La Notte della Baionetta: il Mare, la Fuga, la Storia
La Notte della Baionetta: il Mare, la Fuga, la Storia

| La nave ormeggiata nel Bacino di S.Marco a Venezia nell'agosto 1943 | |
| Descrizione generale | |
| Tipo | corvetta |
| Classe | Gabbiano. SerieScimitarra |
| Impostazione | 24 febbraio 1942 |
| Varo | 5 ottobre 1942 |
| Radiazione | 1º novembre 1972 |
| Caratteristiche generali | |
| Dislocamento | 670 |
| Lunghezza | 64,4 m |
| Larghezza | 8,7 m |
| Pescaggio | 2,8 m |
| Propulsione | 2 motori Diesel 3500 HP 2 motori elettrici 150 Hp |
| Velocità | 18 nodi (33,34 km/h) |
| Autonomia | 1450 miglia mn a 18 nodi |
| Armamento | |
| Armamento | (1943)
· 1 cannone da 100/47 mm · 3 mitragliere Breda da 20/65 a.a. in impianti singoli · 4 mitragliere Breda da 20/65 a.a. in impianti binati · 2 tubi lanciasiluri da 450 mm in impianti singoli · 8 lanciabombe a.s. pirici · 2 scaricabombe a.s. (1956) · 1 cannone da 100/47 mm (poi sbarcato) · 2 mitragliere da 40/56 mm in un impianto binato (poi aggiunto un impianto singolo a prua) · 1Porcospino (arma)MK 15 a.s. · 4 lanciabombe a.s. |
| Note | |
| Motto | Ardita lanio |
La corvetta Baionetta, piccola unità antisommergibile della classe Gabbiano, entrò in servizio solo nel luglio del 1943. Nessuno avrebbe immaginato che, poche settimane dopo, sarebbe diventata la protagonista silenziosa di una delle pagine più discusse della storia italiana: la fuga del Re e del Governo dopo l’Armistizio dell’8 settembre.
Il 9 settembre, mentre Roma era nel caos e truppe tedesche convergevano verso i centri vitali della capitale, la Baionetta ricevette un ordine cruciale:
mettere in salvo la famiglia reale, il maresciallo Badoglio e parte del Governo, portandoli a Brindisi, già in mano alleata.
Quel viaggio avrebbe segnato non solo la vita della nave, ma anche il destino politico dell’Italia.
Una nave piccola per un compito enorme
Baionetta non era progettata per ospitare passeggeri: 64 metri di lunghezza, 112 uomini d'equipaggio, armamento antisommergibile e spazi molto ridotti.
Eppure, nella notte concitata di Ortona, divenne l’unica possibilità di salvezza per:
-
Re Vittorio Emanuele III
-
Regina Elena
-
Principe Umberto
-
Maresciallo Badoglio
-
Ministri, ufficiali e personale di Stato
Il porto era nel caos:
civili e militari tentavano di salire a bordo, l'ammiraglio De Courten fu costretto a interrompere gli imbarchi quando si raggiunsero i 57 posti scialuppe, e la tensione salì fino a minacce armate.
Alle 01:00 del 10 settembre, la Baionetta lasciò Ortona diretta verso sud.
L’agente segreto che salvò l’operazione
Fra le persone imbarcate vi era anche Cecil Richard Mallaby, agente britannico del SOE, con radio e codici.
Fu lui a garantire comunicazioni criptate con gli Alleati, permettendo al convoglio di proseguire senza incidenti nonostante il sorvolo di aerei tedeschi.
In quelle ore, la Baionetta divenne una stazione radio mobile del nuovo governo in esilio.
Perché proprio Ortona?
Ortona, nel settembre 1943, offriva:un porto operativo e lontano dal controllo immediato dei tedeschi, la possibilità di raggiungere rapidamente unità navali amiche, un punto d’imbarco collegato alla fuga da Roma sul versante adriatico.
Da F/b
“Dal porto di Ortona fino alla nave "R. N. Baionetta", il re Vittorio Emanuele fece utilizzare il peschereccio "Dolie" di Vincenzo Diomedi per il solo trasporto dei propri bagagli".
L'ultimo testimone di questo "trasbordo" fu il Sig. Tommaso D'Antuono”.


Il velocissimo incrociatore leggero
SCIPIONE AFRICANO
Da lì, la nave poté dirigere verso Brindisi con la scorta dell’incrociatore Scipione Africano e della corvetta Scimitarra.
Il percorso della fuga (8–10 settembre 1943)
Per rendere chiara e immediata la dinamica degli eventi.
- Roma (8 settembre, sera)
La capitale è indifesa dopo l’annuncio dell’armistizio.
La Corona e il Governo lasciano la città per evitare la cattura da parte tedesca.
- Pescara (9 settembre, pomeriggio)
Breve sosta.
Si imbarcano Badoglio, ministri e ufficiali dello Stato Maggiore.
- Ortona (9 settembre, notte)
Imbarco concitato sulla Baionetta.
Salpano 57 persone, tra cui la famiglia reale e Mallaby.
- Navigazione (notte 9–10 settembre)
In acque minacciose, ma senza attacchi.
Il convoglio procede verso sud con la scorta navale.
- Brindisi (10 settembre, ore 16.00)
Sbarco del Re.
La città diventa capitale provvisoria del Regno del Sud.
Inizia la cobelligeranza italiana a fianco degli Alleati.
Baionetta dopo Baionetta

La nave non concluse la sua storia con il celebre viaggio. Operò con la Marina Cobelligerante, scortò convogli alleati e sopravvisse anche al siluro di un U-Boot tedesco.
Nel dopoguerra fu impiegata in:
- missioni di rilievo relitti,
- crociere nel Mediterraneo orientale,
- addestramento specialistico,
- importanti ammodernamenti (sonar, radar, armamento).
Fu radiata nel 1972, dopo trent’anni di servizio.
Una fuga discussa, ma non unica
La storia ha giudicato in modi opposti l’esodo della monarchia e del governo.
Ma è bene ricordare che, nella stessa guerra, moltissimi capi di Stato fuggirono per guidare dall’estero la resistenza dei propri popoli:
- Re Haakon VII (Norvegia)
- Regina Wilhelmina (Paesi Bassi)
- Governo polacco in esilio
- Edvard Beneš (Cecoslovacchia)
- Re Pietro II (Jugoslavia)
- Charles de Gaulle e la Francia Libera
La fuga di Baionetta, dunque, non è un unicum, né necessariamente un atto di codardia: in molti casi, fu l’unica via per evitare il collasso totale dello Stato.
CONCLUSIONE
Ogni nave, nella sua vita, affronta una sola vera prova.
La Baionetta la incontrò in una notte d’Adriatico, quando il suo compito non era più combattere, ma custodire la continuità di un Paese che stava crollando.
Navigò tra silenzi, ordini sommessi e un mare nero come l’inchiostro, mentre sulle sue lamiere si aggrappava l’ultima fragile speranza dell’Italia.
Eppure andò avanti.
Non per gloria, non per potenza, ma perché talvolta anche una piccola nave può portare sulle proprie paratie il peso della Storia.
E la scia che tracciò quella notte :
— tra la paura, il dovere e l’infinito —
non si è mai dissolta.
È la scia che riconosciamo ancora oggi, quando una nave, controvento, trova la forza di tenere la rotta.
FINE
*- Il radiotelegrafista inglese di Badoglio
di Sergio Lepri
https://www.sergiolepri.it/documenti/storia-italia1943-Il-radiotelegrafista-inglese-di-Badoglio.pdf
- La spia sulla nave del re
di Roberto Barzanti
https://www.toscanalibri.it/scritto-dautore/la-spia-sulla-nave-del-re_1734/
Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 11 dicembre 2025
LA MADONNA DEI MARINAI - Bernardo strozzi
MADONNA IMMACOLATA CONCEZIONE
A cura di Gatti Carlo per la Festa della Madonna Immacolata Concezione
Il dogma dell'Immacolata Concezione è un dogma della Chiesa cattolica, proclamato da papa Beato Pio IX l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, il quale afferma che la Vergine Maria fu preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.
LA MADONNA DEI MARINAI

di Bernardo Strozzi in Sant'Ambrogio a Voltri
L'affascinante storia e il significato del quadro realizzato da Bernardo Strozzi per i marinai e tutta la gente di mare di Voltri. La tela, connotata da una straordinaria libertà del segno pittorico e una notevole ricchezza cromatica, costituì da subito un importante termine di confronto per i vari artisti genovesi operanti dagli anni ’20 del Seicento.
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APPROFONDIMENTI SULLA TELA
Dalla relazione del dott. Gianluca Zanelli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Relazione scritta per presentare l'opera, in vista dell'ultimo restauro del 2012:
Bernardo Strozzi
(Genova 1581/82 – Venezia 1644)
Madonna col Bambino e i Santi Erasmo, Chiara e Nicolò
Olio su tela, cm 250 x 166
Collocata in origine sull’altare dedicato a Sant’Erasmo, protettore dei naviganti, nell’Ottocento la tela venne trasferita sull’altare dedicato a San Giovanni. Stilisticamente l’opera palesa una datazione agli anni Venti del XVII secolo, riferimento cronologico che concorda pienamente con le vicende costruttive che interessarono l’interno della chiesa tra il 1620 e il 1629. Di recente è stata avanzata la proposta che il dipinto possa essere stato realizzato da Bernardo Strozzi al suo rientro da un viaggio romano, collocato intorno al 1625, in considerazione del fatto che nella composizione sono presenti alcune suggestioni desunte dall’attività romana del pittore emiliano Giovanni Lanfranco, in particolare la struttura compositiva e la monumentalità conferita ai personaggi. Come già sottolineato, la tela, connotata da una straordinaria libertà del segno pittorico e una rara ricchezza cromatica, costituì da subito un importante termine di confronto per vari artisti genovesi, tra i quali Luciano Borzone, nella cui Apparizione della Vergine a san Bernardo, databile al 1629, sono evidenti precisi rimandi all’immagine scaturita dal pennello di Strozzi.
Bibliografia essenziale:
B.Ciliento, Voltri: Chiesa di Sant’Ambrogio, Genova 1979, p. 6.
F.R. Pesenti, La pittura in Liguria. Artisti del primo Seicento, Genova 1986, pp. 61-63.
M.C. Galassi, Documenti figurativi per un soggiorno romano di Bernardo Strozzi, in “Bollettino dei Musei Civici Genovesi”, 40-42, 1992, p. 49.
M.C. Galassi in Bernardo Strozzi. Genova 1581/82 – Venezia 1644, catalogo della mostra (Genova), a cura di E. Gavazza, G. Nepi Sciré, G. Rotondi Terminiello, Milano 1995, cat. 48, pp. 194-195.
Rapallo: "Liguria delle Arti" a San Maurizio di Monti
focus sul dipinto di Bernardo Strozzi
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Madonna Odigitria
Sabato 2 agosto alle ore 21, Liguria delle Arti raggiunge Rapallo, nella frazione di San Maurizio di Monti, per godere insieme al pubblico di una grande opera d’arte firmata dal genio di Bernardo Strozzi, artista esposto al Prado di Madrid, come alla National Gallery di Londra o all’Ermitage di San Pietroburgo.
Camminare dentro la bellezza eleva lo spirito, aiuta a riflettere e a concepire grandi pensieri, come sosteneva Nietzsche che, visitata Rapallo, se ne innamorò tanto da tornarci più volte fra il 1880 e il 1885, così come fece il celebre pittore Vasilij Kandinskij.
Il più grande filosofo del XIX secolo e uno dei maggiori artisti del ‘900 sono in ottima compagnia di scrittori come Ernest Hemingway e Luciano Bianciardi, di poeti come Ezra Pound, Eugenio Montale e William Butler Yeats, tutti sedotti da questa località abbracciata da un mare stupendo, ricca di fascino, ancora oggi molto nota a livello internazionale.
Liguria delle Arti prende la via che conduce alla frazione San Maurizio di Monti. Lì, a circa 300 metri sul livello del mare, immersa tra ulivi, c’è l’omonima Chiesa in cui è conservato il dipinto protagonista di questo evento: l’Apparizione della Madonna Odigitria, termine di origine bizantino che significa “Colei che indica la via”, firmata da un giovane Bernardo Strozzi, probabilmente intorno al 1610.
Un dipinto di inestimabile valore che è stato “scoperto” per caso, durante un restauro nei primi anni ’90 del secolo scorso. La rocambolesca storia del ritrovamento e quella del grande artista ligure, divenuto uno dei maggiori esponenti italiani della pittura barocca, saranno raccontate dalla storica dell’arte Irene Fava.
LOUVRE

Portrait de jeune homme - Louvre site des collections
https://collections.louvre.fr › ark:
Strozzi Bernardo dit aussi Il Capucino Genovese, Il Prete Genovese, (Gênes, 1581 - Venise, 1644) Italie École de. Description.
Bernardo Strozzi è presente a:
- Parigi (Museo del Prado-Madrid) con l'opera "Un uomo con un cappello" (ca. 1630-1635)
-mentre la National Gallery di Londra ospita un suo dipinto, "Allegoria della fama" (ca. 1635).
- Altri musei nel mondo, come ad esempio il Museo dell'Hermitage di San Pietroburgo, potrebbero avere altre opere, ma non ci sono conferme specifiche nelle fonti.
BERNARDO STROZZI
La vita e le opere
https://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_Strozzi
Rapallo, 8 Dicembre 2025
GENOVA - PALAZZO TURSI, UNA PORTA ANTICA CHE GUARDA AL FUTURO
GENOVA - PALAZZO TURSI, UNA PORTA ANTICA CHE GUARDA AL FUTURO

GENOVA - VIA GARIBALDI
PREMESSA:
Non ero mai stato a Palazzo Tursi. Lo avevo incontrato su libri e fotografie, ma entrarci davvero è stato come varcare una soglia viva.

La cerimonia nuziale di Chiara e Anders si è svolta al terzo piano, nel maestoso Salone di Rappresentanza, (foto sopra), e lì ho avuto la sensazione precisa di trovarmi nel cuore segreto della genovesità.
Genova ha già molti simboli che parlano la sua lingua:
la Lanterna che veglia su venti chilometri di porto,
la Casa di Colombo,
la Cattedrale di San Lorenzo,
la fiera Torre degli Embriaci,
e mille altri sguardi di pietra rivolti al mare.
Eppure, in quel salone, c’è qualcosa di diverso: c’è lo spirito stesso di coloro che hanno fatto grande Genova.
- Il soffitto affrescato sembra sollevarsi verso un cielo domestico;
- Il grande lampadario, come una costellazione sospesa, diffonde una luce antica e morbida.
- Sulle pareti laterali, i navigatori osservano in silenzio, custodi muti delle rotte che hanno unito continenti.
- Al centro, dietro al celebrante, il gonfalone di Genova veglia sulla scena, mentre un semplice tavolo di legno, con quattro sedie per sposi e testimoni, ricorda che la solennità nasce sempre dalle cose essenziali.
- Ai lati, due busti si ergono come fari nella memoria: Garibaldi e Mazzini.
È come se fossero ancora lì, testimoni di un’idea di libertà che non ha mai smesso di camminare per l’Europa.
E sì, forse farà sorridere qualcuno, ma ho avuto la sensazione di trovarmi in una piccola Cappella Sistina genovese: non per la grandiosità pittorica, ma per la forza degli spiriti liberi che sembravano riuniti in un unico abbraccio.
Colombo e Vespucci con i loro oceani,
Mazzini e Garibaldi con le loro visioni,
Paganini con il suo violino che ancora vibra tra le pareti.
Uomini che hanno osato guardare oltre, che hanno varcato orizzonti sconosciuti donando al mondo idee, arte, libertà.
Genova, la sua Porta sul Mondo
Tra le tante eredità che questi grandi figli di Genova ci hanno consegnato, ce n’è una che ancora oggi respiriamo come un vento costante: il porto.
Un luogo che non è semplice infrastruttura, ma la vera Porta della città sul mondo.
Genova non ha mai vissuto il mare come separazione, ma come legame. Ha sempre guardato alle altre sponde con uno sguardo accogliente, fraterno, curioso.
Questo sguardo ha permesso ai mercanti di intrecciare rotte, ai naviganti di partire senza paura, agli artisti di respirare mondi lontani.
È uno sguardo che ancora oggi vive nelle poesie e nelle canzoni dei figli più sensibili della città.
Amare Genova significa questo:
stare dalla parte dell’incontro tra i popoli, credere nell’accoglienza, nei commerci che generano cultura, nel mare come luogo di benessere e di dialogo.
L'8 dicembre è la Festa dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Si tratta di una delle più importanti feste mariane del calendario liturgico della Chiesa cattolica e noi, marinai portuali e d'Altura genovesi, la commemoriamo così:
MADONNA REGINA DI GENOVA
La Madre di tutti i naviganti

E pensando al porto, non posso dimenticare coloro che quella Porta sul Mondo la aprono, la custodiscono e la difendono ogni giorno: i Piloti del Porto.
Davanti alle loro torri, da oltre quattro secoli, li accompagna una figura antica e rassicurante: la Madonna dei Piloti, scolpita da Bernardo Carlone intorno al 1638.
Una Madre di tutti, che guarda il mare senza stancarsi mai, salutando ogni nave che entra e ogni nave che esce dall’imboccatura del porto come figli da proteggere, senza distinzioni di bandiera o di fede.
Per i piloti, quella statua è più di un simbolo: è un compagno silenzioso di ogni manovra, di ogni notte di vento, di ogni arrivo e di ogni partenza.
È un messaggio che attraversa i secoli:
“siamo tutti figli dello stesso mare”
Ed è forse per questo che Genova continua, ancora oggi, a essere un abbraccio aperto verso il mondo.
Una città che accoglie, che protegge, che ricorda ai suoi naviganti – e ai viaggiatori di ogni tempo – che il mare non divide: il mare unisce.
VIA GARIBALDI, IL SALOTTO DI GENOVA....
la "Strada Nuova" di Genova oggi si chiama Via Garibaldi. Fu realizzata nel XVI secolo e conosciuta originariamente anche come "Via Aurea" prima di essere intitolata a Giuseppe Garibaldi, l’anno della sua morte, nel 1882.
"Strada Nuova": il nome originale dato al momento della sua costruzione nel Cinquecento per creare un quartiere prestigioso.
"Via Aurea": un nome che le fu dato in seguito per la sua magnificenza.
Le famiglie aristocratiche genovesi che gestirono la Via Nuova, (Via Garibaldi) come gli Spinola e i Doria, ebbero periodi di forte competizione e scontro, ma anche di alleanza e collaborazione. La loro storia è caratterizzata da un'alternanza di conflitti interni e guerre tra fazioni (ghibellini contro guelfi), anche se spesso si alleavano contro nemici esterni, come pisani o veneziani, e gestivano la città attraverso sistemi di co-governo e rivalità.
Le principali famiglie che hanno legato il loro nome a Palazzo Tursi sono i Grimaldi, che lo costruirono inizialmente, e i Doria, che ne completarono l'edificazione, tanto che oggi è noto anche come Palazzo Doria-Tursi.
Prima o poi tutti si chiedono:
Perché si chiama Palazzo Tursi ?
Andrea Doria, principe di Melfi, che desiderava una dimora prestigiosa come quella per destinarla al ramo cadetto della propria discendenza, quello di Carlo I Doria del Carretto, duca di Tursi (1576-1649), il cui predicato nobiliare è quello tuttora utilizzato per denominare il palazzo.
Si può aggiungere che la parola Tursi si riferisce principalmente a un comune in provincia di Matera, noto per il suo antico borgo saraceno, la Rabatana, e per essere il paese natale del poeta Albino Pierro. Le ipotesi sull'origine del toponimo sono diverse e spaziano dal greco "torre" (da cui "týrsis") a nomi propri di origine bizantina o saracena, come "Turcico".
PALAZZO TURSI
IL MUNICIPIO DI GENOVA
Il palazzo del Municipio di Genova, Palazzo Doria Tursi, in Via Garibaldi.


Palazzo di Niccolò Grimaldi
(Palazzo Tursi)
La facciata con la pietra rosa di Finale, l'ardesia della Valfontanabuona dal colore grigio-nero e il marmo bianco di Carrara.
La Scala

Il cortile rettangolare sopraelevato su due piani

Spazio confinante con il giardino inferiore di Palazzo Rosso
MUSEI DI STRADA NUOVA
Patrimonio dell'Umanità UNESCO
Nella straordinaria cornice di Via Garibaldi, la magnifica "Strada Nuova" rinascimentale e barocca tracciata a metà Cinquecento per ospitare le dimore della ricca e potente aristocrazia cittadina, un singolare percorso museale collega tre palazzi e costituisce il maggiore museo di arte antica in città.
Palazzo Rosso è una "casa-museo" dove rivive il fascino della dimora seicentesca che ancora ospita le ricche collezioni d'arte e gli arredi storici della famiglia Brignole-Sale in ambienti sontuosamente decorati da affreschi e stucchi.
Palazzo Bianco è la principale pinacoteca della Liguria, capace di offrire uno spaccato ricco e articolato della scuola pittorica ligure dal Cinquecento, con aperture di alto livello alle realtà fiamminga, spagnola e italiana. Il nuovo collegamento tra Palazzo Bianco e Palazzo Tursi attraversa il sito dove si ergeva la chiesa del distrutto convento di San Francesco di Castelletto, di cui si vedono i resti in un contesto suggestivo e assolutamente unico.
Palazzo Doria-Tursi, che oggi ospita anche il Municipio, nacque come la più grandiosa residenza privata costruita in città nel cosiddetto “Secolo dei Genovesi”. Qui si conclude il percorso dedicato alla pittura del XVIII secolo e il visitatore trova una ricca selezione di opere d'arte decorativa e applicata: arazzi, ceramiche genovesi, monete, pesi e misure ufficiali dell’antica Repubblica di Genova.
È qui che si conservano anche i violini storici di Nicolò Paganini, tra cui il celebre "Cannone Guarneri".
Il percorso dei Musei di Strada Nuova, che consta di oltre settantacinque sale, si snoda su diversi livelli tra corti, loggiati, giardini e terrazze. È intervallato così da tanti panorami mozzafiato sulla città e sul centro.
Le 10 meraviglie
I Musei di Strada Nuova conservano dipinti, sculture e arti applicate dal Cinquecento all’Ottocento.
La strepitosa quadreria della famiglia Brignole-Sale, negli ambienti affrescati di Palazzo Rosso.
La ricca pinacoteca di Palazzo Bianco custodiscono capolavori di pittura veneta del Rinascimento, da Palma il Vecchio a Veronese, di pittura italiana di primo Seicento, da Caravaggio a Guido Reni e Guercino, oltre alla rassegna più completa in Liguria di pittura nordica di Cinque e Seicento e a un nucleo fondamentale di ritratti di Anton van Dyck.
L’allestimento è segnato dal magistrale intervento museografico dell’architetto Franco Albini di metà Novecento.
Da non perdere, a Palazzo Tursi, una scultura di Antonio Canova e gli spazi dedicati ai cimeli e al violino di Nicolò Paganini: un Guarneri del Gesù.

Antonio Canova, “La Maddalena Penitente”

Il violino costruito nel 1743 dal liutaio italiano, Bartolomeo Giuseppe Guarneri e appartenuto a Niccolò Paganini e detto Il Cannone


Palazzo Doria-Tursi
Musei di Strada Nuova

Liguria: Collezione ceramiche, vasi farmaceutici di luppolo ed altri - XVII secolo

Alessandro Magnasco, Trattenimento in un giardino d'Albaro
Salone di Rappresentanza, il soffitto

Francesco Gandolfi, “Cristoforo Colombo alla Corte di Spagna” (1862). Affresco sul soffitto del Salone di Rappresentanza di Palazzo Doria Tursi a Genova.
Quanta STORIA LIGUSTIGA su quei muri.....

Il grande lampadario che domina il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi ha una storia legata alla sua installazione nel tardo Ottocento e alla sua provenienza. Originariamente apparteneva a un altro palazzo genovese, Palazzo Brignole-Sale, (oggi Palazzo Rosso) ed è stato spostato nel palazzo dei Doria Tursi nel 1892.

Sotto il gonfalone di Genova, con ai lati i busti di Mazzini e Garibaldi, il Sindaco unisce in matrimonio gli SPOSI ognuno dei quali ha il proprio testimone accanto.

