SÃO MIGUEL, PORTA DELL’ATLANTICO - Gli ultimi pescatori del merluzzo delle Azzorre
SÃO MIGUEL, PORTA DELL’ATLANTICO
Gli ultimi pescatori del merluzzo delle Azzorre

Nel mezzo dell’Oceano Atlantico, quasi a metà strada tra Europa e America, emerge São Miguel, la più grande delle isole Azzorre.


Verde, vulcanica, avvolta spesso da nebbie improvvise e da un clima mutevole che appartiene più all’oceano che alla terra, São Miguel appare al navigante come un avamposto remoto, una sentinella affacciata sulle grandi rotte transatlantiche.

Per molti viaggiatori è una meta di straordinaria bellezza naturale, con i suoi crateri, i laghi vulcanici e le scogliere a picco sull’oceano.

Ma per me, São Miguel non è soltanto geografia
È memoria viva!
È il volto silenzioso di uomini che salivano a bordo della Vulcania con pochi bagagli e mani già consumate dal sale.
Erano pescatori portoghesi e azoriani diretti verso i gelidi Banchi di Terranova, dove li attendeva una delle attività più dure e pericolose che il mare abbia mai conosciuto: la pesca del merluzzo.
Io ero un giovane ufficiale della Società Italia di Navigazione.
E senza rendermene conto, stavo assistendo agli ultimi anni di un mondo destinato a scomparire.
LA GRANDE EPOPEA DEL MERLUZZO

Banchi di Terranova – Newfoundland-Canada
La presenza portoghese sui Banchi di Terranova risale agli inizi del XVI secolo.
Già nel 1501 i pescatori lusitani frequentavano quelle acque ricchissime di merluzzo, spinte anche dalla forte domanda di pesce conservato richiesta dalla tradizione cattolica nei giorni di magro.
Da quell’attività nacque una vera civiltà marinara.
Per secoli, il merluzzo — il bacalhau — non fu soltanto un alimento, ma parte dell’identità stessa del Portogallo.
Nel Novecento, tra il 1934 e il 1974, questa epopea assunse la forma leggendaria della Frota Branca, la Flotta Bianca.
Grandi velieri e successivamente moderni motopesca partivano ogni anno verso il Nord Atlantico, mobilitando migliaia di uomini.
Ma il vero simbolo di quella pesca erano loro:
I PICCOLI DORIES

Fragili imbarcazioni in legno lunghe pochi metri, impilate sui ponti delle navi madre e calate in mare con un solo uomo a bordo.
Un’immagine che oggi sembra appartenere alla letteratura marinaresca… ma che io ho visto raccontata dagli uomini che l’avevano vissuta.
SOLI NELLA NEBBIA

Dory
Ogni pescatore lasciava la nave madre da solo.
Remava nella nebbia gelida dei Grand Banks, portando con sé lenze, ami, palamiti e coraggio. Passava ore — a volte giornate — a recuperare a mano merluzzi pesanti, uno dopo l’altro. Ma il vero nemico non era solo il freddo. Era la nebbia.
I Grand Banks erano un inferno bianco, nato dall’incontro tra la Corrente del Golfo e quella gelida del Labrador. Bastava poco per perdere l’orientamento. E un uomo solo su un dory diventava invisibile. Molti non riuscivano più a ritrovare la nave madre.
Altri venivano travolti dai grandi piroscafi transatlantici che attraversavano quelle rotte senza nemmeno accorgersi di aver spezzato una piccola barca di legno.
Quando ascoltavo questi racconti, il silenzio a bordo diventava pesante. Erano uomini che parlavano poco. Come noi liguri. Ma negli occhi portavano il mare.
GLI ULTIMI PESCATORI DEL MERLUZZO DELLE AZZORRE

LISBONA E LA BENEDIZIONE DEI BACALHOEIROS
Tra i ricordi più vivi della mia giovinezza di ufficiale della Società Italia di Navigazione, uno conserva ancora oggi una forza quasi solenne. La nostra nave sostava spesso a Lisbona.
Fu lì, in un mese di giugno, che assistetti a una scena che non ho mai dimenticato.

Era una celebrazione di orgoglio nazionale. Ma anche un addio. Perché tutti sapevano la verità. Molti di quegli uomini non sarebbero tornati.
Sul Rio Tejo si svolgeva la grande cerimonia della Bênção dos Bacalhoeiros, la Benedizione dei Pescatori del Merluzzo.
Non era una semplice funzione religiosa. Era un rito nazionale. Una sorta di patto tra il popolo portoghese, la Chiesa e l’oceano.
Davanti alla maestosità del Monastero dos Jerónimos e lungo le banchine di Belém, i grandi velieri della Frota Branca erano impavesati a festa. Le vele ammainate, le alberature vestite di bandiere.
A bordo delle imbarcazioni ufficiali saliva il Patriarca di Lisbona, il Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira.
Quando la processione passava davanti alla flotta, le sirene delle navi esplodevano tutte insieme. Un suono possente, quasi un grido collettivo. L’intera città sembrava fermarsi.

Una goletta da pesca pronta a salpare verso le rive di Terranova
LA VULCANIA E QUEI VOLTI SILENZIOSI

Le motonavi VULCANIA e SATURNIA a GENOVA
Cappella di bordo, é in corso la celebrazione della Messa domenicale. Da sinistra in prima fila: Allievo Ufficiale (A) Carlo Gatti, il 1° Ufficiale Claudio Cosulich, il Commissario Governativo, il Comandante Giovanni Peranovich e il Direttore di macchina.
Dal dopoguerra fino alla metà degli anni Sessanta, le grandi motonavi italiane Vulcania e Saturnia non trasportavano soltanto passeggeri di linea ed emigranti diretti in Canada.
Due volte l’anno caricavano anche uomini destinati a un’altra traversata:
Quella del lavoro - del rischio - della sopravvivenza
A Lisbona e a Ponta Delgada, sull’isola di São Miguel, salivano a bordo pescatori portoghesi e azoriani diretti verso Halifax o Saint John’s (Canada).
Lì sarebbero stati trasferiti sui pescherecci della Flotta Bianca per affrontare la campagna del merluzzo.
Viaggiavano in classe turistica. Con pochi bagagli. Poche parole. Molti avevano lo sguardo basso. Ma non era tristezza. Era concentrazione. Chi vive di mare conosce quel silenzio.
Noi italiani li osservavamo con naturale rispetto. Tra marinai non servono grandi presentazioni. Ci si riconosce.
UNA FRATELLANZA SILENZIOSA
Ricordo ancora una sensazione precisa. Molti di quei pescatori comprendevano sorprendentemente certi termini del nostro dialetto genovese.
Le parole del mare hanno radici antiche. Genova e il Portogallo, pur lontani, hanno condiviso secoli di navigazione, commerci e cultura marinara.
Termini come popa, proa, virare, ancora, ammainare sembravano attraversare le lingue senza difficoltà.
Ma più delle parole, era il carattere ad accomunarci. Poca retorica. Molto pragmatismo.
Rispetto reciproco. Noi liguri e loro portoghesi ci capivamo quasi senza parlare. Era una fratellanza semplice e autentica. La stessa che nasce tra uomini che affidano la vita al mare.
IL PRIMO RIFUGIO CALDO
Quando quei pescatori tornavano dalla campagna del merluzzo e risalivano a bordo per il viaggio verso casa, erano diversi. Più stanchi. Più magri. Più silenziosi. Ma anche con un’ombra nuova negli occhi. La consapevolezza di essere sopravvissuti. La nostra nave diventava per loro il primo rifugio caldo. Un luogo umano. Un ponte tra l’inferno bianco dei Grand Banks e il profumo della propria terra.
Per molti, Ponta Delgada significava famiglia, casa, salvezza. Ed è impossibile dimenticare quei ritorni.
UN MONDO CHE STAVA SCOMPARENDO
Allora non potevo saperlo. Ero giovane. Ma oggi capisco bene cosa stavo osservando.
Quella non era una normale attività di pesca. Era l’ultimo respiro di una civiltà marinara.
Pochi anni dopo, tutto cambiò. Arrivarono la pesca industriale, i radar moderni, i grandi pescherecci a strascico. I piccoli dories scomparvero. La Frota Branca divenne leggenda.
E con essa scomparve un modo di affrontare il mare fatto di coraggio individuale, fatica estrema e silenziosa dignità.

Io ebbi il privilegio di vedere gli ultimi uomini di quell’epopea.
Oggi, guardando indietro, un pensiero dietro l’altro, come una rotta corretta con pazienza nel vasto oceano della memoria, mi hanno riportato oggi a quei giorni lontani.
con gli occhi dell’età e della memoria, comprendo ciò che allora, da giovane ufficiale, potevo solo intuire.
Quegli uomini non erano semplici pescatori diretti verso Terranova. Erano padri, mariti, figli.
Erano uomini che affidavano al mare la propria vita per dare un futuro alle loro famiglie.
Molti non fecero ritorno. Molte donne continuarono ad attendere invano con i figli stretti al petto.
Forse è duro dirlo, ma in quell’epoca la vita di un uomo sembrava valere meno del merluzzo che inseguiva nella nebbia.
Eppure il loro sacrificio non appartiene al silenzio. Se oggi queste righe riescono a farli tornare per un istante tra noi, allora il loro coraggio non è andato perduto.
Noi uomini di mare sappiamo che nessun marinaio scompare davvero finché qualcuno lo ricorda con rispetto.
E per chi crede, come me, nel Dio che unisce le anime oltre ogni orizzonte, quei fratelli non sono perduti.
Hanno semplicemente raggiunto un porto prima di noi.
Carlo GATTI
Rapallo, 26 Maggio 2026
RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI A RAPALLO - Domenica 17 Maggio 2026
LXVI RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI E NON SOLO A RAPALLO
Domenica 17 Maggio 2026
Cari Soci, Amiche e Amici di Mare Nostrum Rapallo,
Ci sono giornate che non scorrono via come le altre, ma restano incise nella memoria come pagine di storia vissuta.
La splendida giornata dedicata al Primo Raduno delle Confraternite Liguri celebrato nella nostra Rapallo in una cornice di sole e di intensa partecipazione popolare, è stata una di queste.
Con viva gratitudine desideriamo condividere il messaggio che la nostra Sindaca ha voluto rivolgere a Mare Nostrum Rapallo e ai presenti in questa significativa occasione.


Elisabetta RICCI, Sindaca di Rapallo
Cari Confratelli e care Consorelle,
autorità religiose, civili e militari,
carissimi cittadini,
è con profonda emozione, con sincero affetto e con grande orgoglio che la Città di Rapallo vi accoglie oggi in occasione del 66° Raduno delle Confraternite Liguri.
Benvenuti nella nostra comunità. Benvenuti in una città che vive il mare, la fede, le tradizioni e il senso di appartenenza come parte della propria anima più autentica.
Oggi celebriamo una storia antica e viva, fatta di uomini e donne che, generazione dopo generazione, hanno custodito valori preziosi: il servizio verso gli altri, il sacrificio silenzioso, la devozione popolare, la carità concreta, il rispetto delle proprie radici.
Le Confraternite non rappresentano soltanto una tradizione religiosa: rappresentano un patrimonio identitario immenso. Sono custodi di riti antichi, di arte, di cultura popolare e di una spiritualità che ha saputo attraversare il tempo senza perdere autenticità.
Sono luoghi nei quali si impara il valore dell’impegno, della fraternità e del dono verso il prossimo.
Sono state, e continuano a essere, presenza concreta nei momenti di difficoltà, vicine alle persone più fragili, alle famiglie, agli anziani, a chi ha bisogno di conforto e sostegno.
E permettetemi, oggi, anche un ricordo personale. Il mio legame con le Confraternite nasce da lontano, nasce in famiglia, ed è un legame che devo a mio padre.
È stato lui a trasmettermi il rispetto, l’affetto e il senso profondo di appartenenza verso questo mondo fatto di fede, sacrificio e comunità.
Ricordo i raduni vissuti insieme, l’emozione delle processioni, i volti dei confratelli incontrati negli anni, il silenzio carico di significato prima delle celebrazioni, la fierezza con cui si portavano i Crocifissi e gli antichi simboli della nostra tradizione.
Ricordo il percorso condiviso nel Priorato Diocesano, le riunioni, il confronto, il lavoro fatto insieme con passione e spirito di servizio.
Momenti che mi hanno insegnato quanto le Confraternite siano molto più di una tradizione: sono una scuola di vita, un luogo nel quale si impara il rispetto degli altri, il valore della parola data, il senso della responsabilità verso la propria comunità.
Ed è proprio per questo che oggi questo Raduno ha, per me, un significato ancora più profondo e speciale.
Papa Francesco ha detto una frase molto bella parlando delle Confraternite:
“Le confraternite sono luoghi di incontro tra fede e vita, dove si impara ad amare Dio e il prossimo.”
Ed è una frase che racchiude perfettamente il vostro valore.
Perché le Confraternite non custodiscono soltanto tradizioni religiose: custodiscono relazioni umane, senso civico, spirito di comunità.
Insegnano che nessuno si salva da solo, che una comunità cresce quando le persone scelgono di camminare insieme, aiutandosi reciprocamente.
Tra poco vedremo sfilare gli artistici Crocifissi e l’Effige di Nostra Signora di Montallegro: immagini che non sono soltanto simboli religiosi, ma parte viva della nostra identità culturale, della nostra memoria collettiva, della nostra storia più profonda.
Per questo, a nome dell’Amministrazione comunale e dell’intera città di Rapallo, desidero dirvi grazie.
Grazie per ciò che fate ogni giorno, spesso lontano dai riflettori.
Grazie perché mantenete vive tradizioni che non appartengono solo al passato, ma che parlano anche al futuro delle nuove generazioni.
Grazie perché attraverso la fede e il servizio insegnate il significato più autentico della parola “comunità”.
Grazie perché continuate a trasmettere ai giovani il senso del rispetto, della responsabilità e dell’amore per la propria terra.
Portate con voi il calore di questa giornata, la bellezza del nostro mare e l’abbraccio della nostra comunità.
Grazie di cuore a tutti voi.
Buon cammino alle Confraternite Liguri.
E buon Raduno a tutti.


