L'MPRESA SEMPRE ATTUALE DI UN CAPITANO CAMOGLIESE

L'IMPRESA SEMPRE ATTUALE DI UN CAPITANO CAMOGLIESE

Molto si dice sui brigantini e l'epoca eroica della vela. Qualcuno evidenzia negativamente la vetustà dell'argomento, cioè afferma che tale periodo appartiene ormai a storie desuete, fuori dai nostri tempi.

Eppure, il nostro Civico Museo Marinaro "G.B. Ferrari" conserva molte testimonianze di quell'epoca che non sono avvolte da antiquate ragnatele del passato, ma "au contraire" - come in ogni museo - si rigenerano, soprattutto per la fruizione delle generazioni future.

Un esempio remoto, e al tempo stesso attuale, è il dipinto raffigurante la nave a vela Trojan, che fu gestita dai fratelli Mortola, ramo "Liggia". Il veliero balzò alle vette della notorietà quando il suo capitano, Filippo Avegno di Camogli, la condusse come prima nave in assoluto nel porto di Gulfport, nello stato del Mississippi, Stati Uniti.
A quel tempo, la struttura portuale era stata appena inaugurata e gli americani erano perciò impazienti di iniziare il loro business del traffico di legname. Tale notizia è riferita dall'insigne custode della cultura marinara camogliese, Giò Bono Ferrari. Ferrari omette però il periodo storico di riferimento di quell'impresa ma, d'altro canto, spiega esaustivamente che il capitano Avegno non solo "inaugurò" il porto statunitense, ma anzi contribuì ad effettuare degli approfonditi sondaggi nei tortuosi fondali di quell'accesso. Fatto sta, che altre navi, dapprima riluttanti ad entrare in porto, si convinsero della sicurezza di quell'approdo: per Avegno fu perciò un tripudio di premi e riconoscimenti.
Bene, si dirà, abbiamo letto il testo di Ferrari; cosa c'è di nuovo?
Ecco, qui si richiama il concetto di rigenerazione e riferimento alle generazioni future.

Tempo fa, la Società Capitani e Macchinisti Navali di Camogli fu contattata dalla Società Storica di Gulfport. Come è noto, gli americani sono attentissimi al loro passato, per cui chiesero se avevamo disponibile un'immagine ben definita della nave Trojan, la quale costituisce ovviamente una pietra miliare nella storia di quel porto. I Capitani di Camogli inviarono immediatamente la foto del dipinto presente in Museo e, in Mississippi, di conseguenza, i nostri interlocutori furono euforici di quella trasmissione.


Il dipinto del Trojan presente al Museo Marinaro di Camogli

Quando la comunicazione con gli amici americani fu stabilita, iniziò un fitto scambio di informazioni sulla nave, dei suoi armatori, delle immagini. Anche noi fummo arricchiti di testimonianze: per esempio, le foto del 24 gennaio 1902 (data effettiva - finalmente nota -  dell'inaugurazione del porto di Gulfport), che mostrano la "nostra" nave ormeggiata e imbandierata!


Il Trojan ormeggiato a Gulfport: è il 24 gennaio 1902

Ma la collaborazione non termina qui: all’inaugurazione della nuova sede della Società Storica di Gulfport – prevista per il 2020 – verrà esposto un modello del veliero lungo un metro e mezzo, attualmente in costruzione presso il laboratorio di un professionista. E aggiungiamo la più grande soddisfazione: il logo della Società statunitense, che è un’immagine stilizzata del Trojan, farà per sempre una splendida pubblicità alla professionalità e intraprendenza camogliese.


La prossima sede della Società Storica di Gulfport. Il logo dell'ente raffigura il
veliero camogliese Trojan (vedi immagine sopra)

Come si vede, le gesta degli artefici della navigazione a vela camogliese sopravvivono nel tempo; anzi, c'è da aspettarsi che altri legami riaffiorino dagli anfratti più inaspettati e che - certamente - ci riempiono d'orgoglio.

BRUNO MALATESTA

10/2019


UN FIOCCO DI NEVE SUL MARE D’AGOSTO

 

UN FIOCCO DI NEVE SUL MARE D’AGOSTO

 

L'autrice Marinella Gagliardi Santi

«Finalmente un’acqua con una temperatura gradevole!»
È il commento di mio marito mentre nuotiamo all’inizio di agosto, per raggiungere la nostra barca ormeggiata nella rada di Bosa in Sardegna. Mi godo la piacevolezza di questo bagno, quando all’improvviso mi prende alla pancia un dolore acuto: sensazione di morso e forte bruciore, non posso sbagliarmi, ho incrociato una medusa! Prima o poi doveva succedere, quest’anno ce n’è una vera invasione, non ci si può distrarre un attimo.

Mentre salgo rapidamente in barca alla ricerca della pomata giusta, rifletto a quant’era cretino il nome della barca a vela presso la quale ho fatto lo spiacevole incontro, “Fiocco di neve”, si chiamava. Che nome assurdo, mi mette freddo solo a pensarci, evoca boline gelide, per carità! Per me mena anche gramo.

E infatti… mentre più tardi dormiamo, avverto due colpi secchi, che mi fanno balzare in piedi.

Esco rapidamente dalla tuga e vedo che proprio Fiocco di neve sta picchiando contro la nostra prua.

Mi viene un accidente. Devo spingerla via, è un po’ più piccola della nostra, ci riesco a fatica. Cerco come posso, di tenerla a bada, perché, naturalmente, tende a riaccostarsi, venendo a picchiare di continuo sulla fiancata.

«Dado, Dado, vieni fuori!» Lo chiamo più volte a gran voce, ma è immerso in un sonno pesantissimo, questa notte. Picchio sulla tuga con i piedi e urlo con tutte le mie forze. Sente, mi risponde! Ma mi pare che ci metta un secolo a uscire, tanta è la fatica che devo fare per tenere a bada l’altra barca.

Che stress, sono in camicia da notte, ho freddo, soprattutto alle estremità, sono tutta proiettata in fuori per cercare di controllare Fiocco di neve, che ballonzola di qua e di là sull’acqua, venendo a sbatterci contro. Avevo proprio ragione, ha un nome che mena gramo.

Finalmente che – sollievo ! ecco Rinaldo armato di parabordi. Con uno di questi in mano seguo la vela nei suoi tentativi di speronarci, ma anche così non è poi tanto facile cercare di evitare il contatto tra le due barche.

A bordo, ovviamente, non c’è nessuno. Il ragazzo che abbiamo visto ormeggiare Fiocco di neve nel pomeriggio deve essere a godersi il carnevale che si festeggia a Bosa. Il mio previdente skipper l’aveva ben detto che si era messo troppo vicino a noi, sarebbe stato meglio dirglielo subito, litigarci magari, ma costringerlo a spostarsi. E invece…

«Cribbio, se è nottambulo come nostro figlio, chissà a che ora arriva!» Osservo piuttosto inquieta.

«Accidenti, e noi che eravamo andati a dormire presto per partire all’alba domani mattina! Adesso provo a dare un po’ di catena all’ancora, ma non posso darne tanta, ho un’altra barca dietro. Non so se nemmeno se è una buona idea, se questa davanti sta arando, ci seguirà…»

In ogni caso siamo costretti a stare fuori per tenerla sott’occhio. E a prestare attenzione anche alla barca dietro, alla quale ci siamo avvicinati, dopo aver lasciato andare un po’ di catena.

Bella prospettiva, ma altro non si può fare. Vado a vestirmi visto che devo rimanere in attesa sotto le stelle.

Rimaniamo seduti vicini sulla tuga, al buio, Rinaldo e io, pronti a entrare in azione. Passa un’ora… ne passano due.

Ogni gommone che si muove dal porto, speriamo sia quello giusto. Ne passano tre, ma niente da fare. A parte questi spostamenti, per il resto tutto tace sulle barche nella rada, non si vede una luce, sono tutti al carnevale a divertirsi. Mentre noi due…

Grazie al cielo, però, che siamo qui, meno male, perché il primo impatto ci ha danneggiato le luci di navigazione, dopo di che, il nostro intervento ha evitato altri danni. Ora Fiocco di neve brandeggia di qua e di là davanti alla nostra prua e le passa vicinissima, quasi sfiorandola.

Questo fa parte delle gioie degli ormeggi nelle rade… Dov’è l’incanto della notte stellata sui promontori e sul mare? E la luna che spezza la sua luce in mille riverberi sulla superficie dell’acqua?

Questa notte non possiamo davvero goderceli, la noia dell’attesa e l’attenzione costante che dobbiamo prestare alle due barche prevalgono su ogni possibile attrattiva.

Parte un altro gommone da riva, avanza… ci supera? No, si ferma! Evviva, l’attesa è finita, vediamo arrivare il proprietario della vela con due ragazze a bordo.

Lo chiamiamo: ha poca voglia di ascoltarci, anzi tenta di liquidarci rimandando tutto al mattino seguente.

Quando afferma: «Perché non potete essere voi ad aver ormeggiato troppo vicino a me?» ce lo mangeremmo vivo, visto che noi siamo arrivati alle undici del mattino e lui alle cinque del pomeriggio…

Mi domando se ha capito che siamo stati a sorvegliare la sua barca per ore, dopo essere stati svegliati dai primi colpi della sua poppa contro la nostra prua. Glielo spieghiamo con decisione e con estrema chiarezza…

Solo in questo modo lo convinciamo a salire a bordo per darci i dati dell’assicurazione, caso mai di giorno rilevassimo danni che non si vedono col buio.

Lo squadro mentre sale su Vizcaya: tipo sportivo, biondo, occhi verdi, fare deciso, piede “marino”, aria da navigatore. Sembra sveglio e spigliato, non ha niente dell’imbranato, come ha fatto a lasciare Fiocco di neve ormeggiata così male? Se non altro, alla buon’ora, ha realizzato e si scusa del disturbo che ci ha arrecato.

Mi sbolle un po’ di rabbia, tutti possono sbagliare, peccato solo che non mi ricordo di domandargli perché mai abbia scelto un nome così del cavolo per la sua barca.

Ma Fiocco di neve doveva crearci ancora dei problemi all’alba del mattino seguente, quando siamo pronti alla partenza. È leggera e ha parecchia cima, oltre alla catena, perciò continua a brandeggiare davanti alla nostra prua, coprendo una vasta superficie d’acqua, e correndo senza sosta da sinistra a destra e da destra a sinistra. Come faranno quei tre a sopportare questo moto perpetuo?

«E noi come facciamo a uscire, con questo pendolino impazzito che ci ondeggia davanti?» Si sente l’ansia nella mia voce.

«Tu devi dirmi quando è tutta di qua o tutta di là, in quel momento io recupererò al volo l’ancora per avanzare il più in fretta possibile, se no ce la portiamo via con noi!»

«Va bene, ma lasciami studiare un attimo come si muove!»

La osservo bene nel suo movimento, si ferma un istante alla fine della corsa e poi riparte a palla… ecco, ora è tutta a sinistra, è il momento, ma, ce la faremo a passare?

«Adesso, Dado, vai con l’ancora!»

L’adrenalina è già a mille alle sei del mattino.

Sono pronta a schizzare via dal timone, caso mai ci fosse qualche intoppo nel recuperare la catena, ma questa volta la barca è lanciata e ha anche tre persone a bordo, pesa di più, cosa penso di poter fermare con le mie scarse energie?

Per fortuna Vizcaya risucchia velocemente la catena e noi scappiamo giusto in tempo mentre Fiocco di neve passa al filo sfiorando la nostra poppa.

È andata, addio a mai più, spero. È già abbastanza fredda la stagione, quest’anno, inutile evocare immagini di gelo!

E infatti come al solito siamo tutti imbacuccati per ripararci da un venticello al traverso un po’ tagliente, ma, se non altro, la barca avanza a vele spiegate con un passo davvero soddisfacente…

 

 

Brano tratto dal libro di Marinella GAGLIARDI SANTI

 

"NON COMPRATE QUELLA BARCA"

 

 

 

Rapallo, venerdì 12 Aprile 2019

 


MARINAI E FEDE

MARINAI E FEDE

Le vele delle tre caravelle di Colombo portavano la croce rossa in campo bianco.

Siamo ancora nel periodo pasquale, nei giorni della Passione di Gesù e noi uomini di mare ci soffermiamo ancor più nella meditazione e nella preghiera perché “credenti, fedeli e timorati di Dio per tradizione, ma anche per trovare la forza di contrastare i mari e i venti e sperare di ritrovare la via di casa …”.

Molti storici ritengono che queste tre lettere possono venire dal greco e significare Cristo, per cui sommando XPO e FERENS nasce il nome Cristoforo, portatore (ferens) di Cristo.

ALCUNI PASSI INDIETRO...

Ma c’é di più, in questo speciale spazio temporale ci sentiamo ancor più vicini ai marinai cristiani della prima ora che furono scelti, con le loro navi, come simbolo della Chiesa nascente.

Non é quindi un caso che nel 2000 - Anno del Giubileo - siano stati scelti essi stessi come logo di questo percorso ideale verso la Sacralità della Fede Cristiana: i marinai, il mare e le imbarcazioni.


La nave-immagine della Chiesa in navigazione sui flutti. Nella traduzione graficamente moderna dell'antico simbolo, l'albero maestro è una croce tra vele, che realizzano il trigramma di Cristo (IHS). Sullo sfondo delle vele è rappresentato il sole che, associato al trigramma, rimanda all'Eucaristia.

La nave è un emblema che trabocca di significati.

Nei popoli precristiani mediterranei era il simbolo del viaggio della morte e dell'immortalità. Nel primo cristianesimo del II-III secolo, la nave appare nelle opere catacombali  e negli scritti dei Padri dei primi tre secoli. Anche in Palestina, tra i simboli cristiani arcaici degli ossari appare la barca.

Le immagini marinare non abbondano nella Bibbia. Israele non è un popolo marinaro, come invece, sono i greci che solcavano il Mediterraneo in lungo e in largo; in essi si trova l'allegoria della nave dello Stato e Platone descrive i vantaggi di questa nave ben governata dal suo timoniere. Nella letteratura ebraica, la tempesta è data dalle prove, sia personali sia collettive, la cui liberazione può venire solo dalla potenza di Dio e dalla preghiera. La nave è vista nell'ottica della salvezza dal naufragio; l'arca in cui Noè trovò rifugio lui e i suoi, indica anche il viaggio felice dell'anima in questa vita verso l'eternità.

I cristiani, nei monumenti funerari, hanno ripreso il simbolismo della nave come segno di speranza e di eternità, utilizzandolo subito per esprimere due temi precisi: la Chiesa e la Croce.

1991. Lo sbarco di oltre ventimila Albanesi l’8 agosto 1991 nel porto di Bari. La cifra é reale! La nave Vlora (Valona) proveniente da Durazzo, può essere considerato l’inizio di un fenomeno progressivamente sempre più consistente che da quel momento in poi ha coinvolto il nostro Paese e l’intero continente europeo. Notare gli alberi a croce della nave, più visibile é quello a poppavia.

Il simbolismo ecclesiale della nave risale ai sec II-III. Tertulliano è il primo a farne un simbolo esplicito della Chiesa, identificando nella nave in tempesta la Chiesa delle origini, travagliata dalle persecuzioni.

Nello Pseudo Clemente (sec III) si dice: Il corpo intero della Chiesa è come una grande nave che trasporta uomini di provenienza molto diversa segue poi una lunga allegoria in cui Dio è proprietario della nave, Cristo il pilota, il vescovo la vedetta, i presbiteri sono i marinai i diaconi i capi rematori, i catechisti gli aiutanti. Un testo delle Costituzioni apostoliche del sec. IV, sull'ordinazione dei vescovi dice: “Quando riunisci la Chiesa sii vigile come il pilota di una grande nave. Prescrivi ai diaconi come a dei marinai di indicare il proprio posto ai fratelli, come a dei passeggeri”.

Uno scritto del sec II precisa: Cristo è il pilota esperto. La prua (della nave) è verso l'oriente la sua poppa verso l'occidente, la sua carena verso il mezzogiorno. Ha come timoni i due testamenti. Ha marinai a destra e sinistra come angeli custodi che la proteggono. I cavi che collegano alla cima dell'albero sono come gli ordini dei profeti, dei martiri, degli apostoli.

Anche Ignazio di Antiochia nel I secolo dice: La santa Chiesa somiglia una nave costruita di legni diversi ci sono ordini diversi nella chiesa e le persone sposate vi hanno il loro posto.


L'altra ben nota simbologia della nave è la Croce che appare sin dal II secolo. L'antenna orizzontale che taglia l'albero gli dà la forma della croce; probabilmente è il significato più antico della nave che persisterà anche quando questa sarà identificata con la Chiesa; l'albero della nave-chiesa rimarrà simbolo della Croce di Cristo, come la cita Giustino, sec II, nell'Apologia. Nel dipinto catacombale della Via Anapo, l'albero della nave di Giona, ha la forma di croce. Le prime rappresentazioni cristiane della nave, appaiono nell'arte sepolcrale sin dal III sec. e rinviano simbolicamente all'iter del defunto verso il porto dell'eternità.

Nell'epigrafe di Firmia Victora (Vaticano) La nave, simbolo della Chiesa ma anche del defunto, si dirige verso la meta celeste simboleggiata dal faro.

I CRISTOGRAMMI sono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi-Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi.

Esempio di cristogramma: Il CHI-RHO (o monogramma di Cristo). E' per antonomasia il monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon).
Esso e' un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Kristo's, X (la lettera chi, equivalente a “ch” nel nostro alfabeto) e P (la lettera rho, che indica il nostro suono “r”).
Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. ALFA e OMEGA: sono la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco. Gesù é indicato così nel libro dell'Apocalisse:
"Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine", per indicare che tutto ciò che esiste ed esisterà va compreso a partire da Cristo.

Croce greca con iscrizione IC XC NIKA


Il pesce (ichthys) è un simbolo di Cristo

PESCE: Ichthýs: Il simbolo che stilizza un pesce usato dai primi cristiani.
Il termine ichthýs e' la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico
χϑύς, “pesce”, ed e' un simbolo religioso del Cristianesimo perché e' l’acronimo delle parole:
‘Ι
ησο
ς Χριστός Θεo Υιός Σωτήρ
(Iesu's CHristo's  THeu' HYio's Sote'r)
(Gesu' Cristo Figlio di Dio Salvatore).

 

L’Ichthýs é formato da due curve che partono da uno stesso punto, (a sinistra la “testa”), e che si incrociano quindi sulla destra (la “coda”).

La simbologia cristiana dei tempi delle Persecuzione dei cristiani nell’impero romano (I-IV secolo) è molto ricca. A causa della diffidenza di cui erano oggetto da parte delle Autorità Imperiali, i seguaci di Gesù sentirono l’esigenza di inventare nuovi sistemi di riconoscimento che sancissero la loro appartenenza alla comunità senza destare sospetti tra i pagani.
Veniva presumibilmente adoperato come segno di riconoscimento: quando un cristiano incontrava uno sconosciuto di cui aveva bisogno di conoscere la lealtà, tracciava nella sabbia uno degli archi che compongono l’ichthýs. Se l’altro completava il segno, i due individui si riconoscevano come seguaci di Cristo e sapevano di potersi fidare l’uno dell’altro.


