WILHELM GUSTLOFF - Una tragedia dimenticata

WILHELM GUSTLOFF

UNA TRAGEDIA DIMENTICATA

Quando si parla di grandi naufragi si viene catturati quasi sempre da nomi famosi come: Principe de Asturias (500 vittime), Titanic (1.513), Empress of Ireland (1.024), Lusitania (1.152), Conte Rosso (1.300), Andrea Doria (54) e di altri di cui la cronaca si occupa, purtroppo, anche ai giorni nostri. Alcuni di questi “relitti d’autore”, addirittura, riemergono ciclicamente dagli abissi per approdare sugli schermi del cinema sotto forma di fiction che addomesticano la vera storia per un pubblico bisognoso di sogni per esorcizzare il nemico che sta dietro l’angolo.

Ancora una volta prendiamo le distanze da questo mondo virtuale e puntiamo invece il riflettore su una tragedia che, sebbene quasi nessuno conosca, detiene tuttora un tragico primato: l’altissimo numero di vittime.

Si tratta della nave passeggeri tedesca Wilhelm Gustloff (nella foto) che fu affondata da un sommergibile sovietico il 30 gennaio 1945 nel Mar Baltico durante l’ultima fase della Seconda guerra mondiale. Il naufragio causò, secondo le ultime prove documentali, la morte di oltre 10.000 persone, divenendo il più grave mai registrato nella storia navale.

La Wilhelm Gustloff, costruita dalla Blohm und Voss di Amburgo, fu varata nel 1937, per la compagnia Kraft durch Freude (KdF = ”Forza attraverso la gioia”) che era un'organizzazione ricreativa della Germania nazionalsocialista. Aveva la considerevole stazza di 25.893 tonnellate ed era lunga oltre 200 metri. L’inaugurazione della Wilhelm Gustloff ebbe luogo presso il cantiere n.51 della B.&V. Non si trattava di una nave passeggeri particolarmente innovativa, ma rappresentava un efficace strumento di propaganda riunendo l’ideale dell’unità  “ariana”, il sogno tedesco e l’affermazione dell’ideologia nazista.
Doveva per questo motivo chiamarsi Adolf Hitler, ma le fu imposto Wilhelm Gustloff, capo della sezione elvetica del partito nazionalsocialista che fu assassinato il 4 febbraio del 1936 a Davos dallo studente ebreo David Frankfurter. L’omicidio aveva l’obiettivo di scuotere il popolo ebraico esortandolo a combattere contro l'oppressione nazista.

La Gustloff era la nave ammiraglia della flotta KdF che possedeva numerose altre navi altrettanto grandi e famose, ma la Gustloff aveva un suo fascino particolare e numerose furono le crociere compiute nell'Oceano Atlantico, nel Mar Mediterraneo e nei mari del Nord, alle quali aderirono la ricca borghesia tedesca dell’epoca.

La sua storia bellica inizia come “Trasporto Truppe” (nella foto) nel maggio del 1939, quattro mesi prima dell'inizio della Seconda guerra mondiale. La Gustloff si affiancò ad altre quattro navi della KdF, la Robert Ley, la Der Deutsche, la Stuttgart, la Sierra Cordoba, ed infine la Oceana (non facente parte della KdF). Tutte queste navi avevano il compito di trasportare la Legione Condor dalla Spagna alla Germania dopo il successo ottenuto dai nazionalisti franchisti contro le forze repubblicane.

Nel settembre del 1939, le forze armate tedesche trasformarono ufficialmente la Gustloff in “Nave Ospedale” (Lazarettschiff D) (vedi foto) assegnandola alla Kriegsmarine. Non poteva trasportare materiale bellico ed era monitorata secondo un rigido protocollo internazionale. Era stata riverniciata di bianco, con una banda verde lungo tutta la carena su entrambi i lati e mostrava numerose croci rosse sul ponte, sul fumaiolo e sui lati. Il primo impiego della nave ospedale fu nella zona di Danzica al termine della campagna polacca. Rimase per molte settimane alla fonda in quella baia per l’imbarco e la cura di numerosi feriti supportando le operazioni di guerra contro i sovietici. Dal maggio 1940 fino al luglio dello stesso anno, la Gustloff operò nella zona di Oslo in Norvegia, come ospedale galleggiante durante la campagna di Norvegia (nome in codice “overlord”). Lasciò Oslo con 560  feriti a bordo e durante l'estate del 1940, le fu ordinato di tenersi in allerta per  l’invasione dell'Inghilterra, che fu poi cancellata. Ancora una volta salpò da Oslo con altri 414 feriti. Subito dopo il viaggio terminò il servizio di “Nave Ospedale” e si spostò a Gotenhafen (Gdynia-Polonia) e venne adattata come “Nave Caserma” al servizio della Kriegsmarine affiancando i numerosi U-boot tedeschi. La Gustloff, prima sotto il comando della 1ª Divisione Unterseeboots (sottomarini), e poi della 2ª Divisione Unterseeboots, rimase all'ancora a Gotenhafen per oltre quattro anni.

