EREMO DI SANT'ANTONIO DI NIASCA - PORTOFINO
EREMO DI SANT’ANTONIO DI NIASCA

La Baia di Paraggi, frazione di Santa Margherita Ligure, si trova tra Santa Margherita Ligure e Portofino, nel contesto del Parco di Portofino, offrendo sentieri panoramici come la "Passeggiata dei Baci" verso Portofino o percorsi escursionistici verso l'Eremo di Niasca. (vedi frecce rosse)


Nel 1089 una terribile epidemia si diffondeva in Europa: “il fuoco infernale” o “il male degli ardenti” in una forma molto violenta: “Consumava le carni del corpo umano e riduceva a morte i pazienti facendoli diventare come carboni (cioè cancrene): gli arti appesi sopra sant’Antonio in numerose raffigurazioni, sono quelli amputati ma che comunque hanno consentito la sopravvivenza)”.
In mancanza di cure efficaci, nel medioevo ci si rivolgeva al santo più idoneo alla fattispecie. E così folle di pellegrini si riversavano davanti alle reliquie di sant’Antonio Abate, noto per le sue straordinarie doti di guaritore, a implorare la guarigione della misteriosa e terribile malattia che da allora si chiamò “FUOCO DI SANT’ANTONIO”.
La fama di sant’Antonio esplode e vengono a lui dedicati molti luoghi di preghiera e anche eremitaggi: tra cui L’EREMO DI SANT’ANTONIO di Niasca.
N.B. nel medioevo essere nei pressi di Portofino (GE), significava essere completamente isolati!!
Sant’Antonio Abate CHI ERA COSTUI?
Nasce a Coma, in Egitto (circa 252-357 d.c., 105 anni a quei tempi! ) nella periferia di un Impero Romano che sta passando tumultuosamente ad un nuovo ordine, in cui il Cristianesimo comincia ad assumere un’importanza determinante.
Il giovane Antonio si converte al Cristianesimo, si libera dei suoi beni e si dedica alle preghiera e alla radicale obbedienza al Vangelo, in un eremo solitario sul monte Pispir in Egitto.
Nonostante tutta la buona volontà, Antonio non riesce a rimanere solo; attirati dalla sua personalità altri eremiti si stabiliscono nelle vicinanze. Antonio così diventa padre (Abbas in ebraico, da cui Abate) dei primi monaci, legati da una regola monastica molto radicale.
Ma la dote SPECIALE E GRAVIDA DI CONSEGUENZE di Antonio è quella taumaturgica; è capace di guarire molte malattie e i pellegrini che cercano un rimedio ai mali del corpo si sommano a quelli che cercano un rimedio ai mali dello spirito.

17 Gennaio 2026



Il nostro pane è fatto da noi all’Eremo con grande cura.
Il pane è pieno di valore simbolico come osserva Massimo Montanari scrivendo: “Poiché non c'è vita senza cibo, il tema della cucina ha un ruolo centrale nella definizione dei rapporti fra tempo 'naturale' e tempo ‘umano’: fra Natura e Cultura. L'uomo che nel bacino mediterraneo impara a fare il pane, mette a frutto qualcosa di naturale come il grano e lo trasforma in un alimento del tutto artificiale come il pane.
Perciò un alimento così apparentemente naturale come il pane può diventare il simbolo non tanto della sintonia col mondo naturale, quanto della capacità dell’uomo di emanciparsi dalla natura”.
Da qui possono nascere molte riflessioni interessanti, ma un eccesso di funzionalità industriale del processo di panificazione ha reso il pane buono (e digeribile) una rarità .…non il nostro.
da "I tempi del cibo" di Massimo Montanari
L'Eremo di Niasca, situato nel Parco di Portofino
è un'antica struttura medievale (probabilmente del XIV secolo) nata come luogo di eremitaggio e preghiera legato all'Abbazia della Cervara. Recuperato negli anni, ha una storia di isolamento e bonifica agricola, trasformandosi in frantoio nell'800 e oggi in luogo di sosta e accoglienza ispirato alla sobrietà.
Ecco i dettagli salienti della storia e origini dell'Eremo di Niasca:
Origini Medievali: Fondato presumibilmente intorno al 1300, era abitato da eremiti (spesso uno o tre) legati all'Abbazia della Cervara, che vi dimoravano per meditazione.
Ruolo Agricolo: Gli eremiti contribuirono a bonificare l'area coltivandola. Nel 1348, documenti citano la presenza di un priore, Frate Andrea, che gestiva i beni della chiesa, inclusi olio e attrezzi da pesca.
Transformazione e Proprietà: Nel 1798 fu soppresso da Napoleone e venduto nel 1802 ad Agostino Molfino. Tra gli anni '30 e '60 del '900, il barone Baratta lo ristrutturò, trasformandolo in un'azienda agricola con frantoio.
Riscoperta Recente: Nel 1980, la famiglia Piaggio ha donato la struttura al Comune di Portofino. Recentemente recuperato, l'eremo è ora un luogo di ospitalità eco-sostenibile gestito all'interno del Parco, offrendo ristoro e pernottamento con uno stile semplice e in armonia con la natura.
La cucina: L'approccio alla cucina attuale si ispira al concetto di "Strettissimo Magro" di padre Delle Piane, valorizzando i prodotti naturali del territorio.
L'edificio attuale conserva ancora le tracce della sua storia, come le macine e i torchi dell'antico frantoio.
APPROFONDIMENTO
Origini e Storia
Fondazione (XIV secolo):
Le prime attestazioni storiche del 1317 identificano il sito come un insediamento eremitico. La scelta del luogo fu dettata dalla presenza fondamentale di fonti d'acqua, con un torrente e una sorgente situati a pochi metri dalla struttura.
Architettura e Funzione:
L'eremo è dedicato a Sant'Antonio Abate, patrono dei contadini e degli animali. In passato, il complesso fungeva anche da centro produttivo per la comunità locale; i resti di antiche macine testimoniano la lavorazione di olive e castagne.
Il giudizio storico:
Nel 1915, il barone Alfons von Mumm descrisse la valletta di Niasca come il luogo più adatto immaginabile per un eremitaggio nel suo libro fotografico sulla sua dimora ligure.
L'Eremo Oggi
Attualmente, la struttura è stata recuperata e trasformata in un rifugio escursionistico e punto di ristoro all'interno del Parco di Portofino.
Posizione:
Località Sant'Antonio, 1, Portofino (GE).
Progetto Green:
L'attuale gestione promuove un turismo sostenibile, focalizzato sul recupero delle tradizioni contadine e sulla salvaguardia del territorio attraverso progetti come "AQUAE" per la gestione dei paesaggi terrazzati.
Esperienza:
Per annunciare il proprio arrivo, i visitatori utilizzano ancora una tradizionale campanella posta all'ingresso.
Vuoi conoscere i sentieri migliori per raggiungere l'eremo partendo da Paraggi o da San Fruttuoso?











Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 7 Maggio 2026
BENTORNATO VECCHIO POLPO!
BENTORNATO VECCHIO POLPO
Dopo otto anni di attesa, Rapallo ritrova uno dei suoi simboli più amati

Rapallo, Anni ’20: Il Castello, l’Aiuola e la Pensione

1954- IL POLPO, UNO DEI SIMBOLI DELLA CITTÀ DI RAPALLO, LA PIÙ CONOSCIUTA DELLE OPERE DELL'ARTISTA DI RAPALLO ITALO PRIMI, RITORNA IN PIAZZA PASTENE.

Italo Primi: l’artista del mare e della sua terra
Italo Primi, nato a Rapallo il 20 settembre 1903, è stato uno scultore, pittore e creatore di forme e oggetti, un artista completo e profondamente legato alla sua città.
Uomo umile, riservato e instancabile ricercatore, ha lavorato con passione su materiali diversi — pietra, marmo, bronzo, legno, ferro e ceramica — lasciando a Rapallo opere che ancora oggi raccontano la sua sensibilità artistica.
Tra queste ricordiamo:
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il Polpo, simbolo della città
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i portali bronzei del Santuario di Nostra Signora di Montallegro
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il bassorilievo di San Sebastiano all’Oratorio dei Bianchi
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il battistero della Basilica dei Santi Gervasio e Protasio
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il grande camino di Villa Devoto
Durante la Seconda guerra mondiale, sfollato ad Allegrezze, dedicò il suo tempo alla cura artistica della chiesa locale, riportando alla luce preziosi elementi architettonici e offrendo la sua opera con spirito di servizio e passione.
Un artista vero, legato alla sua terra e al suo mare.
Un ritorno tanto atteso
Dopo una lunga navigazione fatta di cantieri, restauri e pazienza, il nostro vecchio compagno di piazza è finalmente tornato al suo posto.
Sì, proprio lui: il Polpo, uno dei simboli più amati di Rapallo, la più conosciuta delle opere dell’artista rapallese Italo Primi, è tornato a respirare l’aria salmastra davanti al mare che lo ha visto nascere.
Otto anni sono lunghi… soprattutto per un polpo abituato a stare nella sua tana, a guardare il via vai delle barche, ad ascoltare le voci dei bambini e le chiacchiere dei pescatori.
Qualcuno, scherzando, ha detto che nel frattempo avrà imparato a contare i giorni con le ventose. Ma ora è tornato. E sembra quasi sorridere.
Il Polpo: più di una statua
Per chi non lo sapesse, il monumento al Polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954, è molto più di una semplice scultura.
È un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva.
Per generazioni di rapallesi, dire “ci vediamo al Polpo” è stato come dire “ci incontriamo a casa”.
Un punto di riferimento, un luogo di ritrovo, una presenza familiare nel paesaggio urbano.
Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il Polpo è tornato a essere quello che è sempre stato: un’icona amata, un amico silenzioso, un guardiano del lungomare.
Un piccolo identikit del nostro protagonista
Il polpo, quello vero — Octopus vulgaris — è un mollusco cefalopode intelligente, curioso e abilissimo nel mimetismo.
Ha otto tentacoli, due file di ventose e una capacità straordinaria di adattarsi all’ambiente.
In fondo, anche il nostro Polpo di bronzo ha dimostrato qualcosa di simile:
ha resistito al tempo, ai lavori, alle polemiche e alle attese… e alla fine è tornato al suo posto, come fanno i veri marinai dopo una lunga traversata.
Una storia lunga più di settant’anni
La fontana del Polpo fu realizzata nel 1954 e collocata davanti al Castello sul mare, nella piazza dedicata al navigatore Giovanni Battista Pastene.
Attorno alla scultura centrale si trovavano circa 28 conchiglie in bronzo, che spruzzavano acqua creando un insieme armonioso e vivace.
Nel tempo, il Polpo è diventato un punto di incontro per residenti e turisti, un simbolo affettivo che ha accompagnato la vita quotidiana della città.
Poi sono arrivati i lavori sul lungomare, il restauro, l’attesa.
E per otto anni il nostro Polpo è rimasto lontano dalla sua casa, al centro di discussioni, speranze e un pizzico di nostalgia.
Segno evidente di quanto i rapallesi gli vogliano bene.
Il ritorno

Il grande giorno è finalmente arrivato.
Il Polpo è tornato a vedere il mare, a sentire il vento, a osservare il Castello — il suo vecchio vicino di sempre.
Certo, per ora è ancora un po’ “ingabbiato”, protetto come un tesoro in fase di sistemazione.
Ma già si percepisce la sua presenza, familiare e rassicurante.
Come un vecchio marinaio che, dopo una lunga assenza, rientra in porto e ritrova la sua banchina.
Un doveroso chiarimento per i non rapallesi
La storia del Polpo di Rapallo non nasce da una leggenda antica, ma da un’opera d’arte del Novecento.
Diversa, ad esempio, dalla famosa leggenda del Polpo Campanaro di Tellaro, dove si racconta che un polpo gigante avrebbe suonato le campane per avvertire la popolazione dell’arrivo dei pirati.
A Rapallo, invece, il nostro Polpo non suona campane…ma da oltre settant’anni fa battere il cuore dei rapallesi.
Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.
Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.
E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:
Ben tornato vecchio Amico
Per chi non lo sapesse, il monumento al polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954 di Italo Primi, è un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva. Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il "Polpo" è percepito come un'icona amata e un elemento distintivo del paesaggio urbano.
ALBUM FOTOGRAFICO
Rapallo: prove tecniche per la nuova fontana, il ritorno del Polpo

Il ritorno del Polpo e l’abbraccio al Castello, altro simbolo cittadino
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Il polpo (Octopus vulgaris) è un mollusco cefalopode appartenente alla famiglia Octopodidae. È privo di conchiglia (esoscheletro), possiede otto tentacoli con due file di ventose e si caratterizza per l'alta intelligenza, la capacità di mimetismo e l'uso dell'inchiostro per difendersi.







CARLO BAGNASCO
Ex Sindaco di Rapallo
"Oggi a Rapallo torna al suo posto la statua del Polpo"
“Non è solo una ricollocazione: è la conclusione di un percorso lungo, complesso, spesso pieno di ostacoli.
Un progetto che avevamo avviato anni fa, quando ero sindaco, e che non è stato semplice portare a termine. Ci sono stati ritardi, difficoltà, momenti di confronto anche acceso. So bene che questo sarà un risultato divisivo per qualcuno. Ma amministrare significa anche prendersi la responsabilità di andare fino in fondo, quando si crede in ciò che si è iniziato.
Oggi voglio rivendicare, con chiarezza, il lavoro fatto. Un lavoro portato avanti insieme all’assessore ai lavori pubblici Filippo Lasinio, con determinazione e senso di responsabilità.
È stato un percorso difficile, ma oggi si chiude con orgoglio. E, sì, anche con felicità. Bentornato!"
lI grande giorno è avvenuto. A Rapallo si sta sistemando il Polpo opera in bronzo dello scultore Italo Primi nella sua nuova casa sul lungomare di Rapallo. Nella foto il simbolico abbraccio del Polpo al Castello, due simboli della città.
DOVE’ OGGI ?
IL POLPO DI RAPALLO RIVEDE IL MARE
Ma è ancora ingabbiato ....


