LE TERME ROMANE DI BATH - INGHILTERRA

 

 

LE TERME ROMANE DI BATH

Inghilterra

 

 

La prima grande invasione della Gran Bretagna ebbe inizio ad opera dell’imperatore Claudio nel 43 d.C, quando le legioni romane arrivarono sull'isola. L'occupazione durò fino al 410 d.C. e diede vita ad alcune bellissime città, lasciando dietro di sé strade, monumenti, piante e leggende. Le terre conquistate presero il nome di Britannia che divenne una provincia imperiale, governata da un Legatus Augusti pro praetore di rango consolare.

Ed ora parliamo della città di BATH (vedi carta geografica sotto). I Romani nel 75 d.C., durante il regno di Vespasiano vi costruirono delle TERME che divennero famose in tutto l’Impero Romano e lo sono state fino ai giorni nostri! Questo è il motivo per cui oggi ne parliamo! Per la verità, questa attività che i Romani esaltarono in modo davvero eccellente in Britannia, poggiava da tempo sul culto della dea Sulis, divinità celtica che i Romani identificarono, fin dal primo momento, con la dea romana Minerva, in cui onore edificarono il Tempio. 

 

La città era collegata da un'importante strada romana denominata: Via Calleva Atrebatum-Aquae Sulis. Questa strada proveniva da Londinium (Londra) e passava per Calleva Atrebatum e Aquae Sulis.

Tra il I e il V secolo d.C. la strada costituì un importante percorso per gli spostamenti est-ovest e per la logistica militare dell'Inghilterra sudorientale. (vedi carta sotto)

 

Riassumendo: Bath in italiano significa bagno. Il termine bath è inteso in senso quasi letterale, perché questa città divenne un centro termale con il nome latino AQUÆ Sulis ("Le Acque di Sulis") quando i Romani costruirono le terme e un tempio nella valle del fiume Avon, anche se le sorgenti calde erano conosciute anche prima di allora.

 

LA DEA DELLE TERME

UN PO’ DI STORIA

 

Il primo santuario sul sito delle sorgenti termali fu costruito da una tribù dell’Età del Ferro, i Dobunni, che lo dedicarono a Sulis, la dea celtica delle acque sacre e della guarigione.

Con la conquista di Roma Sulis fu equiparata a Minerva, la dea romana della saggezza, delle arti e dei mestieri. Il complesso termale religioso sul sito, divenne in tal modo un centro balneare e sociale che abbiamo già visto.

 

IL CULTO SU COSA SI FONDAVA?

La dea Sulis-Minerva da quel momento diventò per tutti un ibrido tra la religione romana e quella celtica. Considerata la dea della giustizia, le persone che venivano derubate si recavano alle terme romane per chiedere il suo aiuto nel recupero dei beni perduti. La convinzione dei Romani era che la dea Minerva avrebbe punito il ladro e restituito i beni perduti.

Alcuni si rivolgevano alla dea, mentre altri scrivevano un biglietto che piegavano e lanciavano alla fonte, supponendo di venir preso dalla dea. La dea leggeva il biglietto ed esaudiva il loro desiderio creando un miracolo per recuperare l’oggetto rubato.

Oltre che per la giustizia, la dea era onorata anche come dea dei poteri curativi e della pace. Le persone si rivolgevano a lei per chiedere felicità, pace e buona salute per i loro familiari e i loro cari. Persone provenienti da tutto il mondo, compresi i Romani, la visitavano e la onoravano con gioielli preziosi, monete, braccialetti e pietre.

 

 

Testa di bronzo dorata della statua di Minerva Sulis proveniente dal Tempio di Bath, fu rinvenuta nel 1727 ed ora si trova presso le Terme romane di Bath. 

 

 

BATH – Inghilterra – 90.000 abitanti. La città che prende il nome dai suoi bagni romani

 

Bath si trova nella contea del Somerset, nell'Inghilterra del Sud-Ovest. Lo scalo aereo più vicino è l'aeroporto di Bristol. In treno, Bath è raggiungibile da Bristol in circa 15 min, da Londra in circa 1 h 30 min, da Birmingham in circa 2 h.

La città portuale di Bristol è famosa per l'architettura georgiana e vittoriana, la tradizione marinaresca, i negozi di tendenza, la street art e la musica underground, è la quarta città più visitata del paese. Inoltre, la posizione strategica tra il mare e la campagna la rende una meta ideale in qualsiasi stagione dell'anno.

 Bath è Patrimonio dell'Umanità Unesco dal 1987 per diversi attributi culturali, in particolare i resti romani come il Tempio e il complesso delle terme che sono tra i resti romani più famosi e importanti a Nord delle Alpi e hanno segnato l'inizio della storia di Bath come città termale.

 Bath è la città più grande della contea cerimoniale di Somerset, si trova nella valle del fiume Avon. La popolazione è di circa 90.000 abitanti.

Bath - Durante l'occupazione romana della Britannia, su suggerimento dell'imperatore Claudio, vennero costruite delle strutture lignee sotterranee per evitare che l'edificio sprofondasse nel fango.

Bath Abbey (Abbazia) fu fondata nel VII secolo e divenne un centro religioso; l'edificio fu ricostruito nel XII e XVI secolo. Nel diciassettesimo secolo, le acque furono dichiarate curative e la città divenne popolare come luogo termale nell’era Giorgiana. Molte delle strade e delle piazze sono state disegnate da John Wood e nel XVIII secolo la città divenne di moda e la popolazione crebbe.

 

Un frammento di letteratura:

LA DONNA DI BATH

 

I Racconti di Canterbury - è una raccolta di 24 racconti scritti in medio inglese da Geoffrey Chaucer nel XIV secolo.  

Due dei racconti sono scritti in prosa, mentre i rimanenti in versi. 

Alcune storie sono contenute all'interno di una cornice narrativa, narrata da un gruppo di pellegrini durante un pellegrinaggio da Southwark a Canterbury, per visitare la tomba di san Tommaso Becket nella cattedrale di Canterbury. 

Chaucer iniziò a scrivere l'opera intorno al 1836, con l'intenzione di far raccontare a ogni pellegrino quattro storie differenti: due sulla via per Canterbury e le rimanenti altre due sulla via del ritorno.

La donna di Bath è una delle due donne cantastorie dei Racconti (l'altra è la Prioressa): ha viaggiato per il mondo in pellegrinaggio (è stata a Gerusalemme, Boulogne-sur-Mer, Roma, Santiago di Compostela e a Cologne in Francia), e quello a Canterbury dunque appare come un gioco rispetto ai precedenti viaggi.

 

LE TERME COME LUOGO DI SOCIALITA’

 

 

Rappresentazione pittorica delle Terme di Caracalla

 

Le terme erano tra i principali edifici pubblici romani. Realizzate da privati in principio, divennero poi grandi opere pubbliche degli imperatori romani, tra cui Traiano, Antonino Pio, Caracalla. Proprio le terme fatte edificare da quest’ultimo sono tra le più famose e grandi di Roma, superate solo da quelle di Diocleziano (in realtà costruite da Massimiano), nei pressi dell’attuale stazione Termini e piazza della Repubblica, che ricalca l’esedra di ingresso delle terme, di grandezza spropositata. I romani usavano lavarsi ogni giorno e adoperavano le terme come luogo di ritrovo anche per concludere affari. Inizialmente non c’era divisione tra uomini e donne, che venne introdotta solo da Adriano. Il percorso era sempre il seguente: si accedeva nel frigidarium, che conteneva acqua fredda, per passare al tiepidarium (acqua tiepida) e infine al calidarium (acqua calda). Tutto il sistema di riscaldamento sotterraneo, facente uso di spropositate quantità di legna trasportate su carri lungo i viali sottoterra, era gestito da schiavi. Era considerato poco virile saltare l’abluzione con acqua fredda, cosa che faceva per esempio l’imperatore Commodo, venendo per questo ferocemente criticato.

 

LE TERME DI BATH

Famosa in tutto il mondo per la sua imponente architettura e i suoi resti romani, Bath è una città vivace e molto attraente con oltre 40 musei, ottimi ristoranti, negozi di qualità e teatri.

La città di Bath fu scoperta dai Romani, dove costruirono i loro insediamenti intorno alle terme che vi trovarono. Le Terme Romane e il magnifico Tempio che fa da contorno, furono costruiti intorno alla sorgente naturale di acqua calda che sgorga a 46°C e furono il centro della vita romana ad Aquae Sulis tra il I e il V secolo. I “resti” sono straordinariamente completi e comprendono sculture, monete, gioielli e la testa in bronzo della dea Sulis Minerva che abbiamo già conosciuto.

Vi mostriamo ora alcune immagini impregnate di quella atmosfera che pare immutata da millenni. Ci asteniamo dal commentarle preferendo osservarle in silenzio!

