JOSEPH CONRAD UN ESPLORATORE DELLO SPIRITO MARINARO

JOSEPH CONRAD

UN ESPLORATORE DELLO SPIRITO MARINARO

 

PRIMA PARTE

Il 17.2.2012 dedicai un articolo per Mare Nostrum al veliero NARCISSUS il cui capitano, Joseph Conrad, divenne il celebre scrittore che tutti noi conosciamo. Sullo sfondo del racconto emerge il dipinto del famoso veliero (opera dell’artista G. Roberto) che é appeso sui muri della fede nel santuario di Montallegro (tanto caro a Emilio Carta), ma sulle vele di quel VELIERO c’é anche il marchio della marineria camoglina che porta il nome di Vittorio Bertolotto che ne fu il suo ultimo armatore.

 

NARCISSUS - IL VELIERO CHE NON VOLEVA MORIRE - di J. CONRAD

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=180;narcissus&catid=36;storia

 

SECONDA PARTE

IL NEGRO DEL NARCISSUS di Joseph CONRAD

Avventura e metafore di vita ancora attuali in un racconto autentico e avvincente

Nel sottotitolo della copertina c’é la chiave di lettura della SECONDA PARTE del nostro lavoro. Secondo i critici e gli studiosi, il racconto è visto come un’allegoria del tema della solidarietà e dell’isolamento, con il microcosmo della nave che rappresenta una versione in scala ridotta della società umana.

“The Nigger of the Narcissus”- (A Tale of the Sea), è un racconto di Conrad del 1897 considerato come l’inizio della sua carriera letteraria. Lo si indica talvolta come rappresentante dell’impressionismo in letteratura: il mare e le navi con i suoi equipaggi sono spesso raccontati, ieri come oggi, dai pennelli di grandi artisti che sanno cogliere lo spirito avventuroso dei marinai. La prefazione, scritta direttamente dall’autore, è considerata una sorta di manifesto letterario di Conrad.

Il protagonista, James Wait, è un marinaio nero delle Indie Occidentali imbarcato sul veliero mercantile “Narcissus”, lo scenario è la navigazione tra Bombay e Londra. Durante il viaggio Wait viene colpito da una grave malattia polmonare (tubercolosi?), forse contratta poco prima dell’imbarco. Cinque membri dell’equipaggio rischiano la vita per salvarlo durante una tempesta, al contrario il Capitano Allistoun ed il vecchio marinaio Singleton dimostrano freddezza e indifferenza preferendo concentrarsi sulle proprie funzioni di governo della nave

Ma chi era Joseph Conrad ?

(1857-1924)

Vita–e-Opere


Joseph Conrad Theodor Naleçs Korzenioowski nasce da genitori polacchi nella Ucraina occupata dai russi nel 1857. Nel 1868 i suoi genitori muoiono e lui va a vivere con uno zio che aveva una grande passione per la letteratura inglese. All'età di diciassette anni viene impegnato sulle navi francesi come marinaio e visita le Indie Occidentali e l’America Latina. Nel 1878 lo scrittore si reca in Inghilterra per la prima volta e nel 1886 ottiene la cittadinanza britannica, cambiando il suo nome in Joseph Conrad.

Il Capitano-scrittore serve per sedici anni nella Marina mercantile britannica prima di ritirarsi nel 1894. Nel 1883 fa parte dell’equipaggio della nave Narcissus a Bombay, un viaggio che ispirerà il suo romanzo del 1897 Il Negro del Narcissus.

Nel 1889, Conrad soddisfa il suo sogno raggiunge lo Stato Libero del Congo. Diventa Capitano di un battello a vapore in Congo, e assiste ad atrocità che sono riportate sia in Diari del Congo e in Cuore di tenebra nel 1902.

Gravemente malato, è costretto a lasciare il mondo delle navi e nel marzo 1896 si sposa con una signorina inglese, Jessie George. Vivranno per lo più a Londra e vicino a Canterbury, Kent. La coppia avrà due figli. Muore nel 1924. Le sue esperienze sul mare - la solitudine, la corruzione e la spietatezza umana - convergono a formare una visione cupa del mondo. Alla popolarità di Conrad non corrispose un analogo successo finanziario, la sua salute fu cagionevole ma molto intensa dal punto di vista letterario per il resto della sua vita. Questo scrittore di mare si é calato come pochi nell’animo umano in quella platea composita degli uomini di mare obbligati a convivere tra razze e religioni diverse, tra culture e opinioni politiche opposte. Ancora oggi i suoi libri sono studiati nelle maggiori università del mondo nelle facoltà di psichiatria. Morì nel 1924 per arresto cardiaco e fu seppellito nel cimitero di Canterbury (Kent, England), col nome di Korzeniowski

Conrad ha scritto tredici romanzi, ventotto racconti, due volumi di memorie e un gran numero di lettere. Tra le sue opere più significative sono
La Follia di Almayer (Almayer’s Folly, 1895).

Un reietto delle isole (An Outcast of the Island,s 1896), sullo sfondo di in paesaggi esotici uomini emarginati sono distrutti da sogni di potere e di ricchezza.
Il Negro del Narcisso (The Nigger of the Narcissus, 1897) è la storia di un marinaio nero morente su una nave e il comportamento del personale di bordo.
Gioventù (Youth, 1902) è il racconto di un lungo viaggio che diventa simbolo del passaggio dalla giovinezza alla maturità.

Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1902) è un romanzo che racconta un viaggio sul fiume Congo per salvare un commerciante d'avorio.
Tifone (Typhoon, 1903) parla di un capitano che riesce a guidare la sua nave durante un tifone.

Lord Jim, (1900) narra di un uomo che, dopo una vita vile, si redime con una morte eroica.

Nostromo (1904) è un romanzo politico ambientato durante la rivoluzione americana.

L'agente segreto (The Secret Agent, 1907), storia di una spia mediocre che costringe il fratello di sua moglie a un atto di terrorismo.
Sotto gli occhi dell'Occidente (Under Western Eyes, 1911) racconta il conflitto interiore di un rifugiato russo in Svizzera.
Chance (1913) è insolitamente centrata su un personaggio femminile, che sposa un capitano di aiutare il padre imprigionato; la narrazione è complessa con diversi narratori prendono e vari punti di vista.
Vittoria (Victory, 1915) è un romanzo tragico nei mari del Sud.
La Linea d’ombra (The Shadow Line, 1919) riferisce di un viaggio difficile, simbolo della crescita di un giovane uomo.


“Il mare si stendeva lontano, immenso e caliginoso, come l’immagine della vita, con la superficie scintillante e le profondità senza luce”
J. Conrad


Monumento a Joseph Conrad a Gdynia, sulla costa del mar Baltico in Polonia


Era calmo, freddo, imponente, maestoso. I marinai si erano avvicinati e stavano alle sue spalle. Sovrastava il più alto di mezza testa. Rispose: ‘Faccio parte dell’equipaggio.’ Scandì le parole con sicurezza e decisione. Il tono profondo e sonoro della sua voce si diffuse sul cassero nitidamente. Era beffardo per natura, come se dall’alto della sua statura, avesse contemplato tutta l’entità della follia umana e si fosse convinto di voler essere tollerante.



Secondo la critica più autorevole, il romanzo è un'allegoria sul tema della solidarietà e dell'isolamento, con il microcosmo della nave a rappresentare una versione in scala ridotta della società umana.

Il “Negro del NARCISSUS è una storia di mare ma è anche un’indagine sulla natura psicologica dell’uomo che reagisce con le sue passioni nello stesso contesto dove altri uomini pensano ed agiscono secondo le loro origine antropologiche.

La descrizione della tempesta raggiunge la bellezza dei grandi poeti antichi, ma il fortunale è anche nei cuori dell’equipaggio.

Il gigantesco marinaio negro Jimmy Wait imbarca sul Narcissus che é in partenza da Bombay per Londra. Il nativo delle West Indies si ammala pochi giorni dopo la partenza. A bordo emerge subito il dubbio che fosse già ammalato o peggio ancora che stia fingendo... Tante domande, nessuna risposta!

Il NARCISSUS fa rotta contro una furiosa tempesta sull’ormai vicino Capo di Buona Speranza. La navigazione si fa difficile e la malattia di Jimmy peggiora. Quando la tempesta si scatena in tutta la sua violenza le condizioni di Jimmy si aggravano e la sua sorte sembra segnata, ma nessuno capisce se la tempesta sta inseguendo proprio il povero Jimmy oppure la nave.

“Lo curiamo o le gettiamo in mare?” Pare essere questo l’atteggiamento dell’equipaggio che é vittima dell’irrazionale paura d’incorrere nell’eventuale contagio di un cadavere a bordo!

A bordo del Narcissus scrive Conrad “La falsità trionfava. Trionfava grazie al dubbio, la dabbenaggine, la pietà, il sentimentalismo… La pervicacia con la quale Jimmy si ostinava nel suo atteggiamento insincero di fronte alla verità inevitabile, aveva le proporzioni di un enigma mostruoso, di una manifestazione iperbolica che a volte suscitava un meravigliato, timoroso stupore… L’egoismo latente che si annida in tutti noi di fronte alla sofferenza si rivelava nella crescente preoccupazione che ci rodeva nel non volerlo veder morire… Era assurdo al punto da sembrare ispirato. Era unico e affascinante… Stava diventando irreale come un’apparizione… La sua presenza ci avviliva, ci scoraggiava…”.

Il capitano Alliston, da abile uomo di mare, salva la nave con i suoi ordini decisi e precisi, mostra grande coraggio nell’infondere all’equipaggio quella sua stessa forza che diventa decisiva per salvarsi.

Con il suo romanzo Conrad sembra dirci che la tempesta è necessaria per rivelare ad ognuno la sua parte più profonda, per ricordare ad ogni uomo la piccolezza della natura umana.

“Agli uomini ai quali, nella sua sdegnosa misericordia, esso concede un istante di tregua, il mare immortale offre nella propria giustizia, e pienamente, il privilegio, ambito del resto, di non riposare mai. Nell’infinita saggezza della sua grazia non consente loro di poter meditare con calma sull’acre e complesso sapore dell’esistenza, per tema che abbiano a ricordare e forse a rimpiangere la ricompensa di una tazza d’ispiratrice amarezza, tanto spesso assaggiata e altrettanto spesso sottratta alle loro labbra già irrigidite, ma pur sempre riluttanti. Questi uomini devono senza un istante di requie giustificare la propria vita all’eterna pietà…”.

Conrad non troverà mai le risposte alle sue domande esistenziali…

in balia del grande mare …del mare che tutto sapeva, e che avrebbe col tempo infallibilmente svelato a ciascuno la saggezza nascosta in ogni errore, la certezza latente del dubbio, il regno della salvezza, e della pace al di là delle frontiere del dolore e della paura”.

La visione che Conrad ha della nave e del suo equipaggio è racchiusa nelle righe che seguono e che svelano il segreto di quel delicato equilibrio che ognuno a bordo deve stabilire con sé stesso e con gli altri; si tratta dell’unico target che nessuno t’insegna a terra perché appartiene al mondo del mare: partire ed arrivare in sicurezza! Il traguardo lo si può raggiungere soltanto con quella disciplina interiore che nasce e si sviluppa nel rispetto e nella paura del Dio Mare. Forse è questo il vero collante dell’equipaggio per la riuscita della spedizione: uomini di mare, difficili da guidare ma facili da esaltare!

Il marinaio anche se rozzo ed ignorante quando entra in sintonia con il giusto spirito marinaresco diventa un professionista insostituibile nella sua mansione.

 

“(…) la nave, frammento staccato dalla terra, correva solitaria e rapida come un piccolo pianeta. Intorno ad essa gli abissi del cielo e del mare si univano in una irraggiungibile frontiera. (…) Essa aveva il suo futuro; viveva della vita di quegli esseri che si muovevano sopra i suoi ponti; come la terra che l’aveva confidata al mare, essa trasportava un intollerabile carico di speranze e di rimpianti … Essa correva schiumeggiando verso il Sud, come guidata dal coraggio di un’altra impresa. La ridente immensità del mare rimpiccioliva la misura del tempo. I giorni volavano uno dietro l’altro, rapidi e luminosi come il guizzare di un faro, e le notti, movimentate e brevi, parevano fuggevoli sogni..."

 

Qualcuno ha scritto con molta acutezza:

“Amato e odiato, James Wait lascia la terraferma per non ritrovarla più, perché certi viaggi durano per sempre, soprattutto quando resi immortali da una penna sincera, al punto da risultare crudele, come quella di Joseph Conrad”.

“Mentre odiavamo James Wait. Non riuscivamo a liberarci dal sospetto orribile che quel negro sorprendente facesse finta di essere malato, fosse stato testimone insensibile della nostra fatica, del nostro disprezzo, della nostra pazienza, e ora insensibile alla nostra solidarietà di fronte alla morte. Il nostro senso morale, per quanto imperfetto e vago, reagì con disgusto di fronte alla sua vile menzogna. Ma lui continuava a sostenere il suo ruolo con coraggio sorprendente. No! Non era possibile. Era stremato. Il suo temperamento insopportabile era solo il risultato dell’ossessione invincibile della morte che sentiva prossima. Chiunque si sarebbe indignato per una simile imperiosa compagna. Ma allora che razza di uomini eravamo noi con i nostri sospetti! Indignazione e dubbio erano in conflitto dentro di noi, travolgendo ogni nobile sentimento. E noi lo odiavamo a causa del nostro sospetto, lo detestavamo a causa del nostro dubbio. Non potevamo disprezzarlo impunemente e neppure compiangerlo senza ledere la nostra dignità. Così lo odiavamo e ce lo passavamo con cura di mano in mano”.

Per gli appassionati lettori di Conrad aggiungo anche LA LINEA D’OMBRA: “Come in guerra, anche sulla nave, l'unica speranza di salvezza sta nel fare con abnegazione e sacrificio ognuno la propria parte”.

