IL VELARIUM DEL COLOSSEO

 

IL VELARIUM DEL COLOSSEO

ALCUNE NOTE STORICHE

Il COLOSSEO, situato nel centro di Roma, è il più grande anfiteatro mai costruito al mondo. La struttura era in grado di contenere un numero di spettatori stimato tra 50.000 e 87.000 unità (di cui 45.000 seduti), ma è anche il più imponente monumento dell’antica Roma che sia giunto fino ai nostri giorni.


L’Anfiteatro Flavio, (é stato primo nome del COLOSSEO) fu iniziato da Vespasiano nel 70 d.C. e terminato da Tito nell’80. Ulteriori modifiche furono apportate durante l’impero di Domiziano nel ‘90. I lavori furono finanziati, come altre opere pubbliche del periodo, con il provento delle tasse provinciali e il bottino del saccheggio del tempio di Gerusalemme (70 d.C.).

La sua costruzione durò appena 2 anni e 9 mesi. Nella cerimonia di apertura vennero uccise oltre 5.000 belve in un’unica giornata. Per l’inaugurazione dell’edificio, l’imperatore Tito diede dei giochi che durarono tre mesi, durante i quali morirono circa 2.000 gladiatori e 9.000 animali. Per celebrare il trionfo di Traiano sui Daci vi combatterono 10.000 gladiatori.

Conosciuto molto più tardi (nel Medioevo) col nome di COLOSSEO dalla “colossale” statua in bronzo di Nerone (di oltre 30 metri di altezza - Realizzata tra il 64 ed il 69 d.C. per mano dello scultore Zenodoro) che un tempo era stata eretta in prossimità dell’Anfiteatro, che fu il primo ad essere costruito in pietra a Roma il quale, nonostante il suo crudele scopo, rimane uno dei prodigi architettonici del mondo.

Il COLOSSEO è un edificio di forma ellittica, dalle grandi dimensioni di 188 m di lunghezza, 156 m di larghezza e 48 m di altezza. Risulta in più punti gravemente danneggiato, ma conserva ancora l’originaria struttura.

La sua struttura è composta in effetti da due Anfiteatri greci semicircolari messi l’uno contro l’altro, che avevano però dimensioni minori.

Gli ultimi combattimenti tra gladiatori sono testimoniati nel 437, ma l’anfiteatro fu ancora utilizzato per le venationes (uccisione di animali) fino al regno di Teodorico il Grande: le ultime vennero organizzate nel 519, in occasione del consolato di Eutarico (genero di Teodorico), e nel 523, per il consolato di Anicio Massimo.

Il COLOSSEO, con la sua maestosità unica, rivela il genio degli architetti romani per gli effetti spettacolari ed esercitò una grande influenza sugli edifici dell’Europa più recente e, a proposito di effetti speciali, passiamo subito al tema che ci è tanto caro.

IL VELARIUM DEL COLOSSEO


A questo punto vi chiederete: Ma cosa c’entra il COLOSSEO con la tradizionale linea cultural-marinara di MARE NOSTRUM RAPALLO?

Ve lo spiego subito! Si tratta solo di mettere a fuoco un “particolare MARINARO” di questa opera gigantesca che si chiama VELARIUM che ancora oggi viene studiato dalle maggiori facoltà d’Ingegneria e Architettura navale del mondo nell’intento di capirne la progettazione, l’installazione ed il funzionamento.

Per dare un’idea della complessità del problema, gli storici antichi ci hanno tramandato questa informazione:

Il VELARIUM era una magistrale opera di ingegneria. Il suo posizionamento, estremamente complicato, veniva svolto dai migliori marinai del distaccamento della Classis Misenensis.

Secondo stime di oggi il VELARIUM aveva un peso complessivo di circa 24 tonnellate e veniva manovrato da 1.000 provetti marinai abituati all’uso di cavi e cime di ogni calibro e lunghezza, di cui ognuno era destinato ad una precisa funzione.

Mare Notrum Rapallo ha dedicato un saggio a questa famosa Base navale.

CAPO MISENO - LA PIU’ POTENTE BASE MILITARE DELL’ANTICHITA’

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=596;miseno&catid=36;storia&Itemid=163

Carlo GATTIStoria Navale – Sito Mare Nostrum Rapallo

 

Lo scopo principale del VELARIO era quello di riparare gli spettatori dai raggi solari, ma anche dalle intemperie. Plinio, dopo aver narrato delle vele di vario colore adoperate nelle flotte di Alessandro Magno, e di quelle purpuree che aveva la nave con cui Marco Antonio andò ad Azio con Cleopatra, dice:

"Postea in theatris tantum umbram facere; le quali parole c'insegnano che, abbandonato nelle navi l'uso di vele colorate, passarono queste a far ombra ai teatri.

