EREMO DI SANT'ANTONIO DI NIASCA - PORTOFINO

EREMO DI SANT’ANTONIO DI NIASCA

La Baia di Paraggi, frazione di Santa Margherita Ligure, si trova tra Santa Margherita Ligure e Portofino, nel contesto del Parco di Portofino, offrendo sentieri panoramici come la "Passeggiata dei Baci" verso Portofino o percorsi escursionistici verso l'Eremo di Niasca. (vedi frecce rosse)

Nel 1089 una terribile epidemia si diffondeva in Europa: “il fuoco infernale” o “il male degli ardenti” in una forma molto violenta: “Consumava le carni del corpo umano e riduceva a morte i pazienti facendoli diventare come carboni (cioè cancrene): gli arti appesi sopra sant’Antonio in numerose raffigurazioni, sono quelli amputati ma che comunque hanno consentito la sopravvivenza)”. 
In mancanza di cure efficaci, nel medioevo ci si rivolgeva al santo più idoneo alla fattispecie. E così folle di pellegrini si riversavano davanti alle reliquie di sant’Antonio Abate, noto per le sue straordinarie doti di guaritore, a implorare la guarigione della misteriosa e terribile malattia che da allora si chiamò “FUOCO DI SANT’ANTONIO”.

La fama di sant’Antonio esplode e vengono a lui dedicati molti luoghi di preghiera e anche eremitaggi: tra cui L’EREMO DI SANT’ANTONIO di Niasca.

N.B. nel medioevo essere nei pressi di Portofino (GE), significava essere completamente isolati!!

 

Sant’Antonio Abate CHI ERA COSTUI?

Nasce a Coma, in Egitto (circa 252-357 d.c., 105 anni a quei tempi! ) nella periferia di un Impero Romano che sta passando tumultuosamente ad un nuovo ordine, in cui il Cristianesimo comincia ad assumere un’importanza determinante.

Il giovane Antonio si converte al Cristianesimo, si libera dei suoi beni e si dedica alle preghiera e alla radicale obbedienza al Vangelo, in un eremo solitario sul monte Pispir in Egitto.

Nonostante tutta la buona volontà, Antonio non riesce a rimanere solo; attirati dalla sua personalità altri eremiti si stabiliscono nelle vicinanze. Antonio così diventa padre (Abbas in ebraico, da cui Abate) dei primi monaci, legati da una regola monastica molto radicale. 

Ma la dote SPECIALE E GRAVIDA DI CONSEGUENZE di Antonio è quella taumaturgica; è capace di guarire molte malattie e i pellegrini che cercano un rimedio ai mali del corpo si sommano a quelli che cercano un rimedio ai mali dello spirito.

17 Gennaio 2026

Il nostro pane è fatto da noi all’Eremo con grande cura. 

Il pane è pieno di valore simbolico come osserva Massimo Montanari scrivendo: “Poiché non c'è vita senza cibo, il tema della cucina ha un ruolo centrale nella definizione dei rapporti fra tempo 'naturale' e tempo ‘umano’: fra Natura e Cultura. L'uomo che nel bacino mediterraneo impara a fare il pane, mette a frutto qualcosa di naturale come il grano e lo trasforma in un alimento del tutto artificiale come il pane.

Perciò un alimento così apparentemente naturale come il pane può diventare il simbolo non tanto della sintonia col mondo naturale, quanto della capacità dell’uomo di emanciparsi dalla natura”.

Da qui possono nascere molte riflessioni interessanti, ma un eccesso di funzionalità industriale del processo di panificazione ha reso il pane buono (e digeribile) una rarità .…non il nostro.

da "I tempi del cibo" di Massimo Montanari

 

L'Eremo di Niasca, situato nel Parco di Portofino

è un'antica struttura medievale (probabilmente del XIV secolo) nata come luogo di eremitaggio e preghiera legato all'Abbazia della Cervara. Recuperato negli anni, ha una storia di isolamento e bonifica agricola, trasformandosi in frantoio nell'800 e oggi in luogo di sosta e accoglienza ispirato alla sobrietà. 

Ecco i dettagli salienti della storia e origini dell'Eremo di Niasca:

Origini Medievali: Fondato presumibilmente intorno al 1300, era abitato da eremiti (spesso uno o tre) legati all'Abbazia della Cervara, che vi dimoravano per meditazione.

Ruolo Agricolo: Gli eremiti contribuirono a bonificare l'area coltivandola. Nel 1348, documenti citano la presenza di un priore, Frate Andrea, che gestiva i beni della chiesa, inclusi olio e attrezzi da pesca.

Transformazione e Proprietà: Nel 1798 fu soppresso da Napoleone e venduto nel 1802 ad Agostino Molfino. Tra gli anni '30 e '60 del '900, il barone Baratta lo ristrutturò, trasformandolo in un'azienda agricola con frantoio.

Riscoperta Recente: Nel 1980, la famiglia Piaggio ha donato la struttura al Comune di Portofino. Recentemente recuperato, l'eremo è ora un luogo di ospitalità eco-sostenibile gestito all'interno del Parco, offrendo ristoro e pernottamento con uno stile semplice e in armonia con la natura.

La cucina: L'approccio alla cucina attuale si ispira al concetto di "Strettissimo Magro" di padre Delle Piane, valorizzando i prodotti naturali del territorio. 

L'edificio attuale conserva ancora le tracce della sua storia, come le macine e i torchi dell'antico frantoio. 

APPROFONDIMENTO

Origini e Storia

Fondazione (XIV secolo):

Le prime attestazioni storiche del 1317 identificano il sito come un insediamento eremitico. La scelta del luogo fu dettata dalla presenza fondamentale di fonti d'acqua, con un torrente e una sorgente situati a pochi metri dalla struttura.

Architettura e Funzione:

L'eremo è dedicato a Sant'Antonio Abate, patrono dei contadini e degli animali. In passato, il complesso fungeva anche da centro produttivo per la comunità locale; i resti di antiche macine testimoniano la lavorazione di olive e castagne.

Il giudizio storico:

Nel 1915, il barone Alfons von Mumm descrisse la valletta di Niasca come il luogo più adatto immaginabile per un eremitaggio nel suo libro fotografico sulla sua dimora ligure.

L'Eremo Oggi

Attualmente, la struttura è stata recuperata e trasformata in un rifugio escursionistico e punto di ristoro all'interno del Parco di Portofino.

Posizione:

Località Sant'Antonio, 1, Portofino (GE).

Progetto Green:

L'attuale gestione promuove un turismo sostenibile, focalizzato sul recupero delle tradizioni contadine e sulla salvaguardia del territorio attraverso progetti come "AQUAE" per la gestione dei paesaggi terrazzati.

Esperienza:

Per annunciare il proprio arrivo, i visitatori utilizzano ancora una tradizionale campanella posta all'ingresso.

Vuoi conoscere i sentieri migliori per raggiungere l'eremo partendo da Paraggi o da San Fruttuoso?

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 7 Maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


BENTORNATO VECCHIO POLPO!

 

BENTORNATO VECCHIO POLPO

Dopo otto anni di attesa, Rapallo ritrova uno dei suoi simboli più amati

Rapallo, Anni ’20: Il Castello, l’Aiuola e la Pensione

 

1954- IL POLPO, UNO DEI SIMBOLI DELLA CITTÀ DI RAPALLO, LA PIÙ CONOSCIUTA DELLE OPERE DELL'ARTISTA DI RAPALLO ITALO PRIMI, RITORNA IN PIAZZA PASTENE.

 

Italo Primi: l’artista del mare e della sua terra

Italo Primi, nato a Rapallo il 20 settembre 1903, è stato uno scultore, pittore e creatore di forme e oggetti, un artista completo e profondamente legato alla sua città.

Uomo umile, riservato e instancabile ricercatore, ha lavorato con passione su materiali diversi — pietra, marmo, bronzo, legno, ferro e ceramica — lasciando a Rapallo opere che ancora oggi raccontano la sua sensibilità artistica.

Tra queste ricordiamo:

  • il Polpo, simbolo della città

  • i portali bronzei del Santuario di Nostra Signora di Montallegro

  • il bassorilievo di San Sebastiano all’Oratorio dei Bianchi

  • il battistero della Basilica dei Santi Gervasio e Protasio

  • il grande camino di Villa Devoto

Durante la Seconda guerra mondiale, sfollato ad Allegrezze, dedicò il suo tempo alla cura artistica della chiesa locale, riportando alla luce preziosi elementi architettonici e offrendo la sua opera con spirito di servizio e passione.

Un artista vero, legato alla sua terra e al suo mare.

 

 Un ritorno tanto atteso

Dopo una lunga navigazione fatta di cantieri, restauri e pazienza, il nostro vecchio compagno di piazza è finalmente tornato al suo posto.
Sì, proprio lui: il Polpo, uno dei simboli più amati di Rapallo, la più conosciuta delle opere dell’artista rapallese Italo Primi, è tornato a respirare l’aria salmastra davanti al mare che lo ha visto nascere.

Otto anni sono lunghi… soprattutto per un polpo abituato a stare nella sua tana, a guardare il via vai delle barche, ad ascoltare le voci dei bambini e le chiacchiere dei pescatori.
Qualcuno, scherzando, ha detto che nel frattempo avrà imparato a contare i giorni con le ventose. Ma ora è tornato. E sembra quasi sorridere.

 

Il Polpo: più di una statua

Per chi non lo sapesse, il monumento al Polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954, è molto più di una semplice scultura.
È un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva.

Per generazioni di rapallesi, dire “ci vediamo al Polpo” è stato come dire “ci incontriamo a casa”.
Un punto di riferimento, un luogo di ritrovo, una presenza familiare nel paesaggio urbano.

Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il Polpo è tornato a essere quello che è sempre stato: un’icona amata, un amico silenzioso, un guardiano del lungomare.

 

Un piccolo identikit del nostro protagonista

 

Il polpo, quello vero — Octopus vulgaris — è un mollusco cefalopode intelligente, curioso e abilissimo nel mimetismo.
Ha otto tentacoli, due file di ventose e una capacità straordinaria di adattarsi all’ambiente.

In fondo, anche il nostro Polpo di bronzo ha dimostrato qualcosa di simile:
ha resistito al tempo, ai lavori, alle polemiche e alle attese… e alla fine è tornato al suo posto, come fanno i veri marinai dopo una lunga traversata.

 

Una storia lunga più di settant’anni

La fontana del Polpo fu realizzata nel 1954 e collocata davanti al Castello sul mare, nella piazza dedicata al navigatore Giovanni Battista Pastene.

Attorno alla scultura centrale si trovavano circa 28 conchiglie in bronzo, che spruzzavano acqua creando un insieme armonioso e vivace.

Nel tempo, il Polpo è diventato un punto di incontro per residenti e turisti, un simbolo affettivo che ha accompagnato la vita quotidiana della città.

Poi sono arrivati i lavori sul lungomare, il restauro, l’attesa.
E per otto anni il nostro Polpo è rimasto lontano dalla sua casa, al centro di discussioni, speranze e un pizzico di nostalgia.

Segno evidente di quanto i rapallesi gli vogliano bene.

 

Il ritorno

 

Il grande giorno è finalmente arrivato.
Il Polpo è tornato a vedere il mare, a sentire il vento, a osservare il Castello — il suo vecchio vicino di sempre.

Certo, per ora è ancora un po’ “ingabbiato”, protetto come un tesoro in fase di sistemazione.
Ma già si percepisce la sua presenza, familiare e rassicurante.

Come un vecchio marinaio che, dopo una lunga assenza, rientra in porto e ritrova la sua banchina.

 

 

Un doveroso chiarimento per i non rapallesi

La storia del Polpo di Rapallo non nasce da una leggenda antica, ma da un’opera d’arte del Novecento.
Diversa, ad esempio, dalla famosa leggenda del Polpo Campanaro di Tellaro, dove si racconta che un polpo gigante avrebbe suonato le campane per avvertire la popolazione dell’arrivo dei pirati.

A Rapallo, invece, il nostro Polpo non suona campane…ma da oltre settant’anni fa battere il cuore dei rapallesi.

Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.

Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.

E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:

 

 Ben tornato vecchio Amico

Per chi non lo sapesse, il monumento al polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954 di Italo Primi, è un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva. Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il "Polpo" è percepito come un'icona amata e un elemento distintivo del paesaggio urbano. 

 

ALBUM FOTOGRAFICO

Rapallo: prove tecniche per la nuova fontana, il ritorno del Polpo

Il ritorno del Polpo e l’abbraccio al Castello, altro simbolo cittadino

 

Il polpo (Octopus vulgaris) è un mollusco cefalopode appartenente alla famiglia Octopodidae. È privo di conchiglia (esoscheletro), possiede otto tentacoli con due file di ventose e si caratterizza per l'alta intelligenza, la capacità di mimetismo e l'uso dell'inchiostro per difendersi.

 

CARLO BAGNASCO

Ex Sindaco di Rapallo

"Oggi a Rapallo torna al suo posto la statua del Polpo"

 

Non è solo una ricollocazione: è la conclusione di un percorso lungo, complesso, spesso pieno di ostacoli.

Un progetto che avevamo avviato anni fa, quando ero sindaco, e che non è stato semplice portare a termine. Ci sono stati ritardi, difficoltà, momenti di confronto anche acceso. So bene che questo sarà un risultato divisivo per qualcuno. Ma amministrare significa anche prendersi la responsabilità di andare fino in fondo, quando si crede in ciò che si è iniziato.

Oggi voglio rivendicare, con chiarezza, il lavoro fatto. Un lavoro portato avanti insieme all’assessore ai lavori pubblici Filippo Lasinio, con determinazione e senso di responsabilità.

È stato un percorso difficile, ma oggi si chiude con orgoglio. E, sì, anche con felicità. Bentornato!"

lI grande giorno è avvenuto. A Rapallo si sta sistemando il Polpo opera in bronzo dello scultore Italo Primi nella sua nuova casa sul lungomare di Rapallo. Nella foto il simbolico abbraccio del Polpo al Castello, due simboli della città.

 

DOVE’ OGGI ?

IL POLPO DI RAPALLO RIVEDE IL MARE

Ma è ancora ingabbiato ....

UN PO’ DI STORIA

La Fontana del Polpo

 COM’ERA – DOV’ERA

 1954

 

La famosa fontana del Polpo di Rapallo, opera in bronzo dello scultore Italo Primi collocata nel 1954, è un simbolo storico e punto d'incontro del lungomare, situata in piazza G.B. Pastene di fronte all'antico Castello. Dopo anni di restauro legati a lavori di riqualificazione, la scultura è stata riposizionata nel 2026, confermando il suo legame con l'identità locale.