Pochi giorni fa sono stato invitato a partecipare a un gioco su F/B: postare per 10 giorni dieci copertine di libri che ho amato particolarmente, senza spiegarne il perché.

Martedì ho scelto The Nigger of the NARCISSUS per la reminiscenza del suo messaggio morale che mi rimase impresso come l’allegoria della solidarietà….

Oggi stiamo vivendo la storia della pandemia Covid-19, e ho rivisto il negro James Wait, il misterioso reietto del Narcissus, ricoverato in una delle nostre RSA per gli anziani. La sua sorte é segnata perché una società “malata, cinica e crudele” ha deciso che la morte sia la soluzione di tanti problemi reali e psicologici. Una sorte di liberazione che in breve tempo sarà archiviata e dimenticata nelle celebrazioni che seguiranno la VITTORIA sul Virus…

The show must go on nella sua eterna attualità!

Vi segnalo un approfondimento su questo tema.

La strage silenziosa di anziani nelle RSA - “Macelleria messicana” nelle residenze per anziani

“Persone fragili, alcune anche affette da altre patologie, diventate terreno fertile per il virus che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Uomini e donne che per troppo tempo hanno dovuto subire il triste clichè che toglieva dignità alle loro vite. "Tanto muoiono solo i vecchi", pensavano in tanti. Era come diventato una sorta di scudo per chi ancora si aggirava per le strade delle città indisturbato, senza protezioni, convinto che, quella del coronavirus, fosse tutta una bufala gonfiata dai media. Eppure, nonostante gli anziani fossero già stati individuati come la preda più facile da attaccare per il virus la realtà sembra raccontare che qualcuno non li ha protetti abbastanza”.

Termino proponendovi l’articolo di una brava giornalista che senza citare IL NEGRO DEL NARCISSUS ne é comunque una fedele interprete.

 

Redazione CDN (Calabria Diretta News)

21 Aprile 2020

Non c’è la violenza, non c’è la premeditazione, non c’è l’orrore del sangue ma quella che si va consumando nelle residenze per anziani è una mortalità che evoca gli stermini della rivoluzione messicana, diventati metafora di ogni mortalità di massa ingiustificata, incontrollata e incontrastata.

Non è soltanto la vicenda di Villa Torano col suo crescente numero di contagiati, dentro e fuori la struttura, con i comportamenti omissivi, le negligenze del personale, la superficialità irresponsabile della gestione, le compiacenze con la Protezione Civile e il Mater Domini di Catanzaro a rappresentare il luttuoso fenomeno di una mortalità anagrafica. E’ tutta l’Italia che rivela nei confronti delle residenze per anziani un atteggiamento di sistema senza controlli adeguati e una pressoché totale privatizzazione del settore che rappresenta uno dei business più redditizi sulla vecchiaia e sul bisogno di assistenza degli anziani.

Ci sarebbe un aspetto etico da considerare e cioè che gli anziani di oggi sono la generazione che ha conosciuto nella sua infanzia la guerra ma, soprattutto, che ha vissuto e realizzato la “ricostruzione”, il boom economico e la modernizzazione del Paese con governi a base democratica. Strappati agli affetti familiari, ricoverati come pazienti ad alto rischio e a bassa possibilità di guarigione, morti in solitudine in corsie congestionate e scaricati nelle loro bare, da camion militari, in spazi cimiteriali improvvisati, questi anziani se ne sono andati, comunque la si voglia mettere, portandosi dietro una percezione di ingratitudine che non meritavano. C’è una responsabilità morale che è ben diversa dalle responsabilità che la giustizia, a volerla considerare tale, avrà il compito di accertare.

Si sapeva che erano i più esposti e per i quali, quindi, bisognava predisporre e intervenire per tempo con dispositivi di protezione, mascherine e tamponi in primis. Invece, oltre a lasciarli indifesi, si è consentito che venissero infettati dall’esterno, per negligenza, incompetenza, cialtroneria politica e irresponsabilità di chi avrebbe dovuto agire.

Ognuno di noi sa, nella propria coscienza, quanto ha valutato, nella paura dilagante, il diritto alla vita degli over 70 se non over 65. Pare, addirittura, che in alcune fasi dell’emergenza e della penuria di ventilatori polmonari sia stato preso in considerazione il codice di guerra secondo il quale, presentandosi l’alternativa ineludibile di salvare un vecchio o un giovane, prevede che sia il vecchio a essere sacrificato. E si può tragicamente capire ma parliamo di codice di guerra, ovvero bombardamenti, massacri indiscriminati, ospedali da campo e carneficine da affrontare.

Niente di tutto questo nell’anno del Signore 2020 dove la “macelleria messicana” nelle residenze per anziani parte e si consuma nelle realtà ritenute eccellenti della sanità italiana, modello – a quanto si dice – invidiatoci a livello internazionale, per espandersi progressivamente in tutto il Paese.

Tutto questo in presenza di una pandemia che ha preso alla sprovvista l’intero pianeta, senza risparmiare le potenze mondiali più ricche, a partire dagli Stati Uniti. Ma il problema delle residenze per anziani esiste da prima che facesse irruzione il coronavirus.

Mettendo da parte, in questa analisi, le “case di riposo” oggetto di incursioni dei carabinieri, rivelatrici di condizioni sub-umane di trattamento paragonabili ai lager nazisti, è il caso di riportare alcuni numeri per comprendere perché le residenze per anziani rappresentano un business redditizio “anticiclico”, dove anticiclico significa che il settore non è soggetto a oscillazioni e crisi di mercato perché la “senilizzazione” ovvero l’invecchiamento della popolazione è una dinamica in espansione non compensata dalle nascite.

Una distinzione preliminare va fatta fra RSA (residenze sanitarie assistenziali) RA ( case di riposo o comunque di assistenza agli anziani ) e “pensioni” di iniziativa privata che sfuggono ad ogni autorizzazione e controllo. Le RSA che non sono a gestione pubblica sono a gestione privata e, nella maggior parte, convenzionate col servizio sanitario nazionale. Percepiscono per ogni paziente una retta mensile valutabile nell’ordine di 140/150 euro al giorno per paziente ma esistono anche quotazioni più basse fino ad arrivare alle “pensioni” più povere dove la retta può essere di 1.200 euro al mese.

Secondo l’Agenas, che opera per conto del governo nazionale, in Italia tutte le residenze per anziani, escluse quelle clandestine e fuorilegge, assommano a oltre 6 mila per complessivi 287.532 posti letto di cui centomila 282 a gestione pubblica e 171mila 445 a gestione privata. Le RSA in senso stretto sarebbero 2.475 per 220mila e 700 utenti.
Ma c’è molta confusione sui dati poiché il sommerso è difficilmente quantificabile.

Quello che è certo è che il settore è progressivamente finito negli appetiti di gruppi imprenditoriali, finanziariamente agguerriti, che ne hanno preso il controllo. Si va da realtà come quella di Villa Torano, capofila di altre residenze gestite dallo stesso gruppo, alle 55 residenze gestite dalla CIR di Carlo De Benedetti in molte regioni con un fatturato che si può immaginare.

Per quanto riguarda Villa Torano, la polemica esplosa riguarda,oltre all’espandersi incontrollato del contagio, il ruolo giocato nella vicenda dalla politica atteso il coinvolgimento di un esponente politico di Forza Italia, tal Parente, la cui consorte detiene il 40 per cento del pacchetto azionario del gruppo che gestisce più residenze per anziani. Al politico in questione e alle protezioni su cui può contare vengono ricondotte le anomale agevolazioni ottenute dalla Protezione Civile con la fornitura di 200 tamponi e con le controverse risultanze dei tamponi effettuati.

Nella polemica esplosa sui controlli non effettuati e sulle negligenze emerse è intervenuto Enzo Paolini che da anni, senza essere titolare di alcuna struttura sanitaria, rappresenta in Calabria, dopo averla rappresentata a livello nazionale, l’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata) ovvero quelle comunemente chiamate cliniche o case di cura che prevalentemente sono convenzionate col servizio sanitario e rappresentano “l’altra gamba” del servizio sanitario pubblico.

Paolini, in effetti, non rappresenta le RSA che sono un settore a parte ma ha ritenuto di dover intervenire sulla polemica esplosa su Villa Torano per chiarire cosa debba intendersi per sanità privata e cosa rappresentano le RSA, interessato alla distinzione per diversificare ruoli e responsabilità e scoraggiare ogni strumentalizzazione contro la sanità privata, generalizzando con Villa Torano. Intanto, per Paolini, nessuna indulgenza per chi opera fuori dalle regole e dai protocolli previsti dalla legge, sia che si tratti di cliniche private che di residenze per gli anziani.
Nessuna indulgenza e nessuna giustificazione ma sbaglia chi generalizza e dalla vicenda di Villa Torano trae giudizi sommari sulla sanità privata “tout court”, facendo così torto a chi opera con onestà e trasparenza. Semmai Paolini, superando le affermazioni del sindacato infermieri e le dolenze giustificate per la mancanza di dispositivi di protezionechiama in causa chi deve esercitare i necessari controlli dovuti, sia che si tratti di cliniche che di RSA. E qui sta il punto, dove emergono le supposte connivenze con la malapolitica .

Nessuno, né a destra né a sinistra, ha mai chiesto una verifica di quanti politici, tramite familiari o prestanome, hanno interessi nella sanità. Alcuni casi sono venuti alla luce, altri sono occultati o adeguatamente mascherati. Nelle residenze per anziani si stava male anche prima del coronavirus ma nessuno è andato a vedere.

Ora sembra che la magistratura inquirente abbia scoperto che qualcosa non va, che l’assenza di controlli nasconda qualcosa di più grave, che sulla pelle dei nostri vecchi siano state costruite rendite di posizione che, né a destra né a sinistra, si avverte la necessità di tenere sotto controllo rispetto alla qualità dei servizi e ai requisiti da osservare. In questo la mafia non c’entra o c’entra in compartecipazione di minoranza.

Non sarebbe un eccesso di zelo se, a parte i cartelli colombiani della droga e il coronavirus che incrementerà l’usura, ci fosse un giudice che avesse a cuore le ignominie consumate da gruppi di colletti bianchi, fra di loro collusi, a danno dei nostri vecchi. Ci sono i silenzi colpevoli di chi, ai vari livelli, facendo finta di non sapere, copre e protegge. Verosimilmente sono gli stessi ambienti che, a 60 giorni dal coronavirus, non hanno detto una parola sull’insabbiamento dei quattro nuovi ospedali di Gioia Tauro, Vibo, Sibari e Cosenza. Anche i calabresi, increduli su Villa Torano, tacciono.

Rassegnati al peggio.

redazione Paola Oggi

https://www.calabriadirettanews.com/author/stefania/

CARLO GATTI

Rapallo, 23 oprile 2020

 

 

 

 


UNA NOTTE DI TREGENDA

UNA NOTTE DI TREGENDA

M/N VULCANIA


Era la mia quarta traversata atlantica sulla M/n VULCANIA

La mia breve carriera era cominciata sulla piccola cisterna DIENAI quando ero ancora studente al Nautico di Camogli. Era usanza allora “staccare il libretto di navigazione” col grado di “mozzo” durante il periodo estivo; purtroppo finì male perché sbarcai a Bari con l’ASIATICA che nessuno ancora conosceva. Quella pandemia di origine aviaria era stata isolata in Cina nel 1954 e fece due milioni di morti.

Persi 17 kg e se sono ancora qui è per mera fortuna: in quello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere la malattia.

Persi un anno di scuola, ma non certo l’entusiasmo per la vita che avevo scelto. Mi diplomai e proseguii i miei imbarchi sulla petroliera NAESS COMPANION, sulla M/n SATURNIA sulla M/n MARCO POLO ed infine sulla M/n VULCANIA.


Il REX a New York (dipinto di Marco Locci)


Il MAURETANIA a New York (dipinto di Marco Locci)


L’HOMERIC a New York (dipinto di Marco Locci)

Ero felice perché l’itinerario del transatlantico VUCANIA prevedeva la sosta di 24 ore a New York il giorno di Natale! Ero l’Allievo Ufficiale più invidiato del mondo! Chi é stato nella CITY durante le feste natalizie, sa che alludo ad una atmosfera speciale … Inoltre si trattava del mio penultimo viaggio da Allievo Ufficiale prima di passare 3° Ufficiale dopo il superamento dell’esame di Patentino. Il mio futuro era delineato…

Ma l’argomento di oggi é di ben altra natura, trattandosi più propriamente di quell’atmosfera che ogni tanto trasforma le mie notti in incubi…

Com’è noto ai marinai di tutto il mondo, i cicloni tropicali (uragani) si sviluppano al largo della costa africana vicino a Capo Verde e si muovono verso ovest nel mare Caraibico.  Gli uragani possono formarsi da maggio a dicembre, ma sono più frequenti tra agosto e novembre. Le tempeste sono comuni nell'Atlantico del Nord durante l'inverno, rendendo pericolosa la traversata.

Le aree interessate a queste tempeste minacciano zone che hanno un raggio di circa 2.000 km e, per chi fa rotta dall’Europa al Canada, non ha modo di evitarle: se le becca tutte sul fianco sinistro!

Le anziane motonavi SATURNIA e VULCANIA erano molto collaudate per quelle rotte che raramente concedevano agli equipaggi traversate tranquille, nel senso che anche in assenza di depressioni, riservavano lunghe giornate e nottate di navigazione con nebbia, qualche volta in presenza di banchise o iceberg segnalati, e quasi sempre di pescatori che si avventuravano su grandi gozzi al largo di Terranova.

A volte capitava di passargli molto vicino e purtroppo anche d’investirli nonostante le emissioni di segnali previsti dai regolamenti internazionali. Erano quegli stessi pescatori portoghesi che le due navi citate della Italian Line imbarcavano prima della traversata atlantica: una parte a Lisbona e l’altra a Ponta Delgada (Isole Azzorre).