UN PO’ DI STORIA
La Fontana del Polpo
COM’ERA – DOV’ERA
1954
La famosa fontana del Polpo di Rapallo, opera in bronzo dello scultore Italo Primi collocata nel 1954, è un simbolo storico e punto d'incontro del lungomare, situata in piazza G.B. Pastene di fronte all'antico Castello. Dopo anni di restauro legati a lavori di riqualificazione, la scultura è stata riposizionata nel 2026, confermando il suo legame con l'identità locale.



La fontana, amata dai residenti è conosciuta da tutti i rapallesi semplicemente come "PIAZZA DEL POLPO". La statua è diventata un punto di ritrovo iconico per generazioni di residenti e turisti.
L'opera originale comprendeva la scultura centrale del polpo circondata da circa 28 conchiglie in bronzo che fungevano da ugelli per i zampilli l'acqua creando un insieme artistico armonioso.
Il suo Significato Culturale rappresenta non solo un elemento decorativo, ma un punto di riferimento sociale e affettivo per generazioni di rapallesi e turisti.
Dopo un lungo cantiere che ha interessato la zona del lungomare e la sostituzione della soletta, il polpo è stato oggetto di restauro e riposizionato per tornare a essere un'icona del panorama cittadino.
IL POLPO è rimasto lontano dalla sua sede storica per circa otto anni a causa dei lunghi lavori di rifacimento del lungomare e della copertura del torrente San Francesco portando l’opera di Italo Primi al centro di animati dibattiti in città mostrando un sentito attaccamento della cittadinanza a questo iconico simbolo marinaro.
Proprio in questi giorni la scultura è stata finalmente riposizionata sul lungomare e l suo ritorno è stato celebrato come il recupero di un pezzo fondamentale dell'identità cittadina.
LA LEGGENDA DEL POLPO CAMPANARO
YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=P19x1njz8tE
Nel cuore della Liguria, tra scogliere e mare, si nasconde una leggenda che ha attraversato i secoli quella del polpo che avrebbe salvato il borgo di Tellaro da un attacco di pirati.
Una storia sospesa tra mito e realtà, dove il campanile della chiesa di San Giorgio, la tempesta, e un misterioso suono di campane si intrecciano in un racconto che ancora oggi definisce l’identità del borgo. Non sappiamo cosa sia successo davvero quella notte, ma il simbolo del polpo è rimasto, scolpito nella memoria e nei vessilli di Tellaro. Un viaggio tra storia, mare e meraviglia.
CONCLUSIONE
Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.
Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.
E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:
“Ben tornato vecchio Amico”
Ora sei tornato al tuo posto, con le ventose ben salde alla tua roccia.
E mentre guardi il mare, sembra proprio che tu voglia dirci che ogni viaggio, prima o poi, finisce sempre nel porto di casa.
Mare Nostrum Rapallo
GUERRA E PACE…. AD ALLEGREZZE
https://www.marenostrumrapallo.it/la-guerra-e-pace-di-allegrezze/
Carlo GATTI
IL POLPO DI RAPALLO CE LO SIAMO IMMAGINATI ?
https://www.marenostrumrapallo.it/il-polpo-di-rapallo-ce-lo-siamo-immaginati/
Leonardo D’ESTE
Carlo GATTI
Rapallo, 23.Aprile 2026
I PORTICI DELLA NOSTRA RIVIERA - Una tradizione millenaria
I PORTICI DELLA NOSTRA RIVIERA
Una tradizione millenaria

PIAZZA FELICE
Uno storico porticato di Chiavari
Ci sono luoghi dove il tempo non passa davvero: cambia veste, cambia rumore, ma resta lì, nascosto tra le pietre.
I portici italiani sono uno di questi luoghi. Oggi li attraversiamo distrattamente, riparandoci dal sole o dalla pioggia, sostando davanti a una vetrina, entrando in un caffè, passeggiando senza fretta. Eppure, in molte città della nostra costa, soprattutto in Liguria, quei portici raccontano una storia molto più antica: una storia di mare, di commerci, di gozzi tirati in secco, di reti stese ad asciugare, di uomini che vivevano ogni giorno sul confine sottile tra la terraferma e l’acqua.
Nel corso dei secoli la linea del mare è cambiata. In alcuni punti il litorale si è spostato, in altri la terra ha lentamente guadagnato spazio. Fiumi, detriti, alluvioni, trasformazioni naturali e interventi dell’uomo hanno modificato l’aspetto delle coste. Così è accaduto che approdi antichi, piccoli scali e zone un tempo lambite dall’acqua siano diventati parte integrante dei centri storici.
Per questo oggi, in molti borghi marinari, camminiamo dove un tempo si navigava.
Ed è una sensazione quasi incredibile pensare che proprio sotto certi portici, lungo facciate consumate dal tempo, accanto a colonne di pietra e d’ardesia, il mare arrivasse fin quasi alle case.
La memoria del mare scritta nei muri
In diversi centri storici liguri — da Genova a Chiavari, da Rapallo a Camogli, fino ad altri borghi della Riviera — si possono ancora notare anelli di ferro murati nei pilastri, nelle pareti o nelle facciate degli edifici più antichi.
A uno sguardo distratto sembrano particolari senza importanza. Ma a chi ama il mare, parlano subito. Sono tracce di una Liguria operosa, concreta, marinara. In molti casi servivano per fissare imbarcazioni leggere, mettere in sicurezza i gozzi, sostenere attrezzi, reti o merci. Erano strumenti di lavoro, non ornamenti.
Oggi quei ferri corrosi dalla salsedine e dal tempo sono rimasti come memoria silenziosa di un passato in cui il mare non era uno sfondo, ma un vicino di casa.
Sono piccoli segni, ma preziosi: raccontano la vita quotidiana dei pescatori, dei mercanti, delle famiglie che vivevano in un rapporto continuo con il porto, con la spiaggia, con le mareggiate, con il ritmo delle stagioni.
Sottoripa: dove Genova parlava con l’acqua
A Genova, uno degli esempi più affascinanti è quello di Sottoripa.


Oggi è una fascia vivace, popolare, piena di voci, colori e odori. Ma un tempo quel luogo era molto più vicino al mare di quanto possiamo immaginare. I portici di Sottoripa non erano soltanto un riparo o un passaggio: erano una vera soglia tra la città e il porto. Lì si caricava, si scaricava, si commerciava, si lavorava.
Il nome stesso conserva questa memoria: uno spazio costruito “sotto la riva”, a diretto contatto con l’acqua.
Sotto quelle arcate passava la vita della Superba, e ancora oggi, osservando bene, si possono leggere i segni di quel rapporto così stretto tra pietra e mare. È una Genova che non si limitava a guardare il porto: ci viveva dentro.
CHIAVARI: I PORTICI COME ANIMA DELLA CITTA'
Chiavari è forse una delle città dove il portico si mostra nella sua forma più elegante e più viva.
Camminare nel centro storico, tra via Rivarola e il caruggio, significa entrare in una continuità architettonica rara: archi, colonne, botteghe, luci, ombre, passi. Tutto invita al passeggio, alla sosta, all’incontro. È un luogo che accoglie, che protegge, che accompagna.
Ma sotto questa armonia si avverte ancora la memoria del borgo marinaro.



Catena da ormeggio con vari accessori
Quando il mare era più vicino al centro abitato e la costa meno protetta di oggi, quei portici rappresentavano anche un riparo concreto nei giorni difficili. Durante le mareggiate, i pescatori cercavano sicurezza per le loro barche e per gli strumenti del mestiere. E quegli anelli di ferro, murati nelle strutture antiche, ci ricordano che qui la vita urbana e quella marinara sono state a lungo una cosa sola.
Chiavari non è soltanto la città dei portici: è una città in cui i portici hanno custodito la storia, il commercio, la fatica e l’identità di una comunità.
ALBUM FOTOGRAFICO
CHIAVARI








I PORTICI DI RAPALLO
E' sempre piacevole passeggiare nel piccolo centro storico di Rapallo, completamente pedonale costituito da strette vie disposte in parallelo e perpendicolare, caratteristiche piazzette e bei palazzi con le facciate decorate. Durante il periodo natalizio è ancora piu' bello in quanto adornato da bellissime luminarie e vetrine scintillanti, ed è piacevole curiosare tra i vari negozi e le botteghe di prodotti gastronomici locali. Nel 1600 Rapallo era definito un "borgo murato", in quanto costituito da case strette le une alle altre con 5 porte di accesso strette tra i palazzi, in modo da formare una sorta di cinta muraria difensiva, caratteristica molto comune nei borghi liguri.

Il cuore antico e il ricordo della marina
Anche Rapallo conserva, tra i suoi caruggi e le sue case alte, il segno di un antico dialogo con il mare.
Oggi il centro storico è il regno del passeggio, delle botteghe, delle vetrine, dei caffè, della vita cittadina che scorre piacevole tra vicoli e piazzette. Ma dietro questa immagine elegante e accogliente si avverte ancora il respiro della vecchia marina.
In passato il mare interagiva molto più da vicino con il tessuto urbano. Le strutture porticate non erano solo un abbellimento: offrivano protezione, riparo, spazi utili per custodire reti, attrezzi e, quando necessario, anche le barche tratte in salvo dalla furia delle onde.
Rapallo, come Chiavari e altri centri del Levante, ha imparato nei secoli a convivere con un mare bellissimo ma severo. E i portici raccontano proprio questo: non soltanto il gusto della bellezza, ma anche l’intelligenza pratica di chi ha costruito per vivere accanto all’acqua.
ALBUM FOTOGRAFICO
RAPALLO
Dedalo di viuzze
Bellissimo il centro pedonalizzato, tante vie strette con i palazzi che si fronteggiano a pochi metri di distanza, botteghe, portici e tante focaccerie con profumi inebrianti.





I ponticelli o archetti che collegano le facciate dei palazzi nei caruggi, specialmente in Liguria, sono chiamati ARCHI DI SBATACCHIO o archi di contrasto. Servivano principalmente a rinforzare strutturalmente gli edifici, impedendo che le pareti si aprissero o collassassero verso l'esterno, specialmente in vicoli stretti e in zone ad alto rischio.




SANTA MARGHERITA LIGURE
CORTE

I borghi liguri dove le barche stavano sotto casa
In molti piccoli paesi della Riviera questa vicinanza tra abitazioni e mare era ancora più evidente.
I PORTICI DI CAMOGLI




A Camogli, a Noli, a Varigotti, a Boccadasse, le case si affacciavano quasi direttamente sulla spiaggia. I piani bassi, i porticati, gli spazi aperti lungo i carruggi diventavano luoghi di ricovero per i gozzi, per le reti, per gli attrezzi da pesca. Nulla era separato: la casa, il lavoro, il borgo, il mare facevano parte di un unico respiro.
Erano architetture nate dalla necessità, ma anche da una sapienza antica: quella di chi conosceva il mare non dai libri, ma dal vento, dalle nuvole, dal colore dell’orizzonte.
Ed è forse proprio questa semplicità funzionale a renderle oggi così belle ai nostri occhi.
ABBAZIA DI SAN FRUTTUOSO DI CAMOGLI
la pietra, la baia e il silenzio
Tra i luoghi più suggestivi della costa ligure, l’Abbazia di San Fruttuoso occupa un posto speciale.
Chi arriva dal mare la vede apparire come una visione raccolta tra roccia, bosco e acqua. Ma ciò che oggi appare come una baia quieta e armoniosa, in passato aveva un rapporto ancora più diretto con il mare. Le arcate inferiori dell’abbazia si affacciavano quasi sull’acqua e offrivano riparo alle barche dei pescatori e alle reti.
Era un luogo di fede, certo, ma anche un luogo profondamente legato alla vita della baia, ai piccoli approdi, ai navigli che vi trovavano sosta.
A San Fruttuoso, più che altrove, si comprende come in Liguria il mare non sia mai stato solo paesaggio: è stato presenza, lavoro, rifugio, destino.
ALBUM FOTOGRAFICO
Alla fine del secolo scorso così si presentava l'Abbazia di San Fruttuoso ai pochi navigli che vi facevano scalo.
L'edificio era interamente occupato dai pescatori del borgo che ne avevano fatto la loro abitazione.
La spiaggia, un tempo cortissima, arrivava fin sotto le arcate dell'Abbazia.
Ora è più grande ed il suo livello giunge a metà delle arcate.