 

 

 

 

 

Le antiche terme romane contengono acqua di sorgente naturale che scorre ancora nel fiume Avon. Lo scopo principale delle terme era quello di permettere ai Romani di purificarsi. La maggior parte dei Romani che vivevano in città si recavano ogni giorno alle terme per questo rito. Si spalmavano la pelle di olio d’oliva e poi la strofinavano con un raschietto di metallo chiamato strigile.

Le terme erano anche un luogo di socializzazione. Gli amici s’incontravano alle terme per parlare e mangiare. A volte gli uomini tenevano riunioni d’affari o discutevano di politica.

 

 

 

I Romani nel 75 d.C., durante il regno di Vespasiano vi costruirono delle terme, ben presto note in tutto l’Impero Romano. La città di BATH era raggiunta da un'importante strada romana, la Via Calleva Atrebatum-Aquae Sulis di cui abbiamo pubblicato una vecchia carta.

 

Riportiamo dal sito principale di BATH un po’ di storia più recente.

L’ingresso del tempio romano di Bath era stato progettato per assomigliare al volto di una Gorgone. La Gorgone è il mostro che risiede negli inferi. Nella mitologia greca esistevano tre Gorgoni: Medusa, Stheno ed Euryale.

Avevano un aspetto mostruoso, con capelli simili a quelli di un serpente, ali enormi, artigli affilati e un corpo ricoperto di scaglie simili a quelle di un drago. Le persone avevano paura di guardare il volto delle Gorgoni, pensando che lo sguardo potesse ucciderle o trasformarle in pietra.

Dopo il ritiro dei Romani dalla Britannia all’inizio del V secolo, il complesso termale fu trascurato e cadde in rovina. Il maggiore Charles Davis, geometra della città, scoprì i “resti romani” delle terme nel 1878. Lo scavo fu effettuato dopo la perdita della sorgente del King’s Bath e fu necessario esplorare e testare il pavimento delle terme. I lavori di scavo durarono circa due anni e i bagni romani furono finalmente scoperti nel 1880.

Il sito fu aperto al pubblico nel 1897 e fu scavato, ampliato e conservato per tutto il XX secolo. Gli architetti John Wood il Vecchio e John Wood il Giovane, padre e figlio, hanno lavorato alla sua progettazione. Nel 2011, le Terme Romane sono state sottoposte a un massiccio intervento di riqualificazione da 5,5 milioni di sterline per renderle più accessibili e preservarle per i prossimi 100 anni.

 

Abbazia di Bath

Gli abitanti e i visitatori sono accolti nell’Abbazia di Bath per praticare il culto o semplicemente per ammirare la splendida architettura e le vetrate colorate. Tre chiese occupano il sito dal 757 d.C. e la versione attuale dell’abbazia è stata trasformata a metà del tardo 1800. Gli orari di apertura variano e si può prolungare la visita con l’aggiunta di un tour della torre o partecipando a una funzione.

 

 

 

 

Il tempo sembra essersi fermato qui, davanti agli angeli di pietra che sorvegliano l’Abbazia dei santi Pietro e Paolo.

 

 

 

 

Si ipotizza che le terme romane nel Regno Unito abbiano poteri curativi che aiutano a curare alcune malattie. I poteri curativi dei bagni romani furono notati dai Romani dopo che il bagno curò la lebbra di Bladud.

Bladud, figlio del re d’Inghilterra, soffriva di lebbra che non era stata curata nemmeno dopo molti tentativi. Tuttavia, il bagno nel famoso bagno romano guarì miracolosamente la sua lebbra.

La leggenda fece credere alla gente che le sorgenti termali avessero poteri curativi e che qualsiasi malattia potesse essere guarita facendovi il bagno. Il re Bladud, soddisfatto del risultato, creò la città di Bath, dove furono aperte molte piscine di sorgenti minerali naturali. L’altra ragione era la presenza della dea Sulis Minerva alle terme. Secondo l’antica tribù dei Dobunni, la dea aveva il potere di guarire.

 

 

 

Al re Bladud venne dedicata una statua che tuttora sovrasta la stazione termale

 

 

 

 

Plastico che riproduce il complesso delle Terme. A sinistra il Tempio cui si fa spesso riferimento

 

 

 

 

Il Calidarium (sopra) con le sue tubazioni di piombo (sotto) utilizzate dagli Antichi Romani

 

 

 

Un mosaico raffigurante un ippocampo 

 

 

 

L’elaborato frontone raffigurante la testa di Gorgone

 

 

 

 

Le statue sul corridoio sopraelevato

 

 

Concludiamo con due CURIOSITA PER I TURISTI:

 

BATH - Il circo

Accanto al Royal Crescent si trova un cerchio di case a schiera chiamato The Circus, ispirato al Colosseo di Roma. Questo esempio unico di architettura georgiana fu progettato da John Wood il Vecchio. Completato da suo figlio, è visitabile gratuitamente.

 

 

 BRISTOL

Come abbiamo visto la città di BATH si trova alla periferia di BRISTOL (467.099 abitanti) la quale, come tutti sanno, è una città portuale antica e molto importante sia per le tradizioni storico-navali che per lo stile dei suoi palazzi e monumenti. La domanda che sorge spontanea a tutti (credo) possa essere la seguente:

 

Perché a Rapallo esiste da oltre un secolo il famosissimo Hotel BRISTOL (5*) che ha quel nome inglese?

 

 

 

 

Hotel BRISTOL – Rapallo 

Vista sul Golfo Tigullio

 

 

Ricavato in una dimora storica in stile Liberty costruita nel 1908, l'Hotel fu inaugurato nel 1911 e ristrutturato radicalmente nel 2006. affacciata sul promontorio di Portofino e circondata da un giardino di vegetazione mediterranea, dove lo stile moderno degli spazi e delle costruzioni si armonizza con il linguaggio architettonico del Liberty che, ancora oggi, caratterizza la facciata e tutto concorre a creare spazi e momenti di tranquillità in un paesaggio di grande bellezza.

 

  Trovate le risposte aprendo questo LINK:

 

IL MISTERO DEGLI HOTEL BRISTOL

https://www.skyscrapercity.com/threads/il-mistero-degli-hotel-bristol.719416/

Dopo un breve pezzo dell’articolo, compare la voce “see more” per leggerlo tutto.

 

 

Concludo con un paio di riflessioni:

Già c’eravamo accorti, con l’articolo sul Faro di Dubris, l’unico faro romano ancora esistente nella sua forma originale, che gli Inglesi sono particolarmente affezionati alla conservazione della cultura Romana in generale. Con la visita alle Terme di Bath ne abbiamo avuto la conferma!  

Per gli appassionati dell’argomento ho trovato LA LISTA DI TERME ROMANE che risalgono alla presenza dell’Impero Romano durante la sua espansione:

https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_terme_romane

Da una superficiale lettura ho ricavato l’impressione che soltanto le Terme di Bath abbiano conservato l’impianto originale ove è ancora possibile immergersi anima e corpo nell’atmosfera di 2000 anni fa. Impressione, non significa certezza! Il lungo elenco di località pubblicate da Wikipedia, temo si riferisca a “ruderi” di terme romane, oppure a moderni rifacimenti strutturali di Impianti Termali su antichi siti già esistenti e sfruttati in epoca romana per la presenza di acque calde curative.

 

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, 28 Giugno 2023

 


IN VIAGGIO CON I TONNI

 

IN VIAGGIO CON I TONNI

 

 

E’ vero che i FENICI cacciavano già i tonni nel primo millenio a.C.?

A questa domanda hanno risposto due archeologi dell’Università di Sassari, Piero Bartoloni, docente di Archeologia fenicio-punica, e Michele Guirguis,  ricercatore, durante una conferenza archeologica dal titolo: 

 

I Fenici lungo le vie dei tonni tra Oriente e Occidente

Un incontro che ha percorso la storia del Mediterraneo all’alba del I millennio a.C., quando le navigazioni tra Oriente e Occidente portarono i Fenici alla frequentazione stabile delle coste del Mediterraneo centro-occidentale e della Sardegna. In quel periodo si era già a conoscenza delle abitudini migratorie dei tonni e, secondo alcuni studiosi, anche delle pratiche di pesca con le tonnare. È certo che i “maiali di mare”, * in quella fase, rappresentassero una primaria fonte di ricchezza. Inoltre, sembra che gli spostamenti della popolazione fenicia verso l’Oceano Atlantico dipendessero dalle volontà di seguire le rotte dei tonni. Dunque i Fenici e i tonni possono considerarsi dei veri “compagni di viaggio”, che oltrepassarono le Colonne di Ercole e che unirono le regioni mediterranee e atlantiche in un continuum culturale fino alle soglie dell’età romana. Bartoloni e Guirguis racconteranno gli esiti delle campagne di scavo, condotte dai primi anni 80 del secolo scorso a oggi, nel Sud Sardegna, a Sant’Antioco e Monte Sirai (Carbonia), siti archeologici dove sono state trovate diverse vertebre di tonno rosso.

