l’impiego dell’informatica per garantire sempre un servizio di pubblica utilità, rivolto alla sicurezza della navigazione e strutturato e idoneo al variare delle esigenze e delle tecnologie disponibili.

Il faro del Tino ne è un esempio “lampante” in quanto in esso sono state testate nel tempo moltissime innovazioni tecnologiche. Fu il primo faro, nel 1840, ad essere alimentato da due generatori a corrente alternata a magneti permanenti azionati da due macchine a vapore, ma è stato anche il primo a testare, nel 2016, i nuovi led a lunga portata di ultimissima generazione.

I fari ad ottica fissa, ossia con luce intermittente, e quelli ad ottica rotante, dove la luce è sempre accesa, con la caratteristica data dalla rotazione delle lenti di Fresnell, sono stati alimentati, a partire dal 1800 con vapori di petrolio, con l’acetilene, per poi essere elettrificati o dotati di fonti di energia alternative nel dopoguerra.

Sono stati istallati bruciatori di vario genere a seconda del gas combustibile utilizzato, scambiatori acetilene/elettrici e scambiatori di lampade di vario tipo.

Anche le lampade hanno avuto un’evoluzione nel tempo diventando sempre più piccole ed affidabili.

Le strutture architettoniche dei fari si sono adeguate alle esigenze dei tempi diventando sempre più alte ed articolate, permettendo la vita in pianta stabile dei faristi e delle loro famiglie.

Solo le lenti di Fresnell sono rimaste immutate nel tempo, dall’Ottocento a oggi mantenendo al faro un tocco di antica signorilità e romanticismo.

Nel percorso didattico museale del Tino vedrete questa evoluzione e questa metamorfosi di luci e di tecnologia sia della componente tecnica che infrastrutturale.

Nelle varie sale del bastione Napoleonico potrete ammirare pezzi concessi dal Museo Tecnico Navale di La Spezia, dall’Ufficio Tecnico dei Fari, dal Comando Zona Fari di Spezia e da privati. Pezzi storici, componenti di un lontano e recente passato, che potevano funzionare (“DEVE FUNZIONARE” è il motto dei faristi) solo grazie alla preparazione del personale Farista (personale civile della Difesa), ma anche grazie all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di una categoria di persone veramente eccezionali… le loro famiglie.

 

ALBUM FOTOGRAFICO DEL FARO

 

 

Stella Maris (Stella del mare) è un titolo, fra i più antichi, per la Vergine Maria,  madre di Gesù. Il titolo è utilizzato per enfatizzare il ruolo di Maria come segno di speranza e come stella polare per i cristiani; con questo titolo, la Vergine Maria è invocata come guida e protettrice di chi viaggia o cerca il proprio sostentamento sul mare, titolo simile a quello di Odigitria

STELLA MARIS

https://discoverportovenere.com/it/isola-del-tino-san-venerio/

Se prendete il traghetto per la Palmaria da Spezia, mentre state per raggiungere l’isola, potrete anche accorgervi della presenza di una terza “isola”.... forse uno grande scoglio “isolato”, degno quindi d’avere un nome: IL TINETTO emerso in tempi lontani dagli abissi del mare, come nelle favole...

Il Tinetto è ben famoso ai naviganti cosí come agli appassionati di Nautica locale, infatti è presente intorno ad esso una secca capace di provocare danni anche a piccoli natanti.

In tutte le calate dei porti del mondo circolano sempre sia le favole che gli aneddoti a volte anche mescolati con la Fede, come questo che noi abbiamo ascoltato dal vivo:

quello di un piccolo motoscafo esibizionista che, a tutta velocitá e inconsapevole del pericolo, è passato sopra la secca perdendo per completo i due motori. Per questo “gli anziani” del posto hanno rinominato questi scogli sommersi come lo “scoggio do Diao”. Tradotto: lo scoglio del Diavolo.

A protezione dello scoglio e dei turisti della domenica, i nostri avi posizionarono in quella zona una suggestiva Madonnina che si erge sulle acque del mare dedicata a Maria, la “Stella Maris” dei marinai.

Un perimetro di circa due chilometri racchiude i 127.000 mq dell'isola del Tino, lussureggiante per il bosco misto di pini e lecci che nei secoli ha soppiantato le precedenti colture a olivo e vite, risalenti all'epoca degli insediamenti dei monaci benedettini. Un'impervia ed elevata falesia cinge l'isola da occidente rendendola inaccessibile e, al tempo stesso, strategica. Punta estrema della Liguria di levante, faro naturale proteso verso il Mediterraneo, dirimpettaio di Capraia, Gorgona e Corsica.

Dal 1997 l'isola del Tino, insieme alle altre isole Palmaria e Tinetto,  Portovenere e le Cinque Terre  è stata inserita tra i Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO. 

Descrizione

L'isola del Tino (Tyrus mayor nei testi medievali, nome probabilmente di origine fenicia).  La superficie dell'isola, che si erge fino a 117 metri s.l.m., è di 0,13 Km2 e il suo perimetro di quasi 2 km.

 

LA STORIA DI SAN VENERIO 

Scavi eseguiti nel 2021 hanno individuato reperti di un edificio di epoca romana e risalenti al primo insediamento nell'isola.

San Venerio, nato nell'isola della Palmaria e patrono  del Golfo della Spezia, si ritira in eremitaggio sull'isola sino alla sua morte, avvenuta nel 630.  Narra la leggenda che accendesse dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti. Per questo motivo è patrono dei fanalisti e il suo esempio continua ancora oggi, come testimonia il faro che si erge sulla sommità della scogliera. In sua memoria sulla sua tomba viene costruito dapprima un piccolo santuario nel VII  da Lucio, vescovo di Luni. 

Più tardi, nell’XI secolo, presso l'antico romitorio edificato dove era stato ritrovato il corpo del santo, dai monaci benedettini viene fondato il monastero di San Venerio e Santa Maria del Tino, destinato a godere di ampia fama e ricevere frequenti donazioni dai nobili dei paesi circostanti. 

Nell’estate del 1242, davanti all’isola del Tino, Genova  si prende la rivincita della battaglia del Giglio sconfiggendo la flotta Pisana  alleata dell'imperatore FedericoII. 

Nel 1435,  pontifice Eugenio IV, ai monaci Benedettini succedono gli Olivetani  che vi rimangono fino al 1466,  quando devono abbandonare il luogo, troppo esposto alle incursioni turche.  I ruderi del monastero sono tuttora visibili sulla costa settentrionale dell'isola.

Probabilmente nei primi anni del XVII secolo la Repubblica di Genova  vi erige una torre-fortezza di avvistamento.

Dalla seconda metà del XIX secolo l'isola è interessata dalle ingenti opere di del Golfo della Spezia  ancora oggi di proprietà militare.

Importanti lavori di restauro dell'antica abbazia sono stati eseguiti intorno alla metà del XX secolo. 

 Chi era San Venerio, patrono del Golfo dei Poeti e dei guardiani dei fari?

 

Il monaco San Venerio nacque sull’isola della Palmaria nel 560 circa e visse in eremitaggio sull’Isola del Tino, dove morì nel 630. 

Nelle notti più buie era solito accendere un falò per aiutare le navi ad orientarsi nel Golfo dei Poeti. 

Oggi è il patrono del Golfo della Spezia e dei guardiani dei fari.

Venerio entra nel Monastero benedettino di Palmaria e diventa monaco. Poi, però, si trasferisce a Tino, un altro isolotto vicino, perché vuole vivere da solo. Egli fugge da un ambiente dove non si rispetta abbastanza la Regola benedettina, basata solo sulla preghiera e sul lavoro. Così, pensando che «è meglio stare da soli che male accompagnati», va a fare l’eremita. In questo isolotto Venerio prega e si rende utile a tutti, soprattutto ai poveri. Per gli umili pescatori, con i suoi consigli da esperto marinaio, l’eremita trova ingegnose soluzioni come quando costruisce una vela per migliorare la navigazione. Quando si fa sera, Venerio raccoglie rami e arbusti e accende un grande falò nel suo isolotto per illuminare la notte e rendere più sicura la rotta dei pescherecci.

[testo di Mariella Lentini su santiebeati.it]

Ogni anno, il 13 settembre, all'isola del Tino si celebra festa di San Venerio.  In questa ricorrenza si svolge una processione in mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all'isola del Tino e viene impartita la benedizione sai fedeli e alle imbarcazioni. 
Poiché il territorio dell'isola è di norma inaccessibile in quanto zona militare, questa giornata e la domenica successiva sono le uniche occasioni per poterlo visitare.

Inoltre viene esposto il reliquiario di San Venerio che ne contiene il teschio (infatti il Santo è sepolto a Reggio Emilia, ma questa parte del suo corpo nel 1959 venne restituita alla Diocesi della Spezia  per disposizione di papa Giovanni XXIII). 

 

Su questo scoglio sarebbe vissuto tra VI e VII secolo San Venerio, eremita e poi riferimento dei marinai, dato che era solito accendere fuochi per segnalare il pericolo notturno dell’isola ai naviganti. Fu lui, secondo la leggenda, ad aver introdotto a La Spezia la pratica dell’armo latino, la vela triangolare con l’antenna, ideale per risalire il vento assai più degli armi precedenti. Santo conteso, controverso, multiplo nelle sue valenze, che scelse il Tino per la sua bellezza naturale, per il romitaggio che garantiva, e su cui, nel tempo, venne eretto il faro attivo tutt’oggi, a centocinquant’anni dall’invenzione di Fresnel, quella che con lenti diagonali alternate consente a una piccola lampadina alogena di essere visibile fino a ventotto miglia. 

