LE VIA DEL SALE - PARTE SECONDA

LE VIE DEL SALE

PARTE SECONDA

 

DOVE IL MARINAIO DIVENTAVA CAROVANIERE

DALLA RIVIERA LIGURE DI LEVANTE ALLA PIANURA PADANA

 

Dopo aver osservato dall’alto la grande rete delle Vie del Sale, proviamo ora a imboccarne una.

Partiremo da Chiavari, dove le merci giunte dal mare venivano affidate ai mulattieri; risaliremo la Val Sturla e raggiungeremo Villa Cella e la Val d’Aveto, fino ai valichi che introducevano nell’Emilia e nella Pianura Padana.

Ma lungo questa strada non incontreremo soltanto mercanti, monaci e carovane. Incontreremo anche alcune persone appartenenti alla nostra memoria familiare e marinara.

 

DA CHIAVARI VERSO L’APPENNINO

 

Santo Stefano D’Aveto – Passo del Tomarlo (1.485 mt.s.l.m)

Le carovane del Sale giunte sul Passo sceglievano di scendere verso Piacenza oppure Parma

 

Chiavari era uno dei principali punti d’incontro fra il mare e l’entroterra del Levante ligure. Nei suoi mercati e nei pressi degli approdi venivano preparati i carichi destinati alle vallate appenniniche. Il sale, proveniente dalle saline costiere e trasportato per mare, era accompagnato da olio, acciughe sotto sale, tessuti, spezie e altri prodotti giunti nei porti liguri.

Il commercio non procedeva in un’unica direzione. Dall’Emilia e dalle vallate interne scendevano verso la costa grano, cereali, formaggi, salumi, carne lavorata, legname e vino. I muli dovevano possibilmente viaggiare carichi sia all’andata sia al ritorno, perché nessun mercante poteva permettersi di affrontare inutilmente le fatiche e i pericoli dell’Appennino.

Da Chiavari le carovane risalivano verso l’entroterra seguendo differenti percorsi. Uno dei principali attraversava la Val Sturla, toccava Borzonasca e proseguiva verso Rezzoaglio e l’alta Val d’Aveto.

Allora non esistevano le strade carrozzabili che oggi attraversano le vallate. Si procedeva lungo crêuze, mulattiere e sentieri di crinale, scegliendo di volta in volta il percorso più sicuro secondo la stagione, il tempo e le condizioni del terreno.

Il viaggio richiedeva diversi giorni. Le distanze non erano il solo problema: bisognava affrontare pioggia, nebbia, neve, guadi, frane e possibili aggressioni. Per questo le carovane viaggiavano in gruppo e si affidavano a un uomo che conosceva profondamente il territorio.

 

IL CAPO CAROVANIERE

Il capo carovaniere non era un semplice accompagnatore. Era guida, organizzatore, contabile e negoziatore.

Conosceva i sentieri, i valichi, le sorgenti, i luoghi nei quali trovare riparo e i tratti maggiormente esposti alle intemperie o agli agguati. Doveva valutare il tempo, distribuire correttamente i carichi e controllare le condizioni degli animali.

Portava con sé il denaro e i documenti necessari al transito delle merci. Nei diversi territori attraversati trattava il pagamento di gabelle, dazi e pedaggi con doganieri, castellani e rappresentanti dei feudatari.

Ogni carovana costituiva un piccolo mondo disciplinato. Un errore, un animale ferito o un improvviso cambiamento del tempo potevano rallentare l’intero convoglio e mettere in pericolo uomini e merci.

Ancora una volta il paragone con il mare appare naturale. Il capo carovaniere era il comandante; il sentiero rappresentava la rotta; le osterie, gli ospitali e i monasteri erano i porti di rifugio.

 

VILLA CELLA E LA STRADA DELLA PRIA MARTINA

 

 

Una delle più antiche direttrici commerciali della zona risaliva da Borzonasca verso Villa Cella, superando il passo della Bisinella.

La mulattiera, conosciuta come strada della Pria Martina, era già utilizzata prima dell’anno Mille per gli scambi fra la Riviera e la Val d’Aveto. Il percorso era lungo e faticoso, tanto per gli uomini quanto per gli animali.

Villa Cella sorge a 1.020 metri di quota, in una posizione oggi appartata, ma un tempo strategica. Nei primi anni dell’XI secolo vi si stabilì una piccola comunità di monaci benedettini.

Nel 1103 frate Alberto comunicò all’abate di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia che la chiesa era stata ultimata e offrì a quella prestigiosa abbazia la sudditanza perpetua della nuova comunità.

Nacque così una cella monastica, dalla quale derivarono nel tempo il nome del borgo e il cognome di molte famiglie che andarono ad abitare nei suoi dintorni.

I Benedettini alternavano la preghiera al lavoro secondo la loro regola, Ora et labora. Dissodavano e coltivavano il terreno, utilizzavano le acque, costruivano e mantenevano opere necessarie alla vita della comunità.

Soprattutto, accoglievano e soccorrevano i viandanti. Il piccolo convento fungeva anche da hospitale: non un ospedale nel significato moderno, ma un luogo nel quale uomini stanchi, feriti o sorpresi dal maltempo potevano ricevere riparo, cibo e assistenza. Anche gli animali venivano ricoverati e rifocillati.

In una zona isolata e difficile, la presenza dei monaci rappresentava una luce accesa nella notte e un porto sicuro lungo la rotta appenninica.

La loro opera durò per circa cinque secoli. Quando i traffici cominciarono a seguire percorsi più agevoli, passando da Borzonasca verso Bosà e Cabanne, la vecchia strada della Pria Martina perse progressivamente importanza. Villa Cella rimase appartata e il monastero fu infine abbandonato dai Benedettini.

 

L’INCONTRO CON CARLA CELLA

Molti anni dopo, una serena giornata di sole mi offrì l’occasione di salire a Villa Cella insieme a mia moglie Gun.

Tra le pagine di un vecchio calendario avevo notato la fotografia di un mulino, con alle spalle un campanile medievale costruito in pietra locale. Quel luogo aveva suscitato la mia curiosità e desideravo finalmente fotografarlo.

 

 

La signora Carla Cella (a sinistra nella foto con Gun Gatti), è l’autrice del libro sopra riportato.

https://www.marenostrumrapallo.it/cella/

di Carlo GATTI

 

Quando arrivammo, trovammo un piccolo borgo raccolto intorno alla chiesa e immerso in un silenzio quasi irreale.

La signora Carla Cella, intenta a costruire un muretto, si voltò di scatto e ci accolse con un sorriso meravigliato:

«Scommetto che siete venuti fin quassù per fotografare il mulino. Lo fanno in molti e non sanno che quel mulino, diventato ormai il simbolo del paese, è del 1920: un nulla nella lunga storia di Villa Cella.»

Carla era nata lassù, ma viveva a Chiavari, dove aveva insegnato fino alla pensione. Ritornava al paese ogni volta che poteva per ritrovare la propria giovinezza, lavorare, cantare e scavare nelle radici familiari.

Fu lei ad aprirci le porte della storia di Villa Cella. Ci raccontò dei monaci, dell’antica strada, dei viandanti e delle famiglie emigrate nelle “Meriche”. Grazie alla sua passione, quel borgo apparentemente immobile e quasi disabitato tornò a popolarsi davanti ai nostri occhi.

Il suo libro, “La Cella – Ra Zella – Villa Cella”, conserva quella memoria e impedisce che il silenzio cancelli definitivamente le voci del paese.

 

 

VERSO LA VAL D’AVETO E LA PADANIA

Da Villa Cella e dalle altre direttrici della Val Sturla, i percorsi raggiungevano l’alta Val d’Aveto e le zone del monte Aiona, del monte Penna e di Santo Stefano d’Aveto.

Da lì le carovane sceglievano il valico più adatto alla destinazione. Il passo del Tomarlo e quello dello Zovallo aprivano il cammino verso le vallate piacentine; altri passaggi permettevano di dirigersi verso la Val di Taro, la Val Ceno e i mercati del Parmense.

Santo Stefano d’Aveto costituiva un importante punto di transito. Il suo castello, passato nei secoli dai Malaspina ai Fieschi e poi ai Doria, testimonia il valore strategico di quelle vie.

Il controllo delle strade significava proteggere i traffici, ma anche riscuotere pedaggi. Ogni confine feudale poteva trasformarsi in un nuovo pagamento e ogni carico doveva essere accompagnato dai documenti richiesti.

Per evitare le gabelle, alcuni percorrevano sentieri secondari e più pericolosi. La Via del Sale diventava allora via del contrabbando: una rotta nascosta tra i boschi, scelta per sottrarsi agli uomini delle dogane, ma esposta alle frane, alla nebbia e agli agguati.

 

LE TRACCE RIMASTE

 

Castello di Santo Stefano D’Aveto

 

Pianta e prospettiva del castello. Disegni realizzati da Domenico Revello alla fine del XVI secolo, conservati presso l’Archivio di Stato di Genova

 

Quel mondo non è scomparso completamente.

Nei tratti più ripidi si riconoscono ancora antiche pavimentazioni in pietra, consumate dal passaggio degli uomini e degli animali. Lungo i sentieri compaiono cappelle, croci ed edicole votive, davanti alle quali i viandanti si fermavano per una preghiera.

Castelli, borghi, monasteri e vecchi luoghi di sosta conservano le tracce di una rete commerciale che per secoli mise in comunicazione il Mediterraneo con la Pianura Padana.

Oggi percorriamo quelle strade per conoscere la natura e ammirare il paesaggio. Un tempo erano vie di lavoro, di sacrificio e di sopravvivenza.

E proprio quando le antiche carovane sembravano ormai appartenere soltanto alla storia, alcuni di quei sentieri tornarono a essere preziosi.

 

ANITA, LA DONNA CHE PASSAVA DAPPERTUTTO

Durante la guerra e nel primo dopoguerra, una donna di nome Anita percorreva ancora quelle antiche direttrici.

Veniva da Varzi. Era alta, bionda, robusta e dotata di un coraggio fuori dal comune. Suo marito, soldato dell’ARMIR, era morto in Russia, lasciandola sola con cinque figli da crescere.

Due volte al mese Anita affrontava il viaggio verso Rapallo portando formaggi e salumi del Basso Piemonte. Attraversava territori controllati ora dai tedeschi e dai repubblichini, ora dai partigiani, riuscendo a parlare con tutti e a passare dappertutto.

A Villa Caterina, la nostra casa, una stanza era stata trasformata in deposito per la sua merce. Talvolta Anita si fermava anche a dormire da noi, prima di riprendere il viaggio.

La nostra casa diventava così una piccola stazione di posta, un magazzino e un porto sicuro lungo una Via del Sale che, pur cambiando merci e viaggiatori, continuava a vivere.

Anita non portava più soltanto il sale: portava il necessario per mantenere i suoi cinque figli. La sua carovana era formata dal coraggio, dalla fatica e dall’amore di una madre.

 

AMEDEO: LA VIA DEL SALE COME STRADA VERSO CASA

Anche mio padre Amedeo percorse quei tracciati durante la guerra.

Lavorava a Genova e doveva ritornare dalla propria famiglia a Rapallo. L’Aurelia era controllata da una decina di posti di blocco tedeschi e per due volte gli era stata sequestrata la bicicletta.

Decise allora di abbandonare la strada costiera.

Tre volte alla settimana, anziché seguire l’Aurelia, saliva da Genova verso Uscio e percorreva i sentieri dei crinali. Lungo quella strada incontrava i partigiani anziché i tedeschi e si collegava alla Via del Sale alle spalle di Rapallo.

Era un viaggio lungo e faticoso, ma gli permetteva di ritornare a Villa Caterina e, quando possibile, portare qualcosa da mangiare alla famiglia.

Per Amedeo la  Via del Sale non rappresentava più una strada commerciale: era diventata una via di libertà, di salvezza e soprattutto la strada verso casa.

 

L’ANNA MARTINI: UNA MULATTIERA DEL MARE

 

Molti anni dopo ritrovai il sale, non più sui crinali dell’Appennino, ma nelle stive di una nave.

ANNA MARTINI era il suo nome. Vi rimasi imbarcato per diciotto mesi, dapprima come primo ufficiale di coperta e successivamente al comando.

Era una nave di appena 2.200 tonnellate. Quando imbarcai, la comandava San Pé, un padrone marittimo di Carloforte. Con lui conobbi da vicino il Mediterraneo e l’antica arte del navigare.

Fu una seconda scuola, generosa d’insegnamenti che mi sarebbero serviti moltissimo quando diventai comandante di rimorchiatori d’altura e portuali di Genova.

Con quello “scavafango” navigammo persino fuori Gibilterra e raggiungemmo Safi (Marocco atlantico) per caricare fosfati: senza radar, con il radiogoniometro in avaria e numerose “casse” di cemento applicate allo scafo disastrato.

La nave era già affondata durante la Seconda guerra mondiale ed era stata recuperata dal fondo. Vecchia, stanca e con un carattere quasi indipendente e fuorilegge, era considerata una nave pirata in tutti i sensi.

Dopo aver navigato su tre navi passeggeri, dove l’ordine, la disciplina e la divisa da ufficiale rappresentavano una tradizione marinara di prima grandezza, ero finito su una fottutissima nave-pirata.

Eppure fu per me una scuola eccezionale di vita e di autentica marineria, popolata da uomini con le mani e il viso induriti dal sale dei leudi e dai colpi del Mediterraneo: un mare che non ha mai sopportato i marinai con la puzza sotto il naso e la superbia nello sguardo.

Nel viaggio verso Cagliari trasportavamo un centinaio di automobili FIAT; al ritorno caricavamo il sale alla banchina delle Saline Conti Vecchi, destinato a Genova. Per oltre trent’anni all’ANNA MARTINI fu affidato quel servizio.

La nave era vecchia e stanca, ma gli uomini che la conducevano erano duri e determinati.

Erano i mulattieri del mare.

Portavano sulle onde lo stesso carico che, per secoli, altri uomini avevano condotto oltre i crinali dell’Appennino.

 

IL SALE DELLA MEMORIA

Anita percorse la Via del Sale per mantenere i suoi cinque figli.

Amedeo la percorse per sfuggire ai posti di blocco e ritornare dalla propria famiglia.

L’ANNA MARTINI la prolungò sul Mediterraneo, trasportando nelle sue stive lo stesso sale che per secoli aveva viaggiato lungo i sentieri di montagna.

Il sale unisce così tre mondi apparentemente lontani: il coraggio di una donna, l’amore di un padre e la fatica degli uomini di mare.

La nostra navigazione è partita dalle banchine, è salita lungo le crêuze, ha attraversato l’Appennino e raggiunto la Pianura Padana. Seguendo la memoria, è poi ritornata al mare.