 * Poiché gli scarti di lavorazione sono minimi, il tonno viene anche detto “maiale di mare”.

 

   MA FURONO I GRECI E I LATINI A LASCIARCI MAPPE E DOCUMENTAZIONI SCRITTE

 

 

Principali fonti antiche in relazione alla localizzazione geografica nel Mediterraneo

... Una delle prime spiegazioni la diede Aristotele nella sua Historia Animalium (Arist. hist. an. VIII), tesi in seguito ripresa da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia (Pli. nat. IX,18-19) e da molti altri. Inserendo le citazioni degli autori classici in un quadro geografico è possibile osservare come tutte siano distribuite lungo le rotte seguite dai tonni. L'ipotesi di Aristotele fu poi raccolta da tutti gli autori dell'Antichità e del Medioevo 5 ...

Le tonnare “di andata” nella costa occidentale siciliana sonoFavignana, Formica, San Cusumano, Bonagia, Scopello, Castellammare, Trabia; mentre tonnare “di ritorno” sono: Capo Passero, Siculiana, Sciacca, Capo Granitola, Santa Panagia.

 

LE ROTTA DEI TONNI

Il tonno entra nel Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra, tra l'inverno e la primavera, e segue le coste africane (Marocco, Algeria, Libia); in estate il tonno scompare, migra nell'Atlantico, in cerca di cibo più abbondante. Le rotte seguite sono le stesse da chissà quante migliaia di anni…

 

 

 

Oggi si dice che intorno al TONNO (l’oro rosso del Mediterraneo) ci sia in atto una guerra da 65 miliardi … per controllarne il mercato. Si scopre così che i contendenti si chiamano Signori delle Reti e Signori delle Gabbie. Le nazioni contendenti si chiamano Italia, Spagna e Malta, che intendono conquistare separatamente il GIAPPONE quale primo MERCATO del tonno rosso in assoluto nel mondo. Il boom mondiale del consumo di sushi e sashimi ha fatto decollare prezzi e fatturati di questo pesce: ai 40 miliardi legali si devono aggiungere almeno altri 25 miliardi del mercato illegale.

Quante tonnare ci sono in Italia?

In Italia, al momento le tonnare che hanno una licenza di pesca sono solo tre: Isola Piana a Carloforte, Capo Altano e Porto Paglia a Portoscuso, tutte in Sardegna. Ci sono poi quelle di Favignana in Sicilia, Cala Vinagra a Carloforte in Sardegna, Camogli in Liguria, senza né una licenza di pesca, né delle quote.

Dove si trova il miglior tonno al mondo?

Tonno rosso «di corsa», a Carloforte il migliore del mondo

È una pratica che risale, come abbiamo già visto, ai tempi dei fenici quella che si ripete ancora oggi nei mari della Sardegna, precisamente a Sud, sulle coste della minuscola isola di San Pietro dove si trova il comune di Carloforte,  l'ultima tonnara d'Europa.

 

TONNO ROSSO «DI CORSA», A CARLOFORTE IL MIGLIORE DEL MONDO

 

 

 

500 anni di tradizione, una pesca cruenta, un animale eccezionale. Stiamo parlando del tonno rosso, soprannominato «tonno di corsa», una vera prelibatezza tipica di Carloforte, Isola di S. Pietro, località a sud ovest della Sardegna.

 

L’ultima tonnara d’Europa

 

Quella di Carloforte è l’unica tonnara attiva di tutto il Mediterraneo, dalla quale si dirige una pratica, quella della mattanza, che risulta essere uno spettacolo esclusivamente per palati forti. Nonostante il metodo cruento è una pratica che si svolge una volta l’anno, su una scala troppo limitata per mettere in pericolo la specie di tonni rossi che torna nel mediterraneo ogni anno. Proprio da questo prende il suo soprannome, «di corsa»: i tonni arrivano in grandi banchi dall’oceano Atlantico con l’obiettivo di deporre le uova nelle acque più calde del Mediterraneo.

Durante questa lunga navigazione il pesce attinge alle sue scorte di grasso, la carne diventa più magra e ricca di proteine e diventa davvero pregiata. Così il tonno rosso viene diretto, quando transita vicino a Carloforte, all’interno di diverse camere composte da reti fisse. Quando il numero di esemplari raggiunge la soglia che il rais – il capo della tonnara – reputa sufficiente, l’ingresso di questo labirinto viene chiuso e gli esemplari fatti entrare nell’ultima grande «camera» dove si compie la vera e propria mattanza.

Gli esemplari catturati in questo modo sono richiesti in tutto il mondo e in particolare sono gli chef giapponesi ad avere una passione sfrenata per questo tipo di pesce, quasi di più che per le loro varietà locali. Ogni anno alla fine di maggio si tiene a Carloforte il famoso Girotonno, una festa in concomitanza con la riapertura della tonnara, dove vengono invitate molte personalità del mondo della gastronomia a celebrare quello che in molti definirebbe come il migliore tonno del mondo. Bisogna stare comunque attenti: i carlofortini non sono gli unici appassionati di questo pesce e in Europa esistono soglie vincolanti di pesca che non possono essere superate.

Matteo Buonanno Seves

 

 

IL VIAGGIO DEI TONNI VIVI VERSO I MERCATI DEL MARE NOSTRUM

 

La comunità europea é favorevole al loro utilizzo, prova ne sia che questo sistema di ingabbiamento riceve finanziamenti dagli stati membri.

 

La pesca del tonno, secondo la legge italiana, è aperta soltanto dal 15 maggio al 14 giugno, ma la possibilità di poterli comprare sui banchi dei mercati ittici della penisola e poterli consumare tutto l’anno ci induce a porci qualche domanda.

Per capire il segreto di questo commercio in forte espansione, occorre sapere che ormai da un ventennio la domanda di TONNO cresce in modo esponenziale sui mercati nazionali ed internazionali che hanno il loro epicentro nell’Estremo Oriente.

Siamo così entrati con molta curiosità nei meccanismi principali che regolano la pesca e la vendita del tonno che, cambiate le sue regole ed anche le complesse tecniche di allevamento che precedono la fase finale del ciclo,  ha allungato i suoi orizzonti via mare verso rotte e mete lucrose sempre più lontane e difficili da raggiungere a rimorchio... 

A dire il vero, è stato proprio questo aspetto: il viaggio a rimorchio dei tonni all’interno di grandi gabbie ad aver catturato la nostra attenzione.

 

Entrando più nel dettaglio possiamo dire che le tonnare tradizionali, insieme ad altri sistemi di reti più moderne: (saccaleva o rete a circuizione), provvedono alla cattura del tonno che viene trasferito in appositi “bacini galleggianti”. L’immissione del tonno vivo in queste “prigioni” abbastanza criticate dagli ambientalisti, fa crescere il pescato sotto misura così da poterlo rivendere su richiesta del mercato, nella taglia voluta e commercialmente conveniente.

Riferendoci ora alla nuova disciplina della pesca del tonno rosso del Mediterraneo, voluta dalla CEE e supportata scientificamente dall’ICCAT, si passa ad uno degli aspetti più importanti dell’attività di conservazione in mare del tonno, vale a dire il trasferimento nelle gabbie che vedremo nel dettaglio.

L'Acronimo ICCAT si riferisce a: International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas”. Tale Commissione fu fondata in seguito alla Convenzione Internazionale per la Conservazione dei Tonnidi dell'Atlantico firmata a Rio de Janeiro il 14 maggio del 1969.

 

Il circuito ci viene spiegato meglio dagli specialisti:

 “…… dell’ingabbiamento, ovvero della possibilità per le imprese singole, cooperative o loro consorzi di costruire degli allevamenti dove depositare i tonni catturati vivi nel periodo di tempo concesso. Le norme valgono essenzialmente per gli individui che sono sotto le misure prescritte: 30 chilogrammi o 115 centimetri di lunghezza. L’immissione di questo prodotto vivo nel bacino galleggiante fa crescere il pescato sotto misura così da poterlo rivendere su richiesta del mercato, nella taglia voluta e commercialmente conveniente”.

 

Sono gabbie lunghe 60 metri e vengono trainate da rimorchiatori potenti ma per ragioni legate alla vita stessa del tonno, la velocità di questi “strani” convogli non può superare 1 nodo all’ora.

 

Chi scrive ha lavorato, una decina d’anni al comando nel settore dei rimorchi portuali e d’altura, ed anche negli anni successivi, da pilota del porto di Genova, si è sempre occupato con passione dell’evoluzione tecnologica di questi mezzi molto particolari e versatili, ma solo da pensionato ha scoperto che da circa 15/20 anni vengono effettuati rimorchi di tonni vivi in gabbie speciali. Ovviamente, avendo solo informazioni di seconda mano, si affida anche in questo caso, ad un bravo  giornalista: Mario Bussani che ci descrive in modo molto preciso ed efficace quanto segue:

 

La gabbia è costruita in materiale sintetico. Contiene mediamente al suo interno 2.000 tonni; calcolando ciascun individuo di 100 kg, abbiamo una potenzialità in peso di 200 tonnellate, con un volume disponibile per ogni capo di 56 m3 di mare.