Ieri abbiamo assistito da lassù, dalla torre oltre 110 metri sul livello del mare, a un tramonto mozzafiato e all’accensione del faro. Affascinante. Guardare la Corsica, Capraia, Gorgona, le Cinque Terre, il Golfo, Montemarcello, la Versilia in quel tripudio di colori credo sarà indimenticabile.

 

I fari Italiani, gestiti dalla Marina Militare dal 1911, sono sempre stati al passo con ogni innovazione tecnologica sia nel campo della luce, sia nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia sempre più sicure e performanti, sia, negli ultimi tempi, con l’impiego dell’informatica per garantire sempre un servizio di pubblica utilità, rivolto alla sicurezza della navigazione e strutturato e idoneo al variare delle esigenze e delle tecnologie disponibili.

Il faro del Tino ne è un esempio “lampante” in quanto in esso sono state testate nel tempo moltissime innovazioni tecnologiche. Fu il primo faro, nel 1840, ad essere alimentato da due generatori a corrente alternata a magneti permanenti azionati da due macchine a vapore, ma è stato anche il primo a testare, nel 2016, i nuovi led a lunga portata di ultimissima generazione.

I fari ad ottica fissa, ossia con luce intermittente, e quelli ad ottica rotante, dove la luce è sempre accesa, con la caratteristica data dalla rotazione delle lenti di Fresnell, sono stati alimentati, a partire dal 1800 con vapori di petrolio, con l’acetilene, per poi essere elettrificati o dotati di fonti di energia alternative nel dopoguerra.

Sono stati istallati bruciatori di vario genere a seconda del gas combustibile utilizzato, scambiatori acetilene/elettrici e scambiatori di lampade di vario tipo.

Anche le lampade hanno avuto un’evoluzione nel tempo diventando sempre più piccole ed affidabili.

Le strutture architettoniche dei fari si sono adeguate alle esigenze dei tempi diventando sempre più alte ed articolate, permettendo la vita in pianta stabile dei faristi e delle loro famiglie.

Solo le lenti di Fresnell sono rimaste immutate nel tempo, dall’Ottocento a oggi mantenendo al faro un tocco di antica signorilità e romanticismo.

Nel percorso didattico museale del Tino vedrete questa evoluzione e questa metamorfosi di luci e di tecnologia sia della componente tecnica che infrastrutturale.

Nelle varie sale del bastione Napoleonico potrete ammirare pezzi concessi dal Museo Tecnico Navale di La Spezia, dall’Ufficio Tecnico dei Fari, dal Comando Zona Fari di Spezia e da privati. Pezzi storici, componenti di un lontano e recente passato, che potevano funzionare (“DEVE FUNZIONARE” è il motto dei faristi) solo grazie alla preparazione del personale Farista (personale civile della Difesa), ma anche grazie all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di una categoria di persone veramente eccezionali… le loro famiglie.

 

Il pittoresco Faro dell’Isola del Tino [foto di Elisabetta Cesari

 

ASSOCIAZIONE AMICI DEL TINO 

Riportiamo:

Il Tino, piccola isola dell'arcipelago di Portovenere nel golfo della Spezia, è un triangolo roccioso che raggiunge i 97 metri s.l.m. Isola di natura pressoché incontaminata, di storia e leggende, sito archeologico e zona sacra, perla di luce, con il suo faro, luogo di sperimentazione tecnica, il Tino è isola della Marina Militare e, dal 1997, Patrimonio dell'Umanità. Far conoscere e creare reti di cultura attorno a questo immenso patrimonio è l'obiettivo dell'Associazione Amici dell’isola del Tino odv. Tutti possono entrare a far parte di questa storia millenaria e contribuire a scriverne una nuova pagina.

Attracco di Fenici e Greci, l’isola del Tino fu abitata dai Romani, come testimoniano i ritrovamenti di cisterne, monete e navi onerarie al largo delle sue coste. 

Il Tino entra nel mito sul finire del VI secolo d.C., divenendo l'isola del Santo marinaio Venerio, che qui visse da eremita accendendo fuochi notturni per guidare i naviganti. 

In seguito, per quasi un millennio, fu abitata e coltivata dai monaci, divenendo meta di pellegrinaggi europei e preda di pirati ed eserciti. Infine, divenne bastione di difesa, cava di marmo Portoro e luogo militarizzato.

Da ben prima del 1839 risplende la luce del faro di San Venerio. Costruito dalla Regia Marina,  oggi gestito dal Comando MARIFARI La Spezia. 
Gli antichi fuochi notturni del Santo marinaio trovano così un'ideale continuazione per la cura della gente di mare, grazie ai tre lampi e all'eclissi, che il faro, generosa sentinella, ogni notte fa brillare nell'Alto Tirreno, portando la luce fino a 25 miglia marine. Presidiata da guardiani, palestra addestrativa del Comando Subacquei e Incursori Teseo Tesei, il Tino è l'isola più segreta della Liguria che  ora apre i suoi tesori al mondo.

IL FUTURO

Un ambiente naturale e antropico unico, sopra e sotto il mare, sentieri e terrazzamenti, fondali straordinari, fossili, rarità botaniche e faunistiche, archeologia e spiritualità, reperti risalenti dal II sec a. C., caverne, gallerie e installazioni militari, il faro e le sue sale storiche: il Tino è l'isola dei tesori da condividere, salvaguardare e custodire. 

 

l Tino è un’isola ricca di storia e di vegetazione. Arrivando dal mare la si nota per il verde della macchia mediterranea che la ricopre e per la sua forma singolare. I bagliori di luce che emana dopo il tramonto sono un altro suo tratto inconfondibile. 

Al Tino visse a lungo il monaco Venerio, originario della Palmaria, che qui si ritirò in eremitaggio fino alla morte. Primo farista della storia, a sua volta patrono dei faristi, è protettore di tutto il golfo dal 1960. La sua memoria è palpabile sull’isola come in tutta la zona. Esponente del monachesimo insulare fu legato ai monaci di San Colombano che in suo onore edificarono una cappella nei pressi del luogo della sua sepoltura. 

Sono numerosi i resti  archeologici presenti sull’isola e per questa ragione da pochi giorni la Sovrintendenza ha ricominciato a scavare per fare chiarezza sulla sua  storia più antica.

 

Cessate le incursioni saracene, sotto il controllo delle potenze di Genova e Pisa, la ritrovata pace nel golfo riportò i Benedettini prima e gli Olivetani poi a prendersi cura del Tino.

Più recentemente la vocazione militare ha prevalso su quella religiosa. Il faro fu edificato per volere di Re Carlo Alberto nel 1840. Le strutture militari vennero invece costruite a partire dai primi del ‘900.

Visitare l’isola del Tino con l’Associazione “Amici dell’Isola del Tino”

Le persone hanno chiesto anche: Come posso visitare l'isola del Tino?

AI Overview

L'Isola del Tino si può visitare solo due volte l'anno in occasione della Festa di San Venerio, il 13 settembre e la domenica successiva, data in cui l'isola viene aperta al pubblico per una speciale celebrazione legata al santo patrono del golfo. L'accesso è interdetto in altre occasioni perché l'isola è una zona militare di proprietà della Marina Militare.

Da qualche tempo però visitare l’isola del Tino con più frequenza  è diventata la missione di un’Associazione che si occupa di valorizzare, proteggere e tutelare al massimo questo angolo di paradiso ligure.

Si chiama “Amici dell’Isola del Tino”

l’organizzazione di volontariato che dall’autunno 2020 si occupa di promuovere, tutelare e preservare l’insieme dei valori storici, culturali ed ambientali che caratterizzano questo lembo di terra che emerge dai flutti.

 

Per questa sua attuale natura l’isola del Tino è di esclusivo  appannaggio della Marina Militare che presenzia il faro e tutto il suo perimetro ogni giorno dell’anno. L’accesso a cittadini e turisti è consentito solo il 13 settembre quando si celebra San Venerio.

Il faro del Tino

13 settembre 2019

L'Isola del Tino è un sito assegnato alla Marina Militare, proclamato patrimonio dell'UNESCO con la convenzione WHC97/CONF.208/17 in data 27.02.1998 e che fa parte del Parco Naturale Marino di Portovenere. Sull'isola si può visitare l'edificio del faro, con la sua lanterna, esempio di costruzione fortificata neoclassica su basamento medioevale, successivamente ampliato in epoca napoleonica. La struttura del faro, è oggi l’edificio principale dell'isola, risalente al periodo delle Repubbliche Marinare, ospita, oltre al segnalamento marittimo, una Sala Storica del Servizio Fari (che illustra l'evoluzione e una Sala Archeologica tecnologica dei fari) contenete i reperti degli scavi effettuati negli anni 50 e 80. Entrambe le sale sono state aperte di recente. Il faro posto su una torre cilindrica bianca su torrione è ad ottica rotante ed ha le seguenti caratteristiche:

Numero nell'Elenco Fari: 1708

Portata nominale: 25 Mn;

Altezza della torre: 24 m;

Altezza luce sul livello medio del mare: 117 m;

Caratteristica: 3 lampi -periodo 15 sec;

Colore della luce: bianco;

Anno di costruzione: 1840.