L’Epilogo. Nel gennaio del 1945 la W. Gustloff rientrò in servizio prendendo parte attiva all'Operazione Annibale che fu la più imponente evacuazione di tutta la storia: 2.000.000 di rifugiati, soldati e feriti furono salvati, trasportati e messi al sicuro dall'avanzata sovietica verso ovest. Tutte le più grandi navi della KdF: Cap Arcona, Robert Ley, Hamburg, Deutschland, Potsdam, Pretoria, Berlin, Goya ed altre vennero utilizzate per l’O.A. nei porti di Danzica e Gotenhafen. Non tutti però riuscirono a salvarsi. Dalle 25.000 alle 30.000 persone morirono, soprattutto in seguito agli affondamenti della Gustloff e del Goya per un totale di oltre 15.000 morti. Considerando il numero di persone trasportate, le condizioni climatiche e il periodo di guerra, tale operazione fu comunque un successo dimostrando l’organizzazione e la determinazione della macchina di soccorso tedesca.

L’atto finale della Wilhelm Gustloff secondo l’interpretazione del pittore Irwin J.Kappes

L'affondamento. Quando la Gustloff uscì dal porto di Gotenhafen il 30 gennaio 1945, il tempo era pessimo: vento molto forte, nevicava e la temperatura era –10° e molte lastre di ghiaccio consistente galleggiavano pericolosamente nel Baltico. In quelle condizioni climatiche, la sopravvivenza per un naufrago erano nulle. La Gustloff, armata solo di qualche arma antiaerea, iniziò il suo ultimo viaggio senza alcuna scorta militare e senza installazioni antisommergibili.

Alle 21,08 del 30 gennaio 1945 il sommergibile russo S-13 comandato da Alexander Marinesko, lanciò tre siluri contro la Gustloff. Il primo colpì la nave a prua sotto la linea di galleggiamento. La nave sbandò subito a dritta. Immediatamente fu lanciato l'SOS e i razzi di segnalazione. Il secondo siluro la colpì sotto la piscina facendo esplodere l’intera struttura, ed infine il terzo siluro colpì la Sala Macchine devastando l'intero scafo. In quelle condizioni, la nave resistette 40 minuti all’invasione del mare dalle numerose falle. Poi si mise in verticale e s’inabissò di prora. La Gustloff affondò nelle acque nere e fredde del Baltico portando con sé oltre 10.000 persone. La più attendibile ricerca sul numero delle vittime é quella di Heinz Schön che riassume il “quadro” delle persone imbarcate secondo il seguente schema: 8956 rifugiati, 918 tra ufficiali e membri della 2. Unterseeboot-Lehrdivision, 373 donne delle Unità Ausiliarie, 173 uomini delle forze navali, 162 soldati feriti per un totale di 10.582 persone.

L'affondamento della Gustloff fu il più grave e spaventoso evento nella storia navale. Nessuna tragedia ebbe perdite di vite umane così pesanti. Ad inizio secolo lo scrittore tedesco Günter Grass ha raccontato il dramma di questo transatlantico nel libro: “Il passo del gambero”. Oggi il relitto della Wilhelm Gustloff é considerato alla stregua di un cimitero di guerra. L’intera area é interdetta a qualsiasi tipo d’immersione in segno di doveroso rispetto verso la più grande tragedia del mare.

Carlo GATTI

Rapallo, 19 settembre 2013



L'URAGANO SANDY affonda il BOUNTY del cinema

L’uragano “Sandy”

affonda il Bounty del cinema

L’imbarcazione era stata utilizzata nel film I Pirati dei Caraibi

Un momento felice del Bounty

Come un film, peggio del peggior film, l’uragano Sandy, la tempesta più prevista e pubblicizzata della storia, capace di tenere in ostaggio 60 milioni di americani, ha fatto due vittime sul mare e ha affondato uno scafo simbolo, un nome storico della letteratura, del cinema e della storia della navigazione: la “replica” del Bounty.

Il Bounty sta affondando

Era una copia della fregata mercantile della Royal Navy britannica, costruita per il film del 1962: 'Gli ammutinati del Bounty', con Marlon Brando nel ruolo di Fletcher Christian, il 'secondo di bordo' che nel 1789 comandò la rivolta contro il capitano William Bligh, e poi guidò gli ammutinati fino all'isola di Pitcairn, dove si stabilirono per sfuggire alla Royal Navy che aveva iniziato a cercarli ovunque. La storia ci racconta che l’inquieto ufficiale imbarcò nel 1787  sul veliero Bounty diretto a Tahiti per un carico di "alberi del pane”. Fu nominato Secondo su raccomandazione del comandante William Bligh, diventandone poi il luogotenente durante la navigazione. Il Bounty raggiunse Tahiti il 26 ottobre 1788 dove sostò per cinque mesi prima di rientrare alla base con il carico il 17 aprile1789. Poche settimane dopo, il 28 aprile 1789, a circa 1300 miglia a ovest di Tahiti, nei pressi di Tonga, Fletcher Christian capitanò il celebre ammutinamento decidendo, tra l’altro, di abbandonare il capitano della nave e i marinai a lui fedeli su una scialuppa in mezzo al mare.