 

 

Teoricamente si potrebbero contenere in quello stesso spazio molti più pesci, ma è un rischio elevato poiché questi ultimi, ristretti in quello stessa capacità, potrebbero ammazzarsi durante gli spostamenti con le gabbie al traino. Il diametro del bacino, come detto, è di 60 metri, mentre la rete ha le maglie di 40 centimetri di lato. L’intera struttura è trattenuta in basso da cinque zavorre o corpi morti ciascuno delle quali pesa 650 kg circa. Durante il trasporto la gabbia stessa è trainata da una cima sintetica in polietilene, lavorata a cavo torticcio, di 300 metri di lunghezza e con un diametro da 12 a 15 centimetri. Di notte è segnalata la sua posizione con delle luci particolari, anche per il traino e per il rimorchiatore: una luce bianca fissa e una lampeggiante, oltre alle normali luci di posizione per la navigazione. È inoltre munita di un deflector radar (sagoma metallica per l’individuazione del punto trasmesso sullo schermo radar) per l’avvistamento a distanza sullo schermo delle altre navi. La velocità di crociera della gabbia al rimorchio, quando è vuota, può raggiungere 3,6 miglia all’ora; quando, invece, è carica con pesce vivo non deve superare 1 miglio all’ora altrimenti i tonni potrebbero perdere dentro, nel bacino, il loro orientamento sistematico, che è permanentemente circolare, in senso destrorso, ovvero in direzione oraria. In tal caso, si scontrerebbero tra di loro ferendosi prima e uccidendosi poi, all’interno del bacino stesso con la logica conseguenza della perdita del prodotto.

 

 

Le rotte più battute sono: Trapani-Marsiglia – Trapani Malta - Sud Sardegna-Marsiglia - Sud Sardegna-Malta. I viaggi più lunghi possono durare anche un mese e più giorni perché molto dipende dalle rotte scelte e dalle condizioni meteo che s’incontrano nelle stagioni scelte per questi viaggi molto particolari.

 

Rimorchio Gabbie - Oceanis S.r.l.G

oceanissrl.it

https://www.oceanissrl.it › public › allegati › pr...

PDF

Rimorchio Gabbie. “CAMPAGNA DI PESCA AL TONNO ROSSO 2018”. INCONTRO RIVOLTO AI COMANDANTI E/O ARMATORI DEI. RIMORCHIATORI (TUG) IMPEGNATI NELL'ATTIVITA' DI ...11 pagine

 

 

 

 

 

ECCO COME APPARE UNA GABBIA IN NAVIGAZIONE

 

 

 

 

 

 

Nel mare esistono circa 50 specie di tonno, tutte più o meno accomunate dal corpo robusto e dalla forma affusolata, perfetta per nuotare velocemente. Quattro sono però le varietà più consumate: tonno rosso, alalunga, pinna gialla e tonnetto striato.

 

LA TONNARELLA DI CAMOGLI

A conclusione di questa ricerca riportiamo lo stralcio di un’interessante ricerca storica sulle tonnare liguri della scrittrice camogliese Mariotti Annamaria Lilla che riguardano il Tigullio.

 

 

UN PO’ DI STORIA…  Le tonnare liguri 

Nel 1600 alcune di queste tonnare si trovavano lungo tutta la Riviera Ligure, ma tre sole erano le più importanti e remunerative. Nella seconda metà del 1600 la prima tonnara in ordine di importanza era quella di Camogli, seguita da Monterosso e da Santa Margherita. La tonnara di Camogli ha origini antichissime, le prime notizie scritte risalgono al 1603, quella di Monterosso era già in funzione alla fine del 1500, e quella di Santa Margherita risale al 1617.  Queste sono le prime notizie storiche a cui si può risalire, ma sicuramente erano tutte molto più antiche perché nel 1300 era già attiva una tonnara a Portofino Mare e ancora prima gli Abati di San Fruttuoso avevano calato una tonnara tra San Fruttuoso e Punta Chiappa, ma le forti correnti li avevano fatti desistere.  Tra il 1383 e 1385 abbiamo notizia di alcuni Portofinesi multati o condannati per aver venduto o occultato del tonno. Nel 1388 Nell'inventario di Oberto Graziano, barbiere di Portofino, figura un barile di tonnina sott'olio, già una rarità a quell'epoca, in cui il tonno veniva ancora solamente salato.  

Nel 1608 era già stata calata una tonnara nel golfo di Rapallo e nel 1617 viene accordato a Benedetto Costa l'appalto per la tonnara di Santa Margherita.  Nel 1618 quattordici pescatori di Camogli si associano con Costa che da parte sua impiega quattro uomini, con l'impegno che il primo tonno pescato doveva essere offerto al Santuario si Santa Maria di Nozarego per un voto fatto dallo stesso Costa.  Tanto valeva il tonno a quei tempi che poteva essere usato come ex-voto al posto di un qualsiasi oggetto di valore, infatti la pesca dei tonni era considerata molto lucrosa, perché in quegli anni ne venivano ancora pescati molti.  Tutta l'economia delle piccole città costiere gravitava intorno a questa attività.    Una parte degli utili di questa tonnara fu impiegato per il restauro di quel Santuario. 

 

Da una ricerca di Carlo Gatti:

La tonnara di Perdas de Fogu a Sorso (sassari)

Rilevo alcune parti curiose che si riferiscono alla presenza di

alcuni liguri delle nostre parti…

 

…. 1769 iniziò così l’ultima fase della tonnara di Perdas de

Fogus che vide contrapposti due schieramenti: da una parte

Emanuele Vivaldi e creditori del defunto residenti nel capo  

meridionale della Sardegna, e dall’altra Scajoni che aveva 

acquistato i diritti di alcuni creditori liguri della tonnara. Per i

Vivaldi era in ballo il predominio nelle loro tonnare fino al

termine dei contratti nel 1785, poiché neanche alle saline

andava tutto per il verso giusto. Lì i locatari avevano rescisso

il contratto nel 1768, motivando la loro decisione con l’aspra

concorrenza di Perdas de Fogu collocata sopravvento – quindi –

raggiunta prima dai branchi dei tonni – per cui la quantità dei

pesci catturati sarebbe notevolmente diminuita, da quando

lo stabilimento di Sorso aveva ripreso l’attività.

La tonnara delle Saline passò ai mercanti:

Raimondo Belgrano di Diano e Francesco Rapallo di Cagliari,

anche lui di origini liguri ….

 

 

Conclusione:

Il mondo che gira intorno alle TONNARE ha subito un forte cambiamento nei secoli, la tecnologia ha facilitato tutte le operazioni legate alla filiera del pescato. Se un tempo i tonni venivano venduti e consumati sui mercati locali, oggi, come abbiamo visto, è il Giappone che guida e comanda il mercato mondiale delle moderne degustazioni del Sushi…Tuttavia, c’è da sottolineare che la TRADIZIONE ITALIANA in questo settore è dura a morire come rileviamo da un sito carlofortino:

“...a conservare il senso di ciò che fu per secoli è rimasta la lingua viva, e ancor oggi che le cose son cambiate, le parole, i nomi delle cose sono quelli antichi. Molto del lavoro si svolge ancora come fu nei secoli passati: quello della tonnara si rivela a tutt’oggi tra i vari modi della pesca praticati, il meno dannoso per la specie, a dispetto del suo carattere cruento. Il più sostenibile nel suo scegliere i capi da pescare, nel risparmiare gli altri. Nel suo confronto diretto con la forza del tonno, sono da sempre il rispetto dell’animale e la necessità sentita di salvaguardare il suo ambiente naturale”.

 

 

La conclusione vista da un altro punto di vista....:

RPIMEDIA

Investigative Reporting Project Italy

 

La mattanza invisibile

Un sommozzatore svela le reali conseguenze della pesca al tonno rosso nel Mediterraneo. Gli esemplari morti sono molti di più di quanto dichiarato, e le quote di trasferimento vengono sforate senza alcuna preoccupazione. In un settore impregnato di omertà

30 Novembre 2022

https://irpimedia.irpi.eu/mattanza-invisibile-tonno-rosso/

Nel 2015 dedicai un servizio al settore della pesca:

ALLEVAMENTO DI ORATE E BRANZINI NEL TIGULLIO

Un settore in forte crescita grazie all’iniziativa del “rapallino” Roberto CO’

https://www.marenostrumrapallo.it/aqua/

L’articolo non ha nulla a che fare con i tonni, tuttavia molta attrezzatura: reti,  gabbie e mezzi  nautici danno l’idea, con le dovute differenze, della stessa tecnologia impiegata nel moderno settore che abbiamo trattato.