Dalle sue finestre poste ai piani intermedi si gode di una vista meravigliosa su l’isola della Palmaria, Punta Mesco, e il golfo di La Spezia, mentre salendo ancora per la scala a chiocciola in marmo si arriva alla stanza cilindrica dell’ottica rotante dove una vista a 360 gradi tra cielo e mare toglie il fiato. Il mare liscio e verde come le prime foglie dei fichi, aprie le porte dell’immaginazione. Da questo punto d’osservazione e facile fantasticare, velieri fantasma, vascelli pirata, mostri marini e magari all’orizzonte scorgere la nave di Papà Lucerna e chiedersi se veramente l’origine di quest’isola e la sua figlia sono da attribuire alla sua abilità e non del succedersi di eventi geologici.

 

UNO STUPENDO YouTube

Per vedere il filmato apri il seguente LINK  

https://discoverportovenere.com/it/isola-del-tino-san-venerio/

 fai scorre la pagina del sito: “Video Visita Isola Del Tino” verso l’alto fino ad incontrare l’immagine sotto, cliccala su “riproduci” in basso a sinistra

 

 

Chiudiamo con l’informazione più importante

L'Isola del Tino può essere visitata solo in due occasioni all'anno, in concomitanza con la Festa di San Venerio, il 13 settembre e la domenica successiva. L'isola è una zona militare e l'accesso è interdetto al pubblico, quindi è fondamentale verificare le date precise di apertura e organizzare la visita con largo anticipo, prenotando i posti disponibili sui traghetti speciali.

TINO - SAN VENERIO

 L’accesso all’Isola del Tino sarà possibile esclusivamente attraverso un servizio di battelli con partenza dalla Spezia e da Porto Venere alle 9 e imbarco dal Tino alle 13.30 e con partenza dalla Spezia e Porto Venere alle  13 e imbarco al ritorno alle 17.30. Le prenotazioni sono effettuabili solo ed esclusivamente dal portale messo a disposizione dal Cai della Spezia. I visitatori saranno accolti dal personale della Marina Militare, dai volontari del Club Alpino Italiano e dall’Associazione Amici dell’isola del Tino Odv che forniranno il necessario coordinamento per agevolarne la permanenza sull’isola. Di conseguenza non saranno consentiti approdi e accessi a imbarcazioni private e visitatori occasionali.

 L’Isola del Tino è di proprietà della Marina Militare ed è solitamente chiusa al pubblico. Ma ogni anno, in occasione della Festa di San Venerio del 13 settembre, è possibile visitare quest’isola che è patrimonio UNESCO insieme a Portovenere, le Cinque Terre e le isole Palmaria e Tinetto.

Festa di San Venerio 2025: come e quando visitare l’isola del Tino

Il 13, 14 e 15 settembre 2025 sarà possibile visitare l’Isola del Tino partendo da Portovenere e da La Spezia. Questo evento offre un’opportunità rara di esplorare questo angolo di natura incontaminata, scoprire i suoi panorami mozzafiato e godersi la bellezza del luogo!

Sono state organizzate corse giornaliere con prenotazione obbligatoria e per un numero limitato di partecipanti. 

Corse speciali per il Tino dalla Spezia

Orari – venerdì 12 settembre
1° turno, sabato mattina: partenze ore 09:00 con rientro obbligatorio alle ore 13:30 dall’Isola del Tino.

2° turno, sabato pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.

Orari – sabato 13 settembre
Turno unico, sabato pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.

Orari – domenica 14 settembre
1° turno, domenica mattina: partenza ore 09:00 con rientro obbligatorio alle ore 13:30 dall’Isola del Tino.

2° turno, domenica pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.

Corse speciali per il Tino da Portovenere

Orari – sabato 13 settembre
Turno unico, sabato pomeriggio: partenza ore 13:30 con rientro obbligatorio alle ore 17:45 dall’Isola del Tino.

Orari – domenica 14 settembre
1° turno, domenica mattina: partenza ore 09:30 con rientro obbligatorio alle ore 13:45 dall’Isola del Tino.

2° turno, domenica pomeriggio: partenza ore 13:30 con rientro obbligatorio alle ore 17:45 dall’Isola del Tino.

Per più informazioni e per acquistare i biglietti, visita www.navigazionegolfodeipoeti.it.

 

Ringraziamenti:

- Andrea Bonati  storico

- Mariella Lentini scrittrice

- Elisabetta Cesari fotografa

- Serena Borghesi giornalista

- ASSOCIAZIONE AMICI DEL TINO

Bibliografia

 

  • Ossian De Negri,Storia di Genova, Firenze, Giunti Martello, 1986

  • Braudel,Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, Milano, Bompiani, 1986.

  • Caselli,La Spezia e il suo Golfo – Notizie storiche e scientifiche, ristampa anastatica, La Spezia, Luna Editore, 1998

  • Faggioni,Fortificazioni in provincia della Spezia – 2000 anni di architettura militare, Milano, Ritter Ed., 2008

 

 

 Carlo GATTI

Rapallo, martedì 21 ottobre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


TROFEO DELLE ALPI (LA TURBIE)

 

TROFEO DI AUGUSTO

 Detto anche

IL TROFEO DELLE ALPI

Detto anche

TROFEO DI LA TURBIE

 

Il Trofeo di Augusto è un monumento romano elevato a emblema dei trionfi e quindi dei trofei di Augusto, posto su un'altura a 480 m s.l.m nel comune di La Turbie, nel dipartimento delle Alpi Marittime, molto vicino al Principato di Monaco.

Il monumento fu costruito per celebrare la

“pax romana” 

ottenuta nella regione e per glorificare la vittoria del futuro Imperatore Augusto sulle tribù Liguri ribelli, come vedremo in seguito.

 

 

Trofeo delle Alpi di La Turbie

INTRODUZIONE

Eravamo con la famiglia di ritorno dall’abituale  viaggio in Scandinavia che ogni anno arricchivamo con deviazioni insolite, alla scoperta di città e strade mai percorse prima. I miei figli, allora studenti di storia dell’arte alle superiori, mi avevano spesso incuriosito con le pagine dei loro manuali scolastici, ed è proprio lì che lessi per la prima volta del Trofeo delle Alpi di La Turbie, l’imponente monumento romano che domina, a 500 metri d’altezza, un panorama capace di togliere il fiato.

Fu naturale lanciare la proposta ai miei “passeggeri”: forse non tutti interessati al tema, ma certamente entusiasti di allungare di un giorno il viaggio verso casa, rinviando così il pensiero dell’imminente anno scolastico.

LA TURBIE

 

Dall’alto verso il basso: La Provençale, La Turbie e la “Tête de Chien” (testa di cane)- Freccia rossa dall’alto verso il basso.

 

Giunti a La Turbie, la sorpresa fu grande. Il monumento si erge in una posizione incantevole: la sua mole parla ancora oggi di potenza e di eternità. Purtroppo lo si può gustare nella sua totale bellezza soltanto grazie alla ricostruzione in scala custodita nel vicino museo, dove l’immaginazione può ricomporre le parti mancanti e restituire la grandiosità originaria.

 Il Trofeo delle Alpi, innalzato da Augusto per celebrare la vittoria sui popoli alpini, non è solo un segno di conquista: è un manifesto di volontà, quasi un atto di fede nella permanenza della grandezza di Roma.

Gli Antichi non smettono mai di sorprenderci: nei materiali impiegati e nell’architettura riconosciamo la maniacale precisione con cui pensarono opere destinate a sfidare i millenni. È come se volessero parlare ai posteri, scolpendo nella pietra un messaggio di potenza, ordine e civiltà.

Non è forse casuale che questi monumenti venissero spesso circondati da cipressi, alberi che da sempre evocano il silenzio e la solennità della memoria. Ed è curioso notare come noi moderni, quasi istintivamente, abbiamo conservato e tramandato questa tradizione.

Ma c’è un’altra suggestione che nasce spontanea: da quella terrazza naturale, lo sguardo non si ferma ai monti, ma scivola verso il blu del Mediterraneo. Lì sotto, da secoli, le navi hanno tracciato le loro rotte, portando merci, soldati, idee, lingue e culture. È come se il Trofeo stesso, pur piantato saldamente sulla roccia alpina, trovasse compimento nel mare che si apre davanti a lui.

Roma celebrava le sue vittorie sulle montagne, ma guardava sempre al Mediterraneo come al vero cuore del suo impero: Mare Nostrum, via di dominio e di scambi, spazio di guerre e di civiltà. Così il Trofeo di La Turbie non è soltanto un monumento alla vittoria sulle Alpi, ma anche un faro simbolico che unisce le vette alla distesa marina, ricordandoci come la storia di Roma – e forse la nostra stessa identità – sia intrecciata indissolubilmente con il mare.

 

COME DOVEVA APPARIRE ORIGINARIAMENTE

 

 

La replica in scala del monumento si trova all’interno del Museo

 

 

Si entra a piedi nel piccolo villaggio medievale di La Turbie, costruito in cima al promontorio sopra la “testa del cane”. Attraverso la Porta Ovest si percorre la via romana Iulia Augusta (il proseguimento dell’antica via Aurelia che da Roma arrivava in Liguria). La strada è lastricata e affiancata da case di pietra.

Poi d'improvviso, sulla sinistra, seminascosto sul retro da altissimi cipressi che fanno da corona, in omaggio all'antica abitudine romana di porre cipressi attorno ai mausolei o ai trofei, compare il Trofeo delle Alpi o Trofeo di Augusto

 L’imperatore romano, dopo aver sconfitto la quarantacinquesima tribù celto-ligure ribelle dell’arco alpino, decise di far costruire il Trofeo, alto 49 metri, compresa la gigantesca statua di Augusto.

Come sempre, Roma aveva colto il suo trionfo!