Nave Mistica-Roma Museo Pio Cristiano. Gesù indica la strada agli Apostoli e agli Evangelisti  che remano…

Nel Nuovo Testamento l'attribuzione simbolica si riferisce alla barca di Pietro e alla presenza del lago di Tiberiade dove Gesù, dalla barca, ammaestrava le folle. In un frammento di sarcofago del sec IV, appare una barca il cui il timoniere ha il nome di Gesù e i rematori quello degli evangelisti. (Museo Pio Cristiano, Roma).

Un altro frammento di sarcofago (Museo Capitolino), simboleggia la diffusione della Chiesa nel mondo: la barca di nome Thecia ha la vela sostenuta da un grande albero a croce, accanto a due marinai, il timoniere è definito dall'iscrizione Paulus.

Con Origene appare per la prima volta la simbolica sull'unità della Chiesa come mezzo necessario per la salvezza: Fuori della Chiesa non vi è salvezza (Homil.3), mentre Ippolito, per primo, presenta l'allegoria della Chiesa locale ed è all'origine degli sviluppi catechetici che ci hanno portato a vedere nella nave, sia l'immagine della Chiesa universale sia quella della Chiesa locale.

Stele funeraria con l'iscrizione in lingua greca ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ (trasl. icthys zōntōn; lett.: "Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore dei viventi"). Inizi del III° secolo.  (Museo Nazionale Romano).

GRAFITO, La speranza dei cristiani. CATACOMBE DI DOMITILLA - ROMA

La COLOMBA: con il ramoscello d'ulivo nel becco: simbolo che proviene dalla salvezza apportata dall'arca di Noe' e conseguentemente immagine dell'anima nella pace divina.

La RETE e la BARCA: la rete da pesca simboleggia l'opera della Chiesa: i pescatori, gli apostoli e i pesci coloro che entrano nella Chiesa.
La BARCA: la Chiesa viene rappresentata come una barca guidata e protetta da Cristo.

L'ANCORA: rappresenta la croce e la fede con la quale si rimane saldi anche nelle situazioni difficili. La CROCE: è il simbolo cristiano più diffuso, riconosciuto in tutto il mondo. E’ una rappresentazione stilizzata dello strumento usato dai romani per la tortura e l’esecuzione capitale tramite crocifissione, il supplizio che secondo i vangeli e la tradizione cristiana è stato inflitto a Gesù Cristo. Tuttavia si tratta di una forma simbolica molto antica, un archetipo che prima del cristianesimo aveva già assunto un significato universale: rappresenta l’unione del cielo con la terra, della dimensione orizzontale con quella verticale, congiunge i quattro punti cardinali ed è usata per misurare e organizzare le piante degli edifici e delle città.  Con il cristianesimo assume significati nuovi e complessi come il ricordo della passione, morte e risurrezione di Gesu'; e come un monito dell’invito evangelico ad imitare Gesu' in tutto e per tutto, accettando pazientemente anche la sofferenza. Tipi di croce:
"crux commissa" (T), "croce latina" (†, detta anche "crux immissa"), "croce greca" (con i bracci uguali)

Il BASTONE DI GIACOBBE (antenato del sestante) – Una croce che misurava l’altezza del sole.

LE NAVATE NELLE CHIESE

Nelle chiese e nelle basiliche, le NAVATE costituiscono l’ambiente sviluppato in senso longitudinale  dall'ingresso all'altare maggiore se unico, o agli altari, se diviso in tre o più spazi laterali.

Simbolismo

Il termine "navata" racchiude un significato simbolico. Esso deriva non solo dalla struttura architettonica del soffitto che spesso nelle chiese romaniche e gotiche ha la forma di una carena di nave capovolta, ma anche e soprattutto dalla "barca" da cui Gesù ammaestrava le folle come anche dalla barca-chiesa che san Pietro apostolo guida nella tempesta e che i vescovi continuano a guidare ovunque ed in ogni epoca. Nell'VIII secolo san Bonifacio scriveva che "la Chiesa è come una grande nave che solca il mare del mondo. Sbattuta com'è dai diversi flutti di avversità, non si deve abbandonare, ma guidare". I Padri della Chiesa indicano l'arca di Noè quale figura della Chiesa che accoglie tutti (Sant’Agostino, Contro Fausto, 12, 15; Cirillo di Gerusalemme, San Girolamo.

La navata richiama il cammino da fare per giungere "all'altare di Dio" (salmo 43,4). È segno del pellegrinaggio che il popolo di Dio è chiamato a compiere per giungere alla casa del suo Signore (salmo 84).


La basilica di San Pio X, anche conosciuta con il nome di basilica sotterranea, è una chiesa di Lourdes, situata all'interno del complesso di Chiese del Santuario di Nostra Signora di Lourdes. Consacrata nel 1958, ha la dignità di basilica minore.

Con l'avvicinarsi dei festeggiamenti per il centenario delle apparizioni della Vergine Maria cui avrebbe assistito Bernadette Sloubirous, e in previsione dei numerosi pellegrini che in tale ricorrenza sarebbero accorsi a Lourdes, le autorità civili ed ecclesiastiche decisero di costruire una grande chiesa che potesse accogliere un consistente numero di persone, viste anche le dimensioni ridotte delle tre già esistenti. Il progetto fu opera dell'architetto Pierre Vago. Si tratta di una struttura completamente sotterranea ed invisibile dall’esterno, costruita al di sotto del letto del fiume Gave de Pau, fattore che complicò notevolmente i lavori di realizzazione. Terminata nel 1957, la basilica fu solennemente consacrata il 25 marzo 1958 dall'allora cardinale Angelo Roncalli, che era stato in passato Nunzio Apostolico in Francia e che sarebbe divenuto, sette mesi più tardi, papa Giovanni XXIII.

La basilica si presenta con un'unica grande navata alla quale si accede tramite quattro rampe laterali: tale navata è ovale, ha una lunghezza di 191 metri per una larghezza di 61 e degrada dolcemente verso l'alto dal centro dove è situato l’altare maggiore, posto su una piattaforma rialzata; l'altezza del soffitto è molto ridotta, soltanto 10 metri ed è sostenuto da 58 pilastri in cemento da cui partono 29 travi, dando l'impressione di una nave rovesciata. Lo spazio ottenuto utilizzando questa struttura è di 12.000 m², potendo così ospitare fino a 25.000 fedeli, i quali godono di una buona visibilità da ogni parte della navata.

Vista dall'alto: la basilica è sulla destra, sotto l'enorme ellisse verde!!!

A sinistra il complesso del santuario

L'interno della basilica di San Pio X a Lourdes

Altare Maggiore


La barca da pesca di Pietro conservata in un museo di Israele




Esposta presso l’Yigal Alon Museum (Kibbutz Ginnosar, Ginosar, Israele), dedicato alla storia della Galilea dai tempi antichi fino ad oggi, la barca risale al I sec. d. C. e per questa ragione è conosciuta come la “barca di Gesù”. Il suo rinvenimento è avvenuto nel 1986 grazie ad un periodo di siccità, nel Mar di Galilea o lago di Tiberiade. E’ una barca che anticamente veniva utilizzata per la pesca e per il trasporto delle persone. E’ composta da 12 tipi di legno differenti, probabilmente perché il suo utilizzo è durato molto a lungo e quindi è stata sottoposta a numerose riparazioni. La sua conservazione è stata garantita dal fango che la ricopriva. Come sempre avviene, il primo problema è stato quello di garantire la conservazione del legno bagnato che, essendo diventato spugnoso, rischiava di danneggiarsi una volta portato fuori dall’elemento che fino a quel momento lo aveva conservato.

Ricostruzione della barca dell'epoca di Gesù

La barca dell'epoca di Gesù

Il restauro

Ma torniamo ai nostri giorni. Cosa è successo alla barca che è stata ritrovata? Anche se integra, la sua struttura era fragile, molto simile a cartone inzuppato. Non era il caso di tirarla fuori dal fango. Come sarebbe stato triste se dopo essere rimasta intatta per così tanto tempo la barca si fosse disintegrata durante il recupero! Poiché incombeva il pericolo che il livello dell’acqua si alzasse di nuovo, tutt’intorno allo scavo fu costruita una diga. Vennero scavati dei tunnel sotto lo scafo per inserire sostegni in fibra di vetro. Poi, mentre il fango veniva tolto facendo molta attenzione, la struttura della barca fu spruzzata internamente ed esternamente con una schiuma poliuretanica che creò un involucro simile a un bozzolo.

Il problema successivo fu trasportare la barca così “impacchettata” a 300 metri di distanza per iniziare il lavoro di restauro. Benché l’involucro poliuretanico fosse resistente, un colpo improvviso avrebbe potuto sbriciolare il fragile legno. Il gruppo di lavoro ebbe una trovata geniale: aprì la diga e lasciò entrare l’acqua. Per la prima volta dopo molti secoli, rivestita di un materiale moderno, la barca galleggiava di nuovo sul Mar di Galilea.

Per ospitare la barca nel periodo del restauro, durato 14 anni, fu costruita una piscina in cemento. Si creò un problema quando le larve delle zanzare infestarono la vasca, rendendo la vita difficile a coloro che dovevano entrare nell’acqua per lavorare sulla barca. Il gruppo di restauratori, però, trovò una soluzione originale e al tempo stesso antica: si servì della “collaborazione” di alcuni pesci detti “pesci di San Pietro” che divorarono le larve e ripulirono l’acqua.

Ben presto arrivò il tempo di asciugare la barca. Era ancora troppo fragile per farla asciugare naturalmente. L’acqua che impregnava il legno doveva essere sostituita con qualcos’altro. I restauratori si servirono di una tecnica particolare per mettere al posto dell’acqua una cera sintetica idrosolubile che permettesse al legno di asciugarsi senza cambiare forma.

Quando il lavoro di restauro fu completato, l’imbarcazione si rivelò piuttosto umile: era fatta di 12 tipi di legno. Come mai? Una possibilità è che a quel tempo il legname fosse scarso. Un’ipotesi più probabile è che il proprietario non fosse ricco: la barca fu riparata molte volte e alla fine fu abbandonata nel lago.

Anche se quest’imbarcazione non avrà avuto niente a che fare con Gesù, molti la considerano un tesoro. Offre l’occasione di tornare indietro di molti secoli e farsi un’idea di com’era la vita sul Mar di Galilea ai giorni memorabili del ministero terreno di Gesù.

LAGO DI TIBERIADE (Israele) – Qualcuno s’inginocchia e prega. «Soprattutto i russi». Qualcuno apre il Vangelo e legge ad alta voce. «È un momento scioccante, se uno ci crede». Crederci o no, questo grosso guscio di legno, scorticato e restaurato, sorretto da stampelle d’alluminio, ormai è una reliquia. Per tutti, la Barca di Gesù. Per i tour operator in Terra Santa, un’altra irrinunciabile tappa: i pullman scaricano ogni giorno pellegrini convinti, sul piazzale del museo Yigal Alon. Le frecce indicano il percorso, s’attraversano i frutteti e gli ulivi del kibbutz di Ginossar, s’entra in una sala illuminata e a temperatura calibrata. La barca è lì: lunga otto metri, larga quasi due e mezzo, alta uno e 25. Ha ancora i chiodi e qualche pezzo di ceramica, gl’indizi che hanno permesso di datarla al radiocarbonio, (I secolo dopo Cristo), di studiare le tecnica di costruzione dello scafo e alla fine di dirlo quasi con certezza: se Gesù non ci navigò, come minimo la vide.

SCOPERTA NEL 1986 - La barca di Gesù fu scoperta per caso più di venticinque fa, nel lago di Tiberiade. Furono i giornali dell’epoca a chiamarla subito così, ma il culto dei fedeli è cresciuto negli ultimi tempi, quando la storia di questo legno è stata ricostruita meglio. Accadde durante una stagione di grande siccità, il 1986: il livello dell’acqua scese al di sotto dei minimi storici e una mattina due pescatori del kibbutz, i fratelli Moshe e Yuval Lufan, per poco non speronarono la prua che affiorava. Il relitto venne portato a riva fra mille cautele, poi una squadra impiegò dodici giorni e dodici notti a ripulirlo del fango incrostato e della salsedine, quindi servì immergere quel che restava della chiglia in un bagno di sostanze chimiche, per un’altra settimana. La barca ha i segni di molte riparazioni e questo fa pensare sia stata usata per decenni, forse per un secolo intero, di generazione in generazione di pescatori. «E siccome il Vangelo cita almeno cinquanta volte barche e pescatori – dice Marina Banay, responsabile del museo – e Pietro e diversi apostoli erano pescatori che vivevano qui e lo stesso Gesù trascorse sul lago di Tiberiade parte della sua vita, per molti cristiani questa barca è qualcosa di speciale. L’emozione, vedere una barca proprio di quelle acque e di quell’epoca, è enorme».

La barca è lunga 8,2 metri e larga 2,3. Il carpentiere che la realizzò usò una tecnica detta “a guscio”: invece di fissare le tavole all’ossatura le fissò direttamente alla chiglia e costruì così i fianchi della barca formando lo scafo. Era una tecnica usata comunemente per costruire barche che dovevano navigare nel Mar Mediterraneo. Questa barca però fu forse adattata per solcare le acque di un lago.

IL VARO DI UNA NAVE (T/n REX)


"Che Dio benedica questa nave e tutti coloro che vi navigheranno."

"Madrina in nome di Dio taglia”

Con questa formula di rito si dà inizio al varo di una nave.

Ma qual’è il significato spirituale del battesimo?

Con il battesimo il peccato originale viene seppellito nell'acqua!

1) Ricevere il battesimo é il rito di abluzione mediante il quale si entra a far parte della comunità dei credenti.

2) Per estensione, s’intende anche la cerimonia che abbia valore d'inaugurazione: il battesimo di una nave, cioè la benedizione religiosa e imposizione del nome prima del varo;

3) La prova scritturale dell'istituzione del battesimo sta in quelle parole che Gesù dice a Nicodemo: “Chi non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio” (Giovanni 3,5). Gli apostoli hanno amministrato il battesimo fin dal giorno della Pentecoste e ne hanno continuato la pratica nei loro viaggi apostolici.

PASSO ALLE CONCLUSIONI con questa immagine satellitare scattata il giorno di Pasquetta 2019:


Il mio caro amico N.C. - che me l’ha inviata - ha scritto:

Riguardo  ai marittimi che MAI nessuno nomina, farei vedere spesso una immagine come questa dove ogni puntino è una delle tante navi che fanno girare l'economia del mondo; a bordo di ognuna di quelle unità ci sono gli uomini migliori del creato, che fanno vivere tanti parassiti della terraferma che neppure conoscono i loro sacrifici”.

E’ vero! Ed é così fin dalla nascita della prima imbarcazione! Partire é un po’ morire… sembrerà strano, ma ancora oggi, pur vivendo nella più fantastica rivoluzione delle telecomunicazioni, per cui si telefona gratis da ogni angolo della terra ad un altro, al marittimo non é concesso questo privilegio… neppure a Natale e a Pasqua; forse c’é qualcosa che tuttora li marchia come gli schiavi del terzo millennio!

Eppure tutti sanno o dovrebbero sapere che nulla funziona bene come una nave in navigazione che parte da un porto ed arriva sempre puntuale ad un altro con equipaggi eterogenei, in silenzio, in solitudine, nel rispetto di poche regole ma certe, dove tutto é chiaro come le responsabilità che ognuno, secondo il proprio ruolo, decide a priori di assumersi.

Il Comandante non é più quel falso mito che molti, per secoli, scambiavano per Dio a bordo. Tuttavia, il Comandante ancora oggi rappresenta il custode di quei valori antichi di umanità e saggezza anche religiosa, dove l’equipaggio può talvolta identificarsi con le famiglie lasciate lontano sulla terraferma.

La gente di mare appartiene a quella razza "antica" che ha saputo  sempre scegliere nei millenni la strada del pacifismo e della solidarietà, su quella rotta sicura e ben lontana da qualsiasi totalitarismo emergente sulla terraferma in più parti del mondo. Tutti conosciamo le "eccezioni" ... ma la REGOLA ha radici profonde e non é mai stata indiscussione!

I politici, gli intellettuali, i cosiddetti “quelli che sanno”, dovrebbero aprire dei dibattiti tra gli esponenti di questi due mondi così diversi e, forse, qualche “terreste importante” capirebbe che in mare, dove non esistono frontiere, ci si avvicina per salutarsi, non per spararsi addosso, che in mare si vive la solidarietà senza predicarla al vento… e ci si salva a vicenda seguendo le regole che vengono dall’Alto e non si voltano le spalle ai naufraghi secondo le regole di chi crede d’essere il “governatore” del mondo!

Dello stesso autore si propone il LINK di un articolo correlato:

IL NAUFRAGIO di S. PAOLO A MALTA

Mare Nostrum Rapallo - Navi e Marinai - Saggistica Navale - 15.568 visite

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=328;san-paolo-a-malta&catid=54;saggi&Itemid=160

Carlo GATTI

Rapallo, 21 Aprile 2019

 

 


CHI TI HA IMBARCATO CAMPANA?

CHI TI HA IMBARCATO CAMPANA?


DEFINIZIONI:

SENSALE - dall'arabo: simsar. L'etimologia del termine (dall'arabo "simsar") è da collocarsi presumibilmente tra il 600 e l'800 d.C., periodo in cui l'Italia meridionale veniva conquistata dagli arabi.

SENSALE-Mediatore-persiano-sapsar.
Durante il passato mercantile delle vecchie Repubbliche Marinare, il sensale era figura fondamentale per intrattenere commerci con nazioni diverse d'oltremare, abbiamo in eredità una parola che indica l'intermediario con una sfumatura levantina, lepida, quasi furbesca.

Si trattava, dunque, di una figura versatile e onnipresente con la soluzione a portata di mano per i problemi più disparati tanto che, già al tempo dei romani, il sensale ottenne riconoscimento giuridico. Successivamente, nell’epoca dei Comuni, grazie al rapido incremento dei commerci, l’attività del sensale divenne indispensabile per agevolare le contrattazioni assumendo, perciò, il rango di pubblico ufficiale.

§§§

Le conseguenze della crisi agraria degli anni ‘80 dell’Ottocento, poi estesa anche al settore industriale in quelli che furono definiti “gli anni più neri dell’economia del nuovo Regno”, si sommarono ai disagi della gente di mare in balia di venti molto variabili ed anche tempestosi.


Aumentò l’emigrazione e nei porti si riversò molta mano d’opera proveniente da regioni povere di lavoro che spesso andò a sconvolgere il mercato del lavoro locale, e l’elemento specializzato, ma troppo numeroso, come quello degli ufficiali, era tra i più danneggiati dalla crisi.


La marina mercantile dell’800 era un’istituzione quasi familiare. La professione della navigazione si tramandava di padre in figlio, non solo nelle piccole città del litorale, ma anche in Mediterraneo ed oltre il Mare Oceano.