La Piazza delle Nazioni, davanti al nostro Comune, si è trasformata in un luogo di straordinaria suggestione: i Cristi processionali, accesi dalla luce di una giornata quasi provvidenziale, i tabarri, i colori, i simboli antichi delle confraternite, hanno riportato davanti ai nostri occhi una storia che affonda le sue radici nel lontano Duecento.
Ma ciò che più ha toccato il cuore di tutti è stato il significato profondo di questa manifestazione: non semplice folklore, ma testimonianza viva di una fede che attraversa i secoli, resistente al tempo e alle trasformazioni della modernità, capace ancora oggi di commuovere, unire e parlare anche alle nuove generazioni.



Con l'espressione "Cassa della Madonna di Montallegro" ci si riferisce all'elaborata cassa processionale lignea utilizzata per trasportare la miracolosa icona della Madonna durante le solenni celebrazioni cittadine di Rapallo ed è visibile nella foto sopra. L'icona originale, secondo la tradizione, fu donata dalla Vergine al contadino Giovanni Chichizola il 2 luglio 1557.


Un momento di eccezionale intensità emotiva è stato certamente la discesa, per la prima volta nella storia della nostra città, della Madonna di Montallegro dal Suo monte, per essere presente tra il Suo popolo, benedire questa festa e condividere con tutti noi un momento di rara spiritualità e appartenenza.
In quel gesto simbolico e solenne si è manifestata tutta l’anima della Liguria: il mare che abbraccia la collina, la devozione che incontra la storia, la comunità che ritrova sé stessa.
Un pensiero di particolare riconoscenza desideriamo rivolgerlo alla nostra Sindaca Elisabetta Ricci, che non solo ha rappresentato istituzionalmente la città in questa memorabile occasione, ma ha saputo farlo con quella sensibilità autentica che nasce quando certi valori non vengono semplicemente amministrati, ma profondamente condivisi.
Le sue parole hanno toccato corde intime del nostro sentire, dando voce a emozioni, memorie e sentimenti che appartengono all’identità più vera della nostra comunità.
Per questo il nostro grazie non è soltanto formale, ma profondamente umano e sincero: perché è bello, e motivo di autentico orgoglio, sentirsi rappresentati da una persona che percepiamo vicina ai nostri stessi sentimenti, capace di comprendere il valore della tradizione non come memoria immobile, ma come patrimonio vivo da custodire e tramandare.
Come soci di Mare Nostrum Rapallo, ci fa particolarmente piacere sapere che tra le istituzioni cittadine vi sia una presenza così attenta e partecipe, quasi una di noi, capace di interpretare con intelligenza e cuore l’anima profonda della nostra terra.
A Lei va la nostra gratitudine sincera per aver contribuito a rendere possibile uno spettacolo unico, forse irripetibile, che resterà nel cuore del Golfo del Tigullio.
Come Mare Nostrum Rapallo, custodi dell’identità marinara e spirituale della nostra terra, condividiamo con tutti voi questa gioia con orgoglio e commozione.
Perché ci sono tradizioni che non appartengono al passato.
Sono fari accesi che continuano a guidarci.
Con amicizia e gratitudine,
Mare Nostrum Rapallo
66° RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI
NON FOLKLORE, MA STORIA VIVA DEL NOSTRO POPOLO
Chi ha assistito al recente Primo Raduno delle Confraternite Liguri a Rapallo avrà certamente ammirato la bellezza dei Cristi processionali, i colori dei tabarri, il fascino quasi misterioso dei confratelli incappucciati, il passo cadenzato dei portatori.
Ma forse non tutti sanno che dietro quella suggestione si nasconde una delle pagine più profonde e antiche della nostra storia.
Le Confraternite nacquero in Liguria già nel Medioevo, tra il XII e XIII secolo, come aggregazioni spontanee di laici cristiani uniti dalla preghiera, dalla devozione e soprattutto dalla carità concreta.
Non erano circoli religiosi nel senso moderno del termine.
Erano comunità vive di uomini semplici — marinai, artigiani, portuali, pescatori, commercianti — che sentivano il dovere evangelico di aiutarsi reciprocamente e di soccorrere chi soffriva.
In un tempo senza assistenza pubblica, senza ospedali moderni, senza welfare, le confraternite diventavano la mano visibile della solidarietà.
Assistevano i malati - Aiutavano le vedove - Provvedevano ai funerali dei poveri - Distribuivano pane e viveri - Raccoglievano offerte per i bisognosi - E persino — fatto oggi quasi incredibile — tramite il Magistrato per il riscatto degli schiavi, contribuivano al riscatto dei cristiani catturati dai pirati barbareschi e venduti come schiavi. Istituzione nata a Genova nel 1597.
Era fede tradotta in azione. Era Vangelo vissuto.


In Liguria le confraternite erano chiamate familiarmente anche Casacce, termine che deriva dalla lunga veste (la “casa”) indossata dai confratelli durante le processioni.
Quel vestito non era semplice ornamento - Annullava le differenze sociali - Sotto quel saio non contavano ricchezza, mestiere o condizione - Erano tutti fratelli!
Una lezione che forse oggi abbiamo dimenticato.
GLI INCAPPUCCIATI DELLA “MORTE”: UN SIMBOLO, NON UNA PAURA

Molti visitatori sono rimasti colpiti dalla presenza delle confraternite con il volto coperto dal cappuccio. L’impressione può apparire misteriosa, quasi inquietante a chi non conosce questa tradizione. Ma il significato è profondamente spirituale. L’anonimato era un gesto di umiltà. La carità non doveva cercare riconoscimenti.
La confraternita detta della Morte aveva il compito, delicatissimo e misericordioso, di accompagnare i condannati a morte, assistere i moribondi e garantire sepoltura dignitosa a chi non aveva nessuno.
Un’opera di misericordia radicale. Un cristianesimo che non voltava lo sguardo.
I CRISTI PROCESSIONALI E I “CRISTEZZANTI”



Tra le immagini più straordinarie delle tradizioni liguri vi sono i grandi Cristi processionali, autentici capolavori artistici e devozionali. Pesanti, monumentali, spesso riccamente decorati. Portarli non è semplice forza fisica. È servizio. È voto. È appartenenza.
I portatori, chiamati in molte realtà Cristezzanti, tramandano un gesto antico che richiede preparazione, disciplina, equilibrio e spirito di sacrificio.
Portare un Cristo significa caricarsi simbolicamente anche del peso della comunità, della fede condivisa, della memoria degli antenati.
IL PRIORATO: GUIDARE SERVENDO
Ogni confraternita ha una propria organizzazione interna.
Tradizionalmente il responsabile è il Priore, figura eletta che coordina la vita confraternale, custodisce le tradizioni e rappresenta la comunità.
Accanto a lui vi sono spesso il Vice Priore, i consiglieri, il tesoriere, il segretario e altri incarichi specifici.
Ma attenzione: non si tratta di potere. Si tratta di servizio.
L’autorità, nella tradizione confraternale, nasce dalla disponibilità a servire gli altri.
LA RINASCITA DOPO LA GUERRA
Anche le confraternite conobbero anni drammatici: bombardamenti, distruzioni, sedi devastate.
Eppure proprio nel dopoguerra, in una Genova ferita e sulle macerie materiali e morali del conflitto, rinacque il desiderio di ricostruire non solo muri, ma comunità.
Nel 1946 riprese con forza il cammino confraternale ligure, grazie alla Chiesa, certo, ma anche grazie a persone semplici. Non grandi benefattori soltanto, anche famiglie modeste, operai e portuali.
Donne e uomini che donarono quel poco che avevano per rimettere in piedi gli oratori e ridare voce a una tradizione che sembrava perduta. Questo forse è il miracolo più bello.
PERCHÉ CI RIGUARDA ANCORA
Le confraternite non appartengono ai musei. Appartengono alla nostra identità. Sono il racconto di una Liguria austera e generosa. Di un popolo che pregava e aiutava. Che affrontava il mare sapendo quanto fragile fosse la vita. Che trovava nella comunità forza e conforto.
Per questo il recente raduno di Rapallo non è stato soltanto un evento spettacolare. È stato un incontro con noi stessi. Con ciò che siamo stati. E, forse, con ciò che possiamo ancora essere.
UN FUTURO DA NON LASCIARE SPEGNERE
Se le Confraternite sono riuscite ad attraversare i secoli, le guerre, le povertà e i cambiamenti del mondo, è perché ogni generazione ha raccolto il testimone dalla precedente, custodendolo con sacrificio e amore.
La tradizione, infatti, non è un oggetto da esporre in una teca. È una fiaccola da tenere accesa.
Noi uomini di mare sappiamo bene che una catena non ha significato se appare come un anello isolato che penzola nel vuoto; la sua forza nasce dall’essere unita fino a raggiungere l’ancora, che offre sicurezza, protezione e approdo.
Così è anche per la fede, per la memoria e per le tradizioni della nostra terra. Ogni generazione è un anello di quella catena. E se un anello si spezza, tutto rischia di andare perduto.
Per questo il nostro auspicio è che le istituzioni, i Comuni, la comunità civile e tutti coloro che hanno a cuore il patrimonio identitario della Liguria comprendano quanto sia importante non limitarsi ad applaudire queste manifestazioni, ma aiutare concretamente le Confraternite a restare vive.
Perché mantenere viva una tradizione significa investire nel futuro. Significa offrire ai giovani non soltanto uno spettacolo da osservare, ma una comunità alla quale appartenere.
Molti ragazzi sentono ancora il richiamo di questi valori, della spiritualità condivisa, del servizio, del senso di fraternità.
Ma anche la partecipazione concreta comporta sacrifici: abiti tradizionali, restauri, manutenzione degli oratori, organizzazione, conservazione dei simboli e delle opere.
Non sempre tutti possono affrontare questi costi. E sarebbe triste che il desiderio di appartenenza si fermasse davanti a un ostacolo materiale.
Del resto, anche nello sport — linguaggio che tutti comprendono — è spesso la maglia a creare identità, orgoglio, attaccamento alla squadra.
Così anche la casaccia confraternale non è un semplice abito: è un segno di appartenenza, è memoria indossata. È responsabilità condivisa. Aiutare un giovane a vestire quella casacca significa aiutarlo a sentirsi parte di una storia più grande di lui. Significa consegnargli non un costume, ma un’eredità.
E forse, in tempi di fragilità e smarrimento, anche una bussola per il cuore.
Così il Raduno di Rapallo non resterà soltanto un giorno bellissimo da ricordare, ma potrà diventare un seme per il domani.
Carlo GATTI
Rapallo, mercoledì 20 maggio 2026
EREMO DI SANT'ANTONIO DI NIASCA - PORTOFINO
EREMO DI SANT’ANTONIO DI NIASCA

La Baia di Paraggi, frazione di Santa Margherita Ligure, si trova tra Santa Margherita Ligure e Portofino, nel contesto del Parco di Portofino, offrendo sentieri panoramici come la "Passeggiata dei Baci" verso Portofino o percorsi escursionistici verso l'Eremo di Niasca. (vedi frecce rosse)


Nel 1089 una terribile epidemia si diffondeva in Europa: “il fuoco infernale” o “il male degli ardenti” in una forma molto violenta: “Consumava le carni del corpo umano e riduceva a morte i pazienti facendoli diventare come carboni (cioè cancrene): gli arti appesi sopra sant’Antonio in numerose raffigurazioni, sono quelli amputati ma che comunque hanno consentito la sopravvivenza)”.
In mancanza di cure efficaci, nel medioevo ci si rivolgeva al santo più idoneo alla fattispecie. E così folle di pellegrini si riversavano davanti alle reliquie di sant’Antonio Abate, noto per le sue straordinarie doti di guaritore, a implorare la guarigione della misteriosa e terribile malattia che da allora si chiamò “FUOCO DI SANT’ANTONIO”.
La fama di sant’Antonio esplode e vengono a lui dedicati molti luoghi di preghiera e anche eremitaggi: tra cui L’EREMO DI SANT’ANTONIO di Niasca.
N.B. nel medioevo essere nei pressi di Portofino (GE), significava essere completamente isolati!!
Sant’Antonio Abate CHI ERA COSTUI?
Nasce a Coma, in Egitto (circa 252-357 d.c., 105 anni a quei tempi! ) nella periferia di un Impero Romano che sta passando tumultuosamente ad un nuovo ordine, in cui il Cristianesimo comincia ad assumere un’importanza determinante.
Il giovane Antonio si converte al Cristianesimo, si libera dei suoi beni e si dedica alle preghiera e alla radicale obbedienza al Vangelo, in un eremo solitario sul monte Pispir in Egitto.
Nonostante tutta la buona volontà, Antonio non riesce a rimanere solo; attirati dalla sua personalità altri eremiti si stabiliscono nelle vicinanze. Antonio così diventa padre (Abbas in ebraico, da cui Abate) dei primi monaci, legati da una regola monastica molto radicale.
Ma la dote SPECIALE E GRAVIDA DI CONSEGUENZE di Antonio è quella taumaturgica; è capace di guarire molte malattie e i pellegrini che cercano un rimedio ai mali del corpo si sommano a quelli che cercano un rimedio ai mali dello spirito.