Una storia antica é legata alla pesca del merluzzo sui banchi di Terranova quando entrava in gioco la rivalità tra i pescatori di merluzzo di Gloucester (USA) e Lunenburg (Canada) in gare molto "accese" per arrivare primi sui Grandi Banchi di Terranova onde accaparrarsi i posti migliori. Esiste un film del 1937 (diretto da Victor Fleming con l’attore Spencer Tracy, che vinse l’Oscar per la sua interpretazione) quale trasposizione cinematografica del romanzo “Captains courageous” dello scrittore Rudyard Kipling, che riprende una di queste gare tra due autentiche golette d’epoca, genialmente ripresa dal regista, visione che costituisce oggi un prezioso e irripetibile e originale documento storico. Si racconta che la sequenza abbia strappato ad un vecchio pescatore che sedeva tra gli spettatori il grido: “Ma butè a l’orsa! No vedè che spachè duto!!”

Ancora nei primi anni ’60, quei grandi marinai” pescavano al bolentino proprio sulle rotte dei transatlantici e quando i loro gozzi erano colmi di merluzzi, ritornavano a terra, trasbordavano il pescato su un brigantino alla fonda dietro un’isola, facevano rifornimenti di viveri e poi ripartivano per il mare aperto.

Ci trovammo nel mese di giugno sul Rio Tejo a Lisbona, quando veniva celebrata la festa dei pescatori. Una processione sul fiume tra canti e bandiere, tra colori e la memoria di tanti pescatori che non fecero più ritorno in Lusitania. Il cardinale della città, in quella suggestiva cerimonia, benediceva il brigantino che partiva per Halifax (Canada) per dare inizio alla Campagna del merluzzo.


Le motonavi VULCANIA a sinistra nella foto, e SATURNIA a destra mentre sono ormeggiate a Ponte dei Mille – Genova

I due transatlantici avevano uno scafo molto speciale; disponevano di alette anti rollio fisse di tipo antiquato, ma gli ingegneri navali degli anni ’20 del secolo scorso, avevano trovato una magica formula per cui non rollavano quasi mai, neppure con un forte mare al traverso, i loro movimenti conoscevano soltanto il beccheggio sull’asse trasversale. Ho avuto modo di conoscere passeggeri americani, anche famosi, che sceglievano queste due unità per compiere una serie di viaggi senza sbarcare, e raccontavano di privilegiare quelle navi per tre motivi: la cordialità degli equipaggi, l’amabilità di una nave che non faceva soffrire e per le godibilissime opere d’arte esistenti a bordo. L’itinerario di quegli anni era il seguente:

Venezia, Trieste, Palermo (o Messina), Napoli, Barcellona, Palma de Majorca, Gibilterra, Lisbona, Ponta Delgada (Azzorre), Halifax (Canada), Boston, New York. Il viaggio di ritorno comprendeva scali negli stessi porti del viaggio d'andata ed anche Patrasso (Grecia) e Dubrovnik (Jugoslavia).


Alette antirollio fisse


Stabilizzatori antirollio per grandi navi moderne

Retractable fin stabilizer on cruise ship MS Rotterdam

 

Cappella di bordo, é in corso la celebrazione della Messa domenicale. Da sinistra in prima fila: Allievo Ufficiale (A) Carlo Gatti, il 1° Ufficiale Claudio Cosulich, il Commissario Governativo, il Comandante Giovanni Peranovich e il Direttore di macchina.

A bordo del VULCANIA eravamo 4 Allievi ufficiali di coperta, due assegnati alla navigazione e al carico, gli altri due alla segreteria e alla posta diplomatica. Ogni viaggio ci scambiavamo i ruoli anche nelle manovre portuali. Le nostre cuccette, con due letti a castello, si trovavano dietro il ponte di comando sui due lati della nave e disposte nel senso trasversale.

 

E’ quasi mezzanotte. Il mio compagno di cabina (lato dritto della nave) é appena montato di guardia sul ponte di comando con l’incerata e il sudovest. Sono sveglio, ci salutiamo e già penso alla mia guardia, la “diana” (dalle 4 alle 08) con quel tempaccio in corso insieme al 1° Ufficiale che ad ogni difficoltà mi diceva: "Tegni duo a l'è l'arte ca intra!"

La nave sbatte, vibra e soffre sotto i colpi di mare che arrivano come mazzate sul fianco sinistro. Non riesco ad assopirmi, non per il rollio, ma piuttosto per un movimento della nave che inizia da un breve movimento di rollio sulla dritta, poi sale, si avvita e poi precipita verso il basso per impennarsi con la prora verso l’alto e ricadere velocemente con una panciata fragorosa. Si tratta di un balletto sinuoso e piuttosto ripetitivo che occorre controllare tenendosi ancorati alla difesa della branda per non cadere dalla cuccetta superiore e farsi male…

Avevo letto l’ultimo bollettino meteo e sapevo che la depressione che ci contrastava era vasta e potente, ma non avevo dubbi sulla tenuta della nave: la vecchia signora sapeva il fatto suo… la fama non la regala nessuno…lei se l'era meritata tutta e poi, ce l’aveva sempre fatta nonostante le inevitabili magagne dell'età …

M/N VULCANIA – TEMPESTA IN CORSO NEL NORD ATLANTICO INVERNO 1962

DUE NAVI IN DIFFICOLTA’ FOTOGRAFATE DALLA M/N VULCANIA

Ma ciò che non ci aspettavamo accadde!

Improvvisamente la nave viene colpita da un’onda che sembra sparata dal più potente cannone navale esistente, un’onda mostruosa, urlante e sibilante proprio come una cannonata… O forse abbiamo colpito una mina vagante nell’oceano? oppure siamo entrati in collisione con una altra nave? Penso alla collisione tra l’ANDREA DORIA e la STOCKHOLM di qualche anno prima e mi vengono in mente le immagini dell’affondamento della “signora dei mari”. Sono attimi lunghissimi. Questi pensieri mi martellano in testa nel tentativo di capirne la causa e sono più veloci delle parole che non riesco a pronunciare. Tiro un grosso respiro, cerco di rilassarmi e razionalmente penso ai possibili danni subiti dalla nave sul lato di sopravvento.

Il VULCANIA ha ancora un sussulto, si abbatte sulla dritta ed io mi ritrovo ammucchiato a paratia, con i piedi in testa … Poi, dopo alcuni movimenti inconsulti si raddrizza e si stabilizza. L’ufficiale di guardia ha accostato e si é messo alla cappa con la prua al mare. Anche i  giri dei motori sono stati calati al minimo. Suonano le sirene ed i campanelli di bordo… Mi precipito sul ponte di comando e ricevo l’ordine di portarmi insieme al mio Capo Guardia nella Classe Turistica da cui giungono le prime richieste d’aiuto.

Scendiamo di corsa lungo i ponti della nave, indugiamo soltanto qualche minuto… per valutare gli allagamenti sul lato sinistro nei locali più alti a causa di vetrate andate in frantumi e altri danni materiali di poca entità.

Giungiamo infine nella zona della Classe turistica e immediatamente ci rendiamo conto di trovarci nella trincea di una battaglia in corso. Il caruggio centrale lungo circa 70-80 metri é invaso dall’acqua di mare, ma é rosso di sangue. I passeggeri che si reggono in piedi si spostano come automi sotto schock. Le cabine sono aperte e allagate.

Si sentono lamenti, urli e pianti. Il direttore sanitario, il 1° medico di bordo e i cinque infermieri di bordo sono già al lavoro. Il Comandante della nave lancia via interfonico ripetuti appelli ai passeggeri di mantenere la calma rassicurandoli: “é tutto sotto controllo”. Infine invita, in tre lingue differenti, eventuali medici e personale paramedico presenti tra i passeggeri a prestare soccorso in Classe turistica.

Il Comandante in 2° fa sgombrare i passeggeri delle cabine di dritta per far posto ai feriti che sono circa una settantina. Per fortuna, dopo un controllo di tutte le cabine ormai evacuate, non si riscontrano decessi.

Tuttavia i feriti presentano ferite anche gravi alla testa, sul corpo e sugli arti. I tagli sono larghi e profondi.

I più gravi vengono portati nell’ospedale di bordo per tamponare le emorragie, suturare le ferite più gravi e ricomporre le numerose fratture.

In breve tempo, i medici di bordo sotto la regia del Comandante in 2° riescono ad organizzare un piano molto intelligente per isolare i feriti dal resto dei passeggeri e ripristinare la tranquillità e la ripresa della navigazione che, purtroppo, non è immediata in quanto tutte le cabine devono essere riparate per poter sostenere gli urti e le intemperanze di quella depressione atlantica che ci accompagnerà ancora per 3-4 giorni fino all’arrivo ad Halifax (Canada).

MA COS’E’ SUCCESSO?

Quell’onda apocalittica aveva sfondato non solo i vetri robustissimi degli oblò, ma anche le corazza (corazzetta) dello spessore di circa 15 mm. A mezzanotte i passeggeri erano tutti in cabina, molti soffrivano il mal di mare e la cuccetta per loro era il miglior rimedio, mentre invece si é dimostrata una trappola infernale. L’urto di quell’onda altissima non solo frantumò gli oblò e le sue difese, ma mitragliò quelle schegge metalliche e di vetro concentrandole in quei pochi metri quadrati delle cabine martoriando di ferite quei poveri  emigranti e pescatori portoghesi.

Per meglio comprendere la causa del disastro, propongo al lettore alcune foto che più di tante parole danno l’idea della forza esplosiva di quella ONDA ANOMALA che all’epoca nessuno chiamava in questo modo…

OBLO’ NAVALE E SUA CORAZZA dello spessore di 15 mm.


OBLO’ APERTO


A destra OBLO’ chiuso con i suoi galletti. A sinistra la sua corazza


OBLO’ chiuso e sigillato con la corazza

La foto sotto (che va opportunamente allargata) é relativa al transatlantico SATURNIA gemello del VULCANIA, in cui sono indicati i ponti della nave sul lato dritto, che corrispondo no perfettamente anche sul lato sinistro, esposto ai colpi di mare di quel viaggio dove si sono verificati i danni maggiori. Il Ponte contrassegnato con la lettera C nel cerchietto rosso, (il secondo dal basso) indica la fila di oblò della Classe Turistica della nave che sono i più vicini alla linea di galleggiamento.



SATURNIA/VULCANIA

Committente: Cosulich Line, Trieste.

Cantiere: Cantiere Navale Triestino (Cantieri Riuniti dell’Adriatico) di Monfalcone, Co. 160

Impostato: 30 maggio 1925.

Varato: 29 dicembre 1925.

Viaggio inaugurale: 21 settembre 1927.

Data fine: 7 ottobre 1965.

Dati tecnici.

Lunghezza: 192,50 mt.

Larghezza: 24,31 mt.

Immersione: 8,53 mt.

Stazza lorda: 23.940 tsl.

Stazza netta: 16.710 tsl.

Propulsione: Due diesel Burmeister & Wain 8 cilindri (840x1500 mm); 24.000 hp; due eliche.

Velocità di servizio: 19,25 nodi.

Velocità massima alle prove: 21,10 nodi.

Capacità d’imbarco nel 1927: 2.197 passeggeri in quattro classi.

Prima classe:           279 passeggeri.

Seconda classe:      257 passeggeri.

Classe Turistica:     309 passeggeri.

Terza classe:         1.352 passeggeri.

Equipaggio: 510 persone.

CONCLUSIONE

Il “ricordo giovanile” che oggi vi ho proposto, non l’ho mai dimenticato, non potevo dimenticare tutto quel sangue versato in quel caruggio e neppure IL GRANDE CUORE di quei medici e infermieri che per quattro giorni, sbattuti dalle onde, non chiusero occhio per rimanere vicino ai loro passeggeri infortunati per portarli vivi a destinazione. Ricordo ancora i loro sguardi stanchi ma luminosi e fieri che sono del tutto simili a quelli che oggi sono in trincea a combattere contro l’ONDA ANOMALA che ha investito il mondo intero ed é ancora più insidiosa perché invisibile e sconosciuta.

Diciamo grazie a medici e infermieri di ogni tempo, a quelli in prima linea e a quelli che lavorano nelle retroguardie. Diciamo grazie alle loro famiglie, che li seguono a distanza e li hanno quasi ceduti in prestito a ospedali e comunità. A breve, si spera, dovremo celebrare quei 200 medici che sono morti per salvare vite umane. Di loro non conosciamo neppure i nomi. Verso di loro abbiamo un debito di riconoscenza infinito! Non dimentichiamoli MAI!

Carlo GATTI

 

Rapallo, 17 Aprile 2020


IL BARCHILE - STORIA DI UNA FONTANA GENOVESE

IL BARCHILE

STORIA DI UNA FONTANA GENOVESE

Le fontane di Roma dimostrano come i romani abbiano sempre avuto una gran passione per le acque pubbliche, dagli acquedotti alle terme e come, dopo i secoli della decadenza, tale passione si sia esternata nella costruzione delle numerose fontane (oltre 2.000) che ancora oggi ornano vie e piazze romane.

Il grande musicista bolognese Ottorino Respighi ne immortalò alcune con il suo celebre poema sinfonico LE FONTANE DI ROMA (1916) ricco di suggestioni descrittive legate ad elementi musicali naturalistici e alla cultura popolare italiana.

Quell’antico classicismo mitologico romano approdò anche a Genova lasciando il BARCHILE nel cuore del nostro scalo, precisamente nelle calate interne, ed aveva lo scopo di dare prestigio alla città e al suo porto.

Intorno al BARCHILE solevano radunarsi gli equipaggi delle galee genovesi di ritorno dalle missioni anti saracene. Si lavavano e si ritempravano cantando quei ritornelli che aleggiavano da sempre tra le calate e che furono in seguito ripresi e immortalati da Faber per la gioia degli italiani di ieri e di oggi!