Gli equipaggi si reclutavano fra la gente del luogo, che aveva conoscenza e pratica con l’Armatore e con il Capitano.

L’invenzione della macchina a vapore e poi il telegrafo senza fili fecero scomparire questo “carattere domestico”, e forse da quel momento iniziarono le prime prove di globalizzazione.


Come spesso accade nella storia, in mancanza di norme all’altezza dei tempi che fossero in grado di regolare il collocamento degli equipaggi alla ricerca di lavoro sulle navi, si inserirono figure di mediatori, i cosiddetti sensali, che approfittavano dell’angoscia di coloro che, in attesa d’imbarco, lontani dalle famiglie, erano disposti a “pagare” per ottenere un qualsiasi lavoro a bordo.

Non a caso contro i sensali si accanì la Federazione Nazionale dei Lavoratori del Mare nel memoriale redatto nel 1903 per il Consiglio superiore del lavoro, in cui definì il “sensalismo”: vampiro terribile che assorbe metà del salario mensile di ogni disgraziato lavoratore.

“I lavoratori del mare”, l’organo della Federazione della gente di mare scrisse: ”Il sensale, «bieca figura», aggirandosi fra gente di mare, compagnie di navigazione e armatori, metteva in atto uno sfruttamento odioso, alla fine dannoso sia per le compagnie sia per gli equipaggi poiché – si affermavaaccade spessissimo il fatto che sia trasformato in fuochista o marinaio il primo arrivato dalle campagne o dai monti, senza veruna pratica marinara o tecnica .


“Molti di costoro accettavano le più dure condizioni di lavoro poiché per essi salire a bordo di una nave era un modo fra i più economici per emigrare. Se si considerano le diserzioni denunciate dal 1878 al 1896 e le si mettono in relazione con le località in cui per buona parte esse si verificarono, si comprende come l’imbarcarsi sulle navi per viaggi che avrebbero toccato i porti desiderati o, comunque, con possibilità di occasioni di fuga, era un programma chiaro ai più fra questi marinai per disperazione”.

Non tutti i porti della penisola vedevano all’opera questo genere di persone: per esempio non se ne trovava traccia a La Spezia, Livorno, Porto Ferraio; neppure esistevano a Venezia o a Elena (Gaeta). In certi casi, come a Bari, le compagnie di navigazione ricorrevano a propri rappresentanti. Ma in grandi porti come Genova e Napoli, per esempio, «l’avidità e lo sfruttamento» erano di casa.

Nel 1866, con la nascita del Codice di Commercio del Regno d’Italia, i sensali vennero distinti in due categorie: quelli pubblici, muniti di mandato, e i “mediatori in altre specie di mediazione”, assunti privatamente da chi ne avesse bisogno. Infine nel 1958 venne introdotto l’obbligo di iscrizione al Ruolo della Camera di Commercio con la qualifica di “agenti di affari in mediazione”, foriera delle più moderne professioni di agenti immobiliari e del commercio in genere.

Per isteresi o per abitudine, ma anche per una certa diffidenza verso le nuove istituzioni, sappiamo da testimonianze raccolte a bordo durante i nostri primi imbarchi, che per un certo tipo di marineria italiana e straniera battente bandiera ombra, la figura del “SENSALE abusivo dei caruggi” era ancora operativo per tutti gli Anni ’60 del novecento.

Per chi vive il mondo del mare e delle navi dall’esterno, occorre dare qualche informazione supplementare a partire da quel pensiero diffuso da un anonimo marinaio che la sapeva lunga…

L’UMANITA’ SI SUDDIVIDE  IN VIVI, MORTI E NAVIGANTI

LE BANDIERE OMBRA

La "nave battente BANDIERA OMBRA" è quella unità commerciale che sventola la bandiera di una nazione diversa da quella del proprietario. I bassi oneri di registrazione, la bassa tassazione e la libertà dalle leggi sul lavoro e la sicurezza, sono fattori “motivanti” per molte bandiere di comodo.

Le Compagnie di Navigazione degne di questo nome, disponevano negli Anni ‘50-’60 del 900 di un proprio Organico di personale suddiviso per ogni sezione e grado che era collaudato, efficiente e gradito, imbarcava e sbarcava con cadenza regolare ed organizzata fino alla pensione.

Naturalmente questi Armamenti avevano un nome prestigioso da difendere sulla scena internazionale delle navi passeggeri e da carico, in un mondo in cui la bandiera nazionale e lo stemma sociale pitturato sulla ciminiera costituivano un vanto “quasi nobiliare” che accomunava armatori ed equipaggi.

Per questo sistema marittimo organizzato e legale, la figura del SENSALE vecchia maniera era tramontata da tempo.


Da un articolo della INAIL:

TITOLO: Da Panama alla Liberia zero tutele per i marittimi delle bandiere ombra


Bandiera di Panama


Bandiera della Liberia

In quegli anni del secondo dopoguerra esisteva, quindi, un modo di navigare alternativo e parallelo che emergeva per evadere le tasse del proprio Paese ed é tuttora conosciuto come battente LA BANDIERA OMBRA o DI COMODO che, guarda caso, piantò radici tanto profonde nello shipping mondiale che oggi, non solo é ancora vivo e vegeto, ma si può dire che sia diventato ancora più forte ed insidioso di quello regolare. Ritorneremo un giorno su questo pruriginoso argomento….

Per il momento ci limitiamo a rispolverare alcuni ricordi di gioventù che destano ancora qualche curiosità perché legati soprattutto a quel modo di navigare senza regole, che era lasciato alla discrezionalità dei Comandanti e dei Capitani d’Armamento che in genere erano “galantuomini”, ma ve n’erano altri che, al contrario, erano dei novelli “filibustieri”!

Si può quindi affermare, che sarebbe erroneo fare di tutta l’erba un fascio, perché tra le Bandiere Ombra di quei tempi c’erano Armamenti italiani e stranieri che avevano navi ed equipaggi eccellenti ed erano, sotto tanti punti di vista, ancora più efficienti di quelle rispettose della propria bandiera. Mi riferisco in particolare al settore delle petroliere, molto amato dagli equipaggi italiani, che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del traffico marittimo.


Inoltre, nel sottobosco di questo gigantesco mondo delle bandiere ombra “organizzate”, vivacchiavano indisturbate in Italia e non solo, un centinaio di vecchie carrette tipo Liberty Americani e Canadesinavigando alla busca pescando noli qua e là, ed ogni viaggio era un’avventura da raccontare, un libro da scrivere… battenti bandiera liberiana o panamense; di proprietà di armatori italiani e greci che facevano il giro del mondo.

La Capitaneria di Porto era sempre guardinga quando una di queste carrette era in partenza da un porto italiano ed era sempre pronta ad esercitare controlli da imporre al Comandante circa il rispetto della Tabella, ossia il numero di marittimi previsto dal Ruolo equipaggio per espletare le normali mansioni di bordo.

Ciò significa che la nave sarebbe ripartita soltanto dopo aver imbarcato il personale in sostituzione di quello sbarcato o mancante.

In questi casi i tempi d’ingaggio del personale erano sempre lunghi e difficili, cosicché, l’armatore con i suoi rappresentanti, prima ancora di rivolgersi al Turno Generale della Capitaneria presso l’apposito Ufficio Imbarchi della Gente di Mare, si rivolgeva ai SENSALI di fiducia che, tramite la loro rete di contatti sparsi nell’angiporto di Genova, sapevano sempre dove “reclutare il marittimo giusto” per far ripartire la nave il più presto possibile. Gli uffici dei sensali erano per lo più nei retrobottega dei Bar di Via Pré e gli interessati non avevano alcuna difficoltà a trovarli sfruttando le soffiate dei loro parenti meridionali che abitavano a Genova da tempo ed erano marittimi pure loro.



Il porto del nostro capoluogo, come tutti sanno, era il centro d’imbarco più facile sia per il traffico sempre ai vertici delle classifiche, sia per l’organizzazione dei sensali che prima o poi avrebbe garantito il raggiungimento del loro scopo.

Il problema principale consisteva nell’attesa dell’imbarco, che poteva durare a lungo ed essere costosa. Questo fatto alimentava la trattativa che giocava naturalmente a favore del sensale il quale capiva al volo quando la cifra pattuita per l’imbarco poteva superare lo stipendio del primo mese d’imbarco…

Ma l’occhio clinico del sensale andava oltre e gli bastava dare un’occhiata alle sue mani, al rollio del “piede marino” per capire se era un marinaio vero…  al limite bastava mettergli una cima in mano e capire se il richiedente-imbarco proveniva dalla Padania o dalle montagne… in questi casi il prezzo aumentava…

Il sensale senza scrupoli esisteva, non solo nella letteratura dei caruggi, ma nella realtà e, a questo proposito, ho un ricordo personale da raccontarvi.

Chi ti ha imbarcato Campana?

Ad un certo punto del viaggio la nave attraccava in un porto e qui avveniva la cerimonia dei RIMPIAZZI: una parte dell’equipaggio ritornava a casa ed un’altra imbarcava. Ma se tra i nuovi arrivati vi era un tipo “particolare”, nel giro di poche ore a bordo rimbombava questo modo di dire:

ma chi l’a-mbarcou u Campana?”

La figura mitica di questo Campana non é mai stata accertata… ma tutti sembrano d’accordo nel ritenerlo un SENSALE genovese di altri tempi…. Ad ogni occasione propizia questo nome saltava fuori come un fantasma, un folletto che aveva preso per il culo l’armatore, il comandante e tutto l’equipaggio… Campana era quindi un soggetto a suo modo simpatico, ma che tutti avrebbero voluto incontrare, magari proprio in un vicolo nell’angiporto, per farsi pagare tutto il lavoro che avevano svolto al posto di quei figli di puttana che proprio Campana mandava a bordo…

Nei primi Anni ’60, oltre alle navi Liberty che erano state costruite durante la guerra dagli USA per fare solo una traversata atlantica, ma che avevano ormai più di 20 anni d’età, c’erano ancora Compagnie di navigazione “minori” battenti bandiera italiana che facevano parte del cosiddetto NAVALPICCOLO. Dette navi erano già affondate durante la guerra e, una volta tirate su dal fondo mezze marce, continuavano a navigare con deroghe particolari... Gli stipendi dei marittimi imbarcati erano molto bassi, ma venivano integrati con il contrabbando che l’armatore condivideva al punto che, periodicamente, pagava le multe dei suoi equipaggi quando la G.F. decideva di fare il proprio dovere…

Su una di queste navi, mentre eravamo ormeggiati in porto a Genova, imbarcò un “signore”…, un 2° ufficiale di coperta molto obeso, biondo che portava gli occhiali da vista molto spessi; del marittimo aveva ben poco, anzi direi nulla, diceva di essere di Rapallo e navigava con il passaporto… (senza libretto di navigazione).

Subito dopo la partenza ci accorgemmo che non era mai salito su un ponte di comando; in qualità di 1° Ufficiale riversai sul Comandante tutte le mie perplessità, per cui alla fine decidemmo di dividerci la guardia del rapallino che finì in cucina a pelare patate per qualche ora al giorno. Eravamo diretti a Safi in Marocco, fuori dagli Stretti, per caricare fosfati e saremmo stati in mare oltre un mese prima di ritornare in Italia e sbarcarlo. Dopo circa una settimana sotto i capelli biondi ossigenati spuntarono quelli veri e bianchi, dopo un paio di settimane si tolse la maschera ed anche la parrucca, ci accorgemmo in tempo che non vedeva neppure le navi in transito a distanza ravvicinata….

Si trattò di un caso molto penoso, prima di sbarcare ci confessò che gli mancavano pochi mesi per raggiungere il limite della pensione; dal suo passato di marittimo non emerse mai nulla, così come restò un mistero la sua precedente attività lavorativa… si comportò da passeggero disciplinato per tutto il viaggio godendosi una specie di crociera premio… Quando gli chiesi se l’avesse imbarcato Campana rispose:

“Sci – Sci, me pa proprio cu l’ea un nume coscì!” (Si, si era proprio un nome così).

Era la prova più schiacciante che la sua navigazione su un gozzo si era limitata al golfo del Tigullio…

Quella carogna di sensale che ce lo mise a bordo l’ebbe vinta ancora una volta… sicuramente intascò il denaro per farsi una crociera, magari sul Danubio … dove nessuno l’avrebbe riconosciuto e gettato in mare.

FINE

Desidero completare il quadro sulle Bandiere Ombra proponendovi  un'altra personale esperienza....

UN IMBARCO ISTRUTTIVO - Giuan di caruggi…

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=582;giuan&catid=52;artex&Itemid=153

CARLO GATTI

Rapallo, 7 aprile 2019

 

 


GIUMIN E I PESCICANI

GIUMIN E I PESCICANI


NAVE LIBERTY "TRITONE"

-Non l’ho mai raccontato a nessuno, in tutti questi anni, puoi farlo tu?-

Mi sentii onorato quando Giumìn mi chiese di scrivergli questa storia della sua vita di navigante, in quel giorno di ottobre.

La mia stima per quel piccolo grande gentiluomo era cresciuta negli anni, per le sue parole, e per i suoi silenzi, che valevano ancor più delle parole.

Fuori pioveva forte, come piove in Liguria ad ottobre.

-Dunque- disse un po’ imbarazzato- Da dove comincio?-

Io risi:

-Comincia dall’inizio. Non ci si sbaglia mai, si comincia dall’inizio!-

Fuori pioveva che Dio la mandava.

-Pioveva anche allora, sul mar dei Caraibi, eravamo nel ‘51. Io ero al mio primo imbarco come terzo ufficiale di macchina. Tornavamo dal nord Pacifico, avevamo lasciato Panama da poco -

-Piove anche, sui Caraibi? Io pensavo che ci fosse sempre il sole!-

-Certo. Là la pioggia ti viene addosso come una cascata, tiepida, ma ti entra fredda nelle ossa. Eravamo sul Posidone, un Liberty-

-Cos’è il Liberty?-

-Una nave che gli americani costruivano per portare le truppe in Europa. Si diceva che ne costruissero una al giorno, durante la guerra. Le costruivano per fare un unico viaggio, di andata. Alla fine della guerra ne avevano lasciate un po’ dappertutto, e le vendevano agli armatori in Europa per pochi soldi. Le chiamavano one-dollar ship. Gli armatori italiani le avevano comprate e messe in mare, facendo rischiare la pelle a noi!-

-Erano mal costruite?-

-No, ma erano state fatte per un unico viaggio attraverso l’oceano, per cui erano di materiale scadente-

-La dura legge della guerra…-

-Già. Criminali erano invece certi armatori italiani, che le mandavano dappertutto, nella Manica o nel golfo di Biscaglia. Rinforzavano appena lo scafo con dei fascioni di ferro…-

-Si sfasciavano facilmente?-

-Puoi capire… in quel mare lì! Però sulla rotta dei Caraibi il rischio era minore…-

-Erano brutti tempi…-

-Già. Fame e rischio erano in equilibrio sui due piatti della bilancia, allora.  Dieci nodi, macchina a triplice espansione da 2500 HP. Per andare e venire dal nord Pacifico ci mettevamo tre mesi, comprese le soste nei porti. Tre mesi!-

Giumìn s’era appena sposato: la giovane moglie viveva coi suoceri e lo aspettava a casa. Era appena passato il temporale della guerra: non c’erano case, non c’era lavoro.

-Avevo appena avuto quell’imbarco da ufficiale e mi leccavo le dita. Puoi capire. Uno stipendio fisso! In più a bordo si mangiava sempre, e quando sbarcavamo in America si mangiava a crepapelle!-

Sorrisi tra me. Sia io che lui eravamo diventati “ufficiali” in campi diversi per una misteriosa botta di fortuna. Eravamo emersi dalla “bassa forza”, come la chiamava lui, per una serie di circostanze fortunate.

La “bassa forza”, nel suo caso, erano i marinai, mozzi, piccoli, fuochisti: l’universo di bordo, più o meno raccomandabile.

-Dunque, pioveva e dovevo andare a poppa a controllare i timoni, attraverso il ponte  di coperta. C’era mare lungo, ma il barometro cominciava a virare a sinistra. Quella pioggia mi aveva lavato e il freddo mi era entrato nelle ossa…-

Giumìn era famoso per patire il freddo: la moglie e i figli lo prendevano sempre in giro, per questo.

-Fu allora che mi venne incontro Marechiaro Santino, con accappatoio e asciugamani-

-Chi è questo Marechiaro?-

-Era!  Un ragazzo di coperta, un allievo mozzo. Avrà avuto vent’anni.  Aveva ancora gli occhi da bambino!-

-Allievo mozzo!-

-Ha detto: “Tenete, signor Marchese, riscaldatevi!”-

-Era un ruffiano degli ufficiali?-

Lui rise:

-No, era solo un bravo ragazzo, figlio di brava gente. Però…-

-Però?-

-Per sua sfortuna quasi tutta la bassa forza era stata reclutata fra Trieste, Dalmazia e Slovenia-

-Già, e lui era terrone!-

-Come hai fatto a capirlo?-

Restai un attimo in forse.

-Ma… dal nome!-

-Lo chiamavano terrone, maccarone. C’era uno slavo bastardo  che l’aveva preso di mira. Gli affibbiava i lavori peggiori e gli faceva scherzi cattivi. A volte lo picchiava pure. Quel tipo, non mi ricordo come si chiamasse, era un vero bastardo!-

-Il comandante non faceva nulla?-

-Cercava di consolarlo, era un napoletano, di cuore buono. Un padre-

-Capisco.  Quindi  Santino  si fece le ossa e riuscì a mettere a posto lo slavo…-

-Un corno…-

Giumìn scrollò la testa:

-Il terzo di coperta si chiamava Parodi. Parlavamo sempre in dialetto fra noi, perché eravamo gli unici ufficiali genovesi.  Uno o due giorni dopo, mentre salivo dalle macchine, alla fine di un turno,  mi disse una cosa in dialetto. -

-Cosa disse?-

-Disse: “Mia in po’ duve u l’è u Santin!” Sull’albero di maestra. Santino Marechiaro stava appollaiato sulla crocetta, proprio come un macaco sul pero!-

-Sull’albero!-

-Si: tutti, ufficiali e bassa forza, erano lì a cercare di farlo scendere. Il nostromo cercava di farlo scendere: “Scendi giù di lì, Marechiaro, non fare scemenze!”-

-Il secondo ufficiale di coperta, un brav’uomo, si era proposto di salire su a prenderlo,  ma il comandante aveva detto di no. C’era il rischio che cadessero giù tutti e due!-

-Ah!-

-“Lasciatelo lì” aveva detto il comandante “Quando sarà stufo, scenderà!” Ti sembra una cosa crudele?-

-Beh, hai detto tu che erano tempi difficili!-

-Non c’entrano i tempi, è la legge del mare! Tutti in mare hanno il dovere di non essere stupidi, perché chi è stupido, in mare, può morire e far morire i compagni!-

Lo guardai e annuii.

Avevo avuto molti pazienti che navigavano e avevo imparato ad apprezzarli. Chi vive sul mare è sempre più pratico e saggio di chi vive in terra.