 

 

La fontana, amata dai residenti è conosciuta da tutti i rapallesi semplicemente come "PIAZZA DEL POLPO". La statua è diventata un punto di ritrovo iconico per generazioni di residenti e turisti.

L'opera originale comprendeva la scultura centrale del polpo circondata da circa 28 conchiglie in bronzo che fungevano da ugelli per i zampilli l'acqua creando un insieme artistico armonioso.

 Il suo Significato Culturale rappresenta non solo un elemento decorativo, ma un punto di riferimento sociale e affettivo per generazioni di rapallesi e turisti.

Dopo un lungo cantiere che ha interessato la zona del lungomare e la sostituzione della soletta, il polpo è stato oggetto di restauro e riposizionato per tornare a essere un'icona del panorama cittadino.

IL POLPO è rimasto lontano dalla sua sede storica per circa otto anni a causa dei lunghi lavori di rifacimento del lungomare e della copertura del torrente San Francesco portando l’opera di Italo Primi al centro di animati dibattiti in città mostrando un sentito attaccamento della cittadinanza a questo iconico simbolo marinaro.

Proprio in questi giorni la scultura è stata finalmente riposizionata sul lungomare e l suo ritorno è stato celebrato come il recupero di un pezzo fondamentale dell'identità cittadina.

 

LA LEGGENDA DEL POLPO CAMPANARO

YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=P19x1njz8tE

Nel cuore della Liguria, tra scogliere e mare, si nasconde una leggenda che ha attraversato i secoli quella del polpo che avrebbe salvato il borgo di Tellaro da un attacco di pirati.

Una storia sospesa tra mito e realtà, dove il campanile della chiesa di San Giorgio, la tempesta, e un misterioso suono di campane si intrecciano in un racconto che ancora oggi definisce l’identità del borgo. Non sappiamo cosa sia successo davvero quella notte, ma il simbolo del polpo è rimasto, scolpito nella memoria e nei vessilli di Tellaro. Un viaggio tra storia, mare e meraviglia.

 

CONCLUSIONE

Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.

Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.

E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:

 

“Ben tornato vecchio Amico”

Ora sei tornato al tuo posto, con le ventose ben salde alla tua roccia.
E mentre guardi il mare, sembra proprio che tu voglia dirci che ogni viaggio, prima o poi, finisce sempre nel porto di casa.

 

Mare Nostrum Rapallo

GUERRA E PACE…. AD ALLEGREZZE

https://www.marenostrumrapallo.it/la-guerra-e-pace-di-allegrezze/

Carlo GATTI

 

IL POLPO DI RAPALLO CE LO SIAMO IMMAGINATI ?

https://www.marenostrumrapallo.it/il-polpo-di-rapallo-ce-lo-siamo-immaginati/

 Leonardo D’ESTE

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 23.Aprile 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I PORTICI DELLA NOSTRA RIVIERA - Una tradizione millenaria

I PORTICI DELLA NOSTRA RIVIERA

Una tradizione millenaria

PIAZZA FELICE

Uno storico porticato di Chiavari

 Ci sono luoghi dove il tempo non passa davvero: cambia veste, cambia rumore, ma resta lì, nascosto tra le pietre.

I portici italiani sono uno di questi luoghi. Oggi li attraversiamo distrattamente, riparandoci dal sole o dalla pioggia, sostando davanti a una vetrina, entrando in un caffè, passeggiando senza fretta. Eppure, in molte città della nostra costa, soprattutto in Liguria, quei portici raccontano una storia molto più antica: una storia di mare, di commerci, di gozzi tirati in secco, di reti stese ad asciugare, di uomini che vivevano ogni giorno sul confine sottile tra la terraferma e l’acqua.

Nel corso dei secoli la linea del mare è cambiata. In alcuni punti il litorale si è spostato, in altri la terra ha lentamente guadagnato spazio. Fiumi, detriti, alluvioni, trasformazioni naturali e interventi dell’uomo hanno modificato l’aspetto delle coste. Così è accaduto che approdi antichi, piccoli scali e zone un tempo lambite dall’acqua siano diventati parte integrante dei centri storici.

Per questo oggi, in molti borghi marinari, camminiamo dove un tempo si navigava.

Ed è una sensazione quasi incredibile pensare che proprio sotto certi portici, lungo facciate consumate dal tempo, accanto a colonne di pietra e d’ardesia, il mare arrivasse fin quasi alle case.

 

La memoria del mare scritta nei muri

In diversi centri storici liguri — da Genova a Chiavari, da Rapallo a Camogli, fino ad altri borghi della Riviera — si possono ancora notare anelli di ferro murati nei pilastri, nelle pareti o nelle facciate degli edifici più antichi.

A uno sguardo distratto sembrano particolari senza importanza. Ma a chi ama il mare, parlano subito. Sono tracce di una Liguria operosa, concreta, marinara. In molti casi servivano per fissare imbarcazioni leggere, mettere in sicurezza i gozzi, sostenere attrezzi, reti o merci. Erano strumenti di lavoro, non ornamenti.

Oggi quei ferri corrosi dalla salsedine e dal tempo sono rimasti come memoria silenziosa di un passato in cui il mare non era uno sfondo, ma un vicino di casa.

Sono piccoli segni, ma preziosi: raccontano la vita quotidiana dei pescatori, dei mercanti, delle famiglie che vivevano in un rapporto continuo con il porto, con la spiaggia, con le mareggiate, con il ritmo delle stagioni.

 

Sottoripa: dove Genova parlava con l’acqua

A Genova, uno degli esempi più affascinanti è quello di Sottoripa.

 

Oggi è una fascia vivace, popolare, piena di voci, colori e odori. Ma un tempo quel luogo era molto più vicino al mare di quanto possiamo immaginare. I portici di Sottoripa non erano soltanto un riparo o un passaggio: erano una vera soglia tra la città e il porto. Lì si caricava, si scaricava, si commerciava, si lavorava.

Il nome stesso conserva questa memoria: uno spazio costruito “sotto la riva”, a diretto contatto con l’acqua.

Sotto quelle arcate passava la vita della Superba, e ancora oggi, osservando bene, si possono leggere i segni di quel rapporto così stretto tra pietra e mare. È una Genova che non si limitava a guardare il porto: ci viveva dentro.

 

CHIAVARI: I PORTICI COME ANIMA DELLA CITTA'

Chiavari è forse una delle città dove il portico si mostra nella sua forma più elegante e più viva.

Camminare nel centro storico, tra via Rivarola e il caruggio, significa entrare in una continuità architettonica rara: archi, colonne, botteghe, luci, ombre, passi. Tutto invita al passeggio, alla sosta, all’incontro. È un luogo che accoglie, che protegge, che accompagna.

Ma sotto questa armonia si avverte ancora la memoria del borgo marinaro.

 

Catena da ormeggio con vari accessori

Quando il mare era più vicino al centro abitato e la costa meno protetta di oggi, quei portici rappresentavano anche un riparo concreto nei giorni difficili. Durante le mareggiate, i pescatori cercavano sicurezza per le loro barche e per gli strumenti del mestiere. E quegli anelli di ferro, murati nelle strutture antiche, ci ricordano che qui la vita urbana e quella marinara sono state a lungo una cosa sola.

Chiavari non è soltanto la città dei portici: è una città in cui i portici hanno custodito la storia, il commercio, la fatica e l’identità di una comunità.

 

ALBUM FOTOGRAFICO

CHIAVARI

 

I PORTICI DI RAPALLO

E' sempre piacevole passeggiare nel piccolo centro storico di Rapallo, completamente pedonale costituito da strette vie disposte in parallelo e perpendicolare,  caratteristiche piazzette e bei palazzi con le facciate decorate.  Durante  il periodo natalizio è ancora piu' bello in quanto adornato  da bellissime  luminarie e vetrine scintillanti, ed è piacevole curiosare tra i vari negozi e le botteghe di prodotti gastronomici locali.  Nel 1600 Rapallo era definito un "borgo murato", in quanto costituito da case strette le une alle altre con 5 porte di accesso strette tra i palazzi, in modo da formare una sorta di cinta muraria difensiva, caratteristica molto comune nei borghi liguri.

 

 

Il cuore antico e il ricordo della marina

Anche Rapallo conserva, tra i suoi caruggi e le sue case alte, il segno di un antico dialogo con il mare.

Oggi il centro storico è il regno del passeggio, delle botteghe, delle vetrine, dei caffè, della vita cittadina che scorre piacevole tra vicoli e piazzette. Ma dietro questa immagine elegante e accogliente si avverte ancora il respiro della vecchia marina.

In passato il mare interagiva molto più da vicino con il tessuto urbano. Le strutture porticate non erano solo un abbellimento: offrivano protezione, riparo, spazi utili per custodire reti, attrezzi e, quando necessario, anche le barche tratte in salvo dalla furia delle onde.

Rapallo, come Chiavari e altri centri del Levante, ha imparato nei secoli a convivere con un mare bellissimo ma severo. E i portici raccontano proprio questo: non soltanto il gusto della bellezza, ma anche l’intelligenza pratica di chi ha costruito per vivere accanto all’acqua.

 

 

ALBUM FOTOGRAFICO

RAPALLO

Dedalo di viuzze

 Bellissimo il centro pedonalizzato, tante vie strette con i palazzi che si fronteggiano a pochi metri di distanza, botteghe, portici e tante focaccerie con profumi inebrianti.

 

I ponticelli o archetti che collegano le facciate dei palazzi nei caruggi, specialmente in Liguria, sono chiamati ARCHI DI SBATACCHIO o archi di contrasto. Servivano principalmente a rinforzare strutturalmente gli edifici, impedendo che le pareti si aprissero o collassassero verso l'esterno, specialmente in vicoli stretti e in zone ad alto rischio.

 

 

 

SANTA MARGHERITA LIGURE 

CORTE

I borghi liguri dove le barche stavano sotto casa

In molti piccoli paesi della Riviera questa vicinanza tra abitazioni e mare era ancora più evidente.

 

I PORTICI DI  CAMOGLI

A Camogli, a Noli, a Varigotti, a Boccadasse, le case si affacciavano quasi direttamente sulla spiaggia. I piani bassi, i porticati, gli spazi aperti lungo i carruggi diventavano luoghi di ricovero per i gozzi, per le reti, per gli attrezzi da pesca. Nulla era separato: la casa, il lavoro, il borgo, il mare facevano parte di un unico respiro.

Erano architetture nate dalla necessità, ma anche da una sapienza antica: quella di chi conosceva il mare non dai libri, ma dal vento, dalle nuvole, dal colore dell’orizzonte.

Ed è forse proprio questa semplicità funzionale a renderle oggi così belle ai nostri occhi.

 

ABBAZIA DI SAN FRUTTUOSO DI CAMOGLI

la pietra, la baia e il silenzio

Tra i luoghi più suggestivi della costa ligure, l’Abbazia di San Fruttuoso occupa un posto speciale.

Chi arriva dal mare la vede apparire come una visione raccolta tra roccia, bosco e acqua. Ma ciò che oggi appare come una baia quieta e armoniosa, in passato aveva un rapporto ancora più diretto con il mare. Le arcate inferiori dell’abbazia si affacciavano quasi sull’acqua e offrivano riparo alle barche dei pescatori e alle reti.

Era un luogo di fede, certo, ma anche un luogo profondamente legato alla vita della baia, ai piccoli approdi, ai navigli che vi trovavano sosta.

A San Fruttuoso, più che altrove, si comprende come in Liguria il mare non sia mai stato solo paesaggio: è stato presenza, lavoro, rifugio, destino.

 

ALBUM FOTOGRAFICO

Alla fine del secolo scorso così si presentava l'Abbazia di San Fruttuoso ai pochi navigli che vi facevano scalo.

L'edificio era interamente occupato dai pescatori del borgo che ne avevano fatto la loro abitazione.

La spiaggia, un tempo cortissima, arrivava fin sotto le arcate dell'Abbazia.

Ora è più grande ed il suo livello giunge a metà delle arcate.

 

 

Perché i portici parlano ancora a tutti noi

Il fascino dei portici italiani non sta soltanto nella loro bellezza architettonica. Sta nel fatto che sono rimasti luoghi vivi.

Proteggono dal sole e dalla pioggia, invitano al passo lento, accolgono il commercio, il dialogo, la sosta. Sono spazi umani, prima ancora che monumentali. In Italia, e specialmente nelle città storiche, il portico non è mai stato soltanto decorazione: è stato un modo intelligente e civile di abitare il mondo.

Per questo ancora oggi ci piacciono tanto. Perché sotto i portici ci sentiamo accompagnati. Riparati. Quasi custoditi.

E nei portici liguri, più che altrove, si aggiunge qualcosa in più: la voce del mare.

 

Conclusione

 

I portici restano fermi, ma dentro le loro pietre continua a muoversi la memoria del mare.

 

Forse è proprio questo che rende così speciali i portici delle nostre città: il fatto che non siano soltanto pietra, archi e colonne, ma memoria abitata.

Ogni anello di ferro rimasto nel muro, ogni colonna segnata dal tempo, ogni ombra che cade sotto un’arcata racconta una storia di uomini di mare, di attese, di lavoro, di partenze e di ritorni.

Camminando oggi sotto quei portici, il turista vede bellezza. Il cittadino riconosce la sua città. Ma chi possiede nel cuore anche solo un poco di anima marinara, sente qualcosa di più.

Sente che lì, tra quelle pietre, il mare non se n’è mai andato davvero.

È rimasto in silenzio, nascosto nel ferro consumato, nel sale che il tempo non cancella, nella voce antica dei borghi.

E allora il portico non è più soltanto un passaggio coperto: diventa una piccola banchina della memoria, dove la terra e il mare continuano, ancora oggi, a salutarsi.

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 9 Aprile 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L'ISOLA DI PASQUA - Quando la Resurrezione incontrò gli antipodi del mondo

L’ISOLA DI PASQUA

Quando la Resurrezione incontrò gli antipodi del mondo

 

Isola di Pasqua - (Easter Island)

 

Jacob Roggeveen

Middelburg (Paesi Bassi)

(1.2.1659 – 31.1.1729)

Scoprì nel 1722 numerose isole, tra cui la Samoa, l'isola di Pasqua e altre minori. Il giorno di Pasqua del 1722 Roggeveen fu il primo europeo ad approdare sull’isola di Rapa Nui, nel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale. Per celebrare la scoperta, battezzò il luogo col nome di “Isola di Pasqua” e diede il via a un lungo periodo di spedizioni ed esplorazioni. Esplorò inoltre per primo le coste delle isole Salomone e della Nuova Guinea ancora sconosciute e giunse a Batavia. Lì venne arrestato per aver violato il monopolio della Compagnia olandese delle Indie orientali e le sue navi furono confiscate. Dopo una lunga causa nei Paesi Bassi, la Compagnia olandese delle Indie orientali fu poi costretta a risarcirlo per le perdite subite e a pagare il suo equipaggio.

