NAVI E STELLE


NAVI E STELLE

Tipo di astro

Costellazione

Nome

Tipo di nave

Dal

Al

MOTTO, traduzione e note

Costellazione

ANDROMEDA

Andromeda

Torpediniera

1936

1941


Costellazione

ANDROMEDA

Andromeda

Avviso scorta

1943

1971

Marina USA, come Caccia di scorta, dal 1943 al 1951 con il nome di Wesson

Stella

AQUILA

Altair

Torpediniera

1936

1941


Stella

AQUILA

Altair

Avviso scorta

1943

1971

Appartenuta alla Marina USA dal 1943 al 1951, come Caccia di scorta, Gandy

Costellazione

AQUILA

Aquila

Avviso a ruote

1840

1875


Costellazione

AQUILA

Aquila

Torpediniere avviso

1888

1912


Costellazione

AQUILA

Aquila

Esploratore leggero

1914

1939

ALARUM VERBERA NOSCE   Paventa l'impeto delle mie ali

Costellazione

AQUILA

Aquila

Portaerei

1941

1945

( Ex transatlantico Roma )

Costellazione

AQUILA

Aquila

Corvetta

1961

1991

ALARUM VERBERA NOSCE   Paventa l'impeto delle mie ali

Costellazione

ARIES

Ariete

Torpediniera

1943

1949

MAGIS TENACIA QUAM CORNIBUS EVERTO  Distruggo di più con la tenacia che con l'impeto

Stella

CANIS MAJOR

Sirio

Torpediniera d’alto mare

1905

1923

SIDUS VIGILANS Stella vigilante Sirio: occhio del Cane che veglia sopra il limitar di Dio!

Stella

CANIS MAJOR

Sirio

Pattugliatore d’altura

2003



Stella

CANIS MINOR

Procione

Torpediniera d'alto mare

1906

1924

CAVE CANEM   Attenti al cane

Stella

CANIS MINOR

Procione

Avviso scorta

1936

1943


Personaggio

CAPRICORNUS

Ibis

Corvetta cacciasommergibili

1943

1971

IBIS, REDIBIS, NON MORIERIS IN BELLO  Andrai, ritornerai, non morirai in guerra

Stella

CARINA

Canopo

Torpediniera d’alto mare

1907

1923


Stella

CARINA

Canopo

Torpediniera

1937

1941


Stella

CARINA

Canopo

Avviso scorta

1952

1981

CON ARDIRE E CON TENACIA

Costellazione

CASSIOPEIA

Cassiopea

Corvetta

1937

1959


Costellazione

CASSIOPEIA

Cassiopea

Pattugliatore d’altura

1989

2023

ADSUM  Sono presente… ( sottinteso : Sono presente ovunque vi sia da combattere )

Costellazione

CENTAURUS

Centauro

Torpediniera d’alto mare

1907

1922

NON E' MAI  TARDI  PER ANDAR PIU'  OLTRE  tratto “La  Nave” D'Annunzio

Costellazione

CENTAURUS

Centauro

Torpediniera

1936

1943


Costellazione

CENTAURUS

Centauro

Avviso scorta

1952

1984

FERREA MOLE FERREO CUORE Motto Div. Centauro donato bandiera comb.

Costellazione

CENTAURUS

Chirone

Rimorchiatore d’alto mare

1942

1987

Centauro Chirone : mitico personaggio, metà uomo e metà cavallo

Costellazione

CETUS

Balena

Rimorchiatore

1911

1943


Costellazione

COMA BERENICES

Berenice

Corvetta

1942

1943


Stella

CORONA BOREALIS

Gemma

Sommergibile

1936

1940


Costellazione

CYGNUS

Cigno

Torpediniera

1937

1943


Costellazione

CYGNUS

Cigno

Avviso scorta

1957

1983

PRIMUS IN ACIE   Primo nel combattimento

Costellazione

DELPHINUS

Anfitrite

Sommergibile

1934

1941

Il Delfino, convinse Anfitrite a seguirlo nella dimora sottomarina di Poseidone

Costellazione

DELPHINUS

Delfino

Sommergibile

1892

1919


Costellazione

DELPHINUS

Delfino

Sommergibile

1931

1943

SUBSUM SED SUPERIS OBSUM  Sto sotto ma nuoccio a chi sta sopra

Personaggio

ERIDANUS

Climene

Torpediniera

1936

1943

Fetonte ( significa Radioso) era il figlio mortale del Dio Sole e della oceanina Climene