-Marechiaro mi faceva pena. Ho chiesto al comandante di mettere una rete sotto l’albero perché non si rompesse il collo se cadeva, ma lui ha detto di no:

-“Signor Marchese” ha detto “E’ salito da solo, scenderà da solo. Anche lui deve imparare a vivere!”-

-E invece è caduto…-

-Macché. E’ sceso, tutto nero di fuliggine perché il fumaiolo gli buttava lo scarico in faccia. Era anche duro come un pezzo di ghiaccio, e vomitava, perché la cima dell’albero rolla come un ottovolante!-

-Povero!-

-Il comandante l’ha fatto rinchiudere in cella. Penso che volesse sbarcarlo, e penso che fosse una buona idea!-

-Capisco-

-Purtroppo però avvennero due fatti determinanti. Il primo è che il mozzo Ugolini, amico di Santino, decise di fargli prendere un po’ d’aria e lo fece uscire un momento dalla cella. L’altro fu il passaggio del Posidone  in vista di Aruba…-

-Aruba?-

-Aruba è un’isola  che sembra una cartolina delle vacanze. Un paradiso verde con le spiagge di sabbia finissima!-

Io sgranai gli occhi:

-Fammi capire- dissi-  Marechiaro s’è cacciato in acqua!-

-Si. Erano le quattro del pomeriggio e stavo uscendo di nuovo dalla sala macchine. Parodi mi è venuto incontro e ha esclamato: ”U s’è cacciou in ma…”-

-Accidenti!-

-Subito dopo ho sentito il suono della sirena…-

-“Uomo in mare?”-

-Si. “Ferma la macchina. Uomo in mare”! Nuotava verso Aruba a bracciate disperate, tutto nero di fuliggine: era già un punto nero in mezzo a cavalloni grandi come case!-

-Com’era il mare a questo punto?-

-Cresceva. Un momento pareva di essere in cima al mondo e subito dopo eri circondato da muri d’acqua! Ho chiesto a Parodi se gli avessero lanciato dei salvagente “Si” mi ha risposto. Ho guardato ma non si vedevano salvagenti, in acqua.

“Dove sono?” ho chiesto a Parodi “non li vedo!”  Parodi ha aperto la bocca e ha fatto il gesto di azzannare l’aria un paio di volte…-

-Pescicani?-

-Si. Quei mari sono pieni. Seguono le navi aspettando che qualcuno lanci rifiuti in mare. Qualcuno lancia apposta delle cose per vedere quanto ci mette a comparire la sagoma nera, e la bocca con tutti quei denti!-

La pioggia non smetteva di cadere, e Giumìn diventava sempre più accorato.

-Quindi Santino…-

-Santino, poveretto, fu mangiato in meno di un minuto, credo, ma il comandante fece fermare lo stesso la nave!-

Giumìn fece una pausa

-Ora viene la parte più brutta della storia!-

-Racconta!-

-Fece agganciare la scialuppa ai paranchi con la squadra di salvataggio a bordo!-

-Certo, si è comportato come prescrive il Codice di navigazione!-

-Già. Ma sai a che è affidata la scialuppa, secondo il Codice?-

-Al terzo ufficiale?-

-Si. Ai due terzi. Comandavamo un gruppo scelto di marinai, tra i quali il comandante arruolò anche lo slavo coi baffi che taglieggiava Santino. Aveva un nome…non lo ricordo. Finiva il “cich”-

-Già, molti dei loro nomi finiscono in “cich”-

-Il comandante mise delle vedette e girammo per il mare alla ricerca di Santino-

-Aveva calato la lancia in mare?-

-No, stavamo appesi ai paranchi, per aria. Accendevo e spegnevo il motore, un vecchio Universal americano che non partiva mai, che per fortuna quella volta è partito. Accendi e spegni e guarda il mare, per sette ore, fino alle undici… il tutto mentre le onde si alzavano e cominciavano a coprirsi di spuma!-

-Guardavi il mare e cercavi Santino!-

Giumìn divenne triste e abbassò la voce:

-Da una parte pregavo di trovarlo, ma avevo anche paura che ci saremmo ribaltati, se ci avessero calati in mare! Pensavo a Santino gelato e disperato, ma pensavo anche ai denti dei pescicani! In quei momenti vai oltre la paura, perché sei concentrato tutto sul compito che devi portare a termine. Ti butti a fare quello che ti è stato ordinato. La paura viene dopo, quando tutto è passato!-

-Beh, è comprensibile- dissi io

-Quello che volevo dire però è diverso. Parodi e io ci guardavamo negli occhi e ci sembrava di vedere delle persone diverse, degli uomini che facevano il loro dovere. Gli slavi parevano delle statue. Dritti e impassibili, non dicevano una parola. Non muovevano muscolo, anche il biondo bastardo coi baffi che taglieggiava Santino. Stava lì, col remo dritto per aria, che pareva scolpito nel legno. Non avevano paura di niente, non mugugnavano, non si lamentavano!-

-Beh, però…-

-Sai quanti anni ho, vero?-

-Novantaquattro, Giumìn?-

-Bene, fino ad oggi non ho detto a nessuno che quando a mezzanotte ci tirarono su, mi sentivo fiero di me stesso, e da allora in poi gli altri ufficiali ci guardarono con rispetto!-

-Signor Marchese, signor Parodi- ha detto il comandante- Avete condotto bene la squadra! Lo scriverò sul libro di bordo!-

***

Mentre scendevo le scale pensavo a tutte le volte che io stesso avevo avuto paura prima di iniziare un intervento chirurgico difficile, nel momento che la fifa ti assale a tradimento. Quando concentri tutte le forze a cercare il fuoco del coraggio alla radice del tuo essere, che impedisca alla paura di diventare panico, e ricorri a tutte le tue risorse, dall’istinto alla ragione.

Poi quando ti guardi nello specchio vedi un uomo diverso.

Il vero coraggio, pensai, scaturisce sempre dalla fonte che abbiamo dentro noi stessi.

Quella fonte che certi mestieri ti obbligano a guardare in faccia.

Pensai che non tutti sanno di averla, e si perdono una cosa molto bella e molto importante.

3 febbraio 2019

Carlo Lucardi


IL RITORNO

IL RITORNO

.. Il Santa Caterina ritorna !!!

La notizia correva di caruggio in caruggio.su per le erte scale di ardesia delle alte case ammucchiate sul porto…
Il clipper dato per scomparso da più di un mese ritornava..


Tra poco avrebbe doppiato il promontorio e  sarebbe apparso con la sua maestosa velatura all’orizzonte.

“Il Santa Caterina ritorna ! …”: lo udirono le madri, le mogli. le sorelle di coloro che da tre anni erano lontani per mari sconosciuti e in un frusciare dl gonne, ondeggiar di scialli, rumorio di zoccoli e scarpe si ammucchiarono sul molo vicino al faro.

 

“Il Santa Caterina ritorna !... Lo udì la moglie del comandante mentre compilava la lista della spesa della giornata e alla serva che la guardava silenziosa. quasi aspettandosi ordini speciali. disse “Non è venerdì di quaresima e non facciamo sempre zemin di ceci e baccalà al verde " e la serva non riuscendo a trattenersi". Ma io credevo ... ritornando dopo tre anni ... al comandante forse piacerebbe...”  "Zitta, pettegola! Non c’è niente da credere ... o da pensare ... va’ a fare il tuo dovere!”


Stringendo le labbra prese uno scialle dall’armadio sistemò i capelli allo specchio e gli occhi le caddero sulla lettera che sporgeva dalla scatola dei fazzoletti, l'ultima che aveva ricevuto: senza troppi riguardi il marito l'avvisava che sulla nave con lui c’era la figlia di non so quale capo per la quale doveva far preparare la villetta al Boschetto che era un onore per loro ospitarla ...

 

Quella lettera che annunciava un fatto che non era poi tanto insolito (c'erano stati figli e figlie di maraja che dopo alcuni mesi passati da loro, proseguivano per l’Inghilterra dove andavano a studiare ...) le era sembrata tuttavia quasi minacciosa come se questa volta tutto fosse diverso: era una lettera distratta senza affetto (non che il comandante fosse poi troppo espansivo ma tra loro c’erano frasi scherzose e certe allusioni che prendevano il posto di mille romanticherie): più la rileggeva, più i1 suo cuore si stringeva …

 

"il Santa Caterina ritorna!” Lo udì Maddalena con un brivido, mentre appena uscita dal letto dell’amante, si aggiustava i capelli davanti allo specchio ... Senza svegliarlo si vestì  in fretta e scese furtivamente le scale.

 

Era una di quelle giornate di inizio marzo, quando un mare di  ardesia rispecchiava un cielo uguale e l'orizzonte ingialliva dl zolfo sbiadito:colpi di vento marezzavano la superficie delle acque e nell’ aria c'era qualcosa di inquieto come quando d'estate si attende il temporale.

 

All'estremità del molo accanto al faro si stringeva il gruppo grigio marrone nero delle donne: davanti a tutte con la sua cuffia merlettata la moglie del comandante.

Giungevano intanto abbandonando gli attrezzi pescatori e carpentieri, insomma una piccola folla si arrampicava sulla scogliera per scrutare il tratto di mare verso la punta della Chiappa … Il vento si era fermato: i gabbiani silenziosi erano allineati sulle rocce, sui prospetti dell’antico castello.

“Eccola!  “un grido a più voci segnalava l’apparizione della prua che doppiava il promontorio: presto l’intera imbarcazione sarebbe apparsa alla vista … ed ecco che il grido gioioso si smorzò: a poca distanza dalla nave le nubi presero forma di cono,un turbine grigio scuro si alzò tra cielo e mare e ruotando sull’acqua si diresse verso il promontorio …

Le donne caddero in ginocchio: il vascello ora era tutto in vista, ma era chiaro che, salvo un miracoloso evento, il turbine lo avrebbe investito in pieno. E così fu. In  breve le vele divelte, si vide il “Santa Caterina” inclinato di prua a imbarcare acqua: all’unanime grido straziato delle donne risposero i richiami degli uomini che armati velocemente  gozzi e barche, si dirigevano verso il disastro non disperando di riuscire a raccogliere i sopravvissuti.

Sul molo le donne si stringevano e ognuna cercava dentro di sé la forza di accettare la probabile disgrazia anche se,come sempre accade,la speranza non voleva spegnersi.

Maddalena artigliava le dita allo scialle: pallida guardava verso l’orizzonte. No, non poteva credere che il terribile pensiero che, alla notizia del ritorno, la sua mente aveva formulato si fosse concretizzato davanti ai suoi occhi. Si teneva in disparte per evitare le maligne occhiate delle altre. Lì in quell’alveare di case strette tra mare e collina nessuno parlava apertamente, ma tutti sapevano tutto degli altri. Si inginocchiò anche lei a pregareorgo.

Solo la moglie del comandante era in piedi: per lei, visto che appariva chiaro che la nave sarebbe affondata, non poteva esserci alternativa: il comandante avrebbe seguito la sorte del “Santa Caterina”. Conosceva bene l’orgoglio del marito.

Cominciarono a rientrare nel porto le prime imbarcazioni: vivi e morti raccolti insieme, gioia e grida di angoscia si mescolavano. I   morti allineati sul molo venivano pietosamente coperti,l a campana cominciò a suonare lugubri rintocchi…

All’orizzonte ormai del “Santa Caterina” era visibile solo una parte di poppa e il mare a poco a poco avrebbe forse restituito relitti e i corpi che mancavano all’appello: tra di essi anche quello del marito di Maddalena. Solo  meno di un terzo dell’equipaggio era sopravvissuto … da almeno vent’anni il piccolo porto non era stato colpito da una tale disgrazia.

Tutti gli occhi erano tuttavia attratti verso una delle imbarcazioni rientrate. In essa, assieme ai due rematori, c’era una grande cassa di legno arabescato, con un verricello fu issata a riva: galleggiava presso il relitto.

Con i suoi preziosi intarsi suggeriva mondi lontani: gli occhi di tutti fissavano la moglie del comandante che pallida con impassibile volto si avvicinava.

Dalla cassa improvviso uscì un gemito che fece indietreggiare spauriti quelli che la circondavano.

“Aprite!” fu l’ordine secco della donna: apparvero sete multicolori :il lamento veniva da un viluppo dorato; apparve un piccolo volto color avorio antico e due grandi occhi scuri smarriti…

Consapevoli sguardi corsero tra la folla “Ecco un altro di quei foresti che portava il comandante!” Cosa avrebbe fatto ora la scià Eugenia ? ora che il comandante era morto?

La ragazza, ancora quasi una bambina, era stata rivestita pietosamente di panni asciutti: un carrozzino era arrivato per portarla come consuetudine alla villa del Boschetto con la sua preziosa cassa, ma eccola d’improvviso avvicinarsi ad Eugenia tendendo le braccia con una sola incerta parola “Mother!”

Tutti videro il viso della donna arrossire e gli occhi riempirsi di lacrime mentre la prendeva per mano.

“Al Boschetto, scià Eugenia ?” “No, Giuachin, andiamo a casa”

Maddalena, sfuggendo alle parole di condoglianza, desiderava solo un angolo buio dove rifugiarsi :nel tumulto della sua mente vedeva solo visi accusatori e le sembrava di dover subire un orribile castigo, anzi forse lo desiderava  ardentemente in un angolo del suo cuore … sentì una mano sfiorarle il braccio, era Pin, il suo amante, Scosse rabbiosamente il braccio “Via, via! Vattene! mai più,… mai più !”

La vide sparire come una furia su per la salita.

 

di Maria Grazia

Bertora

Rapallo, 31 Gennaio 2019


OSSO DI SEPPIA

MARE

La casa delle mie estati lontane, t’era accanto, lo sai, là nel paese dove il sole cuoce e annuvolano l’aria le zanzare. Come allora oggi la tua presenza impietro, mare, ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro.

EUGENIO MONTALE

OSSO DI SEPPIA

I RICORDI DI NONNO NUNZIO

La mia prima nave è rappresentata nella foto sopra: un osso di seppia. In seguito, con un bastoncino e un pezzo di carta per vela, divenne il mio primo veliero con il quale cominciavo a immaginare i mari infiniti, le isole meravigliose... altre genti... colori diversi... altri mondi!

Da allora, avevo già deciso della mia vita: avrei fatto il "Capitano di coperta"! Forse incoraggiato anche dalla mia nonna materna. Si chiamava Concetta ed era nata nel 1874, infatti portava ancora la gonna lunga, il fazzoletto in testa con i lembi riportati sopra e il grembiule lungo davanti. Lei era di Francavilla, ma ormai, non avendo più casa (distrutta dalla guerra), viveva con noi.

Oltre alle favole, mi raccontava storie di briganti e poi alcune chicche di quando a Francavilla, durante l'estate, c'era il Cenacolo di Michetti che era frequentato anche da D'Annunzio il quale, essendo molto in auge in quel periodo, faceva ancorare le navi della Marina davanti al paese.

Così, per qualche giorno, la cittadina era invasa dai cadetti che sfoggiavano le loro eleganti divise bianche. Il suo sogno era di vedermi un giorno al posto di quei giovani e, mentre le saltellavo sulle ginocchia, lei diceva: “pur(e) custu' duventarra' nu bell Ficial(e)....!!!" (Traduzione: “anche questo qui diventerà un bell'Ufficiale”). Chissa'! Forse anche i racconti della nonna hanno influito sulle mie scelte!


Nonna Concetta

Bastava che vedessi dov’erano i contadini che innaffiavano a forza di braccia gli orti con dei solchi d'acqua e subito facevo la mia nave con una foglia di canna, poi la trascinavo tra un solco e l'altro inseguito dai loro rimproveri. Le barchette con la foglia di canna le facevano i bambini più “grandi” di otto anni, allora io davo le 5/10 lire che 'vincevo' alla nonna giocando a carte ad un ragazzino che in gran segreto mi avrebbe insegnato a costruire la barchetta con la foglia di canna.

La barchetta fatta di foglie di canna

C’erano tanti bambini un po' più grandi di me che erano interessati a trarre profitto da questa mia passione.

In effetti la costruzione era piuttosto semplice: si doveva prendere una scatola di latta, togliere i fondi, piegare a metà da una parte il restante rettangolo, stringere quei due lembi per formare la prora e la parte posteriore, inchiodare il tutto attorno ad una tavoletta sagomata che formava la poppa... e la nave era fatta, ma aveva un certo prezzo!

Prima della guerra, mio nonno Nunzio era un imprenditore elettrico e, per quanto i superstiti della guerra avessero depredato già tutto, conservava ancora dei grossi rotoli di filo di rame e il prezzo, a seconda della stazza della nave, era calcolato in proporzione: a tanti centimetri di nave corrispondevano tanti metri di rame.

Così cominciò la mia passione per il mare, più crescevo e più aumentava la voglia di entrare in quel mondo e farne parte!

Era il 1946, avevo 6 anni e non avevo mai avuto un vestito nuovo tutto per me. Al massimo un paio di pantaloncini corti ricavati da una giacca della divisa di papà, per l’inverno, altrimenti un paio di mutandine di "percalle" per i mesi caldi, tutto era cucito rigorosamente da zia Bianca che faceva la sarta. Io desideravo da sempre un vestito da marinaio.... e, finalmente, il momento arrivò!

C'era stata la guerra! zia Silvana aveva 16 anni, zia Marinella ne aveva 12; a qualcuno mancava la Cresima, ad altri la Comunione così, visti i tempi di magra che correvano, i grandi decisero di fare tutto in una volta, una festa unica che si prestava ad aggiungere pure Nunzietto, che ero io, il più piccolo! Già ero veramente piccolo, ma avevo il mio caratterino e facevo valere le mie ragioni:

“se non mi fate il vestito da Marinaio, io non ci vado in chiesa!”.

E così, anche se cucito da zia Bianca, ho avuto finalmente la mia prima "divisa" ed ero fiero di indossarla!

Io sono al centro del gruppo con la divisa da ufficiale-marinaretto

Mi attendeva – però - una delle prime delusioni della mia giovane vita. Era usanza a quei tempi, soprattutto in campagna, che in occasione della Cresima, il padrino regalasse al cresimando l'orologio da polso, sebbene non fossi ancora in grado di leggerlo, e non vedevo l'ora d’indossarlo.

Finita la cerimonia, giunse il momento dei regali. Erano tutti assonnati, la mangiata era stata luculliana! La mia povera mamma aveva dovuto preparare e cucinare una infinità di conigli, in quel cucinino pieno di fumo, per quella banda famelica di parenti che si radunavano nelle grandi occasioni.


Dopo tanta attesa ricevetti 6 birilli di legno con un pallino e una penna stilografica! Ricordo solo che li scaraventai da qualche parte e piangendo andai a nascondermi. Ritornai allo scoperto solo a sera inoltrata e adesso posso capire l'imbarazzo dei miei genitori, ma andò proprio così.