Perché alcune strade non scompaiono: continuano silenziosamente dentro di noi, finché un ricordo non le riporta alla luce.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 8 Agosto 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LE VIE DEL SALE - PARTE PRIMA

LE VIE DEL SALE

PARTE PRIMA

QUANDO “LE VIE DEL MARE” DIVENTARONO “LE VIE DEL SALE”

 

DAL MARE ALLA MONTAGNA

Le Vie del Sale non cominciavano sulla costa: erano la continuazione terrestre delle Vie del Mare. Le navi portavano nei porti liguri le merci provenienti dal Mediterraneo e da terre lontane; da lì il sale e gli altri prodotti venivano caricati sugli animali da soma e prendevano la via dei monti. Il mare, dunque, non terminava sulla banchina: proseguiva lungo le crêuze, attraversava l’Appennino e raggiungeva la Pianura Padana.

Fin dai tempi più antichi, i porti furono luoghi d’incontro tra uomini, navi e merci. Spezie, tessuti, metalli, allume e sale arrivavano dal mare; legname, lana, formaggi, salumi, pelli e prodotti dell’artigianato scendevano invece dalle vallate dell’interno.

La banchina non rappresentava il punto d’arrivo di quei traffici, ma il luogo in cui una rotta cambiava natura: terminava la navigazione marittima e cominciava quella terrestre.

 

IL SALE, BENE INDISPENSABILE

 

Oggi il sale è un prodotto comune, presente in ogni cucina e acquistabile con poca spesa. Per secoli, invece, rappresentò una materia prima preziosa, indispensabile non soltanto per l’alimentazione, ma soprattutto per la conservazione della carne, del pesce e di numerosi altri alimenti.

Prima dell’invenzione dei moderni sistemi di refrigerazione, la salatura permetteva di conservare le provviste durante l’inverno, affrontare lunghi viaggi e sopravvivere nei periodi di carestia. Dal sale dipendevano quindi l’economia, l’alimentazione e, in molti casi, la vita stessa delle comunità lontane dal mare.

La sua importanza fu tale da renderlo oggetto di imposte, monopoli e contese. Anche la parola salario discende dal latino salarium, termine legato al sale e al valore che questo prodotto possedeva nel mondo antico.

In Italia il sale rimase sottoposto al monopolio dello Stato fino al 1974 e veniva venduto nelle tabaccherie, come ancora ricordano le vecchie insegne con la scritta SALI E TABACCHI.

 

LA NASCITA DELLE CAROVANE

 

Un antico motto riassumeva lo spirito della Superba: «Ianuensis ergo mercator» – “Genovese, dunque mercante”.

I mercanti genovesi percorrevano rotte che dalla Spagna arrivavano sino al Mar Nero, unendo l’attività commerciale alla presenza politica e finanziaria della Repubblica.

Quando le merci giungevano nei porti liguri, dovevano proseguire verso l’interno. Nel piazzale dell’angiporto si preparavano le carovane e si distribuivano i carichi. Il capo carovaniere osservava il cielo, valutava le condizioni del tempo e sceglieva il percorso più adatto.

Come un comandante prima della partenza, doveva conoscere la strada, prevedere i pericoli e assumersi la responsabilità degli uomini, degli animali e delle merci affidategli.

Le carovane potevano essere composte anche da decine di muli, talvolta un centinaio: ciascun animale trasportava la propria parte di quel lungo carico, quasi fosse un piccolo contenitore del Medioevo.

La salita avveniva spesso lungo i crinali. Sebbene più esposti alle nebbie, alla neve e al vento, offrivano percorsi più diretti rispetto ai tortuosi fondovalle e permettevano di evitare torrenti in piena, ponti insufficienti e strettoie favorevoli agli agguati dei briganti.

 

NON UNA STRADA, MA UNA RETE

Parlare della Via del Sale come se fosse una sola strada non è corretto. Esisteva una vasta rete di percorsi principali e secondari che collegava i porti liguri alla Pianura Padana.

Ogni porto, vallata e comunità possedeva i propri sentieri, spesso modificati secondo la stagione, la situazione politica, le condizioni meteorologiche e la sicurezza dei territori attraversati.

Dal Ponente ligure partivano itinerari diretti verso il Piemonte e la Francia; da Genova le vie risalivano la Val Polcevera e la Val Bisagno; dal Levante raggiungevano la Val Trebbia, la Val d’Aveto, l’Oltrepò Pavese, il Piacentino e il Parmense.

Torriglia e il monte Antola costituivano importanti punti d’incontro tra i tracciati provenienti dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia e dalla costa ligure. La Via del Sale lombarda, per esempio, risaliva la Valle Staffora, percorreva i crinali tra la Val Borbera e la Val Boreca, raggiungeva l’Antola e scendeva verso Torriglia, da dove poteva proseguire sino a Genova.

Un’altra antica direttrice raggiungeva Crocetta d’Orero e scendeva verso la Val Bisagno. Nella periferia orientale genovese, un tratto era chiamato Giro del Fullo, dal nome della località nella quale si lavorava la lana.

Le merci non viaggiavano soltanto dal mare verso la montagna. Lana, formaggi, salumi, legname, pelli e manufatti scendevano verso i porti, dove venivano scambiati con il sale e con i prodotti giunti sulle navi.

Le Vie del Sale erano dunque percorse in entrambe le direzioni: portavano il mare nell’entroterra e riportavano la montagna verso il mare.

 

L’OLTREGIOGO: LA RETROVIA DI GENOVA

Il cuore dell’Oltregiogo si estende tra il Piemonte e la Liguria. Nel territorio della provincia di Alessandria comprende centri importanti come Novi Ligure, Ovada, Gavi e Serravalle Scrivia; sul versante ligure interessa l’alta Valle Scrivia, l’alta Val Polcevera e la Val Trebbia, con località quali Busalla, Ronco Scrivia e Campo Ligure.

Per la Repubblica di Genova e per le sue grandi famiglie, l’Oltregiogo non rappresentava una periferia lontana, ma una retrovia strategica.

Il nome deriva dal latino ultra jugum, cioè “oltre il giogo” dell’Appennino, e indicava quei territori situati sul versante padano attraverso i quali transitavano uomini, merci e ricchezze dirette verso Genova o provenienti dal suo porto.

Controllare quelle terre significava controllare i passaggi appenninici, riscuotere dazi e proteggere i traffici. Doria, Spinola, Centurione e Fieschi possedevano feudi, castelli e punti fortificati lungo le principali direttrici.

Le antiche rocche che ancora oggi dominano alcune vallate non erano soltanto simboli di potere. Sorvegliavano le strade, proteggevano le carovane e ricordavano a chi transitava che ogni territorio aveva un signore e, molto spesso, un tributo da pagare.

 

IL MULATTIERE, MARINAIO DI TERRA

C’era un detto che recitava -“Chi vuol sentire le pene dell’inferno faccia il fabbro d’estate e il mulattiere d’inverno”-. Si diceva pure –“Quello bestemmia come un mulattiere”-

Le grida e le imprecazioni di quegli uomini si udivano da lontano. Servivano a impartire gli ordini agli animali, ma erano anche lo sfogo di chi affrontava il freddo, la neve, il fango e la paura di un passo falso sopra un precipizio. Dietro quella voce aspra si nascondeva un mestiere durissimo, fatto di esperienza, responsabilità e solitudine.

 

 Foto: Carovana di muli e mulattieri pronti per la discesa verso la costa della Liguria di ponente.  Foto: Archivio di Angelo Piombo

Negli anni Cinquanta in Italia vi erano ancora circa duecentomila muli. Oggi quasi nessuno li ricorda, eppure per secoli furono una presenza indispensabile nelle vallate dell’Appennino e delle Alpi. Portavano grano, legna, vino e ogni genere di provvista là dove le ruote non potevano arrivare. Con la loro forza paziente contribuirono a tenere in vita intere comunità di montagna.

Prima della partenza, il mulattiere preparava con cura ogni animale. Controllava uno per uno gli zoccoli, verificava che i ferri fossero ben saldi e i chiodi sicuri; con una spugna ne puliva gli occhi e sistemava nella musetta un po’ di fieno, affinché potesse rifocillarsi durante il cammino senza costringere la carovana a fermarsi.

I paraocchi aiutavano il mulo a guardare avanti, senza distrarsi né spaventarsi davanti a un imprevisto o alla vista di un precipizio. L’animale che apriva la fila portava sotto il collo una maschera colorata e festosa: lo proteggeva dalle mosche e dava una nota di allegria alla lunga fatica del viaggio.

Il mulattiere teneva le mani vicine alle redini, pronto a trasmettere i comandi e, insieme, sicurezza. Il cappello di feltro a larghe falde lo riparava dal sole e dalla pioggia; i pesanti calzoni di fustagno avevano tasche profonde, nelle quali trovavano posto un grande fazzoletto, il denaro e un coltello affilato.

Quel coltello serviva a tagliare il pane, ma poteva anche salvare un animale. Se il carico si spostava durante una discesa sconnessa o sopra uno strapiombo, mettendo a rischio il mulo, bisognava recidere immediatamente le cinghie che lo assicuravano al basto. In pochi istanti il mulattiere doveva scegliere: perdere la merce oppure perdere il compagno di tante fatiche.

Tra il marinaio e il mulattiere esistevano somiglianze profonde.

Entrambi si muovevano in ambienti mutevoli e pericolosi. Il marinaio affrontava onde, correnti e tempeste; il mulattiere nebbia, neve, valichi e sentieri scoscesi. Entrambi dovevano conoscere il tempo, interpretare i segnali della natura e affidarsi all’esperienza.

Il capo carovaniere aveva responsabilità simili a quelle di un comandante. Decideva quando partire, quale strada seguire, dove sostare e come proteggere il convoglio. Un errore di valutazione poteva mettere in pericolo uomini, animali e carico.

Lungo il cammino, abbazie, pievi, cappelle, osterie e stalle offrivano riparo ai viandanti. Erano i loro porti di sosta, luoghi nei quali riposare, ricevere ospitalità e attendere che il tempo consentisse di riprendere il viaggio.

Per questo possiamo considerare il mulattiere un marinaio di terra: al posto della coperta aveva un sentiero, al posto delle onde i crinali dell’Appennino, ma portava con sé la stessa pazienza, la stessa prudenza e la medesima umiltà davanti alle forze della natura.

 

LE STRADE CHE NON SCOMPAIONO

Le Vie del Sale rimasero attive per secoli e cominciarono a perdere la loro funzione soltanto con l’arrivo delle strade carrozzabili e delle ferrovie. Ma non scomparvero completamente.

Molti degli antichi tracciati sono ancora riconoscibili e vengono oggi percorsi da escursionisti che, spesso senza saperlo, camminano sulle orme di mercanti, mulattieri e pellegrini.

Nella prossima puntata lasceremo la grande rete dell’Oltregiogo per seguire una rotta più vicina alla nostra Riviera: da Chiavari saliremo verso Villa Cella, attraverseremo la Val d’Aveto e raggiungeremo, attraverso i valichi appenninici, la Pianura Padana.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 6 Agosto 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA MADONNINA DEL MARE - STATUA SUBACQUEA - ZOAGLI

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LA MADONNINA DEL MARE

STATUA SUBACQUEA

ZOAGLI

COMUNE DI ZOAGLI

La statua, realizzata dalla scultrice Marian Hastianatte, dall’agosto 1996 protegge gli abitanti di Zoagli.

Ogni anno, la sera del 6 agosto, i subacquei riuniti in processione con fiaccolata onorano la Madonna e ricordano il giorno in cui è stata posata sul fondo del mare di Zoagli.

Questa realizzazione arricchisce il patrimonio artistico e turistico del borgo marinaro e rappresenta una ulteriore meta per gli appassionati di esplorazione subacquea.

 

L’IDEA

 Nel 1985 un gruppo di amici, amanti del mare e della subacquea, idearono di ricordare tutti i Marinai Zoagliesi con la posa sul fondale di una piccola statua dedicata alla Madonna. Il 6 agosto 1996 con una suggestiva celebrazione venne posta sul fondo del mare. La statua è opera della scultrice Marianne Hastianatte.

 

Marianne Hastianatte (pseudonimo di Maria Allaro, 1928–2017) è stata una scultrice e pittrice italiana nata a Nicotera (Calabria) da padre arabo e madre spagnola. Ha vissuto gli ultimi 40 anni della sua vita a Zoagli (Liguria), dove è celebre per aver creato la suggestiva Madonna del Mare, una statua in bronzo collocata sui fondali della cittadina. Ha vissuto e lavorato per oltre 40 anni nello storico Castello Duca Canevaro a Zoagli, a pochi chilometri da Rapallo, creando opere in marmo e legno di ispirazione arcaica e astratta.

Nelle giornate con mare limpido, la statua è visibile dalla superficie o tramite imbarcazioni dotate di fondo trasparente. I dettagli completi e le informazioni sul posizionamento sono consultabili sul portale del Comune di Zoagli

 

Passeggiando sul molo di levante di Zoagli (splendida e suggestiva camminata! Foto sotto) ad un certo punto, in prossimita' di una rotonda, c'e' una lapide sugli scogli che ricorda la presenza nello specchio d'acqua antistante della "Madonna del Mare" collocata a ricordo dei marinai zoagliesi.

 

 

La statua della Madonna del Mare  è stata collocata nel 1996 nel fondale di fronte al molo di levante della città.

 

La Madonna del Mare

   

 

UN PO’ DI STORIA

Zoagli vanta tanti suoi figli, soprattutto nell’Ottocento, ad un tempo comandanti ed armatori: i Chighinzola, i Merello, i Vicini, i Raggio, i Peirano ed i Canevaro hanno battuto i mari dell’America Meridionale, doppiando Capo Horn per raggiungere Cile e Perù dove molti conterranei si erano trasferiti per lavoro; oppure verso il Nord America, con passeggeri, od ancora le rotte dell’Oriente, per commercio.

Tra le tante navi a vela zoagliesi ricordiamo il "Marinin" un veloce brigantino che consumò tante cavalleresche sfide con i "clipper" inglesi sulle rotte del riso e del Tè a Rangon.

La famiglia più celebre fu quella dei Canevaro e si distinse per i traffici commerciali e per il ruolo svolto nella storia dell’Italia Risorgimentale: amici di Cavour, i loro bastimenti furono decisivi nel 1859 per il veloce trasporto delle milizie dell’alleato francese Napoleone III, che permisero all’esercito sabaudo di conquistare la Lombardia e di istituire così il primo nucleo dell’Italia unita.

L’ammiraglio Felice Canevaro fu Ministro della Marina Militare ed ebbe il comando della flotta unita delle grandi Potenze (Inghilterra, Francia, Germania ed Italia) che nel 1896 combattè e vinse un’offensiva dell’Impero Turco.

Discendente dalla Famiglia Canevaro fu anche il grande Ammiraglio Thaon de Revel, Duca del Mare, che comandò la flotta militare italiana nella Prima Guerra Mondiale.

L’ultimo naufragio della marineria civile, che faceva capo a Zoagli, è stato quello che costò la vita al comandante Stefano Merello nel dicembre del 1923.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Zoagli ha sacrificato, oltre ai tanti morti civili nei bombardamenti, anche 53 giovani vite in combattimento. Tra essi ricordiamo i tenenti di vascello Vincenzo Bozzo e Cino Marana, inabissatisi con i loro sommergibili, e il Capitano Giovanni Solari, comandante di piroscafi che trasportavano i rifornimenti ai nostri combattenti in Libia.