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, Martedì 21 Giugno 2023

 

 

 

 

 


LA CHIESA DI SAN MARCO AL MOLO - PORTO DI GENOVA

 

LA CHIESA DI SAN MARCO AL MOLO

PORTO DI GENOVA

 

La chiesa del Porto, costruita per tre lati sull’acqua, accoglieva i naviganti già nell’alto Medioevo

 

La chiesa nasce nella zona più antica del porto. La denominazione "al molo" indica proprio la sua vicinanza all'attracco delle navi nella parte più trafficata dell'epoca.  Si tratta dell’unica chiesa che si trova ancora oggi murata tra le case d’abitazione all’interno della cinta portuale.

L’altra importante peculiarità fu che l'arcivescovo Ugone della Volta, tra il 1163 e il 1188, la fece costruire su richiesta del “popolo del porto”  che lavorava nelle attività commerciali, nei servizi portuali e in quelle numerose Corporazioni degli artigiani navali che si occupavano delle riparazioni navali.

E’ persino superfluo rimarcare quanto questa CHIESA  rappresenti al suo interno un prezioso scrigno in cui si conserva lo spirito della Genovesità/Zeneixitae mercantile che è sempre stata la fucina di grandi  navigatori e armatori i cui nomi riecheggiano nel mondo dello Shipping internazionale da molti secoli.

 

MOLO VECCHIO nel 1760

 

 

 

UN PASSO INDIETRO

Il dipinto di Antonio Varni (foto sotto) rappresenta scene di vita quotidiana a Genova. Si nota la chiesa di San Marco al Molo che fa da sfondo alla vita in porto. Una chiesetta del XII secolo, nascosta nel fronte del Molo che oggi borda il parterre del Porto antico.

 

 

 

La foto (sotto) ritrae la chiesa di San Marco alla fine dell'800. In primo piano si nota la difesa a mare della città, costruita nel XVI secolo.

 

 

 

 

IL MOLO VECCHIO NEGLI ANNI '50 DEL NOVECENTO

 

 

 

 

IL MOLO VECCHIO OGGI

 

 

 

 

Nella  foto sotto scattata da un drone, si fatica ad intravedere la chiesa di San Marco al Molo. L’edificio religioso appare soffocato da case d’abitazione. La freccia rossa poggia quasi sul suo campanile. L'immagine dà l'idea precisa della sua posizione centrale che fu nel porto medievale.

 

 

IL MOLO VECCHIO(sotto) con i suoi magazzini in primo piano, è stato inglobato nel Porto Antico di Renzo Piano aprendosi alla città e attirando il turismo d’élite.

 

 

 

Passeggiando nel  Porto Antico ...

L’anonima entrata della chiesa di San Marco al Molo

 

 

 

 

SAN MARCO 

STORIA DELLA CHIESA DEL PORTO

 

La piazza prende nome dalla prospiciente chiesa dedicata a San Marco, il quale nato in Cirenaica quando Cristo aveva già compiuto la sua missione, si trasferì a Roma dove infuriava la persecuzione contro i seguaci del Nazareno. Il contatto quotidiano con San Pietro lo rese edotto sulla vita e sui fatti miracolosi del Salvatore, ed ebbe così modo di scrivere il Vangelo che da lui prese nome. Dopo il martirio di San Pietro, Marco lasciò Roma ed andò ad Aquileia dove fu il primo vescovo; trasferitosi in Egitto fondò in Alessandria la prima chiesa, quando preso dagli eretici fu sottoposto al martirio al quale seguì la morte. Fin dall’VIII secolo il corpo di San Marco fu conservato nella chiesa episcopale da lui fondata, ma nell’anno 815 fu trafugato e portato a Venezia dai nobili veneziani Buono Tribuno e Rustico di Torcello. Da quel periodo il culto verso San Marco si diffuse anche a Genova, malgrado i documenti che ci rimangono al riguardo non vadano anteriormente al secolo XII. Il primo infatti è l’atto relativo alla costruzione della chiesa dedicata a San Marco; nel documento datato 26 gennaio 1173, risulta la richiesta di un Striggiaporco, figlio di Giovanni Nepitella da cui discendono i Salvago, per ottenere dai Consoli un pezzo di terreno presso il Molo, e fabbricarvi una chiesa da dedicare a San Marco evangelista. Un altro documento riguardante la chiesa è contenuto in una lettera di papa Alessandro III al vescovo di Tortona datata 20 settembre 1175. La chiesa sorse nella cornice assai pittoresca delle casupole antistanti la zona del Molo, ed appena finita accolse le spoglie del patrocinante della sua costruzione: lo Striggiaporco, la cui tomba fu detta dei Salvaghi, suoi discendenti, che ivi per secoli ebbero diritto di sepoltura. L’Arcivescovo Ugo della Volta (1163-1188) non esitò ad erigere in parrocchia la nuova chiesa, sotto la dipendenza del Capitolo della Cattedrale, incontrando l’ostinata opposizione dei parroci confinanti i quali non lasciarono nulla d’intentato per contrastare la decisione vescovile. L’originaria chiesa romanica ebbe a subire nel tempo delle modifiche ed aggiunte che ne compromisero le sorti, anziché abbellirla come era nell’intento di chi vi operò i lavori. Già alla fine del secolo XV la forma primitiva poteva dirsi scomparsa; il campanile, singolarissimo nella sua pianta ottagonale, molto simile a quello del non distante San Donato, durò più a lungo, ma minacciando rovina fu abbattuto nel secolo XVII.

L’ampliamento della chiesa secondo il suo assetto attuale che la mostra incorporata in una casa, risale al periodo di costruzione dell’ultima cinta muraria cittadina (1630) e venne realizzata con la contribuzione finanziaria della Corporazione dei Calafati, la quale fece anche costruire per proprio conto la cappella dedicata ai Santi Nazario e Celso che secondo la tradizione naufragarono davanti a Genova e furono salvati dai marinai genovesi. Si ricorda inoltre che San Marco fu sede della confraternita dei barcaioli, risalente al 1265, e della casaccia dei “bombardieri” o fonditori di cannoni i quali svolgevano la loro attività nelle vicine officine del Molo. Il concorso di privati arricchì la chiesa di tele e di sculture.

Nel 1346 la Conservatoria della Vergine dell’Umiltà adornò un altare con un dipinto del camogliese Bartolomeo Pellerano, che scioltasi la Conservatoria fu trasferito altrove, nella chiesa di San Giorgio costruita a Palermo dai genovesi colà residenti. Altre opere si aggiunsero nel tempo ad adornare gli altari della chiesa, fra i quali, come tra breve vedremo: “Lo sposalizio di Santa Caterina” di Orazio De Ferrari; “Martirio di Santa Barbara” di Domenico Fiasella; “Nostra Signora del Soccorso” di G.B. Carlone; Gruppo scultoreo di Francesco Schiaffino raffigurante i Santi Nazario e Celso; Assunta” scultura lignea di A.M. Maragliano.

Nel secolo XVI la chiesa di San Marco risultava una delle meglio officiate della città; e dal 1593 per decisione del capitolo di San Lorenzo vi si svolgeva una solenne processione di ringraziamento, dopo che la popolazione aveva superato un critico periodo di carestia, con l’arrivo inaspettato in porto di molte navi cariche di grano. Vanno inoltre ricordati i cimeli marmorei, apposti alle pareti della chiesa. All’esterno sul lato di via del Molo il Leone di San Marco, portato in patria da Gaspare Spinola, da Pola, dopo la vittoria del 1380 sui veneziani. Altro marmo decorato dai fregi del Della Porta, ricorda la pulizia del fondale marino, operata in quel tratto di mare compreso fra San Marco ed il Ponte dei Cattanei, nell’anno 1513.

Durante il periodo bellico, nell’ottobre 1944, la chiesa fu fatta evacuare per il progettato piano germanico di distruzione del Molo con le adiacenti banchine; fortunatamente tale disegno distruttivo non ebbe luogo e nel dopoguerra saggi di restauro hanno rimesso in luce le colonne romaniche originarie, caratterizzate da capitelli cubici di pietra nera, e la linea perimetrale della prima abside, segnata da un corso di mattonelle chiare.

La chiesa di San Marco era meta dei condannati a morte, i quali dinnanzi ad essa ricevevano la benedizione prima di essere condotti al supplizio. L’ultimo giustiziato a Genova nella zona del Molo fu Antonio Cella, (nativo dell’entroterra di Chiavari) il 5 gennaio 1855.

Sulla piazzetta prospiciente la chiesa s’ergeva il Palazzetto dove fino al 1428 ebbero sede i Salvatori del Porto e del Molo, e successivamente anche i Padri del Comune.

L’edificio nel 1565 fu ceduto al Magistrato dell’Abbondanza per costruirvi ampi magazzini.