 

Il 5 aprile 1722, giorno di Domenica di Pasqua, l’esploratore olandese Jacob Roggeveen avvistò una terra sconosciuta nel mezzo dell’immenso Oceano Pacifico.
Era un’isola remota, lontanissima da ogni continente, che sembrava emergere dal nulla, come un segno misterioso tra cielo e mare.

Quella terra fu chiamata Isola di Pasqua, proprio perché scoperta nel giorno in cui il mondo cristiano celebrava la Resurrezione di Cristo.
Da allora, quel nome è rimasto come una traccia indelebile nella geografia e nella storia, unendo la fede cristiana alle rotte della navigazione.

Per la gente di mare, questa coincidenza non è soltanto una curiosità storica.
È quasi una metafora della nostra vita: “mentre l’umanità celebrava la vittoria della vita sulla morte in Gerusalemme, nello stesso giorno, agli antipodi del mondo conosciuto, una nave scopriva una nuova terra”.

Come se la Pasqua avesse voluto dire a tutti gli uomini — vicini e lontani — che lasperanza non ha confini e che la luce della Resurrezione raggiunge ogni porto, anche il più remoto.

Thor Heyerdahl, uno dei più noti archeologi a condurre ricerche negli anni cinquanta sull’Isola di Pasqua.

Una festa che abbraccia tutto il mondo

 

Quando pensiamo alla Pasqua, spesso immaginiamo i luoghi della Terra Santa, le strade di Gerusalemme, il sepolcro vuoto e l’alba della Resurrezione.

Ma la scoperta dellIsola di Pasqua ci ricorda che quella festa non appartiene a un solo popolo o a una sola terra.

È una festa universale, come il mare. Il mare, infatti, non divide: unisce. Le sue rotte collegano continenti, culture e speranze, e ogni navigatore sa che, anche quando si trova in mezzo all’oceano, non è mai davvero solo.

Così è la Pasqua: una luce che si accende nello stesso giorno su tutte le coste del mondo, dalle rive del Mediterraneo fino agli scogli lontani del Pacifico.

 

Un pensiero per i marinai e i naviganti

Per la gente di mare la Pasqua ha un significato speciale: è la festa della ripartenza, del viaggio che continua dopo la tempesta, della vita che rinasce dopo ogni notte difficile.

La scoperta dell’Isola di Pasqua, avvenuta proprio in quel giorno, sembra quasi un messaggio affidato ai naviganti di ogni epoca:

- che ogni rotta, anche la più incerta, può condurre a una terra nuova;

- che ogni alba sul mare porta con sé una promessa;

- che la speranza, come una stella polare, non smette mai di guidarci.

Mentre le nostre navi entrano ed escono dal porto e le stagioni continuano a cambiare, la Pasqua ci ricorda che ogni viaggio ha un approdo e ogni notte ha la sua aurora.

Quel lontano 5 aprile 1722, agli antipodi del mondo, una nave scoprì una nuova terra proprio nel giorno della Resurrezione. Da allora sappiamo che la Pasqua non è soltanto una data sul calendario, ma un orizzonte aperto davanti a noi.

E come ogni buon navigante sa, quando all’orizzonte compare una luce, non è mai la fine del viaggio, ma l’inizio di una rotta sicura.

Fratelli di mare e di porto, in questo tempo di radar, satelliti e rotte tracciate al computer, la navigazione sembra più sicura e precisa che mai. Eppure, nel silenzio dell’alba o nella notte lunga di una guardia in plancia, ciascuno di noi sa che esiste ancora una bussola più antica di ogni tecnologia.

 

È la bussola della fede

Quella che non indica soltanto il nord, ma ci ricorda la direzione della speranza, della fiducia e della vita che rinasce.

La Pasqua, celebrata nello stesso giorno in cui una nave scoprì un’isola sconosciuta agli antipodi del mondo, continua a dirci che Cristo è vivo ovunque: sulle coste vicine e su quelle lontane, nei porti affollati e negli oceani solitari, nel cuore di ogni uomo che alza lo sguardo verso l’orizzonte.

E così, anche oggi, mentre il mondo corre veloce e la tecnologia avanza, la vecchia bussola di bordo resta sempre la stessa: Cristo vivo, presente in ogni parte del mondo, guida sicura per chi naviga nella vita e nel mare.

Fratelli di mare e di porto, mentre le nostre navi continuano a solcare rotte antiche e nuove, e mentre il mondo cambia con una velocità che spesso ci sorprende, resta immutata una certezza: la fede è ancora la nostra bussola più sicura.

Come quel lontano giorno di Pasqua del 1722, quando una nave scoprì un’isola sperduta nel cuore del Pacifico, anche oggi la luce della Resurrezione raggiunge ogni angolo della terra, ogni porto e ogni uomo che guarda l’orizzonte con speranza.

E allora, da marinai e navigatori, con lo sguardo rivolto al mare aperto e il cuore colmo di fiducia, rivolgiamo a tutti — vicini e lontani, su ogni costa del mondo — i nostri più sinceri

 

AUGURI DI PASQUA… OCEANICI! 

Auguri larghi come il mare, profondi come gli oceani, e luminosi come l’alba che ogni giorno rinasce sull’orizzonte.

Che la rotta della vita sia sempre serena, che i venti siano favorevoli, e che la speranza accompagni ogni navigazione.

Cari amici-soci, vi abbiamo fatto fare il giro del mondo in pochi minuti, dalle acque della Terra Santa fino agli oceani lontani dell’Isola di Pasqua.

Siamo un grande equipaggio. Non navighiamo tutti sulla stessa nave, ma sullo stesso mare. Condividiamo la stessa rotta, la stessa speranza e la stessa fiducia in quella bussola che non tradisce mai.

Un grande equipaggio continua a esistere anche quando cambiano i Comandanti, perché ciò che lo tiene unito non è l’autorità, ma la fraternità di mare. Il segreto di un buon Comandante non è soltanto guidare la nave, ma creare l’armonia tra quelle mura di ferro, perché non diventino una prigione, ma una casa per il suo equipaggio.

Gino Paoli avrebbe detto di noi:

Eravamo quattro amici al bar, oggi siamo molti di più sul ponte. Non vogliamo cambiare il mondo, ma tenerlo unito con l’amicizia, come un equipaggio che naviga nella stessa direzione.

Forse i grandi uomini come G.P. non se ne vanno davvero. Cambiano solo porto. E continuano a cantare, da qualche parte, mentre noi restiamo qui a tenere la rotta.

 

ALBUM FOTOGRAFICO

I “guardiani” dell’Isola

 

Vista Panoramica

 

Una linea di Moai

 

Moai Rano Raraku

 

L'Aeroporto di Mataveri sull'isola di Pasqua

 

Il cratere di Rano Kau

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 23 Marzo 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


BOUGANVILLE - IL FIORE DELLA PRIMAVERA

BOUGANVILLE

IL FIORE DELLA PRIMAVERA

La bougaville, eleganza rampicante

 YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=-kjvI-DoyAk

  

La bouganville 

Oltre al nome, questa pianta è famosa per una particolarità botanica: quelli che comunemente chiamiamo "fiori" dai colori vivaci (viola, fucsia, arancio) sono in realtà brattee, ovvero foglie modificate. I fiori veri e propri sono i minuscoli tubicini bianchi o gialli che si trovano all'interno delle brattee.

La bouganville deve il suo nome a Louis Antoine de Bouganville (1729-1811), l’esploratore e navigatore francese che per primo portò questa pianta dal Brasile in Europa nella seconda metà del XVIII secolo.

La scoperta avvenne durante una spedizione botanica in Sud America, spesso attribuita al naturalista della spedizione, Philibert Commerçon, che decise di dedicare la pianta al suo amico e comandante, Louis Antoine de Bougainville il quale la introdusse in Europa, dove divenne popolare per la sua spettacolare fioritura.

Pertanto, il nome scientifico Bougainvillea celebra direttamente l'ammiraglio ed esploratore francese che guidò la prima circumnavigazione del globo autorizzata dal governo francese tra il 1766 e il 1769.

Curiosità legata alla scoperta:

Si narra che la vera scoperta avvenne grazie a Jeanne Baret, l'assistente (e amante) di Commerson, che si era travestita da uomo per poter partecipare alla spedizione vietata alle donne. Sarebbe stata lei la prima a individuare la pianta durante una sosta a Rio de Janeiro.

 

In molti paesi sudamericani la bouganville è considerata la pianta del benvenuto

 

LOUIS ANTOINE DE BOUGANVILLE 

https://it.wikipedia.org/wiki/Louis-Antoine_de_Bougainville

Nascita Parigi, 12 novembre 1729

Morte   Parigi, 31 agosto 1811

Dati militari:

Grado   generale e ammiraglio francese

Guerre  Guerra franco-indiana

Guerra dei sette anni

Guerra d'indipendenza americana

Battaglie    Battaglia di Chesapeake

Battaglia delle Saintes

Louis Antoine de Bougainville (1729–1811) è stato un celebre navigatore ed esploratore francese, noto principalmente per aver guidato la prima spedizione francese di circumnavigazione del globo tra il 1766 e il 1769.

 

La fregata La Boudeuse, con cui Bougainville compì la circumnavigazione terrestre

 

Data di partenza

15 novembre 1766

Luogo di partenza

Nantes

Data di ritorno

16 marzo 1769

Luogo di ritorno

St. Malo

 

Principali terre scoperte o esplorate da Bouganville

- TahitiSebbene non sia stato il primo europeo in assoluto a vederla, Bougainville la raggiunse nel 1768, battezzandola "Nuova Citera" e descrivendola con entusiasmo nel suo diario di viaggio.

- Arcipelago delle Tuamotu: Scoprì diverse isole di questo vasto arcipelago polinesiano durante la sua traversata del Pacifico

- Isole Samoa: Esplorò parte dell'arcipelago durante il suo viaggio nel Pacifico che chiamò "Isole dei Navigatori" per l'abilità dimostrata dagli indigeni nelle loro canoe.

- Isole Salomone: Riscoprì questo arcipelago (già avvistato dagli spagnoli nel XVI secolo ma poi "perduto" dalle carte) e diede il suo nome alla più grande di esse, l'Isola di Bougainville. Fu il primo europeo a visitare diverse isole di questo arcipelago.

- Isole del Mar dei Coralli e Nuove Ebridi: Navigò in queste zone, arrivando quasi a scoprire la costa orientale dell'Australia, ma fu costretto a virare verso nord a causa della Grande Barriera Corallina.

- Nuove Ebridi (oggi Vanuatu)Esplorò diverse isole di questo gruppo.

- Bougainville (isola)L'isola più grande delle Salomone porta oggi il suo nome, in onore alla sua esplorazione della zona.

- Isole Falkland (Malvine): Nel 1764 fondò il primo insediamento stabile a Port Louis, prima che la colonia fosse ceduta alla Spagna per ragioni diplomatiche.

- Arcipelago delle LouisiadeEsplorò le coste della Nuova Guinea e scoprì questo arcipelago. 

Il Voyage autour du monde

 Nel 1771 Bougainville pubblicò il suo Voyage autour du monde in cui, descrivendo Tahiti, la presentò come una sorta di paradiso terrestre dove uomini e donne vivevano in una felice innocenza, lontani dalla civiltà corrotta, dando così un potente avallo alle teorie sul "buon selvaggio" diffuse dalla filosofia romantica, in particolare da Jean-Jacques Rousseau, prima della Rivoluzione francese.

Voltaire si mise a studiare il tahitiano, rimpiangendo di non potersi imbarcare per quelle isole a causa dell'età, e Denis Diderot scrisse addirittura un Supplément au voyage de Bougainville in cui, esaltando i costumi della Nuova Citera, criticava severamente lo stile di vita europeo. Del libro si parlò anche e a lungo a Berlino, alla corte prussiana, e Caterina II di Russia si ripromise di prendere come ammiraglio il principe Charles de Nassau-Siegen, uno dei protagonisti dell'avventura.

Una magnifica sorpresa finale....

 

Jeanne Baret fu la straordinaria assistente del naturalista Philibert Commerson che, travestita da uomo con il nome di “Jean”, riuscì a imbarcarsi nella spedizione di Louis Antoine de Bougainville, diventando di fatto la prima donna a compiere il giro del mondo.

Ritratto di Jeanne Baret vestita da marinaio risalente al 1817, dopo la morte

C’era una volta, su un veliero che inseguiva l’orizzonte, un segreto custodito tra vele gonfie di vento e silenzi trattenuti.

Era il tempo delle grandi esplorazioni, quando il mare non era solo una via, ma una promessa. A bordo della nave BOUDEUSE, parte della spedizione che avrebbe circumnavigato il globo, viaggiava un giovane assistente di botanica: taciturno, instancabile, sempre accanto al suo maestro, intento a raccogliere foglie, fiori, semi sconosciuti.

Nessuno sapeva, o forse pochi osavano sapere, che quel giovane non era ciò che sembrava.

Sotto abiti maschili e gesti misurati si nascondeva una donna.
Si chiamava Jeanne.

Aveva scelto il mare non per sfida, ma per fedeltà: al sapere, alla vita, e forse anche all’amore. Per seguire il botanico che stimava e amava, accettò di rinunciare al proprio nome, alla propria identità, pur di salire su quella nave da cui le donne erano escluse.

E così, giorno dopo giorno, attraversò oceani e tempeste, senza mai tradire il suo segreto.
Le sue mani raccoglievano fiori sconosciuti, li osservavano, li custodivano come piccoli miracoli. Tra quei colori, tra quelle scoperte, c’era già il presagio di una bellezza destinata a restare: la buganvillea, con i suoi petali accesi come tramonti tropicali.

Il viaggio non fu solo una rotta tracciata sulle carte.
Fu un incontro continuo con l’ignoto: isole che emergevano come sogni dall’oceano Pacifico, popoli semplici e sorridenti, nature generose e selvagge, dove ogni approdo sembrava un dono e ogni alba una scoperta.

Molti di quei luoghi, allora misteriosi e lontani, sarebbero diventati nel tempo mete desiderate, piccoli paradisi della terra. Ma in quei giorni lontani erano ancora fragili promesse, affidate al coraggio di uomini e di una donna che aveva scelto di sfidare il destino.

Si racconta che fu proprio in una di quelle terre luminose che il segreto di Jeanne venne svelato. Non con scandalo, ma con una sorta di rispetto silenzioso, come se il mondo stesso riconoscesse la verità del suo viaggio.

Eppure, nonostante tutto, il cammino continuò.