Il Ponte Reale visto da ponente

Nel 1643 la fontana fu commissionata dai facoltosi membri dei Protettori delle Compere di S. Giorgio (Istituto e prodotto tipico della storia genovese, fu la prima organizzazione di un debito pubblico in istituto bancario e di emissione che viene via via assumendo anche funzioni di compagnia coloniale e di navigazione) a Pier Antonio e Ottavio Corradi (i progettisti della vasca) e realizzata da Giambattista Garrè. I quattro delfini capovolti invece sono opera di G.B. Orsolino mentre la statua alata, allegoria della fama, aggiunta nel 1673, è stata scolpita da Jacopo Garvo.

La fontana di cui parliamo risale al 1647 fu progettata dall’architetto AICARDO per essere posizionate sul prolungamento del PONTE REALE, che era la proiezione che collegava gli SCAGNI armatoriali alle CALATE INTERNE del Porto Vecchio. Nel 1647, per arricchire la fontana con un getto più consistente, i vertici di Palazzo San Giorgio decisero di captare le acque provenienti dall'Acquasola. Per l'occasione venne costruito un acquedotto in tubi di marmo che, scorrendo sotto la terra, arrivava fino al Ponte Reale.

Nel 1673 la fontana venne spostata sul prolungamento di Ponte Reale, dove rimase per oltre cent'anni, sino al 1790.

Dal 1861, con un'apposita delibera municipale, il BARCHILE fu spostato al centro di Piazza Colombo. Pare che la causa della “trasmigrazione” fosse dovuta all’aumento del traffico commerciale sulle banchine del porto. Inizialmente la scelta non fu gradita, perché quella FONTANA era un vero e proprio Simbolo della Repubblica di Genova: manifestazione di ricchezza, storia e tradizione per tutti i portuali e non solo...

Lentamente Piazza Colombo acquisì più importanza, specialmente dopo i riassestamenti della viabilità cittadina di inizio Novecento e la fontana divenne parte integrante ed apprezzata della Piazza.

Anna Draghi Photo

Piazza Colombo - Il gruppo marmoreo è composto, nella parte inferiore di quattro delfini avvinghiati, in quella superiore di quattro cariatidi anch'esse intrecciate che levano in alto una grossa coppa di marmo dal cui centro si alza una fama alata* che suona il nicchio marino.

(Note prese in prestito dal Dizionario delle Strade di Genova)

*Fama Alata (dal latino fari che significa parlare), personificazione della voce pubblica nella mitologia romana, era una divinità allegorica.

Della sua personificazione parla Virgilio immaginandola creata dalla Terra dopo Ceo ed Encelado.

La si immaginava come un mostro alato gigantesco capace di spostarsi con grande velocità, coperto di piume sotto le quali si aprivano tantissimi occhi per vedere; per ascoltare, usava un numero iperbolico di orecchie e diffondeva le voci facendo risuonare infinite bocche nelle quali si agitavano altrettante lingue.

Questo mostro alato rappresentava allegoricamente le dicerie che nascono, si diffondono, acquistano credibilità, non fanno distinzione tra vero e falso, amplificano e distorcono a piacimento i fatti.

Anche Ovidio ne dà un'ampia descrizione nel libro XII delle Metamorfosi, collocandola ai confini della terra, all'interno di un edificio bronzeo, con un numero elevatissimo di entrate, nelle quali riecheggiavano tutti i vocaboli, anche quelli appena bisbigliati.


Questa fotografia fu scattata nel corso nel 2004. In occasione degli eventi legati a “Genova 2004 Capitale Europea della Cultura”, venne istallato in piazza Colombo un impianto scenografico per illuminare Il Barchile ovvero la fontana posta al centro della Piazza dove l’opera fu traslocata nel 1861 per abbellire la nuova piazza ottocentesca voluta dall’architetto Resasco. Non solo bellezza ma anche utilità visto che Il Barchile fungeva da abbeveratoio per cavalli e muli provenienti dalla campagna che vi transitavano carichi di verdure verso il Mercato Orientale.


Guardiamola più da vicino con due scatti del BRAVO fotografo Luciano Roselli che ringrazio anche a nome dei followers di Mare Nostrum Rapallo



Come diceva Eugenio Montale nella sua celebre lirica “Non chiederci la parola”.

“Anch’io non so chi sono ma so cosa non sono: Non sono un professore non ne posseggo i titoli, non sono un poeta non ne ho la sensibilità, né uno storico non ne annovero le competenze e nemmeno mi appartiene l’essere scrittore. Allora chi sono, chiederete voi? Sono un folle innamorato di Genova che soffre nel vedere la sua amata dimenticata e non rispettata. Ecco questo mio sito è da intendersi come un atto di amore per la propria bella. Genova è come una matura signora, un po’ in là con gli anni ma talmente ricca di fascino che per farti innamorare non ha nemmeno bisogno di svelarsi e tu, a poco a poco, rimani inebriato dalle sue meraviglie”.

Carlo GATTI

Rapallo, 7 Gennaio 2020


I FILETTI DEL MONTANA

I FILETTI DEL MONTANA

Era un pomeriggio torrido d’estate.
-Giumìn- dissi- qualè stata la volta che te la sei vista più brutta, sul mare?-
-Certamente a Bandar Abbas, nel '79-
-E' stato durante una tempesta?-
Lui rise e negò col capo:
-No. Ero sulla terraferma, coi piedi ben piantati per terra!-

-Eh...?-
-Quando si naviga capitano i momenti brutti, ma te lo aspetti, perché il mare è forte e imprevedibile. E’ molto peggio subire quello che non dipende dal mare!-
-Cioè?-
-I dirigenti che ti mandano allo sbaraglio, per esempio!-

-Beh, non capisco lo stesso!-
-In una guerra civile, per esempio, o una rivoluzione!-
Mi venne in mente solo allora l'episodio, raccontatomi dalla figlia di Giumìn quando eravamo due giovani gazzelli. -Bandar Abbas...un momento... non è quel porto del Golfo Persico dove hanno portato a morire la Michelangelo?- -Certo, proprio lì!-
Tacqui, perché ricordavo l'episodio.
Sua figlia, nonché mia socia di maggioranza da 38 anni, mi aveva già raccontato quell'avventura:
-Lo sai che mio padre è stato con la Michelangelo ad Ambarabas, nel Golfo Persico?-
-Dove?- ribattei, maligno - Ambarabàs, Ciccìs, Coccòs... le tre civette sul comòs?-

“Scemo!” aveva ribattuto “per poco lui ci ha lasciato la pelle, laggiù, sai? Vergogna!”
Che figura da fesso! Dopo tanti anni me ne vergogno ancora.

Era sera d'estate, dunque, e Giumìn si faceva vento con una copia della “Settimana Enigmistica”. Sorseggiavamo una bibita, e dalle finestre entrava un'aria rovente.
-Che caldo...- dissi.

-Mai caldo come là. Nessun posto al mondo è caldo come il Golfo Persico!-
Giumìn era rimasto coinvolto in uno sporco affare.
La rivoluzione di Khomeini.


T/n MICHELANGELO – In partenza da Genova.

Viaggio Inaugurale

-Che bella nave era, la Michelangelo, la più bella di tutte! Peccato che sia stata costruita quando già tutto il mondo andava in America volando! La “Mike”! Sono stato Direttore di Macchina, lì. Quando arrivavamo a New York l'operatore del porto ci salutava così: “Hello, Mike!”-



-... ed è finita a morire a Bandar Abbas-
-Già. Era diventata una perdita economica enorme, una voragine! Pensa, oggi la gente farebbe a pugni per fare una crociera Vintage sulla Mike o sulla Raffaello, ma allora le crociere non erano di moda. Rheza Palhavi, lo Scià di Persia, le aveva pagate in petrodollari sonanti e aveva deciso di farne caserme-scuola per la sua Marina Militare. Le ha ancorate vicino alle basi, di fronte all'isola di Qeshm, nello stretto di Hormoz-
-E tu come sei finito lì?-
-Come ti dicevo, conoscevo la nave perché ero stato Direttore di macchina. La Direzione della Compagnia ha proposto a me e ad altri ufficiali una trasferta per istruire i persiani sulla condotta delle macchine. Naturalmente non hanno calcolato che ci mandavano allo sbaraglio!-

-Nel bel mezzo di una rivoluzione... -
-Hanno detto che non c'era alcun pericolo per noi. Invece gli americani della base lì vicina se l'erano già svignata e tutta la Persia eruttava fuoco e fiamme!-
-Ma, scusa, non ti eri informato prima di partire?-
-Chi si immaginava una situazione come quella, allora?

-Sicché sei andato all’avventura... - dissi con un po’ d’ironia.
Giumìn sembrò adombrarsi
-Certo, siamo partiti senza immaginare che ci cacciavamo in un ginepraio! Ho firmato un contratto di trasferta di tre mesi!-
-Scusa, Giumìn, scherzavo!-
-Appunto! Non c'è da scherzare. Pensa: una pianura di sabbia rossa, sabbia e baracche e poco altro.

La MICHELANGELO E LA RAFFAELLO nella rada di Bandar Abbas (IRAN)



In mezzo a quel nulla una base della Marina persiana, e la magnifica Michelangelo che cominciava a fare la ruggine. E una folla di persone che non ci volevano. Appena scesi a Bandar Abbas il mio amico Galleno, di Chiavari, mi ha detto: “Cosse g'han 'sti chì, Marcheise, da amiàne stortu?”

“Nu u so, Galèn...” ho risposto “a pa: na pignatta c'a bugge!”

La radio parlava di Rivoluzione Islamica-
-Che allora non si sapeva cosa fosse...-
-Già. L'abbiamo capito subito a nostre spese, però!-
Fece una smorfia e disse:
-“Bella Madonna ca-a...” mi ha detto Galleno “l'è mai puscibile che se parte in missile da e Indie u ne vegne propiu a picca: in te braghe a niatri?” Ebbene, andò proprio così!-
Certo, pensai: l'Occidente non aveva realizzato appieno le proporzioni della crisi, o forse aveva fatto finta di nulla. - Cercai di consolare Galleno - disse Giumìn- “Vedrai, quando saremo sistemati a bordo sarà diverso...”. Ci avevano detto che ci saremmo stati accolti dagli ufficiali della Marina persiana, e uno di loro in effetti ci aspettava in coperta, ma capimmo presto che Mustafà, coi suoi baffetti, contava tanto quanto il due di briscola!-
-In che senso, Giumìn?-
-Il nostro ruolo sulla Mike era soltanto di consulenti. Dovevamo in teoria controllare i sistemi della nave e insegnare a mantenerli in attività. In realtà...-
-In realtà vi siete trovati fra l'incudine e il martello...-
-Già. Anche tra gli ufficiali si respirava un'aria sinistra: hai presente la calma prima della tempesta?-
-Io non ho mai navigato, Giumìn, ma spesse volte ho conosciuto la calma prima dei temporali. C'è un'aria particolare, hai ragione!-
-Eh, vabbè...-
Mi fece capire garbatamente che un temporale non è proprio una tempesta...
-Così siamo saliti a parlare con Mustafà-
-L'ufficiale di coperta... -
-Già, il due di briscola. A pensarci oggi, credo fosse solo un poveraccio che cercava di barcamenarsi. Sembrava un don Abbondio coi baffetti, un vaso di coccio tra i vasi di ferro!- -Bella immagine, Giumìn!-
-Grazie. Non mi permetto di giudicarlo, né voglio dire che i suoi colleghi fossero pazzi, ma si sentiva che avevano contro di noi una rabbia atavica. Incomprensibile, soprattutto. Noi non gli avevamo fatto niente, anzi, eravamo lì solo per aiutarli, capisci?-
Credetti di capire il loro smarrimento, e annuii.
Avevo provata una sensazione simile a Sharm El Sheik, nel 2000, mentre leggevo un libro in spiaggia. Sulla copertina campeggiava la figura di un pugnale arabo. Un bagnante del luogo, in vacanza come me, mi aveva rivolto di colpo la parola: “Hey!” mi aveva detto. Gli avevo sorriso e lui... aveva fatto il gesto di estrarre un coltello e colpirmi.
“Un idiota!” avevo pensato, lì per lì, ma l'anno dopo, a settembre, avevo capito il senso del suo gesto.
-Tornando a Mustafà- proseguì Giumìn- ...insomma, pareva che facesse fatica a tenere buoni i suoi. A suo modo era un vero gentleman. Però era un gentleman secondo il costume arabo...-
-Cioè?-
-Diceva sempre di si, va bene, domani, e l'indomani eravamo punto a capo. Gli chiedevo: “Quando arrivano i rifornimenti per noi, Mustafà?” “Tumorru” diceva, e non arrivava un accidente di niente. “Quando arrivano?” chiedevo il giorno dopo “Suun comin, tumorru”-
-E non si arrivava niente!-
-Già, niente di niente. Cercavo di arrivare a un accordo e lui si profondeva in scuse. Spiegava che mancavano i camion, che mancava la gente, che il pesce era scappato via dal Golfo, eccetera. La conclusione era sempre la medesima!-
Ridacchiai:
-Già, l'immagino. “Tumorru”!-
-Certo. Ora, come Direttore di macchina era mio compito approvvigionare la mia gente, ma come avrei potuto, senza rifornimenti? Saremmo morti di fame: io, gli ufficiali e la bassa forza!-
-Mi rendo conto... bloccati lì, dentro a una nave in disarmo, circondati da una folla ostile e numerosa...-
-Per di più anche alcuni tra i miei hanno iniziato a mugugnare. Hai presente i sindacati degli anni '70?-

-Si, me li ricordo-
-Remavano contro, pretendevano, volevano scioperare. Non capivano che bastava incrinare appena il vetro per farci fare tutti a pezzi!-
-Contro il loro stesso interesse?-
-Già, non è incredibile? Facevano assemblea, contro il “Padrone”-
Sorrisi:
-Che eri tu?-
-Che ero io, capisci? Mi ci vedi?-
Giumin è l'uomo più mite che si possa immaginare, sempre pronto a comprendere e a mettere pace. Provai a figurarmelo circondato da cialtroni e fanatici. Si, pensai, doveva essere stata ben dura, per lui!
-Insomma, gli bolliva la “bujacca”, di qua e di là... bolliva la nostra e bolliva la loro. Tutto contribuiva a logorarmi i nervi! La Compagnia continuava ad assicurarci aiuto, protezione, bla bla... consigliava di fidarci degli ufficiali persiani!-
-Cioè di Mustafà!-
-Si, Mustafà!-
Fece una smorfia.
-Cos'hai fatto, allora?-
-E' successo un miracolo! Al culmine delle disgrazie sono arrivati Pasquariello e il pick up della base americana, che non si sa come era rimasto a nostra disposizione, e funzionava...-
-Chi era Pasquariello?-
-Pasquariello Carmine, da Torre del Greco, un genio. Fu la Madonna a suscitarlo, proprio quando non sapevo più dove sbattere la testa. Venne a trovarmi una sera, in cabina. “Comandante Marchese”, disse, “chisti ce vonno fammurì!