Costellazione

ERIDANUS

Eridano

Nave idrografica

1895

1907


Costellazione

ERIDANUS

Eridano

Cisterna per acqua

1910

1937


Stella

GEMINI

Castore

Torpediniera

1888

1925


Stella

GEMINI

Castore

Torpediniera

1937

1943


Stella

GEMINI

Castore

Avviso scorta

1955

1980

ARDISCO AD OGNI IMPRESA

Stella

GEMINI

Polluce

Torpediniera

1888

1911


Stella

GEMINI

Polluce

Torpediniera

1937

1942


Costellazione

GRU

Gru

Corvetta cacciasommergibili

1942

1971

TIMEO SED TIMOREM  Non temo che la paura

Costellazione

HERCULES

Ercole

Pirofregata II rango a ruote

1841

1875

Dal 1841 al 1861,  appartenente alla Marina del Regno delle Due Sicilie

Costellazione

HERCULES

Ercole

Rimorchiatore

1944

1989


Costellazione

HERCULES

Ercole

Rimorchiatore costiero

2002


Acquisito dalla MMI nel 2014

Costellazione

LEO

Leone

Esploratore leggero

1921

1941

QUIA SUM LEO   Perché sono il Leone

Costellazione

LIBRA

Libra

Torpediniera

1938

1964


Costellazione

LIBRA

Libra

Pattugliatore d’altura

1989

2023

PATIENS  VIGIL AUDAX   Paziente, vigilante, audace

Costellazione

LINX

Lince

Esploratore leggero

1921

1921


Costellazione

LINX

Lince

Torpediniera

1938

1943


Costellazione

LUPUS

Lupo

Torpediniera

1938

1942

FULMINEO SULLA PREDA

Costellazione

LUPUS

Lupo

Fregata

1977

2003

FULMINEO SULLA PREDA

Costellazione

LYRA

Lira

Torpediniera

1938

1944

Appartenente alla Kriegsmarine ( Marina Militare Tedesca ) dal 1943 al 1944

Stella

LYRA

Vega

Torpediniera

1936

1941

NON NISI IN OBSCURA SIDERA NOCTE MICANT Le stelle non brillano soltanto in una notte oscura