Anche Lucrezio fa menzione di siffatto lusso nei velari: Et vulgo faciunt id luten intenta. Theatris. Per malos vulgata trabesque trementia flutant.

Dalla sommità del COLOSSEO partiva un complesso sistema di cavi/cime/catene, lungo le quali venivano distese enormi "vele" sospese sull'ARENA che consentiva la copertura della caveae (l’insieme delle gradinate in muratura dove prendevano posto gli spettatori).

La struttura presentava un anello al centro che favoriva l'aerazione dell'anfiteatro; inoltre, per attenuare possibili odori sgradevoli, durante gli spettacoli venivano sparsi tra il pubblico getti d'acqua odorosa ed essenze profumate (sparsiones).

“Il peso della struttura, che altrimenti sarebbe precipitata verso l'interno, era controbilanciato ancorando altre funi su dei cippi di pietra, collocati a raggiera all'esterno della zona anulare pavimentata in travertino .

Alcuni cippi sono ancora visibili sui lati nord ed Est, e il loro posizionamento equidistante fa presumere che in origine fossero in tutto ottanta.


Questa immagine (sopra) ricostruita al Computer, ha una eccellente funzione didattica sulla quale occorre fare riferimento per comprenderne la funzionalità e la dinamica operativa. Ad esempio, in primo piano si notano, (meglio con l’immagine ingrandita), che a sostenere il gigantesco tendaggio: il VELARIUM del Colosseo - vi erano 240 pali (colore scuro) di sostegno e sporgenti, inseriti in altrettanti fori quadrangolari, in corrispondenza di 240 mensole sporgenti di pietra, che si vedono in primo piano. (Vedi immagine sotto).


Il velarium era una copertura mobile in tessuto composta da più teli (o vele) di canapa, che veniva utilizzata nei teatri e negli anfiteatri romani per garantire agli spettatori un’adeguata protezione in caso di maltempo o nelle giornate di gran caldo.


I fori a sezione circolare presenti sulla vela dell’arena di Verona databile all’anno 80 d.C.


Le mensole e i soprastanti fori quadrangolari sull'ordine superiore del Colosseo

Plinio, a proposito del VELARIUM scrisse: «uno spettacolo più stupefacente dei giochi stessi».

Alla legittima domanda: perché proprio i marinai erano necessari al funzionamento del VELARIO DEL COLOSSEO?

Rispondiamo con questa fotografia che spiega, senza l’aiuto di tante parole, chi sono e cosa possono inscenare i marinai “da cattivo tempo”.


I marinai “annusano” le tempeste in arrivo e sono addestrati ad affrontarle in tempo per limitarne i danni. Ve lo immaginate se a causa di un groppo di vento* improvviso fossero cadute 24 tonnellate di vele con tutte le varie attrezzature metalliche sulla testa di 70.000/80.000 spettatori?

A questa domanda possiamo rispondere così: IL NUMEROSO EQUIPAGGIO DEL COLOSSEO ERA COMPOSTO DI VERI MARINAI E SOLO LORO ERANO IN GRADO DI GARANTIRE LA NECESSARIA SICUREZZA E FUNZIONALITA’ DELL’INTERO IMPIANTO.

*groppo di vento In meteorologia, perturbazione consistente nell'improvviso destarsi di venti con mutevole intensità e direzione, accompagnati da forti acquazzoni e turbini di grandine o di neve; dura in genere pochi minuti.

ANEMOSCOPIO DEL PALATINO


La pietra rinvenuta sul Palatino nel 1776, ora ai Musei Vaticani e ritenuta dagli archeologi un anemoscopio, era capace di valutare la direzione e, in qualche modo, anche l’intensità dei venti che potevano interessare il Colosseo. Questo strumento dimostra come i Romani tenessero monitorata questa FORZA per decidere, in base alle norme sulla sicurezza di allora, l’apertura o la chiusura del VELARIUM.

Plinio scrive che in presenza di un vento di notevole intensità si era spezzato un cavo del velarium e che la vela sbattendo faceva un suono che copriva quelli dello spettacolo in atto nella cavea (Colagrossi).