Chista è fame...” “E allora che cosa proponi?” ho detto io “Perché non andiamo a comprare al mercato?” ha detto lui, e io ho riposto “come si fa ad andare a comprare al mercato tipo massaie, in un casino come questo?” Eppure, in quei momenti qualcosa scatta. Quando ci hai pensato tanto arrivi a capire che pensare non serve a nulla. C'era naturalmente il pericolo che ci facessero fuori, ma la fame è una molla potente, sai?-
-Il ragionamento non fa una grinza!-
-Avevo il vantaggio dei dollari. Come responsabile degli uomini tenevo la cassa della Compagnia, per pagare i rifornimenti a Mustafà!-
Spalancai gli occhi, incredulo:
-Sei uscito fuori di lì coi dollari addosso?-
-Per forza. Con cosa potevo pagare? Avevo una cintura porta soldi coi soldi. Io, Pasquariello, e il Pick up. Lui comprava e io pagavo-
Sgranai gli occhi:
-Voi due soli?-
-Proprio così. Ma non fu merito mio. Fu l'abilità di Pasquariello a salvarci la vita. Cominciò a concionare coi venditori del mercato, pescatori, ortolani, macellai, pollaioli...-
-Ma come faceva? Parlava l'arabo?-
-Macché, parlava in napoletano! E quelli lo capivano, cioè, in qualche modo si capivano! Litigavano, contrattavano, tiravano sul prezzo e alla fine è avvenuto il miracolo!-
- Cioè?-
-Lo stimarono!-
-Per i dollari?-
-Mah, anche! Credo però che non fosse solo per quello. Gli arabi hanno un talento commerciale, lo sai...-

-Già-
-Hanno riconosciuto il talento del commerciante! Ti ho sempre detto che i napoletani sono un grande popolo, che si mette in moto nei momenti di necessità...-
Giumìn stimava molto le doti partenopee. “Grandi doti e gran difetti”, diceva.
-Dopo tre o quattro giorni abbozzava a capirsi sui prezzi, e dopo dieci rispondeva pure in arabo. Io l’aspettavo chiuso nella Jeep e pregavo che riuscissimo a portare al cuoco abbastanza da mangiare per tutti!-
-E ci siete riusciti!-
-Foscia!... dopo una settimana venivano ad aspettarci fuori dalla nave con le mercanzie. Quanto pesce, e buono! Alla fine arrivava di tutto, pane, uova, carne di montone e d'agnello!-
Sgranai gli occhi.
-Alla fine quasi mi divertivo. “Quasi”, bada! La sera io facevo la lista della spesa dell’indomani, poi me la mettevo nel taschino della giubba e salivo sul ponte a parlare a Mustafà. Gli chiedevo i viveri per l'indomani, e lui
diceva ...-
-“Tumorru”, credo...-
-Già, tumorru, suun, gias coming..., e iniziava la discussione che durava circa mezz'ora. Alla fine mi chiedeva le palanche dei rifornimenti, e ricominciava la discussione. Altra mezz’ora. Lui mi chiedeva di nuovo i soldi, e io...-
Scoppiai a ridere:
-E tu gli rispondevi ... tumorru, suun, jast comin ...-
Annuì ridendo:
-Si. L'indomani andavamo al mercato e tornavamo coi rifornimenti freschi. Messi a posto gli stomaci, tutto si calmò. Gli ufficiali iraniani si massaggiavano la pancia nel sentire il profumo della cucina e ci chiedevano qualche piatto!-
-Ma Mustafà non ci faceva la figura del fesso?-

-Vai a capire! Si instaurò un quieto vivere tipicamente arabo. Mustafà sapeva che io sapevo, e io sapevo che lui sapeva. Discutevamo seriamente ogni sera e ogni mattina, io gli chiedevo i rifornimenti e lui mi chiedeva i soldi!- -Voleva il pizzo?-

-Macché, era miliardario di famiglia! Era una pura questione di forma. Quando usciva faceva sempre in modo che qualcuno dei suoi sentisse che mi chiedeva i soldi. Diventò una specie di canzonetta. I miei lo chiamavano “U Tumorru”. “Cosse u t'ha ditu staseia u Tumorru?”- mi chiedeva Galleno. “Taxi, c'u te sente!” gli rispondevo io “Figurite se u capisce u zeneize?”-
-E tu?-
-Io gli davo la risposta più logica: “Manimàn u ghe l'ha imparou u Pasquarìn!”-
Finalmente Giumin rise davvero:
-Ti sei divertito, in buona fine!-
-Macché! A questo punto ci si sono messi quei “macacchi” che c'erano tra di noi, a farmi tribolare!-
-I sindacalisti?-
-Già. Alcuni erano vere carogne e sobillavano gli altri col loro atteggiamento. Ma io ormai mi ero scafato-
-Cos'hai combinato, Giumìn?-
-All'ennesima assemblea, quando hanno minacciato di andarsene, invece di mettere pace come al solito...-
-...li hai mandati a quel paese!-
-Macché! Li ho invitati a partire... ho che nessuno li avrebbe trattenuti. Così hanno fatto marcia indietro, e si sono messi la lingua in tasca!-
Giumìn, vero gentleman, non avrebbe mai detto dove si erano messi davvero la lingua...
-Il peggiore di tutti, un tuo conterraneo di Sestri, l'ho anche incontrato dal barbiere, pochi mesi fa. Vecchio io, vecchio lui. Pontificava con le mani in tasca, sbruffone come allora. Mi ha riconosciuto e se l'è squagliata. Aveva paura che raccontassi al barbiere la brutta figura che ha fatto! Se ne ricorda ancora!-
Era tutto contento che quel macacco se ne ricordasse ancora!
Il che mi fece piacere, e mi fece sperare con tutto il cuore che non considerasse anche me un macacco per averlo trapiantato a Sestri ponente, paese di ferri arrugginiti, dalla sua amata Pra, terra di basilico
-Galleno gli aggiunse pure un insulto, tanto preciso che non te lo posso ripetere. Comunque finalmente arrivammo al termine del nostro turno. Avevo perso dieci chili, ero magro e smilzo come quando è finita la guerra, nel '45. Quando l'aereo è decollato, ti giuro, ho visto tutti farsi un segno della Croce. Tutti quanti. Anche i comunisti, di nascosto!- -Che avventura!- ho detto.
-Ah!- ha aggiunto poi- Non ti ho ancora raccontato il meglio! I “filetti del Montana”!-
-Filetti del Montana? In mezzo al deserto?-
-La base americana aveva dei rifornimenti che i marines non avevano fatto in tempo ad evacuare, e le celle frigorifere si stavano scaricando. Una sera è salito a parlarmi Pasquariello: “Comandante Marchese” ha detto “alla base ci sta un mucchio di carne che tra poco va a male. Potremmo portarla qui...” “Qui? E’ imposs...?” Mi sono fermato subito, però, sia perché ci aveva salvato la vita, sia perché da quella bocca non potevano uscire che lampi di genio. “Spiegati!” gli ho detto “Comandante, gli arabi non mangiano quella carne perché è macellata nel sangue!” “E quindi, a noi cosa c’importa... Pasquariello?” gli ho detto. “E’ di prima qualità” ha detto lui “un bendidio, comandante!” E io: “Quanta ce n'è?” “Una, due...” “Due quintali? “No, ehm...” ha detto “tonnellate... forse quattro!” “Quattro tonn...!” “Ehm, comandante, che vi devo dire? Quando la carne è in padella non si capisce più com'è stata macellata” “E allora?”ho detto “Ecco, ci sta a Hormoz 'nu paesano che tiene il ristorante e l'albergo. Se si porta via i filetti tutti assieme dà nell'occhio, ma se li viene a prendere qui poco a poco... comandà, se le celle si spengono tutto quel bendidio va a male. Le nostre funzionano ancora bene...” -

-Ah, ho capito! S’era messo d’accordo con paesano!-
-Sai cosa ho fatto? Mi sono tolto il berretto con la visiera e mi sono grattato la testa!-
-Ti prudeva la testa? -
-No. Non volevo fargli capire che mi levavo tanto di cappello!-
Ho annuito, d’accordo con lui.
-Comunque ci sbafammo un mucchio di carne del Montana e io recuperai una parte del peso che avevo perso. Ne portammo anche a quelli della Raffaello, che stavano peggio di noi. In più quel bravo ragazzo di Pasquariello ci portò, per riconoscenza del suo paesano di Hormoz, un po' di “formaggio!”-
Stetti a lungo con gli occhi spalancati, poi compresi: -Formaggio? Ah, ho capito!-
-“Formaggio”, si. Così la storia ebbe un lieto fine, ti pare?- -Beh, mi pare proprio di si- -Soprattutto tornammo a casa salvi!-
-Aveste dei fastidi durante il viaggio di ritorno? Se non erro i diplomatici dell'ambasciata americana sono stati sequestrati in quel periodo...-
-No, per fortuna non è successo niente. Solo durante il trasferimento all’aeroporto abbiamo assistito a una cosa orribile! La lapidazione di una donna! Sentivamo le urla di terrore della donna e il ringhio della folla inferocita. Sembravano gli ebrei che gridano “Barabba”! Quando penso alla Passione di Gesù risento sempre l'urlo di quella folla, e le implorazioni della sventurata...-
Giumìn abbassò la testa sul collo e ci pensò su, poi la rialzò di scatto e i suoi occhi presero un'espressione intensa:
-La folla è bestiale, caro mio... sembrava di stare in un girone dell'inferno, coi diavoli che ballano la giga. Poi il nostro autobus è stato preso a sassate, e io mi sono sentito un verme-
-Un verme? E perché?-
-Perché pregavo che non finissimo come quella donna...- -Già!-
-Per fortuna però siamo ripartiti, e quella banda di folli è sparita alla nostra vista. Fin quando l'apparecchio non ha staccato le ruote da terra, però, te lo giuro, nel mio didietro non ci sarebbe passato neanche un filo di ragnatela!- Sospirò, e io sospirai con lui.
-Beviamoci sopra, Giumìn, è passata!-
La sera d'estate era scesa, magica, e si era levato un vento fresco.

Fine.

CARLO LUCARDI

Rapallo, 9 Ducembre 2019


DESIDERIO

 

DESIDERIO


Il gruppo dei ragazzi sostava irrequieto nella piazzetta davanti a un bar dove avevano già consumato l’apericena ed ora  dovevano decidere dove andare a finire la serata.

- Ma è così difficile scegliere, per me c’è una scelta sola: la discoteca - sbottò Marco.

- Allora io non vengo - disse Maria ho promesso a mio padre, che non era prevista la discoteca ed ora voglio tener fede alla mia promessa, poi neanche mi piace la discoteca.

- Ma, come parli? Sembra che stai facendo i voti per farti suora. -

- Mi hai capito lo stesso. -

- Cosa non ti piace della discoteca – le chiede Andrea.

- Tutto quel baccano, quel saltellare da soli sulla pista, io la trovo alienante. -

- Cosa ci vuole per accontentare tutti? Io un’idea ce l’avrei. Guardate che mare, sembra che si sia vestito da sera con quella strada dorata dove si specchiano le stelle. - dice Chiara.

- Ecco, ha parlato la poetessa - borbotta Stefano - secondo te stiamo tutta la sera a guardare il mare?

- Ci facciamo il bagno, scemo. -

Maria si sente fuori posto e non vorrebbe deludere Andrea, che le piace, ma il bagno di notte! -

- Non abbiamo il costume.. - prova a dire Maria.

- Mutandine e reggiseno li hai è come un bikini. -

Intanto tre ragazze entusiaste dell’idea si sono già buttate in mare, ma nude.

Maria capisce che non ha più scuse se vuol continuare a frequentare Andrea,  mette il vestitino su uno scoglio ed entra.

Che esperienza galleggiare, sentirsi leggera, il mare potente e così delicato.
- Allora ti piace - dice Andrea – vedi quanto siamo sciocchi, se chiedi in giro la maggior parte delle persone non ha mai fatto il bagno in mare di notte. Ora però vieni un po’ qui. -

I ragazzi si abbracciano e Andrea, con il tono stupito chiede: - Ma, sei senza reggiseno.-

- Ti dispiace? - Figurati, non ho mai visto colline così belle! – Ecco io starei tutta la vita, così,   come sono adesso, con la testa appoggiata sulla tua collinetta, magari dove si tocca, perché sto per affogare. –

Maria si sente come un libro ancora da sfogliare, un fulmine benefico l’ha percorsa dalla punta dei piedi sino alle ciglia, facendola assomigliare a un frutto ancora acerbo sulla via della maturazione.

- E’ meglio che torniamo a riva.  - dicono insieme e con una bella risata finiscono la serata.