17 Gennaio 2026



Il nostro pane è fatto da noi all’Eremo con grande cura.
Il pane è pieno di valore simbolico come osserva Massimo Montanari scrivendo: “Poiché non c'è vita senza cibo, il tema della cucina ha un ruolo centrale nella definizione dei rapporti fra tempo 'naturale' e tempo ‘umano’: fra Natura e Cultura. L'uomo che nel bacino mediterraneo impara a fare il pane, mette a frutto qualcosa di naturale come il grano e lo trasforma in un alimento del tutto artificiale come il pane.
Perciò un alimento così apparentemente naturale come il pane può diventare il simbolo non tanto della sintonia col mondo naturale, quanto della capacità dell’uomo di emanciparsi dalla natura”.
Da qui possono nascere molte riflessioni interessanti, ma un eccesso di funzionalità industriale del processo di panificazione ha reso il pane buono (e digeribile) una rarità .…non il nostro.
da "I tempi del cibo" di Massimo Montanari
L'Eremo di Niasca, situato nel Parco di Portofino
è un'antica struttura medievale (probabilmente del XIV secolo) nata come luogo di eremitaggio e preghiera legato all'Abbazia della Cervara. Recuperato negli anni, ha una storia di isolamento e bonifica agricola, trasformandosi in frantoio nell'800 e oggi in luogo di sosta e accoglienza ispirato alla sobrietà.
Ecco i dettagli salienti della storia e origini dell'Eremo di Niasca:
Origini Medievali: Fondato presumibilmente intorno al 1300, era abitato da eremiti (spesso uno o tre) legati all'Abbazia della Cervara, che vi dimoravano per meditazione.
Ruolo Agricolo: Gli eremiti contribuirono a bonificare l'area coltivandola. Nel 1348, documenti citano la presenza di un priore, Frate Andrea, che gestiva i beni della chiesa, inclusi olio e attrezzi da pesca.
Transformazione e Proprietà: Nel 1798 fu soppresso da Napoleone e venduto nel 1802 ad Agostino Molfino. Tra gli anni '30 e '60 del '900, il barone Baratta lo ristrutturò, trasformandolo in un'azienda agricola con frantoio.
Riscoperta Recente: Nel 1980, la famiglia Piaggio ha donato la struttura al Comune di Portofino. Recentemente recuperato, l'eremo è ora un luogo di ospitalità eco-sostenibile gestito all'interno del Parco, offrendo ristoro e pernottamento con uno stile semplice e in armonia con la natura.
La cucina: L'approccio alla cucina attuale si ispira al concetto di "Strettissimo Magro" di padre Delle Piane, valorizzando i prodotti naturali del territorio.
L'edificio attuale conserva ancora le tracce della sua storia, come le macine e i torchi dell'antico frantoio.
APPROFONDIMENTO
Origini e Storia
Fondazione (XIV secolo):
Le prime attestazioni storiche del 1317 identificano il sito come un insediamento eremitico. La scelta del luogo fu dettata dalla presenza fondamentale di fonti d'acqua, con un torrente e una sorgente situati a pochi metri dalla struttura.
Architettura e Funzione:
L'eremo è dedicato a Sant'Antonio Abate, patrono dei contadini e degli animali. In passato, il complesso fungeva anche da centro produttivo per la comunità locale; i resti di antiche macine testimoniano la lavorazione di olive e castagne.
Il giudizio storico:
Nel 1915, il barone Alfons von Mumm descrisse la valletta di Niasca come il luogo più adatto immaginabile per un eremitaggio nel suo libro fotografico sulla sua dimora ligure.
L'Eremo Oggi
Attualmente, la struttura è stata recuperata e trasformata in un rifugio escursionistico e punto di ristoro all'interno del Parco di Portofino.
Posizione:
Località Sant'Antonio, 1, Portofino (GE).
Progetto Green:
L'attuale gestione promuove un turismo sostenibile, focalizzato sul recupero delle tradizioni contadine e sulla salvaguardia del territorio attraverso progetti come "AQUAE" per la gestione dei paesaggi terrazzati.
Esperienza:
Per annunciare il proprio arrivo, i visitatori utilizzano ancora una tradizionale campanella posta all'ingresso.
Vuoi conoscere i sentieri migliori per raggiungere l'eremo partendo da Paraggi o da San Fruttuoso?











Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 7 Maggio 2026
BENTORNATO VECCHIO POLPO!
BENTORNATO VECCHIO POLPO
Dopo otto anni di attesa, Rapallo ritrova uno dei suoi simboli più amati

Rapallo, Anni ’20: Il Castello, l’Aiuola e la Pensione

1954- IL POLPO, UNO DEI SIMBOLI DELLA CITTÀ DI RAPALLO, LA PIÙ CONOSCIUTA DELLE OPERE DELL'ARTISTA DI RAPALLO ITALO PRIMI, RITORNA IN PIAZZA PASTENE.

Italo Primi: l’artista del mare e della sua terra
Italo Primi, nato a Rapallo il 20 settembre 1903, è stato uno scultore, pittore e creatore di forme e oggetti, un artista completo e profondamente legato alla sua città.
Uomo umile, riservato e instancabile ricercatore, ha lavorato con passione su materiali diversi — pietra, marmo, bronzo, legno, ferro e ceramica — lasciando a Rapallo opere che ancora oggi raccontano la sua sensibilità artistica.
Tra queste ricordiamo:
-
il Polpo, simbolo della città
-
i portali bronzei del Santuario di Nostra Signora di Montallegro
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il bassorilievo di San Sebastiano all’Oratorio dei Bianchi
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il battistero della Basilica dei Santi Gervasio e Protasio
-
il grande camino di Villa Devoto
Durante la Seconda guerra mondiale, sfollato ad Allegrezze, dedicò il suo tempo alla cura artistica della chiesa locale, riportando alla luce preziosi elementi architettonici e offrendo la sua opera con spirito di servizio e passione.
Un artista vero, legato alla sua terra e al suo mare.
Un ritorno tanto atteso
Dopo una lunga navigazione fatta di cantieri, restauri e pazienza, il nostro vecchio compagno di piazza è finalmente tornato al suo posto.
Sì, proprio lui: il Polpo, uno dei simboli più amati di Rapallo, la più conosciuta delle opere dell’artista rapallese Italo Primi, è tornato a respirare l’aria salmastra davanti al mare che lo ha visto nascere.
Otto anni sono lunghi… soprattutto per un polpo abituato a stare nella sua tana, a guardare il via vai delle barche, ad ascoltare le voci dei bambini e le chiacchiere dei pescatori.
Qualcuno, scherzando, ha detto che nel frattempo avrà imparato a contare i giorni con le ventose. Ma ora è tornato. E sembra quasi sorridere.
Il Polpo: più di una statua
Per chi non lo sapesse, il monumento al Polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954, è molto più di una semplice scultura.
È un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva.
Per generazioni di rapallesi, dire “ci vediamo al Polpo” è stato come dire “ci incontriamo a casa”.
Un punto di riferimento, un luogo di ritrovo, una presenza familiare nel paesaggio urbano.
Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il Polpo è tornato a essere quello che è sempre stato: un’icona amata, un amico silenzioso, un guardiano del lungomare.
Un piccolo identikit del nostro protagonista
Il polpo, quello vero — Octopus vulgaris — è un mollusco cefalopode intelligente, curioso e abilissimo nel mimetismo.
Ha otto tentacoli, due file di ventose e una capacità straordinaria di adattarsi all’ambiente.
In fondo, anche il nostro Polpo di bronzo ha dimostrato qualcosa di simile:
ha resistito al tempo, ai lavori, alle polemiche e alle attese… e alla fine è tornato al suo posto, come fanno i veri marinai dopo una lunga traversata.
Una storia lunga più di settant’anni
La fontana del Polpo fu realizzata nel 1954 e collocata davanti al Castello sul mare, nella piazza dedicata al navigatore Giovanni Battista Pastene.
Attorno alla scultura centrale si trovavano circa 28 conchiglie in bronzo, che spruzzavano acqua creando un insieme armonioso e vivace.
Nel tempo, il Polpo è diventato un punto di incontro per residenti e turisti, un simbolo affettivo che ha accompagnato la vita quotidiana della città.
Poi sono arrivati i lavori sul lungomare, il restauro, l’attesa.
E per otto anni il nostro Polpo è rimasto lontano dalla sua casa, al centro di discussioni, speranze e un pizzico di nostalgia.
Segno evidente di quanto i rapallesi gli vogliano bene.
Il ritorno

Il grande giorno è finalmente arrivato.
Il Polpo è tornato a vedere il mare, a sentire il vento, a osservare il Castello — il suo vecchio vicino di sempre.
Certo, per ora è ancora un po’ “ingabbiato”, protetto come un tesoro in fase di sistemazione.
Ma già si percepisce la sua presenza, familiare e rassicurante.
Come un vecchio marinaio che, dopo una lunga assenza, rientra in porto e ritrova la sua banchina.
Un doveroso chiarimento per i non rapallesi
La storia del Polpo di Rapallo non nasce da una leggenda antica, ma da un’opera d’arte del Novecento.
Diversa, ad esempio, dalla famosa leggenda del Polpo Campanaro di Tellaro, dove si racconta che un polpo gigante avrebbe suonato le campane per avvertire la popolazione dell’arrivo dei pirati.
A Rapallo, invece, il nostro Polpo non suona campane…ma da oltre settant’anni fa battere il cuore dei rapallesi.
Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.
Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.
E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:
Ben tornato vecchio Amico
Per chi non lo sapesse, il monumento al polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954 di Italo Primi, è un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva. Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il "Polpo" è percepito come un'icona amata e un elemento distintivo del paesaggio urbano.
ALBUM FOTOGRAFICO
Rapallo: prove tecniche per la nuova fontana, il ritorno del Polpo

Il ritorno del Polpo e l’abbraccio al Castello, altro simbolo cittadino
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Il polpo (Octopus vulgaris) è un mollusco cefalopode appartenente alla famiglia Octopodidae. È privo di conchiglia (esoscheletro), possiede otto tentacoli con due file di ventose e si caratterizza per l'alta intelligenza, la capacità di mimetismo e l'uso dell'inchiostro per difendersi.







CARLO BAGNASCO
Ex Sindaco di Rapallo
"Oggi a Rapallo torna al suo posto la statua del Polpo"
“Non è solo una ricollocazione: è la conclusione di un percorso lungo, complesso, spesso pieno di ostacoli.
Un progetto che avevamo avviato anni fa, quando ero sindaco, e che non è stato semplice portare a termine. Ci sono stati ritardi, difficoltà, momenti di confronto anche acceso. So bene che questo sarà un risultato divisivo per qualcuno. Ma amministrare significa anche prendersi la responsabilità di andare fino in fondo, quando si crede in ciò che si è iniziato.
Oggi voglio rivendicare, con chiarezza, il lavoro fatto. Un lavoro portato avanti insieme all’assessore ai lavori pubblici Filippo Lasinio, con determinazione e senso di responsabilità.
È stato un percorso difficile, ma oggi si chiude con orgoglio. E, sì, anche con felicità. Bentornato!"
lI grande giorno è avvenuto. A Rapallo si sta sistemando il Polpo opera in bronzo dello scultore Italo Primi nella sua nuova casa sul lungomare di Rapallo. Nella foto il simbolico abbraccio del Polpo al Castello, due simboli della città.
DOVE’ OGGI ?
IL POLPO DI RAPALLO RIVEDE IL MARE
Ma è ancora ingabbiato ....


UN PO’ DI STORIA
La Fontana del Polpo
COM’ERA – DOV’ERA
1954
La famosa fontana del Polpo di Rapallo, opera in bronzo dello scultore Italo Primi collocata nel 1954, è un simbolo storico e punto d'incontro del lungomare, situata in piazza G.B. Pastene di fronte all'antico Castello. Dopo anni di restauro legati a lavori di riqualificazione, la scultura è stata riposizionata nel 2026, confermando il suo legame con l'identità locale.