173 anni dopo, nel 1962, Lewis Milestone decide di portare sul set la vera storia dell'ammutinamento, tratta dal romanzo “Mutiny on the Bounty” di Charles Bernard Nordhoff e James Norman Hall. Il film ruota attorno ad un grande Marlon Brando, affiancato sul set da Trevor Howard, Richard Harris, Hugh Griffith e Richard Haydn. Per l'occasione, Hollywood costruì una copia praticamente esatta del Bounty originale che é sopravvissuta 50 anni, forse troppo per un veliero in legno d’epoca, sebbene motorizzato e attrezzato di moderni strumenti e di conforts.

La cronaca di questi giorni ci dice che il veliero “H.M.S. Bounty” non ha avuto scampo contro onde alte 7/8 metri, sollevate dai 50 nodi di vento furioso mentre si trovava al largo delle coste del North Carolina. Impossibilitato a governare, il veliero ha iniziato ad imbarcare acqua, le pompe di sentina sono andate rapidamente fuori uso e, dopo alcune ore, il comandante ordinò al suo equipaggio di abbandonare le nave e di lui non si seppe più nulla. I quattordici sopravvissuti ce l'hanno fatta grazie allo spericolato intervento della Guardia Costiera, prima con un Hercules C-130 da ricognizione, poi con due elicotteri intervenuti in loro soccorso a circa 90 miglia a Sud-Est da Capo Hatteras che hanno issato i naufraghi a bordo con i verricelli di bordo. Poi, nella serata un altro elicottero ha localizzato il corpo "inanimato" di Claudene Christian, 42 anni che, per ironia della sorte, aveva lo stesso cognome del protagonista degli “Ammutinati del Bounty”. Non c'é stato invece nulla da fare per il veliero. Dopo essere stato  abbandonato alla deriva, si é poi sfasciato tra le secche di un basso fondale.  “Il suo albero di maestra svetta ora tra le onde”, ha riferito l'ammiraglio della Guardia Costiera, Robert Parker.

Il Bounty aveva lasciato il Connecticut giovedì 25 ottobre con a bordo 11 uomini e 5 donne tra i 20 e i 66 anni, tutti consapevoli della pericolosità della traversata. Secondo i sopravvissuti, il comandante avrebbe cercato di aggirare l’uragano, ma dopo due giorni in balia della tempesta si è reso conto che le difficoltà aumentavano: “Credo che ci saremo dentro per parecchi giorni”, aveva scritto in un messaggio sulla pagina Facebook della nave, una sorta di diario di bordo. “Cerchiamo di uscirne prima possibile”.

Lunedì 29 ottobre, il Bounty ha cominciato a imbarcare acqua, i motori sono andati in avaria, la nave si é traversata agli elementi, é seguito il lancio del May Day-May Day, l’abbandono-nave e il si “salvi chi può” sulle scialuppe calate nel mare tempestoso. Al momento dell’arrivo del primo elicottero, una luce stroboscopica era visibile sull’albero di maestra del Bounty ormai semi affondato.

Come vedremo tra poco, la forza distruttrice della natura ha infatti paralizzato parte del Nord America, bloccando letteralmente New York. Metropolitane invase dall'acqua, strade allagate, corrente elettrica saltate, linee telefoniche mute. La Grande Mela si é piegata al passaggio di Sandy.

Una bella immagine del Bounty

Storia della tempesta

L'Uragano Sandy è stato definito un Ciclone Post-Tropicale di fine stagione che ha colpito la Giamaica, Cuba, Bahamas, Haiti, Repubblica Dominicana e la Costa Orientale degli Stati Uniti  raggiungendo la zona a sud della Regione dei Grandi Laghi  degli Stati Uniti e il Canada orientale. È il diciottesimo ciclone tropicale, la diciottesima tempesta di ‘nome’ e il decimo uragano  del 2012.