Perché i portici parlano ancora a tutti noi
Il fascino dei portici italiani non sta soltanto nella loro bellezza architettonica. Sta nel fatto che sono rimasti luoghi vivi.
Proteggono dal sole e dalla pioggia, invitano al passo lento, accolgono il commercio, il dialogo, la sosta. Sono spazi umani, prima ancora che monumentali. In Italia, e specialmente nelle città storiche, il portico non è mai stato soltanto decorazione: è stato un modo intelligente e civile di abitare il mondo.
Per questo ancora oggi ci piacciono tanto. Perché sotto i portici ci sentiamo accompagnati. Riparati. Quasi custoditi.
E nei portici liguri, più che altrove, si aggiunge qualcosa in più: la voce del mare.
Conclusione
I portici restano fermi, ma dentro le loro pietre continua a muoversi la memoria del mare.
Forse è proprio questo che rende così speciali i portici delle nostre città: il fatto che non siano soltanto pietra, archi e colonne, ma memoria abitata.
Ogni anello di ferro rimasto nel muro, ogni colonna segnata dal tempo, ogni ombra che cade sotto un’arcata racconta una storia di uomini di mare, di attese, di lavoro, di partenze e di ritorni.
Camminando oggi sotto quei portici, il turista vede bellezza. Il cittadino riconosce la sua città. Ma chi possiede nel cuore anche solo un poco di anima marinara, sente qualcosa di più.
Sente che lì, tra quelle pietre, il mare non se n’è mai andato davvero.
È rimasto in silenzio, nascosto nel ferro consumato, nel sale che il tempo non cancella, nella voce antica dei borghi.
E allora il portico non è più soltanto un passaggio coperto: diventa una piccola banchina della memoria, dove la terra e il mare continuano, ancora oggi, a salutarsi.
Carlo GATTI
Rapallo, 9 Aprile 2026
L'ISOLA DI PASQUA - Quando la Resurrezione incontrò gli antipodi del mondo
L’ISOLA DI PASQUA
Quando la Resurrezione incontrò gli antipodi del mondo

Isola di Pasqua - (Easter Island)


Jacob Roggeveen
Middelburg (Paesi Bassi)
(1.2.1659 – 31.1.1729)
Scoprì nel 1722 numerose isole, tra cui la Samoa, l'isola di Pasqua e altre minori. Il giorno di Pasqua del 1722 Roggeveen fu il primo europeo ad approdare sull’isola di Rapa Nui, nel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale. Per celebrare la scoperta, battezzò il luogo col nome di “Isola di Pasqua” e diede il via a un lungo periodo di spedizioni ed esplorazioni. Esplorò inoltre per primo le coste delle isole Salomone e della Nuova Guinea ancora sconosciute e giunse a Batavia. Lì venne arrestato per aver violato il monopolio della Compagnia olandese delle Indie orientali e le sue navi furono confiscate. Dopo una lunga causa nei Paesi Bassi, la Compagnia olandese delle Indie orientali fu poi costretta a risarcirlo per le perdite subite e a pagare il suo equipaggio.
Il 5 aprile 1722, giorno di Domenica di Pasqua, l’esploratore olandese Jacob Roggeveen avvistò una terra sconosciuta nel mezzo dell’immenso Oceano Pacifico.
Era un’isola remota, lontanissima da ogni continente, che sembrava emergere dal nulla, come un segno misterioso tra cielo e mare.
Quella terra fu chiamata Isola di Pasqua, proprio perché scoperta nel giorno in cui il mondo cristiano celebrava la Resurrezione di Cristo.
Da allora, quel nome è rimasto come una traccia indelebile nella geografia e nella storia, unendo la fede cristiana alle rotte della navigazione.
Per la gente di mare, questa coincidenza non è soltanto una curiosità storica.
È quasi una metafora della nostra vita: “mentre l’umanità celebrava la vittoria della vita sulla morte in Gerusalemme, nello stesso giorno, agli antipodi del mondo conosciuto, una nave scopriva una nuova terra”.
Come se la Pasqua avesse voluto dire a tutti gli uomini — vicini e lontani — che lasperanza non ha confini e che la luce della Resurrezione raggiunge ogni porto, anche il più remoto.
Thor Heyerdahl, uno dei più noti archeologi a condurre ricerche negli anni cinquanta sull’Isola di Pasqua.
Una festa che abbraccia tutto il mondo

Quando pensiamo alla Pasqua, spesso immaginiamo i luoghi della Terra Santa, le strade di Gerusalemme, il sepolcro vuoto e l’alba della Resurrezione.
Ma la scoperta dell’Isola di Pasqua ci ricorda che quella festa non appartiene a un solo popolo o a una sola terra.
È una festa universale, come il mare. Il mare, infatti, non divide: unisce. Le sue rotte collegano continenti, culture e speranze, e ogni navigatore sa che, anche quando si trova in mezzo all’oceano, non è mai davvero solo.
Così è la Pasqua: una luce che si accende nello stesso giorno su tutte le coste del mondo, dalle rive del Mediterraneo fino agli scogli lontani del Pacifico.
Un pensiero per i marinai e i naviganti
Per la gente di mare la Pasqua ha un significato speciale: è la festa della ripartenza, del viaggio che continua dopo la tempesta, della vita che rinasce dopo ogni notte difficile.
La scoperta dell’Isola di Pasqua, avvenuta proprio in quel giorno, sembra quasi un messaggio affidato ai naviganti di ogni epoca:
- che ogni rotta, anche la più incerta, può condurre a una terra nuova;
- che ogni alba sul mare porta con sé una promessa;
- che la speranza, come una stella polare, non smette mai di guidarci.
Mentre le nostre navi entrano ed escono dal porto e le stagioni continuano a cambiare, la Pasqua ci ricorda che ogni viaggio ha un approdo e ogni notte ha la sua aurora.
Quel lontano 5 aprile 1722, agli antipodi del mondo, una nave scoprì una nuova terra proprio nel giorno della Resurrezione. Da allora sappiamo che la Pasqua non è soltanto una data sul calendario, ma un orizzonte aperto davanti a noi.
E come ogni buon navigante sa, quando all’orizzonte compare una luce, non è mai la fine del viaggio, ma l’inizio di una rotta sicura.
Fratelli di mare e di porto, in questo tempo di radar, satelliti e rotte tracciate al computer, la navigazione sembra più sicura e precisa che mai. Eppure, nel silenzio dell’alba o nella notte lunga di una guardia in plancia, ciascuno di noi sa che esiste ancora una bussola più antica di ogni tecnologia.
È la bussola della fede

Quella che non indica soltanto il nord, ma ci ricorda la direzione della speranza, della fiducia e della vita che rinasce.
La Pasqua, celebrata nello stesso giorno in cui una nave scoprì un’isola sconosciuta agli antipodi del mondo, continua a dirci che Cristo è vivo ovunque: sulle coste vicine e su quelle lontane, nei porti affollati e negli oceani solitari, nel cuore di ogni uomo che alza lo sguardo verso l’orizzonte.
E così, anche oggi, mentre il mondo corre veloce e la tecnologia avanza, la vecchia bussola di bordo resta sempre la stessa: Cristo vivo, presente in ogni parte del mondo, guida sicura per chi naviga nella vita e nel mare.
Fratelli di mare e di porto, mentre le nostre navi continuano a solcare rotte antiche e nuove, e mentre il mondo cambia con una velocità che spesso ci sorprende, resta immutata una certezza: la fede è ancora la nostra bussola più sicura.
Come quel lontano giorno di Pasqua del 1722, quando una nave scoprì un’isola sperduta nel cuore del Pacifico, anche oggi la luce della Resurrezione raggiunge ogni angolo della terra, ogni porto e ogni uomo che guarda l’orizzonte con speranza.
E allora, da marinai e navigatori, con lo sguardo rivolto al mare aperto e il cuore colmo di fiducia, rivolgiamo a tutti — vicini e lontani, su ogni costa del mondo — i nostri più sinceri
AUGURI DI PASQUA… OCEANICI!
Auguri larghi come il mare, profondi come gli oceani, e luminosi come l’alba che ogni giorno rinasce sull’orizzonte.
Che la rotta della vita sia sempre serena, che i venti siano favorevoli, e che la speranza accompagni ogni navigazione.
Cari amici-soci, vi abbiamo fatto fare il giro del mondo in pochi minuti, dalle acque della Terra Santa fino agli oceani lontani dell’Isola di Pasqua.
Siamo un grande equipaggio. Non navighiamo tutti sulla stessa nave, ma sullo stesso mare. Condividiamo la stessa rotta, la stessa speranza e la stessa fiducia in quella bussola che non tradisce mai.
Un grande equipaggio continua a esistere anche quando cambiano i Comandanti, perché ciò che lo tiene unito non è l’autorità, ma la fraternità di mare. Il segreto di un buon Comandante non è soltanto guidare la nave, ma creare l’armonia tra quelle mura di ferro, perché non diventino una prigione, ma una casa per il suo equipaggio.
Gino Paoli avrebbe detto di noi:
Eravamo quattro amici al bar, oggi siamo molti di più sul ponte. Non vogliamo cambiare il mondo, ma tenerlo unito con l’amicizia, come un equipaggio che naviga nella stessa direzione.
Forse i grandi uomini come G.P. non se ne vanno davvero. Cambiano solo porto. E continuano a cantare, da qualche parte, mentre noi restiamo qui a tenere la rotta.
ALBUM FOTOGRAFICO

I “guardiani” dell’Isola

Vista Panoramica

Una linea di Moai

Moai Rano Raraku

L'Aeroporto di Mataveri sull'isola di Pasqua

Il cratere di Rano Kau
Carlo GATTI
Rapallo, 23 Marzo 2026
BOUGANVILLE - IL FIORE DELLA PRIMAVERA
BOUGANVILLE
IL FIORE DELLA PRIMAVERA


La bougaville, eleganza rampicante
YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=-kjvI-DoyAk
La bouganville
Oltre al nome, questa pianta è famosa per una particolarità botanica: quelli che comunemente chiamiamo "fiori" dai colori vivaci (viola, fucsia, arancio) sono in realtà brattee, ovvero foglie modificate. I fiori veri e propri sono i minuscoli tubicini bianchi o gialli che si trovano all'interno delle brattee.
La bouganville deve il suo nome a Louis Antoine de Bouganville (1729-1811), l’esploratore e navigatore francese che per primo portò questa pianta dal Brasile in Europa nella seconda metà del XVIII secolo.
La scoperta avvenne durante una spedizione botanica in Sud America, spesso attribuita al naturalista della spedizione, Philibert Commerçon, che decise di dedicare la pianta al suo amico e comandante, Louis Antoine de Bougainville il quale la introdusse in Europa, dove divenne popolare per la sua spettacolare fioritura.
Pertanto, il nome scientifico Bougainvillea celebra direttamente l'ammiraglio ed esploratore francese che guidò la prima circumnavigazione del globo autorizzata dal governo francese tra il 1766 e il 1769.
Curiosità legata alla scoperta:
Si narra che la vera scoperta avvenne grazie a Jeanne Baret, l'assistente (e amante) di Commerson, che si era travestita da uomo per poter partecipare alla spedizione vietata alle donne. Sarebbe stata lei la prima a individuare la pianta durante una sosta a Rio de Janeiro.

In molti paesi sudamericani la bouganville è considerata la pianta del benvenuto
LOUIS ANTOINE DE BOUGANVILLE
https://it.wikipedia.org/wiki/Louis-Antoine_de_Bougainville

Nascita Parigi, 12 novembre 1729
Morte Parigi, 31 agosto 1811
Dati militari:
Grado generale e ammiraglio francese
Guerre Guerra franco-indiana
Guerra dei sette anni
Guerra d'indipendenza americana
Battaglie Battaglia di Chesapeake
Battaglia delle Saintes
Louis Antoine de Bougainville (1729–1811) è stato un celebre navigatore ed esploratore francese, noto principalmente per aver guidato la prima spedizione francese di circumnavigazione del globo tra il 1766 e il 1769.

La fregata La Boudeuse, con cui Bougainville compì la circumnavigazione terrestre
Data di partenza |
15 novembre 1766 |
Luogo di partenza |
Nantes |
Data di ritorno |
16 marzo 1769 |
Luogo di ritorno |
St. Malo |
Principali terre scoperte o esplorate da Bouganville



- Tahiti: Sebbene non sia stato il primo europeo in assoluto a vederla, Bougainville la raggiunse nel 1768, battezzandola "Nuova Citera" e descrivendola con entusiasmo nel suo diario di viaggio.

- Arcipelago delle Tuamotu: Scoprì diverse isole di questo vasto arcipelago polinesiano durante la sua traversata del Pacifico
- Isole Samoa: Esplorò parte dell'arcipelago durante il suo viaggio nel Pacifico che chiamò "Isole dei Navigatori" per l'abilità dimostrata dagli indigeni nelle loro canoe.


- Isole Salomone: Riscoprì questo arcipelago (già avvistato dagli spagnoli nel XVI secolo ma poi "perduto" dalle carte) e diede il suo nome alla più grande di esse, l'Isola di Bougainville. Fu il primo europeo a visitare diverse isole di questo arcipelago.
- Isole del Mar dei Coralli e Nuove Ebridi: Navigò in queste zone, arrivando quasi a scoprire la costa orientale dell'Australia, ma fu costretto a virare verso nord a causa della Grande Barriera Corallina.
- Nuove Ebridi (oggi Vanuatu): Esplorò diverse isole di questo gruppo.
- Bougainville (isola): L'isola più grande delle Salomone porta oggi il suo nome, in onore alla sua esplorazione della zona.
- Isole Falkland (Malvine): Nel 1764 fondò il primo insediamento stabile a Port Louis, prima che la colonia fosse ceduta alla Spagna per ragioni diplomatiche.
- Arcipelago delle Louisiade: Esplorò le coste della Nuova Guinea e scoprì questo arcipelago.
Il Voyage autour du monde
Nel 1771 Bougainville pubblicò il suo Voyage autour du monde in cui, descrivendo Tahiti, la presentò come una sorta di paradiso terrestre dove uomini e donne vivevano in una felice innocenza, lontani dalla civiltà corrotta, dando così un potente avallo alle teorie sul "buon selvaggio" diffuse dalla filosofia romantica, in particolare da Jean-Jacques Rousseau, prima della Rivoluzione francese.
Voltaire si mise a studiare il tahitiano, rimpiangendo di non potersi imbarcare per quelle isole a causa dell'età, e Denis Diderot scrisse addirittura un Supplément au voyage de Bougainville in cui, esaltando i costumi della Nuova Citera, criticava severamente lo stile di vita europeo. Del libro si parlò anche e a lungo a Berlino, alla corte prussiana, e Caterina II di Russia si ripromise di prendere come ammiraglio il principe Charles de Nassau-Siegen, uno dei protagonisti dell'avventura.
Una magnifica sorpresa finale....