Stella

LYRA

Vega

Pattugliatore d’altura

1990

2022

SEMPRE E OVUNQUE

Costellazione

MUSCA

Mosca

Torpediniera da costa

1882

1898


Costellazione

ORION

Orione

Torpediniera d’alto mare

1907

1923

SPLENDORE IN CIELO GLORIA IN MARE

Costellazione

ORION

Orione

Avviso scorta

1937

1964

SPLENDORE IN CIELO GLORIA IN MARE

Costellazione

PEGASUS

Pegaso

Torpediniera d’alto mare

1905

1923


Costellazione

PEGASUS

Pegaso

Avviso scorta

1936

1965


Personaggio

PERSEUS

Medusa

Sommergibile

1911

1915

La celebre Gorgona Medusa era l’unica delle tre Gorgoni a non essere mmortale

Personaggio

PERSEUS

Medusa

Sommergibile

1931

1942


Costellazione

PERSEUS

Perseo

Torpediniera d'alto mare

1906

1917

VINCERA'  CHI VORRA'  VINCERE

Costellazione

PERSEUS

Perseo

Torpediniera

1936

1943

VINCERA'  CHI VORRA'  VINCERE

Costellazione

PERSEUS

Perseo

Fregata

1980

2005

VINCERA'  CHI VORRA'  VINCERE

Costellazione

PHOENIX

Fenice

Corvetta cacciasommergibili

1943

1965

RESURGIT  Risorge

Costellazione

PHOENIX

Fenice

Corvetta

1990

Serv

RESURGIT  Risorge

Costellazione

SAGITTA

Freccia

Cacciatorpediniere

1899

1911


Costellazione

SAGITTA

Freccia

Cacciatorpediniere

1929

1943

DELIBERATA DI TOCCARE IL SEGNO

Costellazione

SAGITTA

Freccia

Motocannoniera

1965

1985


Costellazione

SAGITTA

Saetta

Motocannoniera

1966

1986


Costellazione

SAGITTARIUS

Sagittario

Torpediniera d'alto mare

1905

1923

NON COHIBETUR SAGITTA  La mia freccia non sia trattenuta

Costellazione

SAGITTARIUS

Sagittario

Fregata

1978

2005

NON COHIBETUR SAGITTA  La mia freccia non sia trattenuta

Stella

SCORPIUS

Antares

Torpediniera

1936

1943


Costellazione

SERPENS

Serpente

Torpediniera d'alto mare

1906

1916

VAFER REPENTE LETIFER  Astuto, rapido e letale

Costellazione

SERPENS

Serpente

Somm. piccola crociera

1932

1943

INSIDIARUM EXPERIENS  Intraprendente nelle insidie

Personaggio

SEXTANS

Urania

Incrociatore torpediniere

1889

1921


Personaggio

SEXTANS

Urania

Corvetta cacciasommergibili

1942

1971


Stella

TAURUS

Alcione

Torpediniera

1938

1941


Stella

TAURUS

Alcione

Corvetta antisom

1953

1992

NIHIL ME DEFLECTIT   Niente mi distoglie

Stella

TAURUS

Aldebaran

Torpediniera

1936

1941


Stella

TAURUS

Aldebaran

Avviso scorta

1943

1975

Appartenuta alla Marina USA dal 1943 al 1951, Caccia di scorta, nome  Thornill

Stella

TAURUS

Atlante

Rimorchiatore

1927

1968

Atlante è una stella dell’Ammasso delle Pleiadi della costellazione TAURUS

Stella

TAURUS

Atlante

Rimorchiatore d’altura

1978


Atlante è una stella dell’Ammasso delle Pleiadi della costellazione TAURUS

Stella

TAURUS

Elettra

Unità Polivalente di Supporto

2003

Serv

Anima i silenzi aerei 

Ammasso

TAURUS

Pleiadi

Torpediniera

1938

1941


Stella

TAURUS

Sterope

Cisterna per nafta

1939

1947

Sterope è una stella dell’Ammasso delle Pleiadi della costellazione TAURUS

Stella

TAURUS

Sterope

Nave logistica di squadra

1944

1977

Appartenuta dal 1944 al 1959 alla Marina USA con il nome di FORBES ROAD ( dal 1944 al 1947 ) e di Enrico Insom ( dal 1947 al 1959 )

Costellazione

URSA MAIOR

Orsa

Avviso scorta

1936

1943


Costellazione

URSA MAIOR

Orsa

Fregata

1980

2003

FORTITUDINE  FORTIOR   Più forte della forza

Costellazione

URSA MAIOR

Orsa Maggiore

Yacht

1994

Serv

Ad maiora duco

Personaggio

URSA MINOR

Aretusa

Incrociatore torpediniere

1889

1912

Nella mitologia greca, le sette stelle dell’Orsa MinoreAretusa, Estia, Espera, Esperusa ed Esperia erano le Esperidi: Egle, Eritea,

Personaggio

URSA MINOR

Aretusa

Torpediniera

1938

1958


Personaggio

URSA MINOR

Aretusa

Nave  idro – oceanografica

1999

Serv

ARETHUSA UNDIS PROSPICIT  Aretusa guarda avanti

Stella

URSA MINOR

Stella Polare

Nave da trasporto

1883

1911


Stella

URSA MINOR

Stella Polare

Yacht

1965

Serv

Cantieri Navali Sangermani di Lavagna Ex vento vis in viris fortitudo

Stella

VIRGO

Spica

Torpediniera d'alto mare

1905

1923

GLORIA E  LATOR   Foriero di gloria

Stella

VIRGO

Spica

Pattugliatore d’altura

1990

2022

VIGILE  ATTENDO   ( Motto già appartenuto al sommergibile F15 )

Asteroide

Z - Asteroide

Cerere

Cisterna nafta

1915

1943

Dal 1915 al 1924 della Kriegsmarine ( Marina Militare Tedesca ) nome di Baltrum

Personaggio

Z – Pianeta

Galatea

Sommergibile

1934

1948

Satellite del pianeta Nettuno

Personaggio

Z – Pianeta

Galatea

Nave Idro - oceanografica

2002


Felix Galatea vivas

Pianeta

Z - Pianeta

Giove

Nave cisterna

1917

1946


Pianeta

Z - Pianeta

Marte

Nave cisterna

1892

1947

Marina Austriaca come Vesta, nel 1923, data Regia Marina in conto riparazione danni