Lo strumento è datato al II - III secolo d.c. ed è ora in Vaticano (IG XIV, 1308). Ha etichette latine e greche dei venti.  Il libro di Liba Taub "Ancient Meteorology" (Sciences of Antiquity) e riguarda gli antichi metodi di meteorologia che si sono confrontati a Roma tra l'Esquilino e il Colosseo,

ALCUNI REPERTI ARCHEO-MARINI FOTOGRAFATI DALL’AUTORE NEL MUSEO DELLE NAVI ROMANE

LAGO DI NEMI - LE NAVI DI CALIGOLA

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=216;nemi&catid=36;storia&Itemid=163

Carlo GATTIArticoli di Storia Navale


MUSEO DELLE NAVI ROMANE – LAGO DI NEMI


Nelle due foto (dell’autore) sopra e sotto, appare la ricostruzione di una delle due ‘Postazioni del Timoniere’ situate a poppa (a dritta) della prima nave, su cui sono state posizionate le copie bronzee delle cassette con protomi ferine.


Lo scavo dei relitti permette, seppur parzialmente, di conoscere l’attrezzatura delle imbarcazioni anche se la fonte principale per le sovrastrutture e la velatura proviene dalle rappresentazioni delle navi antiche (iconografia). Fortunati sono i casi di rinvenimento dei bozzelli in legno delle manovre delle vele oppure di frammenti di cime e cordami. Tra gli attrezzi più comuni, che spesso però viene ritrovato isolato, ricordiamo lo scandaglio che, munito nella sua parte inferiore di una cavità riempita di resina, serviva per conoscere natura e profondità del fondale nonché a seguire la rotta e a riconoscere i migliori luoghi di ancoraggio. L’ancora era lo strumento di bordo più importante e, di solito, ogni nave ne possedeva più di una di diverse dimensioni. In età romana, era costruita in legno con ceppo di appesantimento in piombo oppure interamente in ferro.


Noria a manovella originale di bordo


Pompa a stantuffo originale


Alcuni esemplari dei chiodi utilizzati sulle due navi, di vari tipi e dimensioni: da pochi centimetri a oltre mezzo metro; dal tipo di sezione quadrangolare e capocchia piramidale a quello con testa schiacciata fornita di piccole protuberanze che servivano a far meglio aderire le lamine plumbee di rivestimento dello scafo.

 

Una  famosa protome ferina dalla forma di testa di felino che stringe tra i denti un anello che in marina si chiama ‘golfare’ ed é usato tuttora nei porti per ormeggiare imbarcazioni, ma anche per sollevare pesi.

E poi, ancora rulli sferici e cilindrici, paglioli, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, ancora tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame ed altro.


Ancora tipo “Ammiragliato”

MUSEO DELLE NAVI ROMANE – FIUMICINO

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=260;fiumicino&catid=36;storia&Itemid=163

Carlo GATTI - Articoli di Storia Navale



All'interno delle vetrine sono esposti i materiali recuperati durante lo scavo delle imbarcazioni tra cui: tubi di piombo, rubinetterie, oggetti in bronzo, ceramica, resti organici e elementi dell'attrezzatura di bordo. Tali reperti sono esposti insieme a materiali rinvenuti durante scavi e recuperi nelle aree vicine.

In conclusione, per gli appassionati di questo tema (VELARIUM), suggerisco la lettura di uno STUDIO realizzato su basi matematiche e scientifiche, inerente le varie soluzioni legate all’uso (progettazione e realizzazione) del VELARIUM nella romanità di 2.000 anni fa.

http://amsacta.unibo.it/6307/1/Velarium%2007-01-2020%2B.pdf

Il velarium del Colosseo: una nuova interpretazione

Eugenio D’Anna e Pier Gabriele Molari

già docenti nella Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna


Bibliografia:

L’Anfiteatro Flavio – Marziano Colagrossi

L’Italia Antica e Roma - German Hafner

Le Strade di Roma

La Storia di Roma Antica – Michael Grant

Il Velarium del Colosseo - AMS Acta

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, Giovedì 21 Ottobre 2021

 


 

 

 


UNA STORIA RAPALLINA

 

Na stöia Rapallinn-a

Incontro un vecchio amico al Bar adiacente l’Ufficio Postale di S. Anna (Rapallo). “Cosa mi racconti Nino? è un po’ che non ci vediamo”.