Jeanne Baret fu la straordinaria assistente del naturalista Philibert Commerson che, travestita da uomo con il nome di “Jean”, riuscì a imbarcarsi nella spedizione di Louis Antoine de Bougainville, diventando di fatto la prima donna a compiere il giro del mondo.
Ritratto di Jeanne Baret vestita da marinaio risalente al 1817, dopo la morte
C’era una volta, su un veliero che inseguiva l’orizzonte, un segreto custodito tra vele gonfie di vento e silenzi trattenuti.
Era il tempo delle grandi esplorazioni, quando il mare non era solo una via, ma una promessa. A bordo della nave BOUDEUSE, parte della spedizione che avrebbe circumnavigato il globo, viaggiava un giovane assistente di botanica: taciturno, instancabile, sempre accanto al suo maestro, intento a raccogliere foglie, fiori, semi sconosciuti.
Nessuno sapeva, o forse pochi osavano sapere, che quel giovane non era ciò che sembrava.
Sotto abiti maschili e gesti misurati si nascondeva una donna.
Si chiamava Jeanne.
Aveva scelto il mare non per sfida, ma per fedeltà: al sapere, alla vita, e forse anche all’amore. Per seguire il botanico che stimava e amava, accettò di rinunciare al proprio nome, alla propria identità, pur di salire su quella nave da cui le donne erano escluse.
E così, giorno dopo giorno, attraversò oceani e tempeste, senza mai tradire il suo segreto.
Le sue mani raccoglievano fiori sconosciuti, li osservavano, li custodivano come piccoli miracoli. Tra quei colori, tra quelle scoperte, c’era già il presagio di una bellezza destinata a restare: la buganvillea, con i suoi petali accesi come tramonti tropicali.
Il viaggio non fu solo una rotta tracciata sulle carte.
Fu un incontro continuo con l’ignoto: isole che emergevano come sogni dall’oceano Pacifico, popoli semplici e sorridenti, nature generose e selvagge, dove ogni approdo sembrava un dono e ogni alba una scoperta.
Molti di quei luoghi, allora misteriosi e lontani, sarebbero diventati nel tempo mete desiderate, piccoli paradisi della terra. Ma in quei giorni lontani erano ancora fragili promesse, affidate al coraggio di uomini e di una donna che aveva scelto di sfidare il destino.
Si racconta che fu proprio in una di quelle terre luminose che il segreto di Jeanne venne svelato. Non con scandalo, ma con una sorta di rispetto silenzioso, come se il mondo stesso riconoscesse la verità del suo viaggio.
Eppure, nonostante tutto, il cammino continuò.
Quando infine il cerchio del mondo si chiuse, Jeanne non era più soltanto una donna travestita da uomo. Era diventata qualcosa di più raro: la prima donna ad aver abbracciato il pianeta intero, attraversando mari sconosciuti, affrontando fatiche, malattie, paure… e portando con sé, come un tesoro, i frutti della conoscenza.
In quel viaggio si raccolsero fiori meravigliosi, destinati a colorare giardini lontani.
Ma si raccolsero anche storie, incontri, esempi di coraggio che ancora oggi ci parlano.
Perché ogni approdo di allora è diventato, nel tempo, un ricordo indelebile per chi ha avuto la fortuna di raggiungerlo. E ogni viaggio moderno, anche il più comodo, porta dentro di sé un’eco di quelle traversate antiche, fatte di rischio, di speranza e di meraviglia.
Oggi, quando vediamo una buganvillea arrampicarsi luminosa su un muro assolato, pensiamo al nome dell’esploratore che la rese celebre.
Ma forse, tra quei colori vivi, si nasconde anche un’altra storia.
Quella di una donna che attraversò il mondo senza poter dire il proprio nome.
Quella di uomini che affrontarono l’ignoto per lasciare in eredità bellezza e conoscenza.
Quella di terre lontane che, da sogni incerti, sono diventate realtà amate e vissute.
E allora, guardando quei fiori che sembrano accendersi al sole, possiamo sentire ancora il respiro del mare.
Un mare che non divide, ma unisce.
Che non cancella, ma custodisce.
E che continua, ancora oggi, a raccontarci storie di coraggio, di scoperta…
e di silenziosa, indimenticabile bellezza.

E mentre la primavera si avvicina, la buganvillea torna a fiorire, come un antico viaggio che, ogni anno, riprende il mare.
E in quei colori ritroviamo la certezza che ogni viaggio, anche il più lontano, continua a vivere nei doni che ci lascia.
Carlo GATTI
Rapallo, Venerdì 20 Marzo 2026
ore 15.46 Equinozio di Primavera
PORTOGALLO - UNA GRANDE STORIA MARINARA ...
PORTOGALLO
UNA GRANDE STORIA MARINARA ...

La popolazione del Portogallo conta circa 10,4 - 10,7 milioni di abitanti nel 2024-2026
Con una densità di circa 112-115 abitanti per km², concentrata prevalentemente lungo la costa e nell'area di Lisbona. Il paese presenta una lieve decrescita demografica, con una popolazione prevalentemente di origine portoghese (circa il 94%) e una maggioranza cattolica.
La superficie del Portogallo, pari a circa: 92.200−92.400 km2 - corrisponde a poco meno di un terzo del territorio italiano: 302.072 km2
È estensionalmente paragonabile alla somma delle superfici di regioni come Piemonte e Lombardia insieme, o circa il doppio della superficie del Lazio, rappresentando una porzione significativa ma nettamente inferiore alla penisola italiana.
La storia marinara del Portogallo è una delle più straordinarie e influenti epopee della storia mondiale, segnata dall'audacia e dall'innovazione tecnologica.
Nonostante le sue dimensioni ridotte, nel XV e XVI secolo, il Portogallo ha aperto la strada all'era delle scoperte, trasformandosi in un vasto impero commerciale marittimo che collegava Europa, Africa, Asia e Sud America.
I Pilastri dell'Epopea Marinara Portoghese:
Enrico il Navigatore e Sagres:
Nel XV secolo, il principe Enrico promosse sistematicamente l'esplorazione marittima, fondando un centro di studi nautici a Sagres, in Algarve, dove cartografi, navigatori, astronomi e costruttori navali perfezionarono tecniche di navigazione, astrolabi e caravelle.
Innovazione Tecnologica (Caravella e Nau):
I portoghesi perfezionarono la caravella, un'imbarcazione agile con vele latine (triangolari) capace di risalire il vento, fondamentale per esplorare le coste africane e superare le acque inesplorate dell’Atlantico. Per i lunghi viaggi oceanici carichi di merci, svilupparono invece la nau (caracca), più grande e robusta.
Strumenti di Navigazione:
L'uso sistematico di astrolabio, quadrante e bussola permise ai marinai di orientarsi in mare aperto, lontano dalla vista della costa.
Le Rotte Africane e delle Indie:
I navigatori portoghesi metodicamente mapparono la costa occidentale africana. Bartolomeo Diaz nel 1488 doppiò il Capo di Buona Speranza, aprendo la strada all'Oceano Indiano.
Vasco da Gama:
Nel 1498, completò la circumnavigazione dell'Africa, raggiungendo Calicut, in India, e stabilendo una rotta marittima diretta per le spezie, interrompendo il monopolio veneziano e genovese nel Mediterraneo.
Pedro Álvares Cabral:
Nel 1500, navigando verso l'India, la flotta di Cabral deviò verso ovest, scoprendo accidentalmente il Brasile, che divenne poi la più importante colonia portoghese
Ferdinando Magellano:
Sebbene al servizio della Spagna, il navigatore portoghese ideò e guidò la prima spedizione che avrebbe effettuato la circumnavigazione del globo.
Afonso de Albuquerque:
Consolidò l'impero stabilendo basi strategiche a Goa, Malacca e Hormuz, rendendo il portoghese la lingua franca del commercio in Asia per oltre un secolo
L'Impero Commerciale in Asia:
I portoghesi, sotto figure come Alfonso de Albuquerque, stabilirono basi strategiche (Goa, Malacca, Ormuz) per controllare il commercio nell'Oceano Indiano, estendendo la loro influenza fino a Macao in Cina e al Giappone.
Aspetti Affascinanti e Meno Conosciuti:
Lingua Franca: Nel XVII secolo, il portoghese divenne la lingua franca del commercio marittimo in gran parte dell'Asia.
Il Trattato di Tordesillas (1494):
Il Portogallo divise il mondo con la Spagna, tracciando una linea (la raya) che assegnava le terre scoperte a est alla corona portoghese e a ovest a quella spagnola.
Manuelino:
La prosperità marinara ha dato vita allo stile architettonico manuelino, un tardo gotico portoghese ricco di simboli nautici, visibile a Lisbona.
Questi esploratori non solo ampliarono la conoscenza geografica, ma cambiarono anche il commercio globale, portando alla creazione di reti commerciali transcontinentali e alla prima vera globalizzazione.
Questa incredibile storia impressa nelle pietre dei suoi monumenti
Padrão dos Descobrimentos (Lisbona):
Un imponente monumento che raffigura i protagonisti delle scoperte guidati da Enrico il Navigatore.
Torre di Belém (Lisbona):
Punto di partenza e arrivo delle grandi spedizioni, simbolo dell'architettura manuelina ispirata ai motivi marinari.
Museu de Marinha (Lisbona):
Uno dei musei navali più importanti al mondo, che custodisce repliche di navi e strumenti d'epoca.
Fortezza di Sagres (Sagres):
Situata sull'estremità sud-occidentale dell'Europa, dove la leggenda vuole che sia nata la scuola nautica di Enrico
LISBONA
La zona marinara-monumentale di BELEM (Betlemme) è la parte in rosso che guarda l’oceano e l’estuario del Rio Tejo

Mappa dei Quartieri di Lisbona

Lisbona vista da Almada

La Torre di Belem e il Monumento alle Scoperte distano 900 metri come mostrano la frecce rosse

LA TORRE DI BELEM
Il Monumento alle Scoperte si trova nel raggiante quartiere di Belém, situato nella parte Occidentale di Lisbona. Ricco di molteplici attrazioni turistiche, parchi e piazze alberate, è una delle zone più amate da compaesani e turisti.
L’attrazione principale e il monumento più famoso del quartiere è la Torre di Belém, dichiarata dall’Unesco uno dei Patrimoni dell’Umanità. Questa sorge sulle rive del Tago, dal quale un tempo partirono alcune delle spedizioni più importanti tra cui quella di Vasco de Gama. Salendo sulla cima del Monumento delle Scoperte è possibile ammirare il quartiere nella sua interezza e il fiume che costeggia tutta l’area.
MONUMENTO ALLE SCOPERTE

IL MONUMENTO ALLE SCOPERTE (Padrão dos Descobrimentos) a Lisbona, situato nel quartiere di Belém, sulla riva del fiume Tago è una monumentale celebrazione in pietra bianca dell'Età delle Scoperte portoghese (XV-XVI secolo). Originariamente costruito nel 1940 per l'Esposizione del Mondo Portoghese e ricostruito nel 1960, raffigura una caravella con 33 statue di figure storiche chiave guidate da Enrico il Navigatore.
La prima versione del monumento, costruita nel 1940 sotto gli auspici dell'Estado Novo nel contesto dell'esposizione universale Exposição do Mundo Português, fu demolita nel 1958. Realizzata con materiali poco resistenti, era ridotta in condizioni precarie. L'attuale monumento è stato edificato nel 1960 utilizzando cemento e pietra bianca (lioz, pietra calcarea presente nei dintorni di Lisbona, utilizzata in passato anche nella realizzazione della torre di Belém e del monastero dos Jerónimos).
La caravella che costituisce il monumento porta lo scudo portoghese su entrambi i lati e la spada del casato di Aviz sulla porta d'ingresso. Sulla prua della caravella è rappresentato Enrico il Navigatore con una caravella in mano; dietro di lui, in due file discendenti da entrambi i lati del monumento, sono rappresentati gli eroi portoghesi che parteciparono alle scoperte. Sul lato che dà a occidente è ritratto il poeta Camões con un esemplare del suo capolavoro I Lusiadi, il pittore Nuno Gonçalves con una spatola ed inoltre famosi navigatori, cartografi e re. Le sculture presenti sul monumento sono state realizzate da Leopoldo de Almeida.
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Origini e Concezione: Progettato dall'architetto Cottinelli Telmo e dallo scultore Leopoldo de Almeida, fu concepito nel 1940 per celebrare i centenari della fondazione e della restaurazione del Portogallo.
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Costruzione Definitiva: La struttura attuale, realizzata in cemento e pietra calcarea, fu inaugurata nel 1960 per commemorare il 500° anniversario della morte di Enrico il Navigatore.
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Significato Simbolico: Alto 52 metri, il monumento rappresenta la prua di una caravella che si protende verso il fiume Tago, luogo di partenza degli esploratori.
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Figure Raffigurate: Enrico il Navigatore guida una fila di 32 statue, tra cui navigatori (Vasco da Gama, Magellano), cartografi, re, pittori e scrittori, simboleggiando lo sforzo collettivo dell'espansione portoghese.
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Rosa dei Venti: Davanti al monumento si trova una grande rosa dei venti (50 metri di diametro) con un mappamondo che traccia le rotte delle esplorazioni portoghesi, dono del Sudafrica nel 1960.
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Struttura Interna: Il complesso ospita al suo interno un centro culturale con un auditorium, sale espositive e un ascensore per raggiungere la terrazza panoramica.

Monumento aos Descobrimentos - monumento que celebra os grandes descobrimentos portugueses e as figuras históricas

PROFILO EST
Elenco dei personaggi raffigurati
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Afonso V del Portogallo
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Vasco da Gama (scopritore della rotta marittima per l'India)
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Afonso Gonçalves Baldaia (navigatore)
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Pedro Álvares Cabral (scopritore del Brasile)
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Ferdinando Magellano (fu il primo a circumnavigare il globo)
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Nicolau Coelho(navigatore)
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Gaspar Corte-Real (navigatore)
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Martim Afonso de Sousa (navigatore)
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João de Barros (scrittore)
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Estêvão da Gama (capitano di mare)
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Bartolomeu Dias (primo ad attraversare il Capo di Buona Speranza)
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Diogo Cão (il primo ad arrivare al fiume Congo)
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Antonio de Abreu (navigatore)
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Afonso de Albuquerque (secondo viceré dell'India portoghese)
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San Francesco Saverio (missionario)
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Cristoforo da Gama (capitano)
PROFILO OVEST
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Pietro d'Aviz (figlio del re Giovanni I del Portogallo)
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Regina Filippa di Lancaster
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Fernão Mendes Pinto(esploratore e scrittore)
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Gonçalo de Carvalho, (missionario domenicano)
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Henrique de Coimbra, (missonario francescano)
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Luís Vaz de Camões (poeta rinascimentale che raccontò le navigazioni nell'epico I Lusiadi)
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Nuno Gonçalves (pittore)
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Gomes Eanes de Zurara (cronista)
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Pêro da Covilhã (viaggiatore)
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Jehuda Cresques (cartografo)
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Pêro Escobar (pilota)
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Pedro Nunes (matematico)
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Pêro de Alenquer (pilota)
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Gil Eanes (navigatore)
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João Gonçalves Zarco (navigatore)
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Ferdinando d'Aviz, l'Infante Santo (figlio del re Giovanni I del Portogallo)

Profilo ovest col ponte 25 Aprile sullo sfondo

Rosa dei venti riprodotta sul pavimento davanti al monumento, costruita con marmi policromi
A nord del monumento, una Rosa dei Venti di 50 metri di diametro, contiene al centro le rotte scoperte dai navigatori portoghesi, nel XI e XVI secolo. Disegnata nell'atelier di Luis Cristino da Silva, venne donata nel 1960 dal Sudafrica.
All'interno del monumento esiste un ascensore che porta a metà altezza e quindi una scala che conduce alla sommità del monumento da dove si ha una vista panoramica sul quartiere di Belém e sul fiume Tago. All'interno vi si trova, inoltre, una sala congressi di dimensioni contenute ma completa di platea, palcoscenico e saletta regia.
I DUE PONTI PIU’ FAMOSI DI LISBONA
Passando per Lisbona sotto i suoi due famosi ponti
PONTE VASCO DA GAMA
Il fiume TEJO nasce in Spagna a 1593 metri di altitudine nella serra de Albarracín, più precisamente dalla Fuente de García, e sfocia nell’Oceano Atlantico.
Il ponte Vasco da Gama è il più lungo d’Europa con i suoi 17 km.
Fu inaugurato in occasione dell'Esposizione Universale del 1998, il Ponte Vasco da Gama si estende per 7,6 miglia (12,3 chilometri) attraverso l'estuario del Tago. Questa meraviglia strallata è stata progettata per resistere ai terremoti e ai forti venti, con il suo design elegante e bianco che contrasta meravigliosamente con il blu del cielo e dell'acqua. Gli amanti della natura apprezzeranno la vista che si gode attraversando questo famoso ponte di Lisbona, che passa accanto alla Riserva Naturale dell'Estuario del Teju (Tago).