La rotta a salire dell’uragano Sandy vicino al suo picco di forza il 29.10. 2012

Formazione  ........         22 ottobre 2012

Venti più veloci ........     175 km/h

Pressione minima ........ 940 mbar

Vittime  .................      182 (110 negli USA)

Danni  ...................      50 miliardi $

Aree colpite  ..............   Giamaica, Cuba, Hispaniola, Bahamas, Florida

Sandy si è sviluppato nel Mar dei Caraibi  occidentale il 22 ottobre 2012. È diventato depressione tropicale ed è stato promosso tempesta tropicale sei ore più tardi. La vasta depressione si é mossa lentamente dalle Grandi Antille verso nord rinforzandosi. Il 24 ottobre il fenomeno Sandy, poco prima di investire la Giamaica, è stato classificato uragano. Nel suo vorticoso movimento verso nord, Sandy ha ripreso il mare e nelle prime ore della mattina del 25 ottobre ha investito Cuba come uragano di categoria 2. Durante la tarda serata del 25 ottobre, Sandy si é leggermente indebolito passando a uragano di categoria 1. Nelle prime ore del 26 ottobre, ha investito le Bahamas. Sandy brevemente indebolito a tempesta tropicale nelle prime ore del mattino del 27 ottobre, si é poi di nuovo rinforzato, classificandosi di categoria 1 durante la mattinata. Poco prima delle 8 del mattino del 29 ottobre, Sandy ha accostato a nord-nord-ovest, si é avvicinato verso la costa degli Stati Uniti, mantenendo categoria forza 1. L'impatto di Sandy si é esteso dalla Virginia al New England, con venti fortissimi che hanno raggiunto l’hinterland producendo cospicue nevicate sui monti del West Virginia.

La tempesta tropicale di proporzioni mai viste prima da quelle parti, ha colpito New York city la sera del 29 ottobre allagando subito numerose strade, scantinati tunnel a Lower Manhattan e in altre aree della città. Secondo le stime del Comune, solo nella fascia costiera degli Stati Uniti oltre 4 milioni di persone sono rimaste senza energia elettrica.

CONCLUSIONE: abbiamo riportato appositamente la storia di SANDY per sottolineare che l’emergenza nazionale era già stata dichiarata il 22 ottobre quando si cominciò a monitorare lo spostamento sempre più preoccupante di quella eccezionale massa ciclonica. Da quel momento, l’allerta generale fu diffuso in ogni angolo della terra e fu mantenuta sino al suo esaurimento finale.

Sfogliando l’album dei ricordi, notiamo che già nei primi anni ’60, ogni nave proveniente dall’Europa e destinata ad un qualsiasi porto atlantico degli USA, durante la “rottura dei tempi”, era continuamente bombardata dai “gale warning” locali (avvisi di burrasca molto precisi). Qualsiasi piccola o grande depressione era segnalata, seguita e monitorata. Dopo 50 anni, nel campo della meteorologia satellitare, la tecnologia ha fatto passi da gigante, eppure c’é sempre qualche “belinone” che ne sa una più del diavolo... Questa volta é stato il turno della “replica” del Bounty. D’accordo che era perfettamente funzionante, motorizzata e che veniva impiegata per trasportare passeggeri in cerca di emozioni... ma era pur sempre un “legno” di 50 anni. Tutto ha un limite! L’area interessata alla depressione era di ben 3200 Km. Come pensava il Comandante di aggirarla? Quella sua presenza davanti a Capo Hatteras mentre scendeva dalla Carolina del Nord verso la Florida, per sfidare Sandy nei giorni della sua massima esplosione e potenza, ci appare oggi misteriosa, inquietante, per non dire folle! A questo punto esiste il sospetto, più che fondato, che il delirio d’onnipotenza di certi comandanti della nostra epoca, probabilmente “sniffanti” e in cerca di gloria, debba essere contrastato dalle Autorità prima che un intero settore finisca in malora.

Carlo GATTI

Rapallo, 19 settembre 2013



SAINT MALO' - UNO SCOGLIO, UNA STORIA

SAINT MALO' - UNO SCOGLIO, UNA STORIA

«Abitante di S.Malo’ prima, bretone può darsi, francese per quello che resta »

Saint Malo' è la città storica più famosa di tutta la Bretagna. Si trova in un sito unico, alle bocche del fiume Rance , non lontano da Mont Saint-Michel. La città costiera é fortificata con una cintura di bastioni e il suo centro storico, arroccato su un'isola disegnata geometricamente, guarda la Manica con aria di sfida. La baia é circondata da forti del ‘600 e ‘700 che furono costruiti su secche massicce come vedette avanzate. Lo spettacolo diventa suggestivo quando la marea montante cancella il piedistallo di granito e i forti sembrano galleggiare sull’acqua. L’ampiezza del fenomeno può raggiungere  i 12 metri. Con la bassa marea compaiono invece vaste spiagge di sabbia fina che accolgono innumerevoli turisti a caccia di scatti fotografici. Questi capolavori d’ingegneria militare proteggevano Saint-Malo’ dagli Inglesi che attaccavano più volte dal mare senza mai riuscire ad espugnarla.

Oltre ai bastioni che con le loro mura circondano tutta la città con porte che ne permettono l'accesso, a Saint-Malo’ esistono, come ulteriore protezione, dei forti eretti su scogli raggiungibili a piedi con le basse maree.

Su uno di questi faraglioni, l'Ile du Grand-Bé, si trova la suggestiva tomba del grande scrittore romantico René de Chateaubriand nato a Saint-Malo’ nel 1768 che volle essere sepolto qui, sotto una lastra sormontata da una croce rivolta al mare.