Nino Canacari classe 1935, un bel casco di capelli bianchi riccioluti, occhi azzurri, fisico asciutto. Nino è un “rapallino” molto stimato da tutti per la sua attività di Assicuratore di lungo corso e chi lo conosce da tempo, ancora oggi si meraviglia della sua loquacità precisa, concisa, asciutta e brillantemente supportata da una memoria di ferro che saltella avanti e indietro nel tempo tra passato e presente nell’arco di tre generazioni.

Nino è una bella e simpatica persona che conserva ancora lo spirito di quella gioventù del dopoguerra quando uscita indenne dai bombardamenti, respirava a pieni polmoni l’aria della ritrovata libertà ed era consapevole di almeno due fatti: che doveva contare soltanto sulle proprie braccia e che il futuro non poteva che essere migliore del passato. Un ottimismo che lo spingeva a cercare soluzioni realistiche per vivere la sua vita con entusiasmo e fiducia, e non come quei ragazzi che l’avevano vissuta per poi morire senza sapere neppure il perché.

Nino cercava e trovava lavoro con grande facilità perché voleva imparare per conoscere i propri limiti, come una sfida che in lui permane ancora senza età e senza rimpianti.

Si nasce così – riflette sottovoce - combattenti senz’armi, idealisti come quei credenti che lavorano e creano opportunità anche per gli altri, generosi e disponibili a fare del bene senza esibirlo, ma con qualità e intelligenza per essere benvoluti e stimati da tutti!”

E’ l’11 settembre 2021 - Mentre sorseggiamo il caffè la TV diffonde in successione le agghiaccianti immagini delle Torri Gemelle che crollano colpite dall’odio islamico come simboli del capitalismo e di una città: New York. A distanza di 20 anni riecheggia la locuzione Ground Zero - l'area desertica del New Mexico dove erano stati effettuati i primi test nucleari nel 1945, e successivamente i disastri di Hiroshima e Nagasaki. "Livello zero": termine con cui, secondo il corrente uso giornalistico, si fa riferimento all’area in cui sorgevano le Twin Towers del World Trade Center. Sono trascorsi vent’anni e lo shock che quel giorno colpì come un fulmine gigantesco l’umanità intera, fu tale che quelle immagini rimarranno vive e attuali per sempre.

L’espressione quasi sempre goliardica nel volto di Nino improvvisamente lascia spazio alla commozione neppure tanto velata. Ma forse c’è un motivo…!

“Dov’eri Nino quel giorno?”

Ero in pellegrinaggio, ma solo in parte religioso”...

“Io non conosco un pellegrinaggio che non sia totalmente religioso” – ribatto -

“Hai ragione! Neppure io – Se hai tempo te la racconto, perché in gran parte è Na stöia Rapallinn-a”.

“Avanti Tutta! Tra un anno esatto ci ritroviamo qui e ti racconterò il mio ricordo di quel giorno” – Ribatto incuriosito -

“Quel giorno mi trovavo in Abruzzo, (Terra non solo di pastori come scriveva D’Annunzio) … per sciogliere una PROMESSA, non un voto”. – ricorda Nino -


Castel del Monte (nella foto) è un comune italiano di 459 abitanti della provincia dell'Aquila in Abruzzo. Il territorio comunale è incluso nella Comunità montana Campo Imperatore-Piana di Navelli e fa parte del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

“Scusami, ma devo partire da lontano… Correva l’anno 1960 e mi trovavo nell’Ufficio centrale dell’ENEL qui a Rapallo nel giorno in cui avveniva il passaggio di consegna per la Direzione dell’Ente, tra il caro amico Dott. Ferrara ed il suo giovane sostituto Dott. Giuseppe Colangelo, nativo di Castel del Monte in provincia dell’Aquila.


Giuseppe Colangelo

Un bel giovane abruzzese, alto e simpatico, di carattere molto aperto con cui entrai subito in empatia. Avevamo più o meno la stessa età e la stessa voglia di vivere con l’idea di fare entrambi nuove amicizie condividendo la stessa passione per il ballo; del resto non mancavano i locali giusti nel comprensorio di Rapallo che all’epoca si chiamavano “balere”. Per dirla tutta, trascinati da questa moda senza tempo, a volte si andava anche più lontano, dove organizzavano gare di ballo e noi eravamo così bravi da portarci a casa coppe e trofei, nel nome della Perla del Tigullio….