Rubens - Palazzi di
Genova, 1622
Peter Paul Rubens - Université de Heidelberg (Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg)
RINGRAZIO TRIPADVISOR ed I suoi Viaggiatori
che ci hanno permesso d’illustrare, a scopo divulgativo, il nostro “servizio” su Palazzo Tursi e dintorni....
RIFERIMENTI:
PALAZZO TURSI
https://it.wikipedia.org/wiki/Tursi
SALONE DI RAPPRESENTANZA
https://www.instagram.com/reel/DFXQsm4I1KK/
SUI MURI DEL SALONE DI RAPPRESENTANZA
https://www.genova24.it/wp-content/uploads/2021/12/visita-aac.pdf
Carlo GATTI
Rapallo, 3 dicembre 2025
PERCHE' DUBROVNIK?
PERCHE’ DUBROVNIK ?

PREMESSA:
Dubrovnik (ex Ragusa), oggi è una perla turistica di prima grandezza per la sua combinazione unica di patrimonio storico e culturale, bellezze naturali e rinascita turistica. La città vanta un centro storico, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, con mura medievali perfettamente conservate, e un ambiente mozzafiato costeggiato dalle acque cristalline del Mar Adriatico. La sua fama globale è stata ulteriormente alimentata dalla sua apparizione come set cinematografico di serie come "Il Trono di Spade".
Dubrovnik non è considerata una delle tradizionali Repubbliche Marinare italiane, che includono Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, nonostante fosse una potente repubblica marittima adriatica.
La distinzione si basa principalmente sulla sua storia e sul contesto geografico; Dubrovnik ha mantenuto la sua indipendenza e il controllo dei commerci, ma non è inclusa nel ciclo storico delle repubbliche marittime italiane.
Sono passati molti anni, e la memoria — birbante compagna di viaggio — non sa più dirmi con certezza su quale nave ero imbarcato, ma una cosa non l’ho mai dimenticata: quel nuotatore che, respirando solo a destra, non si accorgeva che un transatlantico gli stava venendo incontro a poche centinaia di metri, mentre avanzava con elegante souplesse — come si diceva allora, per far bella figura — verso l’altra sponda del canale di Dubrovnik.
Non ero un fenomeno… ma giovane sì, e con gli occhi buoni! Sul ponte di comando gli ufficiali si erano radunati, distratti, in attesa del pilota portuale alla biscaglina, pronti a raggiungere i posti di manovra. Sul ponte di comando invece, eravamo soltanto in due: il Comandante G. Peranovich e io, allievo ufficiale “anziano”, forte del mio primo imbarco su una petroliera.
Fu con una rapida occhiata che avvertii il pericolo. Balzai sul primo binocolo che trovai e mi accertai che davanti a noi c’era sì un bravo nuotatore… ma anche un po’ strambo — per non dire altro — e proprio in rotta di collisione con una “vecchia signora” dei mari, sopravvissuta ai bombardamenti e alle paure della Seconda Guerra Mondiale.
Mi accorsi solo dopo d’aver afferrato il binocolo del Comandante, che non fece in tempo a rimproverarmi perché-urlai:
«Comandante, c’è un mona che ci sta tagliando la strada a nuoto!»
Il Comandante, furibondo, mi strappò il binocolo, lo mise a fuoco con decisione e ordinò al 3° Ufficiale:
«Ferma la macchina! Pari indietro tutta! Azionare la sirena, ripetutamente!»
Eravamo già a velocità di manovra, e il vecchio motore — con i pistoni che parevano voler scappare dalla ciminiera — fece il resto.
Il nuotatore non sentì né i segnali acustici, né le imprecazioni del Comandante Peranovich che sarebbe sbarcato a Trieste pochi giorni dopo per raggiunti limiti d’età.
La storia finì bene ma destò curiosità, e produsse un effetto inatteso: una richiesta, formale e affettuosa, da parte della mia futura moglie. Tornare un giorno a Dubrovnik… via mare… per rivivere quel mezzo miracolo e visitare insieme la città.
Passarono anni — parecchi — ma la promessa fu mantenuta una decina di anni fa. E da quel ritorno è nato questo articolo, sgorgato dal cuore, come l’ex voto del “raguseo” che, per Grazia ricevuta, donò alla Madonna la sua caracca per essere scampato alla tempesta.
Ragusa si chiamava allora
Dubrovnik si chiama oggi
Ed è del Comandante raguseo che voglio occuparmi subito, perché tra la mia Rapallo e Ragusa (oggi Dubrovnik) esiste un legame spirituale che pochi conoscono — ed è proprio questo il motivo che mi ha spinto a ritornare da pellegrino, per rendere omaggio e recitare una preghiera di “gemellaggio spirituale” al Comandante Nicola Allegretta, che innescò un secondo miracolo. Come vedremo…
IL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI MONTALLEGRO
RAPALLO
UN FARO DI FEDE PER LA GENTE DI MARE
Il Santuario di Nostra Signora di Montallegro nasce dopo l’Apparizione della Madonna del 2 luglio 1557 al contadino Giovanni Chichizola, nativo della vicina San Giacomo di Canevale; da quel giorno ormai lontano il Tempio, tanto caro alla gente tigullina emana, proprio come un FARO MARITTIMO, una forte luce diuturna per migliaia di naviganti che prima o poi lassù salgono in pellegrinaggio per pregare e lasciare una testimonianza di fede alla Madonna: un voto per GRAZIA Ricevuta durante il passaggio di un viaggio nell’inferno di CAPO HORN; ne abbiamo le testimonianze: tre velieri su cinque erano disalberati dai venti ruggenti e urlanti di quelle latitudini e si perdevano nei gelidi abissi dell’emisfero australe.
IL VOTO DEL RAGUSEO

L’ex-voto su lamina d’argento raffigura la “caracca ragusea”, simbolo di destrezza e perfezione tecnica. C’è capitato di scoprire proprio a Dubrovnik (ex-Ragusa) altri esempi di Ex-Voto marinari, molto simili ai nostri e quasi sempre rappresentati con la “caracca di epoca colombiana”.
Iniziamo il nostro itinerario devozionale incontrando oggi il più antico e forse il più “chiacchierato” tra gli omaggi Per Grazia Ricevuta alla SS. Vergine. Si tratta di una lamina d’argento offerta dal capitano di mare Nicola Allegretti di Ragusa (l’odierna Dubrovnik-Croazia meridionale) che, scampato miracolosamente al naufragio del suo non specificato veliero su Punta Mesco, a causa di una terribile burrasca da libeccio, trovò rifugio nel golfo Tigullio e si recò poi pellegrino al Santuario il 26 dicembre 1574, 15 anni dopo l’Apparizione della Madonna a Montallegro.

Icona greco-bizantina dell’Assunzione o Dormizione della Vergine - datazione anteriore all’ XI sec.
Il capitano Allegretti proveniva da questa realtà storico-geografica che per la sua peculiarità e grande fascino può ancora oggi reggere il confronto culturale con molte altre “perle” sicuramente più celebrate in Europa e nel mondo. Gli storici locali ci tramandano che la visita del Raguseo al Santuario di Montallegro si trasformò, molto presto, nel tentativo di recupero della Sacra Icona (la Dormizione di Maria), (Foto sopra) reclamata dalla comunità dalmata, che ne vantava la precedente proprietà. Ma qui, paradossalmente, avvenne un altro miracolo:
il Senato genovese sentenziò, infatti, la restituzione del quadretto dell’Apparizione al termine di una vertenza legale che, tuttavia, non si realizzò a causa del misterioso rientro della Icona sul monte, che soltanto da quel momento cominciò a chiamarsi Monte Allegro per la felicità della popolazione che sentiva concretamente la protezione della Madonna.
Lasciamo le questioni legali ed entriamo nel dettaglio dell’omaggio al Santuario, dal cui Codice Diplomatico (p.16-17) riportiamo:
“…Narra egli dunque di Nostra Signora del Monte il seguente bellissimo fatto, degno di perpetua memoria “ Dell’anno 1574 correndo naufragio Cap. Allegretti Raguseo con sua nave da mercanzia, che di là veniva a Genova, mentre si trovava nei nostri mari della Liguria, vicino a Monte Rosso delle Cinque Terre, radunatasi ha consolato tutta la ciurma, fecero voto unitamente a Dio, che se li avesse dall’imminente naufragio liberati, nel primo terreno o porto dove si fossero afferrati sarebbero tutti a piedi scalzi andati pellegrini alla Chiesa più memorabile per devozione che ivi fosse. Trascorsero per divina provvidenza portati dalla procellosa marea nel Golfo di Rapallo dove tranquillatasi la burrasca e accertati che la Chiesa di Santa Maria della Mont’Allegro che dalle spiagge li fu mostrata era la più rinomata per devozione e miracolosa che fosse non solo in queste parti, ma nei lidi della Liguria, pochi anni avanti colassù comparsa, non tardarono di andarla a visitare per adempire il voto fatto e vi portarono la tabella votiva o quadretto d’argento, in cui intagliata la Nave in atto di naufragare colla seguente inscrizione ancora oggi giorno nella Chiesa di detta Nostra Signora si vede.”

La vecchia città di Ragusa
UN PO’ DI STORIA ....
Origini (VII secolo d.C.):
La città fu fondata da rifugiati romano-greci provenienti dalla vicina Epidauro su una piccola isola rocciosa chiamata Laus (che significa "roccia").
Questo nome si evolse in Rausium e infine in Ragusa (o Ragusa di Dalmazia in italiano).
Un insediamento slavo separato si sviluppò sulla terraferma di fronte all'isolotto, chiamato Dubrovnik, derivato dalla parola slava dubrava, che significa "bosco di querce".
I due insediamenti si unirono quando la palude/canale che li separava fu interrata (l'odierna via principale, lo Stradun).
Il nome storico di Dubrovnik era Ragusa (o in latino, Ragusium), ed è stata conosciuta con questo nome per gran parte della sua storia, coesistendo con il nome slavo "Dubrovnik" per secoli.
La città era conosciuta come Ragusa, anche in italiano, e spesso veniva chiamata anche:
Ragusa di Dalmazia
PERIODO VENEZIANO
Nel 1205, dopo la Quarta Crociata, Venezia prese il controllo di Ragusa di altre città vicine.
Al fine di mantenere il controllo commerciale e politico, Ragusa accettò l'imposizione di un vescovo e adottò l'italiano come lingua ufficiale.
Il dominio di Venezia su Ragusa durò:
dal 1205 al 1358
In questo periodo, la città adottò diverse istituzioni veneziane e fu soggetta a un controllo commerciale e politico, sebbene mantenesse una certa autonomia nei commerci.
Nel 1358, Ragusa si sottomise ai re di Ungheria e Croazia, mantenendo la sua autonomia e creando la Repubblica aristocratica di Ragusa (Respublica Ragusina).
Il nome "Ragusa" fu usato per secoli in particolare durante il periodo della sua indipendenza come Repubblica di Ragusa che durò fino alla sua abolizione da parte di Napoleone nel 1808.
Infatti, nel marzo 1806 Napoleone aggregò ufficialmente l'Istria e la Dalmazia al Regno d'Italia.
Dopo alterne vicende, i francesi rimasero sulla costa orientale dell'Adriatico sino al 1813, quando gli austriaci ripresero il controllo della penisola istriana e della costa dalmata.
Questa strana coesistenza di nomi (Ragusa-Dubrovnik) mutò ufficialmente nel 1919 con la fine della Prima guerra mondiale, quando la CITTA’ divenne parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e assunse il nome:
Possiamo così sintetizzare la storia recente di Dubrovnik nei suoi diversi e dolorosi passaggi:
- Regime napoleonico:
La Repubblica di Ragusa fu annessa all'Impero francese napoleonico nel (1806-1814), ponendo fine alla sua secolare indipendenza.
- Impero Austriaco:
Dopo la sconfitta di Napoleone, nel (1814-1918), il Congresso di Vienna assegnò la Repubblica di Ragusa all'Impero Austriaco, che in seguito divenne Impero Austriaco-Ungarico.
- Regno dei Serbi, Croati e Sloveni:
Con la dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico alla fine della Prima Guerra Mondiale, Dubrovnik divenne parte del nuovo stato slavo meridionale, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1918-1929)
(che più tardi fu ribattezzato Regno di Jugoslavia nel 1929). fino alla sua dissoluzione.
Dubrovnik, come parte della Croazia, si è liberata dal Regno di Jugoslavia con la proclamazione di indipendenza della Croazia il 25 giugno 1991, a seguito di un referendum. Questo evento segnò la dissoluzione della Jugoslavia e l'inizio della guerra d'indipendenza croata, che vide la Croazia diventare uno stato sovrano.
- Proclamazione dell'indipendenza:
Il 25 giugno 1991, il parlamento croato votò l'indipendenza, segnando la fine dell'unione con la Jugoslavia.
Guerra d'indipendenza:
La proclamazione scatenò la guerra d'indipendenza croata, una lunga e violenta guerra che portò alla fine anche alla formazione di altri nuovi stati dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Riconoscimento internazionale:
La Croazia ottenne il riconoscimento internazionale come stato indipendente, portando al ritiro delle forze jugoslave.
Nei periodi di Pace e prosperità portarono allo sviluppo di arti, scienze e letteratura:
- Marin Drzic (1508-67) letterato noto per la commedia "Dundo Maroje";
- Ivan Gundulic (1589-1639) poeta e drammaturgo - poema epico "Osman";
- Ruder Boskovic (1711-87) fisico.
RAGUSA
IERI
DUBROVNIK
OGGI

La Cattedrale
Dubrovnik conta circa 42.000 abitanti, la maggioranza è cattolica, anche se una parte significativa della popolazione è ortodossa.
La composizione religiosa è cambiata nel tempo, ma il cattolicesimo rimane la fede predominante.
Album fotografico

La torre monumentale di Minceta e la magnifica fortezza Lovrijenac
Spesso chiamata "Gibilterra di Dubrovnik", questa fortezza medievale in cima alla collina si trova arroccata fuori dalle mura della città, su un promontorio a strapiombo sul Mar Adriatico.

Il monte alle spalle di Dubrovnik è chiamato Monte SRD o Monte Sergio e ospita una funivia che porta alla cima per ammirare un panorama mozzafiato della città

L'antico porticciolo

DUBROVNIK NEI SECOLI: I PRINCIPALI EVENTI DELLA CITTÀ TRA GUERRE, ALLEANZE E ACCORDI COMMERCIALI
"Affermare che Istria, Fiume e Dalmazia siano territori italiani è da leggersi solo come atto dovuto: quello di un padre che chiede giustamente un rapporto di figliolanza. Ecco, soltanto un riconoscimento non una potestà. Perché sappiamo bene che queste “creature” hanno anche una meravigliosa madre slava; ed anche una nonna veneziana; e bisnonni narentani, poi prozii morlacchi e infine avi illiri.
Sono terre dal sangue d’oro, dalla bandiera propria, dal cuore franco... è nostro dovere ascoltare il giusto sospiro di libertà".
Daniele Radini Tedeschi
1991 - la città di Dubrovnik venne assediata da alcune unità dell'esercito jugoslavo. Nel corso dell'assedio la città subì notevoli danni in seguito restaurati.
2016 - superato un milione dei visitatori all'anno
ALBUM FOTOGRAFICO


L’antico porto della città attraverso il quale arrivava la ricchezza a Dubrovnik
Šipan, Lopud e Koločep. Queste isole fanno parte dell'arcipelago delle Isole Elafiti. (chiamate anche "isole dei cervi").
Koločep: È la più vicina a Dubrovnik e ospita circa 150-300 persone. È nota per le sue spiagge sabbiose, le scogliere e i sentieri panoramici.
Lopud: Quest'isola è famosa per la sua bellissima baia di sabbia e per i suoi resti di ville nobiliari.
Šipan: È l'isola più grande dell'arcipelago e, sebbene sia meno visitata dalle guide turistiche, è anche molto bella.

Portico del Palazzo del rettore XV sec.

PASSEGGIANDO TRA LE ANTICHE MURA DI DUBROVNIK
La cinta muraria lunga 1940 metri è forse la caratteristica principale di Dubrovnik, l'antica Ragusa, posta nella punta estrema del sud della Croazia. La scopriamo percorrendo via Stradun, cuore pulsante della città, ma anche sostando nelle numerose taverne e nei negozi dello shopping.
Le mura di Dubrovnik sono tra le fortificazioni medievali più impressionanti e meglio conservate d'Europa. Circondano completamente il centro storico della città di Dubrovnik, situata sulla costa del mare Adriatico nel sud della Croazia.
Queste mura sono uno dei sistemi difensivi medievali meglio conservati al mondo e un simbolo iconico della città. La loro storia è strettamente legata allo sviluppo e alla difesa della antica Repubblica di Ragusa, il nome storico di Dubrovnik.
Le prime mura rudimentali furono costruite per proteggere l'insediamento di Ragusa dalle incursioni, specialmente da parte di slavi e arabi, e consistevano in semplici fortificazioni di legno e pietra.
Con il prosperare della città e il suo consolidarsi come potenza marittima indipendente, le mura furono rinforzate e ampliate, cominciando ad assumere la loro forma attuale. Di fronte alla minaccia dell'Impero Ottomano, vennero costruite nuove sezioni e rafforzati bastioni, torri e porte, acquisendo così la loro forma definitiva, circondando completamente la città vecchia.
Tra il 1358 e il 1808, le mura rappresentavano un simbolo di indipendenza. Ragusa evitò di essere conquistata dalle potenze vicine grazie a una politica diplomatica abile e a queste fortificazioni. Nonostante il devastante terremoto del 1667, le mura resistettero, aiutando a proteggere parte della città.
Durante la Guerra d'Indipendenza croata (1991-1995), Dubrovnik fu bombardata, ma le mura resistettero per la maggior parte, subendo solo alcuni danni.
Nel 1979, le mura e il centro storico di Dubrovnik sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall'UNESCO, riconoscendo il loro valore storico e architettonico.



Dubrovnik: panoramica al tramonto sulla nave Karaka

La caracca (Karaka) ragusea è uno dei simboli della Repubblica di Ragusa (l'odierna Dubrovnik) e simboleggia il suo benessere economico e la sua sopravvivenza come emporio marittimo.
A differenza delle repubbliche marinare tradizionali come Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, Ragusa ebbe una storia legata più al commercio che alla guerra e la sua forza derivava proprio dal suo ruolo di centro di scambi tra il Mediterraneo e l'entroterra balcanico.
Significato simbolico:
La caracca, una nave commerciale di grandi dimensioni, divenne il simbolo della prosperità e dell'importanza economica della Repubblica di Ragusa. Il suo nome era addirittura legato a quello di Ragusa, tanto che in inglese la caracca viene a volte chiamata "argosy", un termine derivato da Ragusa/Argus.
Origine e sviluppo:
Sebbene a volte inclusa nel novero delle repubbliche marinare, Ragusa ebbe un percorso storico e commerciale distinto. La sua forza si basava sul commercio, e la caracca ne era il vessillo e il motore.
Differenze con le altre repubbliche:
Mentre le altre repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi) erano note anche per il loro potere militare, Ragusa si distinse soprattutto per il suo ruolo di emporio commerciale. La caracca, quindi, rappresenta la vocazione commerciale di Ragusa, piuttosto che una potenza militare.

NAVI DA CROCIERA A DUBROVNIK
Gli approdi delle navi da crociera a Dubrovnik sono molto importanti per l'economia turistica della città, poiché portano migliaia di visitatori che esplorano le attrazioni principali come le mura e il centro storico. Tuttavia, la loro presenza solleva anche questioni di gestione del flusso turistico, poiché le navi non attraccano direttamente nel porto più piccolo e famoso, ma nel terminal del porto di Gruž, a circa tre chilometri di distanza.



Ponte Franjo Tuđman


Tipo |
Ponte strallato |
Lunghezza |
518 m |
Luce max. |
49 m |
Larghezza |
14 m |
Altezza |
52 m |
Realizzazione |
|
Inaugurazione |
2002 |
Intitolato a |
Franjo Tuđman |
Il Ponte Franjo Tuđman (in croato Most dr. Franja Tuđmana) è un ponte strallato situato in Croazia, che conduce alla strada statale D8 nella parte occidentale di Rausa attraverso il seno di Ombla vicino al porto di Gravosa.
Il ponte, aperto nel 2002, è costato 38 milioni di dollari. La progettazione fu iniziata nel 1989 ma a causa della guerra d'indipendenza croata che ha imperversato nel paese negli anni '90, è stato realizzato solo negli anni 2000. Il ponte è stato riprogettato dal Dipartimento Strutture della Facoltà di Ingegneria Civile dell'Università di Zagabria e il progetto utilizzato è stato sviluppato da Zlatko Šavor.
La costruzione del ponte iniziò nell'ottobre 1998. I lavori di costruzione furono eseguiti dall'azienda Walter Bau AG e Konstruktor di Spalato. La costruzione è stata completata nell'aprile 2002 e il ponte è stato aperto ufficialmente il 21 maggio 2002.
Un'ultima considerazione.
Ho chiesto alla I.A. se tra la città di Ragusa (Sicilia) e la Ragusa (Dubrovnik) ci fosse qualche attinenza. Ecco la risposta:
No, la città di Ragusa (Sicilia) e la Ragusa (Dubrovnik) in Croazia non hanno alcuna attinenza, tranne il nome.
Ci piace concludere questo viaggio con un "passaggio" della Storia di Dubrovnik
“L'epoca d'oro di Dubrovnik”
........ omissis ........
....ma nella "Perla dell'Adriatico" la pace era destinata a durare ben poco. Nel 1364, le truppe turche cercarono di annettere Ragusa alla Turchia, ma, grazie all'intervento degli abilissimi diplomatici della città, Dubrovnik e l'Impero Bizantino firmarono il primo trattato fra uno stato cristiano e uno musulmano. La pace in cambio di un tributo annuale: questo fu il prezzo da pagare per la nascita della Repubblica di Ragusa.
È sorprendente constatare come questa piccola città sia riuscita ad avere la meglio nella lotta di interessi fra Oriente e Occidente. A partire da allora, l'antica Ragusa, capace di riunire una flotta di ben 200 imbarcazioni, divenne una temibile rivale di altre grandi potenze italiane. Questo, sommato ad una struttura governativa alquanto moderna, ha fatto sì che Dubrovnik venisse soprannominata "l'Atene dell'Adriatico".
La fama della flotta marina della città croata era tale che l'equipaggio che accompagnò Colombo durante la sua prima spedizione nelle Americhe comprendeva ben due marinai di Dubrovnik.
Fu proprio in questo periodo, inoltre, che la città di Ragusa forgiò il motto che l'avrebbe accompagnata nel corso della storia:
Non bene pro toto libertas venditur auro
(la libertà non si vende neanche per tutto l'oro del mondo)
Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 27 Novembre 2025
LA MAGIA DEL TINO - SPEZIA
LA MAGIA DEL TINO
SPEZIA


Il TINO fa da sfondo alla Fregata antisom Luigi RIZZO F 596
Il golfo della Spezia è noto anche come il
GOLFO DEI POETI
A definirlo così, il 30 agosto del 1910, fu il commediografo Sem Benelli che in una villa sul mare di San Terenzo lavorava alla sua Cena delle Beffe e che, in occasione dell'orazione funebre per lo scienziato e scrittore Paolo si espresse con queste parole: "Beato te, o Poeta della scienza, che riposi in pace nel Golfo dei Poeti. Beati voi, abitatori di questo Golfo, che avete trovato un uomo che accoglierà degnamente le ombre dei grandi visitatori."
Un po’ di storia ...
Scavi eseguiti nel 2021 hanno individuato reperti di un edificio di epoca romana e risalenti al primo insediamento nell’isola.
San Venerio, nato nell’isola della Palmaria e patrono del Golfo della Spezia, si ritira in eremitaggio sull’isola sino alla sua morte, avvenuta nel 630. Narra la leggenda che accendesse dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti. Per questo motivo è patrono dei fanalisti e il suo esempio continua ancora oggi, come testimonia il faro che si erge sulla sommità della scogliera. In sua memoria sulla sua tomba viene costruito dapprima un piccolo santuario nel VII da Lucio, vescovo di Luni.
Più tardi, nell’XI secolo, presso l’antico romitorio edificato dove era stato ritrovato il corpo del santo, dai monaci benedettini viene fondato il monastero di San Venerio e Santa Maria del Tino, destinato a godere di ampia fama e ricevere frequenti donazioni dai nobili dei paesi circostanti.
Nell’estate del 1242, davanti all’isola del Tino, Genova si prende la rivincita della battaglia del Giglio sconfiggendo la flotta Pisana alleata dell’imperatore FedericoII.
Nel 1435, pontifice Eugenio IV, ai monaci Benedettini succedono gli Olivetani che vi rimangono fino al 1466, quando devono abbandonare il luogo, troppo esposto alle incursioni turche. I ruderi del monastero sono tuttora visibili sulla costa settentrionale dell’isola.
Probabilmente nei primi anni del XVII secolo la Repubblica di Genova vi erige una torre-fortezza di avvistamento.
Dalla seconda metà del XIX secolo l’isola è interessata dalle ingenti opere di del Golfo della Spezia ancora oggi di proprietà militare.
Importanti lavori di restauro dell’antica abbazia sono stati eseguiti intorno alla metà del XX secolo.
Archeologia subacquea
Ricerche subacquee condotte nel 2012 e 2014 a 17 miglia a sud dell'isola del Tino hanno scoperto due relitti romani. Le navi naufragate trasportavano carichi di anfore vinarie di tipo greco-italico e costituiscono la testimonianza delle rotte di traffico marittimo tra Roma, la Gallia e la Spagna.
Un primo relitto, denominato Daedalus 12, è a una profondità di circa 400 m ed è gravemente danneggiato dai solchi delle reti a strascico che hanno ridotto le anfore ad un ammasso caotico di frammenti, sparsi su un’area molto vasta.
Un secondo relitto, più profondo a 500 m, denominato Daedalus 21, si è conservato sostanzialmente intatto, con il suo carico di oltre duemila anfore vinarie Dressel 1 (di cui 878 visibili in superficie) e vasi, databili intorno al II sec. a.C. Il relitto è lungo circa 25 metri e reca ancora quattro ceppi d’ancora che hanno permesso di definire la posizione della prua.
Il relitto del cpt VINCENZO GIOBERTI, affondato il 9 agosto 1943, è stato localizzato a 600 m di profondità a ponente dell'isola del Tino.
Ambiente
Flora