Ponte Vasco da Gama, costruito nel 1966 e che tutti lo confondono con il Golden Gate di San Francisco.

IL ROSSEGGIANTE PONTE 25 APRILE
CHE PRIMA SI CHIAMAVA "SALAZAR"
Eccovi la "spiegazione"...
Grândola, Vila Morena
E’ il titolo della canzone composta dal cantautore José Afonso nel 1971 che celebra la fraternità e l'uguaglianza. Nel medioevo la città era stata sotto la dominazione moresca.
La fama mondiale di Grândola vila morena è legata ad un ben preciso avvenimento storico, di cui segnò l'inizio: la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974. Fu infatti proprio la trasmissione di questa canzone, emessa dalle onde di "Rádio Renascença", un'emittente cattolica di Lisbona, che diede alla mezzanotte in punto del 25 aprile 1974, il segnale d’inizio al movimento dei militari e alla sollevazione popolare che rovesciò il regime di Marcelo Caetano succeduto il 27 settembre 1968 a SALAZAR colpito da ictus dopo 36 anni di dittatura.
Revolução dos cravos
Così chiamata dei garofani ... che una venditrice ambulante si mise a offrire ai militari rivoltosi la mattina del sollevamento, nella Praça do Comêrcio.
"Grândola, Vila Morena"

MONUMENTO 25 APRILE
Grândola, la città dell'Alentejo, che viene così celebrata come una "terra di fraternità" dove è il popolo a decidere: "O povo é quem mais ordena".
Per decenni, il brano è rimasto un inno di libertà, democrazia e resistenza popolare incarnando ideali di fratellanza, uguaglianza e giustizia sociale.
Il testo evidenzia la semplicità e la forza della voce di Zeca Afonso (soprannome di José), accompagnato in molte versioni solo dalla chitarra.
YouTube
https://www.google.com/search?q=gr%C3%A2ndola+vila+morena+-+youtube&client=safari&hs=lQOp&sca_esv=3c5cf73ee52ef95e&channel=mac_bm&ei=37-ZacWaEdyWi-gPtsTHmQQ&oq=Gr%C3%A2ndola%2C+Vila+Morena%C2%A0&gs_lp=Egxnd3Mtd2l6LXNlcnAiGEdyw6JuZG9sYSwgVmlsYSBNb3JlbmHCoCoCCAMyBRAAGIAEMgUQABiABDIFEAAYgAQyBRAAGIAEMgYQABgWGB4yBhAAGBYYHjIGEAAYFhgeMgYQABgWGB4yBhAAGBYYHjIGEAAYFhgeSJioAlCxEljJhQJwA3gAkAEAmAFcoAHiAaoBATO4AQHIAQD4AQH4AQKYAgSgAqEBqAIKwgIQEAAYAxi0AhjqAhiPAdgBAcICEBAuGAMYtAIY6gIYjwHYAQGYAwjxBcSXhEUycYMeiAYBugYECAEYCpIHATSgB6YOsgcBMrgHkwHCBwMyLTTIBxaACAA&sclient=gws-wiz-serp#fpstate=ive&vld=cid:c3875eed,vid:gaLWqy4e7ls,st:0
Traduzione in italiano di "Grândola, Vila Morena"
Grândola, vila morena / Terra da fraternidade
Grândola, città bruna / Terra della fratellanza
O povo é quem mais ordena / Dentro de ti, ó cidade
Il popolo è chi più ordina / Dentro di te, o città
Em cada esquina um amigo / Em cada rosto igualdade
In ogni angolo un amico / In ogni volto uguaglianza
Grândola, vila morena / Terra da fraternidade
Grândola, città bruna / Terra della fratellanza

La statua del Cristo Re abbraccia idealmente la città di Lisbona

IL CRISTO RE
ALAMADA-SANTUARIO NAZIONALE

Il santuario nazionale di Cristo Re o, semplicemente, il Cristo Re, è un santuario portoghese che si trova a Pragal (ALMADA) che a sua volta fa parte della Grande Lisbona. È famoso perché alle sue spalle si trova una colossale statua del Cristo Re, ispirata al Cristo del Corcovado di Rio de Janeiro, progettata dall'architetto António Lino, realizzata da Francisco Francio de Sousa ed inaugurata il 17 maggio 1959. La base della statua ha la forma di una porta ed è alta 75 metri e al di sopra di questa si trova la statua di 28 metri del Cristo Re.
La statua venne fatta realizzare durante la dittatura di Salazar per ringraziare Dio per aver risparmiato il Portogallo dagli orrori della Seconda guerra mondiale.
ALCUNI RICORDI DELL’AUTORE
- Durante un imbarco durato i 15 mesi, ho scalato Lisbona due volte al mese; la sosta era di 24 ore. Una meraviglia turistica!
- Ho anche un ricordo Nautico ricorrente...: Superare indenni, ogni volta, la BARRA del fiume Tejo..
La BARRA del fiume a Lisbona è storicamente un passaggio nautico complesso e impegnativo, noto per le sue correnti forti, i fondali variabili e l'esposizione all'Oceano Atlantico. Situata alla foce del fiume, separa la capitale portoghese dal mare e richiede una navigazione attenta, soprattutto in condizioni meteorologiche avverse.
Il Ricordo Nautico consiste in alcuni lunghi momenti di panico in cui la nave perde il “governo” sotto la spinta della corrente che abbatte la prora da un lato.
Occorre lavorare di timone per contrastare quella forza contraria con largo anticipo calcolato....
Nel corso dei secoli, la barra del Tejo è stata il punto di partenza per le grandi esplorazioni portoghesi, ma anche un luogo temuto dai marinai per la sua pericolosità.
Ritornai da turista a Lisbona molti anni dopo per rivivere il glorioso passato del Portogallo nel luogo migliore: il Museo Marittimo, uno dei più originali di Lisbona e del mondo.
Museu de Marinha
Le sale del museo ripercorrono le grandi avventure di marinai ed esploratori portoghesi (e non solo) che con le loro scoperte ampliarono gli orizzonti del mondo. Una sorprendente collezione di oltre 17.000 pezzi tra cui più di 400 modelli navali e 30 imbarcazioni (alcune perfettamente conservate), oltre a cimeli, mappe, attrezzi e documenti, vi attende in questo museo ospitato in un’ala del bellissimo Monastero dei Geronimi.
Imperdibile per tutti gli appassionati di cartografia e del mondo nautico, questo museo è una testimonianza dell’antica potenza marittima del Portogallo ed incanterà anche semplici curiosi, adulti e bambini.
https://www.lisbona.info/cosa-vedere-lisbona/museo-marittimo/
CASCAIS
L'Esilio di Umberto II
Dopo il referendum istituzionale, l'ultimo Re d'Italia si trasferì a Cascais, vivendo una vita lontana dagli onori ma restando legato all'Italia.
Cascais, pittoresca località costiera portoghese vicino a Lisbona, divenne il rifugio in esilio dell'ultimo Re d'Italia, Umberto II di Savoia, dopo la proclamazione della Repubblica il 13 giugno 1946. La famiglia reale visse qui in una residenza riservata, mantenendo viva la memoria della dinastia fino alla morte di Umberto II nel 1983.
Inizialmente la famiglia reale soggiornò a Villa Savoia, e successivamente la presenza savoiarda si consolidò nella zona, con luoghi di soggiorno spesso legati al Grande Real Villa Itália Hotel & Spa, ex residenza del sovrano


Panoramica di Cascais

Cascais era già nota come destinazione preferita da monarchi, inclusi membri di Casa Savoia come Carlo Alberto prima di Umberto II.
Sebbene oggi la cittadina sia una rinomata località turistica, la presenza dei reali in esilio ha segnato la storia locale.
Oggi, la zona è conosciuta anche per strutture turistiche che richiamano nel nome la dinastia, come la "Casa di Savoia” situata a Monte Estoril.

La villa che ospitò la famiglia Savoia in esilio
Ora di Villa Italia è rimasta solo la facciata ed il resto è stato inserito in un importante Hotel 5 stelle che ne porta il nome. Per poter continuare a chiamare la struttura “Villa Italia” è stato necessario il consenso formale della famiglia Savoia e degli Aosta dato il caso di omonimia con la Residenza dei Duchi in provincia d Arezzo.
UNA NOTA POLITICA
L'impero coloniale portoghese, uno dei più antichi e longevi, si è dissolto definitivamente tra il 1974 e il 1975, in seguito alla Rivoluzione dei Garofani. Oggi, territori come Angola, Mozambico, Capo Verde, Guinea-Bissau, São Tomé e Príncipe e Timor Est sono STATI indipendenti, mantenendo legami di cooperazione (CPLP).
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Territori attuali:
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Madeira e le Azzorre sono le uniche isole atlantiche che rimangono parte integrante del Portogallo come regioni autonome, non colonie.
ALCUNE RIFLESSIONI FINALI
Il Portogallo non è soltanto una nazione affacciata sull’Atlantico: è una terra generata dal mare. Stretto tra l’oceano infinito e l’Europa continentale, quel piccolo popolo non ebbe mai la possibilità di voltarsi altrove. Davanti a sé aveva solo l’orizzonte, e quell’orizzonte diventò destino.
L’oceano non fu per i portoghesi una scelta romantica, ma una necessità geografica. Le onde che flagellavano le loro coste insegnarono presto che sopravvivere significava conoscere, misurare, capire. Così nacque una delle più straordinarie avventure della storia umana: uomini di un piccolo regno seppero trasformare la paura dell’ignoto in scienza della navigazione, inventando e perfezionando caravelle, carte nautiche, strumenti astronomici e metodi di orientamento che permisero per la prima volta all’uomo europeo di affrontare l’alto mare con metodo e razionalità.
Fu una sfida impari: l’uomo contro l’oceano.
Eppure proprio quella lotta continua rese il Portogallo la prima grande potenza marittima dell’età moderna, aprendo rotte verso l’Africa, l’India, il Brasile e l’Estremo Oriente e inaugurando l’epoca delle grandi scoperte geografiche.
Il mare plasmò il carattere di quel popolo: prudente ma audace, malinconico ma visionario, capace di partire senza sapere se sarebbe mai tornato. Ogni porto di questo Paese conserva ancora oggi quell’anima di attesa e di partenza insieme, come se le navi non avessero mai smesso di salpare.
Forse è proprio questa la lezione che il Portogallo consegna alla storia del mare: non si domina l’oceano, lo si ascolta.
E chi impara ad ascoltarlo scopre che il vero approdo non è la terra raggiunta, ma il coraggio di aver osato l’orizzonte.
Per questo il Portogallo rimane, più di ogni altro, un popolo di navigatori: uomini e donne che hanno fatto della geografia una vocazione e del mare una forma di destino.
FINE
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MUSEO MARITTIMO DI LISBONA
https://excurzilla.com/blog/it/portugal/lisbon-maritime-museum-a-pantry-of-historical-artifacts
IL TRATTATO DI TORDESILLAS
https://www.marenostrumrapallo.it/tordesillas/
di Carlo GATTI – 2015
ALBERTO CANTINO – IL FURTO DEL PLANISFERO PORTOGHESE
https://www.marenostrumrapallo.it/16387-2/
di Carlo GATTI – 2025
FARO DI SAN VINCENZO – PORTOGALLO
https://www.marenostrumrapallo.it/14799-2/
di Carlo GATTI - 2024
I Portoghesi pescatori di merluzzi
Questa scena vissuta dal vero mi è rimasta negli occhi e nel cuore!