La fontana, amata dai residenti è conosciuta da tutti i rapallesi semplicemente come "PIAZZA DEL POLPO". La statua è diventata un punto di ritrovo iconico per generazioni di residenti e turisti.
L'opera originale comprendeva la scultura centrale del polpo circondata da circa 28 conchiglie in bronzo che fungevano da ugelli per i zampilli l'acqua creando un insieme artistico armonioso.
Il suo Significato Culturale rappresenta non solo un elemento decorativo, ma un punto di riferimento sociale e affettivo per generazioni di rapallesi e turisti.
Dopo un lungo cantiere che ha interessato la zona del lungomare e la sostituzione della soletta, il polpo è stato oggetto di restauro e riposizionato per tornare a essere un'icona del panorama cittadino.
IL POLPO è rimasto lontano dalla sua sede storica per circa otto anni a causa dei lunghi lavori di rifacimento del lungomare e della copertura del torrente San Francesco portando l’opera di Italo Primi al centro di animati dibattiti in città mostrando un sentito attaccamento della cittadinanza a questo iconico simbolo marinaro.
Proprio in questi giorni la scultura è stata finalmente riposizionata sul lungomare e l suo ritorno è stato celebrato come il recupero di un pezzo fondamentale dell'identità cittadina.
LA LEGGENDA DEL POLPO CAMPANARO
YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=P19x1njz8tE
Nel cuore della Liguria, tra scogliere e mare, si nasconde una leggenda che ha attraversato i secoli quella del polpo che avrebbe salvato il borgo di Tellaro da un attacco di pirati.
Una storia sospesa tra mito e realtà, dove il campanile della chiesa di San Giorgio, la tempesta, e un misterioso suono di campane si intrecciano in un racconto che ancora oggi definisce l’identità del borgo. Non sappiamo cosa sia successo davvero quella notte, ma il simbolo del polpo è rimasto, scolpito nella memoria e nei vessilli di Tellaro. Un viaggio tra storia, mare e meraviglia.
CONCLUSIONE
Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.
Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.
E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:
“Ben tornato vecchio Amico”
Ora sei tornato al tuo posto, con le ventose ben salde alla tua roccia.
E mentre guardi il mare, sembra proprio che tu voglia dirci che ogni viaggio, prima o poi, finisce sempre nel porto di casa.
Mare Nostrum Rapallo
GUERRA E PACE…. AD ALLEGREZZE
https://www.marenostrumrapallo.it/la-guerra-e-pace-di-allegrezze/
Carlo GATTI
IL POLPO DI RAPALLO CE LO SIAMO IMMAGINATI ?
https://www.marenostrumrapallo.it/il-polpo-di-rapallo-ce-lo-siamo-immaginati/
Leonardo D’ESTE
Carlo GATTI
Rapallo, 23.Aprile 2026
I PORTICI DELLA NOSTRA RIVIERA - Una tradizione millenaria
I PORTICI DELLA NOSTRA RIVIERA
Una tradizione millenaria

PIAZZA FELICE
Uno storico porticato di Chiavari
Ci sono luoghi dove il tempo non passa davvero: cambia veste, cambia rumore, ma resta lì, nascosto tra le pietre.
I portici italiani sono uno di questi luoghi. Oggi li attraversiamo distrattamente, riparandoci dal sole o dalla pioggia, sostando davanti a una vetrina, entrando in un caffè, passeggiando senza fretta. Eppure, in molte città della nostra costa, soprattutto in Liguria, quei portici raccontano una storia molto più antica: una storia di mare, di commerci, di gozzi tirati in secco, di reti stese ad asciugare, di uomini che vivevano ogni giorno sul confine sottile tra la terraferma e l’acqua.
Nel corso dei secoli la linea del mare è cambiata. In alcuni punti il litorale si è spostato, in altri la terra ha lentamente guadagnato spazio. Fiumi, detriti, alluvioni, trasformazioni naturali e interventi dell’uomo hanno modificato l’aspetto delle coste. Così è accaduto che approdi antichi, piccoli scali e zone un tempo lambite dall’acqua siano diventati parte integrante dei centri storici.
Per questo oggi, in molti borghi marinari, camminiamo dove un tempo si navigava.
Ed è una sensazione quasi incredibile pensare che proprio sotto certi portici, lungo facciate consumate dal tempo, accanto a colonne di pietra e d’ardesia, il mare arrivasse fin quasi alle case.
La memoria del mare scritta nei muri
In diversi centri storici liguri — da Genova a Chiavari, da Rapallo a Camogli, fino ad altri borghi della Riviera — si possono ancora notare anelli di ferro murati nei pilastri, nelle pareti o nelle facciate degli edifici più antichi.
A uno sguardo distratto sembrano particolari senza importanza. Ma a chi ama il mare, parlano subito. Sono tracce di una Liguria operosa, concreta, marinara. In molti casi servivano per fissare imbarcazioni leggere, mettere in sicurezza i gozzi, sostenere attrezzi, reti o merci. Erano strumenti di lavoro, non ornamenti.
Oggi quei ferri corrosi dalla salsedine e dal tempo sono rimasti come memoria silenziosa di un passato in cui il mare non era uno sfondo, ma un vicino di casa.
Sono piccoli segni, ma preziosi: raccontano la vita quotidiana dei pescatori, dei mercanti, delle famiglie che vivevano in un rapporto continuo con il porto, con la spiaggia, con le mareggiate, con il ritmo delle stagioni.
Sottoripa: dove Genova parlava con l’acqua
A Genova, uno degli esempi più affascinanti è quello di Sottoripa.


Oggi è una fascia vivace, popolare, piena di voci, colori e odori. Ma un tempo quel luogo era molto più vicino al mare di quanto possiamo immaginare. I portici di Sottoripa non erano soltanto un riparo o un passaggio: erano una vera soglia tra la città e il porto. Lì si caricava, si scaricava, si commerciava, si lavorava.
Il nome stesso conserva questa memoria: uno spazio costruito “sotto la riva”, a diretto contatto con l’acqua.
Sotto quelle arcate passava la vita della Superba, e ancora oggi, osservando bene, si possono leggere i segni di quel rapporto così stretto tra pietra e mare. È una Genova che non si limitava a guardare il porto: ci viveva dentro.
CHIAVARI: I PORTICI COME ANIMA DELLA CITTA'
Chiavari è forse una delle città dove il portico si mostra nella sua forma più elegante e più viva.
Camminare nel centro storico, tra via Rivarola e il caruggio, significa entrare in una continuità architettonica rara: archi, colonne, botteghe, luci, ombre, passi. Tutto invita al passeggio, alla sosta, all’incontro. È un luogo che accoglie, che protegge, che accompagna.
Ma sotto questa armonia si avverte ancora la memoria del borgo marinaro.



Catena da ormeggio con vari accessori
Quando il mare era più vicino al centro abitato e la costa meno protetta di oggi, quei portici rappresentavano anche un riparo concreto nei giorni difficili. Durante le mareggiate, i pescatori cercavano sicurezza per le loro barche e per gli strumenti del mestiere. E quegli anelli di ferro, murati nelle strutture antiche, ci ricordano che qui la vita urbana e quella marinara sono state a lungo una cosa sola.
Chiavari non è soltanto la città dei portici: è una città in cui i portici hanno custodito la storia, il commercio, la fatica e l’identità di una comunità.
ALBUM FOTOGRAFICO
CHIAVARI








I PORTICI DI RAPALLO
E' sempre piacevole passeggiare nel piccolo centro storico di Rapallo, completamente pedonale costituito da strette vie disposte in parallelo e perpendicolare, caratteristiche piazzette e bei palazzi con le facciate decorate. Durante il periodo natalizio è ancora piu' bello in quanto adornato da bellissime luminarie e vetrine scintillanti, ed è piacevole curiosare tra i vari negozi e le botteghe di prodotti gastronomici locali. Nel 1600 Rapallo era definito un "borgo murato", in quanto costituito da case strette le une alle altre con 5 porte di accesso strette tra i palazzi, in modo da formare una sorta di cinta muraria difensiva, caratteristica molto comune nei borghi liguri.

Il cuore antico e il ricordo della marina
Anche Rapallo conserva, tra i suoi caruggi e le sue case alte, il segno di un antico dialogo con il mare.
Oggi il centro storico è il regno del passeggio, delle botteghe, delle vetrine, dei caffè, della vita cittadina che scorre piacevole tra vicoli e piazzette. Ma dietro questa immagine elegante e accogliente si avverte ancora il respiro della vecchia marina.
In passato il mare interagiva molto più da vicino con il tessuto urbano. Le strutture porticate non erano solo un abbellimento: offrivano protezione, riparo, spazi utili per custodire reti, attrezzi e, quando necessario, anche le barche tratte in salvo dalla furia delle onde.
Rapallo, come Chiavari e altri centri del Levante, ha imparato nei secoli a convivere con un mare bellissimo ma severo. E i portici raccontano proprio questo: non soltanto il gusto della bellezza, ma anche l’intelligenza pratica di chi ha costruito per vivere accanto all’acqua.
ALBUM FOTOGRAFICO
RAPALLO
Dedalo di viuzze
Bellissimo il centro pedonalizzato, tante vie strette con i palazzi che si fronteggiano a pochi metri di distanza, botteghe, portici e tante focaccerie con profumi inebrianti.





I ponticelli o archetti che collegano le facciate dei palazzi nei caruggi, specialmente in Liguria, sono chiamati ARCHI DI SBATACCHIO o archi di contrasto. Servivano principalmente a rinforzare strutturalmente gli edifici, impedendo che le pareti si aprissero o collassassero verso l'esterno, specialmente in vicoli stretti e in zone ad alto rischio.




SANTA MARGHERITA LIGURE
CORTE

I borghi liguri dove le barche stavano sotto casa
In molti piccoli paesi della Riviera questa vicinanza tra abitazioni e mare era ancora più evidente.
I PORTICI DI CAMOGLI




A Camogli, a Noli, a Varigotti, a Boccadasse, le case si affacciavano quasi direttamente sulla spiaggia. I piani bassi, i porticati, gli spazi aperti lungo i carruggi diventavano luoghi di ricovero per i gozzi, per le reti, per gli attrezzi da pesca. Nulla era separato: la casa, il lavoro, il borgo, il mare facevano parte di un unico respiro.
Erano architetture nate dalla necessità, ma anche da una sapienza antica: quella di chi conosceva il mare non dai libri, ma dal vento, dalle nuvole, dal colore dell’orizzonte.
Ed è forse proprio questa semplicità funzionale a renderle oggi così belle ai nostri occhi.
ABBAZIA DI SAN FRUTTUOSO DI CAMOGLI
la pietra, la baia e il silenzio
Tra i luoghi più suggestivi della costa ligure, l’Abbazia di San Fruttuoso occupa un posto speciale.
Chi arriva dal mare la vede apparire come una visione raccolta tra roccia, bosco e acqua. Ma ciò che oggi appare come una baia quieta e armoniosa, in passato aveva un rapporto ancora più diretto con il mare. Le arcate inferiori dell’abbazia si affacciavano quasi sull’acqua e offrivano riparo alle barche dei pescatori e alle reti.
Era un luogo di fede, certo, ma anche un luogo profondamente legato alla vita della baia, ai piccoli approdi, ai navigli che vi trovavano sosta.
A San Fruttuoso, più che altrove, si comprende come in Liguria il mare non sia mai stato solo paesaggio: è stato presenza, lavoro, rifugio, destino.
ALBUM FOTOGRAFICO
Alla fine del secolo scorso così si presentava l'Abbazia di San Fruttuoso ai pochi navigli che vi facevano scalo.
L'edificio era interamente occupato dai pescatori del borgo che ne avevano fatto la loro abitazione.
La spiaggia, un tempo cortissima, arrivava fin sotto le arcate dell'Abbazia.
Ora è più grande ed il suo livello giunge a metà delle arcate.





Perché i portici parlano ancora a tutti noi
Il fascino dei portici italiani non sta soltanto nella loro bellezza architettonica. Sta nel fatto che sono rimasti luoghi vivi.
Proteggono dal sole e dalla pioggia, invitano al passo lento, accolgono il commercio, il dialogo, la sosta. Sono spazi umani, prima ancora che monumentali. In Italia, e specialmente nelle città storiche, il portico non è mai stato soltanto decorazione: è stato un modo intelligente e civile di abitare il mondo.
Per questo ancora oggi ci piacciono tanto. Perché sotto i portici ci sentiamo accompagnati. Riparati. Quasi custoditi.
E nei portici liguri, più che altrove, si aggiunge qualcosa in più: la voce del mare.
Conclusione
I portici restano fermi, ma dentro le loro pietre continua a muoversi la memoria del mare.
Forse è proprio questo che rende così speciali i portici delle nostre città: il fatto che non siano soltanto pietra, archi e colonne, ma memoria abitata.
Ogni anello di ferro rimasto nel muro, ogni colonna segnata dal tempo, ogni ombra che cade sotto un’arcata racconta una storia di uomini di mare, di attese, di lavoro, di partenze e di ritorni.
Camminando oggi sotto quei portici, il turista vede bellezza. Il cittadino riconosce la sua città. Ma chi possiede nel cuore anche solo un poco di anima marinara, sente qualcosa di più.
Sente che lì, tra quelle pietre, il mare non se n’è mai andato davvero.
È rimasto in silenzio, nascosto nel ferro consumato, nel sale che il tempo non cancella, nella voce antica dei borghi.
E allora il portico non è più soltanto un passaggio coperto: diventa una piccola banchina della memoria, dove la terra e il mare continuano, ancora oggi, a salutarsi.
Carlo GATTI
Rapallo, 9 Aprile 2026
L'ISOLA DI PASQUA - Quando la Resurrezione incontrò gli antipodi del mondo
L’ISOLA DI PASQUA
Quando la Resurrezione incontrò gli antipodi del mondo

Isola di Pasqua - (Easter Island)