Per molti secoli nell’antichità ha suscitato, sui viaggiatori che percorrevano la strada consolare, ammirazione e rispetto per la potenza di Roma, incarnata da un Imperatore che fu un mito nei secoli dei secoli.

Questo trofeo nel tempo segue, nelle Gallie: il trofeo di Pompeo, in Summum Pyrenaeum: quello di Briot (ora al museo di Antibes), i Trofei di Mario e altri.

 

LA TURBIE NEL SUD DELLA FRANCIA

480 mt. s.l.m. - 3.053 abitanti

 

 La Turbie è un luogo sconosciuto in Italia, soprattutto da quando esiste l’autostrada che passa per l’interno e porta in mezz’ora da Ventimiglia a Nizza. Dall’alto di questo promontorio a picco sul Mediterraneo, si gode il panorama più bello della Costa Azzurra. Si chiama Tête de Chien” (testa di cane).

ROMANO IMPERO

 Quello che rimane per i nostri occhi....

 

Elementi di Architettura

L'ISCRIZIONE ORIGINALE IN LATINO

 “All'imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, nell'anno 14° del suo impero.

17° della sua potestà tribunizia, il senato e il popolo romano poiché sotto la sua guida e i suoi auspici tutte le genti alpine,
che si trovavano tra il mare superiore e quello inferiore sono state assoggettate all'impero del popolo romano”.

La gigantesca iscrizione posta sulla facciata occidentale, di cui rimanevano solo alcuni frammenti, è stata ricostruita completamente durante il restauro del monumento curato da Jules Formigé, avendone letto la citazione di Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Essa è la più lunga iscrizione latina scolpita conosciuta nella storia antica.

 

Genti alpine sconfitte

IMP . CAESARI . DIVI . FILIO . AVG . 
PONT . MAX . IMP . XIIII . TRIB . POT . XVII 
S . P . Q . R 
QUOD . EIUS . DVCTV . AVSPICIISQVE . GENTES . ALPINAE . 
OMNES . QVAE . A . MARI . SVPERO . AD . INFERVM . PERTINEBANT . 
SVB . IMPERIVM . P . R . SVNT . REDACTAE 
GENTES . ALPINAE . DEVICTAE . TRIVMPILINI . CAMVNI . 
VENNONETES . VENOSTES . ISARCI . BREVNI . GENAVNES . 
FOCVNATES . VINDELICORVM . GENTES . QVATTVOR . COSVANETES . 
RVCINATES . LICATES . CATENATES . AMBISONTES . RVGVSCI 
SVANETES . CLAVCONES 
BRIXENTES . LEPONTI . VBERI . NANTVATES . SEDVNI . VARAGRI . 
SALASSI . ACITAVONES . MEDVLLI . VCENNI . CATVRIGES . BRIGIANI 
SOGIONTI . BRODIONTI . NEMALONI . EDENATES . VESVBIANI 
VEAMINI . GALLITAE . TRIVLLATI . ECTINI 
VERGVNNI . EGVITVRI . NEMETVRI . ORATELLI . NERVSI . VELAVNI . 
SVETRI  

Traduzione

I Trumpilini -   I Camunni - I Venosti -  I Vennoneti -   Gli Isarci -  I Breuni -  I Genauni -  I Focunati - Le quattro nazioni dei Vindelici: Cosuaneti  Rucinati  Licati  Catenati -  Gli Ambisonti -  I Rugusci
- I Suaneti -  I Caluconi -  I Brixeneti -  ILeponzi -  Gli Uberi -  I Nantuati -  I Seduni - I Veragri -  I Salassi -  Gli Acitavoni -  I Medulli -  Gli Ucenni -  I Caturigi -  I Brigiani -  I Sogionti - I Brodionti -  I Nemaloni -  Gli Edenati -  I Vesubiani -  I Veamini -  I Galliti -  I Triullati -  Gli Ecdini -  I Vergunni -  Gli Eguituri -  I Nematuri -  Gli Oratelli -  I Nerusi - I Velauni -  I Svetri »

Il testo riporta i 45 nomi delle tribù sconfitte in ordine cronologico ed è affiancato da due bassorilievi della Vittoria alata. C'è poi l'immagine del "trofeo", una raffigurazione delle armi conquistate ai nemici e appese ad un tronco d'albero. Ai due lati del trofeo sono raffigurati coppie di prigionieri galli in catene.

 

L'iscrizione riportata sul monumentale trofeo di Augusto, TROPAEUM ALPIUM

Il Trofeo delle Alpi, eretto per volontà del Senato nel 7-6 a.c. in onore delle vittorie riportate da Augusto sulle popolazioni alpine. Sulla base del monumento c'era una lunga iscrizione celebrativa con lettere in bronzo, oggi ricostruita, che riportava l'elenco dei 44 popoli alpini e galli sottomessi dall'Imperatore.

 

 

 

Plinio il Vecchio (23-79 d.c.) scrisse invece dei Camunni come di una delle tribù euganee assoggettate dai Romani:

« Voltandoci verso l'Italia, i popoli euganei delle Alpi sotto la giurisdizione romana, dei quali Catone elenca trentaquattro insediamenti. Fra questi i Triumplini, resi schiavi e messi in vendita assieme ai loro campi e, di seguito, i Camuni molti dei quali assegnati ad una città vicina. »

Citati nel Trofeo di Augusto.

 

CONCLUSIONE

 Ripensando oggi a quella deviazione improvvisata lungo la Provençale, sento una profonda soddisfazione: i miei quattro figli, divenuti adulti, hanno voluto portare a loro volta i propri figli a visitare il Trofeo di La Turbie. È una gioia che mi commuove: quel monumento, così vicino a noi eppure così poco conosciuto, ha trovato nuova vita negli occhi delle generazioni più giovani.

Forse questo è il senso più autentico di opere come il Trofeo: non solo pietra e architettura, ma messaggi di continuità, capaci di superare i secoli e di unirci in una catena senza fine. Guardandolo dall’alto, sospeso tra le Alpi e il Mediterraneo, mi sembra quasi di sentire che questo dialogo tra monti e mare non è mai interrotto. Le navi che solcano il blu sottostante, le strade che serpeggiano verso l’entroterra e i monumenti che vegliano dall’alto sono tutti parte di una stessa storia: la nostra.

E così, come il mare porta in sé la memoria di mille viaggi, anche un giorno di vacanza con la famiglia si è trasformato in eredità. Un’eredità che oggi continua, più viva che mai, nel cuore e negli occhi dei miei nipoti.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, lunedì 29 Settembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


TRE RACCONTI DAL MARE ....

TRE RACCONTI DAL MARE....

Dal gatto di Boccadasse al rimorchiatore Pietro Micca, fino al garum romano: tre piccole storie che il mare continua a custodire.

Introduzione:

Non sempre il mare racconta di battaglie, di navi leggendarie, di relitti o di eroiche imprese marinare.

Talvolta, il mare diventa cornice silenziosa di storie più semplici, quasi secondarie, ma non per questo meno affascinanti.

Sono “chicche di mare”, episodi che nascono in riva, tra i moli e le spiagge, dove l’onda arriva stanca ma carica di memoria, quasi desiderosa di consegnarci capitoli di pace e di bellezza.

In queste tre piccole storie non troviamo l’eco delle guerre o il fragore delle tempeste, ma piuttosto il sorriso ironico di un gatto che ha fatto di Boccadasse la sua scena quotidiana, il respiro antico di un rimorchiatore a vapore che ancora porta con sé l’orgoglio del lavoro marittimo, e infine il sapore remoto di un condimento romano che ha viaggiato per mari e imperi.

Tre racconti diversi, uniti da un filo comune: il mare, che sa essere non solo teatro di grandi imprese, ma anche custode di emozioni discrete, di memorie tecniche, di affetti verso gli animali e di tradizioni gastronomiche che arrivano da lontano.

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IL GATTO SEPPIA

Boccadasse

Nel porticciolo di Boccadasse (Bocadâze)  è diventato ormai una vera e propria attrazione turistica.

Chi si ferma per una carezza, chi per una foto o un selfie, chi per dargli qualcosa da mangiare (anche se su richiesta dei padroni meglio evitare), tutti comunque cercano Seppia

il gatto assurto, per la sua ingrugnita e infastidita espressione, a ironico simbolo dell’accoglienza ligure.

Curiosa anche la sua singolare somiglianza con Machiavelli il gatto scontroso e sospettoso del celebre film del regista genovese Enrico Casanova del 2021 della Pixar -Luca- ambientato nel levante della nostra regione.

Così a Boccadasse alla romantica gatta con “una macchia nera sul muso” di Gino Paoli si è aggiunto il burbero gatto disneyano.

In Copertina: Foto di Stefano Eloggi

 

Il gatto Seppia, adottato da Boccadasse, è ormai un'icona. Ingrugnito e solitario, come un vero genovese. I gatti, nella storia della marineria ligure, hanno sempre avuto un ruolo speciale.

Seppia è diventato famoso per il suo aspetto caratteristico, un bianco e nero con un'espressione un po' corrucciata, e per la sua presenza costante nel pittoresco borgo di Boccadasse. 

Seppia è diventato un'attrazione turistica e un simbolo ironico dell'accoglienza ligure, tanto da essere anche menzionato nel film d'animazione "Luca" della Pixar, ambientato proprio nel levante genovese. 

Benvenuti a Zena, són mi Seppia, il gatto di Bocadâze! Belin pure a Pixar mi métte nella sua pelìcola!

Aregordâ che mi mangio solo péscio frésco, mica i tuoi pacûghi, bezûgo!