Quando infine il cerchio del mondo si chiuse, Jeanne non era più soltanto una donna travestita da uomo. Era diventata qualcosa di più raro: la prima donna ad aver abbracciato il pianeta intero, attraversando mari sconosciuti, affrontando fatiche, malattie, paure… e portando con sé, come un tesoro, i frutti della conoscenza.

In quel viaggio si raccolsero fiori meravigliosi, destinati a colorare giardini lontani.
Ma si raccolsero anche storie, incontri, esempi di coraggio che ancora oggi ci parlano.

Perché ogni approdo di allora è diventato, nel tempo, un ricordo indelebile per chi ha avuto la fortuna di raggiungerlo. E ogni viaggio moderno, anche il più comodo, porta dentro di sé un’eco di quelle traversate antiche, fatte di rischio, di speranza e di meraviglia.

Oggi, quando vediamo una buganvillea arrampicarsi luminosa su un muro assolato, pensiamo al nome dell’esploratore che la rese celebre.
Ma forse, tra quei colori vivi, si nasconde anche un’altra storia.

Quella di una donna che attraversò il mondo senza poter dire il proprio nome.
Quella di uomini che affrontarono l’ignoto per lasciare in eredità bellezza e conoscenza.
Quella di terre lontane che, da sogni incerti, sono diventate realtà amate e vissute.

E allora, guardando quei fiori che sembrano accendersi al sole, possiamo sentire ancora il respiro del mare.

Un mare che non divide, ma unisce.
Che non cancella, ma custodisce.

E che continua, ancora oggi, a raccontarci storie di coraggio, di scoperta…
e di silenziosa, indimenticabile bellezza.

 

E mentre la primavera si avvicina, la buganvillea torna a fiorire, come un antico viaggio che, ogni anno, riprende il mare.
E in quei colori ritroviamo la certezza che ogni viaggio, anche il più lontano, continua a vivere nei doni che ci lascia.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, Venerdì 20 Marzo 2026

ore 15.46 Equinozio di Primavera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO - Liguria

LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO (Baücôgna) - VALLE ARGENTINA

Liguria 

Le Isole Lofoten -Norvegia

Oggi Badalucco è considerata una "capitale" dello stoccafisso, mantenendo un legame diretto persino con la Norvegia (le Isole Lofoten), da cui proviene la materia prima. 

 

Magnifico entroterra della Liguria di Ponente. Nello specifico siamo in valle Argentina a pochi km da Sanremo. La valle Argentina si snoda per 40km nell’entroterra sino al confine con il Piemonte e la Francia. Numerosi itinerari di bici da corsa e MTB la fanno una delle valli più complete della Liguria dal punto di vista ciclistico.

 

BADALUCCO

 

Altitudine: 179 mt s.l.m

Abitanti:    1.072

Comuni confinanti: Bajardo,Ceriana, Dolcedo, Molini di Triora, Montalto Carpasio, Taggia.

La sua specialità è un piatto che ha un suo antico “Significato Culturale” : rappresenta la fusione tra lo stoccafisso, importato dai marinai norvegesi, e i prodotti della terra locale, diventando un pilastro della cucina tradizionale del borgo. 

"Baucogna" (o Baücôgna) è infatti il nome di Badalucco nel dialetto locale. Chiamare il piatto "alla baucogna" significa letteralmente cucinarlo "alla maniera di Badalucco".

 

Lo stoccafisso alla badalucchese (spesso confuso o associato a denominazioni locali simili) prende il nome dal comune di Badalucco, nella Valle Argentina in Liguria, dove la preparazione è una tradizione secolare legata alla cultura contadina e alla conservazione del pesce. Non si chiama "baucogna", ma è famoso per la sua ricetta specifica. 

Per la gente di Badalucco lo stoccafisso è un legame col mare?

Noi pensiamo di sì! Per gli abitanti di Badalucco, un comune dell'entroterra ligure, lo stoccafisso rappresenta un legame storico e identitario profondo che va oltre il semplice consumo di pesce. 

Questo legame non deriva da una vicinanza geografica immediata al mare, ma da una celebre leggenda storica risalente alle invasioni saracene: 

L'assedio

Si narra che durante un lungo assedio da parte dei Saraceni, i cittadini di Badalucco riuscirono a resistere e a non arrendersi per fame proprio grazie alle grandi scorte di stoccafisso accumulate.

Resistenza alimentare: Essendo un prodotto essiccato e a lunga conservazione, lo stoccafisso permise alla popolazione di sopravvivere tra le mura del borgo fino alla ritirata degli invasori.

Identità culturale: Da allora, lo stoccafisso è diventato il simbolo della tenacia del paese. Ogni anno, a metà settembre, questa eredità viene celebrata con Il Festival dello Stoccafisso alla Badalucchese (o Stocafissu a Baücogna), una tradizione che nel 2025 ha raggiunto la sua 53ª edizione

 

La ricetta dello Storico Prof. Mauro Salucci

Stocafissu a baücôgna (Stoccafisso alla badalucchese) della Valle Argentina non è una semplice ricetta, ma un modo con cui la popolazione di Badalucco celebra dall'antichità il ricordo della vittoria sui pirati saraceni dopo un lungo assedio al borgo da cui la popolazione uscì vincitrice. Il protagonista è il merluzzo essicato. A parte noci, nocciole, pinoli e cherigli di noci vengono prima tostati in padella e poi pestati nel mortaio. Uniti con funghi secchi, olive taggiasche, olio extra del posto, acciughe sotto sale, vino bianco secco, amaretto anch'esso pestato, peperoncino, sale, prezzemolo, aglio, stoccafisso sapientemente stemperato gradualmente in brodo di carne, sistemando di pepe. Gradualmente, dopo quattro ore di cottura, questo piatto ci riporterà indietro nei secoli, ai forti sapori speciali e veri dell'entroterra e della sua gente orgogliosa e indomita, fiera delle sue tradizioni.

 

 Lo stoccafisso a Baücôgna

E’ una tradizione culinaria ultracentenaria di Badalucco (Valle Argentina), legata all'uso dello stoccafisso norvegese delle Lofoten, diffuso in Liguria dal XVII secolo. Originatosi come piatto povero durante le invasioni saracene, è un simbolo della cultura locale, celebrato con un famoso festival e cucinato con olio taggiasco, noci, nocciole e funghi.

 

Ecco i punti salienti della tradizione

 

Origini Storiche:

Badalucco vanta una tradizione di oltre 400 anni nella preparazione dello stoccafisso, con una sagra storica che dura da oltre 50 anni

Lo stoccafisso si è diffuso in Liguria intorno al 1600 grazie ai commerci, diventando un alimento essenziale, facile da conservare e trasportare. La tradizione narra che durante l'invasione dei Saraceni, gli abitanti dell'entroterra abbiano resistito grazie allo stoccafisso, un alimento a lunga conservazione che garantiva il sostentamento.

La Ricetta

(Stoccafissu a Baücôgna): La preparazione richiede circa 5/6 ore di cottura lenta in grandi paioli con sugo. Prevede l'uso di stoccafisso di alta qualità, olio extravergine d'oliva, acciughe, aglio, pinoli, nocciole, funghi secchi, prezzemolo e brodo di carne. Viene spesso disposta a strati con le lische in basso per insaporire, formando una ciambella.

La Sagra e la Tradizione:

Da oltre 50 anni, Badalucco celebra questo piatto con il "Festival dello Stoccafisso", un evento di rilievo internazionale che richiama visitatori e autorità, celebrando il legame tra Badalucco e la Norvegia (spesso con la presenza dell'Ambasciatore norvegese).

Legame col Territorio:

Lo stoccafisso, nonostante provenga dal Nord, è diventato un prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) ligure. La ricetta badalucchese esalta i sapori locali, in particolare l'olio cultivar taggiasca.

La preparazione moderna è curata dalla Pro Loco e dalle famiglie locali, mantenendo viva una tradizione culinaria che unisce il borgo alla storia.

 

COSA C’E’ DA VEDERE A BADALUCCO?

 

 

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

 

La chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio nel centro storico badalucchese

 

 - Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta e San Giorgio                    

Costruita in stile barocco dal 1683 al 1691; l'edificio fu ulteriormente                            modificato nel 1834. La facciata è a due ordini di colonne sovrapposte su                 alto plinto ed erme. Recentemente ha avuto un'importante ristrutturazione               conclusa nel 2024.

-Oratorio di San Francesco, attiguo alla parrocchiale, ricostruito nel 1645 con            facciata in stile neoclassico.

-Chiesa di Nostra Signora della Misericordia nel capoluogo, del 1701 in stile               barocco.

- Chiesa di San Nicolò. L'edificio fu eretto nel XVII secolo, anche se citato già             nel 1434, in posizione sovrastante sul paese sulle precedenti rovine del                       castello dei conti di Ventimiglia, signori di Badalucco.

- Cappella di Santa Lucia, costruita su uno dei piloni dell'omonimo ponte sul             torrente Argentina.

- Cappella della Madonna degli Angeli presso l'omonimo ponte sul torrente               Argentina, edificata nel corso del Seicento (ma completamente rifatta nel                 secondo dopoguerra) lungo l'antica mulattiera per la frazione di Montalto                 Ligure (Montalto Carpasio).


  - Santuario della Madonna della Neve, situato sulla cima del monte Carmo.

  - Chiesa della Regina di tutti i Santi. Costruita nel 1721 sul poggio della                         Pallara, nei pressi della frazione di Argallo.

  - Chiesa parrocchiale della Madonna del Rosario nella frazione di Ciabaudo.

 

Architetture civili

           

Ponte della Madonna degli Angeli sul torrente Argentina, del 1614 a tre arcate in pietra

Centro storico

Il borgo medievale conserva ancora oggi cinque passaggi: 

- la porta di San Rocco con piccolo corpo di guardia,

- la porta del Poggetto,

- la porta di Santa Lucia sul ponte omonimo,

- la porta del Beo 

- la portadella Castella.

A Badalucco, il "Paese Dipinto", per i suoi muri ricoperti di murales e opere in ceramica, i ponti medievali (come il Ponte di Santa Lucia) sul torrente Argentina, la Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio e il Museo Frantoio Panizzi, immergendoti nell'atmosfera del borgo e gustando l'olio locale e lo stoccafisso alla badalucchese.

Nel borgo

Centro Storico: Perditi tra i "caruggi" (vicoli) ammirando i murales e le installazioni artistiche permanenti che lo trasformano in un museo a cielo aperto.

Ponti Medievali: Attraversa i caratteristici ponti a schiena d'asino che collegano le diverse parti del paese, offrendo scorci sul torrente Argentina.

Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio: Un'importante parrocchiale che custodisce opere d'arte.

Chiesa di San Niccolò  Una chiesetta del Quattrocento con tesori artistici.

Museo Frantoio Panizzi: Un luogo che racconta la storia della produzione dell'olio d'oliva, un'eccellenza del territorio.

UpArt Festival: Se visiti a settembre, potresti trovare questo festival che anima il paese con varie forme d'arte.

 

Nelle vicinanze (Valle Argentina)

Valle Argentina: Ideale per escursioni e passeggiate, offre paesaggi naturali suggestivi.

Grotta Bertrand: Un sito archeologico preistorico con testimonianze dell'Età del Rame, per chi ama la storia.

Triora: "Il borgo delle streghe", famoso per le leggende e le vicende storiche legate ai processi per stregoneria.

 

APPROFONDIMENTO

 

Borgo Medievale e Arte

 . Centro storico: Passeggia tra gli stretti vicoli ("caruggi") e le piazzette del                 borgo medievale, caratterizzato da case in pietra a vista.

  • Museo a cielo aperto: Le stradine sono arricchite da numerose maioliche e opere di ceramica posizionate sui muri degli edifici, trasformando il paese in un museo all'aperto.

  • Ponti storici: Ammira i due ponti risalenti al tardo Medioevo che attraversano il torrente Argentina, elementi chiave dell'architettura storica del paese. 

 

Natura e Relax

  • Laghetti di Badalucco: A pochi passi dal centro, puoi trovare laghetti e cascate naturali nel torrente Argentina, ideali per un bagno rinfrescante nelle giornate estive.

  • Sentieri e trekking: La zona offre diversi percorsi per escursioni e trekking, permettendo di godere della natura incontaminata e di panorami suggestivi, come verso il Colle D'Oggia

 

Cultura Enogastronomica

  • Olio Roi: Visita la storica azienda produttrice di olio extra vergine d'oliva Taggiasca, un pilastro dell'economia locale. Puoi acquistare diverse varietà di olio, olive taggiasche e altre specialità locali nel punto vendita.

  • Cucina locale: Scopri l'ottima cucina ligure in ristoranti e agriturismi tipici, che offrono piatti tradizionali come i ravioli alle erbette e il brandacujun.

 

Specialità da provare

 - Olio Extra Vergine d'Oliva: Prodotto con le olive taggiasche locali.

 - Stoccafissu a Baucogna: Un piatto tradizionale a base di stoccafisso.

 - Fagiolo di Badalucco (Rundin): Un fagiolo Presidio Slow Food.

 

Comune di Badalucco

https://www.comune.badalucco.im.it ›

 

Come raggiungerci

 

In Auto:

Provenienza da Genova: autostrada A10 uscita casello Arma di Taggia 

Provenienza dalla Francia: Autostrada A8 uscita casello Arma di Taggia. Da lì, si prosegue sulla strada provinciale SP548 per circa 10-15 km in direzione nord, seguendo le indicazioni per Badalucco. È situato a circa 179 metri di altitudine. 

In Treno

La stazione ferroviaria più vicina è Taggia-Arma, da cui prendere un autobus o taxi. Distanza: Dista circa 10-15 minuti di auto dalla costa. 

Badalucco:

Dista una decina di chilometri dalla zona costiera e si propone come un'alternativa ideale per i visitatori che desiderano natura.

 

 

Dello stesso autore:

 

DALLE ISOLE LOFOTEN ARRIVÒ LO STOCCAFISSO

di Carlo GATTI

https://www.marenostrumrapallo.it/dalle-isole-lofoten-arrivo-uno-dei-piatti-preferiti-dai-genovesi/

 

LO "SCOPRITORE" DELLO STOCCAFISSO 

di Carlo GATTI

https://www.marenostrumrapallo.it/nannni/

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, febbraio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA NAVICELLA DI ROMA - UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO

 

NAVICELLA DI ROMA

UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO

 

La lunga storia di una galea romana che continua a sopravvivere con i suoi simboli millenari

 

CASTRA PEREGRINORUM

Zona destinata ai militari di passaggio

 

LA NAVICELLA originale fu ritrovato nella zona dell'antica Castra Peregrina. La tradizione vuole che i marinai della flotta di Capo Miseno, responsabili del velarium del Colosseo, dedicassero questa navicella marmorea alla dea Iside, protettrice dei naviganti.