Jacob Roggeveen
Middelburg (Paesi Bassi)
(1.2.1659 – 31.1.1729)
Scoprì nel 1722 numerose isole, tra cui la Samoa, l'isola di Pasqua e altre minori. Il giorno di Pasqua del 1722 Roggeveen fu il primo europeo ad approdare sull’isola di Rapa Nui, nel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale. Per celebrare la scoperta, battezzò il luogo col nome di “Isola di Pasqua” e diede il via a un lungo periodo di spedizioni ed esplorazioni. Esplorò inoltre per primo le coste delle isole Salomone e della Nuova Guinea ancora sconosciute e giunse a Batavia. Lì venne arrestato per aver violato il monopolio della Compagnia olandese delle Indie orientali e le sue navi furono confiscate. Dopo una lunga causa nei Paesi Bassi, la Compagnia olandese delle Indie orientali fu poi costretta a risarcirlo per le perdite subite e a pagare il suo equipaggio.
Il 5 aprile 1722, giorno di Domenica di Pasqua, l’esploratore olandese Jacob Roggeveen avvistò una terra sconosciuta nel mezzo dell’immenso Oceano Pacifico.
Era un’isola remota, lontanissima da ogni continente, che sembrava emergere dal nulla, come un segno misterioso tra cielo e mare.
Quella terra fu chiamata Isola di Pasqua, proprio perché scoperta nel giorno in cui il mondo cristiano celebrava la Resurrezione di Cristo.
Da allora, quel nome è rimasto come una traccia indelebile nella geografia e nella storia, unendo la fede cristiana alle rotte della navigazione.
Per la gente di mare, questa coincidenza non è soltanto una curiosità storica.
È quasi una metafora della nostra vita: “mentre l’umanità celebrava la vittoria della vita sulla morte in Gerusalemme, nello stesso giorno, agli antipodi del mondo conosciuto, una nave scopriva una nuova terra”.
Come se la Pasqua avesse voluto dire a tutti gli uomini — vicini e lontani — che lasperanza non ha confini e che la luce della Resurrezione raggiunge ogni porto, anche il più remoto.
Thor Heyerdahl, uno dei più noti archeologi a condurre ricerche negli anni cinquanta sull’Isola di Pasqua.
Una festa che abbraccia tutto il mondo

Quando pensiamo alla Pasqua, spesso immaginiamo i luoghi della Terra Santa, le strade di Gerusalemme, il sepolcro vuoto e l’alba della Resurrezione.
Ma la scoperta dell’Isola di Pasqua ci ricorda che quella festa non appartiene a un solo popolo o a una sola terra.
È una festa universale, come il mare. Il mare, infatti, non divide: unisce. Le sue rotte collegano continenti, culture e speranze, e ogni navigatore sa che, anche quando si trova in mezzo all’oceano, non è mai davvero solo.
Così è la Pasqua: una luce che si accende nello stesso giorno su tutte le coste del mondo, dalle rive del Mediterraneo fino agli scogli lontani del Pacifico.
Un pensiero per i marinai e i naviganti
Per la gente di mare la Pasqua ha un significato speciale: è la festa della ripartenza, del viaggio che continua dopo la tempesta, della vita che rinasce dopo ogni notte difficile.
La scoperta dell’Isola di Pasqua, avvenuta proprio in quel giorno, sembra quasi un messaggio affidato ai naviganti di ogni epoca:
- che ogni rotta, anche la più incerta, può condurre a una terra nuova;
- che ogni alba sul mare porta con sé una promessa;
- che la speranza, come una stella polare, non smette mai di guidarci.
Mentre le nostre navi entrano ed escono dal porto e le stagioni continuano a cambiare, la Pasqua ci ricorda che ogni viaggio ha un approdo e ogni notte ha la sua aurora.
Quel lontano 5 aprile 1722, agli antipodi del mondo, una nave scoprì una nuova terra proprio nel giorno della Resurrezione. Da allora sappiamo che la Pasqua non è soltanto una data sul calendario, ma un orizzonte aperto davanti a noi.
E come ogni buon navigante sa, quando all’orizzonte compare una luce, non è mai la fine del viaggio, ma l’inizio di una rotta sicura.
Fratelli di mare e di porto, in questo tempo di radar, satelliti e rotte tracciate al computer, la navigazione sembra più sicura e precisa che mai. Eppure, nel silenzio dell’alba o nella notte lunga di una guardia in plancia, ciascuno di noi sa che esiste ancora una bussola più antica di ogni tecnologia.
È la bussola della fede

Quella che non indica soltanto il nord, ma ci ricorda la direzione della speranza, della fiducia e della vita che rinasce.
La Pasqua, celebrata nello stesso giorno in cui una nave scoprì un’isola sconosciuta agli antipodi del mondo, continua a dirci che Cristo è vivo ovunque: sulle coste vicine e su quelle lontane, nei porti affollati e negli oceani solitari, nel cuore di ogni uomo che alza lo sguardo verso l’orizzonte.
E così, anche oggi, mentre il mondo corre veloce e la tecnologia avanza, la vecchia bussola di bordo resta sempre la stessa: Cristo vivo, presente in ogni parte del mondo, guida sicura per chi naviga nella vita e nel mare.
Fratelli di mare e di porto, mentre le nostre navi continuano a solcare rotte antiche e nuove, e mentre il mondo cambia con una velocità che spesso ci sorprende, resta immutata una certezza: la fede è ancora la nostra bussola più sicura.
Come quel lontano giorno di Pasqua del 1722, quando una nave scoprì un’isola sperduta nel cuore del Pacifico, anche oggi la luce della Resurrezione raggiunge ogni angolo della terra, ogni porto e ogni uomo che guarda l’orizzonte con speranza.
E allora, da marinai e navigatori, con lo sguardo rivolto al mare aperto e il cuore colmo di fiducia, rivolgiamo a tutti — vicini e lontani, su ogni costa del mondo — i nostri più sinceri
AUGURI DI PASQUA… OCEANICI!
Auguri larghi come il mare, profondi come gli oceani, e luminosi come l’alba che ogni giorno rinasce sull’orizzonte.
Che la rotta della vita sia sempre serena, che i venti siano favorevoli, e che la speranza accompagni ogni navigazione.
Cari amici-soci, vi abbiamo fatto fare il giro del mondo in pochi minuti, dalle acque della Terra Santa fino agli oceani lontani dell’Isola di Pasqua.
Siamo un grande equipaggio. Non navighiamo tutti sulla stessa nave, ma sullo stesso mare. Condividiamo la stessa rotta, la stessa speranza e la stessa fiducia in quella bussola che non tradisce mai.
Un grande equipaggio continua a esistere anche quando cambiano i Comandanti, perché ciò che lo tiene unito non è l’autorità, ma la fraternità di mare. Il segreto di un buon Comandante non è soltanto guidare la nave, ma creare l’armonia tra quelle mura di ferro, perché non diventino una prigione, ma una casa per il suo equipaggio.
Gino Paoli avrebbe detto di noi:
Eravamo quattro amici al bar, oggi siamo molti di più sul ponte. Non vogliamo cambiare il mondo, ma tenerlo unito con l’amicizia, come un equipaggio che naviga nella stessa direzione.
Forse i grandi uomini come G.P. non se ne vanno davvero. Cambiano solo porto. E continuano a cantare, da qualche parte, mentre noi restiamo qui a tenere la rotta.
ALBUM FOTOGRAFICO

I “guardiani” dell’Isola

Vista Panoramica

Una linea di Moai

Moai Rano Raraku

L'Aeroporto di Mataveri sull'isola di Pasqua

Il cratere di Rano Kau
Carlo GATTI
Rapallo, 23 Marzo 2026
BOUGANVILLE - IL FIORE DELLA PRIMAVERA
BOUGANVILLE
IL FIORE DELLA PRIMAVERA


La bougaville, eleganza rampicante
YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=-kjvI-DoyAk
La bouganville
Oltre al nome, questa pianta è famosa per una particolarità botanica: quelli che comunemente chiamiamo "fiori" dai colori vivaci (viola, fucsia, arancio) sono in realtà brattee, ovvero foglie modificate. I fiori veri e propri sono i minuscoli tubicini bianchi o gialli che si trovano all'interno delle brattee.
La bouganville deve il suo nome a Louis Antoine de Bouganville (1729-1811), l’esploratore e navigatore francese che per primo portò questa pianta dal Brasile in Europa nella seconda metà del XVIII secolo.
La scoperta avvenne durante una spedizione botanica in Sud America, spesso attribuita al naturalista della spedizione, Philibert Commerçon, che decise di dedicare la pianta al suo amico e comandante, Louis Antoine de Bougainville il quale la introdusse in Europa, dove divenne popolare per la sua spettacolare fioritura.
Pertanto, il nome scientifico Bougainvillea celebra direttamente l'ammiraglio ed esploratore francese che guidò la prima circumnavigazione del globo autorizzata dal governo francese tra il 1766 e il 1769.
Curiosità legata alla scoperta:
Si narra che la vera scoperta avvenne grazie a Jeanne Baret, l'assistente (e amante) di Commerson, che si era travestita da uomo per poter partecipare alla spedizione vietata alle donne. Sarebbe stata lei la prima a individuare la pianta durante una sosta a Rio de Janeiro.

In molti paesi sudamericani la bouganville è considerata la pianta del benvenuto
LOUIS ANTOINE DE BOUGANVILLE
https://it.wikipedia.org/wiki/Louis-Antoine_de_Bougainville

Nascita Parigi, 12 novembre 1729
Morte Parigi, 31 agosto 1811
Dati militari:
Grado generale e ammiraglio francese
Guerre Guerra franco-indiana
Guerra dei sette anni
Guerra d'indipendenza americana
Battaglie Battaglia di Chesapeake
Battaglia delle Saintes
Louis Antoine de Bougainville (1729–1811) è stato un celebre navigatore ed esploratore francese, noto principalmente per aver guidato la prima spedizione francese di circumnavigazione del globo tra il 1766 e il 1769.

La fregata La Boudeuse, con cui Bougainville compì la circumnavigazione terrestre
Data di partenza |
15 novembre 1766 |
Luogo di partenza |
Nantes |
Data di ritorno |
16 marzo 1769 |
Luogo di ritorno |
St. Malo |
Principali terre scoperte o esplorate da Bouganville



- Tahiti: Sebbene non sia stato il primo europeo in assoluto a vederla, Bougainville la raggiunse nel 1768, battezzandola "Nuova Citera" e descrivendola con entusiasmo nel suo diario di viaggio.

- Arcipelago delle Tuamotu: Scoprì diverse isole di questo vasto arcipelago polinesiano durante la sua traversata del Pacifico
- Isole Samoa: Esplorò parte dell'arcipelago durante il suo viaggio nel Pacifico che chiamò "Isole dei Navigatori" per l'abilità dimostrata dagli indigeni nelle loro canoe.


- Isole Salomone: Riscoprì questo arcipelago (già avvistato dagli spagnoli nel XVI secolo ma poi "perduto" dalle carte) e diede il suo nome alla più grande di esse, l'Isola di Bougainville. Fu il primo europeo a visitare diverse isole di questo arcipelago.
- Isole del Mar dei Coralli e Nuove Ebridi: Navigò in queste zone, arrivando quasi a scoprire la costa orientale dell'Australia, ma fu costretto a virare verso nord a causa della Grande Barriera Corallina.
- Nuove Ebridi (oggi Vanuatu): Esplorò diverse isole di questo gruppo.
- Bougainville (isola): L'isola più grande delle Salomone porta oggi il suo nome, in onore alla sua esplorazione della zona.
- Isole Falkland (Malvine): Nel 1764 fondò il primo insediamento stabile a Port Louis, prima che la colonia fosse ceduta alla Spagna per ragioni diplomatiche.
- Arcipelago delle Louisiade: Esplorò le coste della Nuova Guinea e scoprì questo arcipelago.
Il Voyage autour du monde
Nel 1771 Bougainville pubblicò il suo Voyage autour du monde in cui, descrivendo Tahiti, la presentò come una sorta di paradiso terrestre dove uomini e donne vivevano in una felice innocenza, lontani dalla civiltà corrotta, dando così un potente avallo alle teorie sul "buon selvaggio" diffuse dalla filosofia romantica, in particolare da Jean-Jacques Rousseau, prima della Rivoluzione francese.
Voltaire si mise a studiare il tahitiano, rimpiangendo di non potersi imbarcare per quelle isole a causa dell'età, e Denis Diderot scrisse addirittura un Supplément au voyage de Bougainville in cui, esaltando i costumi della Nuova Citera, criticava severamente lo stile di vita europeo. Del libro si parlò anche e a lungo a Berlino, alla corte prussiana, e Caterina II di Russia si ripromise di prendere come ammiraglio il principe Charles de Nassau-Siegen, uno dei protagonisti dell'avventura.
Una magnifica sorpresa finale....