Porta di San Marco:

La porta, la quale dà accesso alla calata dei Cattanei, prende nome dalla stessa chiesa di San Marco; un tempo esisteva una loggia eretta nel 1346 in aderenza alla chiesa che risulta citata in antichi documenti con nome “Logia Sancti Marci”. In sua memoria una lapide del 1346 ricordava la concessione in locazione dell’ufficio dei Protettori delle Compere ai massari della chiesa di San Marco. Gli stessi massari nel 1571 la subaffittarono al Magistrato dell’abbondanza che l’utilizzò per stivare il grano.

Nel 1648 con decreto dei Padri del Comune datato 20 aprile, si concedeva al rettore di San Marco la facoltà di chiudere detta loggia, situata contigua alla chiesa di fronte al suo ingresso: “ante continguam dicte ecclesie”.

 

PEZZI DI STORIA PORTUALE

 

“I lavoratori del porto di Genova hanno da epoca antichissima avuto – scrive Luigi Einaudi nel 1901 – la tendenza a raggrupparsi in corporazioni, per la tutela dei loro interessi e per la determinazione dei salari e delle altre condizioni di lavoro. Dove gli imprenditori sono pochi e gli operai si contano a migliaia, e tutti sono suppergiù, egualmente forti ed atti a compiere il rude lavoro di facchinaggio che è loro imposto, è naturale che gli operai si riuniscano in società per non portarsi via il pane l’un l’altro, per regolare, una volta per sempre, l’ammontare del salario e la durata del lavoro.  Siccome il lavoro del porto non è continuo, ma muta di giorno in giorno per intensità e ampiezza, così è necessario che sul porto esista un’armata di lavoratori capace di far fronte ai lavori di luna massime nello scarico e nel carico: e siccome nei giorni di lavoro medio od inferiore alla media non tutti possono essere occupati, così è d’uopo che gli operai si accordino per alternarsi al lavoro in modo che nessuno corra il rischio di morire di fame, quando il lavoro è scarso”.

 

(nella foto sotto)

Nei dintorni di via del Molo: la cisterna  era utilizzata per rifornire lavatoi, fontane, navi e velieri

 

Alla base dell'edicola, la scritta:

"Moles Esto et Molias"

 Sii barriera e calma le tempeste

 

 

A due passi dal Porto Antico, nel cuore di Genova, si trova via del Molo, stretta stradina che porta dal centro storico verso il mare. Qui, più o meno all'inizio, i turisti e i residenti possono ammirare un'antica edicola votiva sulla facciata di quella che viene chiamata "Fontana dei cannoni". (foto sopra).

L'edicola risale al 1634 ed è dedicata a San Giovanni Battista, ed è interessante notare che proprio qui terminava il ramo detto di "Castelletto" del tratto più antico dell'Acquedotto Storico di Genova.

In questa fontana, che era più una cisterna, come spiega Mauro Ricchetti in "Le Madunnette dei Caruggi" (Erga) erano infatti raccolte le acque provenienti dalla Val Bisagno per rifornire lavatoi, fontane, navi e velieri.

 

 La strana scultura della "testa del boia" in via del Molo

All'ultimo piano di una casa in via del Molo (quella che da piazza Cavour conduce al Porto Antico, (foto sotto), poco prima che inizi il tetto, in un angolo è scolpito un viso nella pietra (seconda foto sotto).

 

 

 

 

Per alcuni rappresenta il boia, per altri le teste mozzate. Per altri invece è semplicemente il dio Giano, uno dei protettori della città.

Pare che la scultura sia collegata alle esecuzioni capitali che in antichità avvenivano proprio sul molo. La macabra rappresentazione è forse un monito per significare: "comportatevi bene, altrimenti questo è quel che vi aspetta".

 

LA CASA DEL BOIA

La Casa del Boia detta anche casa di Agrippa, in quanto vi fu rinvenuta una lapide appunto dedicata a Marco Vipsanio Agrippa, Ammiraglio dell’imperatore romano Augusto.

 

Ma già nel 1500, appunto, qui molte persone trovarono la morte, e per giustiziarli si ricorreva all’impiccagione o al taglio della testa per mezzo di una scure, ma anche della ghigliottina che tornò in funzione al Molo nel 1806, quando la Liguria era ormai stata annessa all’Impero di Napoleone.

 

 

 

LE CORPORAZIONI PRESENTI IN VIA DEL MOLO

 

Al Molo, prima del Rinascimento, esistevano già 228 botteghe, delle quali almeno 1/3 dovevano essere dedicate all’arte della marineria.

 

“Lungo le calate dei vecchi moli, tra gli edifici alti e stretti addossati l’uno all’altro, in quel distretto un po’ fiabesco dove ogni via rimanda a un mestiere, ecco, in quell’aria spessa carica di sale…”

 

Qui erano le botteghe dei mastri d’ascia e dei cordai che testimoniano gli antichi mestieri di una volta con i nomi stessi dei vicoli:

 

- Via dei Calderai: Antica strada formatasi sul letto prosciugato del torrente Kemonia.
La peculiarità di questa strada è quella di ospitare ancor oggi numerose botteghe di artigiani calderai.

Il quartiere ebraico, si trovava ai margini del torrente Kemonia, era compreso tra il Ponticello, la via Calderai e la via del Giardinaccio.

Il centro del quartiere gravitava attorno alla sinagoga detta volgarmente «meschita», nome ricordato dalla strada in cui sorgeva.

 

- Vico Ferrari: Si ritiene che la denominazione derivi dalle officine che vi avevano i “ferè” (fabbri) per i lavori che eseguivano sulle navi. In tempi lontani il vicolo comunicava direttamente con il Molo. 

 

- Vico Malatti: Sito nel quartiere del Molo  in origine vico Malatti  era uno dei numerosi vico dell'Olio
presenti sparsi in città.

 

- Vico dei Bottai: “nomen omen”, ricorda quando si iniziarono a costruire le abitazioni fuori dalla cinta muraria e si formarono borghi che presero il nome dalle corporazioni artigiane in essi raggruppati. L’industria dei bottai fu qui fiorente fino agli inizi del nostro secolo. In seguito le varie officine poco per volta scomparvero ed oggi continua solo la tradizione. Vico Bottai si estendeva in origine fino al mare. La costruzione delle mura del molo ed i successivi ampliamenti della zona portuale ne ridussero notevolmente la lunghezza. 

 

- Vico Palla: deriva dal fatto che nel vico usavano riunirsi, prima e dopo le competizioni sportive, i giocatori del pallone. Sport diffuso nella nostra città anche nei secoli scorsi. Vico Palla è fiancheggiato da due edifici: i magazzini di S.Marco e i depositi del sale.

 

- Vico delle Vele: Il toponimo di Vico delle Vele sito nell'antico quartiere del Molo rimanda al luogo dove avevano sede i laboratori degli artigiani velai.

 

- Vico Cimella: L'origine del toponimo Cimella rimanda alla traduzione di Cimiez nome della cittadina natale di San Celso Martire. Cimiez vicino a Nizza, infatti, era un tempo genovese e il Santo, insieme a Nazario, fu il primo a predicare il Vangelo in Liguria.

Gli Stoppieri erano commercianti di stoppa e canapa, un lavoro connesso alle arti marinare (cavi e cime di ogni tipo e misura) che al Molo regnavano sovrane in quanto fornivano materiale e maestranze specializzate, ad esempio i CALAFATI che riparavano gli scafi in legno dei velieri messi in "secco" per renderli navigabili.

Era su queste attività che si basava la vita degli abitanti del Molo e Genova che, per mantenere in buona efficienza il loro porto, stabilirono, fin dal 1134, delle gabelle che le navi dovevano pagare quando attraccavano in quelle banchine per fare operazioni commerciali.

 

"Le corporazioni medievali, o arti, erano categorie professionali costituite dall’insieme dei lavoratori e imprenditori di un determinato settore e iniziarono a diffondersi nell’età comunale soprattutto nelle città dell’Italia centro-settentrionale; conobbero il loro maggiore sviluppo tra Duecento e Trecento, andando poi a scomparire tra Sei e Settecento. 

Le corporazioni disciplinavano le strutture lavorative in ogni loro aspetto: regolamentavano la trasmissione del sapere tecnico attraverso l’apprendistato, ostacolavano la concorrenza, stabilivano prezzi, salari e condizioni di lavoro dei loro sottoposti ma allo stesso tempo fornivano un aspetto assistenziale, coordinando e sostenendo le singole botteghe.

Col passare del tempo, per esercitare un mestiere, l’iscrizione all’arte diventò obbligatoria e sempre più complicata per chi non faceva parte dei nuclei familiari già iscritti: le corporazioni si trasformarono così in gruppi privilegiati in cui il carattere di mobilità sociale si perse del tutto.

Alcune arti divennero ricche e potenti istituzioni cittadine tanto che, dalla seconda metà del Quattrocento, il crescente potere degli Stati cercò di limitarne i privilegi; tra Cinque e Seicento la struttura delle corporazioni iniziò ad apparire superata, troppo rigida, non in grado di tenere il passo delle nuove esigenze dell’industria e dei grandi traffici commerciali, andando così a scomparire".