Ricostruita dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, Saint Malo’ é oggi in grande espansione e il suo fascino antico e prezioso resta come città dai molti volti. Nelle notti invernali, quando il mare s’infrange sugli scogli e le luci della città si spengono, le strade piombano nel silenzio penetrato dal profumo delle erbe selvatiche e della lavanda che cresce spontanea. Il magico vento del Nord diventa allora il padrone assoluto che sferza i pensieri e mette a nudo l’anima dei suoi abitanti.

In questa atmosfera Saint Malo’ assume l’immagine di un grande schermo che riflette “avventure di mare” ed é facile immaginare la minacciosa flotta inglese avvicinarsi con l’artiglieria puntata contro la fortezza.

Sui bastioni l’attendono ancora i cannoni al loro posto, puntati sull’oceano da cui provengono tutti i pericoli.

Queste armi, divenute ormai un ammasso di ruggine, per secoli avevano protetto la città dalle incursioni dei Sassoni che, nonostante dominassero tutti i mari del mondo, non ebbero mai la meglio su questi intrepidi capitani, corsari ed armatori.

Aperta al commercio marittimo fin dal Medio Evo,  Saint-Malo’ raggiunse presto l’apice della sua fama come città corsara . Dal Quattrocento in poi la città fu uno dei più grandi rifugi di pirati d'Europa e dal Seicento i suoi corsari passarano al servizio del Re di Francia, cacciando le navi inglesi e spagnole che intralciavano i loro commerci nell'Atlantico depredando le navi assalite con regole di guerra. I corsari più famosi di Saint-Malo furono René Duguay-Yrouin  e Surcouf che cacciò le navi inglesi nei mari indiani.

Mentre il pirata era colui che attaccava i vascelli tenendosi tutto il bottino e il suo destino finale era l’ignobile impiccagione, il corsaro attaccava navi nemiche per ordine del Re di Francia da cui aveva ricevuto la "lettera di corsa", ossia l'autorizzazione ad attaccare navi mercantili nemiche. Al Re spettava il grosso del bottino e il corsaro percepiva solo una percentuale e prestigiose onorificenze. Gli interessi commerciali di Saint Malo, a questo punto, conciliavano con quelli del Regno e la figura del corsaro commerciante e navigatore assumeva anche una valenza militare. In tal modo, i corsari-armatori s’arricchirono sia per i commerci sia per gli assalti alle navi nemiche.

Nel centro storico sono tuttora visitabili le eleganti residenze degli armatori-corsari che non rinunciavano ad un sobrio tocco di nobiltà. Le riunioni per pianificare in tutta sicurezza i loro progetti "semi-legali", avvenivano in scantinati simili a labirinti che nascondevano le ricchezze depredate.

Tuttavia, si ha la reale percezione del fenomeno soltanto quando ci si trova al cospetto delle cosiddette Malouinières, piccoli castelli rurali che gli armatori-corsari più ricchi si facevano costruire nella campagna circostante una volta raggiunto l’apice della propria carriera in mare.

La carriera di questi capitani coraggiosi era dura e lunga. A 14 anni andavano a pesca di merluzzo sui banchi di Terranova-Canada che fu scoperta nel 1534 proprio da J.Cartier di Saint Malo’, poi alla scuola nautica Diderot, a 25 anni erano comandanti e corsari, a  40/45 diventavano armatori. Nella storia marinara di questa città, si legge di alcuni armatori che morirono sostituendo giovani capitani morti in mare e che le donne di famiglia diventassero a loro volta armatori.

Alla fine del XVI secolo le genti di Saint Malo’, forti delle loro ricchezze conquistate in mare, costituirono una Repubblica Indipendente seguendo l’esempio delle nostre Repubbliche Marinare.

Saint-Malo’ diventò molto ricca nel XII secolo quando i corsari controllavano il traffico marittimo nei Mari del Sud e nelle Indie Orientali e i suoi banchieri diventarono i principali importatori del denaro sud-americano in Francia.

René Duguay Trouin (1673-1736) Il più celebre corsaro (si può vedere la sua statua sul bastione St.Louis, nella quale è raffigurato con parrucchino e abito di corte) di Luigi XIV, si distinse durante le guerre contro l'Inghilterra e l'Olanda. Figlio di un ricco armatore fu imbarcato a 16 anni su una nave corsara per mettere fine ad una giovinezza burrascosa. A 24 anni viene integrato nella Marina Reale con il grado di capitano di fregata. Dopo aver conquistato nel 1711 il porto di Rio de Janeiro fu nominato capo-squadriglia (nel 1715), poi luogotenente generale nel 1728; ricevette dal Re anche un titolo nobiliare. Morì a Parigi ma i suoi resti furono in seguito trasferiti nella Cattedrale St. Vincent di St Malo’.