Mi non râgnâ, mogógno!

Ecco alcune curiosità su Seppia:

Aspetto e personalità:

Il suo sguardo è spesso descritto come quello tipico dell'accoglienza ligure, un po' burbera, ma in realtà è molto amato dai genovesi e dai turisti.

Celebrità social:

Seppia ha una sua pagina Instagram e una su Facebook, dove viene descritto come un gatto che "non miagola, ma mugugna" e che mangia solo pesce fresco. 

Rischio per la salute:

A causa della sua popolarità, alcuni turisti gli offrono cibo non adatto, mettendo a rischio la sua salute, in particolare la cistite cronica.

Riconoscimenti:

È stato anche raffigurato in una linea di gioielli artigianali. 

Simbolo di Boccadasse:

Seppia è ormai considerato un'icona del borgo marinaro di Boccadasse, e i visitatori lo cercano per fare una foto o una carezza. 

Alcuni si chiederanno: ma cosa c’entra Seppia con il nostro sito?

Ve lo spiega Mauro Salucci

Nel Consolato del Mare del 1719 si legge, all'articolo 65 che il padrone della barca ha il dovere di procurarsi dei gatti per impedire ai topi di rovinare il carico.

A bordo era previsto un addetto chiamato "penese" che si occupava di questi animali e aveva il compito, prima di attraccare in porto, di radunarli e metterli al sicuro, perché, richiamati dagli amori, non andassero in terraferma alla ricerca di avventure...

Anche nell'Archivio di Stato di Genova la presenza dei gatti era obbligatoria per preservare la documentazione dai roditori.

Questa attenzione per i felini è testimoniata a Genova da molti cognomi ricorrenti, come Gatti, Gatto, Pellegatto, Pellegatti e sullo stemma della famiglia nobiliare De Pelegatis è presente un felino.

E noi aggiungiamo:

I gatti erano una presenza comune e molto utile a bordo delle navi nel passato, non solo per ragioni scaramantiche, ma soprattutto per il loro ruolo nel controllo dei roditori che potevano danneggiare merci e attrezzature.

Venivano spesso imbarcati regolarmente e avevano persino documenti ufficiali, diventando a tutti gli effetti dei "gatti di bordo". 

Cos'è il "buco del gatto" sulla nave?

Il “BUCO DEL GATTO” è il nome dato all'apertura nella coffa, la piattaforma situata sulla parte alta di ogni albero, usata dai marinai addetti alle vele e dalle vedette.

UN PO' DI STORIA 

I gatti di bordo accompagnano per mre i marinai fin dall'antichità

Quella di tenere i gatti sulle navi è stata per lungo tempo una tradizione dei marinai, per via della loro efficienza nel tenere a bada le infestazioni, e grazie alla credenza che portassero buona fortuna alle navi.

Si pensa che i gatti si siano diffusi nel mondo grazie agli esploratori degli Antichi Egizi, dei Vichinghi e dell'Età delle Esplorazioni. Offrivano una buona compagnia e facevano sentire i marinai a casa.

Fin dai tempi antichi, innumerevoli navi di diverso tipo hanno ospitato uno o più gatti. I felini si occupavano dei topi, che potevano danneggiare le funi e il legno e minacciavano le riserve di cibo e le merci.

I gatti, che hanno una buona capacità di adattamento, sono perfetti per servire su una nave. Inoltre, i gatti di bordo facevano sentire i naviganti a casa. Erano particolarmente importanti in periodo di guerra, quando le provviste erano limitate, e gli uomini erano costretti a stare lontani da casa per lunghi periodi. La compagnia dei felini era la benvenuta e scaldava gli animi.

Alcune navi avevano più di un gatto, oppure ospitavano eventuali cuccioli nati in mare. I gatti potevano anche “salire di grado” e diventare mascotte di una particolare parte della nave, come la sala motore o il ponte, per diventare addirittura la mascotte ufficiale di tutta l’imbarcazione.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale, con la diffusione delle comunicazioni di massa, portò anche alcuni gatti di bordo a diventare celebrità a pieno titolo.

Ancora oggi si ricordano alcuni di loro, tra cui l’inaffondabile Sam, che servì su tre navi da guerra, una tedesca e due britanniche. Un altro è Blackie, gatto di bordo sulla HMS Prince of Wales della Royal Navy britannica.

Nella foto sotto, invece, potete vedere Tiddles, che servì su diverse portaerei britanniche.

 

FOTO FAMOSE....

Il capitano A. J. Hailey col suo gatto sulla Empress of Canada, anni venti // UBC Library Digitization Centre / Wikimedia

 

Gatto di bordo sulla Encounter durante la prima guerra mondiale

Churchill saluta il gatto Blackie prima di risalire sulla Prince of Wales

 

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LO STORICO RIMORCHIATORE

PIETRO MICCA

Immagina un piroscafo di fine Ottocento che respira vapore, sbuffa come un antico drago marino e continua a navigare, sfidando gli anni e la sorte. Costruito in Inghilterra nel 1895 nei cantieri Rennoldson & Son di South Shields, nacque con il nome Dilwara, lungo poco più di trenta metri, con motore a triplice espansione e una struttura in acciaio robusta. Era progettato per l’epoca con tecnologie avanzate, tra le più moderne nel campo dei rimorchiatori portuali.

Fu battezzato, col tempo, come rimorchiatore d’alto mare a vapore: una creatura ibrida, dotata di vele (armata a goletta) per sfruttare il vento e ridurre il consumo di carbone o olio pesante. L’armo a due alberi aggiungeva stabilità e autonomia: se il vento era favorevole, la nave avanzava senza consumare vapore, una concezione intelligente nel tramonto della navigazione a vela.

Nel 1905, dopo aver prestato servizio nei porti britannici, il Dilwara fu venduto all’Italia e ribattezzato Pietro Micca, diventando parte del registro del compartimento marittimo di Napoli.

La sua carriera italiana fu intensa: trascorse decenni al servizio delle società armatrici Merlino-Fagliotti, impegnato nel rimorchio di pontoni carichi di massi per la costruzione di moli, frangiflutti e porti lungo la costa.

La sua Sala macchine respirava vapore e sudore mentre spostava carichi colossali con una lentezza voluta, affidabile e inesorabile.

Durante le due guerre mondiali, il Pietro Micca fu reclutato come nave ausiliaria militare e dragamine. La sua potenza - una macchina da 500 cavalli vapore con compressore a 90 giri/minuto - lo rese prezioso per compiti di supporto logistico, trainando pontoni pesanti sotto le bombe o rifornendo flotte navali. Rimase operativo anche come supporto della flotta americana di stanza a Napoli fino ai primi anni Novanta del Novecento.

Nel 1996, quando il porto di Napoli fu abbandonato dalle forze americane e molte navi storiche rischiarono la demolizione, il Pietro Micca era in pericolo. Ma fu allora che intervenne la volontà dei pochi che ancora credevano nella sua storia.

Pier Paolo Giua, direttore del cantiere nautico Tecnomar di Fiumicino, scrisse una pagina determinante: fondò l’Associazione Amici delle Navi a Vapore G.L. Spinelli, raccolse fondi, convinse la famiglia Spinelli di Monte di Procida e avviò il salvataggio.

La nave fu trasferita a Fiumicino, ormeggiata nei cantieri Tecnomar, e sottoposta a un restauro lungo e paziente. Ogni lamiera, ogni vite, ogni condotta di vapore fu revisionata. Il ponte, la sala macchine, la ciminiera a strisce rosse e nere: tutto tornò a respirare storia. Il risultato fu un miracolo: il Pietro Micca, a oltre 100 anni dalla sua nascita, rimaneva la più antica nave commerciale a vapore ancora navigante d’Italia.

In quel momento, non era più solo un rimorchiatore: era un monumento vivente.

Oggi, il Pietro Micca è ancora pronto a prendere il mare. Partecipa a eventi culturali, attività didattiche, campagne ambientali e crociere storiche. Spesso diventa parte di progetti come la “Goletta Verde” di Legambiente, simbolo di un ritorno all’esperienza autentica del mare.

Il suo ponte racconta storie di lavoro portuale, di guerra, di partenze mattutine ad arco basso sul mare. È un narratore silenzioso di rivoluzioni tecnologiche e mutamenti sociali.

Sul ponte si respira tensione e precisione: una cima spezzata può valere una vita, un rimorchio mal fatto può provocare il capovolgimento.

Eppure, tra quelle lamiere e cuciture di acciaio, si percepisce il rispetto per una meccanica semplice ma robusta, fatta per durare. La sala macchine, con caldaia originale, condotte di vapore e rubinetterie antiche, conserva l’incanto di una tecnologia ottocentesca che ancora pulsa.

Il valore del Pietro Micca non è solo tecnico o estetico: è il ricordo tangibile di un’Italia marittima che sapeva costruire, innovare e navigare.

È il simbolo della cultura del lavoro portuale, della fatica manuale, ma anche della visione imprenditoriale e della volontà tenace di preservare la memoria.

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La straordinaria storia del "Pietro Micca" 1895

Di Emilio Parenti

https://www.barchedepocaeclassiche.it/marineria/navi/550-la-straordinaria-storia-del-pietro-micca-1895.html

 

ALBUM FOTOGRAFICO

 

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RICETTA DEL GARUM

SVELATA.....