Pianeta

Z - Pianeta

Nettuno

Nave cisterna

1917

1954


Pianeta

Z - Pianeta

Saturno

Rimorchiatore

1905

1973


Pianeta

Z - Pianeta

Saturno

Rimorchiatore d’altura

1987



Personaggio

Z - Pianeta

Titano

Rimorchiatore d’altura

1988


Satellite del pianeta Saturno

Pianeta

Z - Pianeta

Urano

Nave cisterna

1922

1954



* Serv : Unità navale in servizio e che risulta iscritta al ruolo del Naviglio Militare alla data del 31- Marzo - 2007.

ANDROMEDA



 

 

Nome scientifico: ANDROMEDA

Costellazione dell’Emisfero Celeste Nord, ampia 722 gradi2 e presente nell’Almagesto di Tolomeo del 140.

Mitologia greca: Andromeda, figlia di Cefeo e di Cassiopea, minacciata dalla Balena, venne salvata da Perseo e dalla loro unione nacquero Perses (progenitore dei Persiani) e Gorgofone (madre di 5 figli, tra cui Tindaro, Re di Sparta e marito di Leda).

Almak deriva dall’arabo Al anak al ard = un piccolo animale del deserto (simile al tasso)

Effemeridi nautiche  Nr. 6 stella gigante gialla

Alpheratz (oppure Sirah) deriva dall’arabo Al surrat al faras = Ombelico del cavallo

Effemeridi nautiche Nr. 1 stella subgigante bianca-azzurra

Torpediniera Andromeda

Classe Spica – Serie Perseo


Varata a Genova Sestri Ponente il 28 Giugno 1936

Dislocamento standard  630 t

Lunghezza 81,9 m  -  Larghezza  8,2 m - Pescaggio 3 m

Equipaggio: 116 (6 Ufficiali e 110 sottufficiali e marinai)

Armamento:  3 cannoni 108/47 – 8 mitragliere –

4 tubi lanciasiluri – 2 lanciabombe di profondità

Partecipazione alla guerra civile spagnola 1937 – 1938

Operazioni navali in Grecia e Albania 1940 – 1941

Affondata il 17 Marzo 1941, da aerosiluranti inglesi nella Baia di Valona in Albania


Corvetta Andromeda

Classe Aldebaran

Varata il 17 Ottobre 1943 a Newark (USA) con il nome di

Morgan Wesson

Dislocamento standard  1.796 t

Lunghezza 93 m - Larghezza 11,23 m - Pescaggio 3,56 m

Equipaggio 189

Armamento: 3 cannoni 75/60 – 6 cannoni 40/56

18 mitragliere – 1 porcospino – 8 lanciabombe e 1 scarica bombe

Partecipazione alla Guerra nel Pacifico 1943 – 1945, ceduta all’Italia il 10 Gennaio 1951 e denominata Andromeda

Radiata nel 1972


IL NATALE A NEW YORK DI UN EQUIPAGGIO SOPRAVVISSUTO

IL NATALE A NEW YORK DI UN EQUIPAGGIO SOPRAVVISUTO…

Versione Natalizia di un brano del libro

QUELLI DEL VORTICE

La storia del rimorchiatore d’Altura Vortice è stata scritta sul mare da tanti equipaggi. Su di loro è rimasto impresso un sigillo indelebile, corredato di una “certificazione” che è stata rilasciata dalla più esclusiva Università Marinara di Genova – Facoltà: Rimorchi d’Altura Il diploma di laurea però è impresentabile, perché è impregnato di sudore, è sporco del grasso di molte redance e maniglioni, è unto dall’olio del troller ed è schiacciato da pesanti catene.