 

La basilica di Santo Stefano Rotondo

Conosciuta come Chiesa della Navicella.

Veduta dell’Acquedotto Claudio, la basilica di S.Stefano Rotondo e la navicella

La Castra Peregrina, l'antica caserma dei soldati provinciali distaccati a Roma, si trovava sul Celio (Rione Celio), precisamente nell'area sottostante la moderna Basilica di Santo Stefano Rotondo. L'area si estendeva tra la chiesa e la zona della vicina villa Casali, dove sono stati rinvenuti resti archeologici.

 

La fontana della Navicella

Ha una curiosa storia legata ai marinai dell’Antica Roma e da meno di cent’anni è stata restaurata da semplice ornamento della piazza che la ospita a vera e propria fontana.

 

LA STRUTTURA

Nel 1931, duranti i lavori dell’allargamento della strada, la statua è stata trasformata come fontana alimentata dall’acquedotto Felice

La fontana è costituita da una piccola nave scolpita nel marmo, che raffigura una galera romana che venne collocata nel centro di una grande vasca modanata di forma ellittica, situata quasi al livello del suolo.

Al centro della nave, uno zampillo scende lungo i lati laterali del ponte che ricadono nel catino inferiore di travertino.

 

Il MARE

E' ricordato all’interno della vasca per il fondale mosaicato di forma ovale, con pietre fiumane rappresentante pesci e imbarcazioni.

 

IL BASAMENTO

 

Della graziosa galera poggia su di un grande piedistallo rettangolare sui cui sono scolpiti gli stemmi di Leone X sulle facciate, composto dalle due chiavi decussate, sovrastato dalla Tiara. All’interno lo Scudo dai sei bisanti ossia palle, cinque rosse ed una blu con tre gigli medicei. 

 

Si tratta della rappresentazione, in marmo bianco e travertino, di una galera romana, poggiata su due scalmi. Il ponte è delimitato da un corrimano sostenuto da nove mensole alternate ad altrettanti boccaporti.

 

Un cinghiale come polena

Il cinghiale era visto come un animale indomito e aggressivo. Una polena del genere serviva a incutere timore e a rappresentare la forza della nave in battaglia, una pratica comune nelle flotte antiche.

Particolarmente caratteristica la testa di cinghiale posta a decorazione della prua della nave, mentre sulla poppa è riprodotto il castello.

La polena a testa di cinghiale sulla scultura nota come Fontana della Navicella simboleggiava la ferocia, la forza e il vigore militare.

Associata alla flotta di Capo Miseno, la nave rappresentava la potenza della marina romana, spesso decorata con animali simbolici sulla prua.

 

 Fontana della Navicella

La fontana prende il nome dalla raffigurazione in miniatura di un’antica galera romana e si trova al centro della piazza antistante la chiesa di S. Maria in Domnica, detta anche “in navicula”.

 In epoca romana nei pressi del colle Celio sorgevano i Castra misenatium, il quartiere del reparto di marinai della flotta di stanza a capo Miseno, il cui principale incarico, quando non era impegnato in attività militari in mare, era quello di manovrare il velarium, l'enorme tenda che copriva il Colosseo e che, manovrato da un sistema di funi e carrucole, serviva a riparare il pubblico dal sole e dalle intemperie durante lo svolgimento degli spettacoli.

 

Secondo la tradizione i marinai del castra avrebbero fatto realizzare un modello marmoreo di una barca, per offrirlo (una sorta di ex voto) alla dea Iside, protettrice dei naviganti.

 

Iside, (Cerere romana) la dea egizia che attraversò il Mediterraneo

La rappresentazione più vicina ai naviganti dell'antica Roma è Iside Pelagia ("Iside del mare"), signora del mare e protettrice dei naviganti, spesso raffigurata nell'atto di guidare le navi con un mantello che funge da vela. Questa immagine unisce la tradizione egizia a quella ellenistica, talvolta mostrando la dea con le corna bovine e il globo solare, o come la dea alata simbolo del vento.

L'Iseo Portuense è un sito archeologico identificato come un antico santuario dedicato alla dea egizia Iside, rinvenuto all'Isola Sacra (Fiumicino), vicino al porto di Claudio e Traiano. Dagli scavi effettuati negli anni '60, sono emersi reperti significativi, tra cui la famosa statua in marmo nero di Iside Pelagia.

 

In origine Iside fu una delle principali divinità del panteon egizio. Poi il suo culto si diffuse in tutto il Mediterraneo, dove ricevette una grande accoglienza e riunì fedeli di tutti i ceti sociali.

 

Museo Ostiense | Le storie dietro le opere 

La statua di Iside Pelagia

Questa statua monumentale, in marmo nero di Belevi, proviene dal cosiddetto Iseo Portuense, rinvenuto all’Isola Sacra (Fiumicino) durante scavi degli anni ’60 del Novecento.

La statua, che si data alla seconda metà del II secolo d.C. raffigura Iside Pharia o Pelagia, strettamente legata alla cerimonia del navigium Isidis, che sanciva in primavera, con il favore della dea, la ripresa della navigazione, dopo la pausa della stagione invernale.

L’Iseo Portuense era un antico tempio romano dedicato alla dea egizia Iside, situato nell'area dell'odierna Isola Sacra (Fiumicino), vicino ai porti imperiali di Claudio e Traiano. Scoperto nel 1969, il santuario era parte di un complesso dedicato a Iside Pharia (o Pelagia), protettrice dei naviganti, e testimonia la diffusione dei culti orientali nel porto di Roma.

 

CONCLUSIONE

La tradizione ci racconta: 

La fontana della Navicella, la sua sparizione e costruzione di una copia 

La prima volta che si menzionò la navicella, fu per mano di Pomponio Leto che nel 1484, ci parla di una navicella ritrovata presso l’attuale chiesa di S. Maria in Dominica e si riferiva però ad una scultura a forma di nave con la prua a testa di cinghiale e il castello di poppa, in origine alimentata dall’Acquedotto Claudio.

La scultura andò perduta durante il Medioevo ma i resti furono ritrovati all’inizio del ‘500 proprio nei pressi della basilica dove è posta oggi la fontana.

L’odierna scultura sembrerebbe essere una riproduzione di un modello rinascimentale della nave e fu realizzata probabilmente su disegno di Andrea Sansovino. Collocata nell’attuale luogo  fra il 1518 ed il 1519.

 

Si dice che le cose siano andate così...

Il papa Leone X, per evitare ulteriori perdizioni, incaricò lo scultore Andrea Sansovino di farne una copia, con una base rettangolare ornata con le insegne papali e un’epigrafe celebrativa.

In marmo bianco e travertino, rappresenta una galera poggiata su due scalmi, con una testa di cinghiale a decorare la prua della nave e sulla poppa la riproduzione del castello.

La scultura attuale fu realizzata nel 1518-1519 su committenza del cardinale Giovanni de’ Medici.

La nave, in marmo bianco, è posta sopra un basamento in marmo che riproduce sulle facce minori lo Stemma dei Medici.

Così quella piccola nave di marmo, silenziosa da duemila anni sul colle del Celio, continua ancora oggi a parlare ai marinai.
Non è soltanto un ricordo dell’antica flotta di Miseno, ma un segno di riconoscenza, di fede e di coraggio che attraversa i secoli.

In essa rivive lo spirito di tutti coloro che hanno solcato il Mare Nostrum: uomini che hanno affrontato tempeste, vegliato nelle notti di guardia, confidato nella propria nave e nella protezione del cielo.

La Navicella di Roma è come uno stemma marinaro scolpito nella pietra del tempo:
un simbolo che unisce idealmente i rematori dell’Impero romano ai marinai di oggi, legati dallo stesso destino d’acqua e di vento.

E mentre le onde continuano a battere le coste del nostro mare, quella nave immobile sembra ricordarci che la vera tradizione della marineria non è fatta soltanto di navi e di porti, ma di memoria, disciplina e fratellanza.

Un filo invisibile, teso tra due millenni di navigazione, continua così a legare i marinai di ieri e di oggi sotto lo stesso cielo e sullo stesso mare:
il nostro antico, eterno Mare Nostrum.

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 29 gennaio 2026

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

- CAPO MISENO - LA PIU' POTENTE BASE MILITARE DELL'ANTICHITA' 

Carlo Gatti - 17 Maggio 2018

https://www.marenostrumrapallo.it/miseno/

 

- IL VELARIUM DEL COLOSSEOdi Carlo GATTI - 1 Ottobre 2021

https://www.marenostrumrapallo.it/vele/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


TERRA E MARE, UN SOLO PRESEPE

 

TERRA E MARE, UN SOLO PRESEPE

Il presepe nasce a terra, tra pietre antiche, sentieri stretti e mani callose che conoscono il ritmo delle stagioni. Borghi come PERETA non rappresentano il presepe: lo sono, perché custodiscono ancora un tempo lento, umano, essenziale, dove la Natività sembra poter accadere in ogni angolo di silenzio.

Ma quello stesso presepe, un giorno, ha imparato a muoversi.
È salito a bordo delle navi, ha attraversato porti e oceani, ha affrontato tempeste e bonacce. I marinai lo hanno portato con sé come si porta una casa interiore: non per ornamento, ma per necessità dell’anima. Perché in mare, più che altrove, si sente il bisogno di un segno che dica “non siamo soli”.

Così la tradizione della terra ha incontrato quella del mare, e non si sono mai più separate.
I marinai — figli di contadini, di borghi, di colline — hanno diffuso nel mondo quel piccolo miracolo fatto di legno, luce e silenzio. Non esiste nave con equipaggio di tradizione cristiana che, in questi giorni, non abbia un presepe a bordo: piccolo o grande, povero o curato, ma sempre presente, come una bussola spirituale.

IL PRESEPE DELLA MARINERIA DI CESENATICO racconta proprio questo: la

stessa Natività, immersa nell’acqua salata, tra vele, remi e “occhi” di prua che vegliano. È la fede che non si ferma a riva, ma continua a navigare.

In fondo, terra e mare non sono opposti.
Sono due modi diversi di custodire la stessa speranza.

E mentre le luci si accendono nei borghi e nei porti, il presepe — immobile o galleggiante — continua a ricordarci chi siamo: uomini e donne in cammino, marinai e terrestri, tutti figli di una stessa tradizione che sa ancora indicare la rotta.

 

PERETA

 Frazione di Magliano in Toscana Maremma (GR)

 

Pereta, frazione di Magliano in Toscana, è spesso descritta come un presepe naturale "ante litteram" per la sua atmosfera medievale, le mura antiche e la sua posizione suggestiva tra le colline della Maremma, creando un quadro pittoresco e autentico che ricorda i villaggi incantati, molto prima che il concetto di "presepe vivente" diventasse popolare. 

Perché viene considerata un "presepe naturale"?

 Le sue stradine strette e acciottolate, le case in pietra e le mura possenti evocano un'epoca passata, perfetta per un'ambientazione suggestiva.

È immersa nel paesaggio collinare e rurale della Maremma, tra ulivi e vigneti, offrendo uno scenario naturale e incontaminato.

La sua bellezza non è "costruita" per l'occasione, ma è intrinseca al borgo stesso, rendendola un'immagine di vita rurale e storica.

In sostanza, Pereta incarna l'ideale di un borgo antico e intatto, un "presepe" di per sé, che si presta perfettamente a essere immaginato come un luogo incantato, specialmente durante le festività.

 

PERETA

 

157 abitanti – 283 mt s.l.m.

Pereta è un borgo di epoca prevalentemente medievale, fondato dagli Aldobrandeschi tra il X e l'XI secolo come roccaforte strategica, ma ha radici più antiche con testimonianze Etrusche e Romane; il suo massimo splendore e i suoi elementi più riconoscibili, come le mura esterne e la Torre dell'Orologio, risalgono al periodo tardo-medievale e sotto il dominio senese (XIV-XV secolo). 

 

MAREMMA

di Salvina Pizzuoli

Siamo a Pereta un borgo fortificato a dieci chilometri da Magliano in Toscana nella bella Maremma, sulla strada che porta a Scansano.

Come l’abbiamo scoperto?

Come tutte le gradite sorprese, quasi per caso…

La Toscana e la Maremma pullulano di questi piccoli borghi più o meno suggestivi, più o meno integri.

Pereta è davvero singolare.

Castello di Pereta

La viabilità è semplice, oltrepassata la Porta di Ponente, caratterizzata da una base a scarpa su cui si apre un arco ribassato e uno a struttura ogivale, coronata da archetti pensili sorretti da mensole, la cui mole s’intravvede prima della dirittura che conduce all’ingresso, segue la struttura delle antiche mura, come per tutti i castelli dell’epoca.

Ma procediamo con ordine e venite con noi alla scoperta di un borgo che vi aiuterà ad immedesimarvi in un visitatore del passato.

Intanto cominciamo con la denominazione: Pereta.

In base a quanto riportano i cartelli turistici che spiegano in poche scritte le caratteristiche e la storia del manufatto cui si riferiscono, il nome sarebbe stato in origine Perita legato alla coltivazione di peri nella zona circostante. Non abbiamo trovato conferma, lo stesso Repetti, lo storico ottocentesco, non fa menzione dell’etimo ma così colloca geograficamente il borgo e ne dà notizie storiche nel suo Dizionario:

È posto sopra la cresta di uno sperone che stendesi verso ostro dal poggio di Scansano, ad una elevatezza di circa 540 braccia sopra il livello del mare, fra il valloncello del Patrignone, il cui torrente lambisce la sua base a ponente, mentre il Castione, altro minor torrente, scende al suo levante.
Questo castello fece parte della contea Aldobrandesca, pervenuto al ramo di Sovana nelle divise del 1274, acquistato in seguito dalla Repubblica senese. – Dell’antica rocca di Pereta si conserva il cassero in una bella torre quadrata in mezzo ai muri diruti della sua fortezza.

 

Nel nostro percorso ci guida l’alta torre quadrata stretta e alta che si staglia sopra le case a toccare l’azzurro del cielo con i suoi 29 metri di altezza: forse nata su un cassero preesistente viene datata XIV secolo.

Procediamo il nostro itinerario e giungiamo al basso arco che introduce all’antico nucleo fortificato datato intorno al secolo XI ad opera degli Aldobrandeschi del ramo di Sovana. Non lontana la chiesa di Santa Maria con il curioso campanile a faccia liscia sopra la facciata e su base pentagonale sui restanti lati. Costruita da maestranze locali intorno alla fine del XV secolo conserva all’interno una scultura lignea della Vergine Maria.