Oggi chiediamo alla Madonna del Mare la protezione per ogni attività marinara, sia essa lavorativa, sportiva o semplice divertimento.

 

   Posizione e Caratteristiche:

  .     Storia: Voluta dai cittadini nel 1986 in memoria dei SUOI naviganti 

  • E’ stata Collocata: 1996

  • Profondità9 mt

  • Altezza della statua in bronzo: 1,60 mt

  • Posizione: Specchio d'acqua antistante la passeggiata a mare, facilmente raggiungibile a nuoto dalla riva.

  • Fondale: 10 mt. circa

  • Visibilità: Perfetta per immersioni e snorkeling. Nelle giornate limpide è talvolta visibile anche dalla superficie o con barche dotate di fondo trasparente. Festa della Madonnina

 Il 5 Agosto, ogni anno, si svolge la festa della Madonnina del Mare. E' assolutamente da vedere per i lumini che vengono lasciati in mare a decine, per i sub che portano la corona sciabolando con le loro torce il buio del mare e per i fuochi d'artificio che ogni anno sono sempre più belli.

 

   Eventi e Ricorrenze:

   La statua è al centro di una suggestiva festa celebrata ogni 5 agosto 

  • Processione notturna: I subacquei scendono in acqua con torce subacquee impermeabili.

  • Cerimonie: Una corona d'alloro viene deposta ai piedi della Madonna, accompagnata da una Messa sulla spiaggia e fuochi d'artificio. 

Per informazioni dettagliate sulle normative di immersione e sul territorio, puoi consultare la pagina ufficiale Sopra e sotto la superficie del mare - Comune di Zoagli o leggere i racconti dei subacquei su Tripadvisor.

 

LA MADONNINA DEL MARE DI ZOAGLI

STEFANO SIBONA

DICEMBRE 8, 2021

https://www.underwatertales.net/2021/12/08/madonnina-del-mare-di-zoagli/

 

Carlo GATTI è autore dei seguenti articoli:

 

LA FAMIGLIA CANEVARO DI ZOAGLI

QUANDO IL MARE ERA IL TRAMPOLINO DI LANCIO PER ENTRARE NELLA STORIA

https://www.marenostrumrapallo.it/la-famiglia-canevaro-di-zoagli-quando-il-mare-era-il-trampolino-di-lancio-per-entrare-nella-storia/

 

MARINA DI BARDI – ZOAGLI  - UNA VILLA STORICA – SI CHIAMA “LA QUIETE”

https://www.marenostrumrapallo.it/marina-di-bardi-zoagli-una-villa-storica-si-chiama-la-quiete/

 

 

A L’EA GENTE NAVEG …

https://www.marenostrumrapallo.it/navega/

Dedicata a tutti i “marinai navigatori” del Tigullio

 

SEM BENELLI E IL SUO CASTELLO DI ZOAGLI

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… Quando s’andava per pagelli …

Marina di Bardi - ZOAGLI

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L’Ammutinamento dei Coolies cinesi

trasforma in un rogo il Brigantino di Zoagli Napoleone Canevaro

il più bel veliero del Pacifico

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A cura di:

Carlo GATTI

Rapallo, 15 luglio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


PORTO FLAVIA - Mare, Lavoro, Ingegno, Paesaggio e Poesia

PORTO FLAVIA

Mare, Lavoro, Ingegno, Paesaggio e Poesia

In mezzo a silos da 10.000 tonnellate, catene d'ancora, minerali e piroscafi, c'è anche un gesto di tenerezza:

Il porto deve il suo nome a una bambina, Flavia, la figlia dell'ingegnere ideatore e costruttore del complesso.

Non è soltanto una storia mineraria. È una storia di mare, di ingegneria, di logistica portuale e soprattutto di uomini che hanno saputo vincere una sfida apparentemente impossibile.

Da marinaio e da Pilota del Porto, la parte che mi ha colpito maggiormente non è tanto la miniera, quanto il fatto che qualcuno abbia avuto l'idea di trasformare una parete di roccia alta decine di metri in un vero e proprio terminale marittimo.

 

 UN PO’ DI STORIA

Il complesso di Porto Flavia fu costruito tra il 1922 e il 1924 per conto della società belga Vieille Montagne. L’opera, scavata interamente nella roccia a picco sul mare di fronte a Pan di Zucchero, permetteva di caricare piombo e zinco direttamente sui piroscafi, rivoluzionando i costi e le tempistiche di trasporto.

 

Porto Flavia e il Pan di Zucchero formano uno dei panorami più iconici della Sardegna sud-occidentale (costa di Iglesias, a Masua).  Il colossale faraglione calcareo (alto 133 metri) fa da sentinella all’ingegnoso porto minerario scavato nella roccia a picco sul mare

 

DOVE SI TROVA?

 

Porto Flavia è un interessante sito minerario, oggi non più operativo, situato nella zona sud-occidentale della Sardegna e ricade amministrativamente nel comune di Iglesias, in quella che oggi è la località balneare di Masua.

Porto FLAVIA  (In alto a destra)

 

 

La miniera di Porto Flavia fu inaugurata nel 1924 per risolvere i problemi logistici legati al trasporto dei minerali estratti nella zona.

Pur essendo un sito minerario non si trattava di una miniera, bensì (come indica il suo nome) di un porto d'imbarco del materiale estratto dalla montagna.  

 

L’IDEA GENIALE

"Se la montagna è sopra il mare, perché non caricare le navi direttamente dalla montagna?"

Fu progettato dall'Ingegnere Cesare Vecelli e realizzato nel 1924

Prese il nome dalla figlia primogenita dell'ingegnere stesso.

L’impianto smise di funzionare dopo la seconda guerra mondiale con il progressivo abbandono dell’attività estrattiva della zona.

Archeologia Industriale in un Angolo di Paradiso

Oggi, grazie a un accurato lavoro di recupero e valorizzazione, è possibile visitarlo.

L'intera installazione portuale fu realizzata scavando all'interno della montagna a picco sul mare due gallerie sovrapposte, quella superiore da dove arrivavano i materiali estratti e quella inferiore da dove, per mezzo di un nastro trasportatore estraibile, il materiale veniva caricato direttamente sulle navi alla fonda. Tra le due gallerie erano sistemati nove enormi silos per lo stivaggio del materiale capaci di contenerne fino 10.000 tonnellate.

 

Grazie al nuovo impianto la società si liberava del vecchio sistema di trasporto con le bilancelle, barche a vela latina con capacità non superiore a 10- 15 tonnellate a tratta.

UNA MANOVRA PARTICOLARE

Qui c'è il sale marinaro dell'articolo

 

- Una nave che non attracca a una banchina.

- Una nave che resta alla fonda.

- Una nave che deve spostarsi lentamente da una stiva all'altra usando ancora e cavo di poppa.

 Come si può vedere dalla serie di foto sotto riportate, l’impianto di scaricazione del minerale di Porto Flavia non è dotato di una banchina di attracco, questo era il motivo per cui la nave veniva ormeggiata ad una distanza di sicurezza dalla roccia per evitare danni eventuali causati da rinforzi di vento dai quadranti occidentali.

 Il braccio meccanico (rientrabile) di caricazione, molto ampio e massiccio, era il terminale, il punto di sbarco del prodotto.

Il limite di questo gigantesco braccio era quello di non potersi muovere lateralmente. 

Era quindi la nave che doveva portare di volta in volta le sue stive esattamente sotto il braccio meccanico sporgente dalla roccia.

 Il calibrato spostamento della nave avveniva virando la catena dell’ancora a prua e frenando l’abbrivo con il cavo di poppa fissato ad una apposita boa.

Questo sistema prevedeva un tunnel scavato nella scogliera e un braccio meccanico per caricare direttamente le navi ormeggiate sotto la costa

 

Il braccio meccanico è operativo sulla quarta stiva. La nave appare ormai caricata alla Marca (di Bordo libero). I bighi di prora sono stati abbassati e rizzati, i marinai in coperta aspettano l’ordine di andare ai “Posti di manovra”, mentre il fumo della ciminiera rivela che la macchina è già pronta.

 

L’inaugurazione turistica moderna.

Paradossalmente, dopo decenni di oblio, il riscatto del sito è avvenuto in epoca recente.

Il 1° agosto 2000, Porto Flavia è stato ufficialmente inaugurato e aperto al pubblico

trasformandosi in una delle mete di archeologia industriale più famose al mondo. Chi desidera programmare una visita in questa zona della Sardegna, la gestione e le prenotazioni delle visite guidate sono curate dal Consorzio Turistico per l’Iglesiente.

 

La foto sopra e quella sotto evidenziano l’avvento della nuova rinascita di Porto Flavia convertito e riqualificato come sito d’interesse storico, culturale e turistico.

 

Da Porto Flavia: Affacciandosi dai camminamenti e dalle gallerie della struttura mineraria, si ha una visuale privilegiata che inquadra il faraglione dall'alto, abbracciando tutto il tratto di mare antistante. 

Dalla spiaggia di Masua (Spiaggia di Porto Cauli): Da qui si può immortalare il gigante di pietra in tutta la sua imponenza, mentre si erge solitario e fiero a protezione della costa Pan di zucchero Sardegna immagini esenti da diritti d'autore.

Dal mare: Noleggiando un'imbarcazione o partecipando a escursioni in gommone, è possibile navigare alla base del faraglione e ammirarne i dettagli, le falesie retrostanti e l'apertura delle suggestive gallerie sul livello del mare. Clicca sotto!

Pan di Zucchero: il gigante di pietra dell'Iglesiente, posto del ...

 

Il Pan di Zucchero della Sardegna la più bella diga naturale del mondo

IL LIBRO

di Mauro Buosi

La storia di questo impianto di caricamento di minerali considerato per il periodo di «assoluta novità tecnologica» e «avanguardia industriale e mineraria» viene oggi raccontato in un libro.

A realizzarlo dopo due anni di studi e ricerche Mauro Buosi, geologo di origini venete ma cresciuto in Sardegna dove ha maturato una lunga esperienza nel campo minerario e ambientale.

Un lavoro rigoroso e complicato giacché proprio nell'isola esistono pochissimi documenti di questa società espulsa dall'Italia dal governo fascista con decreto nel 1940, lascia poi definitivamente il Paese nel 1948.

 

I VELIERI DEL GUANO 

Prima di Porto Flavia, il guano del Pacifico

L'idea di caricare un minerale direttamente dalla montagna al mare non nacque improvvisamente in Sardegna. Aveva alle spalle una lunga esperienza, spesso durissima, maturata sulle coste del Pacifico.

 

Molti pensano che Porto Flavia sia stato il primo esempio di caricazione diretta dal fianco della montagna alle navi. In realtà, alcuni decenni prima, lungo le coste del Perù e del Cile, esistevano già impianti molto più primitivi destinati al carico del guano, il prezioso fertilizzante naturale formato dagli escrementi di milioni di uccelli marini.

Le celebri isole Chincha e Lobos de Afuera custodivano montagne di guano alte decine di metri. Da quei depositi il materiale veniva convogliato verso il mare attraverso lunghe manichette di tela che scendevano dalle falesie. Quando il mare lo permetteva, il guano cadeva direttamente nelle stive dei velieri; più spesso era necessario utilizzare piccole lance che trasportavano il carico fino ai bastimenti ancorati al largo.

Per i comandanti era un lavoro difficile e spesso pericoloso. Il forte moto ondoso del Pacifico rendeva complicato mantenere la nave in posizione, mentre una polvere finissima e soffocante avvolgeva uomini e attrezzature durante tutte le operazioni di carico.

Anche numerosi velieri italiani affrontavano quel lungo viaggio. Dopo aver doppiato Capo Horn, raggiungevano il porto del Callao per ottenere l'autorizzazione al carico e rifornirsi d'acqua e viveri, prima di attendere il proprio turno davanti alle isole del guano. Tra la fine del 1876 e l'inizio del 1877 si contarono contemporaneamente oltre venti velieri italiani all'ancora lungo quelle coste, testimonianza dell'importanza che quel traffico aveva assunto per la navigazione commerciale del tempo.

Fu proprio osservando le enormi difficoltà di quei sistemi primitivi che, anni più tardi, l'ingegnosità dell'uomo avrebbe portato alla realizzazione di opere molto più evolute. Tra queste, Porto Flavia rappresentò uno dei capolavori assoluti: un porto scavato nella montagna che eliminò trasbordi, ridusse i rischi e consentì di caricare direttamente le navi con rapidità ed efficienza.

 

Il contesto storico per i velieri italiani

I famosi velieri dell'epoca, come i brigantini a palo (spesso ribattezzati "barcobestia" dai marinai viareggini e liguri), affrontavano la rotta doppiando Capo Horn. Tra dicembre e gennaio del 1877 si registrarono fino a 23 velieri nazionali contemporaneamente all'ancora tra le coste di Pabellón de Pica e Huanillos in Cile. L'operazione richiedeva grandissima abilità marinaresca a causa del forte moto ondoso e della polvere tossica e soffocante generata dal carico.

 

Le Isole Chincha in una carta del Perù del 1856.

La mappa mostra la posizione delle Isole Chincha sulla costa pacifica del Perù, nei pressi di Pisco, con il porto del Callao situato più a nord. Tratta dal Chamber’s Parlour Atlas (Edimburgo, 1856).

  

I depositi di guano sull’Isola Settentrionale delle Isole Chincha

 

L'illustrazione, ricavata da una fotografia del 1862, mostra i binari ferroviari che conducevano il guano fino al ciglio della scogliera, da dove veniva trasferito sulle navi. Pubblicata su Illustrated London News del 21 febbraio 1863.

 

Velieri in attesa di caricare il guano alle Isole Chincha nei primi anni Sessanta dell'Ottocento

 

Una parte della flotta mercantile è all'ancora nei pressi dell'Isola Centrale delle Chincha, in Perù, in attesa del proprio turno di carico. La fotografia fu realizzata da Henry de Witt Moulton nei primi anni Sessanta dell'Ottocento e pubblicata nel 1865 da Alexander Gardner nell'opera Rays of Sunlight from South America. Immagine per cortese concessione della New York Public Library Digital Collections.

 

 

Le più famose “miniere” di guano, o guaneras, erano soprattutto le peruviane Islas Chinchas: quando Humboldt le visitò i depositi raggiungevano un’altezza di 35 metri. I velieri dovevano prima recarsi a nord, al Callao (il porto storico presso Lima) per ottenere il certificato per poter caricare, poi rifornirsi di acqua e provviste in previsione di un’attesa che poteva risultare molto lunga. Stessa procedura per caricare il guano a Islas Lobos de Afuera.