Robert Surcouf (1773-1827) Rispondendo alla chiamata del mare, cominciò molto giovane una carriera ricca di favolosi exploits, che si svolse sotto il Consolato, ma soprattutto nel periodo Imperiale e lo portò a catturare numerose navi inglesi. Egli fu inizialmente un negriero, poi un corsaro ed accumulò un'enorme ricchezza che gli consentì di andare in pensione con largo anticipo (a 36 anni). Si dedicò poi alla formazione di altri corsari e divenne un grande armatore, continuando così ad accrescere la sua fortuna. E' sepolto nel cimitero di St. Malo.

CURIOSITA’

Gli armatori-corsari di Saint Malo’ allevavano i colombi viaggiatori e li addestravano a ritornare al loro nido nelle Malouinièrs con dei messaggi. I volatili potevano compiere 1.000 km al giorno e quando venivano liberati, per esempio a Marsiglia, l’armatore veniva a sapere in giornata che la sua nave era arrivata a destinazione.

Carlo GATTI

Rapallo, 20 settembre 2013


 



COS'E' LA PUDDINGA?

 

Cos'é LA PUDDINGA?

Il mare e la puddinga si sposano in quest’incantevole scenario della nostra riviera

Questo mini faraglione é noto con il nomignolo: CAREGA (sedia) per la sua inequivocabile forma. Spesso da ottobre a maggio funziona da osservatorio e trampolino per i cormorani, gabbiani e saltuariamente anche aironi. Lo scoglio si trova lungo la passeggiata tra Santa Margherita e Paraggi. Un esemplare di Pino d’Aleppo lo sovrasta offrendo uno scorcio tra i più suggestivi della zona.

Chi ama passeggiare in mezzo alla natura nostrana, si sarà accorto che a partire dalla zona di mare sottostante il convento della Cervara e proseguendo in direzione Portofino, gli scogli sembrano artificiali.

Le pietre ovali e rotonde appaiono impastate con una sorte di cemento, come se migliaia di antichi muratori si fossero messi al lavoro per ordine  di un fantomatico e stravagante Signore d’altri tempi. Invece, quella forma di stramba architettura marinara ha un nome, si chiama puddinga. Se ne vedono pochi esemplari nel mondo e noi siamo tra i pochi testimoni, per lo più distratti e disinteressati, che si ritengono dei privilegiati osservatori.

In questa carta geologica del Promontorio del Parco di Portofino, la parte superiore rappresenta il la roccia di calcare, mentre la parte inferiore quella di puddinga o conglomerato.

Il Promontorio di Portofino si snoda per 13 km, con coste rocciose che degradano dolcemente in mare. La puddinga di Portofino e il calcare del Monte Antola coesistono formando due entità geologiche distinte. Il monte Antola (1597 mt s.l.m.) è situato nella zona tra le quattro province  di Genova, Alessandria, Piacenza e Pavia. E’ la cima più elevata dell’omonimo parco e si trova sul crinale che raccorda l’alta Valle Scrivia con l’alta Val Trebbia. Si distingue per la sua sommità erbosa, a forma piramidale, sopra la quale si innalza una croce. Ai piedi della vetta sorge una piccola cappella.

La baia di Paraggi ed il mar color smeraldo appena schiarito dal riflesso della puddinga

I geologi preferiscono usare il termine tecnico conglomerato e fanno risalire la sua nascita a circa 30 milioni di anni fa. Si tratta di una roccia sedimentaria composta da ciottoli trasportati  da corsi fluviali o correnti marine.  In Liguria si può trovare nella zona del monte Maggio e del monte Antola, oltre che nel promontorio di Portofino. Scientificamente, questa particolare roccia è costituita: da ciottoli rotondi e ovali di varia grandezza cementati da una matrice calcareo arenacea o marnosa. Oppure, viene anche definita: roccia sedimentaria costituita da frammenti tondeggianti cementati con leganti a base di calcare, silice o argilla che fa pensare ad una sedimentazione in ambiente marino.

Il lettore si chiederà da dove derivi il curioso nome puddinga? E’ presto detto. Pudino é la voce usurpata agli Inglesi (PUDDING) che più comunemente corre nella forma ‘budino’. (Torta composta in varie maniere, nella quale sogliono entrare come ingredienti l’uva di Corinto e frutta candita). Ma la nostra puddinga, purtroppo, non é commestibile e rappresenta proprio un’altra sostanza che ricorda il ‘pudding anglosassone’ soltanto nel rimescolamento degli ingredienti pietrosi. Abituati, ormai, ad accostare la roccia di puddinga soltanto al lato mare del Promontorio di Portofino, rimaniamo sorpresi nello scoprire che anche l’entroterra di Genova ci offre spettacolari scenari come mostra la foto qui sotto.

Scenografici torrioni di puddinga

Alta Valle Scrivia. Il castello dei Fieschi a Savignone si trova incastrato su un roccione di puddinga. Fu un tempo fortezza e residenza padronale nonché oggetto di battaglie e assedi.