 

Procediamo in circolo fino ad incontrare la chiesa pievana di San Giovanni Battista in stile romanico ma più volte rimaneggiata da cui si gode di un lussureggiante e ameno paesaggio a olivi e viti che si susseguono lungo i dolci crinali delle colline. Non dimentichiamo di essere nella zona di produzione di uno dei vini più conosciuti e famosi della Maremma, il Morellino di Scansano. Terminiamo il nostro percorso ricongiungendoci alla strada a sinistra su cui avevamo iniziato il nostro giro. Siamo incantati dal silenzio e da questa bellezza austera e felici di aver scoperto un piccolo gioiello dell’architettura medievale arrivato intatto fino a noi per regalarci una pagina di storia da vedere e ammirare.

 

 E come tutti i luoghi magici non manca di leggende.

Si tramanda che nell’alta torre si fossero rifugiati Nello della Pietra, il marito della più famosa Pia dei Tolomei, e Margherita Aldobrandeschi nella disperata speranza di difendere il loro amore ma da dove furono cacciati e separati ad opera delle armi dei militi della nobile famiglia sovanese.

Ieri, nel borgo medievale di Pereta, la pro loco “I 4 scudi” ha fatto vivere a tutti i partecipanti la magia del Natale attraverso il presepe vivente.

Un evento eccezionale, che ha riportato con la mente alla nascita di Cristo: infatti, nel paese si respirava un’aria di pace e gioia già a partire dall’ingresso, addobbato con enormi palme, fino alla torre, la parte più alta di Pereta.

La rappresentazione

Lungo le strade strette e tortuose scintillavano tutte le cantine ed ognuna rappresentava una scena del grande evento: dalle danze orientali alla cantina di Erode, dalle botteghe del fabbro e del calzolaio a quelle delle donne La magia che facevano il pane e la polenta, dalla Natività sotto una magnifica grotta, con un coro di angeli che cantava “Tu scendi dalle stelle” ad un enorme braciere dove i pastori distribuivano vin brulè e salsicce alla brace.

Tutto si è svolto in una magica atmosfera, dove da ogni angolo scendevano sulla terra canti natalizi, mentre per il paese brulicavano pastori con animali e i Re Magi con i doni da consegnare al Bambin Gesù.

La manifestazione è iniziata alle 17, nella piazza principale del paese, dove era allestito un recinto, custodito dalla guardiana delle oche, in cui gli agnellini rallegravano l’aria con i loro belati.

Dopo la benedizione di Don Roberto, che ha ringraziato tutti per la collaborazione straordinaria e per l’importanza del presepe vivente, che riesce a far vivere nel cuore di ognuno il vero significato del Natale oggi stravolto dal consumismo, i figuranti si sono posizionati nel posto assegnato.

Considerato il successo dell’iniziativa, i presenti hanno chiesto alla pro loco di Pereta di riproporre l’evento anche domenica 4 gennaio, sempre alle 17.

All’evento erano presenti il sindaco del Comune di Magliano, Diego Cinelli, e l’assessore comunale Mirella Pastorelli, che ringraziano la pro loco di Pereta per aver organizzato la manifestazione.

Night promenade in the tiny beautiful village of Pereta

Non possiamo farne a meno, ogni tanto dobbiamo catturare questi meravigliosi tramonti maremmani. Questo viene dalla collina sopra Pereta!

 

PRESEPE DELLA MARINERIA DI CESENATICO

 Esistono anche  i presepi marinari e il più famoso e unico è il Presepe della Marineria di Cesenatico,  un presepe galleggiante allestito sulle antiche barche storiche del Museo della Marineria, che integra la Natività con scene di vita marinara locale, utilizzando materiali tipici delle imbarcazioni (legno, tela, cera) per le sue figure artistiche.

Oltre a Cesenatico, altre località costiere offrono presepi a tema marittimo, come quelli di sale a Cervia o il presepe di sabbia a Lignano Sabbiadoro, ma Cesenatico è l'esempio principale di presepe marinaro tradizionale e galleggiante. 

il Presepe della Marineria di Cesenatico si trova nel tratto più antico del Porto Canale ridisegnato da Leonardo Da Vinci e risiede su dieci barche, che rappresentano le tipologie tradizionali del mare, con le caratteristiche decorazioni e gli “occhi” di prua.

Le luci del Presepe della Marineria e dell’albero di Natale di Cesenatico si sono accese domenica 30 novembre 2025.

È composto da circa 50 statue in legno scolpite a mano, in legno di cimolo vestite con abiti di tela e cera, che rappresentano la Sacra Famiglia, Re Magi e scene di vita locale (pescatori, piadinare, suonatori), il tutto su vere imbarcazioni storiche (bragozzi, trabaccoli).

Le figure sono pensate come elementi di una rappresentazione, da vedere dalle sponde del Porto Canale Leonardesco come da una platea; illuminate, perché nel Presepe sono le luci che danno vita alle figure e scandiscono il racconto. Ed è proprio al calare della sera che il Presepe della Marineria si accende, come se si aprisse un sipario.

Allestito durante il periodo natalizio, da inizio dicembre a metà gennaio. 

il Presepe della Marineria di Cesenatico è davvero unico!

A Cesenatico la magia del Natale corre sull’acqua: il Presepe è ambientato sulle barche d’epoca galleggianti nel porto canale.
I personaggi che lo animano raccontano la storia della natività che si intreccia con la vita di un borgo di marinai.
Quando il cielo si scurisce e si accendono le luci, l’acqua moltiplica i bagliori e davanti a te prenderà vita uno spettacolo meraviglioso.

 

Presepe sull’acqua

Cesenatico è un affascinante borgo di pescatori, con vie acciottolate e piccole case colorate. Dove un tempo abitavano i marinai e si riparavano le reti, oggi si trovano ristoranti e locali trendy.
Nel centro storico di Cesenatico scorre un antico canale che sfocia nel mare, il Porto Canale Leonardesco. Si chiama così perché, a progettarlo, fu proprio l’immenso Leonardo Da Vinci.
Lungo il canale sono ormeggiate barche d’epoca, tipiche della tradizione marinara romagnola e veneziana. Le barche dai colori vivaci, che in estete hanno le vele spiegate, costituiscono la Sezione Galleggiante del Museo della Marineria di Cesenatico.
Ogni barca, un tempo, aveva una propria funzione ed equipaggi con diverse mansioni. Ormeggiate nel porto canale galleggiano trabaccoli da pesca, trabaccoli da trasporto, bragozzi e paranze.
Proprio qui, ogni anno, viene allestito il Presepe della Marineria che richiama migliaia di visitatori.

 

Porto canale Leonardesco

Il Presepe della Marineria di Cesenatico: quando è nato, storia, le statue e curiosità.

Il Presepe della Marineria di Cesenatico è nato nel 1986, ad opera di Maurizio Bertoni, Mino Savadori, Tinin Mantegazza e di Guerrino Gardini.
Le prime statue realizzate furono 7:

la Sacra Famiglia con Giuseppe, Maria e Gesù Bambino, i Re Magi e San Giacomo, il patrono di Cesenatico. 
Ogni anno al presepe si aggiungono nuovi personaggi, ad oggi sono circa cinquanta. Le statue sono a grandezza naturale.

 

Il metodo di lavorazione del presepe riprende la tradizione marinara del borgo.

Le parti esposte delle figure, come il volto, le mani e i piedi sono scolpite nel legno di cirmolo. I vestiti sono in tela irrigidita dalla cera, sorretti da strutture di legno e rete metallica. Questi materiali (tela, cera, legno) corrispondono agli stessi utilizzati per costruire le imbarcazioni.

Le sculture non sono solo quelle tradizionali dei presepi, come pastori ed angeli, ma qui si incontrano anche i personaggi tipici di un borgo di pescatori, come è Cesenatico.

E così potrai scorgere marinai, burattinai, musicisti, falegnami, pescivendoli e la tipica piadinaia.

Nel Presepe galleggiante di Cesenatico non vedrai cammelli, ma se aguzzi la vista, avvisterai i delfini che guizzano nell’acqua.

 

Presepe galleggiante di Cesenatico

Allestire il presepe sulle barche è un lavoro meticoloso, le statue devono essere sistemate in posizioni ben precise, tra remi e alberi maestri, per essere visibili da ogni prospettiva.

Quando si accende il presepe: quando vedere e quanto dura il Presepe della Marineria a Cesenatico, date 2025/2026. Consigli per la visita

Il Presepe della Marineria di Cesenatico inizia nei primi giorni di dicembre ed è visibile fino a metà gennaio. 
Quest’anno il Presepe della Marineria si accende il giorno 30 novembre 2025 fino al giorno 11 gennaio 2026.
L’ingresso è gratuito. Basta camminare lungo le sponde del Canale Leonardesco, il porto canale di Cesenatico, e godersi lo spettacolo!

Davanti a tutte vedrai la barca con la Sacra Famiglia, la riconoscerai subito, è illuminata da una stella cometa e protetta da un angelo. Segue poi l’imbarcazione che porta i Re Magi. Dopo arrivano tutti gli altri personaggi.

Percorri entrambi i lati del canale. Scruta ogni figura, ti stupiranno i dettaglia e i particolari. Ogni statua racconta una storia.

Presepe galleggiante di Cesenatico

 

 

CONCLUSIONE

E così, tra pietre antiche e barche ormeggiate, il presepe continua a indicarci la rotta.
Perché chi nasce cristiano, che cammini su una strada di collina o su un ponte di nave, sa che la vera Natività accade ogni giorno: quando si accende una luce, si condivide un pane, si affida il cuore a una stella.
Il mare lo sa. E non lo dimentica.

  

RINGRAZIAMO:

 

 

A cura di Carlo GATTI

 Rapallo:  NATALE – 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


A RIGHE COME IL MARE D’INVERNO - Presepi, chiese zebrate e pietre di Natale tra Liguria e Toscana

 A RIGHE COME IL MARE D’INVERNO

 Presepi, chiese zebrate e pietre di Natale tra Liguria e Toscana

A Natale il tempo cambia andatura...

Il mare rallenta il respiro, le luci si fanno più miti, e anche le pietre sembrano voler raccontare storie antiche. È il momento giusto per guardare le nostre città con occhi diversi, come se fossero parte di un grande presepe affacciato sul Mediterraneo.

In questo viaggio natalizio non seguiremo una rotta unica. Ci muoveremo invece tra presepi e chiese, tra fasce di marmo bianche e nere, tra Liguria e Toscana, come se ogni edificio fosse una vela spiegata nella storia. Immagineremo chiese, palazzi e borghi immersi in un gigantesco presepe ideale, capace di ricondurci all’intuizione più semplice e profonda del Natale: quella di San Francesco, che volle portare il Mistero tra la gente, nella vita quotidiana.

Le chiese zebrate, con le loro righe apparentemente uguali ma sapientemente diverse, non sono solo architettura: sono un linguaggio. Raccontano di maestri costruttori, di famiglie potenti, di illusioni ottiche nate dall’esperienza, ma anche di un equilibrio sottile tra luce e ombra, tra rigore e bellezza. Proprio come il mare d’inverno, che sembra immobile ma non lo è mai davvero.

Da Genova a Pisa, da Pistoia a Lucca, fino a tornare a casa, a Rapallo, seguiremo queste tracce bianche e nere come si segue una scia sull’acqua. Perché ogni fascia, ogni pietra, ogni rosone è un frammento di memoria che ancora oggi ci parla — se sappiamo fermarci ad ascoltare.

Iniziamo questa breve carrellata di Chiese Liguri e Toscane immaginandole immerse in un gigantesco PRESEPE NATALIZIO che ci porti col pensiero alla nostra tradizione più lontana, a quella originale creata da S.Francesco d’Assisi.

 

GENOVA

A Genova esiste una forte tradizione presepiale, con presepi storici in chiese come il Santuario della Madonnetta, che include scenari e chiese genovesi, e al Museo dei Cappuccini dove le "chiese zebrate" (probabilmente riferendosi alle abitazioni civili e chiese con facciate a bande bianche e nere tipiche genovesi, come la Cattedrale di San Lorenzo) appaiono negli sfondi architettonici che ricostruiscono l'antica città.

NON SOLO CHIESE ZEBRATE MA ANCHE PALAZZI STORICI GENOVESI

 Lo stile delle chiese "zebrate" (romanico pisano-genovese), caratterizzato da fasce di marmi bianchi e neri, non ha un singolo inventore, ma è un'evoluzione del Romanico Ligure-Toscano che si sviluppa tra l'XI e il XIII secolo, con maestranze locali e influenze orientali, trovando espressione in città come Genova (San Donato, San Siro) e Pisa (Duomo, Battistero), ma soprattutto a Pistoia (Sant'Andrea, San Giovanni Fuorcivitas) dove raggiunge il suo apogeo decorativo.

 Le bande bianche sono in marmo di Carrara mentre quelle nere in “pietra nera del Promontorio di Capo Faro”, dietro la LANTERNA, una pietra simile al marmo, più dura dell’ardesia ma meno facile da lavorare. Negli anni ‘20 del secolo scorso questa altura fu tagliata e spianata e oggi ne rimangono solo la zona terminale dove c’è la Lanterna e la parte a monte che ancora oggi porta il nome di promontorio.

 

Iniziamo la carrellata con una punta di nostalgia:

CHIESA DI SAN DOMENICO

Genova

Purtroppo demolita nell'Ottocento per far posto a Piazza De Ferrari, faceva parte del caratteristico stile Ligure-Toscano con le strisce bianche e nere (marmo di Carrara e pietra di Promontorio), un segno distintivo dell'architettura medievale e tardo-medievale della regione, che creava un forte impatto visivo e un effetto ottico ricercato. 

La Chiesa di San Domenico a Genova fu demolita nei primi anni dell'Ottocento, specificamente nel 1818, per far posto alla costruzione del Teatro Carlo Felice e dell'Accademia Ligustica nell'area dell'attuale piazza De Ferrari, in un'ottica di rinnovamento urbanistico guidato da una classe dirigente che favoriva il laicismo.

Il convento annesso venne utilizzato prima a fini militari e poi anch'esso demolito, trasformando l'antica piazza in un punto centrale della viabilità genovese, come testimoniato anche da acquerelli d'epoca. 

Demolita nel 1818 nell'area di Piccapietra, dove oggi si trova piazza De Ferrari.

 La chiesa, risalente al Medioevo, conteneva importanti opere d'arte e le tombe di personaggi illustri come Jacopo da Varagine.

L'area era nota come piazza San Domenico, un nome che fu cambiato in De Ferrari nel 1875 per ringraziare il Duca di Galliera.

ll complesso domenicano era uno dei più importanti centri religiosi di Genova; la chiesa, secondo autori settecenteschi, era per dimensioni la più grande della città e seconda solo alla Cattedrale  per le ricchezze artistiche.