Jeanne Baret fu la straordinaria assistente del naturalista Philibert Commerson che, travestita da uomo con il nome di “Jean”, riuscì a imbarcarsi nella spedizione di Louis Antoine de Bougainville, diventando di fatto la prima donna a compiere il giro del mondo.
Ritratto di Jeanne Baret vestita da marinaio risalente al 1817, dopo la morte
C’era una volta, su un veliero che inseguiva l’orizzonte, un segreto custodito tra vele gonfie di vento e silenzi trattenuti.
Era il tempo delle grandi esplorazioni, quando il mare non era solo una via, ma una promessa. A bordo della nave BOUDEUSE, parte della spedizione che avrebbe circumnavigato il globo, viaggiava un giovane assistente di botanica: taciturno, instancabile, sempre accanto al suo maestro, intento a raccogliere foglie, fiori, semi sconosciuti.
Nessuno sapeva, o forse pochi osavano sapere, che quel giovane non era ciò che sembrava.
Sotto abiti maschili e gesti misurati si nascondeva una donna.
Si chiamava Jeanne.
Aveva scelto il mare non per sfida, ma per fedeltà: al sapere, alla vita, e forse anche all’amore. Per seguire il botanico che stimava e amava, accettò di rinunciare al proprio nome, alla propria identità, pur di salire su quella nave da cui le donne erano escluse.
E così, giorno dopo giorno, attraversò oceani e tempeste, senza mai tradire il suo segreto.
Le sue mani raccoglievano fiori sconosciuti, li osservavano, li custodivano come piccoli miracoli. Tra quei colori, tra quelle scoperte, c’era già il presagio di una bellezza destinata a restare: la buganvillea, con i suoi petali accesi come tramonti tropicali.
Il viaggio non fu solo una rotta tracciata sulle carte.
Fu un incontro continuo con l’ignoto: isole che emergevano come sogni dall’oceano Pacifico, popoli semplici e sorridenti, nature generose e selvagge, dove ogni approdo sembrava un dono e ogni alba una scoperta.
Molti di quei luoghi, allora misteriosi e lontani, sarebbero diventati nel tempo mete desiderate, piccoli paradisi della terra. Ma in quei giorni lontani erano ancora fragili promesse, affidate al coraggio di uomini e di una donna che aveva scelto di sfidare il destino.
Si racconta che fu proprio in una di quelle terre luminose che il segreto di Jeanne venne svelato. Non con scandalo, ma con una sorta di rispetto silenzioso, come se il mondo stesso riconoscesse la verità del suo viaggio.
Eppure, nonostante tutto, il cammino continuò.
Quando infine il cerchio del mondo si chiuse, Jeanne non era più soltanto una donna travestita da uomo. Era diventata qualcosa di più raro: la prima donna ad aver abbracciato il pianeta intero, attraversando mari sconosciuti, affrontando fatiche, malattie, paure… e portando con sé, come un tesoro, i frutti della conoscenza.
In quel viaggio si raccolsero fiori meravigliosi, destinati a colorare giardini lontani.
Ma si raccolsero anche storie, incontri, esempi di coraggio che ancora oggi ci parlano.
Perché ogni approdo di allora è diventato, nel tempo, un ricordo indelebile per chi ha avuto la fortuna di raggiungerlo. E ogni viaggio moderno, anche il più comodo, porta dentro di sé un’eco di quelle traversate antiche, fatte di rischio, di speranza e di meraviglia.
Oggi, quando vediamo una buganvillea arrampicarsi luminosa su un muro assolato, pensiamo al nome dell’esploratore che la rese celebre.
Ma forse, tra quei colori vivi, si nasconde anche un’altra storia.
Quella di una donna che attraversò il mondo senza poter dire il proprio nome.
Quella di uomini che affrontarono l’ignoto per lasciare in eredità bellezza e conoscenza.
Quella di terre lontane che, da sogni incerti, sono diventate realtà amate e vissute.
E allora, guardando quei fiori che sembrano accendersi al sole, possiamo sentire ancora il respiro del mare.
Un mare che non divide, ma unisce.
Che non cancella, ma custodisce.
E che continua, ancora oggi, a raccontarci storie di coraggio, di scoperta…
e di silenziosa, indimenticabile bellezza.

E mentre la primavera si avvicina, la buganvillea torna a fiorire, come un antico viaggio che, ogni anno, riprende il mare.
E in quei colori ritroviamo la certezza che ogni viaggio, anche il più lontano, continua a vivere nei doni che ci lascia.
Carlo GATTI
Rapallo, Venerdì 20 Marzo 2026
ore 15.46 Equinozio di Primavera
LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO - Liguria
LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO (Baücôgna) - VALLE ARGENTINA
Liguria

Le Isole Lofoten -Norvegia

Oggi Badalucco è considerata una "capitale" dello stoccafisso, mantenendo un legame diretto persino con la Norvegia (le Isole Lofoten), da cui proviene la materia prima.

Magnifico entroterra della Liguria di Ponente. Nello specifico siamo in valle Argentina a pochi km da Sanremo. La valle Argentina si snoda per 40km nell’entroterra sino al confine con il Piemonte e la Francia. Numerosi itinerari di bici da corsa e MTB la fanno una delle valli più complete della Liguria dal punto di vista ciclistico.

BADALUCCO


Altitudine: 179 mt s.l.m
Abitanti: 1.072
Comuni confinanti: Bajardo,Ceriana, Dolcedo, Molini di Triora, Montalto Carpasio, Taggia.
La sua specialità è un piatto che ha un suo antico “Significato Culturale” : rappresenta la fusione tra lo stoccafisso, importato dai marinai norvegesi, e i prodotti della terra locale, diventando un pilastro della cucina tradizionale del borgo.
"Baucogna" (o Baücôgna) è infatti il nome di Badalucco nel dialetto locale. Chiamare il piatto "alla baucogna" significa letteralmente cucinarlo "alla maniera di Badalucco".



Lo stoccafisso alla badalucchese (spesso confuso o associato a denominazioni locali simili) prende il nome dal comune di Badalucco, nella Valle Argentina in Liguria, dove la preparazione è una tradizione secolare legata alla cultura contadina e alla conservazione del pesce. Non si chiama "baucogna", ma è famoso per la sua ricetta specifica.
Per la gente di Badalucco lo stoccafisso è un legame col mare?
Noi pensiamo di sì! Per gli abitanti di Badalucco, un comune dell'entroterra ligure, lo stoccafisso rappresenta un legame storico e identitario profondo che va oltre il semplice consumo di pesce.
Questo legame non deriva da una vicinanza geografica immediata al mare, ma da una celebre leggenda storica risalente alle invasioni saracene:
L'assedio:
Si narra che durante un lungo assedio da parte dei Saraceni, i cittadini di Badalucco riuscirono a resistere e a non arrendersi per fame proprio grazie alle grandi scorte di stoccafisso accumulate.
Resistenza alimentare: Essendo un prodotto essiccato e a lunga conservazione, lo stoccafisso permise alla popolazione di sopravvivere tra le mura del borgo fino alla ritirata degli invasori.
Identità culturale: Da allora, lo stoccafisso è diventato il simbolo della tenacia del paese. Ogni anno, a metà settembre, questa eredità viene celebrata con Il Festival dello Stoccafisso alla Badalucchese (o Stocafissu a Baücogna), una tradizione che nel 2025 ha raggiunto la sua 53ª edizione.
La ricetta dello Storico Prof. Mauro Salucci
Stocafissu a baücôgna (Stoccafisso alla badalucchese) della Valle Argentina non è una semplice ricetta, ma un modo con cui la popolazione di Badalucco celebra dall'antichità il ricordo della vittoria sui pirati saraceni dopo un lungo assedio al borgo da cui la popolazione uscì vincitrice. Il protagonista è il merluzzo essicato. A parte noci, nocciole, pinoli e cherigli di noci vengono prima tostati in padella e poi pestati nel mortaio. Uniti con funghi secchi, olive taggiasche, olio extra del posto, acciughe sotto sale, vino bianco secco, amaretto anch'esso pestato, peperoncino, sale, prezzemolo, aglio, stoccafisso sapientemente stemperato gradualmente in brodo di carne, sistemando di pepe. Gradualmente, dopo quattro ore di cottura, questo piatto ci riporterà indietro nei secoli, ai forti sapori speciali e veri dell'entroterra e della sua gente orgogliosa e indomita, fiera delle sue tradizioni.
Lo stoccafisso a Baücôgna
E’ una tradizione culinaria ultracentenaria di Badalucco (Valle Argentina), legata all'uso dello stoccafisso norvegese delle Lofoten, diffuso in Liguria dal XVII secolo. Originatosi come piatto povero durante le invasioni saracene, è un simbolo della cultura locale, celebrato con un famoso festival e cucinato con olio taggiasco, noci, nocciole e funghi.
Ecco i punti salienti della tradizione
Origini Storiche:
Badalucco vanta una tradizione di oltre 400 anni nella preparazione dello stoccafisso, con una sagra storica che dura da oltre 50 anni
Lo stoccafisso si è diffuso in Liguria intorno al 1600 grazie ai commerci, diventando un alimento essenziale, facile da conservare e trasportare. La tradizione narra che durante l'invasione dei Saraceni, gli abitanti dell'entroterra abbiano resistito grazie allo stoccafisso, un alimento a lunga conservazione che garantiva il sostentamento.
La Ricetta
(Stoccafissu a Baücôgna): La preparazione richiede circa 5/6 ore di cottura lenta in grandi paioli con sugo. Prevede l'uso di stoccafisso di alta qualità, olio extravergine d'oliva, acciughe, aglio, pinoli, nocciole, funghi secchi, prezzemolo e brodo di carne. Viene spesso disposta a strati con le lische in basso per insaporire, formando una ciambella.
La Sagra e la Tradizione:
Da oltre 50 anni, Badalucco celebra questo piatto con il "Festival dello Stoccafisso", un evento di rilievo internazionale che richiama visitatori e autorità, celebrando il legame tra Badalucco e la Norvegia (spesso con la presenza dell'Ambasciatore norvegese).
Legame col Territorio:
Lo stoccafisso, nonostante provenga dal Nord, è diventato un prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) ligure. La ricetta badalucchese esalta i sapori locali, in particolare l'olio cultivar taggiasca.
La preparazione moderna è curata dalla Pro Loco e dalle famiglie locali, mantenendo viva una tradizione culinaria che unisce il borgo alla storia.
COSA C’E’ DA VEDERE A BADALUCCO?

Monumenti e luoghi d'interesse
Architetture religiose

La chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio nel centro storico badalucchese
- Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta e San Giorgio
Costruita in stile barocco dal 1683 al 1691; l'edificio fu ulteriormente modificato nel 1834. La facciata è a due ordini di colonne sovrapposte su alto plinto ed erme. Recentemente ha avuto un'importante ristrutturazione conclusa nel 2024.
-Oratorio di San Francesco, attiguo alla parrocchiale, ricostruito nel 1645 con facciata in stile neoclassico.
-Chiesa di Nostra Signora della Misericordia nel capoluogo, del 1701 in stile barocco.
- Chiesa di San Nicolò. L'edificio fu eretto nel XVII secolo, anche se citato già nel 1434, in posizione sovrastante sul paese sulle precedenti rovine del castello dei conti di Ventimiglia, signori di Badalucco.
- Cappella di Santa Lucia, costruita su uno dei piloni dell'omonimo ponte sul torrente Argentina.
- Cappella della Madonna degli Angeli presso l'omonimo ponte sul torrente Argentina, edificata nel corso del Seicento (ma completamente rifatta nel secondo dopoguerra) lungo l'antica mulattiera per la frazione di Montalto Ligure (Montalto Carpasio).
- Santuario della Madonna della Neve, situato sulla cima del monte Carmo.
- Chiesa della Regina di tutti i Santi. Costruita nel 1721 sul poggio della Pallara, nei pressi della frazione di Argallo.
- Chiesa parrocchiale della Madonna del Rosario nella frazione di Ciabaudo.
Architetture civili
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Palazzo Boeri. Posto di fronte alla chiesa parrocchiale badalucchese, venne eretto intorno al XVI secolo.
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Ponte di Santa Lucia sul torrente Argentina, costruito nel 1551 e completato nel 1606 ad archi diseguali.