Santuario di Nostra Signora di Montallegro


Pino amava Rapallo! Ma era un uomo della Majella (nella foto), una delle montagne più belle del bacino del Mediterraneo. Dalle vette alle grotte, dalle miniere ai canyon, dai boschi ai circhi glaciali fino ai segni dell’uomo che, tanto quanto la natura, ha generato bellezza in questo angolo di Appennino. Per gli abruzzesi, infatti, la Majella è la Montagna Madre.

Ogni tanto Pino diceva: - “Voi rapallesi guardate Montallegro e vi sentite protetti dalla Madonna, noi abruzzesi guardiamo la Majella e ci sentiamo come quei figli piccoli mentre guardano i genitori e vedono i “giganti buoni delle favole” da cui ricevono tutto: amore e protezione”.


Il Ponte Romano di Mezzanego



Panorama del territorio di Mezzanego dalla frazione di San Martino del Monte, Liguria, Italia


Giuseppe Colangelo viveva con la madre Claudia in un appartamento di proprietà dell’ENEL a Mezzanego di Borzonasca nell’interno di Chiavari. Ogni giorno lavorativo faceva il pendolare monti-mare-monti: corriera e treno di mattina; treno e corriera di sera per tornare a casa. Tuttavia la nostra amicizia era ormai così forte che io e la mia famiglia eravamo diventati in quegli anni la sua BASE rapallina.

Dopo tre anni di assidua frequentazione anche a livello famigliare e di parentela, il destino un giorno ci assestò un colpo che non eravamo preparati ad assorbire. Improvvisamente fummo raggiunti dalla ferale e tremenda notizia: Giuseppe Colangelo dopo essere entrato in una cabina ENEL di Mezzanego insieme ad un guardiano per un controllo di routine, toccò qualcosa che non doveva… e rimase fulminato; morì sul colpo. Non vennero mai alla luce le circostanze e le cause, né tanto meno le responsabilità di quel terribile incidente.

Ci volle del tempo per riprenderci tutti dallo shock di quel giorno infausto. La povera madre di Pino non riusciva a darsi pace, alla fine fu raggiunta dai suoi parenti che l’aiutarono e la sostennero durante il suo mesto rientro a Castel del Monte con la salma del figlio. Prima di lasciare Rapallo le dissi: Signora Claudia, lei ha perso un figlio ed io un fratello! Le faccio una solenne promessa, appena mi sarà possibile verrò a trovarvi a Castel del Monte. Ho ancora molte cose da dire a Pino e lo farò sulla sua tomba.


Elena e Nino Canacari

Passarono 38 anni durante i quali fui preso dal vortice della vita: matrimonio e tre figli con mia moglie Elena, diploma di ragioniere e qualche esame universitario, ebbi grandi soddisfazioni lavorative con la mia azienda: (Canacari Assicurazioni Snc Di Canacari s. & c). Tuttavia, ogni sera, prima di addormentarmi, pensavo sempre a quella “promessa” da sciogliere che nel frattempo era diventata una ossessiva questione d’onore tra me e la vita di ogni giorno e spesso sentivo una voce che mi diceva:

- Ma che uomo sei se non mantieni le promesse? Anche se Pino te lo porti nel cuore, oggi hai ancora un debito irrisolto verso sua madre Claudia alla quale devi portare il ricordo vivo di Pino, un dono che attende da anni per lenire in parte quel tremendo dolore che prova soltanto una madre che sopravvive ad un figlio. Ma c’è di più, tu devi anche portare in Abruzzo il segno tangibile che Rapallo non ha dimenticato quel giovane compatriota che venne da noi a morire sul lavoro -

Non dimenticherò mai l’abbraccio ed il pianto con la Signora Claudia. In quel momento lei abbracciava suo figlio ed io mia madre. Due mondi lontani si erano finalmente incontrati e dalla commozione più profonda si passò ad un liberatorio senso di gioia.

Quando passammo in sala per prendere il caffè con i dolci abruzzesi di cui tanto mi aveva parlato Pino, la TV mostrava la strage delle Torri Gemelle in diretta.

Era l’11 settembre 2001

Ecco caro Carlo dov’ero e cosa facevo a quell’ora… quel giorno! E se vuoi sapere quale dolce mi preparò Mamma Claudia quel giorno, te lo dirò con il poeta D’Annunzio che ne fu il primo assaggiatore e rimase colpito tanto da dedicargli un madrigale dal titolo:

La Canzone del parrozzo

È tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…”.