Dopodiché andavano all’ancora, aspettando il loro turno. Caricare il guano in quegli isolotti esposti al cattivo tempo non era uno scherzo, né una cosa veloce:

il guano veniva accumulato in cima a quelle scogliere a picco sul mare e poi, per mezzo di lunghe “manichette” di tela, scaricato o direttamente sulle navi (se il tempo e l’abilità del capitano lo permettevano), oppure su delle lance che facevano la spola tra le manichette e il bastimento. I mezzi di estrazione erano veramente rudimentali.

 

CONCLUSIONE

 

Porto Flavia non è soltanto una straordinaria opera d'ingegneria scavata nella roccia. È la dimostrazione di come l'intelligenza dell'uomo sappia dialogare con la montagna e con il mare senza piegarli alla forza, ma comprendendone la natura.

Oggi i nastri trasportatori non scorrono più e le stive non attendono il loro carico. Restano però le gallerie, il vento di Maestrale, il profilo severo del Pan di Zucchero e la memoria di uomini che seppero trasformare una parete di roccia in una porta aperta sul mare.

 E forse è proprio questa la lezione che Porto Flavia continua a regalarci: le opere più grandi non sono quelle che sfidano la natura, ma quelle che imparano a collaborare con essa.

 Così Porto Flavia continua ancora oggi a parlare ai visitatori. Non soltanto racconta una pagina dell'industria mineraria italiana, ma ricorda che il progresso nasce dall'osservazione, dall'esperienza e dal coraggio di immaginare una strada nuova.

 “È questa la vera eredità lasciata da chi scavò quella montagna affacciata sul mare”.

 

Carlo GATTI

Rapallo, Sabato 27 Giugno 2026 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA RONDINE DI MARE - LO STUPORE DEL MARINAIO

 

LA RONDINE DI MARE

LO STUPORE DEL MARINAIO

Una creatura misteriosa e poco conosciuta

Una realtà che il mare sussurra senza fare rumore

 

E’ diffusa in tutti gli oceani ed anche nel Mediterraneo, ma predilige le acque tropicali e calde specialmente dei Caraibi, delle Antille e di quasi tutta l’America Latina. Si possono trovare anche in Asia (Mar Cinese Meridionale) e nei mari dell’Europa, di solito non più a nord del golfo di Guascogna anche se, essendo veloce nuotatrice, può spingersi a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dal loro habitat.

 

Ogni estate ci ritroviamo sul lungomare di Rapallo.

Siamo quattro vecchi marittimi e, come accade da sempre, finiamo inevitabilmente per parlare di mare, di navi, di pesci, gabbiani e albatros.

I quattro Amici al Bar tengono l’anonimato! Non è una regola che si rispetta rigorosamente, ma in questo modo è un po’ come ritrovarsi imbarcati insieme sulla stessa nave dove quello che conta è la nuova casa da scoprire.

Parrà strano alla gente di terra, ma nessuno a bordo ti chiamerebbe mai per cognome, al contrario, di quanto avviene sulla terraferma dove il tuo cognome, a seconda dei casi può essere un vantaggio o viceversa....

 Sior- ci si chiama sul mare oceano che lo attende, dove la parola: affidabilità è la qualità a cui pensa l’equipaggio quando il nuovo arrivato è di guardia sul Ponte di Comando di notte.

 La Rondine di Mare non si accontenta dell'elemento nel quale è nata. Vive nell'acqua, eppure cerca il cielo. Non lo conquista definitivamente, non diventa un uccello, ma per qualche istante riesce a uscire dal proprio mondo e a vedere l'orizzonte da una prospettiva diversa.

Forse è proprio questo che affascina noi uomini. Anche noi trascorriamo la vita dentro i confini della nostra condizione, delle nostre abitudini, delle nostre professioni. Eppure, ogni tanto, sentiamo il bisogno di "spiccare il volo" verso qualcosa di più alto: una scoperta, un ideale, una fede, un amore, un ricordo.

La Rondine di Mare non vola per sempre

Ma vola!

Le navi cambiano, i porti cambiano, gli anni passano, ma certi ricordi restano vivi come se appartenessero all'ultimo imbarco.

 

Quella sera qualcuno nominò il Pesce Rondine. Per qualche istante nessuno parlò.

Ci guardammo e sorridemmo. Perché tutti e quattro sapevamo di che cosa si trattava. Non per averlo studiato sui libri, ma per averlo visto decollare e atterrare davanti ai nostri occhi nelle prime luci dell'alba come se fosse telecomandato dalla consolle di un dio del mare in vena di stupirci.

La gente di terra quasi non lo conosce. Non si trova sui banchi del mercato e raramente compare nelle pescherie.

Eppure, per molti marinai, è uno dei pesci più straordinari che esistano.

“Non lo pescavamo. Lo aspettavamo”!

E quando arrivava in coperta, dopo uno dei suoi incredibili voli, diventava il protagonista della colazione più attesa dell'oceano.

Siamo tanto gasati dai ricordi che ognuno di noi sente affiorare il profumo della salsedine, della cala del nostromo, della piastra del cuoco e delle albe oceaniche che soltanto i marinai conoscono davvero.

Ci sono profumi che nutrono il corpo e altri che nutrono l'anima. I più fortunati, ogni tanto, riescono a sedersi a tavola con entrambi.

Anche se nessuno di noi lo dice, il pesce rondine è preso dalla smania di volare, come succede anche a noi naviganti d’altura quando, vittime della crisi di nostalgia del terzo/quarto mese d’imbarco, sogniamo di scappare da qualcuno o qualcosa che pur amandoci, ci stringe a sé in una prigione dai colori blu del cielo e del mare oceano in cui ci siamo felicemente imbarcati.

In quel triste periodo c’è chi sogna le cime dei monti, le mucche in alpeggio, il fresco naturale dell’altitudine al tramonto....ed il latte fresco appena munto.

 

E qui affiorano fugacemente i sentimenti che ci avvicinano al pesce rondine. I suoi occhi grandi dallo sguardo umano, implorante, come quello del “disperato” che da Alcatraz tenta la fuga verso la libertà. Un sentimento d’invidia che muore sul nascere quando entrambi ci ritroviamo intorno alla piastra del cuoco!

Dalla padella alla brace... di un rimorchiatore d’altura:

pista d’atterraggio ideale per il nostro amico aviatore.

Il navigante non è in questo caso il pescatore, ma solo il testimone del tentativo mal riuscito di una fuga senza speranza. Da qui forse nasce quel sentimento di complicità che lo fa sentire un “marinaio” senza colpe.

 Sulla terraferma il pesce volante è un perfetto sconosciuto, ed è praticamente impossibile trovarlo nei supermercati tradizionali o nelle pescherie di città.

I vecchi marinai ci hanno spiegato che la rondine di mare è un pesce oceanico e pelagico. 

Vive in alto mare, lontano dalle coste, soprattutto nelle acque calde dei tropici. Le piccole barche dei pescatori locali che riforniscono i nostri mercati non lo incrociano quasi mai.

Non esiste una pesca commerciale intensiva: 

Non essendoci grandi flotte dedicate alla sua cattura (tranne in pochissime isole come Barbados), non entra nelle grandi catene di distribuzione globali.

È il "privilegio dei marinai alla mala fuera": Proprio perché vola e atterra sulle navi all’alba restando un segreto e una delizia esclusiva di chi vive e lavora tra cielo e mare per molti giorni.

 A bordo si tramanda di generazione in generazione che la colazione mattutina a base di pesce rondine sia un rito sacro da celebrare come fosse un dono ricevuto dal cielo da sacrificare sulla piastra del cuoco di bordo, che reclama la sua parte, e t’invita a consumarlo in silenzio e nella meditazione come fosse un’Ostia sacra che va onorata per essere il pesce più gustoso che ci sia in mare.

Vista la nostra veneranda età, ricordiamo i primi imbarchi quando i nostri miti erano i marinai che s’erano “sverginati” all’epopea della vela e ci raccontavano che in estate dormivano sulla coperta del leudo e qualche volta si svegliavano con un pesce rondine tra i denti.... una grande verità romantica e marinaresca che lasciava anche spazio ad una gustosa risata!

Di vero c’è che il pesce rondine è una “apparizione” quasi mistica che la tradizione di cucinarlo sulla piastra di bordo subito dopo "l’atterraggio" lo rende Beato se non Santo Subito...lasciandoci quel profumo che poi ci portiamo dentro con incredibile nostalgia che ci assale ogni qual volta il cameriere di turno sulla costa, si presenta con il pesce speciale della casa dicendoci: “mi creda è stato appena pescato.....”!

Perché i marinai lo trovano sulla coperta della nave?

Ecco come la biologia, la leggenda e la cucina di bordo si fondono in questa storia tramandata col passaparola mentre ci offre pure, in modo trasversale e non proprio voluto, qualche dato che sfiora il linguaggio tecnologico della nostra epoca!

I pesci volanti non volano nel vero senso della parola, ma planano per sfuggire ai predatori veloci come i tonni o i delfini; nuotano a forte velocità verso la superficie e saltano fuori dall'acqua, spiegando le loro grandi pinne pettorali come se fossero ali.

Di notte, attratti dalle luci di posizione delle navi o semplicemente ingannati dal buio, calcolano male le distanze e finiscono letteralmente per schiantarsi sulla coperta delle imbarcazioni.

I marinai della “DIANA” (la 1° guardia 04h-08h) devono solo raccoglierli....

È davvero il più gustoso che ci sia?

Per chi naviga da mesi in mezzo all'oceano mangiando cibo conservato, un pesce volante freschissimo, catturato senza fatica, è veramente un regalo del cielo. Ma al di là della fame, le sue carni sono oggettivamente eccellenti: poiché è un pesce che compie sforzi fisici straordinari per saltare e planare, il suo muscolo è estremamente tonico, sodo e magro.

Il sapore 

È pulito, delicato e leggermente dolce. Non ha il sapore forte o metallico di altri pesci pelagici come lo sgombro.

La cottura sulla piastra 

Essendo un pesce molto magro, la cottura ideale è proprio quella rapidissima sulla piastra rovente del cuoco di bordo, con un filo d'olio e un pizzico di sale. Se cotto troppo a lungo, diventerebbe subito asciutto e stopposo.

Quando navigavamo sulle petroliere con le cisterne cariche di crude-oil, l’opera morta della murata era molto bassa sul livello del mare, ma sempre alta almeno 4-5-6 metri.

Leggendo che le ali del pesce rondine planano soltanto, ci siamo sempre chiesti come fanno questi pesci volanti ad alzarsi così tanto e finire sulla coperta delle navi!

Ecco la RISPOSTA della scienza:

 I pesci volanti (famiglia Exocoetidae) riescono a salire a bordo delle navi perché le loro planate possono raggiungere altezze massime tra i 5 e i 6 metri sopra la superficie dell'acqua, spinte da correnti d'aria ascendenti generate dalle onde e dallo scafo di una nave di passaggio. Questi pesci non "saltano" di proposito sulla coperta, ma ci finiscono a causa di un mix letale di effetto aerodinamico, attrazione per le luci di bordo e scarsa visibilità.

 Ecco i tre fattori fisici e biologici che spiegano come facciano a superare murate così alte e a finire proprio sulla coperta delle navi: 

La spinta idrodinamica e l'effetto "trampolino"

 La spinta finale: quando la parte anteriore del corpo esce dall'acqua, la pinna caudale: la coda, che ha il lobo inferiore più lungo e robusto, resta immersa e vibra fino a 70-75 volte al secondo. Questo funziona come un vero e proprio motore fuoribordo che lo proietta letteralmente verso l'alto, fornendogli la spinta verticale iniziale. 

Sono capaci di sollevarsi in un volo planato lungo anche 100 metri e più e, con i loro salti fuor d’acqua, di sfruttare le correnti ascensionali per sollevarsi dal pelo dell’acqua fino a 50 centimetri (a volte 1 metro e più, ma si è parlato anche di 5 metri!).

Possono restare in aria addirittura fino a 45 secondi (record registrato in Brasile) e raggiungere i 60 km/h.

È vero che le loro ali non battono e possono solo planare. Tuttavia, proprio come i moderni alianti, sfruttano la fluidodinamica:

 

Lo scafo di una petroliera (anche se a pieno carico con opera morta bassa) avanza creando un muro d'aria semovente. L'aria colpita dalla nave viene deviata bruscamente verso l'alto. Se il pesce si lancia davanti o a fianco della prua, entra in questa corrente ascensionale artificiale che lo solleva ben oltre la sua normale altezza di planata, scaraventandolo sopra il parapetto che a bordo delle navi si chiama Capo di Banda. (Orlo superiore della murata).

Volano per salvarsi la vita, per sfuggire ai tanti predatori che sopra e sotto la superficie dell’acqua danno loro la caccia

Per questo motivo hanno continuamente adattato ed evoluto nel tempo sia il loro aspetto che le loro abilità. Ecco quindi che le pinne pettorali (grandi a volte quanto la metà dell’intera lunghezza del corpo) sono diventate vere e proprie ali e la struttura corporea si è fatta lunga e sottile, aerodinamica, mettendoli in grado di effettuare i loro voli.

Gli occhi sono più piatti rispetto a quelli degli altri pesci per poter vedere anche fuori dall’acqua. La bocca, piccola, è rivolta verso l’alto.

 

 

Le larghe pinne pettorali del pesce rondine

Le pinne pettorali, di colore variabile dall’argento al bianco, possono essere due o quattro.

Questi pesci sfruttano anche un’ulteriore coppia, situata nella zona pelvica, che garantisce maggiore spinta al momento del decollo.

Hanno il corpo ricoperto da grandi squame morbidissime, di color marrone, bianco o grigio, che ne alleggeriscono il peso.

A seconda delle specie, le pinne ventrali, con funzione stabilizzatrice, possono essere più o meno allungate, anche se molto meno delle pettorali, distinguendo così i “pesci volanti a due ali” e i “pesci volanti a quattro ali”.

 

 

- LA CODA - La pinna caudale

Questo primo piano della coda, ci permette di capire meglio la funzione propulsiva del pesce.

E’ molto forcuta e presenta il lobo inferiore più lungo, più robusto e muscoloso del superiore. Questa asimmetria permette al pesce di tenere il lobo inferiore immerso sotto il pelo dell'acqua anche quando tutto il resto del corpo è già fuori dall'acqua in posizione di volo. Rimanendo immersa e vibrando, la punta inferiore della coda è paragonabile all'elica di un motoscafo che spinge il pesce in avanti.

 

Una domanda che risponde a tutti gli enigmi:

 COME FA A VOLARE SE CON LE ALI PLANA SOLTANTO?

Nella foto sotto si vede dalla scia in mare il ruolo che svolge la parte bassa della coda

Quando il corpo esce dall'acqua, la coda rimane immersa. Il pesce la agita    rapidissimamente. Questa azione agisce come un motore fuoribordo e lo spinge in avanti.

IL DECOLLO

CONCLUSIONE

La Rondine di Mare non si accontenta dell'elemento nel quale è nata. Vive nell'acqua, eppure cerca il cielo. Non lo conquista definitivamente, non diventa un uccello, ma per qualche istante riesce a uscire dal proprio mondo e a vedere l'orizzonte da una prospettiva diversa.