 

Intanto crescevo, i pescatori erano i miei miti e cercavo sempre di stare con loro per rendermi utile almeno come mozzo-marinaretto... Avrei potuto pulire una sentina dove solo le mie piccole mani potevano arrivare, ma nessuno mi portava in barca! Dicevano: “che lo porti a fare? Che ti fa "cussu!” (quello lì).

Che umiliazione sentirmi escluso dal bordo e dal mare! Eppure io capivo tutto quello che dicevano i grandi, e sapevo anche come fare…!

Avevo 10/11 anni quando andammo ad abitare alla casa al mare ed ero veramente felice! Bastava che qualcuno lasciasse la barca nei dintorni e subito andavo ad armeggiare con i remi. Anche se un po' gracile, di forza ne avevo tanta, ero ormai in grado di remare per poter stendere e salpare le reti. Finalmente Zi' Rocco, un uomo anziano con una gamba di legno, cominciò a portarmi con sé per mettere le reti. Andavamo poco prima del tramonto e le ritiravamo all'alba, anche perché alle 7.20 passava l'auto per andare a scuola!

Per San Giuseppe, insieme alle rondini, arrivano le seppie per deporre le uova lungo il litorale e le reti venivano messe dove c'erano gli scogli o i sassi: il nostro posto favorito era proprio alla foce di quel fiumiciattolo Arielli dove, oltre a qualche scoglio, c'erano i ruderi di un ponte fatto saltare dai tedeschi.

Di mattina, mentre tiravo su le reti, Zi' Rocco ogni tanto guardava il fondo e diceva:

«Nunzie', guarda che bel mattone!»

Che era una specie di ordine: "va a prenderlo!".

Anche se il sole si era alzato da poco e la brezza di terra fosse ancora fresca, se volevo conservare l'imbarco, non avevo altra scelta. Spogliato completamente, altrimenti mamma se ne sarebbe accorta, mi tuffavo nell'acqua piuttosto fredda perché era mescolata con quella del fiume: ed ecco il mattone!” La cosa si ripeteva spesso durante quel tipo di pesca.

Poi crescendo ero sempre più richiesto anche per via della gratuità delle mie prestazioni d'opera!
Intanto Zio Giovanni, il papà di Tonino, il cugino che poi sarebbe diventato generale, stava ricostruendo le case al mare in località Pasquino. D’estate si rinforzavano i muri di cemento per difenderli dalle mareggiate invernali. A questo scopo lo zio aveva comprato un bel "moscone" di legno, un pattino, per invogliarci a dare una mano, magari un po’ piccola ed inesperta, ma molto svelta…

Avevo trovato lavoro! All'alba si partiva remando sulla rotta per Pasquino e dopo una giornata impegnativa, eravamo tutti contenti di poter remare e si ritornava a casa dove il moscone era gelosamente custodito e del quale, durante le pause di lavoro, ne avevo piena disponibilità.

Inoltre, dove andavamo a lavorare, c'era un tale "Balilla" affittuario di una casetta di Zio Giovanni, per usi non troppo puliti per quel tempo. Era un grossista di ferri vecchi, pezzi di motori usati; tutto ciò che serviva, lui ce lo aveva pronto.

Un bel giorno, lo zio mi fece provare una specie di canoa, tipo un vogatore seduto a poppa, rivolto verso prora ed un altro a prora con la faccia verso poppa. Aveva due galleggianti laterali che mi ricordavano le imbarcazioni polinesiane, in compensato foderato di lamierino sottilissimo, si remava con la doppia pagaia! Quel tipo di voga mi deve aver fatto un gran bene ai muscoli che si gonfiavano man mano… anche senza gli "anabolizzanti" di oggi…!

Poco distante da casa mia, abitava Antonio, un pescatore chiamato Lu Sord. Aveva 4 figli, la più grande aveva la mia età, quindi poteva essere mio padre!!! Bene, avevo 12-13 anni e il mio vero amico era proprio lui: 'Ndonio lu sord'. Chi era?

Avevo conosciuto il Sordo quando ero poco più di un bambino. Il padre 'Zì Luigi' era di Roseto degli Abruzzi, come i suoi avi, faceva il pescatore sulle paranze, quelle  tipiche barche a vela di quei tempi e di quei mari le quali, pescando la sciabica tipica dell'Adriatico, era arrivato fin  qui a Ortona.

Antonio (il Sordo), spingendosi all'interno per vendere il pescato, conobbe una ragazza di buona famiglia, che sposò e portò a vivere in una casetta vicino alla mia dove, nell’attesa del maschio che arrivò per ultimo, partorì quattro figlie. Quella famiglia attraversò periodi davvero brutti, perché lui era senza lavoro e senza i necessari e costosi attrezzi da pesca. Purtroppo non aveva scelta, quando c'erano i cefali, usava il tritolo!


Nunzio in primo piano e Lu Sord

Prima della guerra, i pescatori come Zi' Luigi, il padre di Antonio, dal mese di aprile in poi, pescavano con le sciabiche che erano reti molto alte, con dei piombi sotto e dei galleggianti sopra. Questo attrezzo veniva gettato al largo, e poco dopo iniziava il recupero da terra tramite i calamenti (cime robuste) che venivano tirate a riva dagli sciabicotti a forza di braccia.

I bracci laterali si avvicinavano lentamente verso riva, mentre il centro della rete contenente il sacco restava spostato verso il largo, sospeso da tanti galleggianti. Una volta che le due estremità della rete piano piano si avvicinavano a riva, i pesci impigliati nella rete sarebbero finiti nel sacco. Il quantitativo del pescato dipendeva dalla fortuna e dall’abilità con cui il pescatore capo barca aveva diretto l’operazione che poi si ripeteva in una zona poco distante.

Con quel faticoso modo di pescare, questa povera gente partiva da Roseto, pescava e vendeva il pescato lungo la costa, nelle campagne, ma anche nei paesini dell'interno che erano raggiungibili con i carretti. Il pescato consisteva in pesce povero, alici, sgombri, aguglie, cefali e raramente qualche pesce pregiato, come spigole, dentici ecc.

In quel modo riuscivano a sopravvivere e se era andata bene la stagione di pesca, portavano a casa qualche soldo. Di sera, tiravano a riva la barca, accendevano il fuoco e mangiavano il pesce arrosto, ed anche i prodotti della campagna che avevano avuto dai contadini in cambio del pescato. Dormivano nella barca e la mattina successiva ripartivano pregando San Tommaso!

Era una giornata di settembre meravigliosa!  La gente si augurava:
"Bisogna ancora seccare i fichi." Alludeva alle giornate in arrivo che dovevano essere come questa.

 

Ricordo il mare 'oleoso', quando i branchi di cefali nuotavano in superficie increspando il mare come fosse un refolo di vento: un allarme visivo che attirava il fiuto del Sordo il quale, con tutta fretta, si gettava su una cassetta di munizioni belliche tedesche nascosta sotto una folta siepe  e, dopo essersi guardato in giro con aria circospetta, estraeva le scatole di tritolo di diversa pezzatura, quindi sceglieva quelle adatte alla grandezza del branco e soprattutto all’altezza del fondale in quel tratto di mare. Dopo l’esplosione il mare diventava bianco di cefali morti che venivano con le pance a galla, ed erano così tanti da riempire la barca, ma anche in grado di appestare la spiaggia nei giorni successivi, quando il mare li spingeva sulla spiaggia dove finivano in pasto alle pulci di mare.

Fu così che, tra una vendita e l’altra di pesce fuori zona, 'Ndonio conobbe una ragazza di buona famiglia in un paesino dell'interno chiamato Canosa, si sposarono e si stabilirono in quella casetta sul mare, vicino alla mia, dove continuò a fare il pescatore.

Per me era un dio marino, un vero uomo “salato” che aveva imparato il mestiere dal padre sui trabaccoli, quei grossi barconi a vela che trasportavano merci in lungo e in largo per l'Adriatico. Da lui imparavo a rammendare la rete, a fare i nodi che servivano di più. Lo seguivo tutto il giorno come un segugio, al punto che mio padre ne era quasi geloso. Appena tornavo da scuola, mangiavo e correvo da lui, anche perché riuscivo quasi sempre a racimolare 15 Lire, con le quali Guerino, il figlio più piccolo, correva a comperare una "nazionale esportazione" per me ed una caramella per lui! Si approntavano le reti per la sera e poi tornavo a casa per studiare un po', ma pensavo sempre alla barca, alle reti, ai pesci…


Nel giugno del 1954 presi la licenza media a Francavilla. Andavo a scuola regolarmente con una bicicletta che, prima della guerra nonno Nunzio, aveva regalato alla zia Silvana. Era un po' più piccola delle normali e, siccome era stata recuperata dalle macerie, era anche un po' storta e per quanto si cercasse di regolarla, buttava sempre fuori la catena; immaginate le mani quando la mattina mi presentavo a scuola come il garzone di bottega del meccanico.


Era l’epoca di Coppi e Bartali… e Nunzio non nascondeva la sua simpatia

 

L'ISTITUTO NAUTICO

Finalmente potevo iscrivermi all'Istituto Tecnico Nautico di Ortona per diventare "Ufficiale della Marina Mercantile". A questo punto del racconto devo fare alcune precisazioni su Ortona. Per noi che abitavamo al Foro, era il posto dove si richiedeva un certificato dal Comune. Mamma vi si recava qualche volta il giovedì per il mercato, ma sempre per pochi minuti; io vi ero andato qualche volta nel mese di maggio per la festa di S. Tommaso, ma non di più.

Papà qualche volta, mi parlava di questo Istituto Nautico e mi diceva che in un cortile si vedeva, prima della guerra, un albero con un pennone per le esercitazioni.


Il vecchio Istituto Nautico

Infatti era proprio così: il vecchio Istituto Nautico si trovava dove attualmente c’è il Comune, mentre quello nuovo é l'edificio di fronte al castello che guarda sul porto!!!

La scuola di Ortona era da cinque anni la sezione distaccata dell’Istituto Nautico di Ancona e, mentre io ero una “recluta” agli esordi, i più anziani erano iscritti al 5° ed ultimo anno. Il primo giorno di scuola, lo ricordo perfettamente... Entrai dal portone verso il castello, non conoscevo nessuno. Poi riconobbi un ragazzo di Pescara, dove avevo frequentato la prima media, un certo Terrenzio che da allora fu il mio compagno di banco e ancora oggi viene a trovarmi! Anche altri due, forse tre, venivano da Pescara, uno di loro aveva il padre che navigava sui pescherecci atlantici della Genepesca e aspirava ad avere un figlio Capitano!

Terrenzio, scelse d’iscriversi al Nautico perché il fidanzato di una sua cugina, tal Ezio, aveva fatto il Nautico a Napoli era già un navigante e gli raccontava le sue avventure di mare con grande entusiasmo! Gli altri per la maggior parte erano di Ortona e molti facevano il Nautico perché era l'unico Istituto Superiore presente nel circondario e non avevano la possibilità di trasferirsi a Pescara! Io ero orgoglioso di fare il Nautico, perché ero già entrato da tempo nello spirito di un futuro Capitano di mare. Altro che Liceo... e per fare cosa? Il dottore, professore... non li calcolavo neanche!

I primi giorni, aspettavamo con ansia di misurarmi con le "Esercitazioni marinaresche" e pensavamo: “chissà, arrampicarsi sull’albero di una nave, funi, scale di corda, il famoso “marciapiede” ....

Finalmente arrivò il giorno fatidico: due ore di esercitazione marinaresca.

Suona la campanella e noi pensavamo di andare in un’aula attrezzata per questo scopo. Invece si presentò una persona anziana, con gli occhiali, calvo più o meno come mio padre, in mano aveva un quaderno con la copertina nera di un tempo, un po' sgualcito, ed un cavetto lungo non più di un metro.

Noi aspettavamo in piedi, entrò, salì sulla cattedra, ci guardò e disse: “Seduti!”

Subito dopo fece l'appello guardando ognuno di noi da sopra gli occhiali e facendo tra le varie domande l'albero genealogico di ognuno, eccetto quello di chi, come noi, veniva da fuori.

E cominciò: “Visto che non vi sono libri di testo, io vi detterò ogni volta un argomento previsto dal programma. Mi auguro che abbiate portato il quaderno, come per tempo era stata fatta richiesta. Scrivete: L'ANCORA.”

"L'ancora è quell'instrumento che, gittato in fondo al mare, trattiene la nave mediante cavi o catena. Le parti dell'ancora sono ..."

Ricordo che ci toccammo le ginocchia con una forza tale da farci male! Era una delle prime delusioni. Beh, forse avevamo troppa fretta, comunque dalla finestra vedevamo il porto, qualche nave che arrivava e facevamo tanti sogni...

Appena avevamo un po' di tempo, scendevamo in porto dove c'era quel che era rimasto di un cantiere navale e spesso, quando si temeva qualche interrogazione, non andavamo a scuola, grazie anche ai bei panini che la nonna preparava con la frittata, peperoni secchi, uova e qualche salsiccia di fegato. Qualche sigaretta non mancava mai e fino alle 14, l'ora della partenza dell'autobus, eravamo sempre lì al porto, alla ricerca di una barca di 5 o 6 mt. che Ezio avrebbe comprato appena sbarcato, per armarla con la vela. Dopo tante ricerche, ne trovammo una che poi comprò.


Il  Rimorchiatore di servizio alla draga

In quel periodo avevamo fatto amicizia con l'equipaggio del rimorchiatore che aveva il compito di trainare fuori dal porto le bettoline cariche di fango scavato da una grossa draga. "Don Mario", il Capitano, non disdegnava qualche buon fiaschetto di vino del nonno Alfredo ed era un buon motivo perché mi sentissi virtualmente arruolato…

Intanto in mare ero diventato, in un modo o nell’altro, “utile” a tutti e tutti mi offrivano ospitalità. Papà mi chiedeva solo: "hai studiato?"; poi, al ritorno da scuola: "sei stato interrogato?"; e la sera, prima che andasse a mettersi a letto: "a che ora devo chiamarti domattina?". Sì, perché non avevamo una sveglia. Ovvero, la sveglia c’era ed era bella grande, un regalo di nozze salvatosi dalla guerra, ma non funzionava più la suoneria, così il nonno, che dormiva poco, mi chiamava più o meno alle 04, perché di sera non riuscivo a studiare, faceva freddo, e appena mi mettevo a letto con il libro, mi addormentavo!

A scuola, eccetto le Esercitazioni Marinaresche dove imparavo a fare i nodi, le segnalazioni con le bandiere e tante altre cosette interessanti, le altre materie erano quelle che si studiavano alle scuole superiori e, tranne la matematica, del resto non me ne fregava proprio niente! Comunque alla fine dell'anno ero sempre uno di quei 5 o 6 “promossi a giugno”; non potevo rischiare di giocarmi l'estate per riparare a ottobre, Terrenzio invece, al rusch finale, restava fregato in qualche materia!!!

 

Con il Sordo, mare permettendo, andavo tutti i giorni a pesca, ed il pescato, anche se era buono, era difficile venderlo perché la gente aveva pochi soldi e molti facevano il baratto con olio, patate ed i prodotti della campagna.

Tutte le volte che andavamo a salpare le reti, il Sordo mi diceva di prendermi dei pesci, cosa che non ho mai fatto, al contrario, tornavo a casa e dicevo a mamma: "lu Sord 'a piat lu pesc(e) vall'accattà!" (il Sordo ha preso il pesce, va a comperarlo).

Erano brutti tempi per una famiglia numerosa come la sua, con moglie e 4 figli. D'estate gli pescavo le telline per venderle, andavamo al Riccio, ma lui non poteva tuffarsi a causa dei timpani perforati, ed io raccoglievo le cozze più grandi che poteva vendere ai ristoranti di Francavilla. Ogni tanto da casa prelevavo una bottiglia di olio e gliela portavo. All’epoca non bevevo vino, però aiutavo mio padre a produrlo, anche tanto, per cui rinunciavo alla parte che mi spettava come vendemmiatore e la regalavo al Sordo. Papà apprezzava molto il mio gesto!


LA MIA BARCA A VELA

A me piaceva la vela, ma la barca del Sordo ne era sprovvista, tuttavia, essendo stato promosso, papà mi avrebbe dato i soldi per comprare il necessario allo scopo. Intanto avevo adocchiato le belle ferze di tela per le lenzuola di Marinella che mi voleva tanto bene e non le sarebbe dispiaciuto avere un lenzuolo in meno e farmi contento!
Così, dopo che mamma le aveva stese sui sassi puliti, ogni tanto le bagnava per farle diventare più bianche. Fatto il conto dei metri necessari, le ferze sparirono e subito cominciò il taglio per una bella vela al terzo.

Il Sordo, ricordando gli insegnamenti di Zi' Luigi, preparò altre ferze, ma bisognava cucirle. Il pensiero volò subito a Ninetta, la sorella più piccola dell'altra sarta di nome Ginevra, che abitava vicino a noi e non disdegnava qualche complimento o attenzione... e cosi, la vela fu cucita!


Le vele, per essere conservate meglio, venivano pitturate con colori tipo la Terra di Siena, mentre i disegni servivano per essere individuati da lontano! Ricordo ancora dove avevamo steso la vela per pitturarla, e in poco tempo, senza fare il disegno prima, direttamente con il pennello, 'Ndoni(o) fece quel capolavoro di disegno! Ora mancava tutto il resto: i pennoni, le bigotte, le pulegge per il paranco, le landre, le femminelle, i ganci di ferro... e non c'era un negozio dove poter comperare quell’attrezzatura.

Era tanta la passione che nulla poteva fermarmi: facevo prima il disegno di ogni cosa, poi lo spiegavo al falegname o al fabbro e, con la mia presenza assidua e insistente, per lui era una vera rottura di scatole…, ma con le mie promesse “mantenute” di pesce regalato, riuscivo sempre nell'intento.

Ora mancavano i pennoni che si dovevano acquistare a Francavilla. Il problema consisteva nel come portarli a casa! Con quale mezzo?

L’unica speranza era sempre concentrata sul vino di Nonno. Quanti miracoli?!?

Per anni ho viaggiato con l'autobus della ditta "Forlini" che di questi mezzi ne aveva pochissimi, uno di questi era addirittura fornito di un rimorchio per il trasporto degli studenti e nei giorni di mercato veniva usato anche dai contadini con merce al seguito da vendere in giro. I dipendenti di Forlini erano brave persone ed io avevo già da tempo sondato il terreno circa la possibilità di trasportare i due travetti di legno della barca a vela da Fancavilla, uno dei quali misurava 6,5 mt.

Uno di questi si chiamava Vicenzo ed era molto sensibile al vino…:

"ma quess' n(e) l(e) pozz fa'. Mi ci joc lu post..."

(ma questo non lo posso fare, mi gioco il posto).

 

E io di rimando: “Ma daj Vince' chi ci ved, j aspett a Viscarella, (l’ultima fermata all'uscita di Fancavilla, io aspetto sul muretto della fermata i travetti hanno già una cima legata. Tu vai sul rimorchio un momento... Leghi... ed è fatto!”

E così fu. Non mi sembrava vero... Ora mancava solo il lavoro per sagomare quei travetti quadrati. E dopo tanto la barca fu pronta...