1963 - Il brigantino SAGRES, con le vele gonfie di vento scivola in processione sul fiume Teju in una splendida giornata di giugno. A bordo c’è il Cardinale che inaugura la stagione della pesca al merluzzo con la benedizione della MADONNA DI FATIMA.
di Carlo GATTI
https://www.marenostrumrapallo.it/merlu/
Carlo GATTI
Rapallo, 22 Febbraio 2026
JACQUELINE COCHRAN E IL SUO VOLO NELLA STORIA
JACQUELINE COCHRAN E IL SUO VOLO NELLA STORIA
Jacqueline "Jackie" Cochran nasce a (Muscogee, Georgia) 11 maggio1906 – Muore a Indio (California) 9 agosto 1980) è stata una pioniera dell'aviazione statunitense, nota come:
"SPEED QUEEN”
È stata la prima donna a superare il muro del suono (1953) e detentrice di numerosi record di velocità e altitudine.
Fondatrice di un'azienda cosmetica, ha diretto le WASP (Women Airforce Service Pilots) durante la Seconda guerra Mondiale.
Al momento della sua morte nel 1980, Jackie Cochran aveva più record di velocità, altitudine e distanza rispetto a qualsiasi altro pilota uomo o donna nella storia dell'aviazione.
Biografia e Punti Salienti
Origini e Cosmetica:
Nata Bessie Lee Pittman, ha avuto un'infanzia umile prima di cambiare nome e sposare Floyd Odlum, fondando la linea cosmetica "Wings to Beauty".
Carriera Aviatoria:
Ottenne il brevetto di pilota in soli due anni nei primi anni '30. Divenne famosa per le sue partecipazioni a gare aeree, come la Bendix Race.
Seconda Guerra Mondiale:
Fu la prima donna a pilotare un bombardiere attraverso l'Atlantico, lavorando per l'Air Transport Auxiliary britannica. Successivamente, nel 1943, diresse il programma WASP per addestrare donne pilota negli USA.
Record:
Il 18 maggio 1953, a bordo di un Sabre 3, divenne la prima donna a superare Mach 1. Nel 1964 superò Mach 2.
Eredità: Ha vinto cinque Harmon Trophies e ha detenuto più record di velocità, distanza e altitudine di chiunque altro al momento della sua morte.
Mercury 13: Fu coinvolta nel programma di test per le prime donne astronauti, sebbene la NASA non procedesse con l'inclusione di donne in quel periodo.
Morì nel 1980, lasciando un'impronta indelebile nella storia dell'aviazione, specialmente per il ruolo delle donne nel settore.
La sua storia ha iniziato nelle circostanze più umili
“A soli sei anni, ha iniziato a lavorare dodici ore al giorno in un cotonificio della Georgia, guadagnando solo sei centesimi l'ora. La sua prima vita è stata segnata da difficoltà e grinta, forgiando in lei una feroce indipendenza e un'etica del lavoro che sarebbero diventate segni distintivi del suo carattere. Con poca istruzione formale e praticamente nessuna rete di sicurezza, i sogni di Jackie erano vasti come i cieli che avrebbe conquistato. Quel senso di autosufficienza e ambizione hanno posto le basi per una carriera diversa da qualsiasi altra nell'aviazione americana.
Jackie Cochran non è stata solo una pioniera tra le donne aviatrici, è stata una pioniera, punto. Ha imparato a volare negli anni '30.
Jackie Cochran era un aviatore senza paura, imprenditrice e la forza trainante dietro la creazione del Women Airforce Service Pilots (WASP).

Premio Hamon International ricevuto dal Presidente Heisenhower
Per i suoi incredibili contributi allo sforzo bellico e per il suo lavoro con la WASP, Jackie Cochran è stata insignita della Distinguished Service Medal, rendendola la prima donna civile a ricevere questo prestigioso onore.
Jackie iniziò la sua carriera come estetista prima di fare un audace salto nell'aviazione, un campo dominato da uomini. Ma lei non era una che si tira indietro da una sfida. Negli anni trenta, Jackie aveva ottenuto la licenza di pilota e iniziò a stabilire record che presto l'avrebbero resa uno dei più abili aviatori di tutti i tempi.
Cochran detiene anche la distinzione di essere la prima donna ad atterrare e lanciare da una portaerei. Queste imprese pionieristiche hanno dimostrato la sua eccezionale abilità, coraggio e determinazione, guadagnandole un posto permanente nella storia dell'aviazione.
I contributi di Jackie Cochran all'aviazione erano incommensurabili. Stabilì più di 70 record di velocità e quota ed è stata la prima donna ad essere inserita nella Aviation Hall of Fame. Tuttavia, nonostante i suoi numerosi successi, ha affrontato costanti sfide di genere e scetticismo. La sua storia, tuttavia, è diventata un faro di possibilità per le donne nell'aviazione e non solo.
I suoi successi nell'aviazione non riguardavano solo il battere record, ma l'abbattimento delle barriere. L'eredità di Jackie Cochran dura come simbolo di determinazione, coraggio e l'incessante inseguimento di un sogno, non importa quanto sia alta la posta in gioco.
UNA BREVE CARELLATA LUNGO LE TAPPE DELLA SUA CARRIERA

In questo giorno del 1936, Jackie Cochran e la sua amica del cuore Amelia Earhart volarono verso ovest sulla Lockheed Electra di Amelia attraverso il continente. Il loro volo continuò per diversi giorni, ma ritardò a causa del tempo inclemente.

In questo giorno del 1937, l'aviatrice Jacqueline "Jackie" Cochran raggiunse un record di velocità senza sosta tra Oakland e Los Angeles per donne-pilota. Ha pilotato un Beechcraft D17W a 203 km/h su una distanza di 624 miglia. Cochran è una delle più influenti pilote donne che abbiano mai preso il volo e al momento della sua morte nel 1980, deteneva più record di qualsiasi altro pilota, uomo o donna.

Il 3 dicembre 1937, Jackie Cochran incise il suo nome nella storia dell'aviazione. Volando con una Seversky SEV S1 da Floyd Bennett Field a New York a Miami, frantumando il record con un tempo di 4 ore, 12 minuti e 27,2 secondi.
In media 278 km/h, ha battuto il precedente record di Howard Hughes di otto minuti. Ma il volo era tutt'altro che liscio: un serbatoio extra aveva spostato il centro di gravità dell'aereo, rendendo pericoloso il decollo. L'abilità e la determinazione di Cochran hanno prevalso, ed è atterrata con meno di due minuti di carburante rimasti. Il suo successo non solo dimostrò la sua brillantezza, ma anche elevò la reputazione dell'aereo Seversky.

PERIODO BELLICO
2 WW
Il 17 giugno 1941 l'aviatore Jacqueline "Jackie" Cochran ha fatto la storia come la prima donna a far volare un bombardiere attraverso l'Oceano Atlantico, traghettando un Lockheed Hudson dal Canada alla Scozia durante la seconda guerra mondiale.
Selezionato dai migliori leader militari per dimostrare che le donne potevano servire come piloti capaci in ruoli militari, il volo transatlantico di Cochran ha contribuito a spianare la strada alle donne nell'aviazione.
Una leggenda nel cielo, Jackie Cochran ha rotto le barriere a 10.000 piedi

Normandia – 1944
È volata in “FLAP” (a bassa quota) per riportarli a casa. Il pilota Jackie Cochran guidò le Women Airforce Service Pilots (WASP), trasportando bombardieri attraverso l'Atlantico.
Sebbene le fosse negato lo status di combattimento, ha volato attraverso tempeste e zone nemiche, perché gli uomini in guerra avevano bisogno di aerei per combattere.
Nel 1945 Jackie Cochran ha scritto la storia ottenendo la Distinguished Service Medal per i suoi contributi durante la Seconda guerra mondiale. Divenne la prima donna civile a ricevere questo prestigioso onore, riconoscendo i suoi notevoli sforzi a sostegno della guerra.
NEL DOPOGUERRA
18 MAGGIO 1953
INFRANTO IL MURO DEL SUONO
MACH-1,0


Il suo più grande trionfo arrivò il 18 maggio 1953, sul Rogers Dry Lake in California quando divenne la prima donna a rompere la barriera del suono, pilotando un jet Canadair F-86 Sabre Mk3 ad una velocità di oltre 700 miglia all'ora lasciando un segno indelebile nella storia dell'aviazione.
L’exploit avvenne su un circuito chiuso di 100 chilometri e impostò due record mondiali della Fédération Aéronautique Internationale (FAI) a 1.050,18 chilometri orari (652,55 miglia all'ora).
Questo risultato ha cementato la sua reputazione come uno dei piloti più audaci e abili del suo tempo, infrangendo le norme di genere in un'epoca in cui l'aviazione era prevalentemente dominata dagli uomini.
Questo risultato è stato più di una semplice vittoria personale; è stata una forte affermazione che le donne potevano spingere i confini della scienza e della tecnologia oltre che degli uomini.
Nel 1961 Cochran continuò a spingere i confini del volo. Stabilì due record mondiali riconosciuti dalla Fédération Aéronautique Internationale (FAI), raggiungendo un'altitudine di 55.252,625 piedi durante il volo a livello su un T-38 Talon e raggiungendo un'altezza massima di 56.072 piedi.
La leggenda dell'aviazione Jackie Cochran
Nel maggio e giugno 1963 il colonnello Cochran stabilì tre record mondiali con un caccia intercettore famoso:
F-104G (Starfighter)



Cochran ha continuato la sua carriera militare con la NASA e ha ricevuto la Distinguished Service Medal per aver diretto WASP, la prima donna civile a ricevere il premio durante la seconda guerra mondiale.

Il 9 agosto 1980: Jacqueline "Jackie" Cochran, colonnello, United States Air Force Reserve, si è spenta nella sua casa a Indio, CA, all'età di 74 anni.
Non è esagerato dire che Jackie era davvero un gigante dell'aviazione.
Cochran una volta ha osservato... "Un aereo non sa distinguere tra pilota uomo o donna, solo un pilota buono o cattivo. ”

Nacque orfana, divenne un successo finanziario e nel 1932 ottenne la licenza di pilota. Ha aiutato a fondare i WASP durante la seconda guerra mondiale. Prima e dopo la Seconda guerra mondiale avrebbe fatto e battuto record di volo di tutti i tipi con uno ancora oggi. Jacquelin era un’amica e consigliere di generali e presidenti. Jackie era molto rispettata da piloti collaudatori leggendari come Fred Ascani e Chuck Yeager.



Alcune ricordi personali sugli aerei con i quali la COCHRAN batté i suoi record principali.

- L'aereo militare F-86 Sabre non fece parte dell'Aeronautica Militare italiana nella versione MK3 (canadese), bensì furono adottate le varianti F-86E e, soprattutto, l'F-86K ("Kapponi"), a partire dal 1955. 93 esemplari di F-86K furono impiegati come caccia intercettori ognitempo, operando fino al 1973 con vari stormi, inclusi il 1°, 51° e 5°.
- In quegli anni il colonnello G. Barbiroglio di Rapallo, nostro amico di famiglia, fu tra i primi piloti italiani ad avere l’incarico di trasferire dalle basi americane (Virginia) i SABRE in Italia. Questo è il suo racconto:
“Il passaggio dall’elica al Jet fu per molti di noi un fatto traumatico a causa del raddoppio della velocità che aveva raggiunto e superato di poco il MACH-1 e facilmente, a quelle velocità, perdevo i sensi e per alcuni secondi il controllo dell’aereo. Ci vollero parecchi mesi di addestramento sul posto per riuscire a domare quel cavallo di razza. Il North American F-86 Sabre è stato uno dei velivoli più rappresentativi della NATO nel dopoguerra, fornito agli alleati statunitensi, inclusa l'Italia, tramite programmi di assistenza militare”.
- Per quanto riguarda il LOCKHEED F-104 G SUPER STARFIGHTER col quale la Cochran stabilì tre record mondiali. In Italia sostituì il SABRE negli Anni ’60, come ”intercettore ogni tempo” di aerei “sospetti” nei nostri cieli costringendoli ad atterrare potendolo fare agevolmente in quanto era tra i più veloci aerei della sua epoca. Raggiungeva Mach-2,2 (2.470 km/h in quota). Era armato di missili, bombe ed un cannone.
Era un aereo-razzo difficile da pilotare.
Lo Starfighter ararrivò all'attenzione del pubblico a causa dell'alto numero di incidenti e in particolare a causa delle perdite subite dalla aviazione militare tedesca.
Il livello di sicurezza dell'F-104 Starfighter divenne notizia di grande interesse per il pubblico, soprattutto in Germania, a metà degli anni sessanta. Nella Germania occidentale si cominciò soprannominarlo Witwenmacher ("Fabbricavedove") o Bara Volante. Alcune forze aeree hanno perso gran parte dei loro aerei a causa di incidenti, anche se il tasso di incidenti varia notevolmente a seconda delle condizioni operative. L'aviazione tedesca ha perso circa il 30% dei suoi F-104 in incidenti durante la sua carriera mentre il Canada ha perso oltre il 50% dei suoi Starfighter ; di contro, l'aeronautica militare spagnola non ne ha perso nessuno. Bisogna però notare che le condizioni di volo nei vari paesi erano alquanto differenti: in Spagna vi fu una sola squadriglia di F-104, con 21 velivoli, in servizio per soli sette anni e nel ruolo di intercettore.
F-104 Starfighter
YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=KtVH-Nx8AL4
GLI EREDI DI JACKELIN COCKRAN
8 Febbraio 2026
Un'immagine diurna ad alta definizione catturata sul grembiule di un importante aeroporto americano, con tre donne pilota in uniformi professionali di compagnia aerea commerciale. Un moderno aereo passeggeri americano è posizionato dietro di loro, con edifici terminali e operazioni a terra visibili sullo sfondo. L'immagine sottolinea chiarezza, realismo, precisione dell'aviazione e operazioni contemporanee di compagnia aerea.
AVIAZIONE CIVILE - USA -

AVIAZIONE MILITARE - USA

DONNA AL COMANDO DELLA PORTAEREI

ABRAMO LINCOLN (CVN-72)

Amy Bauernschmidt
Questa signora e' il Contrammiraglio della Marina degli Stati Uniti, Comandante della portaerei nucleare Abramo Lincoln e del Carrier Strike Group One.
Ha un curriculum di elevatissimo profilo ed e' la prima donna della Storia a comandare una portaerei nucleare con oltre 5000 uomini di equipaggio. Le piu' vive felicitazioni per questa meritatissima meravigliosa carriera e l'incredibile traguardo raggiunto. HOOYAH!
Carlo GATTI
Rapallo,10 febbraio 2026
UN PEZZO DI STORIA RIEMERGE DALL'ØRESUND
UN PEZZO DI STORIA RIEMERGE DALL'ØRESUND
Scoperto un mercantile del XV secolo in condizioni eccezionali. E’ stato chiamato Svælget 2 in riferimento a una nave che, secondo i Registri Medievali, dominava i traffici nel Baltico ed era descritta come una delle più grandi imbarcazioni costruite nel xv secolo.
L'Øresund (o Öresund) è lo stretto braccio di mare che separa l'isola danese Sjælland, dove si trova Copenaghen, dalla costa della Svezia – Skåne, la regione dove si trova Malmö.

Sulla carta geografica, Öresund è il tratto di mare a est della Danimarca e a ovest della Svezia meridionale. Lungo circa 118-150 km, con una larghezza che varia da un minimo di 4 km a un massimo di 28 km.