Forse è proprio questo che affascina noi uomini.

E forse il suo insegnamento più bello non sta nella distanza che percorre, bensì nel coraggio di tentare quel salto.

 Il sole scende dietro il promontorio di Portofino, il Golfo del Tigullio si fa dorato e quattro vecchi marinai sorridono: “abbiamo finito di raccontare la nostra storia. Le navi che ci hanno portato lontano non esistono quasi più, molti compagni di bordo hanno terminato il loro viaggio e il mare continua a custodire i suoi segreti.”

Nessuno lo dice ad alta voce, ma tutti sanno che il Pesce Rondine è tornato a volare!

Eppure, ogni volta che vediamo una rondine sfiorare l'acqua o un gabbiano prendere il vento, torniamo con la memoria a quelle albe oceaniche.

Là, dove una piccola creatura argentata emergeva dalle onde, accendeva il suo misterioso "fuoribordo" naturale e per qualche istante diventava padrona del mare e del cielo.

Forse è proprio questo che continua a incantare noi marinai: sapere che, dopo millenni di navigazione, il mare conserva ancora creature capaci di stupirci come bambini al primo imbarco.

 

https://initalia.virgilio.it/diano-marina-apparso-pesce-volante-62032

 

"Ci sono creature che attraversano il mare per pochi istanti e ci restano nel cuore per tutta la vita. La Rondine di Mare è una di queste."

"Le storie più belle non appartengono a chi le racconta, ma a chi le ha vissute."

 

Carlo GATTI

Rapallo, Lunedì 22 Giugno 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


RAPALLO, QUANDO IL MARE VIDE LA GUERRA - 1943-1945

RAPALLO, QUANDO IL MARE VIDE LA GUERRA

1943-1945

 

Per molti decenni Rapallo fu considerata una delle perle più preziose della Riviera Ligure.

Le sue ville immerse nel verde, i grandi alberghi affacciati sul Golfo del Tigullio, il clima mite e la raffinata atmosfera internazionale attiravano visitatori provenienti da tutta Europa. Principi, artisti, scrittori, diplomatici e uomini d'affari trovavano nella nostra città un luogo ideale dove trascorrere periodi di riposo, serenità ed anche ispirazioni.

Il nome stesso di Rapallo aveva assunto una dimensione internazionale grazie ai celebri TRATTATI firmati nella nostra città, eventi che contribuirono a collocarla sulle carte diplomatiche del mondo.

Ma la storia, come il mare, può cambiare improvvisamente volto.

Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e l'occupazione tedesca dell'Italia centro-settentrionale, anche Rapallo venne travolta dagli eventi della guerra.

La posizione geografica della città, stretta tra i grandi porti di Genova e La Spezia, non lontana dalla Linea Gotica e dalle principali vie di comunicazione verso il Nord, la trasformò in un punto strategico di primaria importanza.

Le ville più prestigiose, gli alberghi e numerosi edifici privati furono requisiti e convertiti in sedi di comando, alloggi militari, depositi e centri logistici.

Tra questi edifici vi era anche Villa Porto, elegante residenza costruita nei primi anni del Novecento sul lungomare di Rapallo, alle spalle del Molo Langano.

Da luogo di bellezza e ospitalità divenne presidio delle forze tedesche. La sua posizione dominante consentiva il controllo del porto, della Via Aurelia e dell'intero tratto costiero. Come molte altre ville del Tigullio, essa divenne così una silenziosa testimone dei venti mesi più difficili vissuti dalla nostra città.

 

 Fu costruita agli inizi del XX secolo (oltre un secolo fa) ed è un'affascinante struttura in stile Belle Époque situata sulla Riviera Ligure. 

Dopo un periodo di abbandono durato 30 anni è stata completamente restaurata e suddivisa in appartamenti di lusso, ospitando al suo interno anche il Piccaia Museum: Si tratta di una moderna galleria d'arte (talvolta definita Drive-In Art Gallery) che custodisce 33 opere dell'artista italo-svizzero Giorgio Piccaia.

 

Durante l'occupazione (1943-1945) 

Villa Porto funzionò da base e presidio per le forze tedesche

 Il territorio dell'intero Golfo del Tigullio fu un'area ad altissima militarizzazione strategica, sia per la presenza della Linea Gotica a soli 100 Km da Rapallo sia per il costante timore tedesco di uno sbarco alleato lungo i litorali liguri.

 

 

Gli edifici posizionati sul lungomare avevano una privilegiata funzione logistica offrendo una visuale perfetta per il controllo del porto, delle vie di comunicazione stradali (Via Aurelia) e per il coordinamento delle opere di fortificazione costiera (come la costruzione di bunker e muraglioni antisbarco).

La celebre Villa fu requisita sia dai comandi militari tedeschi che dai reparti repubblichini, diventando un importante centro di controllo logistico per le operazioni di rastrellamento e controllo della zona durante i venti mesi dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana (RSI).

 

La requisizione delle Grandi Ville nel Tigullio

Villa SPINOLA

(nota anche come Villa del Trattato)

 

A partire quindi dall'8 settembre 1943, i comandi militari della Wehrmacht e i reparti della RSI attuarono una requisizione sistematica di alberghi e residenze private lungo la costa ligure. 

Moltissime altre strutture subirono la stessa sorte. La celebre Villa Spinola situata tra Rapallo e Santa Margherita Ligure, fu devastata dalle occupazioni militari successive all'armistizio. Anche i grandi Hotel di Rapallo, Santa Margherita e Portofino vennero convertiti in sedi di comando (Kommandantur), alloggi per ufficiali o ospedali militari.

 

Vedi Link-Allegati:

 LE VILLE DEI TRATTATI – Pier Luigi BENATTI – Emilio CARTA

 

Oggi il visitatore che passeggia sul lungomare di Rapallo vede il mare, le palme, le barche e il profilo dolce del Tigullio.

Pochi immaginano che proprio lì, dove oggi regna la serenità, il fragore della guerra lasciò una delle sue ferite più profonde. Il Muraglione esiste ancora si chiama:

Il Monumento ai Partigiani di Rapallo

 

Il 24 e 25 aprile 1945, durante le fasi della Liberazione, Rapallo fu teatro di scontri e tragici eccidi, come quello tristemente noto del "muraglione", in cui le forze in ritirata si scontrarono con i partigiani. 

 

Si tratta di un muro antisbarco costruito dagli occupanti tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Accanto si trova una stele in cemento che riporta i nomi dei Caduti e due targhe in bronzo, una che raffigura l'eccidio e l'altra la liberazione di un campo di sterminio.

I giardinetti, peraltro ben tenuti, che affiancano il monumento sono ora chiamati "Giardini dei Partigiani". Un ricordo indelebile di un periodo tragico della nostra storia.

 

Volutamente preservato integro, i fori dei proiettili delle mitragliatrici sono tuttora visibili, lasciati a nudo come ferite aperte nella pietra per espressa volontà della cittadinanza e dell'ANPI. Sul muro spicca la celebre iscrizione in lettere di bronzo che ricorda come la libertà di Rapallo sia stata suggellata dal sangue di quei giovani a un passo dal mattino della Liberazione.

 

 

Il MURO non è soltanto un manufatto militare sopravvissuto al tempo. È una pagina di storia scritta nel cemento. I segni dei proiettili conservati sulla sua superficie non parlano di odio o di vendetta: parlano del prezzo della libertà.

 

Villa Porto, il Muraglione e questo tragico Eccidio sono strettamente legati a un fatale e sanguinoso equivoco tattico.

Quella notte a Rapallo, tra il 24 e il 25 aprile 1945, la situazione era tesa ma sembrava avviata verso una transizione pacifica: a pochissime ore dalla Liberazione definitiva, avvenne uno degli episodi più tragici e significativi della Resistenza ligure.

 La tregua

Nel pomeriggio del 24 aprile, i partigiani locali trovarono un accordo con il presidio tedesco di stanza a Rapallo (circa 1.000 uomini). Fu concordata una tregua e lo sgombero pacifico dei soldati occupanti entro la mattina successiva.

L'arrivo della motozattera

I MULI DEL MARE

 Unità adatta al trasporto di carri armati; stiva più alta e portellone rinforzato

Così furono definite queste imbarcazioni protagoniste e vittime in tutti i teatri italiani di guerra a testimonianza della cruenta caccia data loro dall’aviazione Alleata.

Le motozattere (dette "bette MZ") che operavano lungo la costa ligure dopo l'8 settembre 1943 erano tutte di origine italiana, ma requisite e gestite dalla Kriegsmarine. Dopo l'armistizio, la Marina germanica prese il controllo di gran parte della flotta del Regio Esercito e della Regia Marina nel Mediterraneo.

Alcuni dati tecnici: MFP-A e MZ-748. MZ 774 – 2a serie – Dislocamento: 278 tonnellate – Velocità: 10 nodi – Lunghezza 47 metri – Larghezza 6,5 metri – Equipaggio: 14 – Armamento: 1 pezzo da 76/40, 2 da 20/70 – Nota: unità adatta al trasporto di carri armati; stiva più alta e portellone rinforzato. 

Intorno alla mezzanotte, mentre i partigiani della Brigata Borrotzu (appartenente alla Divisione Matteotti di Giustizia e Libertà) pattugliavano la zona costiera vicino alla Kommandantur, attraccò nel porto di Rapallo una delle motozattere impiegate quotidianamente per rifornire il fronte tedesco nella Garfagnana.

La cattura:

A bordo dell'imbarcazione c'erano truppe tedesche in ritirata (elementi della Kriegsmarine e forse delle SS) provenienti dal Levante. Questi soldati, del tutto ignari della tregua d'armistizio siglata poche ore prima a terra, scesero intenzionati a combattere. Sorpresero e catturarono 13 partigiani che presidiavano il lungomare proprio a ridosso di Villa Porto. 

La fucilazione al Muraglione

Senza alcun processo, i prigionieri vennero immediatamente allineati e messi al muro di fronte alle acque del porto, contro la barriera fortificata in cemento armato che i tedeschi avevano costruito come difesa antisbarco. 

Il plotone d'esecuzione aprì il fuoco nel buio. Sei partigiani morirono sul colpo:

Ugo Campodonico ("Zara"), Roberto Pendola ("Marco"), Edoardo Giusto ("Dalmulin"), Giuseppe Marzullo ("Alberto"), Angelo Mascheroni ("Bistecca") e Guido Vallero ("Paride").

 Gli altri sette partigiani, pur feriti nel mucchio, riuscirono miracolosamente a salvarsi e a fuggire approfittando della confusione, dell'oscurità e della successiva precipitosa fuga degli stessi tedeschi.

 

RAPALLO HA SAPUTO RINASCERE

Dopo la guerra, le sue ville storiche sono tornate a splendere e con gli alberghi, anche Villa Porto cambiò destinazione d'uso diventando un albergo (noto in seguito come Hotel Victory) e un celebre ritrovo per musicisti e star internazionali.

Trasformata in hotel, negli anni '60 e '70 è stata un celebre punto di ritrovo per star internazionali tra cui Frank Sinatra, Ray Charles, Chet Baker, Stevie Wonder, Donna Summer, Gloria Gaynor, James Brown, Julio Iglesias e Liza Minelli.

 Rapallo riprese ad accogliere visitatori provenienti da tutto il mondo e il mare a riflettere la bellezza che l'ha resa celebre.

La città non ha dimenticato ....

Una Rapallo che ricca e famosa, ha saputo rispondere anche alle difficoltà di una guerra che proprio da queste parti e nella stessa città ha lasciato FERITE profonde e tante CROCI sparse in tutta la zona.

Perché un popolo che conserva la memoria delle proprie ferite è un popolo che difende con maggiore forza la pace. E forse è proprio questo il messaggio che ancora oggi quel pezzo di cemento armato esiste ancora nella zona di Langano, a pochi metri dalla Villa Porto, ed è diventato un messaggio marinaro affidato al MARE:

Ricordare il passato per navigare verso un futuro migliore

 

 

CONCLUSIONE

 Come il lettore avrà capito, la protagonista di questo ricordo storico è RAPALLO! la storia di una città che ha conosciuto la bellezza, la prosperità e la fama internazionale; che ha accolto principi, diplomatici, artisti e viaggiatori provenienti da tutto il mondo; che ha dato il proprio nome a trattati entrati nella storia.

 

Poi arriva la tempesta

E, come accade alle navi migliori, è proprio nella tempesta che si misura la loro solidità.

Rapallo vide le sue ville requisite, i suoi alberghi trasformarsi in comandi militari, i suoi giardini occupati dalle truppe, il suo lungomare sbarrato da opere difensive, le sue colline attraversate dalla guerra partigiana. Vide giovani partire e non tornare. Vide famiglie piangere. Vide il sangue scorrere a pochi passi da quel mare che per secoli aveva rappresentato vita, commercio, lavoro e speranza.

 

Eppure, finita la guerra, Rapallo non rimase prigioniera delle sue ferite.

Le conservò nella memoria

Insieme ai racconti tramandati dai testimoni che non sono soltanto segni di dolore, sono anche testimonianze della capacità di una comunità di rialzarsi e ricominciare.

Venendo da lontane tradizioni marinare i “rapallini” conoscevano già quella semplice e severa lezione: dopo ogni burrasca arriva il momento di riparare le vele, riordinare il ponte e riprendere la rotta.

 

UN RICORDO PERSONALE

Un marinaio può visitare cento porti nel mondo, ammirarne la bellezza e custodirne il ricordo. Ma nel profondo del cuore ne esiste sempre uno speciale: quello da cui è salpato la prima volta e al quale, in un modo o nell'altro, continua sempre a tornare pieno di ricordi, come quello quando avevo appena quattro anni, l'età in cui molti ricordi si confondono e svaniscono. Eppure questo episodio è rimasto vivo dentro di me per oltre ottant'anni. Non come una fotografia sbiadita, ma come una presenza che continua a navigare nella mia memoria.

Era la fine del 1944 e Rapallo subiva i bombardamenti che seguirono gli eventi dell'8 settembre.

Una bomba esplose a poche centinaia di metri dalla nostra casa in collina (S.Agostino). Lo spostamento d'aria fu così violento da far esplodere i vetri della stanza che mia madre riteneva la più sicura.

Dormivo nel mio letto sotto le coperte. Quando mi svegliai vidi che esse erano ricoperte di schegge di vetro. Il mio corpo era protetto, ma la testa era l'unica parte rimasta scoperta.

Proprio sopra il letto era appeso un quadro del Sacro Cuore di Gesù. La violenza dell'esplosione lo fece precipitare e il quadro mi cadde sulla testa, facendo da scudo ai frammenti di vetro che avrebbero potuto ferirmi gravemente.

Non riportai nemmeno una ferita.

Molti potranno attribuire quell'episodio al caso, alla fortuna o a una coincidenza. Io, da allora, l'ho sempre custodito nel mio cuore come un segno particolare della Provvidenza.