 

Furono sufficienti poche lezioni da velista e... via! Che emozione!

Si trattava della stessa felicità che provai qualche anno dopo nel fare la mia Prima Guardia da solo sul Ponte di Comando con il grado di Terzo Ufficiale di coperta. Ero io che decidevo se accostare, controllare la posizione della nave con il sole, contattare altre navi ecc.. ecc..

Ma la barca serviva per mettere le reti e, purtroppo, la vela era ingombrante e impediva certi movimenti, insomma dava fastidio. Allora la sera, prima di calare le reti in mare, si doveva disalberare e creare più spazio possibile. All'alba si salpavano le reti e dopo una accurata pulizia dello scafo con rimontaggio dell’albero e della vela, la barca diventava mia per tutto il resto del giorno.

Mi ero attrezzato anche per una rete a strascico, allora veniva pure il Sordo, ma i risultati erano scarsi. Allora pescavo gli sgombri alla traina. Che meraviglia!

A volte ne prendevo una cassetta in poche ore! 'Ndonio, guardava da terra e se facevo qualcosa di sbagliato, quando venivo a riva, mi rimproverava! Comunque, quando serviva, andavo sempre ad aiutare Zio Giovanni a Pasquino, e molte volte caricavo la barca di sassi per metterli nel cemento, purtroppo da quelle parti non ce n'erano.

A Ottobre, ricominciava la scuola, l'unica materia specifica era sempre e solo Esercitazioni Marinaresche, ossia segnalazioni con bandiere, l’alfabeto Morse ecc… Il numero di studenti in classe era più o meno invariato, perché ogni anno 7 o 8 venivano respinti ed erano rimpiazzati dai ripetenti della classe superiore. Anche la vita era sempre la stessa: Terrenzio, il porto e le barche. D'inverno l’andazzo era un po' più duro perché tirava vento e faceva freddo.

Mia sorella Marinella aveva avuto il posto da insegnante a Montenerodomo, un paesino di montagna e, siccome era disdicevole che una ragazza vivesse da sola, mamma era dovuta andare con lei e siamo rimasti io e papà. Il menù era sempre lo stesso: “pasta con aglio, olio e rape”. La mattina ricoprivo il letto, pulivo per terra e su un diario che ho ritrovato tempo addietro avevo scritto:

“Solo ora mi rendo conto di tutto quello che faceva mamma…!”

Comunque fuori con gli amici ero sempre allegro, pieno di spirito, ma dentro di me sono stato sempre un po' triste! Non ho mai capito il perché... come se mi mancasse qualcosa. Ma ora non divaghiamo!


Due amici sul porto, Nunzio (di fronte) e Terrenzio

Arriviamo a giugno e, come al solito, sono stato promosso: la barca, il mare, qualche ragazzina che cominciava a farmi pensare...
Arriva ottobre: si riapre la scuola con l'allegria di sempre, i compagni, Terrenzio e la solita stretta di mano con la gamba sinistra alzata e: "sempre amici, fra', anche in tempo di guerra”.

LE PRIME AVVENTURE MARINARESCHE…

Poco prima di Ferragosto Antonio (il Sordo) mi chiede:

"Vogliamo andare qualche giorno a Roseto in occasione delle feste patronali?" Ricordo che a Roseto degli Abruzzi, viveva il padre di Antonio (Zì Luigi) che pur avendo una bella età stava ancora bene ed aveva spazio per ospitarci.

Anche se allora usufruivo dei biglietti gratis, per via di papà ferroviere, risposi che ci sarei andato soltanto in barca a vela!

Messo un paio di scarpe in una valigetta, indossai un paio di pantaloni, una maglietta e partimmo con un bel vento di scirocco che ci consentiva una buona andatura anche solo con il fiocco. Era troppo bello, infatti, dopo il traverso di Pescara, si ruppe la femminella superiore del timone.  Ci arrangiammo a governare con un remo messo il più possibile a poppa e riuscimmo ad approdare a Montesilvano. Ci serviva un piccolo succhiello per forare il dritto di poppa (dov'era la femminella), inserirvi qualche passata di filo di ferro che avevamo a bordo e ripristinare la sede per l'agugliotto del timone.

Nell’attesa dell'apertura pomeridiana del negozio di ferramenta, ci sistemammo all'ombra di una bellissima pineta e pianificammo il da farsi. Acquistato l'attrezzo necessario, ed effettuata la riparazione provvisoria, riprendemmo la navigazione per Roseto dove arrivammo giusto in tempo prima che il vento calasse del tutto.

Arrivati da Zì Luigi, trovammo Maria la marinara, così la chiamavano qui; era una sorella di Antonio che, prima della guerra, aveva sposato un certo 'Tosetto' di Padova il quale, dopo essere stato in sanatorio per via della tubercolosi, morì prematuramente.

La marinara aveva avuto la nostra stessa idea: venire a trovare il padre, insieme ad una figlia in occasione delle feste.

Si proponeva il problema di sistemarci per la notte, visto che la barca era tutta bagnata all'intern

ma quando finirono i fuochi artificiali, pensammo di metterci sulla parte asciutta del fiocco, sotto il muretto del lungomare di Roseto per essere ridossati dal vento fresco di terra.

Non ho mai invidiato Antonio come quella notte, perché mentre lui dormiva beatamente nel suo letto, io non riuscivo a prender sonno per il rumore delle fragorose pisciate, forzatamente trattenute dei passanti, frutto di birra e noccioline, allegramente assaporate nelle bettole dei dintorni, si trattava di piccoli torrentelli che scrosciavano da un lato e dall'altro senza soluzione di continuità. Il fenomeno idraulico si ripeté anche la notte successiva.

Dovevamo rientrare, Antonio era stato chiamato per un lavoro urgente da eseguire il giorno dopo.

Nel frattempo il mare era ingrossato. Antonio era dell'avviso di lasciare la barca e tornare in treno, ma io non avrei mai accettato quella proposta, ero troppo geloso della barca, anche se i suoi parenti ne avrebbero avuto cura.

Alla fine, per farmi contento, Antonio decise di tornare con la barca. Il mare era un bel po’ mosso, soprattutto vicino alla spiaggia dove le onde frangevano sulle secche, ed era difficile portarsi al largo. Anche se Antonio era davvero imbattibile in queste manovre di prendere il largo contro corrente, un'onda “anomala” ci sovrastò a tal punto da riempirci lo scafo di mare e costringerci a tornare a riva.

Aggottammo l'acqua e tentammo subito una seconda volta. Con la forza della disperazione applicata ai remi, riuscimmo a superare l’ostacolo.

Al largo l'onda era più lunga e maneggevole, con qualche frangente che ogni tanto c’investiva per tenerci sotto pressione… aiutato dal vento che non aveva voglia di scherzare. Arrivati sulla rotta fissata, terzaruolammo e con la tramontana al gran lasco cominciammo a volare sull’acqua…

All'arrivo a Ortona, il problema si ripresentava nel modo inverso: dovevamo evitare di farci portare a tutta velocità dal frangente sulla secca, col pericolo di rovesciarci oppure addirittura di spaccarci lo scafo e perdere la pelle.

Iniziammo a rassettare tutto per tempo e, aspettando l'istante giusto per sorpassare la secca, rientrammo felicemente accolti dagli applausi dei parenti ed amici che seguivano con trepidazione il nostro rientro fin dalla partenza da Roseto.

L'unica “vittima malconcia” del viaggio era stata la valigia di puro cartone pressato che alla fine si gonfiò tutta e cambiò di colore. Tale perdita fu ampiamente pagata dal bellissimo ricordo che conservo di quella mia prima crociera.

Una bella inquadratura del MIRANDA P.

Da Sinistra: La moglie del Sordo, il figlio (Guerino che mi ha spedito la foto), il sottoscritto, una mia amica, la figlia del Sordo, dietro il proprietario del peschereccio con suo figlio arrampicato.



Nella foto da sinistra: un ragazzino che non conoscevo, la figlia di Antonio, la MAMMA mia raggiante di gioia con la valigia di cartone, il bambino Guerino, figlio di Antonio (che mi ha mandato la foto), la testa di Olga, la moglie di Antonio, Antonio in canottiera e costume, una bambina in primo piano, ed infine si scorga poco del viso di zio Augusto, un fratello di mamma.


Il Sordo e sua moglie OLGA

 

LA MIA PiU’ GRANDE DELUSIONE….

Tempo di scuola! L’anno della scelta d’indirizzo: Coperta o Macchina. Naturalmente io avevo deciso per la Coperta già dalla mia prima infanzia.

Entriamo a scuola e trovata l’aula vedo scritto: 3° Corso Macchinisti. Giro per cercare altrove, poi un compagno mi dice: "Cate' a ddo' cazz ve'.." (Catè.., dove c...Vai?) :
"Come?”  “ne le vid ca e' maccnist, quess?!” (Non lo vedi che è la sez. macchinisti quella?).

Quella destinata ai CAPITANI non esisteva!

E' inutile andare avanti nel racconto! Quel giorno fu in assoluto

IL GIORNO PIÙ BRUTTO DELLA MIA VITA... LA DELUSIONE PIÙ GRANDE che mi avrebbe segnato per tutta la vita... avevo solo 16 anni, e mi stava crollando in un attimo tutto il mio mondo: i sogni di un adolescente, le prime letture... Non avevo più niente... Non sono entrato. "Catè.. Catè..!" Non mi sono voltato... piangevo... Sono uscito e sono andato sul Castello, non guardavo l'orizzonte infinito che ammiravo sempre da lì, ma fissavo il dirupo sempre più intensamente. Fui distratto da un uomo che si avvicinava, ed alzando gli occhi, ho rivisto "l'orizzonte...". Ho avuto sempre tanta volonta':

NON FA NIENTE... NON FARÒ IL COMANDATE... FARÒ IL MOZZO... IN ULTIMO DIVENTERÒ UN BRAVO NOSTROMO, MA VIVRÒ SUL MARE.

Tornai a casa un po’ prima degli altri per non incontrarli... A casa più o meno le solite domande... subito andai sui massi che erano dei cubi di cemento 4 mt x 4, metà interrati, costruiti a difesa della ferrovia: il mio rifugio... passeggiando lì sopra studiavo, scrivevo tutte le mie date importanti, dove sognavo, dove pensavo. Erano i miei confessori!

I Massi di Ortona

Per tre o quattro giorni, non andai a scuola, ma non avevo il coraggio di dirlo a mio padre e dargli un dispiacere così grande.
Ogni tanto andavo a scuola, ma non andavo mai alle interrogazioni, il più delle volte ero sul rimorchiatore della draga a buttare fuori del porto il fango e Don Mario mi faceva fare il timoniere.

Intanto avevo cominciato a fare i documenti per il libretto di navigazione, dopo di che me ne sarei andato a navigare da mozzo!

Ero quasi alla fine quando il Nostromo del Porto di Pescara, mi guardò e chiese: “Quanti anni hai?”
E io risposi: “17” aumentando un po'. “Mbeh, ci vuole il consenso di tuo padre!” Infatti allora si era maggiorenni a 21 anni.  Altra delusione...che fare? E cosi’, alla solita domanda di papà al ritorno da scuola: "sei stato interrogato?". Non ce l'ho più fatta e gli ho detto che a scuola non ci sarei più andato e che volevo imbarcarmi da mozzo.

Mio padre era rimasto impietrito...
Non dimenticherò mai il dolore che ho provato nel dargli questo dispiacere, che era ancora più grande di quello che provavo io stesso nel momento che ero costretto a rinunciare al mio sogno di diventare Capitano.

Comunque, ricominciamo da quel brutto giorno, il mio pensiero fisso era questo:

"O frequento la sezione Capitani, oppure a scuola non ci vado più".

Ora, la sezione Capitani era iniziata quell'anno nella sede di Ortona, ma dalla prima classe, il che non aveva molto senso poiché i primi due anni sono comuni per tutti gli indirizzi (Capitani, Macchinisti e Costruttori Navali). Avrebbero dovuto iniziare dal terzo anno! Ma l’Italia è stata sempre così!

Quindi la Sez. Capitani era ad Ancona. Il nonno cercò di calmarmi e mi disse che sarebbe andato ad Ancona per informarsi, cosa che fece il giorno dopo. Il lettore può immaginare il mio stato d’animo finché il nonno tornò a casa spiegando la situazione.

L'unica prospettiva possibile era l’iscrizione al "Collegio Anconetano". Il nonno aveva portato con sé il foglio per la domanda dove erano scritte tutte le condizioni da rispettare, le ore libere, quando si poteva tornare a casa, ecc. Io avrei accettato tutto, pure il carcere... ma quello che avevo letto in fondo mi lasciava un po’ sgomento: il costo era di Lire 18.000 + 2.000 per le spese. A quel tempo la pensione di papà era ancora quella provvisoria del 1951: Lire 25.000! Comunque papà non mi disse di no: "tu vacci ugualmente, poi vediamo un po', ti sarà sempre utile!"

IL CUTTER

Dopo qualche tempo, mamma, che fino ad ora non ho mai nominato, ma che cercava di starmi vicino il più possibile, anche se io con i miei modi "gentili" la allontanavo, mi disse:

"vid ca m'à dett padret(e) ca è quas sicur ca ti ci mann(e)!”

(vedi che papà mi a detto che è quasi sicuro che ti ci manda!)" E così cominciai a sperare, andai anche qualche giorno in più a scuola. Con gli altri ero sempre uguale: allegro e scherzoso. La maggior parte dei giorni stavo giù al porto dove, tra l'altro, in mezzo alle canne, quasi affondata nella sabbia, c'era un cutter (così si chiamavano una volta quelle barche con la vela marconi, deriva ecc.), pieno di acqua e per quanto non fosse mio, spesso lo pulivo.

Passò l'inverno: le reti, il Sordo, il mare e Terrenzio che ultimamente non ce la faceva a seguire a scuola... le risate varie ecc. Si chiuse la scuola: e fu respinto!

Estate come al solito, ma ero quasi sicuro di andare ad Ancona e invece, qualche giorno prima che si chiudessero le iscrizioni, papà mi venne vicino. Ero seduto poco lontano da casa sui sassi e, mentre pensavo, rompevo i sassi con un pugno: la mia specialità. Non sapeva come cominciare, credo che un dolore così non lo avesse mai provato e mi dispiaceva che fosse per causa mia. Mi disse che ad Ancona non sarei potuto andare perché i soldi non bastavano, cosa di cui io mi rendevo perfettamente conto.

Gli dissi solo: "Va bbon pà"... (Va bene Pà). Avrei voluto abbracciarlo per non farlo sentire in colpa... Lui mi avrebbe abbracciato, come per farsi perdonare, ma non eravamo capaci, non eravamo abituati. E così sembrava che il cuore volesse frantumarsi a entrambi! Sarebbe bastato che si fosse seduto vicino a me, un braccio sulla spalla... E invece lui tornò verso casa... e io verso i massi! Forse questi modi servivano per diventare più uomini.


Libretto della Pensione

Ecco la copia del libretto della pensione di papà da cui si evince che il promesso aggiornamento della pensione per Settembre, per cui mamma mi aveva detto che sarei potuto andare ad Ancona, è avvenuto al marzo successivo, troppo tardi per me e per la mia sognata scuola!

Sui massi scrissi la data... La stessa cosa che feci su un libro che mi portavo dietro, con l’aggiunta: "addio sogni di gloria!" Allora, dovevo decidere:

1) partire come mozzo, ma papà non mi avrebbe dato il consenso;

2) aspettare che arrivasse la sezione 3° Capitani ad Ortona ed avrei dovuto perdere un altro anno;

3) continuare la Sez. Macchinisti e, dopo il Diploma, imbarcarmi da mozzo oppure prendere anche l'altro diploma: quello a cui agognavo da sempre: Capitano di L.C. Decisi per la terza soluzione con un qualcosa dentro che non mi avrebbe più abbandonato!

Comunque a scuola andavo discretamente ed eccellevo nelle materie tecniche. Ero ritornato il Catena di prima con Terrenzio, e ci vorrebbe un romanzo per raccontare quegli anni: una classe di amici! Pensate che quando gli amici partirono per il militare, sono andato ad accompagnarli fino a Taranto! Sempre promosso a Giugno, anche agli Esami di Stato! Ma ora che fare?

Nessuno della mia famiglia mi disse di imbarcarmi. Io avevo già deciso da tempo: sarei tornato a scuola. Gli insegnanti dell'altro corso mi avevano consigliato fare un “recupero”: dare l'esame a settembre di 3a e 4a - frequentare la 5a e io per tutta risposta dissi:

“Cazzo! ho fatto tutti gli anni da Macchinista di cui non me ne fregava niente, e devo fare così affrettato quello che mi interessa? Riprendo a studiare dalla 4a!”

C’era solo un problema: incombeva il servizio militare. Avevo già avuto il rinvio e ora sarei dovuto partire. Per ovviare, mi sarei dovuto iscrivere all'Università per posticiparlo. Nonno non disse una parola, pagò anche quelle tasse, anzi, penso che fosse contento, vedendo che in qualsiasi maniera sarei arrivato dove volevo.

Mi sono diplomato il 27/7/60. Il 29/7, da Marinella è nato mio nipote Vanni "il piccunetto". La gioia raggiunse il massimo grado. Ma per me la gioia è sempre durata poco. Sembrava che tutto fosse andato bene, ma poi subentrò la setticemia! Mia sorella morì il 5/8/60! Non aggiungo altro... se non una (grossa imprecazione). Scusate!

Intanto si è riaperta la scuola, con i ragazzi di 16/17 anni. Alcuni miei compagni erano già imbarcati! È stata dura... dura... Comunque, quando andavo a Roma (e capitava spesso, o per l'Università o per qualche ragazza), giravo sempre per i mercatini di libri usati a Porta Portese, trovavo qualche vecchio testo di navigazione o di astronomia e quindi avevo modo di approfondire quelle quattro cose che bisognava sapere a scuola! Avevamo il professore di Navigazione e Astronomia, un napoletano, anziano per di più, e al mattino arrivava e diceva: "ne Cate' ogg(i) a tenimm a fa ..., u ssai ? " ( ne Catè, oggi dovremmo fare..., lo sai?) eh professo'... " sc(i)pijegal a chist quattr f(i)ss", (spiegalo a questi 4 fessi..), lui si sedeva al posto mio,... e cosi non è che avessi qualcosa di nuovo da imparare! Comunque, facevo qualche ricerca per conto mio, cercavo di realizzare qualche strumento con le mie mani. Il terrazzino che avevamo sul tetto era il mio regno!

Intanto la mia vita proseguiva intorno al mare: reti, barche, pronto intervento per tutto quello che riguardava il mio mondo. A primavera, iniziai la manutenzione del cutter con Renato e a fine maggio era pronto! Iniziai l’attività velica con tutte le sue varianti ed applicazioni.


Nunzio sull’albero della petroliera VOLERE

A fine anno scolastico mi meritai una media stratosferica; partecipai al concorso della Lega Navale Italiana, a livello nazionale per alunni IV° Corso Nautici italiani, e il mese di Luglio, mi arrivò la comunicazione: Viaggio premio Flotta Lauro Napoli che aveva navi passeggeri in tutto il mondo! Mamma, sempre previdente.."micc(i) cacche maj de lan(a).. 'nz pò mai sapè, t(e) mann a dò fa lu fredd ..?!!!"