 

PORTA SIBERIA

 

 

A strenua difesa del porto, nel 1553 venne costruita Porta Siberia, (foto sopra) che deriva il suo nome da cibaria, in quanto vi erano in quella zona i depositi del grano, ovvero i Magazzini dell’Abbondanza, ai quali presiedeva un Magistrato, addetto al controllo dei prezzi e al buon andamento del commercio.

E qui erano anche i magazzini del Sale, ai quali era preposto un altro Magistrato.
Dalla porta si ergevano le Mura, l’ultimo tratto, le Mura di Malapaga, prendeva il nome dal carcere che lì si trovava, dove ai tempi della Repubblica, venivano detenuti i cattivi pagatori, gli insolventi dei propri debiti.

 

Le strade che corrono parallele a Via del Molo sono molto antiche

 

"Molto suggestiva è la prospettiva di vico Malatti: con un po’ di fantasia possiamo immaginarla brulicante di vita, con le donne affacciate alla finestra e i marinai, con le loro reti e loro vele, che rincasano con il loro carico di pesci…"

 

In questa immagine, sullo sfondo, potete intravedere il muro di Porta Siberia

 

 

Vico Cimella

 

 

 

 

ED ORA ENTRIAMO NELLA CHIESA DI SAN MARCO AL MOLO

 

 

La foto sotto mostra l’inconsueto semplice ingresso senza portale che tempi addietro si trovava dal lato opposto.

 

 

 

IL LEONE DI SAN MARCO

N.B.

Le foto che seguono e che riguardano gli interni della chiesa di San Marco al Molo sono tratte dallo splendido sito di Mrs. Fletcher che ringrazio sentitamente per i tanti spunti di arte e cultura che ci offre con tanta cura e competenza.

Sul muro laterale dell’edificio appare il bassorilievo del Leone di San Marco, che risale al 1379, al tempo delle guerre tra le Repubbliche Marinare quando a Pola, i Genovesi inflissero ai Veneziani una pesante sconfitta e come bottino di guerra si portarono via il LEONE, che era il simbolo della grandezza della città lagunare.

Ed il Leone di San Marco è ancora qui, sulle mura della chiesa dedicata a questo Santo

 

 

La chiesa è un Museo di storia marinara in cui ogni lapide marmorea descrive un episodio importante della città portuale.

 

Vicino al LEONE, vi è murata una lapide a ricordo del dragaggio dei fondali del porto realizzato nel 1513 ad opera dei Padri del Comune

 

 

 

Gli Interni della Chiesa di San Marco al Molo

 

L'interno, il cui orientamento è stato capovolto nel XVI secolo rispetto alla costruzione romanica, conserva la pianta basilicale a tre navate, separate da colonne in pietra rustica, sormontate da capitelli cubici e archi a tutto sesto. L'originaria copertura a capriate lignee è stata sostituita da una volta a botte, realizzata nel Settecento. 

 

 

 

Si è subito attratti dai dipinti di grandi pittori della scuola barocca genovese: Domenico Fiasella - Orazio De Ferrari e dalla splendida statua lignea dell’Assunta, opera di Antonio Maragliano, (foto sotto) risalente al 1736.

 

Accanto alla parete d’ingresso: L’Assunta, statua lignea di Anton Maria Maragliano

 

 

 

 

 

MADONNE D’OLTREMARE

 

Madonna del Soccorso (fine del XVII secolo)

 

Nella cappella alla destra del presbiterio, altare in marmo di Daniello Solaro  (fine del XVII secolo),  dedicato alla Madonna del Soccorso, raffigurata in una tavola di Giovanni Carlone, racchiusa in una scenografica cornice marmorea.

 

 

 

 

MADONNE BAROCCHE

 

Madonna e i santi Nazario e Celso

Francesco Maria Schiaffino (1735) commissionato dalla corporazione degli Stoppieri (calafati), come indicato da un’iscrizione presso lo stesso altare.

 

 

 

 

 

Martirio di Santa Barbara

 

Opera giovanile di Domenico Fiasella (1622)

Commissionato dalla corporazione detta dei Bombardieri (addetti alla costruzione e all'uso delle artiglierie) 

 

 

 

Ma anche le tracce della vita di persone come Nicola Pinto, la cui vicenda viene narrata sulla lapide che richiude la sua sepoltura.

 

 

A Nicola Pinto, portoghese, giovane di ottimi costumi che,
preparato alla scuola di belle arti,
mentre si affrettava verso Roma per raggiungere l’affezionatissimo fratello,
assalito qui da immatura morte,
perì a 22 anni nell’anno 1591 della salvezza umana.

 

 

LA CHIESA DI SAN MARCO FU L’ULTIMA VISIONE CHE EBBERO I CONDANNATI A MORTE

 

Amarezza, tristezza, pentimento? Nessuno saprà mai descrivere lo stato d’animo dei condannati a morte che percorrevano Via del Molo per ricevere l’ultima benedizione che precedeva la forca.

 

All’interno della chiesa di San Marco si trova ancora una lapide che ricorda quelle tristi esecuzioni.

 

 

Il rettore di San Marco è tenuto in perpetuo
a celebrare messa
ogni sabato e il 2 novembre di ogni anno,
in canto all’altare del SS. Crocefisso,
per i morti di pubblico supplizio qui sepolti,
come scritto nel decreto registrato
del Signor Giovanni Battista
Aronio il 29 Aprile 1654

 

In San Marco al Molo vi si conservano in due teche identiche le reliquie di due martiri cristiane, Santa Tortora e Santa Donata, traslate qui dalla Sardegna nel 1631.  (foto sotto)

 

 

 

 

Tra tutte, una ricorda la costruzione di un altare, dedicato ai santi Nazario e Celso, molto cari ai genovesi che li salvarono miracolosamente da un terribile e miracoloso naufragio.  La targa marmorea del 1734 è opera della corporazione della corporazione degli stoppieri.

 

 

 

 

A gloria di Dio, all’esaltazione della Santa Croce, alla S.ma Vergine madre di Dio,
ai santi Nazario e Celso martiri,
questo altare creato dall’opera marmorea di Francesco Maria Schiaffino,
la corporazione degli stoppieri di pece a proprie spese dedicava
nell’anno 1735 come risulta dagli atti intercorsi con questa chiesa parrocchiale
e rogati dal notaio Giuseppe Onorato Boasi nei giorni 20 e 30 maggio 1734.

 

 

 

La storia di Nazario e Celso inizia sul territorio genovese, intorno al 60 d.C., quando l'attuale Albaro era un piccolo borgo di baracche sul mare. Pescatori videro dalla spiaggia un'imbarcazione in balia delle onde avvicinarsi alla costa. Sulla barca, erano due gli uomini legati. Infine, la tempesta fece si che il relitto di deponesse sul bagnasciuga. Liberato il piu' anziano, si udirono le grida del giovane chiedere acqua acqua... I pescatori restarono sbigottiti quando l'anziano tocco' una pietra e ne fece sgorgare acqua dolce. Nazario e Celso erano stati legati e dati in balia del mare da alcuni liguri di Levante, dove avevano portato la loro predicazione, evidentemente non ben accolta. Nazario era reduce da una fuga da Roma, per sottrarsi alla persecuzione dei cristiani da parte di Nerone. Proprio nel corso della fuga e della predicazione aveva convertito a Nicea (Nizza) il giovane patrizio Celso. Nel 76 d.c. i due trovarono infine in terra lombarda, in quel di Milano, il martirio e la decapitazione.

 

Non è un caso che GENOVA, la città della Lanterna e di tanti preziosi tesori nascosti in una miriade di caroggi, conservi in San Marco al Molo la sede ideale e spirituale di tutto ciò che accade nel suo Porto.

Martedì 7 maggio

 Genova ricorda la tragedia del crollo della Torre Piloti al Molo Giano, che causò 9 vittime.

 

Alle ore 19.30 nella chiesa di San Marco al Molo, il Card. Angelo Bagnasco celebra la S. Messa;

Alle ore 20.45 in Piazzale Porta del Molo lettura di “La Torre degli Eroi”; seguono gli interventi di Marco Bucci, Sindaco di Genova, Ammiraglio Giovanni Pettorino, Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, Edoardo Rixi, Vice Ministro alle Infrastrutture e Trasporti. Partecipano i famigliari delle vittime.

Nell’occasione, verrà scoperta una stele, che sarà benedetta dall’Arcivescovo, a ricordo delle vittime del crollo.

Alle ore 22 corteo verso il Molo Giano e alle ore 22.59, al Molo Giano, deposizione di una corona e momento di raccoglimento al suono delle sirene del Porto.