Nel 1217 questa chiesa fu affidata dal governo della Repubblica  alla locale comunità domenicana, istituita dallo stesso Domenico di Guzman  durante un suo soggiorno a Genova tra il 1214 e il 1215.

In seguito i Domenicani, acquistato un terreno adiacente da un Nicolò Doria vi fecero costruire il convento.

Intorno al 1250 i frati fecero edificare una chiesa più spaziosa, in grado di accogliere un grande numero di fedeli. La chiesa, nel frattempo ribattezzata con il nome del fondatore dell'ordine, subì diverse modifiche e ulteriori ampliamenti. Nel 1440, con il completamento della facciata, assunse le sue forme definitive.

Vi erano sepolti il beato Jacopo da Varagine, arcivescovo di Genova nel XIV secolo e molti illustri genovesi, tra i quali alcuni dogi.

Tra i più famosi oratori che predicarono a S. Domenico sono ricordati Pietro da Verona (1205-1252), Vincenzo Ferrer (1350-1419) e Girolamo Savonarola (1452-1498).

Il convento ospitò in varie epoche personaggi illustri: nel 1311 vi soggiornarono l'imperatore Enrico VII con la consorte Margherita di Brabante (che morì prematuramente durante la sua permanenza a Genova, il 13 dicembre di quell'anno), nel 1403 l'imperatore d'oriente Manuele Paleologo e nel 1409 Teodoro II del Monferrato.

Molte chiese liguri, ma anche abitazioni civili, sono abbellite da strisce di marmo bianche e nere.

STILE

 L'alternanza di strisce di marmo bianche e nere che abbellisce molte chiese liguri è un elemento distintivo dello stile Gotico ligure-pisano che si ritrova in edifici sacri e palazzi nobiliari.

Nel Medioevo, questo stile, molto diffuso in Liguria, in particolare a Genova e dintorni, combina l'eleganza e la sobrietà dei materiali locali con l'estetica gotica.

Secondo la tradizione era un privilegio concesso dalla Repubblica di Genova solo a quattro famiglie nobili: Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi.

MATERIALI

La fascia bianca era solitamente in marmo di Carrara, mentre quella nera era una pietra locale che si estraeva dal Promontorio di Capo Faro su cui si erge la LANTERNA.

In seguito, negli anni ‘20 del secolo scorso questa altura fu tagliata e spianata e oggi ne rimangono solo la zona terminale dove c’è la Lanterna e la parte a monte che ancora oggi porta il nome di promontorio.

Al posto della pietra nera locale fu usata l’ARDESIA del monte San Giacomo vicino a Lavagna.

Significato particolare

 Questa decorazione tipicamente tardo medievale non è esclusiva del nostro capoluogo, la si può trovare in moltissimi borghi liguri e in numerose città toscane.
La caratteristica che contraddistingue le strisce, almeno negli edifici di maggior prestigio, è la loro proporzione, apparentemente uguali ma in realtà diverse, anzi, diverse per apparire uguali.
Secondo una regola tramandata di generazione in generazione, le strisce nere sono più alte del 10% rispetto a quelle bianche. Il motivo è spiegato dalla fisica: assorbendo più luce il nero appare più sottile.

Col passare degli anni, tuttavia, la pietra di Promontorio tende a schiarire a causa degli agenti atmosferici e quindi, apparendo più chiara, si perde parte dell'effetto ottico che avremmo se fosse molto più scura come era in origine.

 Oltre all'indubbio valore estetico, che aggiungeva eleganza e dava risalto alle facciate, le strisce hanno anche un significato simbolico e storico. 

L'uso del marmo, un materiale pregiato, era un simbolo di prestigio e ricchezza da parte delle famiglie nobili o delle autorità cittadine che commissionavano la costruzione o la ristrutturazione delle chiese.

Fasce orizzontali che raccontano ancora oggi storie di potere ma che erano anche preziosi stratagemmi per creare illusioni ottiche.

L'impiego diffuso di questi materiali, in particolare l'ardesia, rappresenta un forte legame con il territorio e le sue risorse, diventando un elemento iconico dell'architettura genovese e ligure.

Sebbene non esista un'unica interpretazione ufficiale, i colori bianco e nero, o chiaro e scuro, hanno spesso avuto significati simbolici nel corso della storia, come purezza e sobrietà, ma anche il bene e il male.

Un esempio emblematico di questo stile è la Cattedrale di San Lorenzo a Genova, la cui facciata è celebre per questa caratteristica. 

La marinière chiamata anche tricot a righe, è una maglietta a maniche lunghe in jersey di cotone.

La Cattedrale di San Lorenzo di Genova e 6 incredibili Curiosità

GENOVA CITTA’ SEGRETA

Nella foto una torre della Cattedrale di San Lorenzo

A Genova le costruzioni antiche più rappresentative furono costruite in pietra bianca e nera. Sin dalla metà del Duecento al marmo bianco di Carrara veniva contrapposto il nero della pietra di Promontorio. Il Promontorio di Capo di Faro oggi non esiste più se non nel suo punto estremo verso il mare, dove fu costruita la ”Lanterna” il simbolo di Genova per antonomasia. Anticamente, prima che venisse spianata quest’ area, esisteva una cava da cui veniva estratta questa pietra grigio-nera così simile al marmo, più dura dell’ardesia ma meno facile da lavorare. Contrapponendo la bande bianche alle nere negli edifici e nelle chiese venivano a crearsi splendide geometrie, che viste da distante sembrano tutte uguali ma non é così, se le guardate attentamente vi renderete conto che le strisce nere sono più alte di quelle bianche rispettando una rigorosa proporzione, prendendo per esempio l’antica misura genovese in “palmi ” , quelle nere per ogni palmo ne hanno un decimo di palmo in più, perché il nero alla vista si ritira, un espediente, un illusione se volete, realizzata senza l’ausilio di tecniche astruse o di strumentazione speciale ma solo dall’esperienza tramandata da maestro costruttore a maestro costruttore.

La Cattedrale di San Lorenzo di Genova e 6 incredibili Curiosità

A Mae Zena

Alla scoperta di Genova

La Cattedrale di San Lorenzo di Genova e 6 incredibili Curiosità

1- Il cagnolino della Cattedrale di San Lorenzo a Genova

 

Ebbene sì, nella facciata della Cattedrale San Lorenzo si nasconde la scultura di un cane.

La leggenda narra che il cagnolino fosse di uno degli scultori che stava lavorando alla cattedrale. Alla sua morte il padrone ha voluto ricordarlo scolpendolo sulla facciata della cattedrale.

E’ molto piccola, quindi aprite bene gli occhi. Un aiutino? Si trova in facciata! Quando l’avete trovato dategli una carezza: pare che sia di buon auspicio!

2- La bomba Inesplosa

Il “miracolo” della Cattedrale di Genova

 

Bomba, avete letto bene. Si tratta di una granata inglese da 381 mm che il 9 febbraio del 1941 durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale su Genova, ha colpito la cattedrale di San Lorenzo, sfondando il tetto senza esplodere.

Un vero miracolo!

La potete trovare nella navata di destra: è davvero grande, non potete sbagliare.

Lo so che vi state chiedendo se la bomba esposta nel Duomo di San Lorenzo sia l’originale… In realtà si tratta di una copia esatta perché l’originale è stata portata in mare e fatta brillare.

 3- Il Sacro Catino… o Santo Graal?

Un mistero lungo secoli e un incredibile viaggio fino alla Cattedrale di San Lorenzo

 

 Ogni bambino genovese affascinato da “Indiana Jones e l’ultima crociata” ha strabuzzato gli occhi quando ha sentito dire che a Genova è custodito il Sacro Catino, ossia il piatto utilizzato da Gesù durante l’ultima cena e ritenuto per secoli il Santo Graal.

Il misterioso piatto di smeraldo (che poi si scoprì essere in pasta vitrea verde) fu portato a Genova da Guglielmo Embriaco detto Testa di maglio come reliquia durante la Prima Crociata nel 1099.

La sua storia è molto travagliata perché per secoli è stato conteso, venduto, rubato… Finché 1810 fu portato a Parigi da Napoleone che aveva conquistato la città.

Fu restituito a Genova una decina di anni dopo, rotto in 10 pezzi di cui uno mancante e che non è mai stato ritrovato.

Si dice che i francesi si sarebbero impossessati solo di una copia. Quindi il mistero resta: dov’è il Santo Graal originale?

 

4- Perché il Duomo di Genova è a Strisce?

Qui ne vogliamo riportare una stravagante interpretazione...

Lo stile marinière ci piace da sempre… ai nobili genovesi ancora di più!

Rivestire chiese e palazzi con le fasce bianche e nere era riservato solo alle famiglie più aristocratiche! Stiamo parlando dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi e dei Grimaldi.

Infatti anche la chiesa di San Matteo, appartenendo ai Doria, ha lo stesso stile.

5-La scacchiera di San Lorenzo

Vuoi sapere dove si trova? Cercala nella parete esterna di sinistra.

Incastonata sulla parete esterna di sinistra compare una misteriosa scacchiera, che pare essere appartenuta a Megollo Lercari, mercante dei primi del Trecento.

Non tutti però sono d’accordo con questa ipotesi. Per alcuni studiosi è legata, come altri simboli che si trovano nella cattedrale di Genova, ai cavalieri templari. Per altri invece risalirebbe al XIII secolo e sarebbe riconducibile a una disputa tra genovesi e pisani che decisero di risolverla giocandosela a scacchi. I genovesi vinsero e la scacchiera, per celebrare la vittoria, sarebbe stata murata nella Cattedrale.

 

6- Le scalfiture delle colonne del Portale di San Gottardo

No, non sono buchi dovuti all’usura: nel 1200 non si scherzava nemmeno nei dintorni del duomo di Genova!

 

L’ultima curiosità che molto probabilmente vi sarà sfuggita sono i segni sulle colonne del portale di San Gottardo, l’ingresso laterale che da su via San Lorenzo.

Bisogna andare indietro di molti secoli, alle lotte tra guelfi e ghibellini del 1200.

buchi sulle colonne sono i segni dei dardi di balestra scagliati probabilmente da Piazza Matteotti.

 

Nella foto sotto la loggia di palazzo Lamba D'Oria in piazza San Matteo

di Paola Spinola

Questa decorazione tipicamente tardo medievale non è esclusiva della nostra città: la si può trovare in moltissimi borghi liguri e in numerose città toscane.
La caratteristica che contraddistingue le strisce, almeno negli edifici di maggior prestigio, è la loro proporzione, apparentemente uguali ma in realtà diverse, anzi, diverse per apparire uguali.

Secondo una regola tramandata di generazione in generazione, le strisce nere sono più alte del 10% rispetto a quelle bianche. Il motivo è spiegato dalla fisica: assorbendo più luce il nero appare più sottile. Col passare degli anni, tuttavia, la pietra di Promontorio tende a schiarire a causa degli agenti atmosferici e quindi, apparendo più chiara, si perde parte dell'effetto ottico che avremmo se fosse molto più scura come era in origine.

 

Al civ. 17 Palazzo Andrea Doria donato dalla Repubblica all’ammiraglio riconosciuto come “Padre della Patria” per averla liberata dall’occupazione francese. Il prestigioso portale di scuola toscana è per taluni opera di Niccolò da Corte e Gian Giacomo della Porta per altri, di Michele D’Aria e Giovanni da Campione. Ricco di animali esotici e fantastici quali pavoni, lucertole, teste di montoni e leoni, sirene danzanti, uccelli che beccano fiori, grifoni, pesci mostruosi e altri animaletti.

Sopra l’architrave è scolpita l’epigrafe relativa alla donazione: “Senat. Cons Andreae De Oria Patriae  Liberatori Munus Publicum”.

“Il Portale con relativa iscrizione della donazione all’ammiraglio Andrea Doria da parte della Repubblica in segno di riconoscenza per averle restituito la libertà”

“Era difficile descrivere il sentimento che lo colse alla vista della prima città italiana, la magnifica Genova. Si innalzarono su di lui i suoi campanili policromi, le chiese rigate di marmo bianco e nero e tutto il suo anfiteatro turrito che all’improvviso lo circondò da ogni parte, nella sua raddoppiata bellezza… Non aveva mai visto Genova prima di allora…”.

Nikolaj Gogol.

 

La Chiesa di San Matteo

Genova

Milano Art Gallery – LA BOTTEGA DI MARCO LOCCI

Ricordando il grande pittore Marco Locci che tanto diede a Mare Nostrum Rapallo e alle navi più significative dell’universo MARE.

 

Palazzo Lamba Doria - Genova

 

La casa di Andrea Doria

 

Abbazia di Santo Stefano - Genova

 

Chiesa di San Donato-Genova

 

Ex Chiesa di Sant’Agostino  - Genova

 

Palazzo Giacomo Spinola – Genova

 

San Giovanni in Prè

Veduta del complesso

COMMENDA

La chiesa di San Giovanni in Prè è un complesso romanico genovese composto da due chiese sovrapposte e da un edificio adiacente chiamato "la Commenda". Originariamente era un ospitale per pellegrini e crociati diretti in Terra Santa, voluto dai Cavalieri di San Giovanni (oggi Cavalieri di Malta) nel 1180. La struttura è composta da una chiesa superiore, dedicata a San Giovanni Evangelista, e una chiesa inferiore, in origine dedicata a Sant'Ugo. 

A destra si notano gli archi zebrati”.

 

Basilica dei Fieschi

Cogorno-Chiavari

1244

La famiglia Fieschi ha dato due Papi (Innocenzo IV e Adriano V) e diversi Cardinali illustri, tra cui Guglielmo Fieschi, Niccolò Fieschi e Luca Fieschi, dimostrando un'influenza significativa nella storia della Chiesa già dal XIII secolo, specialmente legata a Genova e alla politica guelfa.

 

Particolare del portale

 

L’immenso Rosone

 

Paraste ed archetti pensili arricchiscono l'impianto della facciata; al suo centro si apre un grande rosone sormontato da archetti in marmo in stile gotico-romanico. L'architrave del portale gotico reca un'iscrizione relativa alla fondazione del tempio. Nella lunetta è un affresco del XV secolo dedicato alla Crocefissione.

 

 

Chiesa di Sant’Andrea – Levanto

Questa decorazione tipicamente tardo medievale si può trovare in molti borghi liguri e in numerose città toscane. Secondo la tradizione era un privilegio concesso dalla Repubblica di Genova solo a quattro famiglie nobili: Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi. 
La caratteristica che contraddistingue le strisce è che apparentemente sono uguali, ma in realtà sono diverse. E questo appunto per apparire uguali. Sembra un rompicapo ma c’entra la fisica e questo fa capire quanto erano avanzate le conoscenze dei capi mastro di mille anni fa. Assorbendo più luce, il nero appare più sottile. Quindi, rispettando una rigorosa proporzione nell’antica misura genovese in “palmi”, quelle nere sono alte un decimo di palmo in più delle bianche. Con questa sapiente illusione ottica l’effetto risulta più armonioso.