Il Ponte di Øresund
Danimarca e Svezia sono collegate da un ponte-tunnel ormai famoso che unisce i due paesi. Mette in comunicazione il Mar Baltico con il Kattegat (e quindi il Mare del Nord). Collega le città di Copenaghen (Danimarca) e Malmö (Svezia).
YouTube
IL PONTE SOTTO IL MARE
https://www.youtube.com/watch?v=0BxeXiHAHEA

ØRESUND/ ÖRESUND BRIDGE
La struttura attraversa lo stretto, unendo l'isola artificiale di Peberholm con un ponte e un tunnel sotterraneo/subacqueo.
Fu inaugurato nel 2000, è il ponte “strallato” più lungo d'Europa e collega in pochi minuti la Danimarca alla Svezia.
IL RELITTO
UNA COCCA MEDIEVALE
DI GRANDI DIMENSIONI
La nave è rimasta sepolta per oltre seicento anni
nelle fredde acque dell’Øresund
Il relitto Svælget 2, è stato individuato tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026 nelle acque della capitale danese.
Ricostruzione di una COCCA del Baltico
La COCCA era una nave in uso nel Medioevo nel Mar Baltico, sviluppata nel X secolo, forse dal modello dello knarr norreno e massicciamente diffusasi nel XII secolo e oltre. La propulsione era mista: remi e vela. Di forma "rotonda" (c.d. "Round-ship"), era lunga 15-25 mt e larga 5-8 mt, con stazza massima di 200-300 tonnellate. L'unico albero era armato a vela quadra, il timone a perno era montato sotto la poppa e l'opera morta era molto alta per permetterle di affrontare in sicurezza la navigazione in mare aperto.
Il relitto della Svælget 2, secondo gli esperti, è una Cocca Medievale, considerata la più grande tra quelle scoperte in precedenza. Si trova in queste fredde acque a circa 13 metri sotto il livello del mare sul fondale dell’area indicata dalla freccia, (foto sotto).

La posizione approssimativa del relitto è nella zona vicino al ponte di Øresund (circa 55°34'N 12°49'E).
PROGETTO A LUNGO TERMINE
Più precisamente, la scoperta è avvenuta durante i rilievi dei fondali per il progetto Lynetteholm, un'isola artificiale in costruzione davanti alla capitale danese per proteggere il porto e la città dal previsto innalzamento del livello dell’acqua del mare; un baluardo contro le tempeste indotte dai cambiamenti climatici. L’opera sarà terminata tra circa 30 anni.

Su questa area di 275 ettari verrà costruito un nuovo quartiere residenziale e commerciale galleggiante in grado di ospitare fino a 35 mila persone.
Le Pale Eoliche sono già funzionanti
Caratteristiche e Immagini
del Relitto
Battezzata Svælget 2, questa imponente cocca risale al 1410 circa e presenta uno stato di conservazione eccezionale, con il lato di dritta quasi intatto.
Reperti visibili: Nelle foto diffuse dal Vikingeskibsmuseet di Roskilde si possono osservare i resti del castello di poppa, una cucina in mattoni (la prima del genere trovata in acque danesi) e oggetti personali come pentole in bronzo, pettini e grani di rosario.
La nave trasportava merci di uso quotidiano, ma fondamentali per l’economia del tempo: sale, legname, mattoni e derrate alimentari. Secondo gli esperti del museo, lo stato di conservazione del relitto è eccezionale.
Scondo la dendrocronologia*, la COCCA risale al 1410 ed era in grado di trasportare fino a 300 tonnellate di carico, un vero “gigante” per l'epoca.
Le analisi effettuate sui resti del relitto hanno rivelato un dettaglio sorprendente:
- il legname per la costruzione proveniva dalla Polonia.
- le costole della nave erano originarie dei Paesi Bassi.
Una vera e propria filiera internazionale di “componenti nautici” in epoca medievale.
Costruire un’imbarcazione di queste dimensioni richiedeva capitali, competenze specialistiche e una rete commerciale già strutturata: è la prova tangibile di una società capace di finanziare, costruire e gestire infrastrutture colossali, quando il mare era la principale autostrada d’Europa.
*La dendrocronologia è la scienza che studia gli anelli di crescita annuali degli alberi (dal greco dendron=albero, chronos=tempo, logos=studio) per datare il legno e ricostruire eventi climatici, ambientali e storici passati, analizzando lo spessore e la densità di ogni anello che riflette le condizioni di crescita di quell'anno specifico. Permette di datare con precisione manufatti archeologici, supporti di opere d'arte e di ricostruire la storia climatica con accuratezza annuale, creando una sorta de "codice a barre" naturale.
l Museo nazionale danese è il più grande Museo di Storia Culturale della Danimarca. Si tratta di un Cntro di Conservazione dedicato alla storia della civiltà danese messa a confronto con altre civiltà
Oggi, mentre i resti vengono conservati nel Museo Nazionale ubicato nel centro della capitale danese, Svælget 2 continua a raccontare una storia sommersa: quella di un Medioevo più moderno e organizzato di quanto avessimo mai immaginato.
ALBUM FOTOGRAFICO


Gli archeologi subacquei del Viking Ship Museum mentre lavorano sul sito.

Pettine in legno quasi integro

ROV subacquei Viking Ship Museum


Una pentola di bronzo recuperata dalla nave mercantile medievale Svælget 2

Un accessorio in legno recuperato dalla nave mercantile medievale Svælget 2
Rilievo in 3D che mostra i resti della nave mercantile medievale Svælget 2 sepolta sotto la sabbia e il limo sul fondale marino.

Viking Ship Museum.

Frammento di legno curvo con segni di usura sulla superficie e segni di utensili, documentato durante gli scavi di

Resti della nave trovati sul fondale frammezzate a lische di pesce.
RIFLESSIONE FINALE
Dinanzi alle ricerche rivolte al passato archeologico della navigazione d’epoca colombiana e non solo, si resta sempre colpiti dal ritrovamento di un dettaglio marinaresco, di una particolare tipologia di carico o di una traccia silenziosa lasciata dal lavoro dell’uomo sul mare.
In questa ricerca, però, ciò che stupisce maggiormente è l’eccellente stato di conservazione dei reperti, probabilmente favorito dalla scarsa salinità del Mar Baltico, che sembra custodire la memoria con maggiore rispetto.
E tuttavia, ad essere sincero, ciò che più mi ha colpito in questo viaggio ideale verso il Nord Europa non riguarda il passato, bensì il futuro.
La visione politica del governo danese, che con largo anticipo ha avviato un progetto destinato a durare trent’anni, con l’obiettivo di mettere in sicurezza il territorio dagli effetti annunciati del cambiamento climatico, rappresenta un esempio di pianificazione che guarda lontano, come fanno i buoni marinai quando leggono il cielo prima della tempesta.
Alla luce di quanto sta accadendo anche nel nostro Paese – frane, smottamenti, coste che arretrano, città che lentamente finiscono in mare – ogni lettore potrà trarre le proprie conclusioni.
Io mi limito a dirne una sola:
Beati loro!
Carlo GATTI
Rapallo, 2 febbraio 2026
LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO - Liguria
LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO (Baücôgna) - VALLE ARGENTINA
Liguria

Le Isole Lofoten -Norvegia

Oggi Badalucco è considerata una "capitale" dello stoccafisso, mantenendo un legame diretto persino con la Norvegia (le Isole Lofoten), da cui proviene la materia prima.

Magnifico entroterra della Liguria di Ponente. Nello specifico siamo in valle Argentina a pochi km da Sanremo. La valle Argentina si snoda per 40km nell’entroterra sino al confine con il Piemonte e la Francia. Numerosi itinerari di bici da corsa e MTB la fanno una delle valli più complete della Liguria dal punto di vista ciclistico.

BADALUCCO


Altitudine: 179 mt s.l.m
Abitanti: 1.072
Comuni confinanti: Bajardo,Ceriana, Dolcedo, Molini di Triora, Montalto Carpasio, Taggia.
La sua specialità è un piatto che ha un suo antico “Significato Culturale” : rappresenta la fusione tra lo stoccafisso, importato dai marinai norvegesi, e i prodotti della terra locale, diventando un pilastro della cucina tradizionale del borgo.
"Baucogna" (o Baücôgna) è infatti il nome di Badalucco nel dialetto locale. Chiamare il piatto "alla baucogna" significa letteralmente cucinarlo "alla maniera di Badalucco".



Lo stoccafisso alla badalucchese (spesso confuso o associato a denominazioni locali simili) prende il nome dal comune di Badalucco, nella Valle Argentina in Liguria, dove la preparazione è una tradizione secolare legata alla cultura contadina e alla conservazione del pesce. Non si chiama "baucogna", ma è famoso per la sua ricetta specifica.
Per la gente di Badalucco lo stoccafisso è un legame col mare?
Noi pensiamo di sì! Per gli abitanti di Badalucco, un comune dell'entroterra ligure, lo stoccafisso rappresenta un legame storico e identitario profondo che va oltre il semplice consumo di pesce.
Questo legame non deriva da una vicinanza geografica immediata al mare, ma da una celebre leggenda storica risalente alle invasioni saracene:
L'assedio:
Si narra che durante un lungo assedio da parte dei Saraceni, i cittadini di Badalucco riuscirono a resistere e a non arrendersi per fame proprio grazie alle grandi scorte di stoccafisso accumulate.
Resistenza alimentare: Essendo un prodotto essiccato e a lunga conservazione, lo stoccafisso permise alla popolazione di sopravvivere tra le mura del borgo fino alla ritirata degli invasori.
Identità culturale: Da allora, lo stoccafisso è diventato il simbolo della tenacia del paese. Ogni anno, a metà settembre, questa eredità viene celebrata con Il Festival dello Stoccafisso alla Badalucchese (o Stocafissu a Baücogna), una tradizione che nel 2025 ha raggiunto la sua 53ª edizione.
La ricetta dello Storico Prof. Mauro Salucci
Stocafissu a baücôgna (Stoccafisso alla badalucchese) della Valle Argentina non è una semplice ricetta, ma un modo con cui la popolazione di Badalucco celebra dall'antichità il ricordo della vittoria sui pirati saraceni dopo un lungo assedio al borgo da cui la popolazione uscì vincitrice. Il protagonista è il merluzzo essicato. A parte noci, nocciole, pinoli e cherigli di noci vengono prima tostati in padella e poi pestati nel mortaio. Uniti con funghi secchi, olive taggiasche, olio extra del posto, acciughe sotto sale, vino bianco secco, amaretto anch'esso pestato, peperoncino, sale, prezzemolo, aglio, stoccafisso sapientemente stemperato gradualmente in brodo di carne, sistemando di pepe. Gradualmente, dopo quattro ore di cottura, questo piatto ci riporterà indietro nei secoli, ai forti sapori speciali e veri dell'entroterra e della sua gente orgogliosa e indomita, fiera delle sue tradizioni.
Lo stoccafisso a Baücôgna
E’ una tradizione culinaria ultracentenaria di Badalucco (Valle Argentina), legata all'uso dello stoccafisso norvegese delle Lofoten, diffuso in Liguria dal XVII secolo. Originatosi come piatto povero durante le invasioni saracene, è un simbolo della cultura locale, celebrato con un famoso festival e cucinato con olio taggiasco, noci, nocciole e funghi.
Ecco i punti salienti della tradizione
Origini Storiche:
Badalucco vanta una tradizione di oltre 400 anni nella preparazione dello stoccafisso, con una sagra storica che dura da oltre 50 anni
Lo stoccafisso si è diffuso in Liguria intorno al 1600 grazie ai commerci, diventando un alimento essenziale, facile da conservare e trasportare. La tradizione narra che durante l'invasione dei Saraceni, gli abitanti dell'entroterra abbiano resistito grazie allo stoccafisso, un alimento a lunga conservazione che garantiva il sostentamento.
La Ricetta
(Stoccafissu a Baücôgna): La preparazione richiede circa 5/6 ore di cottura lenta in grandi paioli con sugo. Prevede l'uso di stoccafisso di alta qualità, olio extravergine d'oliva, acciughe, aglio, pinoli, nocciole, funghi secchi, prezzemolo e brodo di carne. Viene spesso disposta a strati con le lische in basso per insaporire, formando una ciambella.
La Sagra e la Tradizione:
Da oltre 50 anni, Badalucco celebra questo piatto con il "Festival dello Stoccafisso", un evento di rilievo internazionale che richiama visitatori e autorità, celebrando il legame tra Badalucco e la Norvegia (spesso con la presenza dell'Ambasciatore norvegese).
Legame col Territorio:
Lo stoccafisso, nonostante provenga dal Nord, è diventato un prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) ligure. La ricetta badalucchese esalta i sapori locali, in particolare l'olio cultivar taggiasca.
La preparazione moderna è curata dalla Pro Loco e dalle famiglie locali, mantenendo viva una tradizione culinaria che unisce il borgo alla storia.
COSA C’E’ DA VEDERE A BADALUCCO?

Monumenti e luoghi d'interesse
Architetture religiose

La chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio nel centro storico badalucchese
- Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta e San Giorgio
Costruita in stile barocco dal 1683 al 1691; l'edificio fu ulteriormente modificato nel 1834. La facciata è a due ordini di colonne sovrapposte su alto plinto ed erme. Recentemente ha avuto un'importante ristrutturazione conclusa nel 2024.
-Oratorio di San Francesco, attiguo alla parrocchiale, ricostruito nel 1645 con facciata in stile neoclassico.
-Chiesa di Nostra Signora della Misericordia nel capoluogo, del 1701 in stile barocco.
- Chiesa di San Nicolò. L'edificio fu eretto nel XVII secolo, anche se citato già nel 1434, in posizione sovrastante sul paese sulle precedenti rovine del castello dei conti di Ventimiglia, signori di Badalucco.
- Cappella di Santa Lucia, costruita su uno dei piloni dell'omonimo ponte sul torrente Argentina.
- Cappella della Madonna degli Angeli presso l'omonimo ponte sul torrente Argentina, edificata nel corso del Seicento (ma completamente rifatta nel secondo dopoguerra) lungo l'antica mulattiera per la frazione di Montalto Ligure (Montalto Carpasio).
- Santuario della Madonna della Neve, situato sulla cima del monte Carmo.
- Chiesa della Regina di tutti i Santi. Costruita nel 1721 sul poggio della Pallara, nei pressi della frazione di Argallo.
- Chiesa parrocchiale della Madonna del Rosario nella frazione di Ciabaudo.
Architetture civili
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Palazzo Boeri. Posto di fronte alla chiesa parrocchiale badalucchese, venne eretto intorno al XVI secolo.
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Ponte di Santa Lucia sul torrente Argentina, costruito nel 1551 e completato nel 1606 ad archi diseguali.