Mirto
La flora prevalente nell’isola è costituita dalla macchia mediterranea e del bosco di leccio. Altre importanti formazioni vegetali sono la macchia ad euforbia e, sulle scogliere più vicine al mare, quelle caratterizzate dal finocchio di mare. Inoltre molto presenti sono anche: la cineraria marittima, il papavero cornuto, la ginestra, il fico degli ottentotti, la centaurea veneris, la valeriana rossa. (Sono presenti anche alcune piante aromatiche come il timo il mirto il rosmarino e l’ampelodesma mauritanica.
Fauna

Gabbiano Reale l'uccello più diffuso nell'isola del Tino
La fauna del Tino è molto simile a quella della Palmaria, a motivo della vicinanza tra le due isole. Sull'isola si trovano alcune delle maggiori emergenze faunistiche rettili, quali il tarantolino, il più piccolo dei gechi europei, facilmente riconoscibile per l'assenza di tubercoli sul lato dorsale. Oltre che sulle isole del Tino e del Tinetto questo geconide è presente in pochissimi altri siti liguri.
Tra gli uccelli ricordiamo il gheppio, il falco pellegrino, lo sparviero, la pernice, i gabbiani il corvo imperiale, il passero solitario, il cormorano o marangone dal ciuffo. Nell'isola l'elevata presenza di uccelli è dovuta alla quasi totale assenza dell'uomo. Questo ha fatto sì che gli uccelli (in particolare i gabbiani) nidificassero indisturbati anche nei posti più impensabili dell'isola.
Edifici nell'isola
L'isola non è mai stata veramente abitata e le strutture presenti sono quindi poche e quasi tutte a carattere militare. Tra quelle che si sono conservate fino a noi sono: i ruderi del monastero di San Venerio, la batteria G. Ronca, il faro, la vecchia casamatta trasformata in piccolo museo.
Strutture militari

A causa forse del suo isolamento nell'isola del Tino prima del 1920 non erano presenti installazioni difensive (né durante il dominio genovese né durante quello napoleonico venne presa in considerazione questa possibilità anche se Napoleone Bonaparte lo ritenesse utile).
La prima struttura difensiva ad essere costruita risale a dopo gli anni '20 ad opera della Regia Marina a nord-ovest dell'isola ed è stata la Batteria G.Ronca, a cui in seguito ci sono aggiunti altri edifici secondari per il funzionamento della batteria cioè: la Casamatta, la Casermetta, i convertitori, i proiettori di tiro e di scoperta, il deposito benzina.
Tutto questo complesso per garantire maggiore sicurezza in caso di possibile attacco via mare (all'epoca dell'edificazione non erano ancora impiegati gli aerei per i bombardamenti) era dislocato in tutta l'isola per garantire maggiore sicurezza ai singoli settori. Inoltre la dislocazione delle quattro torrette di tiro in alture in diverse posizioni garantiva una copertura di tiro molto elevata (la zona interna del porto era coperta solo dal "pezzo" n.4 perché comunque c'era già un numero sufficiente di batterie in tutto il golfo a garantire un'efficiente copertura di tiro.
Strutture religiose
Scavi condotti nel 1962 dalla Soprintendenza ai monumenti della Liguria hanno rivelato gli avanzi delle fondamenta e dell'abside un'antichissima ecclesia databile tra il V e il VI secolo e quindi contemporanea agli oratori del vicino Tinetto.
Presso questi rilevamenti più antichi, ma distinta da essi, è l'antica Abbazia di San Venerio.
In origine in questo luogo era solo una cappella edificata già nel VII secolo sul luogo di sepoltura di San Venerio, santo eremita nativo della Palmaria, isola maggiore dell'arcipelago spezzino.
Per l'insicurezza provocata dalle continue devastazioni dei Saraceni sulle coste liguri, il venerato corpo del santo nell’860 fu traslato in un luogo più sicuro, presso il nascente borgo di Spezia e i monaci abbandonarono il luogo.
La vita religiosa poté riprendere quando la potenza di Genova e di Pisa, ai primi dell’XI secolo, sconfitti i saraceni riportò una relativa sicurezza sul Tirreno: i Signori di Vezzano, che della marca Obertenga erano i valvassori sul borgo di Portovenere, fecero rifiorire le istituzioni monastiche con donazioni di terre ai Benedettini.
Un'abbazia venne edificata dai monaci come trasformazione architettonica della prima cappella.
Il complesso venne poi abbandonato dai successivi monaci Olivetani nel XV secolo, quando questi dovettero trasferirsi in un più sicuro insediamento monastico nella zona del Varignano e quindi andò incontro ad un lento decadimento strutturale.
Dell'antico edificio medievale rimangono oggi visibili la facciata della chiesa, i suoi muri perimetrali e quelli del chiostro, in stile romanico.
Nel convento degli Olivetani ha sede il museo archeologico dell'isola del Tino che conserva anfore e monete romane e manufatti dei monaci come boccali in graffita policroma e un catino in maiolica.
Un altro importante edificio è il Cenotafio di San Venerio.
Strutture civili
Il faro dell'isola
Altre strutture sono il porticciolo ed il faro, entrambi direttamente controllati e gestiti dal Comando Militare.
L'edificio del faro è stato costruito nel 1840 sulla piazza d'armi della seicentesca fortezza di avvistamento genovese per decisione di re Carlo Alberto. Il primo combustibile utilizzato per il funzionamento del faro era l’olio vegetale, successivamente sostituito dal carbone.
Nel 1884 venne costruita una seconda torre, più alta della prima torre, alla cui sommità vennero poste delle lenti ottiche ad incandescenza, alimentate elettricamente da due macchine a vapore. Poiché questo sistema forniva eccessiva potenza al fascio di luce prodotto, nel 1912 l'impianto venne sostituito con uno a vapori di petrolio. Grazie all'arrivo dell’energia elettrica il faro venne elettrificato, mentre la completa automazione avvenne nel 1985.
Il faro è controllato e gestito dal Comando di Zona Fari della Marina Militare che ha sede alla Spezia e che soprintende tutti i fari dell'Alto Tirreno.
Di notte da Lerici (che si trova dal lato opposto del golfo della Spezia) o dalle Cinque è possibile vederne i lampi nell'oscurità del mare.
La ricorrenza di San Venerio
Ogni anno, il 13 settembre, all'isola del Tino si celebra festa di San Venerio. In questa ricorrenza si svolge una processione in mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all'isola del Tino e viene impartita la benedizione sai fedeli e alle imbarcazioni.
Poiché il territorio dell'isola è di norma inaccessibile in quanto zona militare, questa giornata e la domenica successiva sono le uniche occasioni per poterlo visitare.
Inoltre viene esposto il reliquiario di San Venerio che ne contiene il teschio (infatti il Santo è sepolto a Reggio Emilia, ma questa parte del suo corpo nel 1959 venne restituita alla Diocesi della Spezia per disposizione di papa Giuovanni XXIII).

I fari Italiani, gestiti dalla Marina Militare dal 1911, sono sempre stati al passo con ogni innovazione tecnologica sia nel campo della luce, sia nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia sempre più sicure e performanti, sia, negli ultimi tempi, con l’impiego dell’informatica per garantire sempre un servizio di pubblica utilità, rivolto alla sicurezza della navigazione e strutturato e idoneo al variare delle esigenze e delle tecnologie disponibili.
Il faro del Tino ne è un esempio “lampante” in quanto in esso sono state testate nel tempo moltissime innovazioni tecnologiche. Fu il primo faro, nel 1840, ad essere alimentato da due generatori a corrente alternata a magneti permanenti azionati da due macchine a vapore, ma è stato anche il primo a testare, nel 2016, i nuovi led a lunga portata di ultimissima generazione.
I fari ad ottica fissa, ossia con luce intermittente, e quelli ad ottica rotante, dove la luce è sempre accesa, con la caratteristica data dalla rotazione delle lenti di Fresnell, sono stati alimentati, a partire dal 1800 con vapori di petrolio, con l’acetilene, per poi essere elettrificati o dotati di fonti di energia alternative nel dopoguerra.
Sono stati istallati bruciatori di vario genere a seconda del gas combustibile utilizzato, scambiatori acetilene/elettrici e scambiatori di lampade di vario tipo.
Anche le lampade hanno avuto un’evoluzione nel tempo diventando sempre più piccole ed affidabili.
Le strutture architettoniche dei fari si sono adeguate alle esigenze dei tempi diventando sempre più alte ed articolate, permettendo la vita in pianta stabile dei faristi e delle loro famiglie.
Solo le lenti di Fresnell sono rimaste immutate nel tempo, dall’Ottocento a oggi mantenendo al faro un tocco di antica signorilità e romanticismo.
Nel percorso didattico museale del Tino vedrete questa evoluzione e questa metamorfosi di luci e di tecnologia sia della componente tecnica che infrastrutturale.
Nelle varie sale del bastione Napoleonico potrete ammirare pezzi concessi dal Museo Tecnico Navale di La Spezia, dall’Ufficio Tecnico dei Fari, dal Comando Zona Fari di Spezia e da privati. Pezzi storici, componenti di un lontano e recente passato, che potevano funzionare (“DEVE FUNZIONARE” è il motto dei faristi) solo grazie alla preparazione del personale Farista (personale civile della Difesa), ma anche grazie all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di una categoria di persone veramente eccezionali… le loro famiglie.
ALBUM FOTOGRAFICO DEL FARO








Stella Maris (Stella del mare) è un titolo, fra i più antichi, per la Vergine Maria, madre di Gesù. Il titolo è utilizzato per enfatizzare il ruolo di Maria come segno di speranza e come stella polare per i cristiani; con questo titolo, la Vergine Maria è invocata come guida e protettrice di chi viaggia o cerca il proprio sostentamento sul mare, titolo simile a quello di Odigitria.

STELLA MARIS
https://discoverportovenere.com/it/isola-del-tino-san-venerio/
Se prendete il traghetto per la Palmaria da Spezia, mentre state per raggiungere l’isola, potrete anche accorgervi della presenza di una terza “isola”.... forse uno grande scoglio “isolato”, degno quindi d’avere un nome: IL TINETTO emerso in tempi lontani dagli abissi del mare, come nelle favole...
Il Tinetto è ben famoso ai naviganti cosí come agli appassionati di Nautica locale, infatti è presente intorno ad esso una secca capace di provocare danni anche a piccoli natanti.
In tutte le calate dei porti del mondo circolano sempre sia le favole che gli aneddoti a volte anche mescolati con la Fede, come questo che noi abbiamo ascoltato dal vivo:
“quello di un piccolo motoscafo esibizionista che, a tutta velocitá e inconsapevole del pericolo, è passato sopra la secca perdendo per completo i due motori. Per questo “gli anziani” del posto hanno rinominato questi scogli sommersi come lo “scoggio do Diao”. Tradotto: lo scoglio del Diavolo.
A protezione dello scoglio e dei turisti della domenica, i nostri avi posizionarono in quella zona una suggestiva Madonnina che si erge sulle acque del mare dedicata a Maria, la “Stella Maris” dei marinai.
Un perimetro di circa due chilometri racchiude i 127.000 mq dell'isola del Tino, lussureggiante per il bosco misto di pini e lecci che nei secoli ha soppiantato le precedenti colture a olivo e vite, risalenti all'epoca degli insediamenti dei monaci benedettini. Un'impervia ed elevata falesia cinge l'isola da occidente rendendola inaccessibile e, al tempo stesso, strategica. Punta estrema della Liguria di levante, faro naturale proteso verso il Mediterraneo, dirimpettaio di Capraia, Gorgona e Corsica.
Dal 1997 l'isola del Tino, insieme alle altre isole Palmaria e Tinetto, Portovenere e le Cinque Terre è stata inserita tra i Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.
Descrizione
L'isola del Tino (Tyrus mayor nei testi medievali, nome probabilmente di origine fenicia). La superficie dell'isola, che si erge fino a 117 metri s.l.m., è di 0,13 Km2 e il suo perimetro di quasi 2 km.
LA STORIA DI SAN VENERIO
Scavi eseguiti nel 2021 hanno individuato reperti di un edificio di epoca romana e risalenti al primo insediamento nell'isola.
San Venerio, nato nell'isola della Palmaria e patrono del Golfo della Spezia, si ritira in eremitaggio sull'isola sino alla sua morte, avvenuta nel 630. Narra la leggenda che accendesse dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti. Per questo motivo è patrono dei fanalisti e il suo esempio continua ancora oggi, come testimonia il faro che si erge sulla sommità della scogliera. In sua memoria sulla sua tomba viene costruito dapprima un piccolo santuario nel VII da Lucio, vescovo di Luni.
Più tardi, nell’XI secolo, presso l'antico romitorio edificato dove era stato ritrovato il corpo del santo, dai monaci benedettini viene fondato il monastero di San Venerio e Santa Maria del Tino, destinato a godere di ampia fama e ricevere frequenti donazioni dai nobili dei paesi circostanti.
Nell’estate del 1242, davanti all’isola del Tino, Genova si prende la rivincita della battaglia del Giglio sconfiggendo la flotta Pisana alleata dell'imperatore FedericoII.
Nel 1435, pontifice Eugenio IV, ai monaci Benedettini succedono gli Olivetani che vi rimangono fino al 1466, quando devono abbandonare il luogo, troppo esposto alle incursioni turche. I ruderi del monastero sono tuttora visibili sulla costa settentrionale dell'isola.
Probabilmente nei primi anni del XVII secolo la Repubblica di Genova vi erige una torre-fortezza di avvistamento.
Dalla seconda metà del XIX secolo l'isola è interessata dalle ingenti opere di del Golfo della Spezia ancora oggi di proprietà militare.
Importanti lavori di restauro dell'antica abbazia sono stati eseguiti intorno alla metà del XX secolo.
Chi era San Venerio, patrono del Golfo dei Poeti e dei guardiani dei fari?

Il monaco San Venerio nacque sull’isola della Palmaria nel 560 circa e visse in eremitaggio sull’Isola del Tino, dove morì nel 630.
Nelle notti più buie era solito accendere un falò per aiutare le navi ad orientarsi nel Golfo dei Poeti.
Oggi è il patrono del Golfo della Spezia e dei guardiani dei fari.
Venerio entra nel Monastero benedettino di Palmaria e diventa monaco. Poi, però, si trasferisce a Tino, un altro isolotto vicino, perché vuole vivere da solo. Egli fugge da un ambiente dove non si rispetta abbastanza la Regola benedettina, basata solo sulla preghiera e sul lavoro. Così, pensando che «è meglio stare da soli che male accompagnati», va a fare l’eremita. In questo isolotto Venerio prega e si rende utile a tutti, soprattutto ai poveri. Per gli umili pescatori, con i suoi consigli da esperto marinaio, l’eremita trova ingegnose soluzioni come quando costruisce una vela per migliorare la navigazione. Quando si fa sera, Venerio raccoglie rami e arbusti e accende un grande falò nel suo isolotto per illuminare la notte e rendere più sicura la rotta dei pescherecci.
[testo di Mariella Lentini su santiebeati.it]
Ogni anno, il 13 settembre, all'isola del Tino si celebra festa di San Venerio. In questa ricorrenza si svolge una processione in mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all'isola del Tino e viene impartita la benedizione sai fedeli e alle imbarcazioni.
Poiché il territorio dell'isola è di norma inaccessibile in quanto zona militare, questa giornata e la domenica successiva sono le uniche occasioni per poterlo visitare.
Inoltre viene esposto il reliquiario di San Venerio che ne contiene il teschio (infatti il Santo è sepolto a Reggio Emilia, ma questa parte del suo corpo nel 1959 venne restituita alla Diocesi della Spezia per disposizione di papa Giovanni XXIII).
Su questo scoglio sarebbe vissuto tra VI e VII secolo San Venerio, eremita e poi riferimento dei marinai, dato che era solito accendere fuochi per segnalare il pericolo notturno dell’isola ai naviganti. Fu lui, secondo la leggenda, ad aver introdotto a La Spezia la pratica dell’armo latino, la vela triangolare con l’antenna, ideale per risalire il vento assai più degli armi precedenti. Santo conteso, controverso, multiplo nelle sue valenze, che scelse il Tino per la sua bellezza naturale, per il romitaggio che garantiva, e su cui, nel tempo, venne eretto il faro attivo tutt’oggi, a centocinquant’anni dall’invenzione di Fresnel, quella che con lenti diagonali alternate consente a una piccola lampadina alogena di essere visibile fino a ventotto miglia.
Ieri abbiamo assistito da lassù, dalla torre oltre 110 metri sul livello del mare, a un tramonto mozzafiato e all’accensione del faro. Affascinante. Guardare la Corsica, Capraia, Gorgona, le Cinque Terre, il Golfo, Montemarcello, la Versilia in quel tripudio di colori credo sarà indimenticabile.

I fari Italiani, gestiti dalla Marina Militare dal 1911, sono sempre stati al passo con ogni innovazione tecnologica sia nel campo della luce, sia nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia sempre più sicure e performanti, sia, negli ultimi tempi, con l’impiego dell’informatica per garantire sempre un servizio di pubblica utilità, rivolto alla sicurezza della navigazione e strutturato e idoneo al variare delle esigenze e delle tecnologie disponibili.
Il faro del Tino ne è un esempio “lampante” in quanto in esso sono state testate nel tempo moltissime innovazioni tecnologiche. Fu il primo faro, nel 1840, ad essere alimentato da due generatori a corrente alternata a magneti permanenti azionati da due macchine a vapore, ma è stato anche il primo a testare, nel 2016, i nuovi led a lunga portata di ultimissima generazione.
I fari ad ottica fissa, ossia con luce intermittente, e quelli ad ottica rotante, dove la luce è sempre accesa, con la caratteristica data dalla rotazione delle lenti di Fresnell, sono stati alimentati, a partire dal 1800 con vapori di petrolio, con l’acetilene, per poi essere elettrificati o dotati di fonti di energia alternative nel dopoguerra.
Sono stati istallati bruciatori di vario genere a seconda del gas combustibile utilizzato, scambiatori acetilene/elettrici e scambiatori di lampade di vario tipo.
Anche le lampade hanno avuto un’evoluzione nel tempo diventando sempre più piccole ed affidabili.
Le strutture architettoniche dei fari si sono adeguate alle esigenze dei tempi diventando sempre più alte ed articolate, permettendo la vita in pianta stabile dei faristi e delle loro famiglie.
Solo le lenti di Fresnell sono rimaste immutate nel tempo, dall’Ottocento a oggi mantenendo al faro un tocco di antica signorilità e romanticismo.
Nel percorso didattico museale del Tino vedrete questa evoluzione e questa metamorfosi di luci e di tecnologia sia della componente tecnica che infrastrutturale.
Nelle varie sale del bastione Napoleonico potrete ammirare pezzi concessi dal Museo Tecnico Navale di La Spezia, dall’Ufficio Tecnico dei Fari, dal Comando Zona Fari di Spezia e da privati. Pezzi storici, componenti di un lontano e recente passato, che potevano funzionare (“DEVE FUNZIONARE” è il motto dei faristi) solo grazie alla preparazione del personale Farista (personale civile della Difesa), ma anche grazie all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di una categoria di persone veramente eccezionali… le loro famiglie.



Il pittoresco Faro dell’Isola del Tino [foto di Elisabetta Cesari
ASSOCIAZIONE AMICI DEL TINO
Riportiamo:
Il Tino, piccola isola dell'arcipelago di Portovenere nel golfo della Spezia, è un triangolo roccioso che raggiunge i 97 metri s.l.m. Isola di natura pressoché incontaminata, di storia e leggende, sito archeologico e zona sacra, perla di luce, con il suo faro, luogo di sperimentazione tecnica, il Tino è isola della Marina Militare e, dal 1997, Patrimonio dell'Umanità. Far conoscere e creare reti di cultura attorno a questo immenso patrimonio è l'obiettivo dell'Associazione Amici dell’isola del Tino odv. Tutti possono entrare a far parte di questa storia millenaria e contribuire a scriverne una nuova pagina.

Attracco di Fenici e Greci, l’isola del Tino fu abitata dai Romani, come testimoniano i ritrovamenti di cisterne, monete e navi onerarie al largo delle sue coste.
Il Tino entra nel mito sul finire del VI secolo d.C., divenendo l'isola del Santo marinaio Venerio, che qui visse da eremita accendendo fuochi notturni per guidare i naviganti.
In seguito, per quasi un millennio, fu abitata e coltivata dai monaci, divenendo meta di pellegrinaggi europei e preda di pirati ed eserciti. Infine, divenne bastione di difesa, cava di marmo Portoro e luogo militarizzato.
Da ben prima del 1839 risplende la luce del faro di San Venerio. Costruito dalla Regia Marina, oggi gestito dal Comando MARIFARI La Spezia.
Gli antichi fuochi notturni del Santo marinaio trovano così un'ideale continuazione per la cura della gente di mare, grazie ai tre lampi e all'eclissi, che il faro, generosa sentinella, ogni notte fa brillare nell'Alto Tirreno, portando la luce fino a 25 miglia marine. Presidiata da guardiani, palestra addestrativa del Comando Subacquei e Incursori Teseo Tesei, il Tino è l'isola più segreta della Liguria che ora apre i suoi tesori al mondo.
IL FUTURO

Un ambiente naturale e antropico unico, sopra e sotto il mare, sentieri e terrazzamenti, fondali straordinari, fossili, rarità botaniche e faunistiche, archeologia e spiritualità, reperti risalenti dal II sec a. C., caverne, gallerie e installazioni militari, il faro e le sue sale storiche: il Tino è l'isola dei tesori da condividere, salvaguardare e custodire.

l Tino è un’isola ricca di storia e di vegetazione. Arrivando dal mare la si nota per il verde della macchia mediterranea che la ricopre e per la sua forma singolare. I bagliori di luce che emana dopo il tramonto sono un altro suo tratto inconfondibile.
Al Tino visse a lungo il monaco Venerio, originario della Palmaria, che qui si ritirò in eremitaggio fino alla morte. Primo farista della storia, a sua volta patrono dei faristi, è protettore di tutto il golfo dal 1960. La sua memoria è palpabile sull’isola come in tutta la zona. Esponente del monachesimo insulare fu legato ai monaci di San Colombano che in suo onore edificarono una cappella nei pressi del luogo della sua sepoltura.
Sono numerosi i resti archeologici presenti sull’isola e per questa ragione da pochi giorni la Sovrintendenza ha ricominciato a scavare per fare chiarezza sulla sua storia più antica.

Cessate le incursioni saracene, sotto il controllo delle potenze di Genova e Pisa, la ritrovata pace nel golfo riportò i Benedettini prima e gli Olivetani poi a prendersi cura del Tino.
Più recentemente la vocazione militare ha prevalso su quella religiosa. Il faro fu edificato per volere di Re Carlo Alberto nel 1840. Le strutture militari vennero invece costruite a partire dai primi del ‘900.
Visitare l’isola del Tino con l’Associazione “Amici dell’Isola del Tino”
Le persone hanno chiesto anche: Come posso visitare l'isola del Tino?
AI Overview
L'Isola del Tino si può visitare solo due volte l'anno in occasione della Festa di San Venerio, il 13 settembre e la domenica successiva, data in cui l'isola viene aperta al pubblico per una speciale celebrazione legata al santo patrono del golfo. L'accesso è interdetto in altre occasioni perché l'isola è una zona militare di proprietà della Marina Militare.
Da qualche tempo però visitare l’isola del Tino con più frequenza è diventata la missione di un’Associazione che si occupa di valorizzare, proteggere e tutelare al massimo questo angolo di paradiso ligure.
Si chiama “Amici dell’Isola del Tino”
l’organizzazione di volontariato che dall’autunno 2020 si occupa di promuovere, tutelare e preservare l’insieme dei valori storici, culturali ed ambientali che caratterizzano questo lembo di terra che emerge dai flutti.