Il centro della depressione e l’atterraggio del VORTICE a New York sono pericolosamente in rotta di collisione. La metropoli americana é già truccata per l’imminente Natale 1970


Il velo notturno, bloccato a ponente da un’entità superiore, tramonta più lentamente del solito. Le tenebre, acquattate dietro l’orizzonte, sembrano intenzionate a frenare le luci dell’alba, forse per non “chiarire” il suo infausto progetto. Poi, lentamente, la luce nascente di poppa, scolpisce uno scenario dantesco, che si estende come un arco tra i due traversi del Vortice che procede verso ponente, cavalcando su onde alte ormai sei metri o forse anche di più.

Il ponte di comando è largo quel tanto che basta per sgranchirsi le gambe tra un’onda e l’altra. Charly usa esercitare questo tipo di footing per sciogliersi i muscoli e quando il mare monta e ringhia, l’esercizio è utile, almeno così pensa, per esorcizzarne, con una specie di balletto rituale quella nenia furiosa che annunzia la nuova sfida all’O.K. Corral...

Qui la situazione appare molto più grave, perché le misure ed il peso dell’avversario sono fuori scala. Charly lo sa e per una sorta di vanto giovanile non lo teme, tuttavia non osa provocarlo, neppure con lo sguardo. Il gran match sta per cominciare e Charly non intende svelare le sue strategie né tanto meno le sue emozioni all’avversario che si avvicina minaccioso, a testa bassa, simile più ad un toro gigantesco che carica infuriato, che ad un pugile raffinato che usa colpire sempre con jabs pungenti, sfuggenti e senza tregua.


Poi, senza alcun preavviso, verso le otto, il mostro sbuffante apre le sue fauci e mostra i suoi contorni più alti, che paiono scolpiti da mani diaboliche nella nera lava. La sua parte inferiore, ancora lontana, appare invece invitante, affascinante, magica come una grotta di smeraldo, colma d’acqua scintillante… da bere! La caverna stregata è l’occhio del mostro, che incanta e attira le sue vittime per divorarle senza pietà.


Alle spalle di quell’inferno incalzante c’è il sinuoso fiume Hudson che porta alla festosa New York, con i suoi docks resi celebri da Marlon Brando in “Fronte del Porto” e che Charly rivede ora in trasparenza, brulicanti di gente festosa e laboriosa. Su quella immaginaria e cromatica tavolozza non mancano le maestose navi passeggeri, i liners giganteschi che ornano, come tanti fiori freschi appena giunti dall’Europa, l’ovale di Manhattan brulicante d’immensi grattacieli che fluttuano come fantasmi sulle note di West Side Story.

Non è tempo di sognare, il vento forte solleva ormai creste insidiose e disegna con i suoi poderosi artigli, simmetriche graffiate di schiuma che s’infrangono minacciose sui vetri del ponte di comando e scivolano poi lungo i fianchi dello scafo.

“Guardate! Quell’oscuro disegno di prora sembra la costa, invece temo che sia qualcosa di molto più duro e impenetrabile rispetto a ciò che dovremmo vedere domani a quest’ora”.

Il nostromo Zeppin, madido di sudore, stenta a tenere la rotta. La prora, nel precipitare verso l’incavo dell’onda, spiattella attorcigliandosi come un serpente. I colpi del tagliamare sono secchi e sordi nella caduta, lamentosi nel risalire disperato in verticale come un naufrago in cerca d’aria pura verso il cielo aperto.

Charly rimane in posizione d’attesa: alla cappa in mezzo al ring, nella speranza di un’improbabile clemenza dell’avversario o di una più improbabile sospensione del match, per la manifesta inferiorità di un imprudente e vanitoso sfidante.

L’equipaggio, assicurata la chiusura di tutte le aperture dello scafo, corazzati gli oblò e bloccati tutti i tipi d’attrezzature esterne e interne, si è radunato nel caruggio centrale. Nessuno è solo e tutti sono pronti al peggio…


Il muro avanza nella bonaccia. Siamo nell’occhio del Ciclone

 

Il Vortice si trova proprio nel centro della depressione diffusa e riportata nel bollettino meteo americano.

Di prora riappare a tinte evanescenti quel lago azzurro smeraldo, proprio come un miraggio. Si tratta dell’occhio ammaliatore che tanti marinai, prima del Vortice, ha già attirato e divorato nelle sue viscere infernali come vittime sacrificali.

Il Vortice, simile ad un puledro appena domato, si trova improvvisamente nella più surreale bonaccia di vento e di mare; frena guardingo, si solleva ancora una volta, si scrolla il sudore di dosso, sbuffa e sconcertato per la falsa accoglienza, si blocca d’istinto.