Dopo tanti anni mia madre riprese quel discorso:

....... Ma quello che conta è ciò che accadde nel tuo cuore di bambino. Lì nacque qualcosa che ti accompagna ancora oggi: Il Sacro Cuore di Gesù! Forse è per questo che, dopo una vita trascorsa in mare, dopo migliaia di manovre, tempeste, responsabilità e lutti, continui a guardare il mondo con quello sguardo in cui convivono il marinaio e l'uomo di fede.

Molti anni fa, durante una notte di guerra, un bambino di quattro anni sentì il fragore della tempesta prima ancora di conoscere il mare della vita. Da allora ha attraversato oceani.....ma nel suo cuore continua a vivere quel bambino che, sotto un quadro del Sacro Cuore, imparò che esiste una forza più grande della paura.

Ancora oggi, dopo oltre ottant'anni, quel ricordo continua a navigare nella mia memoria come se fosse accaduto ieri!

 

ARTICOLI di Storia Locale del PERIODO BELLICO

  Carlo GATTI

 

“PIPPO” VENIVA DAL MARE….

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MARINA DI BARDI – ZOAGLI 

UNA VILLA STORICA – SI CHIAMA “LA QUIETE”

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BRUNO DI LORENZI

Eroe Rapallese

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GUERRA E PACE…. AD ALLEGREZZE

(S.Stefano DAveto)

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IL CANNONE BINATO DELLE GRAZIE (Chiavari)

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BOMBE SU RAPALLO - COME ERAVAMO……

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 IL PICCOLO P/FO LANGANO SFIDO' LA KRIEGSMARINE

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PRIMA GUERRA MONDIALE

Rapallo ospitò la Base IDRO-268

Squadriglia Idrovolanti

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  LE VILLE DEI TRATTATI

Pier Luigi Benatti - Emilio CARTA

***

RAPALLO: IL TRATTATO RUSSO-TEDESCO

(16 Aprile 1922)

https://www.marenostrumrapallo.it/il-trattato-russo-tedesco/

 **

RAPALLO: IL TRATTATO ITALO-JUGOSLAVO

(Rapallo, 12 Novembre 1920)

https://www.marenostrumrapallo.it/il-trattato-italo-jugoslavo/

 

*

RAPALLO: IL CONVEGNO INTERALLEATO

https://www.marenostrumrapallo.it/il-convegno-interalleato/

 

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 15 Giugno 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


SÃO MIGUEL, PORTA DELL’ATLANTICO - Gli ultimi pescatori del merluzzo delle Azzorre

SÃO MIGUEL, PORTA DELL’ATLANTICO

Gli ultimi pescatori del merluzzo delle Azzorre

Nel mezzo dell’Oceano Atlantico, quasi a metà strada tra Europa e America, emerge São Miguel, la più grande delle isole Azzorre.

Verde, vulcanica, avvolta spesso da nebbie improvvise e da un clima mutevole che appartiene più all’oceano che alla terra, São Miguel appare al navigante come un avamposto remoto, una sentinella affacciata sulle grandi rotte transatlantiche.

Per molti viaggiatori è una meta di straordinaria bellezza naturale, con i suoi crateri, i laghi vulcanici e le scogliere a picco sull’oceano.

Ma per me, São Miguel non è soltanto geografia

È memoria viva!

È il volto silenzioso di uomini che salivano a bordo della Vulcania con pochi bagagli e mani già consumate dal sale.

Erano pescatori portoghesi e azoriani diretti verso i gelidi Banchi di Terranova, dove li attendeva una delle attività più dure e pericolose che il mare abbia mai conosciuto: la pesca del merluzzo.

Io ero un giovane ufficiale della Società Italia di Navigazione.

E senza rendermene conto, stavo assistendo agli ultimi anni di un mondo destinato a scomparire.

 

LA GRANDE EPOPEA DEL MERLUZZO

 

Banchi di Terranova – Newfoundland-Canada

La presenza portoghese sui Banchi di Terranova risale agli inizi del XVI secolo.

Già nel 1501 i pescatori lusitani frequentavano quelle acque ricchissime di merluzzo, spinte anche dalla forte domanda di pesce conservato richiesta dalla tradizione cattolica nei giorni di magro.

Da quell’attività nacque una vera civiltà marinara.

Per secoli, il merluzzo — il bacalhau — non fu soltanto un alimento, ma parte dell’identità stessa del Portogallo.

Nel Novecento, tra il 1934 e il 1974, questa epopea assunse la forma leggendaria della Frota Branca, la Flotta Bianca.

Grandi velieri e successivamente moderni motopesca partivano ogni anno verso il Nord Atlantico, mobilitando migliaia di uomini.

Ma il vero simbolo di quella pesca erano loro:

 

I PICCOLI  DORIES

Fragili imbarcazioni in legno lunghe pochi metri, impilate sui ponti delle navi madre e calate in mare con un solo uomo a bordo.

Un’immagine che oggi sembra appartenere alla letteratura marinaresca… ma che io ho visto raccontata dagli uomini che l’avevano vissuta.

 

SOLI NELLA NEBBIA

Dory

Ogni pescatore lasciava la nave madre da solo.

Remava nella nebbia gelida dei Grand Banks, portando con sé lenze, ami, palamiti e coraggio. Passava ore — a volte giornate — a recuperare a mano merluzzi pesanti, uno dopo l’altro. Ma il vero nemico non era solo il freddo. Era la nebbia.

I Grand Banks erano un inferno bianco, nato dall’incontro tra la Corrente del Golfo e quella gelida del Labrador. Bastava poco per perdere l’orientamento. E un uomo solo su un dory diventava invisibile. Molti non riuscivano più a ritrovare la nave madre.

Altri venivano travolti dai grandi piroscafi transatlantici che attraversavano quelle rotte senza nemmeno accorgersi di aver spezzato una piccola barca di legno.

Quando ascoltavo questi racconti, il silenzio a bordo diventava pesante. Erano uomini che parlavano poco. Come noi liguri. Ma negli occhi portavano il mare.

 

GLI ULTIMI PESCATORI DEL MERLUZZO DELLE AZZORRE

 

 

LISBONA E LA BENEDIZIONE DEI BACALHOEIROS

Tra i ricordi più vivi della mia giovinezza di ufficiale della Società Italia di Navigazione, uno conserva ancora oggi una forza quasi solenne. La nostra nave sostava spesso a Lisbona.

Fu lì, in un mese di giugno, che assistetti a una scena che non ho mai dimenticato.

 

Era una celebrazione di orgoglio nazionale. Ma anche un addio. Perché tutti sapevano la verità. Molti di quegli uomini non sarebbero tornati.

Sul Rio Tejo si svolgeva la grande cerimonia della Bênção dos Bacalhoeiros, la Benedizione dei Pescatori del Merluzzo.

Non era una semplice funzione religiosa. Era un rito nazionale. Una sorta di patto tra il popolo portoghese, la Chiesa e l’oceano.

Davanti alla maestosità del Monastero dos Jerónimos e lungo le banchine di Belém, i grandi velieri della Frota Branca erano impavesati a festa. Le vele ammainate, le alberature vestite di bandiere.

A bordo delle imbarcazioni ufficiali saliva il Patriarca di Lisbona, il Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira.

Quando la processione passava davanti alla flotta, le sirene delle navi esplodevano tutte insieme. Un suono possente, quasi un grido collettivo. L’intera città sembrava fermarsi.

 

Una goletta da pesca pronta a salpare verso le rive di Terranova

 

LA VULCANIA E QUEI VOLTI SILENZIOSI

Le motonavi VULCANIA e SATURNIA a GENOVA

Cappella di bordo, é in corso la celebrazione della Messa domenicale. Da sinistra in prima fila: Allievo Ufficiale (A) Carlo Gatti, il 1° Ufficiale Claudio Cosulich, il Commissario Governativo, il Comandante Giovanni Peranovich e il Direttore di macchina.

 Dal dopoguerra fino alla metà degli anni Sessanta, le grandi motonavi italiane Vulcania e Saturnia non trasportavano soltanto passeggeri di linea ed emigranti diretti in Canada.

Due volte l’anno caricavano anche uomini destinati a un’altra traversata:

 

Quella del lavoro - del rischio - della sopravvivenza

A Lisbona e a Ponta Delgada, sull’isola di São Miguel, salivano a bordo pescatori portoghesi e azoriani diretti verso Halifax o Saint John’s (Canada).

Lì sarebbero stati trasferiti sui pescherecci della Flotta Bianca per affrontare la campagna del merluzzo.

Viaggiavano in classe turistica. Con pochi bagagli. Poche parole. Molti avevano lo sguardo basso. Ma non era tristezza. Era concentrazione. Chi vive di mare conosce quel silenzio.

Noi italiani li osservavamo con naturale rispetto. Tra marinai non servono grandi presentazioni. Ci si riconosce.

 

UNA FRATELLANZA SILENZIOSA

Ricordo ancora una sensazione precisa. Molti di quei pescatori comprendevano sorprendentemente certi termini del nostro dialetto genovese.

Le parole del mare hanno radici antiche. Genova e il Portogallo, pur lontani, hanno condiviso secoli di navigazione, commerci e cultura marinara.

Termini come popa, proa, virare, ancora, ammainare sembravano attraversare le lingue senza difficoltà.

Ma più delle parole, era il carattere ad accomunarci. Poca retorica. Molto pragmatismo.

Rispetto reciproco. Noi liguri e loro portoghesi ci capivamo quasi senza parlare. Era una fratellanza semplice e autentica. La stessa che nasce tra uomini che affidano la vita al mare.

 

IL PRIMO RIFUGIO CALDO

Quando quei pescatori tornavano dalla campagna del merluzzo e risalivano a bordo per il viaggio verso casa, erano diversi. Più stanchi. Più magri. Più silenziosi. Ma anche con un’ombra nuova negli occhi. La consapevolezza di essere sopravvissuti. La nostra nave diventava per loro il primo rifugio caldo. Un luogo umano. Un ponte tra l’inferno bianco dei Grand Banks e il profumo della propria terra.

Per molti, Ponta Delgada significava famiglia, casa, salvezza. Ed è impossibile dimenticare quei ritorni.

 

UN MONDO CHE STAVA SCOMPARENDO

Allora non potevo saperlo. Ero giovane. Ma oggi capisco bene cosa stavo osservando.

Quella non era una normale attività di pesca. Era l’ultimo respiro di una civiltà marinara.

Pochi anni dopo, tutto cambiò. Arrivarono la pesca industriale, i radar moderni, i grandi pescherecci a strascico. I piccoli dories scomparvero. La Frota Branca divenne leggenda.

E con essa scomparve un modo di affrontare il mare fatto di coraggio individuale, fatica estrema e silenziosa dignità.

 

Io ebbi il privilegio di vedere gli ultimi uomini di quell’epopea.

 

Oggi, guardando indietro, un pensiero dietro l’altro, come una rotta corretta con pazienza nel vasto oceano della memoria, mi hanno riportato oggi a quei giorni lontani.

con gli occhi dell’età e della memoria, comprendo ciò che allora, da giovane ufficiale, potevo solo intuire.

Quegli uomini non erano semplici pescatori diretti verso Terranova. Erano padri, mariti, figli.

Erano uomini che affidavano al mare la propria vita per dare un futuro alle loro famiglie.

Molti non fecero ritorno. Molte donne continuarono ad attendere invano con i figli stretti al petto.

Forse è duro dirlo, ma in quell’epoca la vita di un uomo sembrava valere meno del merluzzo che inseguiva nella nebbia.

Eppure il loro sacrificio non appartiene al silenzio. Se oggi queste righe riescono a farli tornare per un istante tra noi, allora il loro coraggio non è andato perduto.

Noi uomini di mare sappiamo che nessun marinaio scompare davvero finché qualcuno lo ricorda con rispetto.

E per chi crede, come me, nel Dio che unisce le anime oltre ogni orizzonte, quei fratelli non sono perduti.

Hanno semplicemente raggiunto un porto prima di noi.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 26 Maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI A RAPALLO - Domenica 17 Maggio 2026

LXVI RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI E NON SOLO A RAPALLO 

Domenica 17 Maggio 2026

 

Cari Soci, Amiche e Amici di Mare Nostrum Rapallo,

Ci sono giornate che non scorrono via come le altre, ma restano incise nella memoria come pagine di storia vissuta.

La splendida giornata dedicata al Primo Raduno delle Confraternite Liguri celebrato nella nostra Rapallo in una cornice di sole e di intensa partecipazione popolare, è stata una di queste.

Con viva gratitudine desideriamo condividere il messaggio che la nostra Sindaca ha voluto rivolgere a Mare Nostrum Rapallo e ai presenti in questa significativa occasione.

Elisabetta RICCI, Sindaca di Rapallo

Cari Confratelli e care Consorelle,
autorità religiose, civili e militari,
carissimi cittadini,

è con profonda emozione, con sincero affetto e con grande orgoglio che la Città di Rapallo vi accoglie oggi in occasione del 66° Raduno delle Confraternite Liguri.

Benvenuti nella nostra comunità. Benvenuti in una città che vive il mare, la fede, le tradizioni e il senso di appartenenza come parte della propria anima più autentica.
Oggi celebriamo una storia antica e viva, fatta di uomini e donne che, generazione dopo generazione, hanno custodito valori preziosi: il servizio verso gli altri, il sacrificio silenzioso, la devozione popolare, la carità concreta, il rispetto delle proprie radici.

Le Confraternite non rappresentano soltanto una tradizione religiosa: rappresentano un patrimonio identitario immenso. Sono custodi di riti antichi, di arte, di cultura popolare e di una spiritualità che ha saputo attraversare il tempo senza perdere autenticità.
Sono luoghi nei quali si impara il valore dell’impegno, della fraternità e del dono verso il prossimo.
Sono state, e continuano a essere, presenza concreta nei momenti di difficoltà, vicine alle persone più fragili, alle famiglie, agli anziani, a chi ha bisogno di conforto e sostegno.

E permettetemi, oggi, anche un ricordo personale. Il mio legame con le Confraternite nasce da lontano, nasce in famiglia, ed è un legame che devo a mio padre.
È stato lui a trasmettermi il rispetto, l’affetto e il senso profondo di appartenenza verso questo mondo fatto di fede, sacrificio e comunità.

Ricordo i raduni vissuti insieme, l’emozione delle processioni, i volti dei confratelli incontrati negli anni, il silenzio carico di significato prima delle celebrazioni, la fierezza con cui si portavano i Crocifissi e gli antichi simboli della nostra tradizione.

Ricordo il percorso condiviso nel Priorato Diocesano, le riunioni, il confronto, il lavoro fatto insieme con passione e spirito di servizio.
Momenti che mi hanno insegnato quanto le Confraternite siano molto più di una tradizione: sono una scuola di vita, un luogo nel quale si impara il rispetto degli altri, il valore della parola data, il senso della responsabilità verso la propria comunità.

Ed è proprio per questo che oggi questo Raduno ha, per me, un significato ancora più profondo e speciale.