 


Carlo GATTI

 

Rapallo, 24 Ottobre 2021


CORDERIA CASTELLAMMARE DI STABIA


CORDERIA CASTELLAMMARE DI STABIA

Castellammare di Stabia

Stabilimento Militare Produzione Cordami- Castellammare di Stabia

L'edificio della corderia è spesso parte integrante dei Cantieri Navali e Arsenali Marittimi.

 

 

Attività stabilimento

Lo Stabilimento Produzione Cordami di Castellammare di Stabia opera dal 1796 è quindi la Corderia Italiana più antica e di grande tradizione storica e marinaresca.

Prodotti e servizi

Lo Stabilimento fornisce tutti i tipi di cordami, nonché attrezzature navali: reti di tutti i tipi (parabossoli, ponte di volo), biscagline, tappetini, paglietti. Le attrezzature navali, realizzate a mano nel reparto lavorazioni artigianali, costituiscono un'eccezione in Italia.

Lo stabilimento è inoltre attivo nel settore dei collaudi sia delle materie prime (filati) che dei prodotti finiti (cavi).

Visita alla Corderia di Castellamare di Stabia

Anni ’60 Corderia










 

Cavi: si eseguono tutte le tipologie di cavi (trecciati e commessi) da pochi millimetri di diametro (spaghi) fio a 120 mm di diametro (cavi di ormeggio) sia in fibra naturale (canapa, sisal, manilla, yuta) che sintetica (polipropilene, poliammide, polipropilene/poliestere, poliestere, polysteel).

Collaudi: tra i servizi esterni il collaudo cavi, la consulenza tecnica sulle funzionalità di utilizzo ed è, unico in Italia, riconosciuto come collaudo alternativo dal R.I.N.A.

Lo Stabilimento dispone di un laboratorio attrezzato per collaudo dei filati e dei cavi e di un dinamometro per prove distruttive cavi fino a 70 t.

Impianti di produzione

· macchine Vicking SIMA per produzione cavi trecciati con diametro di 40-120 mm;

· Hertzog per produzione cavi trecciati fino al diametro di 40 mm;

· Beta 70 e Beta 18 per cavi commessi fino al diametro di 70 mm;

· impianti per sagole e trecce;

· torcitrici, macchine per dare torsione ai filati.

In ITALIA

UN PO’ DI STORIA


Castellammare di Stabia si estende ad anfiteatro al centro del golfo di Napoli. La città unisce caratteristiche industriali, bellezze naturali in una zona fertilissima, ricca di acque minerali e dal clima temperato che favoriscono notevoli flussi turistici.

Castellammare di Stabia era già abitata già nell’VIII secolo a.C. sull’odierna collina di Varano. I Sanniti, seguiti poi dagli Etruschi, dai Greci e dai Romani, la dominarono a lungo, ma sotto i Romani la città raggiunse il suo massimo splendore: prima come città fortificata, poi come luogo di villeggiatura per i ricchi patrizi romani, che “abbellirono” la collina di ville con al proprio interno complessi termali, piscine, palestre e piccoli templi.


I dipinti superstiti ancora oggi risultano essere tra i più interessanti dell’arte romana.

Con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. la città scomparve, insieme a Pompei ed Ercolano, sotto una fitta coltre di cenere, lapilli e pomici.

Alcuni sopravvissuti all’immane tragedia costuirono un villaggio lungo la costa, che entrò a far parte del Ducato di Sorrento: furono proprio i sorrentini a costruire il castello sulla collina di Quisisana attorno all’anno 1000. Infatti, documenti del 1086 riportano per la prima volta il nome del villaggio detto “Castrum ad Mare”.


Reggia di Quisisana vista dall'alto

Durante il Medioevo, Castellammare passa sotto gli Svevi, poi agli Aragonesi che costruiscono il porto e completano la Reggia di Quisisana e successivamente la danno in feudo ad Ottavio Farnese, il quale apportò notevoli modifiche alla struttura urbanistica costruendo anche il suo palazzo oggi sede del municipio.

Nel 1731 la città passa sotto il controllo dei Borbone che la rendono una delle città più floride del Regno di Napoli e poi del Regno delle Due Sicilie.

Nel 1749, inizia la campagna archeologica che riporta alla luce solo alcuni affreschi delle ville romane dell’antica città di Stabiae.