Charly sa che la straordinaria “grotta azzurra” è un’infida trappola, zeppa di secche e senza vita. Così come teme che pochi al mondo, o forse nessuno abbia mai potuto raccontare d’essere uscito vivo dall’occhio di una simile tempesta…

La respirazione è diventata nel frattempo tremendamente difficile.

Charly, superato mentalmente l’incantesimo di quella magia, fiuta appena in tempo il tragico pericolo incalzante. Reagisce prontamente con rabbia e, strappando l’interfonico dal suo alloggio, urla all’equipaggio di tenersi forte, con tutta la forza possibile. Avverte la macchina di rimanere attaccati ai comandi:

“Presto manovreremo per la vita. Un muro nero e gigantesco si sta avvicinando a folle velocità!”

Chi può in quei reali frangenti, riportare un po’ di sereno in quegli animi scoraggiati e disperati? I veri marinai hanno paura del mare. Chi, più dei marinai sa gestire la paura che non è rassegnazione o fatalità, ma freddezza e calma interiore che provengono da una preghiera?

I marinai vivono positivamente la solitudine e sono dei veri esperti nel ritrovare dentro di sé quella fermezza che li soccorre, sempre, nella tragicità di certi episodi. Questa forza d’animo, per alcuni si chiama Madonna di Montallegro, per altri della Guardia, del Boschetto oppure lo stesso… Dio Misericordioso.

Poi, si sa! Ritornato il sereno, riemerge uno strano pudore ed i santi invocati diventano: destino, fatalità o addirittura bravura umana… ”Parola di marinaio?”

Sul Vortice, anche i più duri di cuore ed i più ostinati di cervello si piegano e, tenendosi stretti l’uno all’altro, pregano. Chi in silenzio, chi ad alta voce.

Quella vulcanica ombra grigia che Charly vede avanzare terrificante come l’incubo di “Una notte sul Monte Calvo”, non è una montagna staccatasi dal continente, neppure il più mastodontico dei piovaschi apparso sulla terra. E’ un’onda di proporzioni catastrofiche!

Ecco il volto della morte!

Sogghigna Charly.


Mancano cento metri all’inevitabile inghiottimento e i tre uomini sul ponte di comando possono soltanto guardare attoniti l’immensa cresta bianca veleggiare ad altezze celestiali. Già!! Proprio verso quel cielo che sembra averli abbandonati per sempre.

La collisione avviene dopo qualche istante ed il Vortice, come un infimo Golia, s’impenna in verticale e fiero soltanto della sua gioventù, penetra il mostro infilzandolo nel ventre, ad un terzo della sua altezza.

E poi c’è il buio più totale! Profondo! Abissale! Lunghissimo come il film della propria vita che scorre lucido, senza fretta, tra gli affetti lasciati per sempre.

Un enorme scroscio d’acqua precipita sopra lo scafo e tuona come un’esplosione. Il Vortice, schiacciato da una pressa gigantesca, è risucchiato verso gli abissi. Poi, carico d’aria, si ferma di schianto, ha ancora una stridula impennata e comincia a salire lentamente, emana flebili ruggiti, come un vecchio leone schiacciato da un branco d’elefanti. Segue un sussulto rapido e poi risale a pallone, urlando insieme al suo equipaggio che percepisce la salvezza. Il VORTICE è ferito gravemente.  Tonnellate di mare diabolico sono entrate dappertutto portando l’umiliazione e la devastazione.

Il Miracolo

Quando la fine sembra ormai giunta, improvvisamente avviene il miracolo. La “risurrezione” dagli abissi si attua con un’insperata emersione, col rivedere improvvisamente la luce e con i comandi del Vortice che rispondono ancora. In queste fasi distinte, ma collegate strettamente tra loro, c’è il ritorno alla vita. I miracoli purtroppo non si ripetono, almeno per i comuni mortali.

Charly lo teme, si avventa sull’interfonico ed urla alla macchina:

“Datemi  “tutta forza ripetuta e con la massima urgenza.  Dobbiamo volare!”