Per questa sua attuale natura l’isola del Tino è di esclusivo appannaggio della Marina Militare che presenzia il faro e tutto il suo perimetro ogni giorno dell’anno. L’accesso a cittadini e turisti è consentito solo il 13 settembre quando si celebra San Venerio.
Il faro del Tino
13 settembre 2019
L'Isola del Tino è un sito assegnato alla Marina Militare, proclamato patrimonio dell'UNESCO con la convenzione WHC97/CONF.208/17 in data 27.02.1998 e che fa parte del Parco Naturale Marino di Portovenere. Sull'isola si può visitare l'edificio del faro, con la sua lanterna, esempio di costruzione fortificata neoclassica su basamento medioevale, successivamente ampliato in epoca napoleonica. La struttura del faro, è oggi l’edificio principale dell'isola, risalente al periodo delle Repubbliche Marinare, ospita, oltre al segnalamento marittimo, una Sala Storica del Servizio Fari (che illustra l'evoluzione e una Sala Archeologica tecnologica dei fari) contenete i reperti degli scavi effettuati negli anni 50 e 80. Entrambe le sale sono state aperte di recente. Il faro posto su una torre cilindrica bianca su torrione è ad ottica rotante ed ha le seguenti caratteristiche:
Numero nell'Elenco Fari: 1708
Portata nominale: 25 Mn;
Altezza della torre: 24 m;
Altezza luce sul livello medio del mare: 117 m;
Caratteristica: 3 lampi -periodo 15 sec;
Colore della luce: bianco;
Anno di costruzione: 1840.
Dalle sue finestre poste ai piani intermedi si gode di una vista meravigliosa su l’isola della Palmaria, Punta Mesco, e il golfo di La Spezia, mentre salendo ancora per la scala a chiocciola in marmo si arriva alla stanza cilindrica dell’ottica rotante dove una vista a 360 gradi tra cielo e mare toglie il fiato. Il mare liscio e verde come le prime foglie dei fichi, aprie le porte dell’immaginazione. Da questo punto d’osservazione e facile fantasticare, velieri fantasma, vascelli pirata, mostri marini e magari all’orizzonte scorgere la nave di Papà Lucerna e chiedersi se veramente l’origine di quest’isola e la sua figlia sono da attribuire alla sua abilità e non del succedersi di eventi geologici.
UNO STUPENDO YouTube
Per vedere il filmato apri il seguente LINK
https://discoverportovenere.com/it/isola-del-tino-san-venerio/
fai scorre la pagina del sito: “Video Visita Isola Del Tino” verso l’alto fino ad incontrare l’immagine sotto, cliccala su “riproduci” in basso a sinistra
Chiudiamo con l’informazione più importante
L'Isola del Tino può essere visitata solo in due occasioni all'anno, in concomitanza con la Festa di San Venerio, il 13 settembre e la domenica successiva. L'isola è una zona militare e l'accesso è interdetto al pubblico, quindi è fondamentale verificare le date precise di apertura e organizzare la visita con largo anticipo, prenotando i posti disponibili sui traghetti speciali.
TINO - SAN VENERIO
L’accesso all’Isola del Tino sarà possibile esclusivamente attraverso un servizio di battelli con partenza dalla Spezia e da Porto Venere alle 9 e imbarco dal Tino alle 13.30 e con partenza dalla Spezia e Porto Venere alle 13 e imbarco al ritorno alle 17.30. Le prenotazioni sono effettuabili solo ed esclusivamente dal portale messo a disposizione dal Cai della Spezia. I visitatori saranno accolti dal personale della Marina Militare, dai volontari del Club Alpino Italiano e dall’Associazione Amici dell’isola del Tino Odv che forniranno il necessario coordinamento per agevolarne la permanenza sull’isola. Di conseguenza non saranno consentiti approdi e accessi a imbarcazioni private e visitatori occasionali.
L’Isola del Tino è di proprietà della Marina Militare ed è solitamente chiusa al pubblico. Ma ogni anno, in occasione della Festa di San Venerio del 13 settembre, è possibile visitare quest’isola che è patrimonio UNESCO insieme a Portovenere, le Cinque Terre e le isole Palmaria e Tinetto.
Festa di San Venerio 2025: come e quando visitare l’isola del Tino
Il 13, 14 e 15 settembre 2025 sarà possibile visitare l’Isola del Tino partendo da Portovenere e da La Spezia. Questo evento offre un’opportunità rara di esplorare questo angolo di natura incontaminata, scoprire i suoi panorami mozzafiato e godersi la bellezza del luogo!
Sono state organizzate corse giornaliere con prenotazione obbligatoria e per un numero limitato di partecipanti.
Corse speciali per il Tino dalla Spezia
Orari – venerdì 12 settembre
1° turno, sabato mattina: partenze ore 09:00 con rientro obbligatorio alle ore 13:30 dall’Isola del Tino.
2° turno, sabato pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.
Orari – sabato 13 settembre
Turno unico, sabato pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.
Orari – domenica 14 settembre
1° turno, domenica mattina: partenza ore 09:00 con rientro obbligatorio alle ore 13:30 dall’Isola del Tino.
2° turno, domenica pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.
Corse speciali per il Tino da Portovenere
Orari – sabato 13 settembre
Turno unico, sabato pomeriggio: partenza ore 13:30 con rientro obbligatorio alle ore 17:45 dall’Isola del Tino.
Orari – domenica 14 settembre
1° turno, domenica mattina: partenza ore 09:30 con rientro obbligatorio alle ore 13:45 dall’Isola del Tino.
2° turno, domenica pomeriggio: partenza ore 13:30 con rientro obbligatorio alle ore 17:45 dall’Isola del Tino.
Per più informazioni e per acquistare i biglietti, visita www.navigazionegolfodeipoeti.it.
Ringraziamenti:
- Andrea Bonati storico
- Mariella Lentini scrittrice
- Elisabetta Cesari fotografa
- Serena Borghesi giornalista
- ASSOCIAZIONE AMICI DEL TINO
Bibliografia
-
Ossian De Negri,Storia di Genova, Firenze, Giunti Martello, 1986
-
Braudel,Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, Milano, Bompiani, 1986.
-
Caselli,La Spezia e il suo Golfo – Notizie storiche e scientifiche, ristampa anastatica, La Spezia, Luna Editore, 1998
-
Faggioni,Fortificazioni in provincia della Spezia – 2000 anni di architettura militare, Milano, Ritter Ed., 2008
Carlo GATTI
Rapallo, martedì 21 ottobre 2025
TURCHIA - IL BOSFORO TRA GEOGRAFIA E STORIA - LA CADUTA DI COSTANTINOPOLI
TURCHIA
IL BOSFORO TRA GEOGRAFIA E STORIA
LA CADUTA DI COSTANTINOPOLI

Istanbul è una città europea o asiatica?
In Turchia si trova l'estremità più occidentale del continente asiatico. Ankara è la capitale della Turchia. Istanbul è la città più grande della Turchia e seconda d'Europa.
Il Bosforo (in turco Boğaziçi, İstanbul Boğazı o Boğaz; in greco Βόσπορος, Bósporos) è lo stretto che unisce il Mar Nero al Mare di Marmara e segna, assieme allo stretto dei Dardanelli, il confine meridionale tra il continente europeo e il continente asiatico.
Perché Istambul è divisa in due?
Istanbul è divisa in due dal Bosforo, lo stretto di 30 km che separa l'Europa dall'Asia e che collega il Mar Nero e il Mar di Marmara. Nella parte sud dello stretto, sulla sponda europea, si trova il Corno d'Oro, un braccio di mare lungo circa 7 km, che – dalla parte europea – divide ulteriormente in due la città.

LO STRETTO DEL BOSFORO
Lo Stretto del Bosforo, noto anche come stretto di Istanbul, è una meraviglia naturale che collega il Mar Nero con il Mar di Marmara.
Questo stretto non solo divide fisicamente le parti europea e asiatica della Turchia, ma unisce anche culture e tradizioni, estendendosi per circa 30 chilometri di lunghezza, con una larghezza che varia tra 700 metri e 3,5 chilometri. Il Bosforo è un testimone silenzioso ma potente della storia dell’umanità.
Importanza strategica
Lo Stretto del Bosforo è una delle rotte marittime più trafficate del mondo, un punto cruciale per il commercio internazionale e il traffico locale, collegando l’Europa e l’Asia e fungendo da ponte verso i mercati globali.
Un protagonista della storia
Nei secoli, il Bosforo ha avuto un ruolo centrale nella storia geopolitica, specialmente per i maestosi imperi Bizantino e Ottomano. Sulle sue rive sorge Istanbul, l’antica Costantinopoli, una città che continua a essere il crocevia tra passato e futuro.
Unione tra due mondi
Oggi il Bosforo unisce le persone attraverso i suoi iconici ponti, come il Ponte del Bosforo, e le sue moderne gallerie sotterranee, come il tunnel Marmaray, che collega le parti europea e asiatica della città.
Un tesoro culturale e turistico
Oltre alla sua importanza economica e strategica, il Bosforo è anche un luogo di straordinaria bellezza naturale e culturale. Le sue rive ospitano monumenti storici spettacolari, come palazzi, fortezze e moschee, ognuno con storie affascinanti da raccontare.
È incredibile pensare che un luogo così ricco di storia e significato continui a essere un ponte tra mondi diversi, unendo passato, presente e futuro.

ISTAMBUL
Istanbul, situata in Turchia, è una delle città più importanti del mondo per la sua storia, cultura e posizione geografica. È l'unica città che abbraccia due continenti, Europa e Asia, divisi dallo stretto del Bosforo. Fondata come Bisanzio, poi conosciuta come Costantinopoli, è stata la capitale di tre grandi imperi: romano, bizantino e ottomano.
Istanbul è famosa per la sua imponente architettura, tra cui la Basilica di Santa Sofia, la Moschea Blu e il Palazzo Topkapi, ex residenze dei sultani ottomani. La città è anche nota per la sua vibrante cultura e diversità, che si riflette nella sua cucina, nei bazar e nei monumenti storici.
Oggi Istanbul è il centro economico e culturale della Turchia e unisce l'antico al moderno. Le sue strade sono piene di mercati vivaci come il Grand Bazaar, ma anche di quartieri cosmopoliti e grattacieli moderni. È una destinazione turistica popolare per la sua miscela unica di culture, storia e modernità.
Il centro storico di Istanbul riflette le influenze culturali dei vari imperi che hanno governato la regione.

Istanbul è una città affascinante, sospesa tra due mondi. La sua unicità risiede nello stretto del Bosforo, un confine naturale che non solo divide la metropoli in due, ma segna anche la separazione tra Europa e Asia. Istanbul così, vanta una posizione geografica straordinaria: una città a cavallo di due continenti.
Le due aree della città sono collegate da tre ponti sul Bosforo, il passaggio naturale che collega il Mar di Marmara al Mar Nero.
Nella foto, ripresa dalla Stazione Spaziale Internazionale durante un sorvolo sul Mar Nero, sono visibili sul lato europeo le cave di marmo bianco (in alto a sinistra) utilizzato nella costruzione di molti edifici storici in tutta la città. L'area metropolitana è la regione grigia che si estende nella parte inferiore della foto.
Le tonalità rosa chiaro che si vedono nella parte centrale della foto sono dovute ai tetti di molti dei suoi edifici.
L'area urbana contrasta con le tonalità verde scuro delle colline boscose a nord.
IL CORNO D’ORO
Giovanni Andrea Vavassore circa 1535, particolare della mappa di Bisanzio/Costantinopoli.Galea turca e il Serraglio dove “habita el Gran Turcho” che al tempo era Solimano il Magnifico.
POSIZIONE E PROTEZIONE DEL CORNO D’ORO
Il Corno d'Oro ha impersonato un ruolo essenziale nell'evoluzione di Istanbul come porto naturale e notevolmente sorvegliato, e spesso ha dovuto affrontare attacchi poiché non aveva maree. Quindi, l'Impero Bizantino stabilì il suo quartier generale nella sua lunga insenatura.
Per proteggere la città da letali attacchi navali, un paio di misure di sicurezza messe in atto per prima cosa sono la costruzione del muro lungo la costa. Mettere un'enorme catena di ferro da Costantinopoli al ponte di Galata è stata la seconda misura di sicurezza.
Finora, la catena è stata spezzata o disturbata solo in tre occasioni. La prima volta nel X secolo, la seconda nel 10 e la terza nel 1204.
Dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453, fu assistito a un massiccio movimento di ebrei, greci, armeni, mercanti italiani e altri non musulmani. Di conseguenza, il Corno d'Oro ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della città.
Durante il commercio, le navi scaricavano le merci al Corno d'Oro per secoli. Poi progressivamente le fabbriche e il settore industriale si risvegliano e purtroppo anche quella produzione industriale ha avuto un ruolo nell'inquinare l'acqua del Corno d'Oro. Oggi il problema dell'inquinamento è stato affrontato con lo sbarco delle navi nel Mar di Marmara.
IL CORNO D’ORO
Le antiche immagini pittoriche che seguono rappresentano il CORNO D’ORO è da sempre il porto principale e naturale della città di Istanbul, un estuario che ha fornito un riparo sicuro e strategico per le navi fin dai tempi dell'antica Bisanzio e fino agli imperi Bizantino e Ottomano. Ancora oggi, il Corno d'Oro è un'insenatura vitale che divide la parte europea di Istanbul e ospita attività portuali, tra cui traghetti e altre imbarcazioni.

Il Ponte di Galata
Sullo sfondo emerge la Torre di Galata
Detta anche Torre dei Genovesi


Santa Sofia è visibile da ogni angolazione nelle foto sotto


Le Mura di Costantinopoli prima e dopo il 1453

LA TURCHIA OGGI – 85,33 milioni di abitanti
ISTAMBUL:
Il paese ha una estensione di 783.562 km², divisi tra Europa e Asia dallo Stretto del Bosforo, dal Mar di Marmara e dallo Stretto dei Dardanelli. Il territorio della Turchia è quindi vasto oltre due volte e mezza quello dell'Italia.
Nella città, che ospita il 18,34% della popolazione turca, vivono 7,80 milioni di uomini e 7,84 milioni di donne. La metropoli Istanbul, ha lasciato indietro 131 paesi, con la sua popolazione che tocca a 15 milioni 655mila 924 persone nel 2023.
Le città più grandi d'Europa: la classifica delle più popolose
Istanbul con 15.655.924 abitanti.
Mosca con 13.149.803 abitanti.
Londra con 8.866.180 abitanti.
San Pietroburgo con il 5.597.763 abitanti.
Berlino con 3.755.251 abitanti.
Madrid con 3.332.035 abitanti.
KIEV – 2.952.301 abitanti
Roma con 2.754.719 abitanti.
Baku – Azerbaigian con 2.3336.600 abitanti
Parigi con 2.087.577 abitanti
Per cosa è importante la Turchia?
La Turchia è anche un importante corridoio per gli approvvigionamenti energetici ed è collocata vicino a oltre il 70% delle riserve energetiche primarie del mondo, mentre il principale consumatore di energia, l'Europa, si trova a ovest della Turchia, il che rende il Paese un cardine nel transito energetico.
Perché la posizione di Istanbul è così importante?
Questa posizione è così importante perché tutti i prodotti che vanno dall'Asia e dal Medio Oriente verso l'Europa devono passare attraverso la città di Istanbul, per non parlare del fatto che si trova sulla famosa via della seta mondiale che parte dalla Cina e finisce in Europa.
InfoMercatiEsteri
Perchè TURCHIA (Punti di forza)
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Economia in crescita
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Popolazione giovane e istruita
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Posizione strategica
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Clima favorevole per gli investimenti
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Unione Doganale con l'Unione Europea dal 1996
Economia in crescita
La Turchia è la 17° economia al mondo con un PIL che nel 2023 ha superato i 1.000 miliardi di USD. La crescita economica recente mostra una tendenza positiva, con un'espansione del 4.5% del PIL nel 2023. (Fonte: Banca Mondiale)
Popolazione giovane e istruita
Il paese conta su una popolazione di 85 milioni di abitanti con un'età media di circa 33 anni. Secondo i dati pubblicati da ISPAT, circa 900.000 studenti provenienti da più di 200 università turche si laureano ogni anno.
Posizione strategica
Ponte naturale tra Europa ed Asia, il Paese dispone di sbocchi efficienti verso i mercati più importanti di queste aeree, con un accesso agevolato a circa 1,6 miliardi di clienti in Europa, Eurasia, Medio Oriente e Nord Africa. La Turchia è anche un importante corridoio per gli approvvigionamenti energetici ed è collocata vicino a oltre il 70% delle riserve energetiche primarie del mondo, mentre il principale consumatore di energia, l'Europa, si trova a ovest della Turchia, il che rende il Paese un cardine nel transito energetico e un terminale energetico nella regione.
Clima favorevole per gli investimenti
Numerosi benefici fiscali nelle Zone per lo Sviluppo Tecnologico, Zone Industriali e Zone Franche quali riduzioni sull'imposta societaria e sui contributi previdenziali e assegnazione di terreni. Numerosi incentivi per gli investimenti e possibilità di avvalersi dell'arbitrato internazionale per la risoluzione delle controversie.
Unione Doganale con l'Unione Europea dal 1996
Tra Turchia e Unione Europea è in vigore dal 1996 un'Unione Doganale che ha molto contribuito a rendere l'UE il primo partner commerciale del paese. Sono inoltre in vigore accordi di libero scambio (FTA) con 27 Paesi (Ministero dell'economia). Fonte ISPAT
Ultimo aggiornamento: 06/08/2024
L'esercito turco è molto forte e costituisce il secondo contingente NATO per numero di effettivi, dopo quello degli Stati Uniti. Le sue forze armate sono considerate tra le più addestrate e possiedono una forza complessiva di circa un milione di uomini, di cui oltre 500.000 effettivi attivi e centinaia di migliaia di riservisti.
Mustafa Kemal Atatürk
L'uomo della svolta
È l’eroe nazionale turco e il padre della Turchia moderna.

Salonicco, 19 maggio 1881 - Istambul, 10 novembre 1938
E’ stato un generale e politico turco, fondatore e primo presidente della Repubblica Turca (1923-1938). Dal 1916 fu chiamato Mustafa Kemal “Pasa”, dal 1934 Kemal "Atatürk".
Mustafa Kemal Atatürk è considerato l'innovatore della Turchia in quanto fondatore della Repubblica Turca e artefice della sua modernizzazione radicale, che trasformò l'Impero Ottomano in uno stato laico, indipendente e moderno attraverso riforme politiche, sociali, culturali ed economiche. Tra le sue innovazioni più significative vi furono l'introduzione dell'alfabeto latino, la concessione dei diritti civili alle donne, l'adozione del calendario gregoriano e un forte impulso all'industrializzazione per svincolare il paese dalle potenze straniere.
POLITICA E RELIGIONE
Il carattere secolare dello Stato è forse la caratteristica più conosciuta della Turchia repubblicana fondata da Kemal Atatürk.
La laicità turca, elemento considerato come marcatamente “occidentale” del paese, viene quasi sempre lodata e difesa, in gran parte a ragione, rispetto alle visioni religiose della società e della politica. Questo non deve però farci dimenticare ciò che invece la differenzia, e talvolta la contrappone, rispetto alle nostre concezioni del rapporto tra Stato e religioni. La laicità è un’idea che giunse in Turchia dall’Europa occidentale nel corso del XIX secolo, tuttavia, una volta importata in una diversa realtà, essa subì un’evoluzione decisamente originale.
Il principio liberale della separazione tra politica e religione così come sviluppatosi in Europa occidentale e nell’America del nord a partire dalla Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, si configura come l’esistenza di due sfere del tutto autonome di cui bisogna, per quanto possibile, impedire la reciproca interferenza.
L’approccio kemalista è totalmente diverso. Con l’abolizione del Califfato anche la principale autorità normativa in ambito religioso, lo Şeyh-ül İslam, cessò di esistere e venne sostituita da un ufficio statale, il Diyanet İşleri Başkanlığı (letteramente Presidenza degli affari religiosi, nel linguaggio comune viene spesso chiamato semplicemente Diyanet). Non si tratta qui di separare la sfera politica da quella religiosa, ma di porre la seconda sotto il controllo della prima, con il paradosso di un’autorità laica che controlla e regola quanto concerne la fede religiosa. La concezione liberale della laicità è quindi ribaltata.
UN PO’ DI STORIA.....
I PALEOLOGI
Il Palazzo Topkapı non era l’abitazione di Costantino XI; questo serraglio fu costruito dopo la caduta dell'Impero Bizantino e la morte di Costantino XI nel 1451, quando l'Impero Ottomano conquistò Costantinopoli nel 1453.