Nel 1783 furono aperti i primi Cantieri Navali italiani, e poi ancora l’industria per la fabbricazione di corde/cavi, la cosiddetta Corderia.

Nel 1836 vengono inaugurate Le Antiche Terme di Castellammare, centro benessere e polo culturale ospitante mostre, concerti, manifestazioni varie.

Il ‘900 si apre con le due guerre mondiali, ma fu la Seconda a lasciare indelebili tracce sul territorio ed anche nella memoria: i tedeschi tentarono di distruggere i Cantieri navali, i quali vennero strenuamente difesi dagli stabiesi. In seguito, per questo motivo, la città è stata insignita della Medaglia d’Oro al Valore.

Negli Anni ’50, Libero D’Orsi, preside della scuola media-Stabiae, intraprese la prima sistematica campagna di scavi archeologici dell’antica città romana di Stabiae, dopo quelle dei Borboni. Grazie al suo interesse e al suo impegno vennero riportate alla luce due ville romane, Villa Arianna e Villa San Marco. Negli stessi anni fu costruito il complesso delle Nuove Terme di Stabia, all’epoca definite le più moderne d’Europa.

La fine del XX secolo coincide con la costruzione di nuovi complessi alberghieri e di infrastrutture all’avanguardia come il porto turistico di Marina di Stabia, uno dei più grandi d’Europa. Queste nuove strutture hanno fatto sì che nel 2006 Castellammare di Stabia sia stata la terza città campana per presenze turistiche negli alberghi solo dietro a Napoli e Sorrento.

PER NON DIMENTICARE ….

Castellammare di Stabia, settembre 1943 Sono almeno 31 i morti e 16 i feriti della rappresaglia compiuta dai nazisti a Castellammare nel settembre 1943: 31 persone uccise tra l'11 e il 28 settembre, giorno in cui finalmente l'esercito tedesco abbandona la città in ritirata verso nord: 19 erano inermi civili stabiesi, 7 provenivano da altri comuni, 5 furono i militari che tentarono di difendere obiettivi strategici durante la ritirata tedesca.
Ad appena due giorni dalla proclamazione dell'armistizio, Castellammare si trova ad essere tra le prime città italiane a conoscere la ferocia della rappresaglia nazista, sulla base delle disposizioni che il 10 settembre i vertici nazionalsocialisti diedero a tutte le truppe presenti in Italia. Le mire dei tedeschi furono puntate subito su uno dei simboli della città, su quel cuore produttivo e civile che da sempre è stato il cantiere navale. Un insediamento industriale le cui maestranze, nonostante il regime fascista, nonostante le persecuzioni verso gli antifascisti, mantennero in gran parte sempre un atteggiamento - per quanto possibile - di non appiattimento sulle scelte operate dal regime: ancora fresca era la memoria della tempestosa visita del Duce ai cantieri del 16 settembre 1924, accolto freddamente dagli operai ad appena un mese dal delitto Matteotti, e ancora scottavano gli arresti e le perquisizioni di operai e antifascisti nel 1936, a seguito del rinvenimento di volantini che inneggiavano ai fatti di Piazza Spartaco di 15 anni prima.

A difendere il cantiere navale si trovarono marinai e ufficiali della Marina Militare, i quali da subito scelsero di difendere gli interessi nazionali e si opposero all'ex alleato tedesco. Gli uomini della "Goering" sono pronti a mettere in pratica la rappresaglia antitaliana, ad appena 72 ore dalle dichiarazioni di Badoglio: obiettivo è distruggere il cantiere navale e affondare tutte le unità navali lì ospitate. A presidiare il "Giulio Germanico" e lo stabilimento ci sono il capitano di corvetta Domenico Baffigo, il colonnello Olivieri, il capitano Ripamonti della Corderia Militare, il tenente Molino. Saranno uccisi dai nazisti nel loro eroico tentativo di difendere il cantiere e salvarlo così dalla furia vendicatrice.
Allo stesso modo morirà un altro militare, impegnato nella difesa dei Cantieri metallurgici altro storico baluardo industriale stabiese: il carabiniere Alberto Di Maio fu ucciso dai nazisti l'11 settembre. Vicenda, quest'ultima, quasi completamente rimossa e che testimonia invece come nei giorni della fuga del re e dello sgretolamento dell'esercito, ci furono uomini semplici in mille angoli d'Italia certamente più decisi, convinti e coerenti sulla scelta da compiere di fronte all'evolversi della situazione bellica e politica interna e internazionale.