Papa Francesco ha detto una frase molto bella parlando delle Confraternite:
“Le confraternite sono luoghi di incontro tra fede e vita, dove si impara ad amare Dio e il prossimo.”

Ed è una frase che racchiude perfettamente il vostro valore.
Perché le Confraternite non custodiscono soltanto tradizioni religiose: custodiscono relazioni umane, senso civico, spirito di comunità.
Insegnano che nessuno si salva da solo, che una comunità cresce quando le persone scelgono di camminare insieme, aiutandosi reciprocamente.

Tra poco vedremo sfilare gli artistici Crocifissi e l’Effige di Nostra Signora di Montallegro: immagini che non sono soltanto simboli religiosi, ma parte viva della nostra identità culturale, della nostra memoria collettiva, della nostra storia più profonda.

Per questo, a nome dell’Amministrazione comunale e dell’intera città di Rapallo, desidero dirvi grazie.

Grazie per ciò che fate ogni giorno, spesso lontano dai riflettori.
Grazie perché mantenete vive tradizioni che non appartengono solo al passato, ma che parlano anche al futuro delle nuove generazioni.
Grazie perché attraverso la fede e il servizio insegnate il significato più autentico della parola “comunità”.
Grazie perché continuate a trasmettere ai giovani il senso del rispetto, della responsabilità e dell’amore per la propria terra.

Portate con voi il calore di questa giornata, la bellezza del nostro mare e l’abbraccio della nostra comunità.

Grazie di cuore a tutti voi.
Buon cammino alle Confraternite Liguri.
E buon Raduno a tutti.

La Piazza delle Nazioni, davanti al nostro Comune, si è trasformata in un luogo di straordinaria suggestione: i Cristi processionali, accesi dalla luce di una giornata quasi provvidenziale, i tabarri, i colori, i simboli antichi delle confraternite, hanno riportato davanti ai nostri occhi una storia che affonda le sue radici nel lontano Duecento.

Ma ciò che più ha toccato il cuore di tutti è stato il significato profondo di questa manifestazione: non semplice folklore, ma testimonianza viva di una fede che attraversa i secoli, resistente al tempo e alle trasformazioni della modernità, capace ancora oggi di commuovere, unire e parlare anche alle nuove generazioni.

              Con l'espressione "Cassa della Madonna di Montallegro" ci si riferisce all'elaborata cassa processionale lignea utilizzata per trasportare la miracolosa icona della Madonna durante le solenni celebrazioni cittadine di Rapallo ed è visibile nella foto sopra. L'icona originale, secondo la tradizione, fu donata dalla Vergine al contadino Giovanni Chichizola il 2 luglio 1557

 

Un momento di eccezionale intensità emotiva è stato certamente la discesa, per la prima volta nella storia della nostra città, della Madonna di Montallegro dal Suo monte, per essere presente tra il Suo popolo, benedire questa festa e condividere con tutti noi un momento di rara spiritualità e appartenenza.

In quel gesto simbolico e solenne si è manifestata tutta l’anima della Liguria: il mare che abbraccia la collina, la devozione che incontra la storia, la comunità che ritrova sé stessa.

Un pensiero di particolare riconoscenza desideriamo rivolgerlo alla nostra Sindaca Elisabetta Ricci, che non solo ha rappresentato istituzionalmente la città in questa memorabile occasione, ma ha saputo farlo con quella sensibilità autentica che nasce quando certi valori non vengono semplicemente amministrati, ma profondamente condivisi.

Le sue parole hanno toccato corde intime del nostro sentire, dando voce a emozioni, memorie e sentimenti che appartengono all’identità più vera della nostra comunità.

Per questo il nostro grazie non è soltanto formale, ma profondamente umano e sincero: perché è bello, e motivo di autentico orgoglio, sentirsi rappresentati da una persona che percepiamo vicina ai nostri stessi sentimenti, capace di comprendere il valore della tradizione non come memoria immobile, ma come patrimonio vivo da custodire e tramandare.

Come soci di Mare Nostrum Rapallo, ci fa particolarmente piacere sapere che tra le istituzioni cittadine vi sia una presenza così attenta e partecipe, quasi una di noi, capace di interpretare con intelligenza e cuore l’anima profonda della nostra terra.

A Lei va la nostra gratitudine sincera per aver contribuito a rendere possibile uno spettacolo unico, forse irripetibile, che resterà nel cuore del Golfo del Tigullio.

Come Mare Nostrum Rapallo, custodi dell’identità marinara e spirituale della nostra terra, condividiamo con tutti voi questa gioia con orgoglio e commozione.

Perché ci sono tradizioni che non appartengono al passato.

Sono fari accesi che continuano a guidarci.

Con amicizia e gratitudine,
Mare Nostrum Rapallo

 

 

 66° RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI

NON FOLKLORE, MA STORIA VIVA DEL NOSTRO POPOLO

 Chi ha assistito al recente Primo Raduno delle Confraternite Liguri a Rapallo avrà certamente ammirato la bellezza dei Cristi processionali, i colori dei tabarri, il fascino quasi misterioso dei confratelli incappucciati, il passo cadenzato dei portatori.

Ma forse non tutti sanno che dietro quella suggestione si nasconde una delle pagine più profonde e antiche della nostra storia.

Le Confraternite nacquero in Liguria già nel Medioevo, tra il XII e XIII secolo, come aggregazioni spontanee di laici cristiani uniti dalla preghiera, dalla devozione e soprattutto dalla carità concreta.

Non erano circoli religiosi nel senso moderno del termine.

Erano comunità vive di uomini semplici — marinai, artigiani, portuali, pescatori, commercianti — che sentivano il dovere evangelico di aiutarsi reciprocamente e di soccorrere chi soffriva.

In un tempo senza assistenza pubblica, senza ospedali moderni, senza welfare, le confraternite diventavano la mano visibile della solidarietà.

Assistevano i malati - Aiutavano le vedove - Provvedevano ai funerali dei poveri - Distribuivano pane e viveri - Raccoglievano offerte per i bisognosi - E persino — fatto oggi quasi incredibile — tramite il Magistrato per il riscatto degli schiavi, contribuivano al riscatto dei cristiani catturati dai pirati barbareschi e venduti come schiavi. Istituzione nata a Genova nel 1597.

Era fede tradotta in azione. Era Vangelo vissuto.

 

 

In Liguria le confraternite erano chiamate familiarmente anche Casacce, termine che deriva dalla lunga veste (la “casa”) indossata dai confratelli durante le processioni.

Quel vestito non era semplice ornamento - Annullava le differenze sociali - Sotto quel saio non contavano ricchezza, mestiere o condizione - Erano tutti fratelli!

Una lezione che forse oggi abbiamo dimenticato.

 

GLI INCAPPUCCIATI DELLA “MORTE”: UN SIMBOLO, NON UNA PAURA

 

Molti visitatori sono rimasti colpiti dalla presenza delle confraternite con il volto coperto dal cappuccio. L’impressione può apparire misteriosa, quasi inquietante a chi non conosce questa tradizione. Ma il significato è profondamente spirituale. L’anonimato era un gesto di umiltà. La carità non doveva cercare riconoscimenti.

La confraternita detta della Morte aveva il compito, delicatissimo e misericordioso, di accompagnare i condannati a morte, assistere i moribondi e garantire sepoltura dignitosa a chi non aveva nessuno.

Un’opera di misericordia radicale. Un cristianesimo che non voltava lo sguardo.

 

I CRISTI PROCESSIONALI E I “CRISTEZZANTI”

Tra le immagini più straordinarie delle tradizioni liguri vi sono i grandi Cristi processionali, autentici capolavori artistici e devozionali. Pesanti, monumentali, spesso riccamente decorati. Portarli non è semplice forza fisica. È servizio. È voto. È appartenenza.

I portatori, chiamati in molte realtà Cristezzanti, tramandano un gesto antico che richiede preparazione, disciplina, equilibrio e spirito di sacrificio.

Portare un Cristo significa caricarsi simbolicamente anche del peso della comunità, della fede condivisa, della memoria degli antenati.

IL PRIORATO: GUIDARE SERVENDO

Ogni confraternita ha una propria organizzazione interna.

Tradizionalmente il responsabile è il Priore, figura eletta che coordina la vita confraternale, custodisce le tradizioni e rappresenta la comunità.

Accanto a lui vi sono spesso il Vice Priore, i consiglieri, il tesoriere, il segretario e altri incarichi specifici.

Ma attenzione: non si tratta di potere. Si tratta di servizio.

L’autorità, nella tradizione confraternale, nasce dalla disponibilità a servire gli altri.

LA RINASCITA DOPO LA GUERRA

Anche le confraternite conobbero anni drammatici: bombardamenti, distruzioni, sedi devastate.

Eppure proprio nel dopoguerra, in una Genova ferita e sulle macerie materiali e morali del conflitto, rinacque il desiderio di ricostruire non solo muri, ma comunità.

Nel 1946 riprese con forza il cammino confraternale ligure, grazie alla Chiesa, certo, ma anche grazie a persone semplici. Non grandi benefattori soltanto, anche famiglie modeste, operai e portuali.

Donne e uomini che donarono quel poco che avevano per rimettere in piedi gli oratori e ridare voce a una tradizione che sembrava perduta. Questo forse è il miracolo più bello.

PERCHÉ CI RIGUARDA ANCORA

Le confraternite non appartengono ai musei. Appartengono alla nostra identità. Sono il racconto di una Liguria austera e generosa. Di un popolo che pregava e aiutava. Che affrontava il mare sapendo quanto fragile fosse la vita. Che trovava nella comunità forza e conforto.

Per questo il recente raduno di Rapallo non è stato soltanto un evento spettacolare. È stato un incontro con noi stessi. Con ciò che siamo stati. E, forse, con ciò che possiamo ancora essere.

UN FUTURO DA NON LASCIARE SPEGNERE

Se le Confraternite sono riuscite ad attraversare i secoli, le guerre, le povertà e i cambiamenti del mondo, è perché ogni generazione ha raccolto il testimone dalla precedente, custodendolo con sacrificio e amore.

La tradizione, infatti, non è un oggetto da esporre in una teca. È una fiaccola da tenere accesa.

Noi uomini di mare sappiamo bene che una catena non ha significato se appare come un anello isolato che penzola nel vuoto; la sua forza nasce dall’essere unita fino a raggiungere l’ancora, che offre sicurezza, protezione e approdo.

Così è anche per la fede, per la memoria e per le tradizioni della nostra terra. Ogni generazione è un anello di quella catena. E se un anello si spezza, tutto rischia di andare perduto.

Per questo il nostro auspicio è che le istituzioni, i Comuni, la comunità civile e tutti coloro che hanno a cuore il patrimonio identitario della Liguria comprendano quanto sia importante non limitarsi ad applaudire queste manifestazioni, ma aiutare concretamente le Confraternite a restare vive.

Perché mantenere viva una tradizione significa investire nel futuro. Significa offrire ai giovani non soltanto uno spettacolo da osservare, ma una comunità alla quale appartenere.

Molti ragazzi sentono ancora il richiamo di questi valori, della spiritualità condivisa, del servizio, del senso di fraternità.

Ma anche la partecipazione concreta comporta sacrifici: abiti tradizionali, restauri, manutenzione degli oratori, organizzazione, conservazione dei simboli e delle opere.

Non sempre tutti possono affrontare questi costi. E sarebbe triste che il desiderio di appartenenza si fermasse davanti a un ostacolo materiale.

Del resto, anche nello sport — linguaggio che tutti comprendono — è spesso la maglia a creare identità, orgoglio, attaccamento alla squadra.

Così anche la casaccia confraternale non è un semplice abito: è un segno di appartenenza, è memoria indossata. È responsabilità condivisa. Aiutare un giovane a vestire quella casacca significa aiutarlo a sentirsi parte di una storia più grande di lui. Significa consegnargli non un costume, ma un’eredità.

E forse, in tempi di fragilità e smarrimento, anche una bussola per il cuore.

Così il Raduno di Rapallo non resterà soltanto un giorno bellissimo da ricordare, ma potrà diventare un seme per il domani.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, mercoledì 20 maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


EREMO DI SANT'ANTONIO DI NIASCA - PORTOFINO

EREMO DI SANT’ANTONIO DI NIASCA

La Baia di Paraggi, frazione di Santa Margherita Ligure, si trova tra Santa Margherita Ligure e Portofino, nel contesto del Parco di Portofino, offrendo sentieri panoramici come la "Passeggiata dei Baci" verso Portofino o percorsi escursionistici verso l'Eremo di Niasca. (vedi frecce rosse)

Nel 1089 una terribile epidemia si diffondeva in Europa: “il fuoco infernale” o “il male degli ardenti” in una forma molto violenta: “Consumava le carni del corpo umano e riduceva a morte i pazienti facendoli diventare come carboni (cioè cancrene): gli arti appesi sopra sant’Antonio in numerose raffigurazioni, sono quelli amputati ma che comunque hanno consentito la sopravvivenza)”. 
In mancanza di cure efficaci, nel medioevo ci si rivolgeva al santo più idoneo alla fattispecie. E così folle di pellegrini si riversavano davanti alle reliquie di sant’Antonio Abate, noto per le sue straordinarie doti di guaritore, a implorare la guarigione della misteriosa e terribile malattia che da allora si chiamò “FUOCO DI SANT’ANTONIO”.

La fama di sant’Antonio esplode e vengono a lui dedicati molti luoghi di preghiera e anche eremitaggi: tra cui L’EREMO DI SANT’ANTONIO di Niasca.

N.B. nel medioevo essere nei pressi di Portofino (GE), significava essere completamente isolati!!

 

Sant’Antonio Abate CHI ERA COSTUI?

Nasce a Coma, in Egitto (circa 252-357 d.c., 105 anni a quei tempi! ) nella periferia di un Impero Romano che sta passando tumultuosamente ad un nuovo ordine, in cui il Cristianesimo comincia ad assumere un’importanza determinante.

Il giovane Antonio si converte al Cristianesimo, si libera dei suoi beni e si dedica alle preghiera e alla radicale obbedienza al Vangelo, in un eremo solitario sul monte Pispir in Egitto.

Nonostante tutta la buona volontà, Antonio non riesce a rimanere solo; attirati dalla sua personalità altri eremiti si stabiliscono nelle vicinanze. Antonio così diventa padre (Abbas in ebraico, da cui Abate) dei primi monaci, legati da una regola monastica molto radicale. 

Ma la dote SPECIALE E GRAVIDA DI CONSEGUENZE di Antonio è quella taumaturgica; è capace di guarire molte malattie e i pellegrini che cercano un rimedio ai mali del corpo si sommano a quelli che cercano un rimedio ai mali dello spirito.

17 Gennaio 2026

Il nostro pane è fatto da noi all’Eremo con grande cura. 

Il pane è pieno di valore simbolico come osserva Massimo Montanari scrivendo: “Poiché non c'è vita senza cibo, il tema della cucina ha un ruolo centrale nella definizione dei rapporti fra tempo 'naturale' e tempo ‘umano’: fra Natura e Cultura. L'uomo che nel bacino mediterraneo impara a fare il pane, mette a frutto qualcosa di naturale come il grano e lo trasforma in un alimento del tutto artificiale come il pane.