 

Per gli antichi ROMANI il pesce era una fonte essenziale di proteine. Inoltre era molto utilizzato perché poteva essere facilmente conservato sotto sale oppure grazie alla fermentazione. Uno dei prodotti più richiesti, nato da questi processi di conservazione del pesce, era il garum. Le varietà si differenziavano in base agli ingredienti aggiunti al composto: pepe (garum piperatum), aceto (oxygarum), vino (oenogarum), olio (oleogarum) o acqua (hydrogarum).

Il garum era molto apprezzato perché si conservava a lungo: veniva esportato in tutto l'Impero Romano, viaggiando per lunghe distanze. Per questo motivo, lungo le coste atlantiche della Hispania (l'attuale penisola iberica) e della Tingitana (oggi Marocco) sorsero numerosi impianti "industriali" di salagione del pesce, chiamati cetariae. Il più ricercato veniva dall'Andalusia, ma grandi stabilimenti si trovavano anche sulla costa nordafricana, da Cartagine all'attuale Algeri.

MA QUALI PESCI? I resti di pesce trovati nelle vasche di salagione sono difficili da identificare: spesso sono in condizioni pessime, frammenti piccolissimi e sbriciolati, perché, durante la produzione della salsa, le materie prime venivano schiacciate e lasciate fermentare per settimane.

 

 

Il garum romano era una salsa liquida di pesce fermentato, ricavata da interiora e pesci piccoli (come alici e sgombri), che veniva usata dagli antichi Romani come condimento onnipresente per insaporire carne, verdure e altri piatti. La preparazione, che coinvolgeva la salatura e un processo di idrolisi enzimatica, conferiva al garum un sapore umami intenso e salato,* diventando un ingrediente fondamentale della gastronomia romana, tanto da essere considerato anche un simbolo di prosperità e avere un valore nutrizionale grazie alle proteine idrolizzate.

*Sapore Umami: Il sapore umami (dal giapponese "saporito" o "delizioso") è il quinto gusto fondamentale percepito dalle nostre papille gustative, accanto a dolce, salato, amaro e acido. È caratterizzato da una sensazione di pienezza e ricchezza negli alimenti, ed è causato principalmente dalla presenza di glutammato, un amminoacido libero. Il glutammato si trova naturalmente in alimenti ricchi di proteine come formaggi stagionati, carni, alghe e pomodori maturi, e viene rilasciato.

 

Sardine: era questo l'ingrediente base del pregiato garum iberico, la salsa che faceva impazzire gli antichi Romani

Un recente studio condotto da archeologi e genetisti ha svelato la ricetta del garum, la celebre salsa di pesce fermentato molto amata nell’antica Roma.

Analizzando il DNA dei resti di pesci trovati in una vasca di salagione del sito romano di Adro Vello in Galizia (Spagna), risalente al III secolo d.C., gli studiosi hanno identificato la sardina europea (Sardina pilchardus) come ingrediente principale del garum iberico.

La fermentazione del pesce, resa possibile dall’uso del sale, produceva una salsa ricca di sale e glutammato, simile ai moderni insaporitori. Esistevano diverse varianti a seconda degli ingredienti aggiunti (es. pepe, aceto, vino, olio, acqua). Il garum era molto richiesto e veniva esportato in tutto l’Impero, soprattutto dalle coste dell’Andalusia e del Nord Africa, dove si trovavano grandi impianti di produzione.

Come abbiamo già detto, la salsa veniva prodotta attraverso un processo di decomposizione del pesce, ciò ha reso molto difficile il riconoscimento delle specie ittiche trovate nelle vasche di salagione, in quanto i processi di fermentazione accelerano il degrado del materiale genetico.

Nonostante tutto, grazie alle moderne tecnologie, gli studiosi sono riusciti ad individuare il tipo di pesce utilizzato quale ingrediente base; e non solo. In altri siti di produzione di garum sono stati trovati anche resti di altre specie, come aringhe, merluzzi, sgombri e acciughe.

Lo studio del Centro Interdisciplinare di Ricerca Marina e Ambientale (CIIMAR) dell'Università di Porto, pubblicato su Antiquity, ha anche evidenziato una maggiore purezza genetica delle sardine antiche rispetto a quelle moderne. Inoltre, l’uso del DNA antico apre nuove possibilità per approfondire le abitudini alimentari e i commerci del mondo romano.

 

Domande e risposte

Dove veniva conservato il garum?

Nelle ANFORE: i container dell'antichità

Quando la parte liquida si era molto ridotta, s'immergeva in un recipiente pieno di liquamen un cestino; il liquido che vi filtrava dentro era garum, e veniva conservato in anfore nelle cantine.

 Come era fatto il garum romano?

 Il secondo prodotto che usciva dalle cetariae erano le salse, la più popolare delle quali era il garum. Per la sua produzione, le vasche venivano riempite di pesci piccoli (ciò che oggi chiamiamo minutaglia), acciughe, sgombri e le parti rimanenti dei pesci di dimensioni maggiori.

Cosa vuol dire garum?

Il garum era un'antica e diffusa salsa romana a base di pesce fermentato e sale, con origini ancora più antiche in Grecia e Fenicia. Era preparato con interiora, sangue e a volte piccoli pesci, che venivano messi a macerare al sole e salati per lunghi periodi. Oggi, il garum è stato riscoperto e reinterpretato, con moderne versioni che utilizzano tecniche di fermentazione più sostenibili per creare una salsa sapida e ricca di umami, impiegata in varie preparazioni culinarie. 

Dove posso acquistare il garum dei Romani?

Il Garum dei Romano è disponibile sul nostro sito ufficiale e presso punti vendita selezionati come gastronomie, epicerie, boutique del gusto, enoteche. Visita il nostro shop online per scoprire le offerte e le promozioni dedicate agli amanti della cucina gourmet.

Che cos'è il garum moderno?

 Il garum moderno viene fatto fermentare a 60° per più di due mesi con l'aiuto del koji; il risultato è una salsa densa che può essere utilizzata in molti modi in cucina, e anche gli avanzi di parmigiano e pancetta possono essere utilizzati in modo ottimale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA VIA APPIA - UNA ROTTA DI PIETRA TRA DUE MARI

LA VIA APPIA 

UNA ROTTA DI PIETRA TRA DUE MARI

La Via Appia non fu solo una strada: fu una rotta di pietra tra due mari, dove Roma incontrò altri mondi e scrisse pagine di storia che ancora oggi ci parlano.

 

Introduzione

La mia passione per Roma e per la sua storia nacque quando, ancora ragazzo, mio padre mi fece ascoltare per la prima volta il poema sinfonico di Ottorino Respighi (1924): I Pini della Via Appia.

Quelle note mi trascinarono dentro un sogno: sentivo la terra tremare sotto i passi delle legioni, le buccine chiamare all’avanzata, le trombe aprire la strada al trionfo sul Campidoglio. Era come trovarsi davanti a un film grandioso, che la mia fantasia di studente – allora immerso nello studio della potenza di Roma – trasformò in un ricordo indelebile. Da quel giorno, la musica e la storia divennero per me due vele gemelle gonfiate dallo stesso vento.

Con gli occhi del marinaio, oggi rivedo la Via Appia non solo come una strada di pietre, ma come una grande rotta tracciata sulla terra: una via che, come una corrente marina, univa due mari e apriva Roma verso due continenti. Era la sua autostrada d’acqua e di terra insieme, il corridoio che permise all’Impero di salpare verso l’Oriente. Su quella via si consumò l’incontro e lo scontro di civiltà diverse che, come onde provenienti da opposte direzioni, finirono per mescolarsi, generando nuove correnti di cultura, arte e pensiero.

La Via Appia fu dunque più di una strada: fu una rotta di vele e di triremi che proseguiva nel Mediterraneo, un porto sempre aperto dove le genti si incontravano come navi in rada. E ancora oggi, percorrendola con la memoria, si può sentire lo stesso vento che spingeva le legioni a terra e le flotte sul mare: il vento della storia, che non smette mai di soffiare.

 

Un po’ di storia...

Nel 2024, la 46a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, svoltasi a New Delhi in India ha iscritto il sito “Via Appia - Regina Viarum” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, per le tecniche ingegneristiche innovative grazie a cui fu costruita che ne fanno un sorprendente esempio di edilizia e architettura capace di illustrare una fase significativa nella storia umana. Inoltre, le prime 12 miglia, costellate da numerosi e celebri monumenti, costituiscono uno dei tratti dell’itinerario più celebrati nell’arte attraverso i secoli.

 

Era chiamata Regina Viarum, la regina delle strade.

Un appellativo quanto mai meritato visto che la via Appia antica era la principale arteria di comunicazione del mondo mediterraneo. Nel 312 a.C. fu il console Appio Claudio a dare il nome alla nuova arteria per costituire un asse viario che collegasse velocemente Roma ai Colli Albani, utile prima di tutto per il movimento delle truppe verso sud durante la Seconda Guerra Sannitica (326-304 a.C.).

Nel tempo, la strada seguì l’espansione del dominio romano e si estese prima a Capua, poi a Maleventum - trasformato, dopo la vittoria nel 268 a.C. su Pirro, in Beneventum, secondo la tradizione - e, successivamente, a Taranto e infine, per volere di Traiano, nel 191 a.C. avrebbe raggiunto Brindisi, il principale porto per la Grecia e l’Oriente.

Quando fu tracciata era un miracolo di innovazione tecnologica, migliore e soprattutto molto più duratura rispetto alle dissestate strade romane di oggi.

 

Il segreto?

Destinata ad essere percorribile in tutte le condizioni meteorologiche e con ogni mezzo, l’Appia aveva una pavimentazione realizzata con grandi pietre levigate e perfettamente combacianti, posate su uno strato di pietrisco capace di garantire tenuta e drenaggio.