(Trad. 'mettici qualche maglia di lana, non si può mai sapere, possono mandarti dove fa freddo'). Infatti mamma aveva ragione! Grazie alle potenti raccomandazioni che avevo, quando arrivai a Napoli, mi dissero:

"Allora vai ad Augusta (Sicilia), imbarchi sulla petroliera 'VOLERE', andrete a Mina al Ahmadi-Golfo Persico, cioè all’inferno, e ritorno ad Augusta!

Ho compiuto il mio primo viaggio con tanto interesse, e avrei rifatto un altro viaggio, ma non fu possibile per l’imminente riapertura della scuola! Ebbi delle ottime referenze da parte del Com.te il quale mi disse: “appena prende il Diploma, può imbarcare con Lauro!”

Si riapre la scuola: iscrizione all’Università - facoltà Ecomomia e Commercio - Roma per ottenere il rinvio del Servizio Militare.

Ogni tanto tornava a casa qualche mio compagno di scuola della sezione Macchinisti con il portafoglio pieno, mentre io chiedevo ancora a mamma 15 lire per una sigaretta “nazionale” e la caramella per Guerino! Racconti... soldi, America... Africa ... Donne... Commento nei miei riguardi: “ma chi cazz te la fatt fa' a riji a la scol!” (Trad. ' ma chi c... te lo ha fatto fare a tornare a scuola!!').

Immaginate come mordevo il 'morso'!!! Comunque l'anno scolastico era finito... Gli Esami di Stato duravano un mese... Finalmente il 26/7/62 avevo ottenuto il titolo di "ALLIEVO CAPITANO DI LUNGO CORSO", in effetti era stato un LUNGO perCORSO, avevo “sprecato” tre anni di tempo prezioso, con tanta amarezza e tanto dolore... nel veder tramontare a quella eta’ tutti i miei sogni...!

 

SOLO UNA PASSIONE ED UNA VOLONTÀ SENZA FINE, HANNO FATTO SÌ CHE NON MI PERDESSI… E CHE RIUSCISSI A RAGGIUNGERE QUELLO CHE AVEVO SEMPRE SOGNATO.

*****

 

QUESTA STORIA AUTOBIOGRAFICA HA SOLO UN INSEGNAMENTO:

NELLA VITA OCCORRE SEMPRE AVERE UNO SCOPO!

Ai miei nipoti

Nonno Nunzio

Prima di chiudere questo racconto autobiografico, vorrei ritornare per un attimo al suo titolo:

OSSO DI SEPPIA

poiché racchiude in sé un diario di ricordi legati alla mia prima gioventù, ai miei amici e alle prime lotte d’astuzia per pescare quelle prede estremamente intelligenti che, una volta catturate mi rendevano fiero agli occhi dei miei genitori quando in compagnia di parenti e vicini di casa li cucinavamo alla griglia…

La seppia è un decapode della famiglia dei cefalopodi. Corpo ovale e schiacciato, dotato all’interno di un telaio con sfumature rosa (il famoso “osso di seppia”). Il tronco è circondato da una sorta di gonna che ha la funzione di una pinna.

 

I due tentacoli più lunghi sono anche più larghi all’estremità, con quattro file di ventose.

Sul capo intorno alla bocca, la seppia possiede 8 tentacoli di cui due più lunghi, flessibili, utilizzati per acchiappare la preda. Al centro dei tentacoli c’è la bocca, in essa è presente con un dente molto affilato, simile al becco di un pappagallo, con cui riesce a cibarsi.

Sotto la bocca possiede un sifone, questo viene utilizzato per nuotare in verso opposto, con una velocità fulminea se si sente minacciata. Il mantello è particolare, la seppia come gli altri cefalopodi ha un’incredibile capacità nel mimetizzarsi, infatti riesce ad assumere la colorazione di ciò che sta intorno in pochi istanti.

Il colore del corpo varia dal grigio zebrato al verde fino al bruno, poiché la seppia ha capacità mimetiche. Vive su fondali sabbiosi o tra le alghe e gli scogli. La sua vescica è più sviluppata di quella degli altri cefalopodi.

Lo strato d’acqua dove vivono le seppie è il più vicino al fondo o nelle pareti rocciose sommerse, la profondità a cui vivono varia da un metro a oltre 100 metri. Questi cefalopodi possono raggiungere la lunghezza massima di 30/35 cm. In genere le seppie si cibano di piccoli crostacei, i granchi e i gamberi sono il loro pasto principale insieme a pesci ma di piccole dimensioni.

In Mediterraneo, la pesca professionale alle seppie avveniva con le reti e le nasse. Invece per noi sprovvisti totalmente di mezzi, nella pesca da riva o dalla barca la tecnica per catturarle era tutt’altro…



Come si riproducono le seppie

La riproduzione avviene all’inizio della primavera. I maschi, riconoscibili dalla banda bianca presente nella pinna che circonda il tronco, danno inizio al corteggiamento assumendo una colorazione del mantello zebrata. Tramite questa “veste”, le seppie di sesso femminile capiscono le intenzioni di accoppiamento. A loro volta le femmine fanno intendere di essere disposte ad accoppiarsi.

Concluso il “rito di corteggiamento” avviene l’accoppiamento vero e proprio. Le due seppie si uniscono muso contro muso e intrecciano i tentacoli. Il maschio inserisce il quarto tentacolo all’interno della seppia femmina e trasferisce il seme nelle ovaie.

Dopo la fecondazione, la femmina ha un compito, quello di dare una protezione alle uova prima di deporle, tutto ciò avviene internamente. Terminato il processo di protezione delle uova, è il momento di deporle. La femmina sceglierà un posto sicuro, pulito, dove l’acqua circola in modo continuo, al fine di garantirne la schiusa.

Il periodo migliore per la pesca alle seppie è la primavera insieme all’autunno.

“Questi erano i giorni nei quali venivano a terra le seppie per deporre le uova e noi le prendevamo con le nasse, oppure con la fiocina.  Occorreva fare un fascetto di viti, o meglio di alloro (perché più profumato), all’interno del quale veniva messo un mattone per tenerlo fermo sulla secca. Al mattino si andava cautamente con la fiocina (anche senza barca), si spargevano delle gocce di olio sull’acqua, in modo da togliere l’increspatura del vento.

Con un po’ di pratica, si riusciva a distinguere la sagoma della seppia che era perfettamente mimetizzata nella sabbia, in prossimità della ‘fascina’, ed era pronta per essere infiocinata.

Un altro metodo molto valido era quello di trascinare lentamente sugli scogli una seppia femmina legata nella parte posteriore, questa manovra faceva partire dal fondo, come “la freccia di Cupido” il maschio ‘ingrifato’ che era pronto per lo stupro… Era il momento d’impedire quella “violenza gratuita”…!

Il suo impeto sessuale incontrollato lo spingeva ad attaccarsi alla femmina come una ventosa! Ma in quella circostanza lo attendeva soltanto una cattura ingloriosa…senza neppure il coppo…!

Quando poi s’aveva l’opportunità di usare le nasse approfittando del loro fanatico “intimo gaudio”, si lasciava una femmina all’interno come esca.

Con il mio amico il Sordo, avevamo sperimentato anche un altro trucco: si metteva in qualche nassa dei pezzi di specchio che riflettevano l’immagine della seppia stessa.

L’inganno ha sempre dato buoni frutti.

A proposito della loro prolificità, alla fine della primavera, le nasse diventavano nere dalle tante uova che le seppie depositavano.

Era bello prenderne una quando era quasi finito il tempo della gestazione, bastava schiacciarlo un po’ con delicatezza e subito usciva la seppietta che per prima cosa, spruzzava una piccola goccia di nero”.


Un altro sistema di cattura, nel caso non disponessimo di una seppia compiacente era il seguente: si trainava a lento moto, (ad una certa altezza dal fondale), una sagoma di legno pitturata di bianco da sembrare il ventre di una seppia, alla quale avevamo fissato degli ami ai lati ed nella parte posteriore, in modo da poter braccare il maschio, che accecato dal desiderio, partiva come un razzo dal fondo per compiere l’atto peccaminoso…

Secondo la mia modesta esperienza, acquisita in quel periodo della mia gioventù, sono ancora convinto che la seppia sia la specie più “vogliosa di sesso” del creato. Il maschio si riconosce dal colore bianco che definisce l’orlo della corolla con la quale si sposta a ‘lento moto’ ed una colorazione striata del dorso, mentre la femmina presenta delle macchie color rosa nel ventre ed un colore piuttosto uniforme del dorso. Di solito la femmina è più grande del maschio”.

ALBUM FOTOGRAFICO

di alcuni siti citati nel racconto

Porto di ORTONA

L'Adriatico è lo sfondo onnipresente ed il polo su cui gira nella Storia la vita dell'intera città, che non ha mai abbandonato la sua vocazione marinara. La quotidianità è scandita dalle partenze e dai ritorni dei pescherecci, e il mercato ittico è uno dei più animati del Centro Italia. L'Istituto nautico, che dal 1919 cura la formazione di capitani e macchinisti, è un punto di riferimento a livello nazionale. Sul litorale si vedono ancora i trabocchi, le ingegnose strutture di legno e corda che danno il nome alla costa tra Ortona e Vasto: "macchine da pesca" vecchie fino a quattro secoli, ancorate agli scogli da una passerella ma non fondate, per meglio reggere all'urto delle onde. Il rapporto col mare si alimenta di sapienza antica e abilità empirica, ma ha in sé anche valenze simboliche profonde.

ORTONA vista dal mare

Il CASTELLO ARAGONESE

La città laica ha il suo simbolo nel Castello Aragonese, che fu fatto costruire da re Alfonso e rimanda ai fasti quattrocenteschi, all'Ortona porto franco in cui sbarcavano schiere di mercanti diretti alla fiere di Lanciano; benché dimezzato dal tempo - rimangono solo due torri e un tratto della cinta muraria - ci appare ancora nobile e grandioso. Esempi insigni di architettura civile sono poi le dimore patrizie di Corso Matteotti, la via su cui si innestano i due rioni storici: Terravecchia, il più antico, si sviluppò a partire dal porto sull'area dell'Ortona frentana e romana; Terranova nacque nel XII secolo e si definì centro storico di Ortona.

Il Comune ed il Castello si guardano...

Il Castello vigila sulla città

San Tommaso

Il monumento che più rispecchia la vicenda della città è la Cattedrale, risalente al XII secolo e più volte rimaneggiata prima di essere ricostruita nel dopoguerra; qui si custodiscono le reliquie di San Tommaso, esposte ai fedeli durante la grande Festa del Perdono, in cui la concessione dell'indulgenza plenaria è accompagnata da processioni solenni e cortei storici. Tra gli elementi medievali superstiti della chiesa ci sono il magnifico portale gotico di Nicola Mancino e quello più antico che si apre sul prospetto sinistro; nella decorazione interna emergono gli stucchi di Vincenzo Perez nella Cappella del Sacramento e i dipinti di Tommaso Cascella, che realizzò inoltre per la Cattedrale alcune maioliche e i disegni delle vetrate; al padre Basilio si deve invece la grande tela che raffigura l'Incredulità del Santo.


Vista parziale delle spiagge di Ortona

Rapallo, 1 ottobre 2018

MARE NOSTRUM - RAPALLO


Il FERROVIERE CHE GUARDAVA VERSO IL MARE…

 

Il FERROVIERE CHE GUARDAVA VERSO IL

MARE…

 


Dai miei ricordi d’infanzia emerge, sempre più spesso, l’inseparabile visione dei miei primi eroi, tutti ferrovieri: macchinisti e fuochisti del treno, che mentre noi, giovani viaggiatori dell’Adriatico, si leggeva, si discorreva e poi ci si appisolava in uno scompartimento, loro ci portavano a destinazione.

Il macchinista era davanti ai comandi, attento ai segnali, il fuochista di spalle a impalare carbone.

Due uomini che arrivavano a fine corsa “neri” ed esausti, muniti di gamella del pranzo e della cena da riscaldare, poi al dormitorio. Le percorrenze erano lunghe a causa della scarsa velocità, ed il viaggio poteva durare anche due giorni. Dormire di giorno, lavorare di notte.

A quei tempi la sicurezza e l’efficienza dei treni dipendeva da queste due persone spesso rappresentate con maschere affumicate.

Non possiamo di sicuro dimenticare i capistazione ed i casellanti che avevano da svolgere anch’essi compiti assai complicati, ma sui MACCHINISTI gravava tutto il peso del viaggio: responsabilità e fatica, due articoli molto rari e difficili da gestire con competenza e raziocinio navigando a vista come le navi quando i ponti di comando erano vuoti di strumenti e di sistemi d’allarme in caso di emergenza.




Rifornimento d’acqua per la caldaia


Le vampate di fuoco che uscivano dallo sportello quasi sempre aperto del focolaio, producevano un caldo che d’estate diventava insopportabile e, d’inverno addirittura pericoloso quando, per sporgersi al freddo, si rischiava una polmonite. Vento e acqua piovana entravano dappertutto … quello era il modo di navigare sulle rotaie, proprio come su certe carrette dei mari in voga in quei decenni eroici e gloriosi quando gli uomini erano o dovevano essere d’acciaio!

Questa non é facile retorica, se pensiamo che quei due uomini erano sempre neri e sporchi di fuliggine nonostante il berretto e gli appositi occhiali.

La polvere di carbone entrava comunque negli occhi e spesso provocava irritazioni e malattie della vista. Il fumo e le particelle entravano, in gran quantità, anche in bocca, nel naso e nei polmoni.
Il macchinista era perennemente con gli occhi sulla linea sia per rispettare i semafori e le bandierine ma, soprattutto, per vedere in tempo eventuali ostacoli sulle rotaie come persone imprudenti, oppure animali vaganti che potevano creare incidenti gravissimi con morti e addirittura stragi.

Per questi motivi, la leva della rapida (il freno di emergenza) doveva sempre essere pronto all’uso.



“Bigliettiiiii!!”, la voce del conduttore che a volte ti svegliava e ti riportava alla realtà. E poi, ancora tante le figure, ormai scomparse, che consentivano a quel mondo di correre in sicurezza sui binari: casellanti, guardialinee, deviatori e verificatori. Il guardia-valige, addetto al deposito bagagli del personale viaggiante nei dormitori, il chiamatore, figura che vedevi sfrecciare in bicicletta per le strade della città, quando il telefono non era diffuso nelle case, per correre “a chiamare” in servizio un macchinista o un fuochista da rimpiazzare all’ultimo momento.

Vagone ferroviario del primo dopoguerra. La "Garitta del frenatore" é a destra nella foto.

Mio padre faceva il frenatore, una figura che non esiste più da quando anche i treni merci furono dotati di freni ad aria compressa. Lavoro duro, condannato a stare in una garitta di un metro quadrato dell'ultimo vagone, per frenare il treno all'arrivo di una stazione azionando una vite senza fine che stringeva il freno metallico sulle ruote.

Papà faceva servizio a Pescara ed ogni giorno, a qualunque ora, d'estate e d'inverno, raggiungeva quel posto in bicicletta, una 'Ganna' (che nessuno poteva toccare), con la sua classica valigetta quadrata di fibra scura, che conteneva il suo pranzo.

Siccome era scomodo portarla in bicicletta, papà mi avvisava a che ora sarebbe passato il suo treno davanti casa  nostra al ritorno, ed io dovevo aspettarlo un po’ più avanti, dove c'era una siepe sulla quale la buttava, senza che subisse il minimo danno.

Qualche problema lo avevo io per raccoglierlo tra gli spini, ma mi ero attrezzato di una bella canna munita di uncino che si prestava perfettamente al recupero.

Manutentore



Aggiungiamo due disegni che ci aiutano a comprendere il funzionamento di un locomotore con le sue componenti meccaniche.


Rimini 1973

Anni fa, nella villa comunale dedicarono un “monumento” al ferroviere, una bellissima locomotiva a vapore de lontano 1916, molto ammirata dagli adulti in cui suscitava ricordi, e dai bambini che la toccavano con aria di stupore. Oggi, quel “monumento”, ha trovato una nuova collocazione nell’ambito della villa ristrutturata, è più nascosto, per vederlo ci devi sbattere il muso sopra, ora è solo una vecchia locomotiva su un tratto di binario morto.

Traverse

Quando ero piccolo, forse avevo 5 o 6 anni, papà aveva diritto ogni anno ad un certo quantitativo di carbone per poterci riscaldare d'inverno, ma oltre a quel combustibile, poteva disporre anche di un certo numero di quelle vecchie traverse (traversine in gergo) di faggio (oppure quercia, rovere, pino) su cui poggiavano i binari. Quel legno forte ma ormai consumato, aveva un particolare odore di catrame ed era molto pregiato per il potere calorifico che emanava.

Il dopoguerra fu molto duro per tutti, e tanti bambini come me non avevano di che mettere al fuoco, ed allora io li aiutavo a cercare tra le rotaie della ferrovia, i pezzetti di carbone che cadevano dal tender del treno mentre il fuochista riforniva il forno della locomotiva.

L’incoscienza dei bambini! Il centro del nostro mondo era il treno, e i suoi binari la nostra Via Pal. Mia madre era sempre in pensiero, conosceva benissimo gli orari del passaggio dei treni ed ogni volta mi sorprendeva tra le rotaie con gli altri bambini, sebbene noi facessimo molta attenzione all’avvicinarsi del treno ed avessimo un nostro sistema di allarme per toglierci in tempo dal pericolo.

Quanti sculaccioni ho preso da mamma!

E tornando alle traverse, ricordo lo sforzo immane che facevano due uomini robusti per farle a pezzi con quelle grandi seghe munite di lunghi manici di legno ad ogni lato per poter lavorare in coppia. Su questi legni c’era un marchio, ricordava la testa di una puntina da disegno, sulla quale era stato impresso l'anno di 'nascita'.

Una volta fatta a pezzi, ciò che restava della traversa la spaccavano con la scure, ma spesso non ci riuscivano per via delle venature, ed allora ricorrevano alle zeppe o scalpelli, veri e propri cunei che penetravano sotto i colpi della mazza, una sorta di grosso martello con manico lungo che era adattissimo a ridurla in piccoli pezzi.

Ma questi miei ricordi s’intrecciano con quelli di un altro personaggio delle ferrovie: il cantoniere che ogni mattina passava con la sua bici e teneva in ordine la strada quale dipendente ANAS.

La Ferrovia Adriatica, fu costruita da queste parti, nel 1863 e ad un intervallo di un paio di chilometri veniva costruito un Casello ferroviario che era abitato da personale dipendente dalle ferrovie, responsabile della manutenzione e dal controllo della linea. Erano dislocati di solito anche in prossimità di punti che richiedono maggiore sorveglianza, come ponti, passaggi a livello, ecc.