Ponte della Madonna degli Angeli sul torrente Argentina, del 1614 a tre arcate in pietra
Centro storico
Il borgo medievale conserva ancora oggi cinque passaggi:
- la porta di San Rocco con piccolo corpo di guardia,
- la porta del Poggetto,
- la porta di Santa Lucia sul ponte omonimo,
- la porta del Beo
- la portadella Castella.
A Badalucco, il "Paese Dipinto", per i suoi muri ricoperti di murales e opere in ceramica, i ponti medievali (come il Ponte di Santa Lucia) sul torrente Argentina, la Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio e il Museo Frantoio Panizzi, immergendoti nell'atmosfera del borgo e gustando l'olio locale e lo stoccafisso alla badalucchese.
Nel borgo
Centro Storico: Perditi tra i "caruggi" (vicoli) ammirando i murales e le installazioni artistiche permanenti che lo trasformano in un museo a cielo aperto.
Ponti Medievali: Attraversa i caratteristici ponti a schiena d'asino che collegano le diverse parti del paese, offrendo scorci sul torrente Argentina.
Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio: Un'importante parrocchiale che custodisce opere d'arte.
Chiesa di San Niccolò Una chiesetta del Quattrocento con tesori artistici.
Museo Frantoio Panizzi: Un luogo che racconta la storia della produzione dell'olio d'oliva, un'eccellenza del territorio.
UpArt Festival: Se visiti a settembre, potresti trovare questo festival che anima il paese con varie forme d'arte.
Nelle vicinanze (Valle Argentina)
Valle Argentina: Ideale per escursioni e passeggiate, offre paesaggi naturali suggestivi.
Grotta Bertrand: Un sito archeologico preistorico con testimonianze dell'Età del Rame, per chi ama la storia.
Triora: "Il borgo delle streghe", famoso per le leggende e le vicende storiche legate ai processi per stregoneria.
APPROFONDIMENTO
Borgo Medievale e Arte
. Centro storico: Passeggia tra gli stretti vicoli ("caruggi") e le piazzette del borgo medievale, caratterizzato da case in pietra a vista.
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Museo a cielo aperto: Le stradine sono arricchite da numerose maioliche e opere di ceramica posizionate sui muri degli edifici, trasformando il paese in un museo all'aperto.
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Ponti storici: Ammira i due ponti risalenti al tardo Medioevo che attraversano il torrente Argentina, elementi chiave dell'architettura storica del paese.
Natura e Relax
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Laghetti di Badalucco: A pochi passi dal centro, puoi trovare laghetti e cascate naturali nel torrente Argentina, ideali per un bagno rinfrescante nelle giornate estive.
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Sentieri e trekking: La zona offre diversi percorsi per escursioni e trekking, permettendo di godere della natura incontaminata e di panorami suggestivi, come verso il Colle D'Oggia.
Cultura Enogastronomica
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Olio Roi: Visita la storica azienda produttrice di olio extra vergine d'oliva Taggiasca, un pilastro dell'economia locale. Puoi acquistare diverse varietà di olio, olive taggiasche e altre specialità locali nel punto vendita.
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Cucina locale: Scopri l'ottima cucina ligure in ristoranti e agriturismi tipici, che offrono piatti tradizionali come i ravioli alle erbette e il brandacujun.
Specialità da provare
- Olio Extra Vergine d'Oliva: Prodotto con le olive taggiasche locali.
- Stoccafissu a Baucogna: Un piatto tradizionale a base di stoccafisso.
- Fagiolo di Badalucco (Rundin): Un fagiolo Presidio Slow Food.
Comune di Badalucco
https://www.comune.badalucco.im.it ›
Come raggiungerci
In Auto:
Provenienza da Genova: autostrada A10 uscita casello Arma di Taggia
Provenienza dalla Francia: Autostrada A8 uscita casello Arma di Taggia. Da lì, si prosegue sulla strada provinciale SP548 per circa 10-15 km in direzione nord, seguendo le indicazioni per Badalucco. È situato a circa 179 metri di altitudine.
In Treno:
La stazione ferroviaria più vicina è Taggia-Arma, da cui prendere un autobus o taxi. Distanza: Dista circa 10-15 minuti di auto dalla costa.
Badalucco:
Dista una decina di chilometri dalla zona costiera e si propone come un'alternativa ideale per i visitatori che desiderano natura.
Dello stesso autore:
DALLE ISOLE LOFOTEN ARRIVÒ LO STOCCAFISSO
di Carlo GATTI
https://www.marenostrumrapallo.it/dalle-isole-lofoten-arrivo-uno-dei-piatti-preferiti-dai-genovesi/
LO "SCOPRITORE" DELLO STOCCAFISSO
di Carlo GATTI
https://www.marenostrumrapallo.it/nannni/
Carlo GATTI
Rapallo, febbraio 2026
LA NAVICELLA DI ROMA - UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO
NAVICELLA DI ROMA
UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO
La lunga storia di una galea romana che continua a sopravvivere con i suoi simboli millenari

CASTRA PEREGRINORUM
Zona destinata ai militari di passaggio
LA NAVICELLA originale fu ritrovato nella zona dell'antica Castra Peregrina. La tradizione vuole che i marinai della flotta di Capo Miseno, responsabili del velarium del Colosseo, dedicassero questa navicella marmorea alla dea Iside, protettrice dei naviganti.

La basilica di Santo Stefano Rotondo
Conosciuta come Chiesa della Navicella.

Veduta dell’Acquedotto Claudio, la basilica di S.Stefano Rotondo e la navicella
La Castra Peregrina, l'antica caserma dei soldati provinciali distaccati a Roma, si trovava sul Celio (Rione Celio), precisamente nell'area sottostante la moderna Basilica di Santo Stefano Rotondo. L'area si estendeva tra la chiesa e la zona della vicina villa Casali, dove sono stati rinvenuti resti archeologici.

La fontana della Navicella
Ha una curiosa storia legata ai marinai dell’Antica Roma e da meno di cent’anni è stata restaurata da semplice ornamento della piazza che la ospita a vera e propria fontana.
LA STRUTTURA
Nel 1931, duranti i lavori dell’allargamento della strada, la statua è stata trasformata come fontana alimentata dall’acquedotto Felice.
La fontana è costituita da una piccola nave scolpita nel marmo, che raffigura una galera romana che venne collocata nel centro di una grande vasca modanata di forma ellittica, situata quasi al livello del suolo.
Al centro della nave, uno zampillo scende lungo i lati laterali del ponte che ricadono nel catino inferiore di travertino.
Il MARE
E' ricordato all’interno della vasca per il fondale mosaicato di forma ovale, con pietre fiumane rappresentante pesci e imbarcazioni.
IL BASAMENTO

Della graziosa galera poggia su di un grande piedistallo rettangolare sui cui sono scolpiti gli stemmi di Leone X sulle facciate, composto dalle due chiavi decussate, sovrastato dalla Tiara. All’interno lo Scudo dai sei bisanti ossia palle, cinque rosse ed una blu con tre gigli medicei.

Si tratta della rappresentazione, in marmo bianco e travertino, di una galera romana, poggiata su due scalmi. Il ponte è delimitato da un corrimano sostenuto da nove mensole alternate ad altrettanti boccaporti.
Un cinghiale come polena
Il cinghiale era visto come un animale indomito e aggressivo. Una polena del genere serviva a incutere timore e a rappresentare la forza della nave in battaglia, una pratica comune nelle flotte antiche.

Particolarmente caratteristica la testa di cinghiale posta a decorazione della prua della nave, mentre sulla poppa è riprodotto il castello.
La polena a testa di cinghiale sulla scultura nota come Fontana della Navicella simboleggiava la ferocia, la forza e il vigore militare.
Associata alla flotta di Capo Miseno, la nave rappresentava la potenza della marina romana, spesso decorata con animali simbolici sulla prua.

Fontana della Navicella
La fontana prende il nome dalla raffigurazione in miniatura di un’antica galera romana e si trova al centro della piazza antistante la chiesa di S. Maria in Domnica, detta anche “in navicula”.
In epoca romana nei pressi del colle Celio sorgevano i Castra misenatium, il quartiere del reparto di marinai della flotta di stanza a capo Miseno, il cui principale incarico, quando non era impegnato in attività militari in mare, era quello di manovrare il velarium, l'enorme tenda che copriva il Colosseo e che, manovrato da un sistema di funi e carrucole, serviva a riparare il pubblico dal sole e dalle intemperie durante lo svolgimento degli spettacoli.
Secondo la tradizione i marinai del castra avrebbero fatto realizzare un modello marmoreo di una barca, per offrirlo (una sorta di ex voto) alla dea Iside, protettrice dei naviganti.
Iside, (Cerere romana) la dea egizia che attraversò il Mediterraneo
La rappresentazione più vicina ai naviganti dell'antica Roma è Iside Pelagia ("Iside del mare"), signora del mare e protettrice dei naviganti, spesso raffigurata nell'atto di guidare le navi con un mantello che funge da vela. Questa immagine unisce la tradizione egizia a quella ellenistica, talvolta mostrando la dea con le corna bovine e il globo solare, o come la dea alata simbolo del vento.

L'Iseo Portuense è un sito archeologico identificato come un antico santuario dedicato alla dea egizia Iside, rinvenuto all'Isola Sacra (Fiumicino), vicino al porto di Claudio e Traiano. Dagli scavi effettuati negli anni '60, sono emersi reperti significativi, tra cui la famosa statua in marmo nero di Iside Pelagia.

In origine Iside fu una delle principali divinità del panteon egizio. Poi il suo culto si diffuse in tutto il Mediterraneo, dove ricevette una grande accoglienza e riunì fedeli di tutti i ceti sociali.
Museo Ostiense | Le storie dietro le opere
La statua di Iside Pelagia

Questa statua monumentale, in marmo nero di Belevi, proviene dal cosiddetto Iseo Portuense, rinvenuto all’Isola Sacra (Fiumicino) durante scavi degli anni ’60 del Novecento.
La statua, che si data alla seconda metà del II secolo d.C. raffigura Iside Pharia o Pelagia, strettamente legata alla cerimonia del navigium Isidis, che sanciva in primavera, con il favore della dea, la ripresa della navigazione, dopo la pausa della stagione invernale.
L’Iseo Portuense era un antico tempio romano dedicato alla dea egizia Iside, situato nell'area dell'odierna Isola Sacra (Fiumicino), vicino ai porti imperiali di Claudio e Traiano. Scoperto nel 1969, il santuario era parte di un complesso dedicato a Iside Pharia (o Pelagia), protettrice dei naviganti, e testimonia la diffusione dei culti orientali nel porto di Roma.
CONCLUSIONE
La tradizione ci racconta:
La fontana della Navicella, la sua sparizione e costruzione di una copia
La prima volta che si menzionò la navicella, fu per mano di Pomponio Leto che nel 1484, ci parla di una navicella ritrovata presso l’attuale chiesa di S. Maria in Dominica e si riferiva però ad una scultura a forma di nave con la prua a testa di cinghiale e il castello di poppa, in origine alimentata dall’Acquedotto Claudio.
La scultura andò perduta durante il Medioevo ma i resti furono ritrovati all’inizio del ‘500 proprio nei pressi della basilica dove è posta oggi la fontana.
L’odierna scultura sembrerebbe essere una riproduzione di un modello rinascimentale della nave e fu realizzata probabilmente su disegno di Andrea Sansovino. Collocata nell’attuale luogo fra il 1518 ed il 1519.
Si dice che le cose siano andate così...
Il papa Leone X, per evitare ulteriori perdizioni, incaricò lo scultore Andrea Sansovino di farne una copia, con una base rettangolare ornata con le insegne papali e un’epigrafe celebrativa.
In marmo bianco e travertino, rappresenta una galera poggiata su due scalmi, con una testa di cinghiale a decorare la prua della nave e sulla poppa la riproduzione del castello.
La scultura attuale fu realizzata nel 1518-1519 su committenza del cardinale Giovanni de’ Medici.
La nave, in marmo bianco, è posta sopra un basamento in marmo che riproduce sulle facce minori lo Stemma dei Medici.
Così quella piccola nave di marmo, silenziosa da duemila anni sul colle del Celio, continua ancora oggi a parlare ai marinai.
Non è soltanto un ricordo dell’antica flotta di Miseno, ma un segno di riconoscenza, di fede e di coraggio che attraversa i secoli.
In essa rivive lo spirito di tutti coloro che hanno solcato il Mare Nostrum: uomini che hanno affrontato tempeste, vegliato nelle notti di guardia, confidato nella propria nave e nella protezione del cielo.
La Navicella di Roma è come uno stemma marinaro scolpito nella pietra del tempo:
un simbolo che unisce idealmente i rematori dell’Impero romano ai marinai di oggi, legati dallo stesso destino d’acqua e di vento.
E mentre le onde continuano a battere le coste del nostro mare, quella nave immobile sembra ricordarci che la vera tradizione della marineria non è fatta soltanto di navi e di porti, ma di memoria, disciplina e fratellanza.
Un filo invisibile, teso tra due millenni di navigazione, continua così a legare i marinai di ieri e di oggi sotto lo stesso cielo e sullo stesso mare:
il nostro antico, eterno Mare Nostrum.
Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 29 gennaio 2026
BIBLIOGRAFIA
- CAPO MISENO - LA PIU' POTENTE BASE MILITARE DELL'ANTICHITA'
Carlo Gatti - 17 Maggio 2018
https://www.marenostrumrapallo.it/miseno/
- IL VELARIUM DEL COLOSSEO - di Carlo GATTI - 1 Ottobre 2021
https://www.marenostrumrapallo.it/vele/
TERRA E MARE, UN SOLO PRESEPE
TERRA E MARE, UN SOLO PRESEPE
Il presepe nasce a terra, tra pietre antiche, sentieri stretti e mani callose che conoscono il ritmo delle stagioni. Borghi come PERETA non rappresentano il presepe: lo sono, perché custodiscono ancora un tempo lento, umano, essenziale, dove la Natività sembra poter accadere in ogni angolo di silenzio.
Ma quello stesso presepe, un giorno, ha imparato a muoversi.
È salito a bordo delle navi, ha attraversato porti e oceani, ha affrontato tempeste e bonacce. I marinai lo hanno portato con sé come si porta una casa interiore: non per ornamento, ma per necessità dell’anima. Perché in mare, più che altrove, si sente il bisogno di un segno che dica “non siamo soli”.
Così la tradizione della terra ha incontrato quella del mare, e non si sono mai più separate.
I marinai — figli di contadini, di borghi, di colline — hanno diffuso nel mondo quel piccolo miracolo fatto di legno, luce e silenzio. Non esiste nave con equipaggio di tradizione cristiana che, in questi giorni, non abbia un presepe a bordo: piccolo o grande, povero o curato, ma sempre presente, come una bussola spirituale.
IL PRESEPE DELLA MARINERIA DI CESENATICO racconta proprio questo: la
stessa Natività, immersa nell’acqua salata, tra vele, remi e “occhi” di prua che vegliano. È la fede che non si ferma a riva, ma continua a navigare.
In fondo, terra e mare non sono opposti.
Sono due modi diversi di custodire la stessa speranza.
E mentre le luci si accendono nei borghi e nei porti, il presepe — immobile o galleggiante — continua a ricordarci chi siamo: uomini e donne in cammino, marinai e terrestri, tutti figli di una stessa tradizione che sa ancora indicare la rotta.
PERETA
Frazione di Magliano in Toscana Maremma (GR)


Pereta, frazione di Magliano in Toscana, è spesso descritta come un presepe naturale "ante litteram" per la sua atmosfera medievale, le mura antiche e la sua posizione suggestiva tra le colline della Maremma, creando un quadro pittoresco e autentico che ricorda i villaggi incantati, molto prima che il concetto di "presepe vivente" diventasse popolare.
Perché viene considerata un "presepe naturale"?
Le sue stradine strette e acciottolate, le case in pietra e le mura possenti evocano un'epoca passata, perfetta per un'ambientazione suggestiva.
È immersa nel paesaggio collinare e rurale della Maremma, tra ulivi e vigneti, offrendo uno scenario naturale e incontaminato.
La sua bellezza non è "costruita" per l'occasione, ma è intrinseca al borgo stesso, rendendola un'immagine di vita rurale e storica.
In sostanza, Pereta incarna l'ideale di un borgo antico e intatto, un "presepe" di per sé, che si presta perfettamente a essere immaginato come un luogo incantato, specialmente durante le festività.