L'imperatore bizantino risiedeva nel Palazzo Imperiale Bizantino, che si trovava vicino all'Ippodromo (immagine sopra a sinistra in alto) e fu distrutto durante la conquista ottomana.
La famiglia dei Paleologi o Paleologhi fu l'ultima dinastia a governare l’Impero Romano d’Oriente.
Fondata dal generale Niceforo Paleologo nell’XI secolo, la famiglia raggiunse i più alti circoli aristocratici attraverso i rapporti matrimoniali con le dinastie dei Dukas, dei Comneni e degli Angeli.
Dopo la Quarta Crociata, i membri della famiglia fuggirono nel vicino Impero di Nicea, dove Michele VIII Paleologo divenne co-imperatore nel 1259, riconquistò Costantinopoli e fu incoronato unico Imperatore dell’Impero Romano d’Oriente nel 1261.
I suoi discendenti governarono l'Impero fino alla Caduta di Costantinopoli per mano dei Turchi Ottomani il 29 maggio 1453 diventando la dinastia regnante più longeva nella storia bizantina.
Sotto i Paleologi, mentre l'Impero s'avviava verso la rovina, l’arte romana orientale attraversò un periodo di rinnovamento, acquistando nuovo splendore prima d'estinguersi.
Grazie al matrimonio tra l'imperatore Andronico II Paleologo e Violante degli Aleramici, un loro figlio, Teodoro I, ereditò i diritti e i titoli feudali del Marchesato in Italia.
Questo ramo dei Paleologi regnò nel Monferrato dal 1305 al 1566, più a lungo di quanto il ramo imperiale regnò a Costantinopoli.
Dopo di loro, la successione e il governo nel Monferrato passò ai Gonzaga, famiglia con la quale i Paleologi si erano imparentati tramite il matrimonio di Margherita Paleologa, ultima marchesa della dinastia, con Federico II Gonzaga, già sovrano di Mantova.
Paleologi non imperiali
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Niceforo Paleologo
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Giorgio Paleologo
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Michele Paleologo(†1156), generalissimo dell'esercito bizantino occidentale
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Teodoro I Paleologo(1355-1407), despota della Moreadal 1383 al 1407;
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Teodoro II Paleologo(1396-1446), despota della Morea dal 1407 al 1443;
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Demetrio Paleologo(1407-1470), despota della Morea dal 1436 al 1438, e poi dal 1451 al 1460;[3]
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Tommaso Paleologo(1409-1465), figlio di Manuele II Paleologo e despota della Morea dal 1428 al 1460;[4]
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Elena Paleologa(1428-1458), figlia di Teodoro II Paleologo, Despota della Morea, e moglie di Giovanni II di Cipro;
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Erina Branković Paleologa, sposòGjon II Castriota
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Zoe Paleologa
Paleologi che furono imperatori di Costantinopoli
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Michele VIII Paleologo, (1224-1282, al governo1259 - 1282)
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Andronico II Paleologo, (1258-1332, al governo1282 - 1328)
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Michele IX Paleologo, (1277-1320, al governo1295 - 1320)
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Andronico III Paleologo, (1297-1341, al governo1328 - 1341)
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Giovanni V Paleologo, (1332-1391, al governo1341 - 1376)
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Andronico IV Paleologo, (1348-1385, al governo1376 - 1379)
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Giovanni VII Paleologo, (1370-1408, imperatore rivale1390)
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Manuele II Paleologo, (1350-1425, al governo1391 - 1425)
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Giovanni VIII Paleologo, (1392-1448, al governo1425 - 1448)
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Costantino XI Paleologo(XII se si conta Costantino XI Lascaris), (1405-1453, al governo 1449- 1453)
MAOMETTO II
MEHMET II

Quando morì improvvisamente il 3 maggio del 1481, a 51 anni d’età, era in viaggio per l’Asia, ma nemmeno i suoi visir sapevano esattamente quale fosse la sua meta.
Quel che aveva in mente di fare, lo teneva per sé e agli altri non restava che adeguarsi, senza aprire bocca.
Il sultano Maometto II, detto “il Conquistatore”, nel maggio del 1453 era riuscito nell’impresa di espugnare Costantinopoli, così cambiando la storia del mondo.
Nato ad Edirne, antica capitale ottomana, fin da ragazzo aveva sognato di realizzare l’impresa in cui suo padre Murad aveva fallito.
Per la Casa di Osman, Costantinopoli costituiva da sempre oggetto di desiderio.
Costruita sulla punta di una penisola triangolare, la città era delimitata a nord da un grande porto naturale detto “il Corno d’Oro”, a oriente dal Bosforo e a sud dal Mar di Marmara.
Costituiva di per sé una fortezza naturale unica al mondo, crocevia obbligato delle principali rotte terrestri e marittime fra l’Europa e l’Asia, il Danubio e l’Eufrate.
Inoltre, era circondata da una tripla cinta muraria lunga 7 chilometri eretta nel V secolo, protetta da fossati e intervallata da 192 torrioni, ritenuta inespugnabile.
La popolazione, che nel momento di massimo splendore superava il mezzo milione di persone, si era ridotta di dieci volte, ma per storia, monumenti e posizione geografica Costantinopoli agli Ottomani faceva ancora gola come capitale ideale di quel grande impero che si sentivano predestinati a fondare.
Appena diventato sultano, la prima preoccupazione di Maometto II fu proprio quella di concentrare subito tutte le sue energie sulla preparazione dell’assedio che nel maggio del 1453 l’avrebbe fatta capitolare Costantinopoli.
Il massacro che seguì, vide le strade trasformarsi in torrenti di sangue e la cattedrale di Santa Sofia riempirsi di cadaveri sopra i quali, secondo la leggenda, il Conquistatore sarebbe salito a cavallo per stampare in rosso su una colonna l’impronta della mano.
Da quel giorno tuttavia Maometto II si mise all’opera per ricostruire la “sua” capitale, anzitutto pensando a ripopolarla non solo col trasferimento forzoso di migliaia di turchi musulmani dalle sconfinate lande anatoliche, ma anche liberando migliaia di prigionieri cristiani a condizione che accettassero di risiedere in città, con promessa di libertà di culto e restituzione dei beni.
Il sultano era infatti spietato, se si trattava di affermare la sua sovranità assoluta, ma animato da vivo interesse per tutto ciò che rappresentasse cultura, arte, innovazione e diversità.
Oltre a favorire l’insediamento nei suoi domini di artigiani e commercianti provenienti da tutto il mondo, mostrò curiosità per la religione cristiana, al punto di partecipare di persona a funzioni religiose sia nella cattedrale ortodossa
che in una delle numerose chiese latine rimaste aperte in città, con l’unico divieto di suonare le campane.
Forse soltanto la morte improvvisa, quando già la sua flotta nel 1480 s’era assicurata una testa di ponte nella nostra Penisola espugnando Otranto, gli impedì di realizzare il sogno di conquistare, dopo Costantinopoli, anche Roma, la “Mela Rossa” che secondo la leggenda il Profeta in persona in sogno gli aveva promesso.
LA CONCRETIZZAZIONE DELLA MINACCIA OTTOMANA
Nonostante il trattato di pace fosse ancora in vigore, Maometto II fece erigere una nuova fortezza a pochi chilometri da Costantinopoli, collegandola a quella già costruita dal sultano Bayazet I. Attraverso queste fortezze, gli ottomani controllavano completamente il Bosforo, facilitando enormemente l'attacco a Costantinopoli.
Dopo la costruzione della fortezza, gli ottomani iniziarono il saccheggio sistematico delle zone limitrofe, culminato nel massacro del villaggio di Epibation. Costantino reagì ordinando l'arresto di tutti i turchi residenti in città, la chiusura delle porte di Costantinopoli e l'invio di due ambascerie per indurre il sultano a rispettare il trattato.
La risposta di Maometto II fu brutale: rifiuto secco, uccisione degli ambasciatori e duri attacchi alle città bizantine sul Mar Nero per isolare il Peloponneso affidato ai fratelli dell'Imperatore.
(Testo di Anselmo Pagani)
LA CADUTA DI COSTANTINOPOLI

La freccia rossa (in alto a sinistra) indica il fiume Lycus e la direzione da cui partirono gli attacchi via terra dei turchi contro le mura colorate di verde. La distanza dalle Mura più esterne al Great Palace era di circa 4.500 metri.
Eroi Genovesi alla Caduta di Costantinopoli

Giovanni Giustiniani Longo
in una scena tratta dalla serie TV Netflix OTTOMAN.
L'8 giugno 1363, l’Imperatore bizantino Giovanni V Paleologo conferì i titoli di Re, Despota e Principe di Chio, ai seguenti nobili patrizi genovesi: Nicolò de Caneto de Lavagna, Giovanni Campi, Francesco Arangio, Nicolò di San Teodoro, Gabriele Adorno (doge di Genova 1363 al 1370. Paolo Banca, Tommaso Longo, Andriolo Campi, Raffaello de Forneto, Luchino Negro, Pietro Oliverio e Francesco Garibaldi e Pietro di San Teodoro. Con il conferimento di questi titoli, questi maonesi, avevano il dominio su: Chio, Samo, Enussa, Santa Panagia e Focea.
Il genovese
GIOVANNI GIUSTINIANI LONGO
fu a capo della difesa di Costantinopoli
Giovanni Giustiniani Longo è stato un genovese illustre. Corsaro, ammiraglio, indomito guerriero. Ha legato il suo nome all’eroica e purtroppo infausta difesa di Costantinopoli, assediata dal poderoso esercito ottomano guidato dal sultano Mehemet II. Gennaio 1453.
Appresa la notizia, Giustiniani Longo salpa alla volta di Costantinopoli alla testa di settecento fedelissimi soldati. L’imperatore Costantino XI Paleologo gli affida la difesa della città. Il 5 aprile Mehemet II manda un ultimatum a Costantino: se si arrenderà avrà salva la vita, con gli abitanti di Costantinopoli.
Costantino rifiuta.
Mehemet II ordina di concentrare i bombardamenti dei suoi poderosi cannoni nel punto più debole delle mura, presidiato dalle truppe di Giustiniani Longo. La battaglia infuria per settimane. Alla fine di maggio, gli attacchi dei turchi hanno ragione della disperata resistenza degli uomini del genovese.
Ferito il 29 aprile, il Generalissimo viene tratto in salvo dai suoi uomini e trasferito sull’isola di Chio (possedimento della famiglia Giustiniani) e lì spira il 1° giugno.
Ammirato dal suo coraggio il sultano ordina che gli vengano riservate solenni onoranze funebri. “Giustiniani da solo valeva tutti i difensori di Costantinopoli”, furono le parole di Mehemet II.

I genovesi e la loro colonia di Chio inviarono materiale bellico e una schiera di guerrieri d'élite, guidati da Giovanni Giustiniani Longo appartenente a una delle più potenti famiglie di Genova. Ma la disparità di forze era spaventosa:
5.000 bizantini e poco più di 2.000 latini avrebbero dovuto difendere 22 chilometri di mura da un esercito di 100.000 turchi in grado di sfondare persino le MURA con un cannone potententissimo quanto sconosciuto all’epoca.
Quando venne a sapere dell'esistenza di quel Comandante genovese così coraggioso, provò a corromperlo, ma diede come risposta un “no secco” adducendo come motivo che lui non era uomo da rimangiarsi la parola e aveva giurato fedeltà a Costantino XI.
E quando Mehmet II seppe della sua morte, lo stesso volle che i funerali fossero celebrati a Costantinopoli, dove il genovese fu ricordato dal sultano come un uomo speciale dalle molte qualità. Arrivò ad affermare che lui da solo valeva più di tutta la marina bizantina messa insieme.
LA PRESA DI COSTANTINOPOLI
Con i suoi iconici personaggi
Due dettagliate carte del Bosforo che meritano di essere ingrandite


I Turchi partirono dalla rada di Gallipoli (Dardanelli) per conquistare Constantinopoli

Nel marzo 1453, a Gallipoli si radunò un'enorme flotta turca di circa 250 imbarcazioni che si attestò davanti alle mura marittime di Costantinopoli insieme a un'armata terrestre di 100.000 uomini, di cui 60.000 bashi-bazuk irregolari.

GALLIPOLI (turco Gelibolu) Cittadina della Turchia europea (20.266 ab. nel 2007), nella prov. di Çanakkale, sopra la costa meridionale della penisola omonima, in posizione strategica.
PIANI DI GUERRA
TURCHI E BIZANTINI
Si evidenziano tratteggiate le Mura di Costantinopoli
I Turchi attaccheranno le mura di terra più vulnerabili (sulla sinistra della carta)

Sotto: Mappa di Costantinopoli con la disposizione delle forze bizantine di difesa (rosso) e le forze assedianti ottomane (verde)

IL POTENTISSIMO CANNONE “URBAN”

In questa famosa stampa francese la freccia rossa indica il grande cannone puntato contro le mura della fortezza triangolare di Costantino XI

Il gigantesco cannone URBAN la cui devastante potenza non era ancora nota ai bizantini.
Maometto II aveva anche un'arma segreta: "La Bombarda", un cannone gigantesco che sparava proiettili di granito di 600 chili a una distanza di un chilometro e mezzo ogni 90 minuti.
Era stato costruito da Urbano di Transilvania, ex alleato di Costantino passato agli ottomani, che però morì nei primi giorni d'assedio per l'esplosione della sua stessa creazione.
Il 5 aprile 1453, Maometto II intimò a Costantino XI di arrendersi tramite un messaggero. Se lo avesse fatto, avrebbe avuto salva la vita e sarebbe diventato governatore di Costantinopoli, risparmiando anche la popolazione dal saccheggio.
La risposta di Costantino XI fu ferma:
«Darti la città non è volontà mia né di alcuno dei suoi abitanti; abbiamo infatti deciso di nostra spontanea volontà di combattere e non risparmieremo la vita.»


I cannoni di minor calibro avevano il compito di correggere il tiro di “URBAN”.
L’AMMIRAGLIO GENOVESE
Giovanni GIUSTINIANI LONGO
Genova 1418- Chio 1453

Raffigurazione immaginaria

Stemma Giustiniani
Giovanni Giustiniani Longo, Podestà di Caffa, è stato un corsaro, ammiraglio e generale italiano della Repubblica di Genova che operò nel Levante.
DA GENOVA A COSTANTINOPOLI
Quando G. Giustiniani Longo, nella sua Genova, seppe dell'arruolamento di soldati pronti a combattere per difendere Costantinopoli, posta sotto la minaccia dell'esercito ottomano, decise di imbarcarsi alla volta dell'antica Bisanzio con un reparto "personale" di settecento soldati.
Non c’erano le radio a quei tempi e, visto il ritardo accumulato, nessuno ormai credeva che i soccorsi invocati e sperati potessero arrivare in tempo.
Il destino volle che a fine gennaio del 1453, le due navi “latine”, battenti bandiera genovese, comparissero all’orizzonte: era Giovanni Giustiniani con 700 armati, di cui 500 erano i temutissimi balestrieri genovesi.
Ad accoglierlo – però - si presentarono numerose imbarcazioni turche che aprirono il fuoco provocando incendi e danni a bordo dei genovesi.
Ma il Giustiniani fece subito capire il suo valore con una mossa tanto ardita quanto marinarescamente perfetta.
Il comandante genovese diede l’ordine di affiancare le due galee facendone un corpo unico con due murate anziché quattro da difendere.
I turchi caddero nel tranello!
Ai primi turchi che raggiungevano il capo di banda della nave, venivano mozzate le mani e i loro corpi nella caduta trascinavano in mare gli altri assalitori.
LA TORRE DI GALATA
TORRE DEI GENOVESI
Quartiere genovese di PERA
(Al centro della carta sotto)

il suo nome originario era TORRE DI CRISTO. Venne costruita dai genovesi nel 1348 come parte delle fortificazioni del quartiere di Galata, tanto da essere anche chiamata informalmente "Torre dei Genovesi" per via dei suoi costruttori e della colonia genovese a cui apparteneva.

La torre di Galata è una torre in pietra di epoca medievale fu costruita dai genovesi e situata nel distretto di Galata a Istambul.
Descrizione
Misura 66,9 metri in altezza (62,59 escludendo l'ornamento in cima al tetto conico), con un diametro interno di 8,95 metri e mura spesse 3,75 metri. Si trova a circa 140 metri sopra il livello del mare. Quando venne edificata era l'edificio più alto della città.
Nel 2020, la torre è stata ristrutturata e riaperta come museo e punto panoramico.
Storia

Foto della Torre di Galata scattata da J. Pascal Sébah tra il 1875 e il 1895.
La torre venne costruita nel 1348 da Rosso Doria, primo governatore genovese di Galata, che la battezzó Christea Turris (Torre di Cristo). In origine la torre faceva parte delle fortificazioni che circondavano la cittadella di Galata, colonia di Genova sul Bosforo. Durante l’Impero Ottomano la parte superiore della torre e il suo tetto conico vennero modificati in seguito a numerose ristrutturazioni.
A partire dal 1717 gli Ottomani iniziarono a utilizzare la torre come punto di osservazione per individuare gli incendi in città. Nel 1794, durante il regno del sultano Selim III, il tetto di piombo e legno subì seri danni a causa di un incendio. Le fiamme colpirono di nuovo la torre nel 1794 e nel 1875 una violenta tempesta spazzò via il tetto, che fu ristrutturato solo tra il 1965 e il 1967 utilizzando pietra al posto del legno.
Blocco del Porto bizantino
La freccia BLU indica la posizione della Catena che impediva l’accesso in porto alle navi nemiche

Sorpresi dalla reazione dei genovesi, i turchi fermarono l’assalto per trovare un altro modo per fermarli. Ne approfittò il “Genovese” che, con una ardita manovra, riuscì a raggiungere la famosa catena del Corno d’Oro che era stata tempestivamente abbassata per favorire l’entrata in sicurezza delle due galee salvando gli equipaggio, il prezioso carico di armigeri, le munizioni e i viveri.
Lo sbarco a Costantinopoli avvenne tra l’entusiasmo della popolazione.
Vista la sua esperienza in assedi, il Giustiniani fu nominato protostator, ossia:
Comandante delle difese dall’Imperatore
e messo a guardia e a protezione delle mura della città.
Costantino XI fece molto affidamento sul Comandante genovese, determinato a combattere per difendere la cristianità.
Con questo presupposto di FEDE, ma anche forte di un legame di amicizia con l'Imperatore bizantino, Giustiniani decise di porsi alla difesa della città, sebbene ormai conoscesse quanto disastrosa fosse la situazione: il rapporto tra bizantini e ottomani era di uno a undici.
Ma c’era un’altra incognita da risolvere: Costantinopoli aveva la cerchia di mura più sicura e impenetrabile d'Europa.
L’Avvincente storia di Giovanni Giustiniani Longo, uomo d’arme e di mare che, nonostante la giovane età, riuscì fino all’ultimo a tenere testa alle truppe del sultano, infondendo coraggio e speranza alle truppe greche grazie al suo forte carisma; solo una tragica eventualità, voluta dal destino, infranse i suoi piani.
Giovanni Giustiniani Longo fu sicuramente uno tra i più importanti personaggi apparsi come testimone sulle scene degli ultimi giorni dell’impero bizantino ed esponente di una delle più nobili famiglie della città (la famiglia Giustiniani infatti aveva possedimenti e traffici commerciali nel levante e in particolare nel mar Egeo), e svolgeva a tutti gli effetti il mestiere di corsaro “ante litteram”, cioè era comandante di una nave pirata, autorizzato dal proprio governo di attaccare navi nemiche.
In quegli anni, i turchi ottomani, forti degli ultimi successi contro le potenze balcaniche, avevano circondato la città di Costantinopoli, la capitale dell’impero bizantino: infatti la città, posta sul Bosforo tra Asia e Europa, da sempre considerata la “seconda Roma”, era ormai una città in decadenza, e il giovane sultano ottomano, Maometto II, la bramava più di qualsiasi altra cosa.
L’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI, cosciente della drammaticità della situazione in cui versava la città, mandò richieste d’aiuto alle potenze europee; purtroppo, nessun aiuto giunse da Occidente, anche le “promesse” Galee del Papa non furono mai avvistate davanti al Corno d’Oro, soltanto Genova rispose all’appello disperato dell’ultimo Paleologo, l’ultimo difensore rimasto della Cristianità.
L’ULTIMA PROPOSTA DI RESA
Giovedì 5 aprile 1453 Maometto II inviò un ultimatum all'imperatore Costantino XI promettendo di salvare la vita a lui e ai suoi cittadini se si fosse arreso; promise anche che non vi sarebbero stati saccheggi.
L’inevitabile battaglia di Costantinopoli
Costantinopoli e le sue MURA
(tratteggiate nella carta sotto)
Questa preziosa cartina spiega più di tante parole la posizione e l’estensione delle Mura costruite intorno al Palazzo imperiale (a destra in basso) e che risultano raddoppiate sul lato sinistro da dove partì l’assedio dei turchi.

Santa Sofia era molto vicina al PALAZZO DEL THEMA,(TOPKAPI) ultima residenza imperiale di Costantino XI vicino al centro della città, mentre l’imperatore si trovava a difendere le mura teodosiane all’esterno di questo quartiere.
Sotto - Rappresentazione del piano d’attacco di Memet II nel colore verde. La difesa di Costantino XI nel colore rosso.

Ma Costantino rifiutò e Maometto II, vedendo che non arrivava risposta, il giorno successivo iniziò il bombardamento contro le difese prospicienti il fiume LYCINO a NORD OVEST delle Mura reputato il punto più debole delle mura di Costantinopoli.
Costantino XI presidiava di persona quella zona insieme alle sue guardie imperiali e designò Giovanni Giustiniani Longo al ruolo di suo aiutante, affidandogli il punto più critico delle mura, dove il comandante genovese e i suoi settecento soldati combatterono con estremo coraggio.
L'ultima Messa
L’Ammirazione del Sultano
Quando Maometto II venne a sapere dell'esistenza di quel generale genovese così coraggioso, provò a corromperlo, ma G. Giustiniani diede come risposta un no secco adducendo come motivo che lui non era uomo da rimangiarsi la parola e aveva giurato fedeltà a Costantino XI Paleologo.
L'assedio durò un mese e mezzo. Sabato 26 maggio 1453, il sultano ordinò la sospensione dell'attacco per tre giorni al fine di preparare l'assalto finale.
I bizantini, saputa la notizia, furono presi dalla disperazione e la sera del lunedì 28 maggio fecero celebrare dal cardinale Isidoro l'ultima messa a Santa Sofia. Alla celebrazione partecipò tutta la cittadinanza di Costantinopoli.
Giovanni - ricordano i suoi biografi - sedeva vicino a Costantino. Quando Isidoro finì il suo sermone, Costantino si alzò in piedi e si diresse lentamente verso l'altare per tenere un breve discorso.
Cercando di rincuorare il suo popolo, disse: "con l'aiuto di Dio e della Santa Vergine, Costantinopoli avrebbe potuto salvarsi dall'attacco ottomano"; proseguì ringraziando tutta la popolazione, il clero e infine i Latini che erano venuti ad aiutare Costantinopoli. Un particolare ringraziamento lo rivolse a Giovanni Longo Giustiniani, dicendo che non avrebbe mai pensato che un genovese si sarebbe battuto con tanto coraggio e lealtà verso Costantinopoli.
Costantino riuscì per un giorno a riunire le due chiese, cattolica e ortodossa, raccolte nella stessa chiesa e con la stessa disposizione d'animo.
L’EPILOGO
Dopo la messa, Giovanni Giustiniani Longo si diresse verso la porta di San Romano, quella che il giorno dopo avrebbe dovuto difendere, e siccome la porta stessa e le sue vicine mura erano piene di brecce, ordinò ai suoi uomini di ripararle.
Le mura furono riparate e rinforzate in breve tempo con l'ausilio di legna, cocci di mattoni, arbusti paglia e ogni cosa che potesse risultare utile alla bisogna. Fece anche costruire un fossato che corresse dietro le mura in modo tale da potersi trincerare insieme ai suoi uomini.
Il sultano, scoraggiato, sospese temporaneamente l'assedio in attesa di rinforzi. Arrivarono 60.000 uomini che si aggiunsero alle forze già schierate. Il bombardamento riprese e durò ininterrottamente per 48 giorni, provocando crolli continui in due punti diversi presso il fiume Lycino.
Il colpo di grazia arrivò quando i bizantini videro le navi ottomane nel Corno d'Oro: il sultano era riuscito a trasportare via terra decine di imbarcazioni, aggirando la catena che sbarrava l'ingresso del porto. Ora anche le mura marittime erano sotto attacco.
L'ULTIMA SPERANZA
Costantino capì che la fine era vicina. I viveri scarseggiavano e l'unica speranza erano le navi promesse da Venezia che ancora non erano giunte. Dal porto di Costantinopoli fu inviato un brigantino battente bandiera turca con un equipaggio di 12 volontari travestiti da ottomani per sollecitare i veneziani.
Il 23 maggio 1453, dopo 20 giorni, il brigantino fece ritorno. Il capitano chiese di parlare urgentemente con Costantino XI: aveva setacciato per tre settimane il mar Egeo senza trovare traccia della spedizione promessa dai veneziani.
Costantino, consapevole del triste destino che incombeva sul suo popolo, ringraziò i marinai uno a uno, con la voce soffocata dalle lacrime che contagiarono tutti i presenti in uno straziante pianto collettivo.
Tuttavia l'imperatore poteva ancora salvarsi. Moltissime corti europee lo avrebbero accolto con tutti gli onori. Ma Costantino aveva già deciso:
«Il mio popolo ha scelto di non abbandonare la città e di difenderla fino alla morte, ed io, come rappresentante supremo della Seconda Roma, non posso esimermi dal fare altrettanto.»
L'ULTIMA NOTTE
Sabato 26 maggio, Maometto II riunì il consiglio di guerra e annunciò che il 28 maggio ci sarebbe stato un giorno di riposo e preghiera, e la mattina del 29 maggio tutto l'esercito ottomano avrebbe iniziato l'attacco finale.
Quando giunse il giorno di pausa, tutto tacque. Gli ottomani pregavano e riposavano mentre il sultano faceva un lungo giro di ispezione. La sera del 28 maggio, Costantino XI e Giustiniani Longo si misero a presidio della porta di San Romano.
In quell'ultimo lunedì della Costantinopoli romana, Costantino chiese ai suoi cittadini di dimenticare tutte le liti e i contrasti tra ortodossi e latini. Si svolse una lunghissima processione spontanea che attraversò ogni angolo della città, con i fedeli che si ricongiungevano tutti insieme, per l'ultima volta, a Santa Sofia.
Lì li attendeva il loro imperatore che pronunciò le sue ultime parole pubbliche:
«So che l'ora è giunta, che il nemico della nostra fede ci minaccia con ogni mezzo. Affido a voi, al vostro valore, questa splendida e celebre città, patria nostra, regina d'ogni altra. Ci sono quattro grandi cause per cui vale la pena di morire: la Fede, la Patria, la Famiglia e il Basileus. Ora, per vostra stessa scelta, voi dovete essere pronti a sacrificare la vostra vita per queste cose, come d'altronde anch'io sono pronto al sacrificio della mia stessa vita.»
Costantino abbracciò tutti i presenti, continuando: «Vi chiedo scusa per ogni eventuale sgarbo che io ho compiuto verso di voi senza volerlo.»
Poi si inginocchiò, chiese perdono per i propri peccati e ricevette l'eucaristia.
Quella fu l'ultima liturgia cristiana nella Cattedrale di Santa Sofia, e probabilmente la più commovente di tutta la storia.
Alle prime ore di martedì 29 maggio 1453 ci fu l'ultimo attacco ottomano: la battaglia durò circa sei ore; Giovanni e suoi pochi soldati superstiti erano alla difesa della porta di San Romano; i soldati ottomani non riuscivano a penetrare, continuamente respinti. Giovanni e i suoi uomini difesero Costantinopoli con ferocia e coraggio.
La battaglia intanto proseguiva, con la strenua difesa dei soldati di Giustiniani Longo, ai quali si erano aggiunti tutti i latini ormai fedeli a lui. Ma quando i giannizzeri - reparto d'élite degli ottomani - arrivarono, Giovanni fu colpito almeno 2 volte e infine gravemente (ferito mortalmente al petto, morì dopo soli 3 giorni).
Secondo i resoconti, i suoi uomini superstiti abbandonarono le posizioni caricando il ferito su una barella per trasportarlo al luogo in cui erano attraccate le navi. La popolazione e gli altri soldati, vedendo passare quella sorta di corteo, che portava via l'ultimo baluardo e l'eroe della battaglia, si addolorarono rassegnandosi alla sconfitta.