 

 

Al di là del chiaro impiego militare, una volta completata, la strada divenne uno strumento di pace e di comunicazione per collegare Roma con le sponde dell’Adriatico, da dove non era poi difficile partire per quello che era ritenuto il faro culturale dell’Impero, ossia quella Grecia, protettorato romano dal 146 a.C. e tredici anni più tardi provincia della Roma imperiale.

Una funzione, quella dell’Appia, che non si esaurì con la fine della mastodontica struttura statale romana, ma ebbe vita lunga nelle epoche successive, assicurando facilità di movimento prima ai Crociati, poi a Federico II di Svevia e pure ai pellegrini che andavano a pregare a Gerusalemme.

Questa efficienza, mantenuta per oltre quindici secoli, era dovuta alla tecnica costruttiva della Regina viarum.

Larga quattordici piedi romani, ossia poco meno di quattro metri e mezzo, la strada prevedeva uno scavo che seguiva l’andamento dei bordi, indispensabili per dare il verso alla direzione. All’interno dello scavo si collocavano tre strati.

Il primo strato, detto statumen, era costituito da pietre grezze e grandi collocate nella sede stradale.

Il secondo strato consisteva nella messa in opera della malta e del pietrisco che assicurava il drenaggio sia dell’acqua meteorica (la pioggia), sia di quella di eventuali alluvioni.

Era detto glareatum oppure rudus e veniva battuto con cura.

Il terzo strato, l’ultimo, era formato da una miscela di malta, sabbia e puzzolana (detto nucleus) nel quale si affogavano i basoli di pietra lavica che costituivano il pavimentum. 

Si capisce, allora, perché l’Appia sia sopravvissuta a ogni prova del tempo atmosferico e di quello della Storia. Oggi, come un fiume carsico, la Regina viarum s’inabissa nella modernità per riemergere inaspettata portando con sé la memoria del passato, ma anche una speranza per il futuro. Infatti, se l’Appia sopravviverà alla sciatteria degli uomini, avremo un mondo migliore.

Questo pare essere il tacito messaggio contenuto nei sorprendenti “scatti” del fotografo Giulio Ileardi, pubblicati nell’elegante catalogo edito da Gangemi, arricchito dai contributi di Luigi Oliva a Simone Quilici, curatori dell’esposizione.

Qui ci accoglie un video che raccoglie i momenti salienti di questo viaggio nel lontano passato e, come ovvio, le fotografie che documentano, per esempio, l’opus reticulatum del Capitolium di Terracina, ma pure i resti di un sepolcro di età romana che convivono con l’insegna di un 'Pizza- Point' a Formia, oppure gli archi dell’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere che hanno per sfondo anonimi edifici di edilizia popolare.

E’ un’esperienza unica perché per arrivarci bisogna camminare su quello stesso 'basolato' che era stato calcato da Orazio e da Augusto, da Mecenate e da Costantino.

I nostri piedi, incredibile a dirsi, vivono quelle medesime esperienze e registrano le stesse sensazioni sebbene siano diverse le calzature. Solo che tutto questo non è teoria, ma sta nella memoria dei nostri piedi.

Allargate questa cartina Che sintetizza, la Via Appia antica con tutte le località: Capua, Benevento, Venosa, che collegavano Roma a Brindisi, attraversando quattro regioni: Lazio, Campania, Basilicata e Puglia. Il tracciato si snoda per circa 630 chilometri.

 

 

LE SUE FUNZIONI variarono col tempo:

Da via militare e commerciale di grande importanza, che collegava Roma con l’Italia meridionale, divenne nel tempo anche la strada dove transitavano i pellegrini per imbarcarsi per Gerusalemme.

Non è la via Francigena del sud che non è mai esistita e non esiste, oggi viene chiamata così per solo lucro turistico.

La vera ed unica Via Francigena parte dalla Cattedrale di Canterbury e termina alla Città del Vaticano.

 

LE PIU’ BELLE IMMAGINI DELLA VIA APPIA

 

La costruzione della Via Appia fu un’impresa monumentale che rifletteva secoli di straordinaria abilità artigianale.

 

 ROMA – BRINDISI

Regina Viarum (Appia Antica)

UN APPROFONDIMENTO DEL TRACCIATO

Per comodità Riportiamo la cartina che evidenzia i nomi delle località più conosciute.

 

Percorso

I tracciati: in bianco la via Appia, in rosso la via Traiana

Il percorso originario dell'Appia Antica, partendo da Porta Capena, vicino alle Terme di Caracalla, collegava l'Urbe a Capua (Santa Maria Capua Vetere) passando per Ariccia, Forum Appii, Anxur (Terracina) nei pressi del fiume Ufente, Fundi, Itri, Formiae, Minturnae  e Sinuessa (Sessa Aurunca). 

Da Capua  proseguiva poi per Vicus Novanensis (Santa Maria a Vico) e, superando la stretta di Arpaia, raggiungeva, attraverso il ponte sul fiume Ischero, Caudium (Montesarchio).

 Da qui, costeggiando il monte Mauro, scendeva verso Apollosa  e il torrente Corvo,  su cui, a causa del corso tortuoso di questo, passava tre volte, utilizzando i ponti in opera pseudo isodoma di Tufara Valle di Apollosa e Corvo, i primi due a tre arcate e l'ultimo a due. Essi furono distrutti durante la Seconda guerra mondiale,  e solo quello di Apollosa è stato ricostruito fedelmente.

È dubbio quale percorso seguisse l'Appia da quest'ultimo ponte fino a Benevento; rimane però accertato che essa vi entrava passando sul Ponte Leproso o Lebbroso, come indicato da tracce di pavimentazioni che conducono verso il terrapieno del tempio della Madonna delle Grazie.

Da cui poi proseguiva nel senso del decumano, cioè quasi nel senso dell'odierno viale San Lorenzo e del successivo corso Garibaldi, per uscire dalla città ad oriente e proseguire alla volta di Aeclanum (presso l'attuale Mirabella Eclano),  come testimoniano fra l'altro sei cippi miliari conservati nel Museo del Sannio. 

Superata Aeclanum (nota anche come Aeculanum), la strada giungeva nella Valle dell’Ufita  ove, presso la località Fioccaglie di Flumeri,  si rinvengono i resti di un insediamento graccano  denominato probabilmente Forum Aemilii.

Da tale centro abitato si dipartiva infatti una diramazione, la via Aemilia  diretta ad Aequum Tuticum  e probabilmente nell’Apulia adriatica.

L'Appia raggiungeva invece il mar Ionio a Tarantum  passando per Venusia (Venosa) e Silvium (Gravina). 

Poi svoltava a est verso Rudiae (Grottaglie) (transitando per una stazione di posta presente nella città di Uria (Oria) e, da qui, terminava a Brundisium (Brindisi), nell'allora Calabria) dopo aver toccato altri centri intermedi.

In epoca imperiale la Via Appia Traiana  avrebbe poi collegato, in maniera più lineare, Benevento con Brindisi passando per Aequum Tuticum  (presso Ariano Irpino Aecae  (Troia) Herdonias (Ordona), Canusium (Canosa)  e Barium (Bari). 

 

Monumenti e luoghi d'interesse storico lungo la Via APPIA, nei dintorni di Roma.

 

Nel tratto incluso nei confini di Roma Capitale  (I-IX miglio)

 

 

I° miglio

La via partiva originariamente da Porta Capena,  in seguito da Porta Appia. 

ARCO DI DRUSO

L’Arco di Druso, che ancora oggi si attraversa percorrendo la via Appia in uscita dalla città, si trova a pochi passi da Porta S. Sebastiano.
Si tratterebbe in origine dell’arco trionfale dedicato, nel 9 a.C., a Druso Maggiore, figliastro di Augusto, e successivamente inserito nel tracciato dell’Acquedotto Antoniniano.

Viandanti sull'Appia Antica. Dipinto del 1858 di Arthur John Strutt. 

 

  • Area archeologica del viadotto di via Cilicia

  • Fiume Almone 

  • Santuario di Marte Gradivo

      .  Tomba di Geta

 

Sepolcro di Priscilla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sepolcro di Priscilla è una tomba  monumentale eretta nel I Secolo a Roma sulla Appia antica, situata di fronte alla Chiesa del Domine quo Vadis.

 

Chiesa del Domine quo vadis

La chiesa del "Domine quo vadis", o Santa Maria in Palmis, è un piccolo luogo di culto cattolico che si trova a Roma, al bivio tra l’Appia Antica e la via Ardeatina, nel quartiere Appio-Latino. 

 

L'impronta del Quo Vadis

 

Villa dei mosaici dei tritoni

 

 

Cappella di Reginald Pole

 

Questo piccolo edificio di culto sorge all'inizio del II miglio della via Appia Antica, proprio all'incrocio con via della Caffarella. 

 

Colombario dei liberti di Augusto

Incrocio con via della Caffarella

 

Ipogeo di Vibia

L’ipogeo di Vibia è una catacomba di Roma  di diritto privato, sull'antica via Appia,  nel quartiere Appio-Latino. 

 

Catacombe di San Callisto

«Le catacombe per eccellenza, il primo Cimitero ufficiale della Comunità di Roma, il glorioso sepolcreto dei Papi del III secolo»

([Giovanni Battista de Rossi])

 

Le catacombe di San Callisto fanno parte del cosiddetto complesso callistiano, un'area di circa 30 ettari compresa tra la via Appia Antica, la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese, a Roma, che ospita diverse aree funerarie e catacombali.