 


di ADA BOTTINI


Rapallo, 11 Ottobre 2019



IL PERIMETRO

 

SAN BENEDETTO DA NORCIA: IL PATRONO D’EUROPA

La dott.ssa Selene CATENA ci dona la sua originale interpretazione  dell'ultimo libro di Paolo Rumiz: IL FILO INFINITO che ci conduce in pellegrinaggio sul sentiero europeo dei monasteri benedettini. Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa che l’autore ha cercato nelle abbazie dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre.

Un viaggio affascinante nella storia che trova ancora oggi la sua attualità.

Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate di violenza spietate, pagane. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono.

Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione.

Gli uomini che le abitano vivono secondo una Regola più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei padri: quelle nere tonache ci dicono che l’Europa é, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni…

E da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa portentosa spinta alla ricostruzione dell’Europa?

Dopo la lettura di questo libro, forse per un’incorreggibile deformazione professionale, é cresciuta in me la convinzione che le navi siano dei monasteri naviganti molto simili alle abbazie di cui si occupa Paolo Rumiz nel suo libro. Lontano dai poteri centralizzati e dalle insidiose ideologie dei partiti, il potere a bordo di una nave é demandato al suo Comandante il quale, quando assume l’atteggiamento del pater familiae, riesce a conciliare nella formula: ora et labora, lo spirito di sacrificio, il rispetto reciproco, la socialità e la produttività anche quando tutte le religioni e le etnie di questo mondo s’incontrano e non si scontrano come succede sulla terraferma ad ogni latitudine.

Il mondo del mare è uno scrigno millenario colmo di tesori ed insegnamenti, il più vicino alle REGOLE di S.Benedetto! Ma quanti lo conoscono?

di Carlo Gatti

 

IL PERIMETRO

di Selene CATENA

Come in un gioco di specchi, un pensiero stamattina stenta a guardarsi, a tastarsi, a prendere coscienza di sé, stenta a ritrovare la propria immagine primigenia, origine e fine di ogni altra riflessa.

“La felicità sta nel perimetro”

Paolo Rumiz “IL FILO INFINITO”. Feltrinelli. Pag. 29

“Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?”


Qualcosa in me si ritira, ogni mano su un orecchio, ad attutire uno stridio.

Quando ero piccola, sei sette anni, passavo tutta l’estate a casa dei nonni, sul mare.


 

Tra la porta di casa e la spiaggia c’era, e c’è ancora, uno spiazzo di qualche metro, tutto di cemento. Per un lungo periodo, non ho mai capito perché né perché quel periodo sia poi finito, mentre giocavo, tutti i pomeriggi, cadevo. Da sola. Sulle ginocchia.

Non si piangeva. Faccio parte di una sottopopolazione dell’infanzia degli anni settanta forgiata su modelli educativi autoreferenzianti, per cui se cadi o sbagli non devi piangere. Un po’ di saliva sul ginocchio, ti rialzi, con l’idea serpeggiante che se stai male te la sei cercata. Piuttosto ti accerti che non ci siano testimoni.

Così le ginocchia sembravano mappe per isole del tesoro: croste dalle forme irregolari, con tonalità migranti dal vermiglio al ruggine, finite di stampare solo ai primi d’ottobre, quando le articolazioni rientravano negli abiti e andavano in letargo.

Ecco.

“La felicità sta nel perimetro”


La frase mi fa ritrarre, come se inavvertitamente qualcuno avesse sfiorato quel mio ginocchio estivo di quarantaquattro anni fa.

Salto, schivo, scivolo in una sorta di black out percettivo.

Solo dopo, come gli occhi delle lumache, timidi, torno su. E sbircio che succede.

Da adulta feroce paladina degli spazi aperti, del no-border, non come sistema ma come unica possibilità di vita, quella di fuga non è una risposta. E’ una reazione, dunque, in quanto tale, l’unica possibile.

E’ per questo che ci torno su e ci ronzo attorno, come una falena innamorata dell’inestinguibile fiamma della curiosità prodotta dal ‘diverso da me’.

Con una sorta di ossimoro percettivo, qualcosa si apre ad accogliere un’idea di apparente chiusura, annusandone la familiarità del retrogusto.

E’ vero. La felicità sta nel perimetro.

Il pensiero nel gioco di specchi comincia a ritrovarsi: una catenina, sottile, lunghezza media, senza pendagli, attorno al collo esile di donna di mezza età. E’ la prima idea di perimetro che mi si accampa in testa. Ed é subito un elogio alla bellezza, non c’è sfumatura di contrazione o di confine.

Piuttosto il sentore di un’esaltazione dell’umano, un perimetro d’argento che avvolgendola potenzia la visibilità della grazia emanata.

Ed é così che finalmente si ritrova e, placida, si mette a sedere negli occhi, l’immagine primigenia, il perimetro dei perimetri: la pelle.

Il confine per cui veniamo al mondo, per cui possiamo essere io e non tu o loro o tutti.

Il perimetro che permette di esserci, sperimentare, vivere, con tutti i disordini che si creano, su ciò che vuoi farci entrare dentro e cosa vuoi lasciare fuori.

La morbida linea che fa si che tu sia chi sei.

E la divisione puoi percepirla per quella che è: l’ennesima illusione ottica. La Vita si ritaglia in corpi di pelle per poter giocare e interagire con sé stessa, in una festa che rischi di perderti, se credi agli specchi.

Invece siamo tutti invitati alla festa.

Tanti perimetri di pelle di luce.

 

Selene CATENA

Ortona, 24 Luglio 2019

 

 

 

 

 



L'MPRESA SEMPRE ATTUALE DI UN CAPITANO CAMOGLIESE

L'IMPRESA SEMPRE ATTUALE DI UN CAPITANO CAMOGLIESE

Molto si dice sui brigantini e l'epoca eroica della vela. Qualcuno evidenzia negativamente la vetustà dell'argomento, cioè afferma che tale periodo appartiene ormai a storie desuete, fuori dai nostri tempi.

Eppure, il nostro Civico Museo Marinaro "G.B. Ferrari" conserva molte testimonianze di quell'epoca che non sono avvolte da antiquate ragnatele del passato, ma "au contraire" - come in ogni museo - si rigenerano, soprattutto per la fruizione delle generazioni future.

Un esempio remoto, e al tempo stesso attuale, è il dipinto raffigurante la nave a vela Trojan, che fu gestita dai fratelli Mortola, ramo "Liggia". Il veliero balzò alle vette della notorietà quando il suo capitano, Filippo Avegno di Camogli, la condusse come prima nave in assoluto nel porto di Gulfport, nello stato del Mississippi, Stati Uniti.
A quel tempo, la struttura portuale era stata appena inaugurata e gli americani erano perciò impazienti di iniziare il loro business del traffico di legname. Tale notizia è riferita dall'insigne custode della cultura marinara camogliese, Giò Bono Ferrari. Ferrari omette però il periodo storico di riferimento di quell'impresa ma, d'altro canto, spiega esaustivamente che il capitano Avegno non solo "inaugurò" il porto statunitense, ma anzi contribuì ad effettuare degli approfonditi sondaggi nei tortuosi fondali di quell'accesso. Fatto sta, che altre navi, dapprima riluttanti ad entrare in porto, si convinsero della sicurezza di quell'approdo: per Avegno fu perciò un tripudio di premi e riconoscimenti.
Bene, si dirà, abbiamo letto il testo di Ferrari; cosa c'è di nuovo?
Ecco, qui si richiama il concetto di rigenerazione e riferimento alle generazioni future.

Tempo fa, la Società Capitani e Macchinisti Navali di Camogli fu contattata dalla Società Storica di Gulfport. Come è noto, gli americani sono attentissimi al loro passato, per cui chiesero se avevamo disponibile un'immagine ben definita della nave Trojan, la quale costituisce ovviamente una pietra miliare nella storia di quel porto. I Capitani di Camogli inviarono immediatamente la foto del dipinto presente in Museo e, in Mississippi, di conseguenza, i nostri interlocutori furono euforici di quella trasmissione.


Il dipinto del Trojan presente al Museo Marinaro di Camogli

Quando la comunicazione con gli amici americani fu stabilita, iniziò un fitto scambio di informazioni sulla nave, dei suoi armatori, delle immagini. Anche noi fummo arricchiti di testimonianze: per esempio, le foto del 24 gennaio 1902 (data effettiva - finalmente nota -  dell'inaugurazione del porto di Gulfport), che mostrano la "nostra" nave ormeggiata e imbandierata!


Il Trojan ormeggiato a Gulfport: è il 24 gennaio 1902

Ma la collaborazione non termina qui: all’inaugurazione della nuova sede della Società Storica di Gulfport – prevista per il 2020 – verrà esposto un modello del veliero lungo un metro e mezzo, attualmente in costruzione presso il laboratorio di un professionista. E aggiungiamo la più grande soddisfazione: il logo della Società statunitense, che è un’immagine stilizzata del Trojan, farà per sempre una splendida pubblicità alla professionalità e intraprendenza camogliese.


La prossima sede della Società Storica di Gulfport. Il logo dell'ente raffigura il
veliero camogliese Trojan (vedi immagine sopra)

Come si vede, le gesta degli artefici della navigazione a vela camogliese sopravvivono nel tempo; anzi, c'è da aspettarsi che altri legami riaffiorino dagli anfratti più inaspettati e che - certamente - ci riempiono d'orgoglio.

BRUNO MALATESTA

10/2019


UN FIOCCO DI NEVE SUL MARE D’AGOSTO

 

UN FIOCCO DI NEVE SUL MARE D’AGOSTO

 

L'autrice Marinella Gagliardi Santi

«Finalmente un’acqua con una temperatura gradevole!»
È il commento di mio marito mentre nuotiamo all’inizio di agosto, per raggiungere la nostra barca ormeggiata nella rada di Bosa in Sardegna. Mi godo la piacevolezza di questo bagno, quando all’improvviso mi prende alla pancia un dolore acuto: sensazione di morso e forte bruciore, non posso sbagliarmi, ho incrociato una medusa! Prima o poi doveva succedere, quest’anno ce n’è una vera invasione, non ci si può distrarre un attimo.

Mentre salgo rapidamente in barca alla ricerca della pomata giusta, rifletto a quant’era cretino il nome della barca a vela presso la quale ho fatto lo spiacevole incontro, “Fiocco di neve”, si chiamava. Che nome assurdo, mi mette freddo solo a pensarci, evoca boline gelide, per carità! Per me mena anche gramo.

E infatti… mentre più tardi dormiamo, avverto due colpi secchi, che mi fanno balzare in piedi.

Esco rapidamente dalla tuga e vedo che proprio Fiocco di neve sta picchiando contro la nostra prua.

Mi viene un accidente. Devo spingerla via, è un po’ più piccola della nostra, ci riesco a fatica. Cerco come posso, di tenerla a bada, perché, naturalmente, tende a riaccostarsi, venendo a picchiare di continuo sulla fiancata.

«Dado, Dado, vieni fuori!» Lo chiamo più volte a gran voce, ma è immerso in un sonno pesantissimo, questa notte. Picchio sulla tuga con i piedi e urlo con tutte le mie forze. Sente, mi risponde! Ma mi pare che ci metta un secolo a uscire, tanta è la fatica che devo fare per tenere a bada l’altra barca.

Che stress, sono in camicia da notte, ho freddo, soprattutto alle estremità, sono tutta proiettata in fuori per cercare di controllare Fiocco di neve, che ballonzola di qua e di là sull’acqua, venendo a sbatterci contro. Avevo proprio ragione, ha un nome che mena gramo.

Finalmente che – sollievo ! ecco Rinaldo armato di parabordi. Con uno di questi in mano seguo la vela nei suoi tentativi di speronarci, ma anche così non è poi tanto facile cercare di evitare il contatto tra le due barche.

A bordo, ovviamente, non c’è nessuno. Il ragazzo che abbiamo visto ormeggiare Fiocco di neve nel pomeriggio deve essere a godersi il carnevale che si festeggia a Bosa. Il mio previdente skipper l’aveva ben detto che si era messo troppo vicino a noi, sarebbe stato meglio dirglielo subito, litigarci magari, ma costringerlo a spostarsi. E invece…

«Cribbio, se è nottambulo come nostro figlio, chissà a che ora arriva!» Osservo piuttosto inquieta.

«Accidenti, e noi che eravamo andati a dormire presto per partire all’alba domani mattina! Adesso provo a dare un po’ di catena all’ancora, ma non posso darne tanta, ho un’altra barca dietro. Non so se nemmeno se è una buona idea, se questa davanti sta arando, ci seguirà…»

In ogni caso siamo costretti a stare fuori per tenerla sott’occhio. E a prestare attenzione anche alla barca dietro, alla quale ci siamo avvicinati, dopo aver lasciato andare un po’ di catena.

Bella prospettiva, ma altro non si può fare. Vado a vestirmi visto che devo rimanere in attesa sotto le stelle.

Rimaniamo seduti vicini sulla tuga, al buio, Rinaldo e io, pronti a entrare in azione. Passa un’ora… ne passano due.

Ogni gommone che si muove dal porto, speriamo sia quello giusto. Ne passano tre, ma niente da fare. A parte questi spostamenti, per il resto tutto tace sulle barche nella rada, non si vede una luce, sono tutti al carnevale a divertirsi. Mentre noi due…

Grazie al cielo, però, che siamo qui, meno male, perché il primo impatto ci ha danneggiato le luci di navigazione, dopo di che, il nostro intervento ha evitato altri danni. Ora Fiocco di neve brandeggia di qua e di là davanti alla nostra prua e le passa vicinissima, quasi sfiorandola.

Questo fa parte delle gioie degli ormeggi nelle rade… Dov’è l’incanto della notte stellata sui promontori e sul mare? E la luna che spezza la sua luce in mille riverberi sulla superficie dell’acqua?

Questa notte non possiamo davvero goderceli, la noia dell’attesa e l’attenzione costante che dobbiamo prestare alle due barche prevalgono su ogni possibile attrattiva.