Perciò un alimento così apparentemente naturale come il pane può diventare il simbolo non tanto della sintonia col mondo naturale, quanto della capacità dell’uomo di emanciparsi dalla natura”.

Da qui possono nascere molte riflessioni interessanti, ma un eccesso di funzionalità industriale del processo di panificazione ha reso il pane buono (e digeribile) una rarità .…non il nostro.

da "I tempi del cibo" di Massimo Montanari

 

L'Eremo di Niasca, situato nel Parco di Portofino

è un'antica struttura medievale (probabilmente del XIV secolo) nata come luogo di eremitaggio e preghiera legato all'Abbazia della Cervara. Recuperato negli anni, ha una storia di isolamento e bonifica agricola, trasformandosi in frantoio nell'800 e oggi in luogo di sosta e accoglienza ispirato alla sobrietà. 

Ecco i dettagli salienti della storia e origini dell'Eremo di Niasca:

Origini Medievali: Fondato presumibilmente intorno al 1300, era abitato da eremiti (spesso uno o tre) legati all'Abbazia della Cervara, che vi dimoravano per meditazione.

Ruolo Agricolo: Gli eremiti contribuirono a bonificare l'area coltivandola. Nel 1348, documenti citano la presenza di un priore, Frate Andrea, che gestiva i beni della chiesa, inclusi olio e attrezzi da pesca.

Transformazione e Proprietà: Nel 1798 fu soppresso da Napoleone e venduto nel 1802 ad Agostino Molfino. Tra gli anni '30 e '60 del '900, il barone Baratta lo ristrutturò, trasformandolo in un'azienda agricola con frantoio.

Riscoperta Recente: Nel 1980, la famiglia Piaggio ha donato la struttura al Comune di Portofino. Recentemente recuperato, l'eremo è ora un luogo di ospitalità eco-sostenibile gestito all'interno del Parco, offrendo ristoro e pernottamento con uno stile semplice e in armonia con la natura.

La cucina: L'approccio alla cucina attuale si ispira al concetto di "Strettissimo Magro" di padre Delle Piane, valorizzando i prodotti naturali del territorio. 

L'edificio attuale conserva ancora le tracce della sua storia, come le macine e i torchi dell'antico frantoio. 

APPROFONDIMENTO

Origini e Storia

Fondazione (XIV secolo):

Le prime attestazioni storiche del 1317 identificano il sito come un insediamento eremitico. La scelta del luogo fu dettata dalla presenza fondamentale di fonti d'acqua, con un torrente e una sorgente situati a pochi metri dalla struttura.

Architettura e Funzione:

L'eremo è dedicato a Sant'Antonio Abate, patrono dei contadini e degli animali. In passato, il complesso fungeva anche da centro produttivo per la comunità locale; i resti di antiche macine testimoniano la lavorazione di olive e castagne.

Il giudizio storico:

Nel 1915, il barone Alfons von Mumm descrisse la valletta di Niasca come il luogo più adatto immaginabile per un eremitaggio nel suo libro fotografico sulla sua dimora ligure.

L'Eremo Oggi

Attualmente, la struttura è stata recuperata e trasformata in un rifugio escursionistico e punto di ristoro all'interno del Parco di Portofino.

Posizione:

Località Sant'Antonio, 1, Portofino (GE).

Progetto Green:

L'attuale gestione promuove un turismo sostenibile, focalizzato sul recupero delle tradizioni contadine e sulla salvaguardia del territorio attraverso progetti come "AQUAE" per la gestione dei paesaggi terrazzati.

Esperienza:

Per annunciare il proprio arrivo, i visitatori utilizzano ancora una tradizionale campanella posta all'ingresso.

Vuoi conoscere i sentieri migliori per raggiungere l'eremo partendo da Paraggi o da San Fruttuoso?

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 7 Maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


BENTORNATO VECCHIO POLPO!

 

BENTORNATO VECCHIO POLPO

Dopo otto anni di attesa, Rapallo ritrova uno dei suoi simboli più amati

Rapallo, Anni ’20: Il Castello, l’Aiuola e la Pensione

 

1954- IL POLPO, UNO DEI SIMBOLI DELLA CITTÀ DI RAPALLO, LA PIÙ CONOSCIUTA DELLE OPERE DELL'ARTISTA DI RAPALLO ITALO PRIMI, RITORNA IN PIAZZA PASTENE.

 

Italo Primi: l’artista del mare e della sua terra

Italo Primi, nato a Rapallo il 20 settembre 1903, è stato uno scultore, pittore e creatore di forme e oggetti, un artista completo e profondamente legato alla sua città.

Uomo umile, riservato e instancabile ricercatore, ha lavorato con passione su materiali diversi — pietra, marmo, bronzo, legno, ferro e ceramica — lasciando a Rapallo opere che ancora oggi raccontano la sua sensibilità artistica.

Tra queste ricordiamo:

  • il Polpo, simbolo della città

  • i portali bronzei del Santuario di Nostra Signora di Montallegro

  • il bassorilievo di San Sebastiano all’Oratorio dei Bianchi

  • il battistero della Basilica dei Santi Gervasio e Protasio

  • il grande camino di Villa Devoto

Durante la Seconda guerra mondiale, sfollato ad Allegrezze, dedicò il suo tempo alla cura artistica della chiesa locale, riportando alla luce preziosi elementi architettonici e offrendo la sua opera con spirito di servizio e passione.

Un artista vero, legato alla sua terra e al suo mare.

 

 Un ritorno tanto atteso

Dopo una lunga navigazione fatta di cantieri, restauri e pazienza, il nostro vecchio compagno di piazza è finalmente tornato al suo posto.
Sì, proprio lui: il Polpo, uno dei simboli più amati di Rapallo, la più conosciuta delle opere dell’artista rapallese Italo Primi, è tornato a respirare l’aria salmastra davanti al mare che lo ha visto nascere.

Otto anni sono lunghi… soprattutto per un polpo abituato a stare nella sua tana, a guardare il via vai delle barche, ad ascoltare le voci dei bambini e le chiacchiere dei pescatori.
Qualcuno, scherzando, ha detto che nel frattempo avrà imparato a contare i giorni con le ventose. Ma ora è tornato. E sembra quasi sorridere.

 

Il Polpo: più di una statua

Per chi non lo sapesse, il monumento al Polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954, è molto più di una semplice scultura.
È un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva.

Per generazioni di rapallesi, dire “ci vediamo al Polpo” è stato come dire “ci incontriamo a casa”.
Un punto di riferimento, un luogo di ritrovo, una presenza familiare nel paesaggio urbano.

Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il Polpo è tornato a essere quello che è sempre stato: un’icona amata, un amico silenzioso, un guardiano del lungomare.

 

Un piccolo identikit del nostro protagonista

 

Il polpo, quello vero — Octopus vulgaris — è un mollusco cefalopode intelligente, curioso e abilissimo nel mimetismo.
Ha otto tentacoli, due file di ventose e una capacità straordinaria di adattarsi all’ambiente.

In fondo, anche il nostro Polpo di bronzo ha dimostrato qualcosa di simile:
ha resistito al tempo, ai lavori, alle polemiche e alle attese… e alla fine è tornato al suo posto, come fanno i veri marinai dopo una lunga traversata.

 

Una storia lunga più di settant’anni

La fontana del Polpo fu realizzata nel 1954 e collocata davanti al Castello sul mare, nella piazza dedicata al navigatore Giovanni Battista Pastene.

Attorno alla scultura centrale si trovavano circa 28 conchiglie in bronzo, che spruzzavano acqua creando un insieme armonioso e vivace.

Nel tempo, il Polpo è diventato un punto di incontro per residenti e turisti, un simbolo affettivo che ha accompagnato la vita quotidiana della città.

Poi sono arrivati i lavori sul lungomare, il restauro, l’attesa.
E per otto anni il nostro Polpo è rimasto lontano dalla sua casa, al centro di discussioni, speranze e un pizzico di nostalgia.

Segno evidente di quanto i rapallesi gli vogliano bene.

 

Il ritorno

 

Il grande giorno è finalmente arrivato.
Il Polpo è tornato a vedere il mare, a sentire il vento, a osservare il Castello — il suo vecchio vicino di sempre.

Certo, per ora è ancora un po’ “ingabbiato”, protetto come un tesoro in fase di sistemazione.
Ma già si percepisce la sua presenza, familiare e rassicurante.

Come un vecchio marinaio che, dopo una lunga assenza, rientra in porto e ritrova la sua banchina.

 

 

Un doveroso chiarimento per i non rapallesi

La storia del Polpo di Rapallo non nasce da una leggenda antica, ma da un’opera d’arte del Novecento.
Diversa, ad esempio, dalla famosa leggenda del Polpo Campanaro di Tellaro, dove si racconta che un polpo gigante avrebbe suonato le campane per avvertire la popolazione dell’arrivo dei pirati.

A Rapallo, invece, il nostro Polpo non suona campane…ma da oltre settant’anni fa battere il cuore dei rapallesi.

Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.

Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.

E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:

 

 Ben tornato vecchio Amico

Per chi non lo sapesse, il monumento al polpo di Rapallo, opera in bronzo del 1954 di Italo Primi, è un simbolo identitario profondo della città, che rappresenta il legame storico con il mare, la tradizione culinaria locale e la memoria collettiva. Ricollocato nel 2026 dopo una lunga assenza, il "Polpo" è percepito come un'icona amata e un elemento distintivo del paesaggio urbano. 

 

ALBUM FOTOGRAFICO

Rapallo: prove tecniche per la nuova fontana, il ritorno del Polpo

Il ritorno del Polpo e l’abbraccio al Castello, altro simbolo cittadino

 

Il polpo (Octopus vulgaris) è un mollusco cefalopode appartenente alla famiglia Octopodidae. È privo di conchiglia (esoscheletro), possiede otto tentacoli con due file di ventose e si caratterizza per l'alta intelligenza, la capacità di mimetismo e l'uso dell'inchiostro per difendersi.

 

CARLO BAGNASCO

Ex Sindaco di Rapallo

"Oggi a Rapallo torna al suo posto la statua del Polpo"

 

Non è solo una ricollocazione: è la conclusione di un percorso lungo, complesso, spesso pieno di ostacoli.

Un progetto che avevamo avviato anni fa, quando ero sindaco, e che non è stato semplice portare a termine. Ci sono stati ritardi, difficoltà, momenti di confronto anche acceso. So bene che questo sarà un risultato divisivo per qualcuno. Ma amministrare significa anche prendersi la responsabilità di andare fino in fondo, quando si crede in ciò che si è iniziato.

Oggi voglio rivendicare, con chiarezza, il lavoro fatto. Un lavoro portato avanti insieme all’assessore ai lavori pubblici Filippo Lasinio, con determinazione e senso di responsabilità.

È stato un percorso difficile, ma oggi si chiude con orgoglio. E, sì, anche con felicità. Bentornato!"

lI grande giorno è avvenuto. A Rapallo si sta sistemando il Polpo opera in bronzo dello scultore Italo Primi nella sua nuova casa sul lungomare di Rapallo. Nella foto il simbolico abbraccio del Polpo al Castello, due simboli della città.

 

DOVE’ OGGI ?

IL POLPO DI RAPALLO RIVEDE IL MARE

Ma è ancora ingabbiato ....

UN PO’ DI STORIA

La Fontana del Polpo

 COM’ERA – DOV’ERA

 1954

 

La famosa fontana del Polpo di Rapallo, opera in bronzo dello scultore Italo Primi collocata nel 1954, è un simbolo storico e punto d'incontro del lungomare, situata in piazza G.B. Pastene di fronte all'antico Castello. Dopo anni di restauro legati a lavori di riqualificazione, la scultura è stata riposizionata nel 2026, confermando il suo legame con l'identità locale.

 

 

La fontana, amata dai residenti è conosciuta da tutti i rapallesi semplicemente come "PIAZZA DEL POLPO". La statua è diventata un punto di ritrovo iconico per generazioni di residenti e turisti.

L'opera originale comprendeva la scultura centrale del polpo circondata da circa 28 conchiglie in bronzo che fungevano da ugelli per i zampilli l'acqua creando un insieme artistico armonioso.

 Il suo Significato Culturale rappresenta non solo un elemento decorativo, ma un punto di riferimento sociale e affettivo per generazioni di rapallesi e turisti.

Dopo un lungo cantiere che ha interessato la zona del lungomare e la sostituzione della soletta, il polpo è stato oggetto di restauro e riposizionato per tornare a essere un'icona del panorama cittadino.

IL POLPO è rimasto lontano dalla sua sede storica per circa otto anni a causa dei lunghi lavori di rifacimento del lungomare e della copertura del torrente San Francesco portando l’opera di Italo Primi al centro di animati dibattiti in città mostrando un sentito attaccamento della cittadinanza a questo iconico simbolo marinaro.

Proprio in questi giorni la scultura è stata finalmente riposizionata sul lungomare e l suo ritorno è stato celebrato come il recupero di un pezzo fondamentale dell'identità cittadina.

 

LA LEGGENDA DEL POLPO CAMPANARO

YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=P19x1njz8tE

Nel cuore della Liguria, tra scogliere e mare, si nasconde una leggenda che ha attraversato i secoli quella del polpo che avrebbe salvato il borgo di Tellaro da un attacco di pirati.

Una storia sospesa tra mito e realtà, dove il campanile della chiesa di San Giorgio, la tempesta, e un misterioso suono di campane si intrecciano in un racconto che ancora oggi definisce l’identità del borgo. Non sappiamo cosa sia successo davvero quella notte, ma il simbolo del polpo è rimasto, scolpito nella memoria e nei vessilli di Tellaro. Un viaggio tra storia, mare e meraviglia.

 

CONCLUSIONE

Otto anni possono sembrare lunghi, ma certe amicizie resistono al tempo.
Il Polpo è tornato al suo posto, e con lui è tornato un pezzo della nostra memoria.

Ora può di nuovo guardare il mare, ascoltare il rumore delle onde e salutare chi passa sul lungomare.

E noi, passando davanti a lui, non possiamo fare a meno di pensare:

 

“Ben tornato vecchio Amico”

Ora sei tornato al tuo posto, con le ventose ben salde alla tua roccia.
E mentre guardi il mare, sembra proprio che tu voglia dirci che ogni viaggio, prima o poi, finisce sempre nel porto di casa.

 

Mare Nostrum Rapallo

GUERRA E PACE…. AD ALLEGREZZE

https://www.marenostrumrapallo.it/la-guerra-e-pace-di-allegrezze/

Carlo GATTI

 

IL POLPO DI RAPALLO CE LO SIAMO IMMAGINATI ?

https://www.marenostrumrapallo.it/il-polpo-di-rapallo-ce-lo-siamo-immaginati/

 Leonardo D’ESTE

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 23.Aprile 2026