Altri poderosi blocchi rocciosi di puddinga sono conosciuti a livello scientifico come Conglomerato di Savignone, chiamato cosí proprio per la particolare diffusione che ricopre in Valle Scrivia (Monte Maggio, Monte Reale, Savignone), ma anche in Val Borbera (Ripa di Rocchetta L. Strette di Pertuso).
Osservandone gli svettamenti sembra di vedere un’antica colata di cemento con tantissime pietre di fiume catturate e ‘annegate’, con cui la natura impartisce un’innovativa tecnica costruttiva ai posteri. Questo conglomerato si é formato circa 25 milioni di anni fa (Oligocene) in seguito ai movimenti della crosta terrestre causati dalla deriva dei continenti; geometricamente si sovrappose poi ai calcari del Monte Antola.

Laddove sono presenti le puddinghe, il paesaggio assume un aspetto ripido e scosceso, mentre i corsi d'acqua sembrano seguire percorsi obbligati tra la dura roccia oligocenica.

Un altro raro e stupefacente scenario dello stesso tipo geologico, lo troviamo nella Val Vobbia, dove le alte strutture rocciose risultano essere i torrioni del Castello della Pietra e le Rocche del Reopasso, che s’innalzano entrambe dalle gole della valle.
(vedi foto sotto). Le ultime sono costituite da una cresta rocciosa di puddinga e si trovano nell'Appennino Ligure, in valle Scrivia, tra i comuni di Busalla, Crocefieschi e Vobbia, all’interno del Parco.

Il castello della Pietra (nella foto) é un’antica fortificazione sita nel comune ligure di Vobbia, ubicato nell’omonima valle in cui scorre il torrente Scrivia.  La costruzione é incastonata tra le rocce di puddinga e costituisce il più caratteristico monumento dell’entroterra genovese. Polo d’attrazione culturale e paesaggistico del Parco naturale regionale dell’Antola.

Da lontano hanno un aspetto veramente impressionante e si comprende come le popolazioni di queste zone le abbiano chiamate così. Due torrioni di puddinga alti 150 metri circa, dall’aspetto  dolomitico,  si stagliano solitari contro il cielo, spogli, austeri e inquietanti.

CARLO GATTI

Rapallo, 20 settembre 2013

 



...QUANDO S'ANDAVA PER PAGELLI...

... Quando s’andava per pagelli ...

Le estati del dopoguerra erano calde e di notte si cadeva tra le braccia di Morfeo sotto la zanzariera in giardino, cullati dallo swing che saliva in collina dalla Taverna Azzurra. Eravamo cresciuti in fretta sotto le bombe di Pippetto e c’era una gran voglia di allontanare le paure degli sfollamenti, degli umidi rifugi e dei proiettili che piovevano senza preavviso. Il peggio era passato e con gli amici di famiglia, ogni lunedì, si rendeva omaggio alla vita in mare aperto e poi sulla spiaggia. Mio padre e i suoi amici ci mettevano al remo e noi li portavamo a pescare i pagelli al largo di Zoagli. Mio fratello Pino aveva già una bella cascetta mentre io difendevo il mio posto di lavoro gonfiando ‘a muscolatûa d’un peccetto’ (la muscolatura di un pettirosso)  improvvisando smorfie da vogatore esperto.

... Il rito che precedeva la partenza ...

Il castello negli anni ‘50

L’appuntamento era intorno alle 04 sugli scogli posti di protezione all’antico Castello ‘per fâ a stramüse’ *(stramuggine, chiamata anche tramuise nel ponente genovese). Questi vermi d’acqua di mare, lunghi due o tre centimetri, dimoravano in blocchi di sabbia sommersi e si muovevano in una ragnatela di gallerie sapientemente architettate; oggi, gli amici delle Nagge mi dicono che quelle esche sono in fuga da tempo, ma nessuno sa per quale rotta e perché...

Un bell’esemplare di pagello, era l’obiettivo della spedizione...

Un tempo questo vermicello copriva interamente l’amo del bolentino e diventava invisibile all’ignaro pagello che rimaneva fregato. Questa preda era il principe del medio fondale, un pesce estremamente combattivo e lo ricordo come un grande ‘ribelle’ anche quando era di taglia modesta. Il pagello era un ambito trofeo di cui fregiarsi al rientro sull’imbarcadero di Langano! Sotto il sole cocente il suo dorso abbagliava come una pietra preziosa e la livrea bruno-rosato sfumava elegante sui fianchi.

La focaccia era ancora calda: “attenzion che no se bàgne” . Il vino bianco era appena uscito dalla ghiacciaia: “attenzion che no s’inverse”. Ogni movimento intorno a quel lungo e pesante gozzo ligure assomigliava ad un rito antico, che ogni lunedì veniva celebrato in onore della dea della pesca e della navigazione. *(Artemide era venerata a Creta come Dictunna, inventrice delle reti).