Ponte della Madonna degli Angeli sul torrente Argentina, del 1614 a tre arcate in pietra
Centro storico
Il borgo medievale conserva ancora oggi cinque passaggi:
- la porta di San Rocco con piccolo corpo di guardia,
- la porta del Poggetto,
- la porta di Santa Lucia sul ponte omonimo,
- la porta del Beo
- la portadella Castella.
A Badalucco, il "Paese Dipinto", per i suoi muri ricoperti di murales e opere in ceramica, i ponti medievali (come il Ponte di Santa Lucia) sul torrente Argentina, la Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio e il Museo Frantoio Panizzi, immergendoti nell'atmosfera del borgo e gustando l'olio locale e lo stoccafisso alla badalucchese.
Nel borgo
Centro Storico: Perditi tra i "caruggi" (vicoli) ammirando i murales e le installazioni artistiche permanenti che lo trasformano in un museo a cielo aperto.
Ponti Medievali: Attraversa i caratteristici ponti a schiena d'asino che collegano le diverse parti del paese, offrendo scorci sul torrente Argentina.
Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio: Un'importante parrocchiale che custodisce opere d'arte.
Chiesa di San Niccolò Una chiesetta del Quattrocento con tesori artistici.
Museo Frantoio Panizzi: Un luogo che racconta la storia della produzione dell'olio d'oliva, un'eccellenza del territorio.
UpArt Festival: Se visiti a settembre, potresti trovare questo festival che anima il paese con varie forme d'arte.
Nelle vicinanze (Valle Argentina)
Valle Argentina: Ideale per escursioni e passeggiate, offre paesaggi naturali suggestivi.
Grotta Bertrand: Un sito archeologico preistorico con testimonianze dell'Età del Rame, per chi ama la storia.
Triora: "Il borgo delle streghe", famoso per le leggende e le vicende storiche legate ai processi per stregoneria.
APPROFONDIMENTO
Borgo Medievale e Arte
. Centro storico: Passeggia tra gli stretti vicoli ("caruggi") e le piazzette del borgo medievale, caratterizzato da case in pietra a vista.
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Museo a cielo aperto: Le stradine sono arricchite da numerose maioliche e opere di ceramica posizionate sui muri degli edifici, trasformando il paese in un museo all'aperto.
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Ponti storici: Ammira i due ponti risalenti al tardo Medioevo che attraversano il torrente Argentina, elementi chiave dell'architettura storica del paese.
Natura e Relax
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Laghetti di Badalucco: A pochi passi dal centro, puoi trovare laghetti e cascate naturali nel torrente Argentina, ideali per un bagno rinfrescante nelle giornate estive.
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Sentieri e trekking: La zona offre diversi percorsi per escursioni e trekking, permettendo di godere della natura incontaminata e di panorami suggestivi, come verso il Colle D'Oggia.
Cultura Enogastronomica
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Olio Roi: Visita la storica azienda produttrice di olio extra vergine d'oliva Taggiasca, un pilastro dell'economia locale. Puoi acquistare diverse varietà di olio, olive taggiasche e altre specialità locali nel punto vendita.
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Cucina locale: Scopri l'ottima cucina ligure in ristoranti e agriturismi tipici, che offrono piatti tradizionali come i ravioli alle erbette e il brandacujun.
Specialità da provare
- Olio Extra Vergine d'Oliva: Prodotto con le olive taggiasche locali.
- Stoccafissu a Baucogna: Un piatto tradizionale a base di stoccafisso.
- Fagiolo di Badalucco (Rundin): Un fagiolo Presidio Slow Food.
Comune di Badalucco
https://www.comune.badalucco.im.it ›
Come raggiungerci
In Auto:
Provenienza da Genova: autostrada A10 uscita casello Arma di Taggia
Provenienza dalla Francia: Autostrada A8 uscita casello Arma di Taggia. Da lì, si prosegue sulla strada provinciale SP548 per circa 10-15 km in direzione nord, seguendo le indicazioni per Badalucco. È situato a circa 179 metri di altitudine.
In Treno:
La stazione ferroviaria più vicina è Taggia-Arma, da cui prendere un autobus o taxi. Distanza: Dista circa 10-15 minuti di auto dalla costa.
Badalucco:
Dista una decina di chilometri dalla zona costiera e si propone come un'alternativa ideale per i visitatori che desiderano natura.
Dello stesso autore:
DALLE ISOLE LOFOTEN ARRIVÒ LO STOCCAFISSO
di Carlo GATTI
https://www.marenostrumrapallo.it/dalle-isole-lofoten-arrivo-uno-dei-piatti-preferiti-dai-genovesi/
LO "SCOPRITORE" DELLO STOCCAFISSO
di Carlo GATTI
https://www.marenostrumrapallo.it/nannni/
Carlo GATTI
Rapallo, febbraio 2026
LA NAVICELLA DI ROMA - UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO
NAVICELLA DI ROMA
UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO
La lunga storia di una galea romana che continua a sopravvivere con i suoi simboli millenari

CASTRA PEREGRINORUM
Zona destinata ai militari di passaggio
LA NAVICELLA originale fu ritrovato nella zona dell'antica Castra Peregrina. La tradizione vuole che i marinai della flotta di Capo Miseno, responsabili del velarium del Colosseo, dedicassero questa navicella marmorea alla dea Iside, protettrice dei naviganti.

La basilica di Santo Stefano Rotondo
Conosciuta come Chiesa della Navicella.

Veduta dell’Acquedotto Claudio, la basilica di S.Stefano Rotondo e la navicella
La Castra Peregrina, l'antica caserma dei soldati provinciali distaccati a Roma, si trovava sul Celio (Rione Celio), precisamente nell'area sottostante la moderna Basilica di Santo Stefano Rotondo. L'area si estendeva tra la chiesa e la zona della vicina villa Casali, dove sono stati rinvenuti resti archeologici.

La fontana della Navicella
Ha una curiosa storia legata ai marinai dell’Antica Roma e da meno di cent’anni è stata restaurata da semplice ornamento della piazza che la ospita a vera e propria fontana.
LA STRUTTURA
Nel 1931, duranti i lavori dell’allargamento della strada, la statua è stata trasformata come fontana alimentata dall’acquedotto Felice.
La fontana è costituita da una piccola nave scolpita nel marmo, che raffigura una galera romana che venne collocata nel centro di una grande vasca modanata di forma ellittica, situata quasi al livello del suolo.
Al centro della nave, uno zampillo scende lungo i lati laterali del ponte che ricadono nel catino inferiore di travertino.
Il MARE
E' ricordato all’interno della vasca per il fondale mosaicato di forma ovale, con pietre fiumane rappresentante pesci e imbarcazioni.
IL BASAMENTO

Della graziosa galera poggia su di un grande piedistallo rettangolare sui cui sono scolpiti gli stemmi di Leone X sulle facciate, composto dalle due chiavi decussate, sovrastato dalla Tiara. All’interno lo Scudo dai sei bisanti ossia palle, cinque rosse ed una blu con tre gigli medicei.

Si tratta della rappresentazione, in marmo bianco e travertino, di una galera romana, poggiata su due scalmi. Il ponte è delimitato da un corrimano sostenuto da nove mensole alternate ad altrettanti boccaporti.
Un cinghiale come polena
Il cinghiale era visto come un animale indomito e aggressivo. Una polena del genere serviva a incutere timore e a rappresentare la forza della nave in battaglia, una pratica comune nelle flotte antiche.

Particolarmente caratteristica la testa di cinghiale posta a decorazione della prua della nave, mentre sulla poppa è riprodotto il castello.
La polena a testa di cinghiale sulla scultura nota come Fontana della Navicella simboleggiava la ferocia, la forza e il vigore militare.
Associata alla flotta di Capo Miseno, la nave rappresentava la potenza della marina romana, spesso decorata con animali simbolici sulla prua.

Fontana della Navicella
La fontana prende il nome dalla raffigurazione in miniatura di un’antica galera romana e si trova al centro della piazza antistante la chiesa di S. Maria in Domnica, detta anche “in navicula”.
In epoca romana nei pressi del colle Celio sorgevano i Castra misenatium, il quartiere del reparto di marinai della flotta di stanza a capo Miseno, il cui principale incarico, quando non era impegnato in attività militari in mare, era quello di manovrare il velarium, l'enorme tenda che copriva il Colosseo e che, manovrato da un sistema di funi e carrucole, serviva a riparare il pubblico dal sole e dalle intemperie durante lo svolgimento degli spettacoli.
Secondo la tradizione i marinai del castra avrebbero fatto realizzare un modello marmoreo di una barca, per offrirlo (una sorta di ex voto) alla dea Iside, protettrice dei naviganti.
Iside, (Cerere romana) la dea egizia che attraversò il Mediterraneo
La rappresentazione più vicina ai naviganti dell'antica Roma è Iside Pelagia ("Iside del mare"), signora del mare e protettrice dei naviganti, spesso raffigurata nell'atto di guidare le navi con un mantello che funge da vela. Questa immagine unisce la tradizione egizia a quella ellenistica, talvolta mostrando la dea con le corna bovine e il globo solare, o come la dea alata simbolo del vento.

L'Iseo Portuense è un sito archeologico identificato come un antico santuario dedicato alla dea egizia Iside, rinvenuto all'Isola Sacra (Fiumicino), vicino al porto di Claudio e Traiano. Dagli scavi effettuati negli anni '60, sono emersi reperti significativi, tra cui la famosa statua in marmo nero di Iside Pelagia.

In origine Iside fu una delle principali divinità del panteon egizio. Poi il suo culto si diffuse in tutto il Mediterraneo, dove ricevette una grande accoglienza e riunì fedeli di tutti i ceti sociali.
Museo Ostiense | Le storie dietro le opere
La statua di Iside Pelagia

Questa statua monumentale, in marmo nero di Belevi, proviene dal cosiddetto Iseo Portuense, rinvenuto all’Isola Sacra (Fiumicino) durante scavi degli anni ’60 del Novecento.
La statua, che si data alla seconda metà del II secolo d.C. raffigura Iside Pharia o Pelagia, strettamente legata alla cerimonia del navigium Isidis, che sanciva in primavera, con il favore della dea, la ripresa della navigazione, dopo la pausa della stagione invernale.
L’Iseo Portuense era un antico tempio romano dedicato alla dea egizia Iside, situato nell'area dell'odierna Isola Sacra (Fiumicino), vicino ai porti imperiali di Claudio e Traiano. Scoperto nel 1969, il santuario era parte di un complesso dedicato a Iside Pharia (o Pelagia), protettrice dei naviganti, e testimonia la diffusione dei culti orientali nel porto di Roma.
CONCLUSIONE
La tradizione ci racconta:
La fontana della Navicella, la sua sparizione e costruzione di una copia
La prima volta che si menzionò la navicella, fu per mano di Pomponio Leto che nel 1484, ci parla di una navicella ritrovata presso l’attuale chiesa di S. Maria in Dominica e si riferiva però ad una scultura a forma di nave con la prua a testa di cinghiale e il castello di poppa, in origine alimentata dall’Acquedotto Claudio.
La scultura andò perduta durante il Medioevo ma i resti furono ritrovati all’inizio del ‘500 proprio nei pressi della basilica dove è posta oggi la fontana.
L’odierna scultura sembrerebbe essere una riproduzione di un modello rinascimentale della nave e fu realizzata probabilmente su disegno di Andrea Sansovino. Collocata nell’attuale luogo fra il 1518 ed il 1519.
Si dice che le cose siano andate così...
Il papa Leone X, per evitare ulteriori perdizioni, incaricò lo scultore Andrea Sansovino di farne una copia, con una base rettangolare ornata con le insegne papali e un’epigrafe celebrativa.
In marmo bianco e travertino, rappresenta una galera poggiata su due scalmi, con una testa di cinghiale a decorare la prua della nave e sulla poppa la riproduzione del castello.
La scultura attuale fu realizzata nel 1518-1519 su committenza del cardinale Giovanni de’ Medici.
La nave, in marmo bianco, è posta sopra un basamento in marmo che riproduce sulle facce minori lo Stemma dei Medici.
Così quella piccola nave di marmo, silenziosa da duemila anni sul colle del Celio, continua ancora oggi a parlare ai marinai.
Non è soltanto un ricordo dell’antica flotta di Miseno, ma un segno di riconoscenza, di fede e di coraggio che attraversa i secoli.
In essa rivive lo spirito di tutti coloro che hanno solcato il Mare Nostrum: uomini che hanno affrontato tempeste, vegliato nelle notti di guardia, confidato nella propria nave e nella protezione del cielo.
La Navicella di Roma è come uno stemma marinaro scolpito nella pietra del tempo:
un simbolo che unisce idealmente i rematori dell’Impero romano ai marinai di oggi, legati dallo stesso destino d’acqua e di vento.
E mentre le onde continuano a battere le coste del nostro mare, quella nave immobile sembra ricordarci che la vera tradizione della marineria non è fatta soltanto di navi e di porti, ma di memoria, disciplina e fratellanza.
Un filo invisibile, teso tra due millenni di navigazione, continua così a legare i marinai di ieri e di oggi sotto lo stesso cielo e sullo stesso mare:
il nostro antico, eterno Mare Nostrum.
Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 29 gennaio 2026
BIBLIOGRAFIA
- CAPO MISENO - LA PIU' POTENTE BASE MILITARE DELL'ANTICHITA'
Carlo Gatti - 17 Maggio 2018
https://www.marenostrumrapallo.it/miseno/
- IL VELARIUM DEL COLOSSEO - di Carlo GATTI - 1 Ottobre 2021
https://www.marenostrumrapallo.it/vele/




