Costantino, vedendo che ormai non vi era più nulla da fare, si tolse le insegne imperiali e con le sue poche guardie sopravvissute secondo una leggenda si buttò nella mischia scomparendo per sempre: nessuno di quegli uomini avrebbe avuta salva la vita.
Giovanni e suoi uomini riuscirono a imbarcarsi sulla loro nave genovese e si diressero verso Chio; la nave arrivò a destinazione nei primi giorni di giugno, ma il condottiero genovese morì appena giunto per le ferite riportate nella difesa di Costantinopoli.
Il suo funerale si svolse a Costantinopoli a opera del condottiero turco vittorioso, Maometto II che, venuto a sapere della sua morte, organizzò un rito a suo nome e apostrofò con parole di stima il suo avversario: disse che quell'uomo da solo valeva più di tutti i difensori di Costantinopoli messi assieme, celebrandolo con una messa cristiana.
L'ammiraglio genovese
Giovanni Giustiniani Longo è considerato un eroe della difesa di Costantinopoli nel 1453, dove divenne una figura chiave nell'organizzazione della resistenza contro l'assalto ottomano di Maometto II.
Nonostante l'esito della battaglia con la caduta della città, Giustiniani guidò le difese in modo valoroso, pianificando la riparazione delle mura e respingendo le gallerie scavate dai Turchi. Morì per le ferite riportate durante l'assedio.
E quando seppe della sua morte, lo stesso Maometto II volle che i funerali fossero celebrati a Costantinopoli, dove il genovese fu ricordato dal sultano come un uomo speciale dalle molte qualità. Arrivò ad affermare che lui da solo valeva più di tutta la marina bizantina messa insieme.
Il contingente genovese riuscì a contenere gli attacchi nemici; lo stesso Giovanni combatté valorosamente ispirando coraggio sia nei greci che nei latini, incutendo allo stesso tempo timore e rispetto nei suoi nemici, al punto tale che il sultano rimase abbagliato dalla sua forza e dal suo coraggio.
Così una nenia popolare greca ricorda la data fatidica in cui, dopo circa cinquanta giorni d'assedio, il sultano Mehmet II decise di sferrare l'attacco finale che avrebbe determinato la vittoria e la conseguente conquista della “seconda Roma” oppure la ritirata definitiva degli assedianti.

"Piangete, Cristiani, e lacrimate su questa grande distruzione. Martedì ventinovesimo giorno del mese di maggio dell'anno 1453 il figlio di Agar si impadronì della città di Costantinopoli".
L'Eredità Immortale
La "Seconda Roma" però non morì davvero quel giorno.
I costantinopolitani che migrarono in Occidente diedero un contributo fondamentale al Rinascimento con la riscoperta dei grandi studi classici.
Inoltre, la nipote dell'ultimo imperatore romano, Sofia Paleologa, sposò Ivan III di Russia.
Grazie a questo matrimonio e ai già solidi legami iniziati con l'imperatore Basilio II e Vladimir I di Kiev, Mosca poté assurgere al rango di "Terza Roma" e la religione cristiana continuò a vivere non da naufraga, ma come conquistatrice di nuove rotte di terra e di mare.
Costantino XI Paleologo era riuscito nell'impresa più difficile: morire da Imperatore romano, lasciando un esempio immortale di coraggio e dedizione che avrebbe attraversato i secoli, dimostrando che a volte la sconfitta può essere più gloriosa della vittoria stessa.
Il successore Ivan IV si proclamò "Zar", ovvero "Cesare", rivendicando con orgoglio il sangue romano che scorreva nelle sue vene.
Da quel momento molti sovrani si proclamarono successori dei Cesari, compreso lo stesso sultano dell'Impero Ottomano.
L'ultimo imperatore di Bisanzio era morto, ma l'idea di Roma, con il suo mito e la sua grandezza, continuava a vivere e a ispirare i popoli d'Europa e d'Oriente.
FINE
Riferimenti:
- Wikipedia
- ALDO CAZZULLO: Una giornata particolare - Costantinopoli: la caduta dell'Impero - 27/11/2024
https://www.youtube.com/watch?v=7oUOtfE2vqo
- GIOVANNI GIUSTINIANI LONGO
http://www.giustiniani.info/giovannigiustiniani.html
- MURA DI TEODOSIO A. COSTANTINOPOLI
https://www.danielemancini-archeologia.it/le-mura-di-teodosio-a-costantinopoli-in-3d/
Carlo GATTI
Rapallo, 16 Ottobre 2025
TROFEO DELLE ALPI (LA TURBIE)
TROFEO DI AUGUSTO
Detto anche
IL TROFEO DELLE ALPI
Detto anche
TROFEO DI LA TURBIE
Il Trofeo di Augusto è un monumento romano elevato a emblema dei trionfi e quindi dei trofei di Augusto, posto su un'altura a 480 m s.l.m nel comune di La Turbie, nel dipartimento delle Alpi Marittime, molto vicino al Principato di Monaco.
Il monumento fu costruito per celebrare la
“pax romana”
ottenuta nella regione e per glorificare la vittoria del futuro Imperatore Augusto sulle tribù Liguri ribelli, come vedremo in seguito.



Trofeo delle Alpi di La Turbie
INTRODUZIONE
Eravamo con la famiglia di ritorno dall’abituale viaggio in Scandinavia che ogni anno arricchivamo con deviazioni insolite, alla scoperta di città e strade mai percorse prima. I miei figli, allora studenti di storia dell’arte alle superiori, mi avevano spesso incuriosito con le pagine dei loro manuali scolastici, ed è proprio lì che lessi per la prima volta del Trofeo delle Alpi di La Turbie, l’imponente monumento romano che domina, a 500 metri d’altezza, un panorama capace di togliere il fiato.
Fu naturale lanciare la proposta ai miei “passeggeri”: forse non tutti interessati al tema, ma certamente entusiasti di allungare di un giorno il viaggio verso casa, rinviando così il pensiero dell’imminente anno scolastico.

LA TURBIE

Dall’alto verso il basso: La Provençale, La Turbie e la “Tête de Chien” (testa di cane)- Freccia rossa dall’alto verso il basso.
Giunti a La Turbie, la sorpresa fu grande. Il monumento si erge in una posizione incantevole: la sua mole parla ancora oggi di potenza e di eternità. Purtroppo lo si può gustare nella sua totale bellezza soltanto grazie alla ricostruzione in scala custodita nel vicino museo, dove l’immaginazione può ricomporre le parti mancanti e restituire la grandiosità originaria.
Il Trofeo delle Alpi, innalzato da Augusto per celebrare la vittoria sui popoli alpini, non è solo un segno di conquista: è un manifesto di volontà, quasi un atto di fede nella permanenza della grandezza di Roma.
Gli Antichi non smettono mai di sorprenderci: nei materiali impiegati e nell’architettura riconosciamo la maniacale precisione con cui pensarono opere destinate a sfidare i millenni. È come se volessero parlare ai posteri, scolpendo nella pietra un messaggio di potenza, ordine e civiltà.
Non è forse casuale che questi monumenti venissero spesso circondati da cipressi, alberi che da sempre evocano il silenzio e la solennità della memoria. Ed è curioso notare come noi moderni, quasi istintivamente, abbiamo conservato e tramandato questa tradizione.
Ma c’è un’altra suggestione che nasce spontanea: da quella terrazza naturale, lo sguardo non si ferma ai monti, ma scivola verso il blu del Mediterraneo. Lì sotto, da secoli, le navi hanno tracciato le loro rotte, portando merci, soldati, idee, lingue e culture. È come se il Trofeo stesso, pur piantato saldamente sulla roccia alpina, trovasse compimento nel mare che si apre davanti a lui.
Roma celebrava le sue vittorie sulle montagne, ma guardava sempre al Mediterraneo come al vero cuore del suo impero: Mare Nostrum, via di dominio e di scambi, spazio di guerre e di civiltà. Così il Trofeo di La Turbie non è soltanto un monumento alla vittoria sulle Alpi, ma anche un faro simbolico che unisce le vette alla distesa marina, ricordandoci come la storia di Roma – e forse la nostra stessa identità – sia intrecciata indissolubilmente con il mare.
COME DOVEVA APPARIRE ORIGINARIAMENTE


La replica in scala del monumento si trova all’interno del Museo


Si entra a piedi nel piccolo villaggio medievale di La Turbie, costruito in cima al promontorio sopra la “testa del cane”. Attraverso la Porta Ovest si percorre la via romana Iulia Augusta (il proseguimento dell’antica via Aurelia che da Roma arrivava in Liguria). La strada è lastricata e affiancata da case di pietra.
Poi d'improvviso, sulla sinistra, seminascosto sul retro da altissimi cipressi che fanno da corona, in omaggio all'antica abitudine romana di porre cipressi attorno ai mausolei o ai trofei, compare il Trofeo delle Alpi o Trofeo di Augusto.
L’imperatore romano, dopo aver sconfitto la quarantacinquesima tribù celto-ligure ribelle dell’arco alpino, decise di far costruire il Trofeo, alto 49 metri, compresa la gigantesca statua di Augusto.
Come sempre, Roma aveva colto il suo trionfo!
Per molti secoli nell’antichità ha suscitato, sui viaggiatori che percorrevano la strada consolare, ammirazione e rispetto per la potenza di Roma, incarnata da un Imperatore che fu un mito nei secoli dei secoli.
Questo trofeo nel tempo segue, nelle Gallie: il trofeo di Pompeo, in Summum Pyrenaeum: quello di Briot (ora al museo di Antibes), i Trofei di Mario e altri.

LA TURBIE NEL SUD DELLA FRANCIA
480 mt. s.l.m. - 3.053 abitanti
La Turbie è un luogo sconosciuto in Italia, soprattutto da quando esiste l’autostrada che passa per l’interno e porta in mezz’ora da Ventimiglia a Nizza. Dall’alto di questo promontorio a picco sul Mediterraneo, si gode il panorama più bello della Costa Azzurra. Si chiama “Tête de Chien” (testa di cane).
ROMANO IMPERO
Quello che rimane per i nostri occhi....


Elementi di Architettura
L'ISCRIZIONE ORIGINALE IN LATINO
“All'imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, nell'anno 14° del suo impero.
17° della sua potestà tribunizia, il senato e il popolo romano poiché sotto la sua guida e i suoi auspici tutte le genti alpine,
che si trovavano tra il mare superiore e quello inferiore sono state assoggettate all'impero del popolo romano”.
La gigantesca iscrizione posta sulla facciata occidentale, di cui rimanevano solo alcuni frammenti, è stata ricostruita completamente durante il restauro del monumento curato da Jules Formigé, avendone letto la citazione di Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Essa è la più lunga iscrizione latina scolpita conosciuta nella storia antica.
Genti alpine sconfitte
IMP . CAESARI . DIVI . FILIO . AVG .
PONT . MAX . IMP . XIIII . TRIB . POT . XVII
S . P . Q . R
QUOD . EIUS . DVCTV . AVSPICIISQVE . GENTES . ALPINAE .
OMNES . QVAE . A . MARI . SVPERO . AD . INFERVM . PERTINEBANT .
SVB . IMPERIVM . P . R . SVNT . REDACTAE
GENTES . ALPINAE . DEVICTAE . TRIVMPILINI . CAMVNI .
VENNONETES . VENOSTES . ISARCI . BREVNI . GENAVNES .
FOCVNATES . VINDELICORVM . GENTES . QVATTVOR . COSVANETES .
RVCINATES . LICATES . CATENATES . AMBISONTES . RVGVSCI
SVANETES . CLAVCONES
BRIXENTES . LEPONTI . VBERI . NANTVATES . SEDVNI . VARAGRI .
SALASSI . ACITAVONES . MEDVLLI . VCENNI . CATVRIGES . BRIGIANI
SOGIONTI . BRODIONTI . NEMALONI . EDENATES . VESVBIANI
VEAMINI . GALLITAE . TRIVLLATI . ECTINI
VERGVNNI . EGVITVRI . NEMETVRI . ORATELLI . NERVSI . VELAVNI .
SVETRI
Traduzione
I Trumpilini - I Camunni - I Venosti - I Vennoneti - Gli Isarci - I Breuni - I Genauni - I Focunati - Le quattro nazioni dei Vindelici: Cosuaneti Rucinati Licati Catenati - Gli Ambisonti - I Rugusci
- I Suaneti - I Caluconi - I Brixeneti - ILeponzi - Gli Uberi - I Nantuati - I Seduni - I Veragri - I Salassi - Gli Acitavoni - I Medulli - Gli Ucenni - I Caturigi - I Brigiani - I Sogionti - I Brodionti - I Nemaloni - Gli Edenati - I Vesubiani - I Veamini - I Galliti - I Triullati - Gli Ecdini - I Vergunni - Gli Eguituri - I Nematuri - Gli Oratelli - I Nerusi - I Velauni - I Svetri »
Il testo riporta i 45 nomi delle tribù sconfitte in ordine cronologico ed è affiancato da due bassorilievi della Vittoria alata. C'è poi l'immagine del "trofeo", una raffigurazione delle armi conquistate ai nemici e appese ad un tronco d'albero. Ai due lati del trofeo sono raffigurati coppie di prigionieri galli in catene.

L'iscrizione riportata sul monumentale trofeo di Augusto, TROPAEUM ALPIUM
Il Trofeo delle Alpi, eretto per volontà del Senato nel 7-6 a.c. in onore delle vittorie riportate da Augusto sulle popolazioni alpine. Sulla base del monumento c'era una lunga iscrizione celebrativa con lettere in bronzo, oggi ricostruita, che riportava l'elenco dei 44 popoli alpini e galli sottomessi dall'Imperatore.


Plinio il Vecchio (23-79 d.c.) scrisse invece dei Camunni come di una delle tribù euganee assoggettate dai Romani:
« Voltandoci verso l'Italia, i popoli euganei delle Alpi sotto la giurisdizione romana, dei quali Catone elenca trentaquattro insediamenti. Fra questi i Triumplini, resi schiavi e messi in vendita assieme ai loro campi e, di seguito, i Camuni molti dei quali assegnati ad una città vicina. »
Citati nel Trofeo di Augusto.
CONCLUSIONE
Ripensando oggi a quella deviazione improvvisata lungo la Provençale, sento una profonda soddisfazione: i miei quattro figli, divenuti adulti, hanno voluto portare a loro volta i propri figli a visitare il Trofeo di La Turbie. È una gioia che mi commuove: quel monumento, così vicino a noi eppure così poco conosciuto, ha trovato nuova vita negli occhi delle generazioni più giovani.
Forse questo è il senso più autentico di opere come il Trofeo: non solo pietra e architettura, ma messaggi di continuità, capaci di superare i secoli e di unirci in una catena senza fine. Guardandolo dall’alto, sospeso tra le Alpi e il Mediterraneo, mi sembra quasi di sentire che questo dialogo tra monti e mare non è mai interrotto. Le navi che solcano il blu sottostante, le strade che serpeggiano verso l’entroterra e i monumenti che vegliano dall’alto sono tutti parte di una stessa storia: la nostra.
E così, come il mare porta in sé la memoria di mille viaggi, anche un giorno di vacanza con la famiglia si è trasformato in eredità. Un’eredità che oggi continua, più viva che mai, nel cuore e negli occhi dei miei nipoti.
Carlo GATTI
Rapallo, lunedì 29 Settembre 2025
TRE RACCONTI DAL MARE ....
TRE RACCONTI DAL MARE....
Dal gatto di Boccadasse al rimorchiatore Pietro Micca, fino al garum romano: tre piccole storie che il mare continua a custodire.
Introduzione:
Non sempre il mare racconta di battaglie, di navi leggendarie, di relitti o di eroiche imprese marinare.
Talvolta, il mare diventa cornice silenziosa di storie più semplici, quasi secondarie, ma non per questo meno affascinanti.
Sono “chicche di mare”, episodi che nascono in riva, tra i moli e le spiagge, dove l’onda arriva stanca ma carica di memoria, quasi desiderosa di consegnarci capitoli di pace e di bellezza.
In queste tre piccole storie non troviamo l’eco delle guerre o il fragore delle tempeste, ma piuttosto il sorriso ironico di un gatto che ha fatto di Boccadasse la sua scena quotidiana, il respiro antico di un rimorchiatore a vapore che ancora porta con sé l’orgoglio del lavoro marittimo, e infine il sapore remoto di un condimento romano che ha viaggiato per mari e imperi.
Tre racconti diversi, uniti da un filo comune: il mare, che sa essere non solo teatro di grandi imprese, ma anche custode di emozioni discrete, di memorie tecniche, di affetti verso gli animali e di tradizioni gastronomiche che arrivano da lontano.
(1)
IL GATTO SEPPIA

Boccadasse

Nel porticciolo di Boccadasse (Bocadâze) è diventato ormai una vera e propria attrazione turistica.
Chi si ferma per una carezza, chi per una foto o un selfie, chi per dargli qualcosa da mangiare (anche se su richiesta dei padroni meglio evitare), tutti comunque cercano Seppia:
il gatto assurto, per la sua ingrugnita e infastidita espressione, a ironico simbolo dell’accoglienza ligure.
Curiosa anche la sua singolare somiglianza con Machiavelli il gatto scontroso e sospettoso del celebre film del regista genovese Enrico Casanova del 2021 della Pixar -Luca- ambientato nel levante della nostra regione.
Così a Boccadasse alla romantica gatta con “una macchia nera sul muso” di Gino Paoli si è aggiunto il burbero gatto disneyano.
In Copertina: Foto di Stefano Eloggi











Il gatto Seppia, adottato da Boccadasse, è ormai un'icona. Ingrugnito e solitario, come un vero genovese. I gatti, nella storia della marineria ligure, hanno sempre avuto un ruolo speciale.
Seppia è diventato famoso per il suo aspetto caratteristico, un bianco e nero con un'espressione un po' corrucciata, e per la sua presenza costante nel pittoresco borgo di Boccadasse.
Seppia è diventato un'attrazione turistica e un simbolo ironico dell'accoglienza ligure, tanto da essere anche menzionato nel film d'animazione "Luca" della Pixar, ambientato proprio nel levante genovese.
Benvenuti a Zena, són mi Seppia, il gatto di Bocadâze! Belin pure a Pixar mi métte nella sua pelìcola!
Aregordâ che mi mangio solo péscio frésco, mica i tuoi pacûghi, bezûgo!
Mi non râgnâ, mogógno!
Ecco alcune curiosità su Seppia:
Aspetto e personalità:
Il suo sguardo è spesso descritto come quello tipico dell'accoglienza ligure, un po' burbera, ma in realtà è molto amato dai genovesi e dai turisti.
Celebrità social:
Seppia ha una sua pagina Instagram e una su Facebook, dove viene descritto come un gatto che "non miagola, ma mugugna" e che mangia solo pesce fresco.
Rischio per la salute:
A causa della sua popolarità, alcuni turisti gli offrono cibo non adatto, mettendo a rischio la sua salute, in particolare la cistite cronica.
Riconoscimenti:
È stato anche raffigurato in una linea di gioielli artigianali.
Simbolo di Boccadasse:
Seppia è ormai considerato un'icona del borgo marinaro di Boccadasse, e i visitatori lo cercano per fare una foto o una carezza.
Alcuni si chiederanno: ma cosa c’entra Seppia con il nostro sito?
Ve lo spiega Mauro Salucci
Nel Consolato del Mare del 1719 si legge, all'articolo 65 che il padrone della barca ha il dovere di procurarsi dei gatti per impedire ai topi di rovinare il carico.
A bordo era previsto un addetto chiamato "penese" che si occupava di questi animali e aveva il compito, prima di attraccare in porto, di radunarli e metterli al sicuro, perché, richiamati dagli amori, non andassero in terraferma alla ricerca di avventure...
Anche nell'Archivio di Stato di Genova la presenza dei gatti era obbligatoria per preservare la documentazione dai roditori.
Questa attenzione per i felini è testimoniata a Genova da molti cognomi ricorrenti, come Gatti, Gatto, Pellegatto, Pellegatti e sullo stemma della famiglia nobiliare De Pelegatis è presente un felino.
E noi aggiungiamo:
I gatti erano una presenza comune e molto utile a bordo delle navi nel passato, non solo per ragioni scaramantiche, ma soprattutto per il loro ruolo nel controllo dei roditori che potevano danneggiare merci e attrezzature.
Venivano spesso imbarcati regolarmente e avevano persino documenti ufficiali, diventando a tutti gli effetti dei "gatti di bordo".
Cos'è il "buco del gatto" sulla nave?

Il “BUCO DEL GATTO” è il nome dato all'apertura nella coffa, la piattaforma situata sulla parte alta di ogni albero, usata dai marinai addetti alle vele e dalle vedette.
UN PO' DI STORIA
I gatti di bordo accompagnano per mre i marinai fin dall'antichità
Quella di tenere i gatti sulle navi è stata per lungo tempo una tradizione dei marinai, per via della loro efficienza nel tenere a bada le infestazioni, e grazie alla credenza che portassero buona fortuna alle navi.
Si pensa che i gatti si siano diffusi nel mondo grazie agli esploratori degli Antichi Egizi, dei Vichinghi e dell'Età delle Esplorazioni. Offrivano una buona compagnia e facevano sentire i marinai a casa.
Fin dai tempi antichi, innumerevoli navi di diverso tipo hanno ospitato uno o più gatti. I felini si occupavano dei topi, che potevano danneggiare le funi e il legno e minacciavano le riserve di cibo e le merci.
I gatti, che hanno una buona capacità di adattamento, sono perfetti per servire su una nave. Inoltre, i gatti di bordo facevano sentire i naviganti a casa. Erano particolarmente importanti in periodo di guerra, quando le provviste erano limitate, e gli uomini erano costretti a stare lontani da casa per lunghi periodi. La compagnia dei felini era la benvenuta e scaldava gli animi.
Alcune navi avevano più di un gatto, oppure ospitavano eventuali cuccioli nati in mare. I gatti potevano anche “salire di grado” e diventare mascotte di una particolare parte della nave, come la sala motore o il ponte, per diventare addirittura la mascotte ufficiale di tutta l’imbarcazione.
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale, con la diffusione delle comunicazioni di massa, portò anche alcuni gatti di bordo a diventare celebrità a pieno titolo.
Ancora oggi si ricordano alcuni di loro, tra cui l’inaffondabile Sam, che servì su tre navi da guerra, una tedesca e due britanniche. Un altro è Blackie, gatto di bordo sulla HMS Prince of Wales della Royal Navy britannica.
Nella foto sotto, invece, potete vedere Tiddles, che servì su diverse portaerei britanniche.
FOTO FAMOSE....