PERETA

157 abitanti – 283 mt s.l.m.
Pereta è un borgo di epoca prevalentemente medievale, fondato dagli Aldobrandeschi tra il X e l'XI secolo come roccaforte strategica, ma ha radici più antiche con testimonianze Etrusche e Romane; il suo massimo splendore e i suoi elementi più riconoscibili, come le mura esterne e la Torre dell'Orologio, risalgono al periodo tardo-medievale e sotto il dominio senese (XIV-XV secolo).

MAREMMA
di Salvina Pizzuoli
Siamo a Pereta un borgo fortificato a dieci chilometri da Magliano in Toscana nella bella Maremma, sulla strada che porta a Scansano.
Come l’abbiamo scoperto?
Come tutte le gradite sorprese, quasi per caso…
La Toscana e la Maremma pullulano di questi piccoli borghi più o meno suggestivi, più o meno integri.
Pereta è davvero singolare.

Castello di Pereta
La viabilità è semplice, oltrepassata la Porta di Ponente, caratterizzata da una base a scarpa su cui si apre un arco ribassato e uno a struttura ogivale, coronata da archetti pensili sorretti da mensole, la cui mole s’intravvede prima della dirittura che conduce all’ingresso, segue la struttura delle antiche mura, come per tutti i castelli dell’epoca.
Ma procediamo con ordine e venite con noi alla scoperta di un borgo che vi aiuterà ad immedesimarvi in un visitatore del passato.
Intanto cominciamo con la denominazione: Pereta.
In base a quanto riportano i cartelli turistici che spiegano in poche scritte le caratteristiche e la storia del manufatto cui si riferiscono, il nome sarebbe stato in origine Perita legato alla coltivazione di peri nella zona circostante. Non abbiamo trovato conferma, lo stesso Repetti, lo storico ottocentesco, non fa menzione dell’etimo ma così colloca geograficamente il borgo e ne dà notizie storiche nel suo Dizionario:
È posto sopra la cresta di uno sperone che stendesi verso ostro dal poggio di Scansano, ad una elevatezza di circa 540 braccia sopra il livello del mare, fra il valloncello del Patrignone, il cui torrente lambisce la sua base a ponente, mentre il Castione, altro minor torrente, scende al suo levante.
Questo castello fece parte della contea Aldobrandesca, pervenuto al ramo di Sovana nelle divise del 1274, acquistato in seguito dalla Repubblica senese. – Dell’antica rocca di Pereta si conserva il cassero in una bella torre quadrata in mezzo ai muri diruti della sua fortezza.

Nel nostro percorso ci guida l’alta torre quadrata stretta e alta che si staglia sopra le case a toccare l’azzurro del cielo con i suoi 29 metri di altezza: forse nata su un cassero preesistente viene datata XIV secolo.
Procediamo il nostro itinerario e giungiamo al basso arco che introduce all’antico nucleo fortificato datato intorno al secolo XI ad opera degli Aldobrandeschi del ramo di Sovana. Non lontana la chiesa di Santa Maria con il curioso campanile a faccia liscia sopra la facciata e su base pentagonale sui restanti lati. Costruita da maestranze locali intorno alla fine del XV secolo conserva all’interno una scultura lignea della Vergine Maria.


Procediamo in circolo fino ad incontrare la chiesa pievana di San Giovanni Battista in stile romanico ma più volte rimaneggiata da cui si gode di un lussureggiante e ameno paesaggio a olivi e viti che si susseguono lungo i dolci crinali delle colline. Non dimentichiamo di essere nella zona di produzione di uno dei vini più conosciuti e famosi della Maremma, il Morellino di Scansano. Terminiamo il nostro percorso ricongiungendoci alla strada a sinistra su cui avevamo iniziato il nostro giro. Siamo incantati dal silenzio e da questa bellezza austera e felici di aver scoperto un piccolo gioiello dell’architettura medievale arrivato intatto fino a noi per regalarci una pagina di storia da vedere e ammirare.
E come tutti i luoghi magici non manca di leggende.

Si tramanda che nell’alta torre si fossero rifugiati Nello della Pietra, il marito della più famosa Pia dei Tolomei, e Margherita Aldobrandeschi nella disperata speranza di difendere il loro amore ma da dove furono cacciati e separati ad opera delle armi dei militi della nobile famiglia sovanese.
Ieri, nel borgo medievale di Pereta, la pro loco “I 4 scudi” ha fatto vivere a tutti i partecipanti la magia del Natale attraverso il presepe vivente.
Un evento eccezionale, che ha riportato con la mente alla nascita di Cristo: infatti, nel paese si respirava un’aria di pace e gioia già a partire dall’ingresso, addobbato con enormi palme, fino alla torre, la parte più alta di Pereta.
La rappresentazione


Lungo le strade strette e tortuose scintillavano tutte le cantine ed ognuna rappresentava una scena del grande evento: dalle danze orientali alla cantina di Erode, dalle botteghe del fabbro e del calzolaio a quelle delle donne La magia che facevano il pane e la polenta, dalla Natività sotto una magnifica grotta, con un coro di angeli che cantava “Tu scendi dalle stelle” ad un enorme braciere dove i pastori distribuivano vin brulè e salsicce alla brace.
Tutto si è svolto in una magica atmosfera, dove da ogni angolo scendevano sulla terra canti natalizi, mentre per il paese brulicavano pastori con animali e i Re Magi con i doni da consegnare al Bambin Gesù.
La manifestazione è iniziata alle 17, nella piazza principale del paese, dove era allestito un recinto, custodito dalla guardiana delle oche, in cui gli agnellini rallegravano l’aria con i loro belati.
Dopo la benedizione di Don Roberto, che ha ringraziato tutti per la collaborazione straordinaria e per l’importanza del presepe vivente, che riesce a far vivere nel cuore di ognuno il vero significato del Natale oggi stravolto dal consumismo, i figuranti si sono posizionati nel posto assegnato.
Considerato il successo dell’iniziativa, i presenti hanno chiesto alla pro loco di Pereta di riproporre l’evento anche domenica 4 gennaio, sempre alle 17.
All’evento erano presenti il sindaco del Comune di Magliano, Diego Cinelli, e l’assessore comunale Mirella Pastorelli, che ringraziano la pro loco di Pereta per aver organizzato la manifestazione.

Night promenade in the tiny beautiful village of Pereta

Non possiamo farne a meno, ogni tanto dobbiamo catturare questi meravigliosi tramonti maremmani. Questo viene dalla collina sopra Pereta!
PRESEPE DELLA MARINERIA DI CESENATICO

Esistono anche i presepi marinari e il più famoso e unico è il Presepe della Marineria di Cesenatico, un presepe galleggiante allestito sulle antiche barche storiche del Museo della Marineria, che integra la Natività con scene di vita marinara locale, utilizzando materiali tipici delle imbarcazioni (legno, tela, cera) per le sue figure artistiche.
Oltre a Cesenatico, altre località costiere offrono presepi a tema marittimo, come quelli di sale a Cervia o il presepe di sabbia a Lignano Sabbiadoro, ma Cesenatico è l'esempio principale di presepe marinaro tradizionale e galleggiante.
il Presepe della Marineria di Cesenatico si trova nel tratto più antico del Porto Canale ridisegnato da Leonardo Da Vinci e risiede su dieci barche, che rappresentano le tipologie tradizionali del mare, con le caratteristiche decorazioni e gli “occhi” di prua.
Le luci del Presepe della Marineria e dell’albero di Natale di Cesenatico si sono accese domenica 30 novembre 2025.
È composto da circa 50 statue in legno scolpite a mano, in legno di cimolo vestite con abiti di tela e cera, che rappresentano la Sacra Famiglia, Re Magi e scene di vita locale (pescatori, piadinare, suonatori), il tutto su vere imbarcazioni storiche (bragozzi, trabaccoli).
Le figure sono pensate come elementi di una rappresentazione, da vedere dalle sponde del Porto Canale Leonardesco come da una platea; illuminate, perché nel Presepe sono le luci che danno vita alle figure e scandiscono il racconto. Ed è proprio al calare della sera che il Presepe della Marineria si accende, come se si aprisse un sipario.
Allestito durante il periodo natalizio, da inizio dicembre a metà gennaio.
il Presepe della Marineria di Cesenatico è davvero unico!
A Cesenatico la magia del Natale corre sull’acqua: il Presepe è ambientato sulle barche d’epoca galleggianti nel porto canale.
I personaggi che lo animano raccontano la storia della natività che si intreccia con la vita di un borgo di marinai.
Quando il cielo si scurisce e si accendono le luci, l’acqua moltiplica i bagliori e davanti a te prenderà vita uno spettacolo meraviglioso.
Presepe sull’acqua
Cesenatico è un affascinante borgo di pescatori, con vie acciottolate e piccole case colorate. Dove un tempo abitavano i marinai e si riparavano le reti, oggi si trovano ristoranti e locali trendy.
Nel centro storico di Cesenatico scorre un antico canale che sfocia nel mare, il Porto Canale Leonardesco. Si chiama così perché, a progettarlo, fu proprio l’immenso Leonardo Da Vinci.
Lungo il canale sono ormeggiate barche d’epoca, tipiche della tradizione marinara romagnola e veneziana. Le barche dai colori vivaci, che in estete hanno le vele spiegate, costituiscono la Sezione Galleggiante del Museo della Marineria di Cesenatico.
Ogni barca, un tempo, aveva una propria funzione ed equipaggi con diverse mansioni. Ormeggiate nel porto canale galleggiano trabaccoli da pesca, trabaccoli da trasporto, bragozzi e paranze.
Proprio qui, ogni anno, viene allestito il Presepe della Marineria che richiama migliaia di visitatori.

Porto canale Leonardesco
Il Presepe della Marineria di Cesenatico: quando è nato, storia, le statue e curiosità.
Il Presepe della Marineria di Cesenatico è nato nel 1986, ad opera di Maurizio Bertoni, Mino Savadori, Tinin Mantegazza e di Guerrino Gardini.
Le prime statue realizzate furono 7:
la Sacra Famiglia con Giuseppe, Maria e Gesù Bambino, i Re Magi e San Giacomo, il patrono di Cesenatico.
Ogni anno al presepe si aggiungono nuovi personaggi, ad oggi sono circa cinquanta. Le statue sono a grandezza naturale.
Il metodo di lavorazione del presepe riprende la tradizione marinara del borgo.
Le parti esposte delle figure, come il volto, le mani e i piedi sono scolpite nel legno di cirmolo. I vestiti sono in tela irrigidita dalla cera, sorretti da strutture di legno e rete metallica. Questi materiali (tela, cera, legno) corrispondono agli stessi utilizzati per costruire le imbarcazioni.
Le sculture non sono solo quelle tradizionali dei presepi, come pastori ed angeli, ma qui si incontrano anche i personaggi tipici di un borgo di pescatori, come è Cesenatico.
E così potrai scorgere marinai, burattinai, musicisti, falegnami, pescivendoli e la tipica piadinaia.
Nel Presepe galleggiante di Cesenatico non vedrai cammelli, ma se aguzzi la vista, avvisterai i delfini che guizzano nell’acqua.

Presepe galleggiante di Cesenatico
Allestire il presepe sulle barche è un lavoro meticoloso, le statue devono essere sistemate in posizioni ben precise, tra remi e alberi maestri, per essere visibili da ogni prospettiva.
Quando si accende il presepe: quando vedere e quanto dura il Presepe della Marineria a Cesenatico, date 2025/2026. Consigli per la visita
Il Presepe della Marineria di Cesenatico inizia nei primi giorni di dicembre ed è visibile fino a metà gennaio.
Quest’anno il Presepe della Marineria si accende il giorno 30 novembre 2025 fino al giorno 11 gennaio 2026.
L’ingresso è gratuito. Basta camminare lungo le sponde del Canale Leonardesco, il porto canale di Cesenatico, e godersi lo spettacolo!
Davanti a tutte vedrai la barca con la Sacra Famiglia, la riconoscerai subito, è illuminata da una stella cometa e protetta da un angelo. Segue poi l’imbarcazione che porta i Re Magi. Dopo arrivano tutti gli altri personaggi.
Percorri entrambi i lati del canale. Scruta ogni figura, ti stupiranno i dettaglia e i particolari. Ogni statua racconta una storia.
Presepe galleggiante di Cesenatico

CONCLUSIONE
E così, tra pietre antiche e barche ormeggiate, il presepe continua a indicarci la rotta.
Perché chi nasce cristiano, che cammini su una strada di collina o su un ponte di nave, sa che la vera Natività accade ogni giorno: quando si accende una luce, si condivide un pane, si affida il cuore a una stella.
Il mare lo sa. E non lo dimentica.
RINGRAZIAMO:

A cura di Carlo GATTI
Rapallo: NATALE – 2025
