 

Questa decorazione tipicamente tardo medievale si può trovare in molti borghi liguri e in numerose città toscane. Secondo la tradizione era un privilegio concesso dalla Repubblica di Genova solo a quattro famiglie nobili: Doria, Spinola, Grimaldi e Fieschi. 
La caratteristica che contraddistingue le strisce è che apparentemente sono uguali, ma in realtà sono diverse. E questo appunto per apparire uguali. Sembra un rompicapo ma c’entra la fisica e questo fa capire quanto erano avanzate le conoscenze dei capi mastro di mille anni fa. Assorbendo più luce, il nero appare più sottile. Quindi, rispettando una rigorosa proporzione nell’antica misura genovese in “palmi”, quelle nere sono alte un decimo di palmo in più delle bianche. Con questa sapiente illusione ottica l’effetto risulta più armonioso.

 

ALCUNE FAMOSE

CHIESE “ZEBRATE”

IN TOSCANA

Le famose chiese toscane a strisce bianche e scure sono principalmente quelle in stile romanico pisano, come la Cattedrale di Pisa e altre chiese di Pisa, e quelle di Pistoia, note come "chiese zebrate". La Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze non ha strisce esterne, ma un famoso pavimento interno bicromatico.

Pisa, con il suo Stile Romanico Pisano (presente nel Duomo e Battistero in Piazza dei Miracoli), utilizzi decorazioni a loggette, archi ciechi e inserimenti di marmi colorati (bianco e nero) che richiamano questo motivo, specialmente nelle facciate, ma Pistoia ne è l'esempio più esplicito.

 

PISA

Il DUOMO DI PISA

Battistero di San Giovanni (Pisa) – Il più grande del mondo

 

Interno

 

CATTEDRALE DI SANTA MARIA ASSUNTA

(DUOMO DI SIENA)

 

Basilica di San Francesco (Siena)

 Un miracolo di bellezza

 

LE CHIESE ZEBRATE DI PISTOIA

LA CITTA’ A STRISCE

Chiesa di Sant’Andrea - Pistoia

 

Chiesa di San Giovanni Fuorcivitas - Pistoia

 

Chiesa di San Francesco - Pistoia

 

Basilica di San Zeno - Pistoia

 

Cattedrale di San Zeno e Battistero di San Giovanni in Corte - Pistoia

 

Chiesa di San Bartolomeo - Pistoia

 

Chiesa di San Pier Maggiore - Pistoia

 

Chiesa di San Paolo - Pistoia

 

LUCCA

Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata

 

Cattedrale di San Martino

 

San Giusto

 

Portale centrale

 

 

Anche RAPALLO ha la sua casa storica ZEBRATA

CASA GARIBALDA

E’ un punto caratteristico particolarmente suggestivo, dove il visitatore passeggia in riva al mare circondato da palme ed edifici di grande bellezza. Il lungomare è il centro di numerose feste ed eventi, soprattutto nel periodo estivo: da concerti ed eventi sportivi e religiosi. Si trovano qui diversi poli di interesse turistico, come il Chiosco della Musica, le statue monumentali e il castello cinquecentesco. Tra questi vi è anche la Casa Garibalda.

 

CASA GARIBALDA - Lato di Levante

 

Nella sua facciata, lato chiosco della musica, lo stemma in marmo dell’ammiraglio Biagio Assereto ne indicherebbe la datazione al XIV secolo, mentre le case retrostanti porticate si debbono ritenere più antiche.

Le colonnine in marmo così come la decorazione a fasce bianche e nere impreziosivano l’edificio che nel XIX secolo e per molti anni seguenti accolse esercizi alberghieri ed anche un night nel giardino pensile.

 

Curiosa Conclusione alla Marinara...

 Lo stile marinière

La marinière chiamata anche tricot a righe, è una maglietta a maniche lunghe in jersey di cotone.

Lo stile "marinière" non è uno stile artistico dell'arte moderna (che va dalla metà dell'Ottocento alla metà del Novecento), ma un'icona di stile della moda, caratterizzato dalla maglia a righe blu e bianche, che continua a essere riproposto e rivisitato anche oggi, influenzando varie tendenze della moda e del design. Sebbene non sia un movimento artistico, l'influenza di questo stile può essere riscontrata nelle opere di artisti che hanno rappresentato la cultura pop e la vita moderna, o in designer che hanno tratto ispirazione da esso. 

Storicamente prende il nome dalla maglietta a righe (o "marinière") indossata dai marinai francesi, caratterizzata da maniche lunghe, righe orizzontali blu e bianche e taglio casual. Divenuto un classico del guardaroba, lo stile è diventato sinonimo di eleganza semplice e intramontabile, influenzato e reso popolare da figure come Coco Chanel, Marylin Monroe, Audrey Hepburn e Brigitte Bardot. 

Caratteristiche principali dello stile

La maglietta: Il capo centrale è la maglia a righe bretone a maniche lunghe, con righe orizzontali di uguale misura.

Colori: I colori più iconici sono il blu e il bianco, che richiamano l'ambiente marinaro. Altri colori spesso usati nello stile navy sono il rosso e il blu.

Estetica: Evoca un'immagine di eleganza rilassata e senza tempo, spesso associata alle vacanze al mare ma anche al look chic urbano.

Altri elementi: Lo stile può includere altri capi di ispirazione nautica come il blazer doppiopetto, i jeans a vita alta svasati e gli abiti con colletto alla marinara. 

E così, dopo aver attraversato chiese, palazzi, abbazie e città “a strisce”, il nostro viaggio si chiude dove ogni navigazione trova senso: a casa, sul mare di Rapallo.

Anche qui, quasi in punta di piedi, compare una facciata zebrata: Casa Garibalda. Non una cattedrale, non un duomo, ma una casa affacciata sul lungomare, tra palme, musica e passeggiate lente. Come a ricordarci che la bellezza non abita solo nei grandi monumenti, ma anche negli edifici che hanno vissuto, accolto, ospitato vite e storie.

Le righe bianche e nere, che abbiamo visto salire solenni sulle facciate di Genova, Pisa o Pistoia, qui si fanno più domestiche, ma non meno eloquenti. Continuano a parlare di mare, di commerci, di famiglie, di viaggi. E, a Natale, sembrano persino richiamare le righe della marinière, la maglia dei marinai: semplice, essenziale, senza tempo.

Forse non è un caso!

Le chiese zebrate, come il mare, giocano con la luce.
Il Natale, come il mare, unisce lontananze.
E Rapallo, come ogni porto vero, raccoglie e restituisce.

Chiudiamo allora questo presepe di pietra e di memoria con un augurio silenzioso, ma saldo come una bitta: che le nostre città continuino a raccontare, che le loro righe non si sbiadiscano, e che ciascuno di noi sappia ancora distinguere — come i maestri di un tempo — le differenze necessarie per far apparire l’armonia.

Buon-Natale
dal mare!

 

Carlo GATTI

Rapallo, Lunedì 15 Dicembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La Notte della Baionetta: il Mare, la Fuga, la Storia

 

La Notte della Baionetta: il Mare, la Fuga, la Storia

 

 

 

La nave ormeggiata nel Bacino di S.Marco a Venezia nell'agosto 1943
Descrizione generale
Tipo corvetta
Classe Gabbiano. SerieScimitarra
Impostazione 24 febbraio 1942
Varo 5 ottobre 1942
Radiazione 1º novembre 1972
Caratteristiche generali
Dislocamento 670
Lunghezza 64,4 m
Larghezza 8,7 m
Pescaggio 2,8 m
Propulsione 2 motori Diesel 3500 HP
2 motori elettrici 150 Hp
Velocità 18 nodi (33,34 km/h)
Autonomia 1450 miglia mn a 18 nodi
Armamento
Armamento (1943)

· 1 cannone da 100/47 mm

· 3 mitragliere Breda da 20/65 a.a. in impianti singoli

· 4 mitragliere Breda da 20/65 a.a. in impianti binati

· 2 tubi lanciasiluri da 450 mm in impianti singoli

· 8 lanciabombe a.s. pirici

· 2 scaricabombe a.s.

(1956)

· 1 cannone da 100/47 mm (poi sbarcato)

· 2 mitragliere da 40/56 mm in un impianto binato (poi aggiunto un impianto singolo a prua)

· 1Porcospino (arma)MK 15 a.s.

· 4 lanciabombe a.s.

Note
Motto Ardita lanio

 

La corvetta Baionetta, piccola unità antisommergibile della classe Gabbiano, entrò in servizio solo nel luglio del 1943. Nessuno avrebbe immaginato che, poche settimane dopo, sarebbe diventata la protagonista silenziosa di una delle pagine più discusse della storia italiana: la fuga del Re e del Governo dopo l’Armistizio dell’8 settembre.

Il 9 settembre, mentre Roma era nel caos e truppe tedesche convergevano verso i centri vitali della capitale, la Baionetta ricevette un ordine cruciale:
mettere in salvo la famiglia reale, il maresciallo Badoglio e parte del Governo, portandoli a Brindisi, già in mano alleata.

Quel viaggio avrebbe segnato non solo la vita della nave, ma anche il destino politico dell’Italia.

Una nave piccola per un compito enorme

Baionetta non era progettata per ospitare passeggeri: 64 metri di lunghezza, 112 uomini d'equipaggio, armamento antisommergibile e spazi molto ridotti.
Eppure, nella notte concitata di Ortona, divenne l’unica possibilità di salvezza per:

  • Re Vittorio Emanuele III

  • Regina Elena

  • Principe Umberto

  • Maresciallo Badoglio

  • Ministri, ufficiali e personale di Stato

Il porto era nel caos:
civili e militari tentavano di salire a bordo, l'ammiraglio De Courten fu costretto a interrompere gli imbarchi quando si raggiunsero i 57 posti scialuppe, e la tensione salì fino a minacce armate.

Alle 01:00 del 10 settembre, la Baionetta lasciò Ortona diretta verso sud.

 

L’agente segreto che salvò l’operazione

Fra le persone imbarcate vi era anche Cecil Richard Mallaby, agente britannico del SOE, con radio e codici.
Fu lui a garantire comunicazioni criptate con gli Alleati, permettendo al convoglio di proseguire senza incidenti nonostante il sorvolo di aerei tedeschi.

In quelle ore, la Baionetta divenne una stazione radio mobile del nuovo governo in esilio.

Perché proprio Ortona?

Ortona, nel settembre 1943, offriva:un porto operativo e lontano dal controllo immediato dei tedeschi, la possibilità di raggiungere rapidamente unità navali amiche, un punto d’imbarco collegato alla fuga da Roma sul versante adriatico.

Da F/b

“Dal porto di Ortona fino alla nave "R. N. Baionetta", il re Vittorio Emanuele fece utilizzare il peschereccio "Dolie" di Vincenzo Diomedi per il solo trasporto dei propri bagagli". 

L'ultimo testimone di questo "trasbordo" fu il Sig. Tommaso D'Antuono”.

 

Il velocissimo incrociatore leggero

SCIPIONE AFRICANO

 

Da lì, la nave poté dirigere verso Brindisi con la scorta dell’incrociatore Scipione Africano e della corvetta Scimitarra.

 

Il percorso della fuga (8–10 settembre 1943)

 

Per rendere chiara e immediata la dinamica degli eventi.

- Roma (8 settembre, sera)

La capitale è indifesa dopo l’annuncio dell’armistizio.

La Corona e il Governo lasciano la città per evitare la cattura da parte tedesca.

- Pescara (9 settembre, pomeriggio)

Breve sosta.

Si imbarcano Badoglio, ministri e ufficiali dello Stato Maggiore.

 

- Ortona (9 settembre, notte)

Imbarco concitato sulla Baionetta.

Salpano 57 persone, tra cui la famiglia reale e Mallaby.

- Navigazione (notte 9–10 settembre)

In acque minacciose, ma senza attacchi.

Il convoglio procede verso sud con la scorta navale.

- Brindisi (10 settembre, ore 16.00)

Sbarco del Re.

 

La città diventa capitale provvisoria del Regno del Sud.

Inizia la cobelligeranza italiana a fianco degli Alleati.

 

Baionetta dopo Baionetta

La nave non concluse la sua storia con il celebre viaggio. Operò con la Marina Cobelligerante, scortò convogli alleati e sopravvisse anche al siluro di un U-Boot tedesco.

 

Nel dopoguerra fu impiegata in:

 

- missioni di rilievo relitti,

- crociere nel Mediterraneo orientale,

- addestramento specialistico,

- importanti ammodernamenti (sonar, radar, armamento).

Fu radiata nel 1972, dopo trent’anni di servizio.

 

Una fuga discussa, ma non unica

La storia ha giudicato in modi opposti l’esodo della monarchia e del governo.

Ma è bene ricordare che, nella stessa guerra, moltissimi capi di Stato fuggirono per guidare dall’estero la resistenza dei propri popoli:

- Re Haakon VII (Norvegia)

- Regina Wilhelmina (Paesi Bassi)

- Governo polacco in esilio

- Edvard Beneš (Cecoslovacchia)

- Re Pietro II (Jugoslavia)

- Charles de Gaulle e la Francia Libera

 

La fuga di Baionetta, dunque, non è un unicum, né necessariamente un atto di codardia: in molti casi, fu l’unica via per evitare il collasso totale dello Stato.

 

CONCLUSIONE

 Ogni nave, nella sua vita, affronta una sola vera prova.
La Baionetta la incontrò in una notte d’Adriatico, quando il suo compito non era più combattere, ma custodire la continuità di un Paese che stava crollando.
Navigò tra silenzi, ordini sommessi e un mare nero come l’inchiostro, mentre sulle sue lamiere si aggrappava l’ultima fragile speranza dell’Italia.

Eppure andò avanti.

Non per gloria, non per potenza, ma perché talvolta anche una piccola nave può portare sulle proprie paratie il peso della Storia.

E la scia che tracciò quella notte :

— tra la paura, il dovere e l’infinito —
non si è mai dissolta.

È la scia che riconosciamo ancora oggi, quando una nave, controvento, trova la forza di tenere la rotta.

 

FINE

 

 

*-  Il radiotelegrafista inglese di Badoglio

di Sergio Lepri

https://www.sergiolepri.it/documenti/storia-italia1943-Il-radiotelegrafista-inglese-di-Badoglio.pdf

- La spia sulla nave del re

di Roberto Barzanti

https://www.toscanalibri.it/scritto-dautore/la-spia-sulla-nave-del-re_1734/

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 11 dicembre 2025