Il capitano A. J. Hailey col suo gatto sulla Empress of Canada, anni venti // UBC Library Digitization Centre / Wikimedia

Gatto di bordo sulla Encounter durante la prima guerra mondiale

Churchill saluta il gatto Blackie prima di risalire sulla Prince of Wales
(2)
LO STORICO RIMORCHIATORE
PIETRO MICCA

Immagina un piroscafo di fine Ottocento che respira vapore, sbuffa come un antico drago marino e continua a navigare, sfidando gli anni e la sorte. Costruito in Inghilterra nel 1895 nei cantieri Rennoldson & Son di South Shields, nacque con il nome Dilwara, lungo poco più di trenta metri, con motore a triplice espansione e una struttura in acciaio robusta. Era progettato per l’epoca con tecnologie avanzate, tra le più moderne nel campo dei rimorchiatori portuali.
Fu battezzato, col tempo, come rimorchiatore d’alto mare a vapore: una creatura ibrida, dotata di vele (armata a goletta) per sfruttare il vento e ridurre il consumo di carbone o olio pesante. L’armo a due alberi aggiungeva stabilità e autonomia: se il vento era favorevole, la nave avanzava senza consumare vapore, una concezione intelligente nel tramonto della navigazione a vela.
Nel 1905, dopo aver prestato servizio nei porti britannici, il Dilwara fu venduto all’Italia e ribattezzato Pietro Micca, diventando parte del registro del compartimento marittimo di Napoli.
La sua carriera italiana fu intensa: trascorse decenni al servizio delle società armatrici Merlino-Fagliotti, impegnato nel rimorchio di pontoni carichi di massi per la costruzione di moli, frangiflutti e porti lungo la costa.
La sua Sala macchine respirava vapore e sudore mentre spostava carichi colossali con una lentezza voluta, affidabile e inesorabile.
Durante le due guerre mondiali, il Pietro Micca fu reclutato come nave ausiliaria militare e dragamine. La sua potenza - una macchina da 500 cavalli vapore con compressore a 90 giri/minuto - lo rese prezioso per compiti di supporto logistico, trainando pontoni pesanti sotto le bombe o rifornendo flotte navali. Rimase operativo anche come supporto della flotta americana di stanza a Napoli fino ai primi anni Novanta del Novecento.
Nel 1996, quando il porto di Napoli fu abbandonato dalle forze americane e molte navi storiche rischiarono la demolizione, il Pietro Micca era in pericolo. Ma fu allora che intervenne la volontà dei pochi che ancora credevano nella sua storia.
Pier Paolo Giua, direttore del cantiere nautico Tecnomar di Fiumicino, scrisse una pagina determinante: fondò l’Associazione Amici delle Navi a Vapore G.L. Spinelli, raccolse fondi, convinse la famiglia Spinelli di Monte di Procida e avviò il salvataggio.
La nave fu trasferita a Fiumicino, ormeggiata nei cantieri Tecnomar, e sottoposta a un restauro lungo e paziente. Ogni lamiera, ogni vite, ogni condotta di vapore fu revisionata. Il ponte, la sala macchine, la ciminiera a strisce rosse e nere: tutto tornò a respirare storia. Il risultato fu un miracolo: il Pietro Micca, a oltre 100 anni dalla sua nascita, rimaneva la più antica nave commerciale a vapore ancora navigante d’Italia.
In quel momento, non era più solo un rimorchiatore: era un monumento vivente.
Oggi, il Pietro Micca è ancora pronto a prendere il mare. Partecipa a eventi culturali, attività didattiche, campagne ambientali e crociere storiche. Spesso diventa parte di progetti come la “Goletta Verde” di Legambiente, simbolo di un ritorno all’esperienza autentica del mare.
Il suo ponte racconta storie di lavoro portuale, di guerra, di partenze mattutine ad arco basso sul mare. È un narratore silenzioso di rivoluzioni tecnologiche e mutamenti sociali.
Sul ponte si respira tensione e precisione: una cima spezzata può valere una vita, un rimorchio mal fatto può provocare il capovolgimento.
Eppure, tra quelle lamiere e cuciture di acciaio, si percepisce il rispetto per una meccanica semplice ma robusta, fatta per durare. La sala macchine, con caldaia originale, condotte di vapore e rubinetterie antiche, conserva l’incanto di una tecnologia ottocentesca che ancora pulsa.
Il valore del Pietro Micca non è solo tecnico o estetico: è il ricordo tangibile di un’Italia marittima che sapeva costruire, innovare e navigare.
È il simbolo della cultura del lavoro portuale, della fatica manuale, ma anche della visione imprenditoriale e della volontà tenace di preservare la memoria.
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#PietroMicca
#NaviStoriche
La straordinaria storia del "Pietro Micca" 1895
Di Emilio Parenti
https://www.barchedepocaeclassiche.it/marineria/navi/550-la-straordinaria-storia-del-pietro-micca-1895.html
ALBUM FOTOGRAFICO





(3)
RICETTA DEL GARUM
SVELATA.....
Per gli antichi ROMANI il pesce era una fonte essenziale di proteine. Inoltre era molto utilizzato perché poteva essere facilmente conservato sotto sale oppure grazie alla fermentazione. Uno dei prodotti più richiesti, nato da questi processi di conservazione del pesce, era il garum. Le varietà si differenziavano in base agli ingredienti aggiunti al composto: pepe (garum piperatum), aceto (oxygarum), vino (oenogarum), olio (oleogarum) o acqua (hydrogarum).
Il garum era molto apprezzato perché si conservava a lungo: veniva esportato in tutto l'Impero Romano, viaggiando per lunghe distanze. Per questo motivo, lungo le coste atlantiche della Hispania (l'attuale penisola iberica) e della Tingitana (oggi Marocco) sorsero numerosi impianti "industriali" di salagione del pesce, chiamati cetariae. Il più ricercato veniva dall'Andalusia, ma grandi stabilimenti si trovavano anche sulla costa nordafricana, da Cartagine all'attuale Algeri.
MA QUALI PESCI? I resti di pesce trovati nelle vasche di salagione sono difficili da identificare: spesso sono in condizioni pessime, frammenti piccolissimi e sbriciolati, perché, durante la produzione della salsa, le materie prime venivano schiacciate e lasciate fermentare per settimane.


Il garum romano era una salsa liquida di pesce fermentato, ricavata da interiora e pesci piccoli (come alici e sgombri), che veniva usata dagli antichi Romani come condimento onnipresente per insaporire carne, verdure e altri piatti. La preparazione, che coinvolgeva la salatura e un processo di idrolisi enzimatica, conferiva al garum un sapore umami intenso e salato,* diventando un ingrediente fondamentale della gastronomia romana, tanto da essere considerato anche un simbolo di prosperità e avere un valore nutrizionale grazie alle proteine idrolizzate.
*Sapore Umami: Il sapore umami (dal giapponese "saporito" o "delizioso") è il quinto gusto fondamentale percepito dalle nostre papille gustative, accanto a dolce, salato, amaro e acido. È caratterizzato da una sensazione di pienezza e ricchezza negli alimenti, ed è causato principalmente dalla presenza di glutammato, un amminoacido libero. Il glutammato si trova naturalmente in alimenti ricchi di proteine come formaggi stagionati, carni, alghe e pomodori maturi, e viene rilasciato.

Sardine: era questo l'ingrediente base del pregiato garum iberico, la salsa che faceva impazzire gli antichi Romani
Un recente studio condotto da archeologi e genetisti ha svelato la ricetta del garum, la celebre salsa di pesce fermentato molto amata nell’antica Roma.
Analizzando il DNA dei resti di pesci trovati in una vasca di salagione del sito romano di Adro Vello in Galizia (Spagna), risalente al III secolo d.C., gli studiosi hanno identificato la sardina europea (Sardina pilchardus) come ingrediente principale del garum iberico.
La fermentazione del pesce, resa possibile dall’uso del sale, produceva una salsa ricca di sale e glutammato, simile ai moderni insaporitori. Esistevano diverse varianti a seconda degli ingredienti aggiunti (es. pepe, aceto, vino, olio, acqua). Il garum era molto richiesto e veniva esportato in tutto l’Impero, soprattutto dalle coste dell’Andalusia e del Nord Africa, dove si trovavano grandi impianti di produzione.
Come abbiamo già detto, la salsa veniva prodotta attraverso un processo di decomposizione del pesce, ciò ha reso molto difficile il riconoscimento delle specie ittiche trovate nelle vasche di salagione, in quanto i processi di fermentazione accelerano il degrado del materiale genetico.
Nonostante tutto, grazie alle moderne tecnologie, gli studiosi sono riusciti ad individuare il tipo di pesce utilizzato quale ingrediente base; e non solo. In altri siti di produzione di garum sono stati trovati anche resti di altre specie, come aringhe, merluzzi, sgombri e acciughe.
Lo studio del Centro Interdisciplinare di Ricerca Marina e Ambientale (CIIMAR) dell'Università di Porto, pubblicato su Antiquity, ha anche evidenziato una maggiore purezza genetica delle sardine antiche rispetto a quelle moderne. Inoltre, l’uso del DNA antico apre nuove possibilità per approfondire le abitudini alimentari e i commerci del mondo romano.
Domande e risposte
Dove veniva conservato il garum?
Nelle ANFORE: i container dell'antichità
Quando la parte liquida si era molto ridotta, s'immergeva in un recipiente pieno di liquamen un cestino; il liquido che vi filtrava dentro era garum, e veniva conservato in anfore nelle cantine.
Come era fatto il garum romano?
Il secondo prodotto che usciva dalle cetariae erano le salse, la più popolare delle quali era il garum. Per la sua produzione, le vasche venivano riempite di pesci piccoli (ciò che oggi chiamiamo minutaglia), acciughe, sgombri e le parti rimanenti dei pesci di dimensioni maggiori.
Cosa vuol dire garum?
Il garum era un'antica e diffusa salsa romana a base di pesce fermentato e sale, con origini ancora più antiche in Grecia e Fenicia. Era preparato con interiora, sangue e a volte piccoli pesci, che venivano messi a macerare al sole e salati per lunghi periodi. Oggi, il garum è stato riscoperto e reinterpretato, con moderne versioni che utilizzano tecniche di fermentazione più sostenibili per creare una salsa sapida e ricca di umami, impiegata in varie preparazioni culinarie.
Dove posso acquistare il garum dei Romani?
Il Garum dei Romano è disponibile sul nostro sito ufficiale e presso punti vendita selezionati come gastronomie, epicerie, boutique del gusto, enoteche. Visita il nostro shop online per scoprire le offerte e le promozioni dedicate agli amanti della cucina gourmet.
Che cos'è il garum moderno?
Il garum moderno viene fatto fermentare a 60° per più di due mesi con l'aiuto del koji; il risultato è una salsa densa che può essere utilizzata in molti modi in cucina, e anche gli avanzi di parmigiano e pancetta possono essere utilizzati in modo ottimale.
CAMPI FLEGREI
CAMPI FLEGREI

SOMMARIO
- INTRODUZIONE
- CAMPI FLEGREI – POZZUOLI ED IL SUO MONDO
- SAN GENNARO DI POZZUOLI
- BRADISISMI NEI CAMPI FLEGREI
- CONCLUSIONE
EVVIVA I CAMPI FLEGREI!
Il suolo il più infido, sotto il cielo il più limpido! Acque bollenti, grotte le quali sprigionano vapori zolforosi, monti calcari, decomposti, selvaggi, ostili alla vita delle piante, ed ad onta di ciò, vegetazione rigogliosa quanto si possa vedere dovunque; la vita che trionfa sulla morte; stagni, ruscelli, e per ultimo una foresta stupenda di querce, sulla pendice di un antico volcano.
Johann Wolfgang von Goethe
INTRODUZIONE
La “Baia Sommersa” dei Campi Flegrei si estende lungo il litorale tra Bacoli e Pozzuoli, proprio di fronte all’antico porto di Baia. Oggi quest’area, divenuta Parco Archeologico Sommerso di Baia (2002), è un luogo unico al mondo: un museo subacqueo che custodisce templi, ville, mosaici e statue romane inghiottite dal mare a causa del bradisismo.
Il fenomeno dello sprofondamento del terreno, che nei secoli ha mutato il profilo costiero flegreo, ha reso possibile la conservazione straordinaria di un’intera città romana sotto il livello del mare, donandoci una testimonianza viva della grandezza e della fragilità del mondo antico.
Per me, però, Baia non è soltanto un sito archeologico. È anche un ricordo personale, nitido e indimenticabile.
Era il 1969 e mi trovavo al comando del rimorchiatore d’altomare M/r BRASILE, quando ricevetti l’ordine di recarmi a Baia per prendere a rimorchio una nave destinata alla demolizione a Spezia.

Banchina del Porto di Baia
Arrivammo dopo il tramonto e ottenemmo dalla Capitaneria l’autorizzazione ad attraccare alla banchina. La manovra procedeva regolarmente, in condizioni di assoluta calma di mare e di vento.
Eppure, a poche decine di metri dall’ormeggio, sentimmo un colpo secco sotto lo scafo: non forte, ma abbastanza da lasciarci perplessi. Nessuno a bordo seppe spiegarselo. Il giorno successivo, mandai in acqua il nostro sommozzatore Dugga, veterano coraggioso della Seconda guerra mondiale.


Dopo aver controllato lo scafo e rassicurato che non vi fosse alcun danno, tornò su con una rivelazione che ci lasciò senza parole: sotto di noi si estendeva una città sommersa, con mosaici, statue e persino ninfei. Forse avevamo urtato proprio il tetto di una villa romana.
Da quel giorno Baia è rimasta impressa nella mia memoria. Non solo come un porto di transito, ma come un luogo di mistero e fascino senza tempo, capace di legare la mia vita di mare alle profondità della storia.
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I CAMPI FLEGREI – POZZUOLI ED IL SUO MONDO
GOLFO DI NAPOLI


Il golfo di Napoli visto da Castellamare di Stabia
POZZUOLI E IL SUO MONDO

I Campi Flegrei sono un'area vulcanica attiva situata ad ovest di Napoli, che include i comuni di Bacoli, Monte di Procida, Pozzuoli, Quarto, Giugliano in Campania e parte della città di Napoli.
Cartina SAT dei Campi Flegrei con i laghi

I laghi dei Campi Flegrei sono quattro: il Lago d'Averno, un lago vulcanico dal fascino mitologico; il Lago di Lucrino e il Lago Fusaro, lagune costiere sorte per sbarramento; e il Lago Miseno, anch'esso una laguna costiera conosciuta come Mar Morto. Questi specchi d'acqua sono un'importante risorsa idrografica e testimoniano l'intensa attività vulcanica che ha caratterizzato l'area nel corso dei secoli.
Lago d'Averno: È un tipico lago vulcanico situato all'interno di un cratere, circondato da colline e boschi. Il suo nome deriva dal greco "Aornos" (senza uccelli) a causa delle antiche esalazioni sulfuree che un tempo rendevano l'aria tossica. È stato considerato l'ingresso agli Inferi nella mitologia e nella letteratura classica, come nell'Eneide e nell'Odissea.
Lago di Lucrino: Una laguna costiera la cui origine è legata a uno sbarramento naturale. Un tempo era molto più grande e fu sfruttato fin dall'epoca romana per l'itticoltura, soprattutto per l'allevamento di ostriche.
Lago Fusaro: Anch'esso una laguna costiera e un'altra testimonianza dell'attività vulcanica dei Campi Flegrei. È famoso per la Casina Vanvitelliana, una struttura architettonica settecentesca situata sull'isola nel lago.
Lago Miseno: Conosciuto anche come Mar Morto, è una laguna costiera situata nel comune di Bacoli, tra Monte di Procida e Capo Miseno. È caratterizzato da una natura affascinante e radici storiche che si intrecciano con il mito.


I Campi Flegrei non hanno un unico vulcano, ma sono una vasta area vulcanica con diversi centri eruttivi attivi e quiescenti, tra cui spiccano la Solfatara di Pozzuoli, nota per le sue attività fumaroliche, e il Monte Nuovo, (nella foto SAT), l'edificio vulcanico più recente formatosi nel 1538.
MONTE NUOVO - Storia
https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Nuovo

Monte Nuovo e lago d'Averno come si vedono dalla SS 7 via Domiziana
Campi Flegrei, vulcano Monte Nuovo. Veduta Lago di Lucrino

POZZUOLI
ANFITEATRO FLAVIO
POZZUOLI
https://it.wikipedia.org/wiki/Anfiteatro_Flavio_(Pozzuoli)
ANFITEATRO FLAVIO Il terzo anfiteatro romano più grande d'Italia, terminato dagli imperatori della dinastia FLAVIA capace di ospitare 40.000 spettatori.
Le principali attrazioni a Pozzuoli
Solfatara. 1.757. Vulcani. ...
Baia Archeological Park. 174. Siti storici. ...
Parco Archeologico di Cuma. 426. Siti storici. ...
Anfiteatro Flavio. 726. Rovine antiche. ...
Lago d'Averno. 436. Corsi e bacini d'acqua. ...
Campi Flegrei. Sorgenti d'acqua calda e geyser. ...
Rione Terra. 524. ...
Antro della Sibilla. 279.
Comune di Pozzuoli - Città dei campi Flegrei
I due Anfiteatri di Pozzuoli
https://comune.pozzuoli.na.it/percorso-archeologico-del-rione-terra/anfiteatri/
Chi è più antica, Napoli o Pozzuoli?
La storia di Pozzuoli però è più antica, perchè ci sono prove della sua frequentazione fin dal VII sec. a. Inoltre nel 421 a.c. passò in mano ai Sanniti.
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SAN GENNARO DI POZZUOLI
San Gennaro non è nato a Pozzuoli; le fonti indicano che è nato a Benevento (o forse Napoli) e fu martirizzato a Pozzuoli nel 305 d.C. durante le persecuzioni di Diocleziano, motivo per cui viene chiamato "San Gennaro di Pozzuoli", in riferimento al luogo del suo martirio e non della sua nascita.

San Gennaro di Pozzuoli
Il Santuario di San Gennaro alla Solfatara, situato nella zona dei Campi Flegrei, dove, secondo la tradizione, il Santo vescovo fu decapitato. La chiesa conserva la pietra del martirio, sulla quale si dice appaiano macchie di sangue che si ravvivano in sincronia con il fenomeno del miracolo del sangue di Napoli.
IL SANTUARIO DI SAN GENNARO ALLA SOLFATARA DI POZZUOLI
HOLY BLOG
https://www.holyart.it/blog/articoli-religiosi/il-santuario-di-san-gennaro-alla-solfatara-di-pozzuoli/
https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_San_Gennaro_alla_Solfatara

San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli
FAMIGLIA CRISTIANA
SAN GENNARO, DAL MARTIRIO AL MIRACOLO DEL SANGUE, LE COSE DA SAPERE
https://www.famigliacristiana.it/articolo/san-gennaro-dal-martirio-al-miracolo-del-sangue-le-cose-da-sapere.aspx
SAN GENNARO NELL’ANFITEATRO DI POZZUOLI
QUADRO FAMOSO – STORIA
https://it.wikipedia.org/wiki/San_Gennaro_nell%27anfiteatro_di_Pozzuoli
OSSERVATORE ROMANO
Una compagnia di amici cristiani
La storia di S. Gennaro vescovo di Benevento martire sotto Diocleziano
https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-09/una-compagnia-di-amici-cristiani.html
San Gennaro condannato al martirio
Era il 305 d.C. quando si trovò a visitare Pozzuoli, in una missione per incontrare il vescovo di Bacoli, suo stretto amico.
Proprio in quest’occasione fu condannato, assieme ad altri sette predicatori cristiani (fra cui anche San Procolo, il protettore di Pozzuoli), al martirio dinanzi alle bestie. E fu qui che accadde il miracolo: una volta scatenati i leoni feroci, anziché avventarsi sul santo e sugli altri martiri, si ammansiscono.
Artemisia li dipinse così: San Gennaro, con la mano in alto, come nell’atto di una benedizione, con i leoni di fronte: in alto uno feroce, che ringhia ancora, al centro uno che lo osserva, quasi ipnotizzato, e in primo piano uno ammansito che quasi si inchina.

E sotto la veste si vede un piede che il santo prova a tirare indietro mentre la bestia si avvicina, perché San Gennaro era pur sempre un uomo e, in cuor suo, quel pizzico di umana paura è tradito proprio da questo particolare.
Accanto a lui, San Procolo che ringrazia Dio per il miracolo.
Questo prodigio non salvò nessuno dei martiri cristiani. E lo stesso San Gennaro fu decapitato.
ARTEMISIA GENTILESCHI

Artemisia Gentileschi è stata una celebre pittrice italiana del XVII secolo, nota per le sue opere di grande intensità emotiva e per essere una delle prime donne a ottenere riconoscimento nel mondo dell'arte europea.
Nata a Roma nel 1593, Artemisia mostrò un talento precoce per la pittura. Grazie anche alla guida artistica di suo padre, il pittore Orazio Gentileschi, potè imparare i trucchi del mestiere.
https://it.wikipedia.org/wiki/Artemisia_Gentileschi
STORIENAPOLI
Opere di Artemisia Gentileschi
https://storienapoli.it/2022/01/07/san-gennaro-nellanfiteatro-pozzuoli/
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BRADISISMI NEI CAMPI FLEGREI
La storia del bradisismo ai Campi Flegrei è una successione di lenti movimenti del suolo, che includono periodi di sollevamento (fase ascendente) e di abbassamento (fase discendente) dovuti alla pressione del magma in profondità. Le crisi bradisismiche più recenti e intense si sono verificate tra il 1970 e il 1972 e tra il 1982 e il 1984, causando un sollevamento del suolo di diversi metri, numerosi terremoti, danni agli edifici e lo spostamento di parte della popolazione di Pozzuoli. Dopo un periodo di subsidenza, dal 2005 è iniziata una nuova fase di sollevamento del suolo, tuttora in atto e accompagnata da un livello di allerta giallo.
BRADISISMO FLEGREO
https://it.wikipedia.org/wiki/Bradisismo_flegreo
Il Bradisismo dei Campi Flegrei nelle fonti storiche
https://www.archeoflegrei.it/il-bradisismo-dei-campi-flegrei-nelle-fonti-storiche/


Dati termici della Stazione Spaziale Internazionale nella zona dei #CampiFlegrei per rilevare le variazioni di temperatura che precedono i terremoti più intensi.
Secondo un nuovo importante studio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (#INGV), il monitoraggio satellitare potrebbe migliorare la sorveglianza dei Campi Flegrei, integrandosi con i sistemi di allerta sismica e termica esistenti.
Grazie alle osservazioni satellitari, si potrebbero rilevare con maggiore precisione variazioni anomale di temperatura e deformazioni del suolo, offrendo avvisi anticipati su scosse intense in modo da proteggere la popolazione.

La freccia Rossa indica la posizione del Tempio di Serapide
Macellum di Pozzuoli
TEMPIO DI SERAPIDE
II Secolo d.C.

Il Tempio di Serapide è uno dei monumenti più noti e rappresentativi dei Campi Flegrei: si trova nella zona più vitale del centro di Pozzuoli, a pochi passi dalle banchine del porto.
Verso la metà del ‘700 il re Carlo di Borbone, incuriosito da grandi colonne di marmo cipollino che affioravano da un fondo noto come “Vigna delle tre colonne”, (Antonio Niccolini, ”Descrizione della gran Terma Puteolana, volgarmente detta Tempo di Serapide”, Stamperia Reale Napoli 1846), ne ordinò uno scavo archeologico e, al di sotto di molti metri di residui marini, fu dissotterrato il cd Tempio di Serapide, che, nel corso dei secoli, è diventato il simbolo del bradisismo flegreo.
Numerose, infatti, sono le immagini che lo ritraggono ora semi-sommerso dal livello del mare, ora completamente all’asciutto.
Si presenta come un cortile a pianta quadrata, circondato da un porticato sul quale si affacciano le botteghe che si aprono alternativamente ora verso l'interno ora verso l'esterno; due latrine pubbliche sono dislocate ai lati dell'abside di fondo. Mentre resti di scale che conducevano al piano superiore del porticato si conservano ai lati dell'ingresso monumentale che si apriva verso il porto; infine, al centro del cortile vi è una costruzione circolare sopraelevata, circondata un tempo da colonne sul quale podio si poteva salire tramite quattro scalinate disposte a croce.
Tutto l'edificio ricorda nella pianta altri mercati di città antiche, come quelli di Pompei, Morgantina, Roma e Cremna.
Tra questi il Macellum di Pozzuoli resta uno dei più grandiosi ed integri, grazie anche alla sommersione bradisismica che nei secoli passati lo ha preservato da una più grande spoliazione dei suoi elementi architettonici.
L'edificio è stato a lungo impropriamente denominato Tempio di Serapide, per il rinvenimento di una statua del dio egizio nel 1750, all'epoca dei primi scavi. Studi successivi hanno invece accertato che si tratta dell'antico Macellum, cioè il mercato pubblico della Puteoli romana.
Esso è, per dimensioni, il terzo più importante monumento napoletano di questo tipo.
A livello scientifico, esso ha rappresentato per alcuni secoli l'indice metrico più prezioso e preciso che si aveva a disposizione per misurare il fenomeno del bradisismo.