Parte un altro gommone da riva, avanza… ci supera? No, si ferma! Evviva, l’attesa è finita, vediamo arrivare il proprietario della vela con due ragazze a bordo.

Lo chiamiamo: ha poca voglia di ascoltarci, anzi tenta di liquidarci rimandando tutto al mattino seguente.

Quando afferma: «Perché non potete essere voi ad aver ormeggiato troppo vicino a me?» ce lo mangeremmo vivo, visto che noi siamo arrivati alle undici del mattino e lui alle cinque del pomeriggio…

Mi domando se ha capito che siamo stati a sorvegliare la sua barca per ore, dopo essere stati svegliati dai primi colpi della sua poppa contro la nostra prua. Glielo spieghiamo con decisione e con estrema chiarezza…

Solo in questo modo lo convinciamo a salire a bordo per darci i dati dell’assicurazione, caso mai di giorno rilevassimo danni che non si vedono col buio.

Lo squadro mentre sale su Vizcaya: tipo sportivo, biondo, occhi verdi, fare deciso, piede “marino”, aria da navigatore. Sembra sveglio e spigliato, non ha niente dell’imbranato, come ha fatto a lasciare Fiocco di neve ormeggiata così male? Se non altro, alla buon’ora, ha realizzato e si scusa del disturbo che ci ha arrecato.

Mi sbolle un po’ di rabbia, tutti possono sbagliare, peccato solo che non mi ricordo di domandargli perché mai abbia scelto un nome così del cavolo per la sua barca.

Ma Fiocco di neve doveva crearci ancora dei problemi all’alba del mattino seguente, quando siamo pronti alla partenza. È leggera e ha parecchia cima, oltre alla catena, perciò continua a brandeggiare davanti alla nostra prua, coprendo una vasta superficie d’acqua, e correndo senza sosta da sinistra a destra e da destra a sinistra. Come faranno quei tre a sopportare questo moto perpetuo?

«E noi come facciamo a uscire, con questo pendolino impazzito che ci ondeggia davanti?» Si sente l’ansia nella mia voce.

«Tu devi dirmi quando è tutta di qua o tutta di là, in quel momento io recupererò al volo l’ancora per avanzare il più in fretta possibile, se no ce la portiamo via con noi!»

«Va bene, ma lasciami studiare un attimo come si muove!»

La osservo bene nel suo movimento, si ferma un istante alla fine della corsa e poi riparte a palla… ecco, ora è tutta a sinistra, è il momento, ma, ce la faremo a passare?

«Adesso, Dado, vai con l’ancora!»

L’adrenalina è già a mille alle sei del mattino.

Sono pronta a schizzare via dal timone, caso mai ci fosse qualche intoppo nel recuperare la catena, ma questa volta la barca è lanciata e ha anche tre persone a bordo, pesa di più, cosa penso di poter fermare con le mie scarse energie?

Per fortuna Vizcaya risucchia velocemente la catena e noi scappiamo giusto in tempo mentre Fiocco di neve passa al filo sfiorando la nostra poppa.

È andata, addio a mai più, spero. È già abbastanza fredda la stagione, quest’anno, inutile evocare immagini di gelo!

E infatti come al solito siamo tutti imbacuccati per ripararci da un venticello al traverso un po’ tagliente, ma, se non altro, la barca avanza a vele spiegate con un passo davvero soddisfacente…

 

 

Brano tratto dal libro di Marinella GAGLIARDI SANTI

 

"NON COMPRATE QUELLA BARCA"

 

 

 

Rapallo, venerdì 12 Aprile 2019

 


MARINAI E FEDE

MARINAI E FEDE

Le vele delle tre caravelle di Colombo portavano la croce rossa in campo bianco.

Siamo ancora nel periodo pasquale, nei giorni della Passione di Gesù e noi uomini di mare ci soffermiamo ancor più nella meditazione e nella preghiera perché “credenti, fedeli e timorati di Dio per tradizione, ma anche per trovare la forza di contrastare i mari e i venti e sperare di ritrovare la via di casa …”.

Molti storici ritengono che queste tre lettere possono venire dal greco e significare Cristo, per cui sommando XPO e FERENS nasce il nome Cristoforo, portatore (ferens) di Cristo.

ALCUNI PASSI INDIETRO...

Ma c’é di più, in questo speciale spazio temporale ci sentiamo ancor più vicini ai marinai cristiani della prima ora che furono scelti, con le loro navi, come simbolo della Chiesa nascente.

Non é quindi un caso che nel 2000 - Anno del Giubileo - siano stati scelti essi stessi come logo di questo percorso ideale verso la Sacralità della Fede Cristiana: i marinai, il mare e le imbarcazioni.


La nave-immagine della Chiesa in navigazione sui flutti. Nella traduzione graficamente moderna dell'antico simbolo, l'albero maestro è una croce tra vele, che realizzano il trigramma di Cristo (IHS). Sullo sfondo delle vele è rappresentato il sole che, associato al trigramma, rimanda all'Eucaristia.

La nave è un emblema che trabocca di significati.

Nei popoli precristiani mediterranei era il simbolo del viaggio della morte e dell'immortalità. Nel primo cristianesimo del II-III secolo, la nave appare nelle opere catacombali  e negli scritti dei Padri dei primi tre secoli. Anche in Palestina, tra i simboli cristiani arcaici degli ossari appare la barca.

Le immagini marinare non abbondano nella Bibbia. Israele non è un popolo marinaro, come invece, sono i greci che solcavano il Mediterraneo in lungo e in largo; in essi si trova l'allegoria della nave dello Stato e Platone descrive i vantaggi di questa nave ben governata dal suo timoniere. Nella letteratura ebraica, la tempesta è data dalle prove, sia personali sia collettive, la cui liberazione può venire solo dalla potenza di Dio e dalla preghiera. La nave è vista nell'ottica della salvezza dal naufragio; l'arca in cui Noè trovò rifugio lui e i suoi, indica anche il viaggio felice dell'anima in questa vita verso l'eternità.

I cristiani, nei monumenti funerari, hanno ripreso il simbolismo della nave come segno di speranza e di eternità, utilizzandolo subito per esprimere due temi precisi: la Chiesa e la Croce.

1991. Lo sbarco di oltre ventimila Albanesi l’8 agosto 1991 nel porto di Bari. La cifra é reale! La nave Vlora (Valona) proveniente da Durazzo, può essere considerato l’inizio di un fenomeno progressivamente sempre più consistente che da quel momento in poi ha coinvolto il nostro Paese e l’intero continente europeo. Notare gli alberi a croce della nave, più visibile é quello a poppavia.

Il simbolismo ecclesiale della nave risale ai sec II-III. Tertulliano è il primo a farne un simbolo esplicito della Chiesa, identificando nella nave in tempesta la Chiesa delle origini, travagliata dalle persecuzioni.

Nello Pseudo Clemente (sec III) si dice: Il corpo intero della Chiesa è come una grande nave che trasporta uomini di provenienza molto diversa segue poi una lunga allegoria in cui Dio è proprietario della nave, Cristo il pilota, il vescovo la vedetta, i presbiteri sono i marinai i diaconi i capi rematori, i catechisti gli aiutanti. Un testo delle Costituzioni apostoliche del sec. IV, sull'ordinazione dei vescovi dice: “Quando riunisci la Chiesa sii vigile come il pilota di una grande nave. Prescrivi ai diaconi come a dei marinai di indicare il proprio posto ai fratelli, come a dei passeggeri”.

Uno scritto del sec II precisa: Cristo è il pilota esperto. La prua (della nave) è verso l'oriente la sua poppa verso l'occidente, la sua carena verso il mezzogiorno. Ha come timoni i due testamenti. Ha marinai a destra e sinistra come angeli custodi che la proteggono. I cavi che collegano alla cima dell'albero sono come gli ordini dei profeti, dei martiri, degli apostoli.

Anche Ignazio di Antiochia nel I secolo dice: La santa Chiesa somiglia una nave costruita di legni diversi ci sono ordini diversi nella chiesa e le persone sposate vi hanno il loro posto.


L'altra ben nota simbologia della nave è la Croce che appare sin dal II secolo. L'antenna orizzontale che taglia l'albero gli dà la forma della croce; probabilmente è il significato più antico della nave che persisterà anche quando questa sarà identificata con la Chiesa; l'albero della nave-chiesa rimarrà simbolo della Croce di Cristo, come la cita Giustino, sec II, nell'Apologia. Nel dipinto catacombale della Via Anapo, l'albero della nave di Giona, ha la forma di croce. Le prime rappresentazioni cristiane della nave, appaiono nell'arte sepolcrale sin dal III sec. e rinviano simbolicamente all'iter del defunto verso il porto dell'eternità.

Nell'epigrafe di Firmia Victora (Vaticano) La nave, simbolo della Chiesa ma anche del defunto, si dirige verso la meta celeste simboleggiata dal faro.

I CRISTOGRAMMI sono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi-Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi.

Esempio di cristogramma: Il CHI-RHO (o monogramma di Cristo). E' per antonomasia il monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon).
Esso e' un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Kristo's, X (la lettera chi, equivalente a “ch” nel nostro alfabeto) e P (la lettera rho, che indica il nostro suono “r”).
Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. ALFA e OMEGA: sono la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco. Gesù é indicato così nel libro dell'Apocalisse:
"Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine", per indicare che tutto ciò che esiste ed esisterà va compreso a partire da Cristo.

Croce greca con iscrizione IC XC NIKA


Il pesce (ichthys) è un simbolo di Cristo

PESCE: Ichthýs: Il simbolo che stilizza un pesce usato dai primi cristiani.
Il termine ichthýs e' la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico
χϑύς, “pesce”, ed e' un simbolo religioso del Cristianesimo perché e' l’acronimo delle parole:
‘Ι
ησο
ς Χριστός Θεo Υιός Σωτήρ
(Iesu's CHristo's  THeu' HYio's Sote'r)
(Gesu' Cristo Figlio di Dio Salvatore).

 

L’Ichthýs é formato da due curve che partono da uno stesso punto, (a sinistra la “testa”), e che si incrociano quindi sulla destra (la “coda”).

La simbologia cristiana dei tempi delle Persecuzione dei cristiani nell’impero romano (I-IV secolo) è molto ricca. A causa della diffidenza di cui erano oggetto da parte delle Autorità Imperiali, i seguaci di Gesù sentirono l’esigenza di inventare nuovi sistemi di riconoscimento che sancissero la loro appartenenza alla comunità senza destare sospetti tra i pagani.
Veniva presumibilmente adoperato come segno di riconoscimento: quando un cristiano incontrava uno sconosciuto di cui aveva bisogno di conoscere la lealtà, tracciava nella sabbia uno degli archi che compongono l’ichthýs. Se l’altro completava il segno, i due individui si riconoscevano come seguaci di Cristo e sapevano di potersi fidare l’uno dell’altro.


Nave Mistica-Roma Museo Pio Cristiano. Gesù indica la strada agli Apostoli e agli Evangelisti  che remano…

Nel Nuovo Testamento l'attribuzione simbolica si riferisce alla barca di Pietro e alla presenza del lago di Tiberiade dove Gesù, dalla barca, ammaestrava le folle. In un frammento di sarcofago del sec IV, appare una barca il cui il timoniere ha il nome di Gesù e i rematori quello degli evangelisti. (Museo Pio Cristiano, Roma).

Un altro frammento di sarcofago (Museo Capitolino), simboleggia la diffusione della Chiesa nel mondo: la barca di nome Thecia ha la vela sostenuta da un grande albero a croce, accanto a due marinai, il timoniere è definito dall'iscrizione Paulus.

Con Origene appare per la prima volta la simbolica sull'unità della Chiesa come mezzo necessario per la salvezza: Fuori della Chiesa non vi è salvezza (Homil.3), mentre Ippolito, per primo, presenta l'allegoria della Chiesa locale ed è all'origine degli sviluppi catechetici che ci hanno portato a vedere nella nave, sia l'immagine della Chiesa universale sia quella della Chiesa locale.

Stele funeraria con l'iscrizione in lingua greca ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ (trasl. icthys zōntōn; lett.: "Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore dei viventi"). Inizi del III° secolo.  (Museo Nazionale Romano).

GRAFITO, La speranza dei cristiani. CATACOMBE DI DOMITILLA - ROMA

La COLOMBA: con il ramoscello d'ulivo nel becco: simbolo che proviene dalla salvezza apportata dall'arca di Noe' e conseguentemente immagine dell'anima nella pace divina.

La RETE e la BARCA: la rete da pesca simboleggia l'opera della Chiesa: i pescatori, gli apostoli e i pesci coloro che entrano nella Chiesa.
La BARCA: la Chiesa viene rappresentata come una barca guidata e protetta da Cristo.

L'ANCORA: rappresenta la croce e la fede con la quale si rimane saldi anche nelle situazioni difficili. La CROCE: è il simbolo cristiano più diffuso, riconosciuto in tutto il mondo. E’ una rappresentazione stilizzata dello strumento usato dai romani per la tortura e l’esecuzione capitale tramite crocifissione, il supplizio che secondo i vangeli e la tradizione cristiana è stato inflitto a Gesù Cristo. Tuttavia si tratta di una forma simbolica molto antica, un archetipo che prima del cristianesimo aveva già assunto un significato universale: rappresenta l’unione del cielo con la terra, della dimensione orizzontale con quella verticale, congiunge i quattro punti cardinali ed è usata per misurare e organizzare le piante degli edifici e delle città.  Con il cristianesimo assume significati nuovi e complessi come il ricordo della passione, morte e risurrezione di Gesu'; e come un monito dell’invito evangelico ad imitare Gesu' in tutto e per tutto, accettando pazientemente anche la sofferenza. Tipi di croce:
"crux commissa" (T), "croce latina" (†, detta anche "crux immissa"), "croce greca" (con i bracci uguali)

Il BASTONE DI GIACOBBE (antenato del sestante) – Una croce che misurava l’altezza del sole.