Il mostro, sicuro ormai della vittoria, non dà tregua. Il colpo di maglio, simile al precedente, è già lì, sospeso, statuario, in posa arcuata, a poche decine di metri, urlante d’odio, ghignante nella sua immensità. Il suo martello è pronto a sferrare con micidiale crudeltà l’ultimo colpo su l’ignobile ed arrogante insetto che ha osato sfidarlo.

Charly balza come un giaguaro sulla ruota del timone e grida a Zeppin:

TUTTA A SINISTRA

insieme, in un abbraccio terrificante e sovraumano, s’avvinghiano urlando appesi alle caviglie della ruota che vibra al limite della rottura. Nella rotazione forzata degli ingranaggi, caldi guizzi d’olio sprizzano sui loro volti già intrisi di sudore.

Bobby abbassa ancora la leva del telegrafo e ripete l’ordine con rabbia :

Tutta forza avanti

Il Vortice parte come una poderosa cannonata ed accosta piegandosi sul fianco sinistro, appiccicato a quella parete livida, perfettamente verticale e levigata come la pista di un circo di periferia.

In quella curva perfettamente circolare, impressa nell’onda densa come un muro, c’è l’ultima speranza.

Chi può dirlo di preciso?  La sensazione è quella di un vero e proprio tuffo in una rotazione avvitata. Attimi di terrore! Il rumore dei motori è sparito, è racchiuso, ovattato nel tunnel verde che lo avvolge a spirale come un serpente che sta per soffocarlo.

Il ponte di comando, sbandato al limite del rovesciamento, perde ogni riferimento visivo e ogni connotazione nautica.

Stivali, incerate, strumenti, sgabelli, bandiere, coperchi, tazze e tazzine sono rimescolati, sparpagliati dal mare vivo e poi lanciati senza mirare come micidiali proiettili impazziti.

Il Vortice è riuscito a girarsi e mettersi il mare in poppa!

Ma l’onda implacabile lo insegue e quando lo raggiunge gli scarica poi il suo macigno dall’alto di quella collina assetata di sangue. La cresta, come una fragorosa valanga, colpisce in pieno la poppa del Vortice che pare staccarsi di netto dal resto dello scafo. La prora, ormai sfuggente, reagisce arrampicandosi in alto, svirgolando come un rettile impaurito che sottrae la sua coda al predatore.

Lo sforzo di Zeppin, Bobby e Charly sulla ruota del timone è immane e forse volutamente esibizionista, plateale, pensò Charly:

“A quel mostro bastardo ed infernale non possiamo che mostrare il volto della nostra sofferenza, del nostro coraggio e quella parte “assistita” della nostra debole intelligenza umana”.

Tra i vetri appannati e striati di bianco, le ombre nere di tre marinai lottano ancora, confusamente attorcigliati. E’ l’unico segno di vita! Il Vortice è ingovernabile, ma non può traversarsi alle onde. Il timone è diventato una ruota di pietra. Nella rinata speranza di vita, quegli uomini veri triplicano le forze ormai esaurite e, dall’Isola dei morti ritornano lentamente alla vita.

Il Vortice ed il suo equipaggio sono ora un ammasso violentato, ammaccato e ferito, ma ancora uniti nei colpi ricevuti, in parti eguali. Tutti a bordo hanno lottato. Nessuno ha deluso l’altro. Ognuno ha dato il massimo di sé, con estremo coraggio ed ora insieme hanno messo le ali.

La musica tambureggiante, scolpita, asimmetrica ed imprevedibile di Prokofiev, lascia la ribalta e, in virtù di un’altra magia, le prorompenti Walkirie fanno il loro ingresso sul nuovo palcoscenico, nella trionfale cavalcata liberatrice di Wagner.

Sospeso come un falco che prende l’ultimo fiato, il Vortice scivola ora in picchiata verso il basso, sparisce e riemerge come un grosso pallone grondante di verde-oceano e striato di schiuma biancastra. Poi risale planando dolcemente alle massime altezze, per restare immobile alcuni istanti sulla cresta dell’onda, e infine precipita a folle velocità, con una schioccante panciata….

Il mostro ci ha pestato ed ora ci prende per il culo. Ci culla e ci spinge, ci risucchia, ci schiaffeggia, ci accarezza e ci scrolla come ragazzini sulla spiaggia dei Cavi in una giornata di burrasca”.