Il monumento a Pozzuoli che ha testimoniato e misurato il fenomeno del bradisismo per secoli è il Macellum, meglio conosciuto come il Tempio di Serapide. Le sue colonne presentano infatti fori scavati da molluschi marini fino a una certa altezza, indicando il livello massimo raggiunto dal mare, e quindi l'entità del sollevamento o abbassamento del suolo.
Protezione Civile Pozzuoli
Portale del Cittadino
https://protezionecivilepoz.wixsite.com/pozzuoli/copia-di-pianificazioni-di-protezio
Dipartimento della Protezione Civile
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Mappa zone di pianificazione nazionale di emergenza nell’area flegrea

La mappa indica la zona rossa e la zona gialla, previste dalla pianificazione nazionale di emergenza per il rischio vulcanico per i Campi Flegrei. Le aree sono state individuate nel Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 24 giugno 2016.
La zona rossa è l’area per cui l’evacuazione preventiva è, in caso di “allarme”, l’unica misura di salvaguardia per la popolazione. In caso di eruzione, sarebbe infatti esposta al pericolo di invasione di flussi piroclastici che, per le loro elevate temperature e velocità, rappresentano il fenomeno più pericoloso per le persone. Nell’area vivono circa 500mila abitanti.
La zona gialla è l’area che, in caso di eruzione, sarebbe esposta alla significativa ricaduta di ceneri vulcaniche. Per quest’area potrebbero essere quindi necessari allontanamenti temporanei della popolazione che risiede in edifici resi vulnerabili o difficilmente accessibili dall’accumulo di ceneri.
Nell’area vivono oltre 800mila abitanti.
Le aree di attesa sono quelle da cui, in caso di dichiarazione di “allarme”, partono i pullman della Regione Campania per condurre i cittadini nelle aree di incontro, al di fuori della zona rossa. Sono individuate nei Piani di protezione civile comunali.
Le aree di incontro sono le 6 aree, al di fuori della zona rossa, da cui partono i cittadini che scelgono il trasporto assistito (via pullman, treno, nave) per raggiungere le Regioni e le Province autonome gemellate con i propri Comuni.
CONCLUSIONE
La nostra Italia è uno scrigno straordinario, ricco di tesori che spaziano dall’arte alla musica, dalla storia alla religiosità, senza dimenticare il clima, il mare, lo sport. Ogni regione custodisce meraviglie uniche, ma ciò che rimane più impresso nel cuore di chi viaggia non sono solo i monumenti o i panorami: è l’umanità della gente incontrata lungo il cammino.
Ebbene, i Campi Flegrei rappresentano in pieno questa ricchezza. Qui la bellezza della natura e della storia si intreccia con la forza e la resilienza di chi vi abita. In questa terra che palpita, che si muove, che vive sospesa tra il respiro profondo del vulcano e il mare che custodisce la memoria del passato, la vita continua con una normalità sorprendente.
Ciò che più colpisce è proprio questo: gli abitanti dei Campi Flegrei, pur consapevoli del rischio di vivere sopra un terreno che da sempre trema e sprofonda, non pensano a fuggire. Restano, radicati alla loro terra, con un senso di appartenenza che rasenta il religioso fatalismo. È un atteggiamento che commuove, un mistero difficile da spiegare, ma che dona a questa zona un carattere unico, capace di restare nella memoria di chiunque vi si avvicini.
In questa terra che respira e trema, la forza della gente rende eterno ciò che il tempo minaccia di cancellare.
Carlo GATTI
Rapallo, mercoledì 24 settembre 2025
LA VIA APPIA - UNA ROTTA DI PIETRA TRA DUE MARI
LA VIA APPIA
UNA ROTTA DI PIETRA TRA DUE MARI

La Via Appia non fu solo una strada: fu una rotta di pietra tra due mari, dove Roma incontrò altri mondi e scrisse pagine di storia che ancora oggi ci parlano.
Introduzione
La mia passione per Roma e per la sua storia nacque quando, ancora ragazzo, mio padre mi fece ascoltare per la prima volta il poema sinfonico di Ottorino Respighi (1924): I Pini della Via Appia.
Quelle note mi trascinarono dentro un sogno: sentivo la terra tremare sotto i passi delle legioni, le buccine chiamare all’avanzata, le trombe aprire la strada al trionfo sul Campidoglio. Era come trovarsi davanti a un film grandioso, che la mia fantasia di studente – allora immerso nello studio della potenza di Roma – trasformò in un ricordo indelebile. Da quel giorno, la musica e la storia divennero per me due vele gemelle gonfiate dallo stesso vento.
Con gli occhi del marinaio, oggi rivedo la Via Appia non solo come una strada di pietre, ma come una grande rotta tracciata sulla terra: una via che, come una corrente marina, univa due mari e apriva Roma verso due continenti. Era la sua autostrada d’acqua e di terra insieme, il corridoio che permise all’Impero di salpare verso l’Oriente. Su quella via si consumò l’incontro e lo scontro di civiltà diverse che, come onde provenienti da opposte direzioni, finirono per mescolarsi, generando nuove correnti di cultura, arte e pensiero.
La Via Appia fu dunque più di una strada: fu una rotta di vele e di triremi che proseguiva nel Mediterraneo, un porto sempre aperto dove le genti si incontravano come navi in rada. E ancora oggi, percorrendola con la memoria, si può sentire lo stesso vento che spingeva le legioni a terra e le flotte sul mare: il vento della storia, che non smette mai di soffiare.

Un po’ di storia...
Nel 2024, la 46a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, svoltasi a New Delhi in India ha iscritto il sito “Via Appia - Regina Viarum” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, per le tecniche ingegneristiche innovative grazie a cui fu costruita che ne fanno un sorprendente esempio di edilizia e architettura capace di illustrare una fase significativa nella storia umana. Inoltre, le prime 12 miglia, costellate da numerosi e celebri monumenti, costituiscono uno dei tratti dell’itinerario più celebrati nell’arte attraverso i secoli.
Era chiamata Regina Viarum, la regina delle strade.
Un appellativo quanto mai meritato visto che la via Appia antica era la principale arteria di comunicazione del mondo mediterraneo. Nel 312 a.C. fu il console Appio Claudio a dare il nome alla nuova arteria per costituire un asse viario che collegasse velocemente Roma ai Colli Albani, utile prima di tutto per il movimento delle truppe verso sud durante la Seconda Guerra Sannitica (326-304 a.C.).
Nel tempo, la strada seguì l’espansione del dominio romano e si estese prima a Capua, poi a Maleventum - trasformato, dopo la vittoria nel 268 a.C. su Pirro, in Beneventum, secondo la tradizione - e, successivamente, a Taranto e infine, per volere di Traiano, nel 191 a.C. avrebbe raggiunto Brindisi, il principale porto per la Grecia e l’Oriente.
Quando fu tracciata era un miracolo di innovazione tecnologica, migliore e soprattutto molto più duratura rispetto alle dissestate strade romane di oggi.
Il segreto?
Destinata ad essere percorribile in tutte le condizioni meteorologiche e con ogni mezzo, l’Appia aveva una pavimentazione realizzata con grandi pietre levigate e perfettamente combacianti, posate su uno strato di pietrisco capace di garantire tenuta e drenaggio.

Al di là del chiaro impiego militare, una volta completata, la strada divenne uno strumento di pace e di comunicazione per collegare Roma con le sponde dell’Adriatico, da dove non era poi difficile partire per quello che era ritenuto il faro culturale dell’Impero, ossia quella Grecia, protettorato romano dal 146 a.C. e tredici anni più tardi provincia della Roma imperiale.
Una funzione, quella dell’Appia, che non si esaurì con la fine della mastodontica struttura statale romana, ma ebbe vita lunga nelle epoche successive, assicurando facilità di movimento prima ai Crociati, poi a Federico II di Svevia e pure ai pellegrini che andavano a pregare a Gerusalemme.
Questa efficienza, mantenuta per oltre quindici secoli, era dovuta alla tecnica costruttiva della Regina viarum.
Larga quattordici piedi romani, ossia poco meno di quattro metri e mezzo, la strada prevedeva uno scavo che seguiva l’andamento dei bordi, indispensabili per dare il verso alla direzione. All’interno dello scavo si collocavano tre strati.
Il primo strato, detto statumen, era costituito da pietre grezze e grandi collocate nella sede stradale.
Il secondo strato consisteva nella messa in opera della malta e del pietrisco che assicurava il drenaggio sia dell’acqua meteorica (la pioggia), sia di quella di eventuali alluvioni.
Era detto glareatum oppure rudus e veniva battuto con cura.
Il terzo strato, l’ultimo, era formato da una miscela di malta, sabbia e puzzolana (detto nucleus) nel quale si affogavano i basoli di pietra lavica che costituivano il pavimentum.
Si capisce, allora, perché l’Appia sia sopravvissuta a ogni prova del tempo atmosferico e di quello della Storia. Oggi, come un fiume carsico, la Regina viarum s’inabissa nella modernità per riemergere inaspettata portando con sé la memoria del passato, ma anche una speranza per il futuro. Infatti, se l’Appia sopravviverà alla sciatteria degli uomini, avremo un mondo migliore.
Questo pare essere il tacito messaggio contenuto nei sorprendenti “scatti” del fotografo Giulio Ileardi, pubblicati nell’elegante catalogo edito da Gangemi, arricchito dai contributi di Luigi Oliva a Simone Quilici, curatori dell’esposizione.
Qui ci accoglie un video che raccoglie i momenti salienti di questo viaggio nel lontano passato e, come ovvio, le fotografie che documentano, per esempio, l’opus reticulatum del Capitolium di Terracina, ma pure i resti di un sepolcro di età romana che convivono con l’insegna di un 'Pizza- Point' a Formia, oppure gli archi dell’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere che hanno per sfondo anonimi edifici di edilizia popolare.
E’ un’esperienza unica perché per arrivarci bisogna camminare su quello stesso 'basolato' che era stato calcato da Orazio e da Augusto, da Mecenate e da Costantino.
I nostri piedi, incredibile a dirsi, vivono quelle medesime esperienze e registrano le stesse sensazioni sebbene siano diverse le calzature. Solo che tutto questo non è teoria, ma sta nella memoria dei nostri piedi.
Allargate questa cartina Che sintetizza, la Via Appia antica con tutte le località: Capua, Benevento, Venosa, che collegavano Roma a Brindisi, attraversando quattro regioni: Lazio, Campania, Basilicata e Puglia. Il tracciato si snoda per circa 630 chilometri.

LE SUE FUNZIONI variarono col tempo:
Da via militare e commerciale di grande importanza, che collegava Roma con l’Italia meridionale, divenne nel tempo anche la strada dove transitavano i pellegrini per imbarcarsi per Gerusalemme.
Non è la via Francigena del sud che non è mai esistita e non esiste, oggi viene chiamata così per solo lucro turistico.
La vera ed unica Via Francigena parte dalla Cattedrale di Canterbury e termina alla Città del Vaticano.
LE PIU’ BELLE IMMAGINI DELLA VIA APPIA

La costruzione della Via Appia fu un’impresa monumentale che rifletteva secoli di straordinaria abilità artigianale.

ROMA – BRINDISI
Regina Viarum (Appia Antica)
UN APPROFONDIMENTO DEL TRACCIATO
Per comodità Riportiamo la cartina che evidenzia i nomi delle località più conosciute.
Percorso

I tracciati: in bianco la via Appia, in rosso la via Traiana.
Il percorso originario dell'Appia Antica, partendo da Porta Capena, vicino alle Terme di Caracalla, collegava l'Urbe a Capua (Santa Maria Capua Vetere) passando per Ariccia, Forum Appii, Anxur (Terracina) nei pressi del fiume Ufente, Fundi, Itri, Formiae, Minturnae e Sinuessa (Sessa Aurunca).
Da Capua proseguiva poi per Vicus Novanensis (Santa Maria a Vico) e, superando la stretta di Arpaia, raggiungeva, attraverso il ponte sul fiume Ischero, Caudium (Montesarchio).
Da qui, costeggiando il monte Mauro, scendeva verso Apollosa e il torrente Corvo, su cui, a causa del corso tortuoso di questo, passava tre volte, utilizzando i ponti in opera pseudo isodoma di Tufara Valle di Apollosa e Corvo, i primi due a tre arcate e l'ultimo a due. Essi furono distrutti durante la Seconda guerra mondiale, e solo quello di Apollosa è stato ricostruito fedelmente.
È dubbio quale percorso seguisse l'Appia da quest'ultimo ponte fino a Benevento; rimane però accertato che essa vi entrava passando sul Ponte Leproso o Lebbroso, come indicato da tracce di pavimentazioni che conducono verso il terrapieno del tempio della Madonna delle Grazie.
Da cui poi proseguiva nel senso del decumano, cioè quasi nel senso dell'odierno viale San Lorenzo e del successivo corso Garibaldi, per uscire dalla città ad oriente e proseguire alla volta di Aeclanum (presso l'attuale Mirabella Eclano), come testimoniano fra l'altro sei cippi miliari conservati nel Museo del Sannio.
Superata Aeclanum (nota anche come Aeculanum), la strada giungeva nella Valle dell’Ufita ove, presso la località Fioccaglie di Flumeri, si rinvengono i resti di un insediamento graccano denominato probabilmente Forum Aemilii.
Da tale centro abitato si dipartiva infatti una diramazione, la via Aemilia diretta ad Aequum Tuticum e probabilmente nell’Apulia adriatica.
L'Appia raggiungeva invece il mar Ionio a Tarantum passando per Venusia (Venosa) e Silvium (Gravina).
Poi svoltava a est verso Rudiae (Grottaglie) (transitando per una stazione di posta presente nella città di Uria (Oria) e, da qui, terminava a Brundisium (Brindisi), nell'allora Calabria) dopo aver toccato altri centri intermedi.
In epoca imperiale la Via Appia Traiana avrebbe poi collegato, in maniera più lineare, Benevento con Brindisi passando per Aequum Tuticum (presso Ariano Irpino Aecae (Troia) Herdonias (Ordona), Canusium (Canosa) e Barium (Bari).
Monumenti e luoghi d'interesse storico lungo la Via APPIA, nei dintorni di Roma.
Nel tratto incluso nei confini di Roma Capitale (I-IX miglio)

I° miglio
La via partiva originariamente da Porta Capena, in seguito da Porta Appia.
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Porta Capenanelle Mura serviane (non più esistente)
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Terme di Caracalla
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Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo
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Chiesa di San Cesareo de Appia
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Casina del Cardinal Bessarione
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Oratorio dei Sette Dormienti
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Sepolcro degli Scipioni
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Colombari di Vigna Codini
ARCO DI DRUSO
L’Arco di Druso, che ancora oggi si attraversa percorrendo la via Appia in uscita dalla città, si trova a pochi passi da Porta S. Sebastiano.
Si tratterebbe in origine dell’arco trionfale dedicato, nel 9 a.C., a Druso Maggiore, figliastro di Augusto, e successivamente inserito nel tracciato dell’Acquedotto Antoniniano.
Viandanti sull'Appia Antica. Dipinto del 1858 di Arthur John Strutt.
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Area archeologica del viadotto di via Cilicia
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Fiume Almone
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Santuario di Marte Gradivo
. Tomba di Geta
Sepolcro di Priscilla

Il sepolcro di Priscilla è una tomba monumentale eretta nel I Secolo a Roma sulla Appia antica, situata di fronte alla Chiesa del Domine quo Vadis.
Chiesa del Domine quo vadis

La chiesa del "Domine quo vadis", o Santa Maria in Palmis, è un piccolo luogo di culto cattolico che si trova a Roma, al bivio tra l’Appia Antica e la via Ardeatina, nel quartiere Appio-Latino.
L'impronta del Quo Vadis

Villa dei mosaici dei tritoni

Cappella di Reginald Pole

Questo piccolo edificio di culto sorge all'inizio del II miglio della via Appia Antica, proprio all'incrocio con via della Caffarella.
Colombario dei liberti di Augusto

Incrocio con via della Caffarella
Ipogeo di Vibia

L’ipogeo di Vibia è una catacomba di Roma di diritto privato, sull'antica via Appia, nel quartiere Appio-Latino.
Catacombe di San Callisto

«Le catacombe per eccellenza, il primo Cimitero ufficiale della Comunità di Roma, il glorioso sepolcreto dei Papi del III secolo»
([Giovanni Battista de Rossi])
Le catacombe di San Callisto fanno parte del cosiddetto complesso callistiano, un'area di circa 30 ettari compresa tra la via Appia Antica, la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese, a Roma, che ospita diverse aree funerarie e catacombali.
Mausoleo delle Fosse Ardeatine

A pochi metri dalle catacombe di S. Callisto si trova il mausoleo delle Fosse Ardeatine, che rendere omaggio alla memoria delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Su questo luogo, lungo la via Ardeatina, sorgevano storicamente alcune cave di materiali vulcanici utilizzati a scopi edili, conosciute come Fosse Ardeatine. Durante l’occupazione tedesca di Roma, il 24 marzo del 1944, un gruppo di soldati tedeschi uccise qui 335 civili, nascondendone i corpi all’interno della cava, per rappresaglia nei confronti di un attentato del giorno prima da parte dei partigiani. A cinque anni dal tragico evento, il 24 marzo 1949, fu inaugurato un solenne mausoleo, in eterna memoria dei martiri romani.
Incrocio con via Appia Pignatelli
Basilica di San Sebastiano fuori le mura e catacombe di San Sebastiano

La basilica di San Sebastiano fuori le mura è un luogo di culto cattolico di Roma, nel quartiere Ardeatino, sulla via Appia Antica al numero 136. Fa parte delle sette Chiese visitate dai pellegrini in occasione del Giubileo.
Complesso della Villa di Massenzio (con palazzo, circo e mausoleo) e sepolcro dei Servilii

Casale di Romavecchia
Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Caetani

Il mausoleo di Cecilia Metella è un grandioso monumento funerario romano, situato nei pressi della via Appia. Costituisce con il Castrum Caetani un continuum archeologico, che sorge a Roma, poco prima del III miglio della Via Appia Antica, subito dopo il complesso costituito dal Circo, dalla Villa, e dal sepolcro del figlio dell'imperatore Massenzio, Valerio Romolo.
. Chiesa di San Nicola a Capo di Bove
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Forte Appia Antica
Mausoleo di Sant’Urbano martire

Il Mausoleo di Sant'Urbano, situato sulla Via Appia Antica, è una monumentale tomba in laterizio databile al IV secolo d.C. Si trova non lontano dal Mausoleo di Cecilia Metella e deve il suo nome alla tradizione cristiana secondo cui la matrona Marmenia avrebbe qui trasportato le spoglie del vescovo e martire Sant'Urbano.
Sepolcro di Hilarus Fuscus

Tumuli cosiddetti degli Orazi e Curiazi

Villa dei Quintili

La Villa dei Quintili è un sito archeologico situato a Roma, tra il V miglio di via Appia Antica e il settimo chilometro di via Appia Nuova.
Casal Rotondo

Casal Rotondo è un mausoleo romano in rovina sito al VI miglio della via Appia Antica.
Acquedotto dei Quintili

L'acquedotto dei Quintili è uno dei monumenti in consegna al Parco Archeologico dell’Appia Antica. Un lungo tratto si conserva tra la via Appia Antica e la via Appoia Nuova in prossimità di via del Casale della Sergetta e il Grande Raccordo Anulare.
. Sepolcro del vaso di alabastro (VII miglio
. Tempio di Ercole (VIII miglio)
. Berretta del prete
. Mausoleo di Gallieno (IX miglio)
Torre Leonardo

Torretta innestata su un antico sepolcro romano a Frattocchie di Marino (m. XI Appia Antica, km. 19 Appia Nuova).
I comuni interessati sono Ciampino e Marino (nelle sue località Santa Maria delle Mole e Frattocchie).
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Sepolcro a tumulo "Monte di Terra"
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Mausoleo circolare "La Mola" (a Santa Maria delle Mole, non molto lontano dalla stazione ferroviaria)
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Sepolcro con torretta a Frattocchie (XI miglio)
All'XI miglio, presso Frattocchie, questo primo tratto superstite dell'Appia antica si unisce alla Via Appia Nuova.

Mausoleo della Conocchia - Via APPIA

Il *Mausoleo della Conocchia* o semplicemente la Conocchia, è il principale monumento di Curti CE: si tratta di un monumento funerario che si erge imponente e maestoso sul percorso dell'antica Via Appia; il nome popolare deriva dalla forma che ricorda la conocchia (o fuso), oggetto usato per filare.
Risalente probabilmente al II secolo d.C., il sepolcro è dotato di undici nicchie ove si posavano le urne cinerarie.
Secondo la tradizione vi fu sepolta anche Flavia Domitilla, la matrona romana nipote di Vespasiano, perseguitata da Domiziano perché era di religione cristiana.
Altre fonti, invece, affermano che in questo mausoleo furono depositate le ceneri di Appio Claudio Cieco, politico e letterato romano, che realizzò proprio la Via Appia nel 312 a.C.
VIA APPIA ANTICA - PARCO ARCHEOLOGICO - MINTURNO (LATINA)

VIA APPIA – Catacomba di PRETESTATO

La catacomba di Pretestato sorge al secondo miglio della via Appia Antica. Qui vediamo:
Fronte di sarcofago di bambino con due navi onerarie, contenenti sei anfore ciascuna, affrontate ad un faro.
Circa III sec. d.C.
[ Catacomba e Museo di Pretestato , Via Appia Pignatelli, 11, Roma ]
Imbarcazioni e marinai di Tempi Remoti
VIA APPIA - TERRACINA

Terracina 1910 - Porta Napoletana e il Pisco Montano che Traiano fece tagliare per agevolare il transito sulla Via Appia evitando la grande salita sul Monte Giove Anxur.
TORRE DEL FOGLIANO

TORRE DEL FOGLIANO - I laghi del Fogliano e di Paola furono usati già in antichità come porti naturali. Erano adiacenti al mare e da esso separati da lunghe dune costiere. Fu con il passaggio della Via Appia che merci e passeggeri poterono essere trasbordati su navi d'alto mare verso l'Oriente, con grande beneficio economico per le città pontine. Questa torre e quella di Paola proteggevano gli ingressi al mare.
BRINDISI

La "ricostruzione" dell'epoca romana a Brindisi, intesa come l'insieme di elementi e strutture che caratterizzano la città nel periodo romano, include la presenza di un importante porto commerciale, l'istituzione della via Traiana che la collegava a Roma, la costruzione di infrastrutture come acquedotti e terme, e la definizione di un impianto urbanistico ortogonale. Il porto era un caposaldo per le rotte commerciali verso Oriente e sede di eventi storici e intellettuali, e tutt'oggi resti di domus, tracciati viari e strutture pubbliche sono testimoniati da scavi archeologici nel centro storico.
Le due colonne che attestano la fine della Via Appia al porto di Brindisi



Potenti mura di fortificazione racchiudevano l'abitato che era rifornito da un imponente acquedotto attraverso un Castellum Aquae ubicato presso le mura. Rimangono resti di tracciati viari, edifici abitativi, domus con pavimenti a mosaico, edifici pubblici e tombe identificati all'interno dell'attuale centro storico, attraverso rinvenimenti occasionali e scavi stratigrafici.
Un ampio quartiere abitativo, attraversato da uno dei quattro cardini della città romana, è visibile nell'area di S. Pietro degli Schiavoni, a breve distanza dall'area in cui doveva sorgere il Foro (attuale Piazza Vittoria). In questo settore della città era ubicato anche un complesso edificio termale pubblico.
Brindisi divenne così il principale porto romano verso l'Oriente, sia come base navale per tutte le guerre con la Macedonia, la Grecia e l'Asia minore, sia come importante centro commerciale, in sostituzione di Taranto, la cui importanza era assai diminuita dopo la conquista romana.
Brindisi rimase una florida e attiva città per tutto il periodo imperiale romano, Plinio la menziona per la produzione di specchi in bronzo, Varrone per la coltivazione della vite e Cassio Dione ne ricorda i venditori ambulanti di libri in lingua greca.
Resti di domus romane sono nella chiesa del Santo Sepolcro e palazzo Granafei. Sparsi ai margini delle strade s’incontrano rocchi di colonne, macine, capitelli; inseriti o murati sugli edifici sussistono puttini e busti.
L’ultima curiosità....
L'origine della parola italiana "brindisi” (nel senso di fare un brindisi) non ha a che fare con la città di Brindisi, ma deriva dallo spagnolo "brindis", che a sua volta deriva dalla formula tedesca "bring dir's", un invito a portare il calice come saluto augurale che risale a pratiche antiche, come lo scontro dei calici per verificare la presenza di veleno, un gesto che poi si è evoluto in un rito conviviale per esprimere amicizia, affetto e augurio di benessere, con diverse espressioni come "Salute!" che derivano dal latino.
Conclusione
Oggi la Via Appia ci appare come un segno antico inciso nella terra, ma agli occhi del marinaio rimane soprattutto una rotta. Una rotta che univa mari e continenti, che dava a Roma la forza di gettare ancore in porti lontani e di spiegare vele verso nuovi orizzonti.
Ogni pietra di quella strada racconta il passo di un legionario, ma anche il respiro del Mediterraneo che l’accompagnava. La Via Appia fu, ed è ancora, un ponte tra terra e mare: un viaggio che non finisce mai, perché continua ogni volta che percorriamo le sue pietre con la memoria o navighiamo sulle sue rotte con l’immaginazione.
Così come un marinaio sa che il mare non ha confini, Roma seppe che la sua via più celebre non era soltanto un cammino: era il mare stesso trasformato in strada.
Carlo GATTI
Rapallo, lunedì 22 settembre 2025



