Nessuno parlava. Il buio disegnava ombre che proiettavano sangue dagli occhi e dalle mani: la mattanza di pagelli nel mare nostrum apriva lentamente il suo palcoscenico.

Non era una facile cattura! Ma Leo, il nostromo di bordo, conosceva le armîe,  *(punti di riferimento a terra) e non si sbagliava mai. Solo lui intuiva i movimenti del pagello sui fondali misti di fango, sabbia, scoglio,  ma che non disdegnava neppure la posidonia.  Leo aveva una specie di grande orecchio che avvertiva il grufolare del pesce, indicava un lato e sussurrava in dialetto misto: “danni un anticchia de remmo!” Sembrava che lo stesse pedinando a 200 metri di distanza e, noi ragazzi, ci sentivamo presi per il c...! Ma alla fine aveva sempre ragione lui.

Neppure da ubriaco o sotto tortura avrebbe confidato a qualcuno i suoi segreti, figuriamoci  alla bassa forza imbarcata... cioé noi. Al solo parlarne gli si gonfiavano le vene del collo e cominciava a sbuffare come un toro.... Era un tabù e basta! C'era di mezzo l'amicizia, la stima, la tradizione, la cultura di generazioni di pescatori della costa e, soprattutto il lunedì, diventato il giorno più sacro della settimana. L’ armîa era il segreto da non profanare, da non spantegâ in gïo ai ciaetezzozi *(da non confidare ai pettegoli) della domenica, anzi del lunedì perché  sarebbe finita la festa!

Già! Ma perché si partiva sempre di lunedì? E’ semplice! Era il giorno di chiusura dei parrucchieri. Leo era uno stimatissimo figaro siciliano di Caroggio Drito, eccellente pescatore con il bolentino, era l’unico rapallese importato che conosceva le armîe dei pagelli nel nostro golfo. Di lui ricordo la carnagione afro-mediterranea ed il profumo dolciastro di quei capelli neri, lisci e lucidi, una simpatica moglie rapallina e una parlata ligure-siciliana che mi risuona ancora oggi nelle orecchie. Che tempi?!

Non so per quale ancestrale prurito...?! Ma si doveva arrivare all'alba sulla fossa dei pagelli. Si diceva che dovevamo essere puntuali con la prima colazione. Nel dopoguerra, tanti erano rimasti rintronati dalle bombe e parlavano con le anime dei defunti, Leo parlava con i pagelli e tutti si fidavano della sua magia.

Il gozzo ligure

Si vogava alla gran puta con quei remi pesanti del gozzo ligure di Leo, fino a quando un gesto scaramantico segnalava l’arrivo nella la zona P. Leo prendeva i remi in mano e cominciava a fare strane serpentine. A volte la sceneggiata durava anche 15 minuti e alla fine partiva l’ordine: “cala trinchetto”! Noi ragazzi ci eccitavamo a scrutare il viso in tensione degli anziani che mugivano ad ogni metro di lenza salpata, inveivano e poi esultavano quando sentivano il peso del pagello che saliva lottando da quella prodondità. “Belin! U saiâ tre chilli!” Ne ipotizzavano le misure e noi staccavamo lo sguardo dai loro volti solo quando il pagello arrivava sottobordo.

Il momento tanto atteso

A noi ragazzi, con meno astuzia dei pagelli, succedeva di perderli proprio nell’ultimo strappo contro la falchetta della barca. Era come prendere un colpo basso nel momento che le stavi dando...

Ognuno si scegli i propri amici...

Erano pagelli rosati che odoravano di mare nostrano, pulito, inconfondibile e poco prima di mezzogiorno, si rientrava alla base. Dove? C'é una baia che oggi pochi giovani conoscono, si chiama Marina di Bardi (Zoagli). A 20 metri dal bagnasciuga c’era un massiccio muraglione costruito dalla Todt germanica come difesa antisbarco. A ridosso di quel muro  le ‘nostre’ madri,  mogli, amiche e qualche invalido rimasto a terra... preparavano il fuoco con la legna che il mare aveva ammucchiato d'inverno. Noi ragazzi remavamo verso terra mentre i vecchi pulivano il pesce con l'acqua di mare. Ho ancora quei profumi salmastri nel naso e la nostalgia di quei tempi nel cuore. Si mangiava, beveva e si scherzava fino al tramonto. I vecchi parlavano ‘grasso’, noi facevamo finta di non capire... era un film di felliniana memoria.

Fascisti, partigiani, bombardamenti e racconti di scontri in collina. Tutto finiva nel vino, nella farinata, nei polpettoni, nell’amicizia, nella ritrovata  libertà e nella speranza di un futuro migliore.

Dalla fossa dei pagelli, Rapallo sembrava scolpita ai piedi di verdi colline che ondeggiavano pulite tra le Crêuze de mä.

Carlo Gatti


Rapallo, 20 settembre 2013