Ci sono episodi, gesti, azioni, atti di piccoli e grandi eroismi, ribellioni, o semplicemente gesti compiuti per fame. Ma spesso c'è chi morì semplicemente perché si trovava in un posto nel momento sbagliato, trasformando una casualità in una grande tragedia. Le truppe tedesche erano presenti in città: un loro stazionamento era in corso De Gasperi, alle spalle delle palazzine che guardano verso il mare e che oggi vengono indicate come "il palazzo dei tedeschi". Con l'8 settembre la situazione precipitò. Le truppe germaniche rivolsero la loro attenzione contro la popolazione italiana e contro i soldati "traditori".
Una delle più tristi pagine della storia cittadina si aprì in quel settembre di 60 anni fa, una pagina talmente triste che è come se fosse stata cancellata deliberatamente, rimossa dalla memoria collettiva. Eppure, in quelle tragiche giornate, i quei venti giorni, Castellammare soffrì e resistette, visse momenti di eroismo e atroci violenze, che ora la Medaglia d'Oro al Merito civile riconosce e addita alle giovani generazioni come monito perché non si ripetano mai più l'odio e la guerra (testo a cura di Giuseppe D'Angelo e Antonio Ferrara).

LE VITTIME DELLE STRAGI NAZISTE A CASTELLAMMARE SETTEMBRE 1943.

Civili Aprea Gaetano, anni 31 Arpaia Carmela, anni 48 Autiero Luciano Circiello Agostino, anni 18 Contaldo Santolo, anni 43 Curcio Vincenzo, anni 34 D'Amora Gerardo De Maria Oscar, anni 18 De Simone Vincenzo, anni 24 Di Somma Luigi, anni 35 Foresta Anna, anni 22 Franchino Francesco, anni 22 Franco Giovanni B., anni 53Giannullo Antonio lerace Anna, anni 21 lovine Giuseppe, anni 55 Longobardi Pietro, anni 25 Lupacchini Raffaele, anni 29 Manzella Michele, anni 46 Palatucci Umberto, anni 8 persona non identificata A persona non identificata B Renzo Giuseppe, anni 59 Santaniello Luigi, anni 21 Satumino Agostino Spinetti Dario, anni 38.

Militari Baffigo Domenico, capitano di corvetta Di Maio Alberto, carabiniere, anni 25 Molino Ugolino, tenente Olivieri Giuseppe, colonnello Ripamonti Mario, capitano


2021

Fincantieri, accordo per la Corderia militare di Castellammare con l'Agenzia industrie difesa.

 

Rilanciata la collaborazione tra le due storiche fabbriche confinanti: lo stabilimento di cordami e il cantiere navale.

Il Cantiere Navale di Castellammare di Stabia, fondato nel 1783, è la più antica industria italiana, nonché il più antico e longevo Cantiere Navale d’Italia: ancora oggi costituisce un tassello importante nell'economia stabiese. Sempre all'avanguardia nell'utilizzo delle nuove tecnologie sviluppatesi nel corso degli anni, il cantiere ha visto la nascita di numerose navi di diversa tipologia tra cui navi da guerra e da trasporto merci o passeggeri: insieme a quelli di Ancona e Palermo, è attualmente riservato alla costruzione di navi da trasporto. Tra le navi più importanti varate nel cantiere stabiese troviamo prima su tutte l’Amerigo Vespucci, nave scuola della Marina Militare, le 3 Caio Duilio, la Vittorio Veneto, fino ai più recenti traghetti Cruise Roma e Cruise Barcelona, i più grandi del Mediterraneo.



Va ricordato anche il completamento del batiscafo TRIESTE di Auguste Piccard.




Lo Stabilimento militare Produzione cordami di Castellamare di Stabia, fondata da re Ferdinando IV di Napoli nel 1796, è la corderia italiana di più lunga tradizione ancora in attività.


In FRANCIA


La grande Corderie Royale a Rochefort voluta nel 1666 da Jean Baptiste Colbert e progettata da François Blondel, venendo terminata nel 1669, è ora un vasto complesso museale nel cuore dell'Arsenale Marittimo.

Nel REGNO UNITO

La Victorian Ropery (Corderia Vittoriana) presso il Cantiere Navale di Chattam è rimasta l'unica delle quattro della Royal Navy ad essere ancora in attività.

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, Giovedì 7 Ottobre 2021