 

Mausoleo delle Fosse Ardeatine

 

A pochi metri dalle catacombe di S. Callisto si trova il mausoleo delle Fosse Ardeatine, che rendere omaggio alla memoria delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Su questo luogo, lungo la via Ardeatina, sorgevano storicamente alcune cave di materiali vulcanici utilizzati a scopi edili, conosciute come Fosse Ardeatine. Durante l’occupazione tedesca di Roma, il 24 marzo del 1944, un gruppo di soldati tedeschi uccise qui 335 civili, nascondendone i corpi all’interno della cava, per rappresaglia nei confronti di un attentato del giorno prima da parte dei partigiani. A cinque anni dal tragico evento, il 24 marzo 1949, fu inaugurato un solenne mausoleo, in eterna memoria dei martiri romani.

 

Incrocio con via Appia Pignatelli

 

Basilica di San Sebastiano fuori le mura e catacombe di San Sebastiano

La basilica di San Sebastiano fuori le mura è un luogo di culto cattolico di Roma, nel quartiere Ardeatino, sulla via Appia Antica al numero 136. Fa parte delle sette Chiese visitate dai pellegrini in occasione del Giubileo. 

 

Complesso della Villa di Massenzio  (con palazzo, circo e mausoleo) e sepolcro dei Servilii

Casale di Romavecchia

 

Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Caetani

Il mausoleo di Cecilia Metella è un grandioso monumento funerario romano, situato nei pressi della via Appia.  Costituisce con il Castrum Caetani un continuum archeologico, che sorge a Roma, poco prima del III miglio della Via Appia Antica,  subito dopo il complesso costituito dal Circo,  dalla Villa,  e dal sepolcro del figlio dell'imperatore Massenzio, Valerio Romolo. 

      .  Chiesa di San Nicola a Capo di Bove

  •      Forte Appia Antica

 

Mausoleo di Sant’Urbano martire

Il Mausoleo di Sant'Urbano, situato sulla Via Appia Antica, è una monumentale tomba in laterizio databile al IV secolo d.C. Si trova non lontano dal Mausoleo di Cecilia Metella e deve il suo nome alla tradizione cristiana secondo cui la matrona Marmenia avrebbe qui trasportato le spoglie del vescovo e martire Sant'Urbano. 

 

Sepolcro di Hilarus Fuscus

 

 

Tumuli cosiddetti degli Orazi e Curiazi

 

Villa dei Quintili

La Villa dei Quintili è un sito archeologico situato a Roma,  tra il V miglio di via Appia Antica e il settimo chilometro di via Appia Nuova. 

 

Casal Rotondo

Casal Rotondo è un mausoleo romano in rovina sito al VI miglio della via Appia Antica.  

 

Acquedotto dei Quintili

L'acquedotto dei Quintili è uno dei monumenti in consegna al Parco Archeologico dell’Appia Antica. Un lungo tratto si conserva tra la via Appia Antica e la via Appoia Nuova  in prossimità di via del Casale della Sergetta e il Grande Raccordo Anulare.

. Sepolcro del vaso di alabastro (VII miglio

. Tempio di Ercole (VIII miglio)

.  Berretta del prete

.  Mausoleo di Gallieno (IX miglio)

 

Torre Leonardo

Torretta innestata su un antico sepolcro romano a Frattocchie di Marino (m. XI Appia Antica, km. 19 Appia Nuova).

I comuni interessati sono Ciampino e Marino  (nelle sue località Santa Maria delle Mole e Frattocchie). 

  • Sepolcro a tumulo "Monte di Terra"

  • Mausoleo circolare "La Mola" (a Santa Maria delle Mole,  non molto lontano dalla stazione ferroviaria) 

  • Sepolcro con torretta a Frattocchie  (XI miglio)

All'XI miglio, presso Frattocchie, questo primo tratto superstite dell'Appia antica si unisce alla Via Appia Nuova. 

 

 

 

Mausoleo della Conocchia - Via APPIA

Il *Mausoleo della Conocchia* o semplicemente la Conocchia, è il principale monumento di Curti CE: si tratta di un monumento funerario che si erge imponente e maestoso sul percorso dell'antica Via Appia; il nome popolare deriva dalla forma che ricorda la conocchia (o fuso), oggetto usato per filare.

Risalente probabilmente al II secolo d.C., il sepolcro è dotato di undici nicchie ove si posavano le urne cinerarie.

Secondo la tradizione vi fu sepolta anche Flavia Domitilla, la matrona romana nipote di Vespasiano, perseguitata da Domiziano perché era di religione cristiana.

Altre fonti, invece, affermano che in questo mausoleo furono depositate le ceneri di Appio Claudio Cieco, politico e letterato romano, che realizzò proprio la Via Appia nel 312 a.C.

 

VIA APPIA ANTICA - PARCO ARCHEOLOGICO - MINTURNO (LATINA)

 

 

VIA APPIA – Catacomba di PRETESTATO

La catacomba di Pretestato sorge al secondo miglio della via Appia Antica. Qui vediamo:

Fronte di sarcofago di bambino con due navi onerarie, contenenti sei anfore ciascuna, affrontate ad un faro.

Circa III sec. d.C.

[ Catacomba e Museo di Pretestato , Via Appia Pignatelli, 11, Roma ]

 

Imbarcazioni e marinai di Tempi Remoti

 

VIA APPIA - TERRACINA

Terracina 1910 - Porta Napoletana e il Pisco Montano che Traiano fece tagliare per agevolare il transito sulla Via Appia evitando la grande salita sul Monte Giove Anxur.

 

TORRE DEL FOGLIANO

 

TORRE DEL FOGLIANO - I laghi del Fogliano e di Paola furono usati già in antichità come porti naturali. Erano adiacenti al mare e da esso separati da lunghe dune costiere. Fu con il passaggio della Via Appia che merci e passeggeri poterono essere trasbordati su navi d'alto mare verso l'Oriente, con grande beneficio economico per le città pontine. Questa torre e quella di Paola proteggevano gli ingressi al mare.

 

 

BRINDISI

 

La "ricostruzione" dell'epoca romana a Brindisi, intesa come l'insieme di elementi e strutture che caratterizzano la città nel periodo romano, include la presenza di un importante porto commerciale, l'istituzione della via Traiana che la collegava a Roma, la costruzione di infrastrutture come acquedotti e terme, e la definizione di un impianto urbanistico ortogonale. Il porto era un caposaldo per le rotte commerciali verso Oriente e sede di eventi storici e intellettuali, e tutt'oggi resti di domus, tracciati viari e strutture pubbliche sono testimoniati da scavi archeologici nel centro storico.

 

Le due colonne che attestano la fine della Via Appia al porto di Brindisi

 

 

Potenti mura di fortificazione racchiudevano l'abitato che era rifornito da un imponente acquedotto attraverso un Castellum Aquae ubicato presso le mura. Rimangono resti di tracciati viari, edifici abitativi, domus con pavimenti a mosaico, edifici pubblici e tombe identificati all'interno dell'attuale centro storico, attraverso rinvenimenti occasionali e scavi stratigrafici. 

Un ampio quartiere abitativo, attraversato da uno dei quattro cardini della città romana, è visibile nell'area di S. Pietro degli Schiavoni, a breve distanza dall'area in cui doveva sorgere il Foro (attuale Piazza Vittoria). In questo settore della città era ubicato anche un complesso edificio termale pubblico. 

Brindisi divenne così il principale porto romano verso l'Oriente, sia come base navale per tutte le guerre con la Macedonia, la Grecia e l'Asia minore, sia come importante centro commerciale, in sostituzione di Taranto, la cui importanza era assai diminuita dopo la conquista romana.

Brindisi rimase una florida e attiva città per tutto il periodo imperiale romano, Plinio la menziona per la produzione di specchi in bronzo, Varrone per la coltivazione della vite e Cassio Dione ne ricorda i venditori ambulanti di libri in lingua greca.

Resti di domus romane sono nella chiesa del Santo Sepolcro e palazzo Granafei. Sparsi ai margini delle strade s’incontrano rocchi di colonne, macine, capitelli; inseriti o murati sugli edifici sussistono puttini e busti.

 

L’ultima curiosità....

L'origine della parola italiana "brindisi” (nel senso di fare un brindisi) non ha a che fare con la città di Brindisi, ma deriva dallo spagnolo "brindis", che a sua volta deriva dalla formula tedesca "bring dir's", un invito a portare il calice come saluto augurale che risale a pratiche antiche, come lo scontro dei calici per verificare la presenza di veleno, un gesto che poi si è evoluto in un rito conviviale per esprimere amicizia, affetto e augurio di benessere, con diverse espressioni come "Salute!" che derivano dal latino. 

 

 Conclusione

Oggi la Via Appia ci appare come un segno antico inciso nella terra, ma agli occhi del marinaio rimane soprattutto una rotta. Una rotta che univa mari e continenti, che dava a Roma la forza di gettare ancore in porti lontani e di spiegare vele verso nuovi orizzonti.

Ogni pietra di quella strada racconta il passo di un legionario, ma anche il respiro del Mediterraneo che l’accompagnava. La Via Appia fu, ed è ancora, un ponte tra terra e mare: un viaggio che non finisce mai, perché continua ogni volta che percorriamo le sue pietre con la memoria o navighiamo sulle sue rotte con l’immaginazione.

Così come un marinaio sa che il mare non ha confini, Roma seppe che la sua via più celebre non era soltanto un cammino: era il mare stesso trasformato in strada.

 

 

Carlo GATTI 

Rapallo, lunedì 22 settembre 2025