LE NAVATE NELLE CHIESE

Nelle chiese e nelle basiliche, le NAVATE costituiscono l’ambiente sviluppato in senso longitudinale  dall'ingresso all'altare maggiore se unico, o agli altari, se diviso in tre o più spazi laterali.

Simbolismo

Il termine "navata" racchiude un significato simbolico. Esso deriva non solo dalla struttura architettonica del soffitto che spesso nelle chiese romaniche e gotiche ha la forma di una carena di nave capovolta, ma anche e soprattutto dalla "barca" da cui Gesù ammaestrava le folle come anche dalla barca-chiesa che san Pietro apostolo guida nella tempesta e che i vescovi continuano a guidare ovunque ed in ogni epoca. Nell'VIII secolo san Bonifacio scriveva che "la Chiesa è come una grande nave che solca il mare del mondo. Sbattuta com'è dai diversi flutti di avversità, non si deve abbandonare, ma guidare". I Padri della Chiesa indicano l'arca di Noè quale figura della Chiesa che accoglie tutti (Sant’Agostino, Contro Fausto, 12, 15; Cirillo di Gerusalemme, San Girolamo.

La navata richiama il cammino da fare per giungere "all'altare di Dio" (salmo 43,4). È segno del pellegrinaggio che il popolo di Dio è chiamato a compiere per giungere alla casa del suo Signore (salmo 84).


La basilica di San Pio X, anche conosciuta con il nome di basilica sotterranea, è una chiesa di Lourdes, situata all'interno del complesso di Chiese del Santuario di Nostra Signora di Lourdes. Consacrata nel 1958, ha la dignità di basilica minore.

Con l'avvicinarsi dei festeggiamenti per il centenario delle apparizioni della Vergine Maria cui avrebbe assistito Bernadette Sloubirous, e in previsione dei numerosi pellegrini che in tale ricorrenza sarebbero accorsi a Lourdes, le autorità civili ed ecclesiastiche decisero di costruire una grande chiesa che potesse accogliere un consistente numero di persone, viste anche le dimensioni ridotte delle tre già esistenti. Il progetto fu opera dell'architetto Pierre Vago. Si tratta di una struttura completamente sotterranea ed invisibile dall’esterno, costruita al di sotto del letto del fiume Gave de Pau, fattore che complicò notevolmente i lavori di realizzazione. Terminata nel 1957, la basilica fu solennemente consacrata il 25 marzo 1958 dall'allora cardinale Angelo Roncalli, che era stato in passato Nunzio Apostolico in Francia e che sarebbe divenuto, sette mesi più tardi, papa Giovanni XXIII.

La basilica si presenta con un'unica grande navata alla quale si accede tramite quattro rampe laterali: tale navata è ovale, ha una lunghezza di 191 metri per una larghezza di 61 e degrada dolcemente verso l'alto dal centro dove è situato l’altare maggiore, posto su una piattaforma rialzata; l'altezza del soffitto è molto ridotta, soltanto 10 metri ed è sostenuto da 58 pilastri in cemento da cui partono 29 travi, dando l'impressione di una nave rovesciata. Lo spazio ottenuto utilizzando questa struttura è di 12.000 m², potendo così ospitare fino a 25.000 fedeli, i quali godono di una buona visibilità da ogni parte della navata.

Vista dall'alto: la basilica è sulla destra, sotto l'enorme ellisse verde!!!

A sinistra il complesso del santuario

L'interno della basilica di San Pio X a Lourdes

Altare Maggiore


La barca da pesca di Pietro conservata in un museo di Israele




Esposta presso l’Yigal Alon Museum (Kibbutz Ginnosar, Ginosar, Israele), dedicato alla storia della Galilea dai tempi antichi fino ad oggi, la barca risale al I sec. d. C. e per questa ragione è conosciuta come la “barca di Gesù”. Il suo rinvenimento è avvenuto nel 1986 grazie ad un periodo di siccità, nel Mar di Galilea o lago di Tiberiade. E’ una barca che anticamente veniva utilizzata per la pesca e per il trasporto delle persone. E’ composta da 12 tipi di legno differenti, probabilmente perché il suo utilizzo è durato molto a lungo e quindi è stata sottoposta a numerose riparazioni. La sua conservazione è stata garantita dal fango che la ricopriva. Come sempre avviene, il primo problema è stato quello di garantire la conservazione del legno bagnato che, essendo diventato spugnoso, rischiava di danneggiarsi una volta portato fuori dall’elemento che fino a quel momento lo aveva conservato.

Ricostruzione della barca dell'epoca di Gesù

La barca dell'epoca di Gesù

Il restauro

Ma torniamo ai nostri giorni. Cosa è successo alla barca che è stata ritrovata? Anche se integra, la sua struttura era fragile, molto simile a cartone inzuppato. Non era il caso di tirarla fuori dal fango. Come sarebbe stato triste se dopo essere rimasta intatta per così tanto tempo la barca si fosse disintegrata durante il recupero! Poiché incombeva il pericolo che il livello dell’acqua si alzasse di nuovo, tutt’intorno allo scavo fu costruita una diga. Vennero scavati dei tunnel sotto lo scafo per inserire sostegni in fibra di vetro. Poi, mentre il fango veniva tolto facendo molta attenzione, la struttura della barca fu spruzzata internamente ed esternamente con una schiuma poliuretanica che creò un involucro simile a un bozzolo.

Il problema successivo fu trasportare la barca così “impacchettata” a 300 metri di distanza per iniziare il lavoro di restauro. Benché l’involucro poliuretanico fosse resistente, un colpo improvviso avrebbe potuto sbriciolare il fragile legno. Il gruppo di lavoro ebbe una trovata geniale: aprì la diga e lasciò entrare l’acqua. Per la prima volta dopo molti secoli, rivestita di un materiale moderno, la barca galleggiava di nuovo sul Mar di Galilea.

Per ospitare la barca nel periodo del restauro, durato 14 anni, fu costruita una piscina in cemento. Si creò un problema quando le larve delle zanzare infestarono la vasca, rendendo la vita difficile a coloro che dovevano entrare nell’acqua per lavorare sulla barca. Il gruppo di restauratori, però, trovò una soluzione originale e al tempo stesso antica: si servì della “collaborazione” di alcuni pesci detti “pesci di San Pietro” che divorarono le larve e ripulirono l’acqua.

Ben presto arrivò il tempo di asciugare la barca. Era ancora troppo fragile per farla asciugare naturalmente. L’acqua che impregnava il legno doveva essere sostituita con qualcos’altro. I restauratori si servirono di una tecnica particolare per mettere al posto dell’acqua una cera sintetica idrosolubile che permettesse al legno di asciugarsi senza cambiare forma.

Quando il lavoro di restauro fu completato, l’imbarcazione si rivelò piuttosto umile: era fatta di 12 tipi di legno. Come mai? Una possibilità è che a quel tempo il legname fosse scarso. Un’ipotesi più probabile è che il proprietario non fosse ricco: la barca fu riparata molte volte e alla fine fu abbandonata nel lago.

Anche se quest’imbarcazione non avrà avuto niente a che fare con Gesù, molti la considerano un tesoro. Offre l’occasione di tornare indietro di molti secoli e farsi un’idea di com’era la vita sul Mar di Galilea ai giorni memorabili del ministero terreno di Gesù.

LAGO DI TIBERIADE (Israele) – Qualcuno s’inginocchia e prega. «Soprattutto i russi». Qualcuno apre il Vangelo e legge ad alta voce. «È un momento scioccante, se uno ci crede». Crederci o no, questo grosso guscio di legno, scorticato e restaurato, sorretto da stampelle d’alluminio, ormai è una reliquia. Per tutti, la Barca di Gesù. Per i tour operator in Terra Santa, un’altra irrinunciabile tappa: i pullman scaricano ogni giorno pellegrini convinti, sul piazzale del museo Yigal Alon. Le frecce indicano il percorso, s’attraversano i frutteti e gli ulivi del kibbutz di Ginossar, s’entra in una sala illuminata e a temperatura calibrata. La barca è lì: lunga otto metri, larga quasi due e mezzo, alta uno e 25. Ha ancora i chiodi e qualche pezzo di ceramica, gl’indizi che hanno permesso di datarla al radiocarbonio, (I secolo dopo Cristo), di studiare le tecnica di costruzione dello scafo e alla fine di dirlo quasi con certezza: se Gesù non ci navigò, come minimo la vide.

SCOPERTA NEL 1986 - La barca di Gesù fu scoperta per caso più di venticinque fa, nel lago di Tiberiade. Furono i giornali dell’epoca a chiamarla subito così, ma il culto dei fedeli è cresciuto negli ultimi tempi, quando la storia di questo legno è stata ricostruita meglio. Accadde durante una stagione di grande siccità, il 1986: il livello dell’acqua scese al di sotto dei minimi storici e una mattina due pescatori del kibbutz, i fratelli Moshe e Yuval Lufan, per poco non speronarono la prua che affiorava. Il relitto venne portato a riva fra mille cautele, poi una squadra impiegò dodici giorni e dodici notti a ripulirlo del fango incrostato e della salsedine, quindi servì immergere quel che restava della chiglia in un bagno di sostanze chimiche, per un’altra settimana. La barca ha i segni di molte riparazioni e questo fa pensare sia stata usata per decenni, forse per un secolo intero, di generazione in generazione di pescatori. «E siccome il Vangelo cita almeno cinquanta volte barche e pescatori – dice Marina Banay, responsabile del museo – e Pietro e diversi apostoli erano pescatori che vivevano qui e lo stesso Gesù trascorse sul lago di Tiberiade parte della sua vita, per molti cristiani questa barca è qualcosa di speciale. L’emozione, vedere una barca proprio di quelle acque e di quell’epoca, è enorme».

La barca è lunga 8,2 metri e larga 2,3. Il carpentiere che la realizzò usò una tecnica detta “a guscio”: invece di fissare le tavole all’ossatura le fissò direttamente alla chiglia e costruì così i fianchi della barca formando lo scafo. Era una tecnica usata comunemente per costruire barche che dovevano navigare nel Mar Mediterraneo. Questa barca però fu forse adattata per solcare le acque di un lago.

IL VARO DI UNA NAVE (T/n REX)


"Che Dio benedica questa nave e tutti coloro che vi navigheranno."

"Madrina in nome di Dio taglia”

Con questa formula di rito si dà inizio al varo di una nave.

Ma qual’è il significato spirituale del battesimo?

Con il battesimo il peccato originale viene seppellito nell'acqua!

1) Ricevere il battesimo é il rito di abluzione mediante il quale si entra a far parte della comunità dei credenti.

2) Per estensione, s’intende anche la cerimonia che abbia valore d'inaugurazione: il battesimo di una nave, cioè la benedizione religiosa e imposizione del nome prima del varo;

3) La prova scritturale dell'istituzione del battesimo sta in quelle parole che Gesù dice a Nicodemo: “Chi non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio” (Giovanni 3,5). Gli apostoli hanno amministrato il battesimo fin dal giorno della Pentecoste e ne hanno continuato la pratica nei loro viaggi apostolici.

PASSO ALLE CONCLUSIONI con questa immagine satellitare scattata il giorno di Pasquetta 2019:


Il mio caro amico N.C. - che me l’ha inviata - ha scritto:

Riguardo  ai marittimi che MAI nessuno nomina, farei vedere spesso una immagine come questa dove ogni puntino è una delle tante navi che fanno girare l'economia del mondo; a bordo di ognuna di quelle unità ci sono gli uomini migliori del creato, che fanno vivere tanti parassiti della terraferma che neppure conoscono i loro sacrifici”.

E’ vero! Ed é così fin dalla nascita della prima imbarcazione! Partire é un po’ morire… sembrerà strano, ma ancora oggi, pur vivendo nella più fantastica rivoluzione delle telecomunicazioni, per cui si telefona gratis da ogni angolo della terra ad un altro, al marittimo non é concesso questo privilegio… neppure a Natale e a Pasqua; forse c’é qualcosa che tuttora li marchia come gli schiavi del terzo millennio!

Eppure tutti sanno o dovrebbero sapere che nulla funziona bene come una nave in navigazione che parte da un porto ed arriva sempre puntuale ad un altro con equipaggi eterogenei, in silenzio, in solitudine, nel rispetto di poche regole ma certe, dove tutto é chiaro come le responsabilità che ognuno, secondo il proprio ruolo, decide a priori di assumersi.

Il Comandante non é più quel falso mito che molti, per secoli, scambiavano per Dio a bordo. Tuttavia, il Comandante ancora oggi rappresenta il custode di quei valori antichi di umanità e saggezza anche religiosa, dove l’equipaggio può talvolta identificarsi con le famiglie lasciate lontano sulla terraferma.

La gente di mare appartiene a quella razza "antica" che ha saputo  sempre scegliere nei millenni la strada del pacifismo e della solidarietà, su quella rotta sicura e ben lontana da qualsiasi totalitarismo emergente sulla terraferma in più parti del mondo. Tutti conosciamo le "eccezioni" ... ma la REGOLA ha radici profonde e non é mai stata indiscussione!

I politici, gli intellettuali, i cosiddetti “quelli che sanno”, dovrebbero aprire dei dibattiti tra gli esponenti di questi due mondi così diversi e, forse, qualche “terreste importante” capirebbe che in mare, dove non esistono frontiere, ci si avvicina per salutarsi, non per spararsi addosso, che in mare si vive la solidarietà senza predicarla al vento… e ci si salva a vicenda seguendo le regole che vengono dall’Alto e non si voltano le spalle ai naufraghi secondo le regole di chi crede d’essere il “governatore” del mondo!

Dello stesso autore si propone il LINK di un articolo correlato:

IL NAUFRAGIO di S. PAOLO A MALTA

Mare Nostrum Rapallo - Navi e Marinai - Saggistica Navale - 15.568 visite

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=328;san-paolo-a-malta&catid=54;saggi&Itemid=160

Carlo GATTI

Rapallo, 21 Aprile 2019