L'addetto responsabile di quella struttura era il casellante che aveva il compito di controllare tutta la porzione di linea di propria competenza, prevenendo così incendi che potevano scaturire dalle scintille delle locomotive a vapore e tenendo sempre libera la sede ferroviaria da erbacce infestanti.

Da bambino mi piaceva guardare le persone che lavoravano lungo la ferrovia che passava accanto a casa nostra.

Ricordo in particolare il casellante che insieme agli operai formavano la Squadra che assicurava la buona manutenzione della ferrovia. Era formata da sette/otto uomini che agli ordini del caposquadra svolgevano diverse mansioni come rincalzare il pietrisco sotto i binari o cambiare le traversine.

A volte il loro lavoro era molto impegnativo, capitava infatti che dovessero sostituire un pezzo di binario e, per sollevarlo e spostarlo, dovevano agire in coppia con delle pinze molto speciali adatte ad imbragarlo, molto lentamente al ritmo di comandi vocali molto secchi: " in.. (pausa).. aria.."


Per sostituire una traversina di legno ormai al limite dello spessore usavano una specie di grossa fiocina che un uomo cercava di immergere nel pietrisco mentre altri due la tiravano per mezzo di una catena provvista di un’impugnatura di legno.

Quando la squadra lavorava sui binari venivano poste a qualche centinaio di metri due bandiere rosse per segnalare il pericolo, ed era il caposquadra ad avvisare gli operai quando era il momento di sgombrare i binari per il sopraggiungere del treno.

Un'altra figura che li seguiva sempre era quella di un operaio invalido che, infilato il moncone rimastogli nel manico di un secchio di stagno pieno d'acqua, con un maniere, sorta di mestolo metallico, dissetava gli operai esausti sotto il sole cocente d'estate.


Castello di Chillon

Giorni fa ho visto un documentario in TV, si trattava di un turista inglese che si sposta da un continente all’altro con una pubblicazione turistica dei primi del ‘900, a caccia di fatti inediti e di persone curiose  un po’ speciali.

In questa puntata la sua meta era il lago di Ginevra e dintorni, più precisamente il famoso Castello di Chillon che ci ha illustrato dalla torre di guardia più alta, il belvedere, fino alle umide segrete sotto il livello del lago.

L’inglese si é poi soffermato sulla descrizione della ferrovia che fu costruita a pochi metri dal lago togliendo spazio vitale al padrone di un terreno, lungo 3 chilometri, su cui la vittima di questa intrusione, coltivava una vigna che produceva un vino speciale: il glorioso e ben pubblicizzato Chasselas.

Essendo quel vino nel frattempo diventato famoso, e non potendo quel signore “pretendere” la sua proprietà dallo Stato… scelse la via del silenzio accontentandosi di ridurre l’estensione della vigna in larghezza e lunghezza. Nel programma TV é poi apparso il figlio del famoso vignaiolo il quale, imperterrito, continua a coltivarla lungo una striscia ridotta al minimo che corre a pochi metri dal lago. L’attuale produzione non é più paragonabile a quella del padre, ma la sua perseveranza ha salvato il vitigno e conservato il nome di quel vino pregiato che ha portato più lustro alla Svizzera di quel tratto di ferrovia…

Una bella storia, che ci ha consentito, tra l’altro, di capire che il famoso Castello era stato costruito dai Savoia per controllare la strada romana che passa tuttora dietro Chillon e portava le Legioni romane in Francia e Germania quindi, le Chateaux non aveva la funzione di controllare il LAGO, come tutti credono ancora, ma era una vera FORTEZZA con tanto di segrete e tante storie vere di condannati terrestri e non di pirati lacustri!

L’intermezzo ginevrino con l’intervista al vignaiolo “mezzo abusivo” del Lago Lemano, mi ha fatto venire in mente un personaggio che conobbi da ragazzino ad Ortona. La guerra era finita da poco lasciando miseria, macerie e quasi nulla per poterla ricostruire in breve tempo dalle fondamenta. Ma si doveva ripartire al più presto per vincere la fame per sopravvivere…

Come dicevo poc’anzi, il mio mondo girava intorno a quel che rimaneva della ferrovia e ai suoi instancabili e valorosi personaggi. Tra questi c'era un'altra figura caratteristica: quella del 'Sorvegliante' il quale camminava lungo la ferrovia per controllare lo stato dei binari che allora erano lunghi 15/20 mt. che poggiavano su delle piastre di ferro fissate con grossi bulloni su traversine di legno di quercia, imbevute di catrame ed immerse dentro un letto di pietrisco.

Il sorvegliante, per la verità, si chiamava tecnicamente il 'guardialinee'. Lo vedevo tutti i giorni: estate e inverno, e mi incuriosiva perché camminava lungo la rotaia, come un funambulo su un filo. Spesso camminava, da perfetto equilibrista, sul binario guardando attentamente i perni che univano le rotaie ed i bulloni che le tenevano legate alle traverse (che con le sollecitazioni del treno si allentavano). Aveva una specie di borsa a tracolla dove c'era, oltre al panino preparato dalla moglie, due petardi da mettere su binario prima di una eventuale interruzione per allertare il macchinista e far fermare il treno, una piccola tromba per emettere un suono per lo stesso scopo ed una bandiera rossa da segnalazione. Sempre a tracolla, incrociata con l'altra, aveva una lunga chiave di ferro dietro la schiena che serviva per riavvitare le grosse viti che univano i binari, ed i bulloni e relativo serracaviglie (o più propriamente chiavarda). Oltre tutto ciò, aveva in mano la classica lanterna con i vari colori da usare nelle gallerie.

Ogni giorno controllava la linea da Francavilla ad Ortona che misura esattamente 13 km e penso che tornasse indietro con qualche treno perché mai lo vidi camminare nel senso contrario.

L'ho visto tutti i giorni fino agli anni ‘50/’60. Ricordo che con il vento al traverso rollava e beccheggiava sotto i suoi “ferri” come un bragozzo che rientrava in porto fuggendo dalla burrasca in arrivo.

Lo chiamavamo lo STORTO, ma storto non era, bassotto sì, ma il suo fisico era forte, tarchiato e ben proporzionato. Forse si chiamava STORTO di cognome …

Casa nostra era situata a pochi metri dalla ferrovia e spesso papà, (ex ferroviere), specie con il caldo d'estate, offriva qualcosa da bere a questa persona che faceva quel lavoro così particolare ed importante che pochi altri conoscevano.

Da bambini, cercavamo di non farci vedere dallo Storto per un motivo molto semplice: ad una certa distanza dalla stazione, da entrambi i lati, c'era un piccolo traliccio sul quale era applicato un braccio pitturato di bianco e di rosso, con dei catarifrangenti, che a seconda di come era posizionato indicava al macchinista del treno se fermarsi prima di arrivare alla stazione, oppure no.

Se il braccio era a 90º rispetto al palo che lo sorreggeva, indicava lo STOP; se ruotava verso il basso di 45º, indicava il Via Libera. Questo braccio veniva mosso con delle leve opportunamente fulcrate con dei grossi contrappesi, direttamente dalla stazione, per mezzo di cavetti d'acciaio che erano sorretti da paletti a circa venti metri di distanza, e per limitarne l'attrito, scorrevano nella gola della ruotina metallica in una puleggia.

Non é difficile immaginare che noi bambini davamo la caccia a quei cuscinetti a sfera svedesi che erano le GOODYEAR delle nostre cariole da corsa con le quali gareggiavamo lungo una strada in discesa del paese.

Avendo la coscienza sporca, il guardialinee era l’uomo burbero e misterioso da tenerci a distanza di sicurezza…


M/ ESPERIA

Di quel brav’uomo si raccontavano tante storie, anche un po’ strane per noi ragazzini che allora non capivamo... Si diceva che durante le brevi soste tra un controllo e l’altro della linea, trovasse il tempo per accudire alcune vigne che producevano un vino bianco eccezionale che nessuno, si dice, avesse mai assaggiato…

Poi, un giorno mio padre ci svelò alcuni arcani misteri:  “Rocco Storto” era il suo vero nome e cognome, aveva un figlio di nome Franco che era imbarcato come ufficiale sulla M/n ESPERIA, una famosa ed elegante nave passeggeri di linea della Società Adriatica di Navigazione.

Lo Storto, nella sua professione di grande camminatore solitario al servizio delle FFSS, aveva sviluppato una sua particolare spiritualità che concentrava sul figlio navigante. Conosceva i suoi turni di guardia a bordo e, sapendo che anche il figlio era solo con sé stesso come tutti i marinai, aveva preso la strana abitudine di guardare verso il mare ogni dieci metri di rotaia cercando di immaginare suo figlio Franco su quella bella nave bianca viaggiare lungo l’Adriatico da Istambul verso Venezia e viceversa.

Era un modo come un altro per passare il tempo con suo figlio, per parlargli e aggiornarlo sui fatti della famiglia, del lavoro e del mare… in fondo navigavano insieme via terra e via mare lungo una linea di sabbia bagnata che la fantasia riduceva al parlarsi come in una stanza senza finestre dove il vento e gli spruzzi in inverno erano gli stessi che bagnavano i loro volti di guardia sulla rotta tracciata per entrambi.


Vigne e binari

E il vino? Già il vino era il loro segreto, l’oggetto di tante conversazioni che un giorno li avrebbe visti brindare insieme intorno a quella damigiana che era stata riempita con tanto orgoglio in una terra di nessuno, in uno spazio rubato ad un mondo ignaro di quel nettare che si nutre di salino, schiaffeggiato dai colpi di vento diffusi dal treno che passa… e accarezzato dall’odore di quella specie di bitume che gli antichi romani usavano per rendere stagne le anfore.

Da tempo i binari sono saldati, le traversine di legno sono state sostituite con quelle di cemento e la figura del “guardialinee” non esiste più. Lo “Storto” è stato sostituito da una apparecchiatura posta sotto alcuni locomotori che rilevano le più piccole anomalie, ma ogni tanto qualcosa non funziona e non registra sul display che un pezzo di rotaia é saltato, come nell'ultimo deragliamento dove ci sono stati tanti morti...

Anche quel romantico nettare é scomparso da quella zona insieme al suo custode, ma forse qualcuno, al contrario di quanto si vociferava in giro all’epoca lo aveva assaggiato e se n’era innamorato.

L’antico filosofo greco “dalle spalle larghe” (Platone) sosteneva che le idee del Supremo circolano liberamente nell’aria, l’uomo le cattura, le fa sue e se le vende….

Sta di fatto che un vino simile coltivato a terrazze sulle sponde del lago di Ginevra lungo i binari della ferrovia, ricorda ancora il gusto speciale ed il profumo del vinello dello STORTO di Ortona.

Anche i due nomi col marchio DOC dicono qualcosa:

Chasselas é il suo nome sul lago Lemano

Coccocciolà si chiama ad Ortona sul nostro mare Adriatico.

Se siete appassionati della materia potete leggere nel quadretto fotografico riportato qui sotto alcune curiose coincidenze, tra cui la parentela tra lo Chasselas e la Cococciolà.

I misteri sono quasi sempre inspiegabili: nascono, muoiono e risorgono con molta facilità… ma trattandosi questa volta di un vino molto speciale, siamo portati a pensare che Rocco, prima di lasciare questo mondo,  abbia provveduto a consegnare in buone mani la formula magica del suo vitigno.

Noi sappiamo di certo che i suoi segreti non erano finiti nelle segrete stanze degli industriali del vino e di certi enologi che usano le polveri che non sanno di salino, né di vento e non profumano di rude catrame vegetale… ma ce lo vendono come vino “navigato” e noi “abbocchiamo” perché abbiamo perso la memoria e la fantasia dell’improvvisazione e dell’arrangiarsi con quel poco che si aveva e che mai più ritornerà. Il mondo va avanti così, senza ricordi e neppure rimpianti. Ma in quale direzione?

Noi vogliamo credere che le vigne di Rocco Storto siano ancora vive, magari segretamente, nella sua terra e possano allietare le serate dei suoi estimatori di oggi affinché il suo ricordo rimanga lungo il MARE ADRIATICO per sempre!


Le persone di una certa età ricordano il PERGOLONE come un vino bianco da tavola squisito! Lungi da noi l’idea di metterla in politica, tuttavia, con grande rammarico, dobbiamo informare il lettore che questo genuino, popolare ed apprezzatissimo vitigno ortonese, non viene più coltivato su grande scala in quanto gli é stato preferito un gran numero di vini scadenti ma molto più pubblicizzati…

ALBUM FOTOGRAFICO

 


Capotreno


Casellante


Macchinista


Una fase della lubrificazione


Ferrovie abbandonate


Incidente accaduto nella notte del 25 febbraio 1956

FINE

Per gli appassionati del mondo ferroviario segnalo il seguente LINK relativo al Museo del Treno di Montesilvano (Pescara):

https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g194834-d10375627-Reviews-Museo_del_Treno-Montesilvano_Province_of_Pescara_Abruzzo.html

Nunzio CATENA - Carlo GATTI

Rapallo/Ortona, 18 Agosto 2018


L'IMPORTANZA DELLA REPUTAZIONE

L'IMPORTANZA DELLA REPUTAZIONE

di John Gatti

Un pezzo provocatorio che vuole essere spunto di riflessioni.
Una buona reputazione lavora a tuo favore 24 ore su 24.

Sto parlando a te!

So che mi sto addentrando in un sentiero buio e contorto.

Proprio per questo, prima di fare il primo passo, voglio citare un paio di definizioni sulle parole che seguono:

· La reputazione, in ambito sociologico, è un concetto che attiene alla credibilità che un determinato soggetto ha all’interno di un gruppo (wikipedia).

· Per quanto riguarda la saggezza, mi ha colpito questa definizione di Epicuro: Non è possibile vivere felicemente senza anche vivere saggiamente, bene e giustamente, né saggiamente e bene e giustamente senza anche vivere felicemente. A chi manchi ciò da cui deriva la possibilità di vivere saggiamente, bene, giustamente, manca anche la possibilità di una vita felice.

· Il Compromesso per come lo intendo di qui a seguire: Cedimento morale in vista di un vantaggio pratico (dizionario Corriere della Sera). Ne convengo che “il compromesso” è molto di più, spesso inevitabile e addirittura auspicabile, ma in questo contesto viene considerato solo nella sua accezione negativa.

Mettendo da parte Ia filosofia, ci accorgiamo che i discorsi relativi alla correttezza, alla coerenza e all’onestà, dipendono in larga misura dalla posizione occupata da chi parla.

Un esempio banale: supponiamo di avere due fette di torta, una di fronte a un uomo che non mangia da tre giorni, l’altra davanti a un uomo completamente sazio. Secondo voi chi dei due subirà maggiormente la tentazione di rubare il dolce?

Chi, come me, ha già percorso buona parte del tragitto professionale, si trova nella stessa condizione “dell’uomo sazio” e può quindi permettersi giudizi etici e filosofici a scapito di chi ancora combatte a un quarto della via…

In altre parole, il trentenne che aspira a fare carriera, dovrà confrontarsi con i compromessi imposti dall’ambizione; chi invece ha già superato questa fase, può indossare la veste del saggio e predicare l’importanza dei valori nella vita.

Bello così eh?

A dirla tutta, nutro seri dubbi sull’opinione comune che tiene in alta considerazione le parole di un anziano in virtù della saggezza maturata negli anni.

Il momento cruciale, quello che determinerà la qualità di questa saggezza, lo incornicio in una fase temporale che precede di molto l'”età matura” e, più precisamente, in quel periodo dell’esistenza dove si scontrano opportunità, credibilità e l’ambizione di raggiungere una posizione rilevante. È allora che l’istinto suggerisce strategie di conquista, che spinge verso compromessi che rimbalzano da una discutibile onestà a un allineamento verso idee di convenienza, dalla calunnia all’incoerenza, dalle bugie alle azioni nascoste. Tutto questo, pur di salire sul cavallo che si ritiene vincente nella corsa alla soddisfazione dell’illusoria regola secondo la quale l’universo girerebbe intorno a ognuno di noi…

Ma essere veri uomini non è una cosa scontata.

Non è uno status che spetta di diritto una volta raggiunta una certa età.

Diventare Uomini con la “U” maiuscola, il più delle volte, è il risultato di un percorso fatto di scelte che rispettano la propria scala dei valori, di coerenza intellettuale (che non vuol dire “non essere disposti a cambiare idea”, vuol dire farlo tutte le volte che lo si ritiene necessario, in armonia con il proprio modo di pensare e di essere) e, soprattutto, di decisioni prese con grande apertura mentale, dove l’eventuale sconfitta viene accettata a favore di un’opzione più giusta.

Chi cede al compromesso – quello del “cedimento morale in vista di un vantaggio pratico” – imbocca un sentiero dove il compromesso si autoalimenta; e più ci si addentra e più diventa facile ignorare il rispetto dei valori.

Alla fine si diventa qualcos’altro, che sicuramente non assomiglia all’Uomo con la “U” maiuscola e che, sicuramente, non permetterà di entrare a far parte dei “saggi” che si sono conquistati il prestigioso titolo sul campo.

Sono poche le persone con un’apertura mentale tale da permettere d’imparare scavalcando il proprio orgoglio e la propria presunzione, e più si cerca avanti negli anni e più è difficile trovarle.

Tra le righe di quello che ho scritto c’è la definizione della parola “reputazione”.

Ho iniziato affermando che una buona reputazione lavora a tuo favore 24 ore su 24.

Alle persone piace raccontare le cose belle e le cose brutte, e lo fa tendendo a massimizzarne l’effetto. Questo vuol dire che se qualcuno ha qualcosa da raccontare di “positivamente diverso” – rispetto alla massa – che ti riguarda, stai pur certo che lo farà esagerando, piuttosto che minimizzando. Scatenare un passaparola positivo sulla reputazione è quanto di più produttivo si possa fare per gettare delle solide fondamenta per il proprio futuro, sempre!

Ma distruggere una buona reputazione è veramente molto facile. È sufficiente cadere nella trappola del compromesso, che magari permette un veloce successo temporaneo, ma che alla lunga dipinge la personalità in modo distruttivo.

Mentre scrivo penso ad alcune persone reali, uomini ancora con la “u” minuscola, ma fatti di carne, di ossa e di sangue. Penso a individui che conosco da anni, a cui non manca nulla: intelligenza, preparazione, volontà, presenza fisica, carisma e ambizione; quell’ambizione, potenzialmente sana, ma che a volte spinge verso il famoso e famigerato “compromesso” (inteso sempre in accezione negativa, ovviamente).

Non ne avete bisogno!

Avete tutto quello che vi serve per arrivare dove volete senza calpestare valori a cui ancora non avete dato la giusta importanza.

È meglio un assaggio di buon Tignanello, gustato nel giusto bicchiere, alla giusta temperatura e nel momento giusto, piuttosto che una botte di vino scadente bevuto con la cannuccia nel cimitero dei valori calpestati.

Tu che stai leggendo… che sai che mi sto rivolgendo a te… che so che puoi capire…

non cercare di diventare una persona di successo, cerca di diventare una persona di valore, e arriverai a essere quello che ti spetta diventare.

John Gatti

Rapallo, 28 Giugno 2018