 

 

Dello stesso autore:

 

GENOVA – LA CASA DEL BOIA

https://www.marenostrumrapallo.it/boia/

CAMALLI E CARAVANA

https://www.marenostrumrapallo.it/camalli-e-caravana/

 

I CADRAI DEL PORTO DI GENOVA

https://www.marenostrumrapallo.it/catering-2/

 

LA GENOVA DELLE CALATE E DEI CARUGGI ....

https://www.marenostrumrapallo.it/genova-comera/

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, 14 Giugno 2023

 


QUATTRO PASSI IN RIVA AL MARE …

 

 

QUATTRO PASSI IN RIVA AL MARE …

 

 

 

 

SCULTURA IN BRONZO DELLA NINFA CALIPSO

CEUTA-SPAGNA

 

Opera dello scultore Ginés Serrán Pagán. L'altezza della statua raggiunge i 5,50 m e pesa 750 kg. Secondo il racconto dell'Odissea di Omero era figlia di Atlante e viveva sull'isola di Ogigia, che gli autori pongono nell'Occidente mediterraneo. Donna bellissima e immortale, Calipso fu punita dagli dei per essersi schierata dalla parte del padre nella Titanomachia. Fu costretta a rimanere sull'isola di Ogigia, dove le Moire mandavano uomini bellissimi ed eroici di cui non faceva che innamorarsi, ma che poi dovevano partire.

Un giorno Odisseo, scampato al vortice di Cariddi, approdò sull'isola e Calipso se ne innamorò. L'Odissea racconta come ella lo amò e lo tenne con sé, secondo Omero, per sette anni offrendogli invano l'immortalità, che l'eroe rifiutava perché voleva ritornare nella sua amata Itaca per riabbracciare la moglie Penelope. Per questo Odisseo chiese a Zeus di intervenire. Il dio allora mandò Ermes per convincere Calipso a lasciarlo partire e lei a malincuore acconsentì. Gli diede legname per costruirsi una zattera, e provviste per il viaggio. Gli indicò anche su quali astri regolare la navigazione.

Secondo alcune tradizioni, dall'eroe avrebbe avuto due figli, ovvero Nausinoos e Nausithoos.

 

 

LA STELLA D’ITALIA

di Marco FIGARI

 

 

*LA STELLA D' ITALIA*

 

La Stella d’Italia (o colloquialmente lo “Stellone”) è il più antico simbolo patrio.

È una stella a cinque punte che campeggia nell’emblema della Repubblica Italiana, circondata da una ruota dentata d’acciaio (simboleggiante l’industria), con un ramo di quercia (forza e dignità) e uno di ulivo (pace).

Allegoricamente l’Italia è stata rappresentata per molto tempo come una figura femminile, fiera, dalle fattezze e dai colori tipicamente mediterranei, riccamente togata, dal capo turrito e con oggetti vari che simboleggiano il potere (scettro, spada, bastone del comando di Minerva) o l’abbondanza (spighe di grano, cornucopia), fino alla sua apparizione con la Stella sopra il capo, nell’iconologia di Cesare Ripa del 1603 anche se l’allegoria risulta già raffigurata come “stellata” in epoca tardo imperiale (II-VII secolo d. C.).

Le stellette militari, che figurano sulle divise delle forze armate italiane, così come sulle prore delle navi della Marina Militare, derivano proprio dalla Stella d’Italia. I primi militari che adottarono le stellette sul bavero furono gli ufficiali di fanteria dell’Esercito nel 1871.

C’è da dire anche che la "Stella d’Italia" è da identificare con l’astro più luminoso dopo il Sole e la Luna, ovvero il pianeta Venere, celebrato come identificativo della penisola italica (Esperia) sin dal viaggio di Enea dalla Grecia, da Stesicoro (VI secolo a. C.) e da altri poeti come Lucrezio. L’epopea è stata ripresa successivamente, per esempio, da Giosuè Carducci nelle Odi Barbare, Scoglio di Quarto:

_[…] E tu ridevi, stella di Venere,_

_stella d’Italia, stella di Cesare:_

_non mai primavera più sacra_

_d’animi italici illuminasti […]_

Cieli sereni e.. stellati

 

ELOGIO ALLA BANDIERA

 

 

Le navi sono state indiscutibilmente teatro di molte innovazioni tecnologiche; da sempre si notano miglioramenti sia nel comparto mercantile che in quello militare. Basta confrontare due immagini, una di una galea romana e una di una moderna unità da crociera per osservare che sono cambiati i materiali, le propulsioni, i mezzi di navigazione, le comunicazioni, le costruzioni stesse. Dopo duemila anni, realizziamo però che solo un mezzo di segnalazione è rimasto immutato: la bandiera.

 

 

Albero di trinchetto di una moderna nave da crociera

 

Parrebbe di constatare l’ovvio, ma da tempi remoti quell’insegna è – tra l’altro – simbolo d’identità di un gruppo di persone, sia esso uno stato, una potenza militare, l’equipaggio di una nave o, semplicemente un dispositivo di comunicazioni. E ha pure i suoi limiti: a parte la fragilità alle intemperie, il più evidente è che di notte non può essere ovviamente usata.

Certo, la digitalizzazione del rapportarsi in mare è ormai prassi normale, una nave può essere identificata e rappresentata su varie interfacce, sempre che abbia una delle sue “scatolette” (AIS) in funzione. Ciò nonostante, le bandiere sono utilizzate.

Sulle navi militari, dove le procedure di comunicazione sono più stringenti, vengono gestite dai “segnalatori”, sulle mercantili è il personale di coperta che se ne occupa. E bisogna fare attenzione ancor oggi ad utilizzarle. Basta issare la bandiera di cortesia in un porto estero che sia sgualcita o strappata, per ricevere commenti negativi dalle autorità ospitanti.

 

 

La pratica più comune per mostrare le bandiere: a sinistra si nota la bandiera di “pilota a bordo” e “richiesta di libera pratica”. A dritta, la bandiera di cortesia
(USA) e la bandiera sociale. Al picco poppiero, la bandiera nazionale (Marshall Islands)

 

E’ perciò meticolosa l’attenzione verso le regole delle bandiere: per esempio si dovrebbe mostrare la bandiera di cortesia (cioè quella della nazione ospitante) solitamente sul lato dritto dell’albero di trinchetto, oppure nel tenere sempre “a riva” la grande bandiera nazionale sull’alberetto di poppa, per ammainarla quando la nave salpa e issare simultaneamente lo stesso vessillo (più piccolo) sul picco del medesimo albero di trinchetto! E sul suo lato sinistro saranno mostrate le bandiere che segnalano le varie operazioni della nave: per esempio “richiesta di libera pratica” o “ho il pilota a bordo”. Tutti questi significati sono elencati nel noto “CIS”, codice internazionale dei segnali, osservato da tutte le unità mercantili.
Che le bandiere fossero un emblema rilevante lo si intende anche dalla nomenclatura delle parti che le compongono. Quello che sembra un insignificante fazzoletto, è invece un mezzo che necessita di manutenzione e di attenzioni speciali.

 

 

 

 

Le parti di una bandiera

 

Quando una nave mercantile parte, tutte le bandiere vengono ammainate; ciò per evitare inutili danni causati dalle condizioni meteorologiche ad un oggetto che, dopo tutto, rimane confezionato come al tempo delle galee. Solo in particolari frangenti il vessillo di nazionalità è issato in alto mare, sul picco del trinchetto, e cioè quando si incontra– per esempio – una nave militare.
Ancora oggi, durante una giornata ventosa, si mette a riva una bandiera “incazzottata”, cioè avvolta a pacchetto nel suo “alabasso” (vedi immagine precedente) per evitare eccessivo stress al vento durante la salita. Una volta a riva, si dà il famoso strappo sulla sagola stessa per scioglierla così al forte vento: è una manovra suggestiva, un’eredità che viene da molto lontano.

 

 

Il gran pavese a riva su un’unità da crociera

Desideriamo infine concludere quest’appassionato scritto descrivendo l’uso più gioioso delle bandiere: il gran pavese! Senza invadere il territorio storico e etimologico del termine, quelle variopinte insegne segnaletiche vengono mostrate in segno di festa sia su unità mercantili che militari, generalmente stese sugli alberi da prua a poppa e che sicuramente non verranno eliminate nei tempi moderni.

Bon voyage!

 

GINO PAOLI

 

"Il ricordo di Boccadaze e di quando ci vivevo in mezzo alla gente che preferisco, la gente chiusa e sincera, semplice e scorbutica che mi assomiglia. Ricordi di maccaja vissuta nei bar a giocare, o di libeccio, quando non si può andare a pescare e si diventa per forza gente di terra". 

 

 

 

IL MAXI CANNONE DEL SESTIERE CERISOLA (Rapallo)

CHE AVRA’ L’ONORE DI ORGANIZZARE E REALIZZARE

 IL PANEGIRICO 2023

 

 

 

IL MARTIN PESCATORE CHE NON PARLAVA INGLESE

 

 

 

A cura di Carlo GATTI

 

Rapallo, 7 Giugno 2023