Ammette Charly, cui non restano che vuote parole per frenare l’emozione, un vago senso di sconfitta e tanta stanchezza.

Il Vortice naviga ora verso casa, con un assetto poco virile. Sbandando e sculettando vistosamente, si ritira verso il suo angolo, dolorante come un pugile colpito e frastornato dai colpi.

L’equipaggio è a pezzi, ma vivo, è stato salvato da un “gong celeste” ed è fiero per le manovre fortunate del suo capitano.

Quel silenzio colmo di sagge meditazioni esistenziali è rotto, ben presto, da un urlo incontenibile di gioia, che sale dal carruggio del Vortice, e prende ancora più forza nella tromba delle scale.

“Hip-Hip-Hurrà !! “ Forse per esorcizzare il drago che sputa ancora fiamme e vapori sulfurei,  ma non fa più paura a nessuno. Hip-Hip-Hurrà !!”  Forse per ringraziare il Cielo del dono ricevuto.“Hip-Hip-Hurrà !!”   Per un brindisi di Champagne alla gioia di vivere.

Con una ritirata strategica, la prima parte della spedizione prende una piega assolutamente atipica ed il Vortice, esibendosi in un insolito surf Atlantico, si fa sberleffi della tempesta. Alla comprensibile paura dell’equipaggio, subentra la reazione nervosa, che mira ora al recupero d’energie ed alla rivincita su un avverso destino, mediante un gioco ancora pericoloso, ma affascinante.

La tempesta spinge ancora forte di poppa e scarica, talvolta, sullo scafo onde ancora più alte che, un Vortice sprezzante e altezzoso, respinge ormai sicuro di sé, fuggendo a zig zag come una lepre sulle colline di Carpenissone. Il solcometro, purtroppo, segna 12 nodi di velocità, il doppio di quella registrata con mare calmo e con lo stesso numero di giri-motore. Sembra impossibile, ma il Vortice sta volando.

Passata è la tempesta… Tre navi sono affondate davanti a New York… Il rimorchiatore d’altura VORTICE prende il pilota dell’Hudson e verso mezzogiorno é in banchina. E’ la X-mas Eve (la vigilia di Natale). Il destino gli ha fatto vedere l’inferno ed ora il PARADISO della nascita di Gesù Cristo ed anche quello della rinascita di un equipaggio che ormai tanti davano per disperso.

Quando chiamai mia moglie per AUGURARLE il BUON NATALE, con una punta d’invidia mi disse: “beati voi che passate le feste nella città natalizia più famosa del mondo! Immagino che il viaggio sia andato bene! Avete ritardato solo qualche giorno”. Ricordo d’averle rispostoUn viaggio indimenticabile, ora prenderemo due navi Liberty a rimorchio per la Spagna mediterranea. MAI DI PEGGIO! – Cosa significa? – Te lo spiegherò al ritorno!

Carlo GATTI

Rapallo, 15 Dicembre 2020


DUE STORIE DI MARE D'ALTRI TEMPI

Capitani Camogli

Due storie d'altri tempi

UNA TOCCATA A CAMOGLI

Il veliero sfruttava il Maestrale per costeggiare verso il porticciolo da Ponente. Quella notte d'aprile, lo stesso Capitano Giuseppe Piarengo era al timone del "Pietro Terzo". Con i binocoli, cercava di scorgere le lenzuola rosa che sua moglie Virginia doveva stendere dalla casa sulla spiaggia. Quando la nave doppiò il Castel Dragone, finalmente le scorse: significava che Giuseppe avrebbe visto poco dopo i suoi cari.

Diede ordine al Nostromo di ridurre la velatura e così la velocità. Dalla spiaggia di Ponente si staccò un gozzo con delle persone a bordo. Ai remi c'era "Ghelō", suo suocero, poi riconobbe la sua consorte con i due bimbi. Dopo che i tre salirono in coperta, il gozzo ritornò a terra e scomparve nella penombra del "Giorgio".

Il Capitano istruì il Nostromo di spiegare tutte le vele e di dirigere al largo della Punta, per far poi rotta verso Sud. Giuseppe abbracciò finalmente la famiglia, la quale era euforica di trovarsi su quella splendida nave. Rimasti soli, i due coniugi parlarono delle loro prospettive future.

Virginia era preoccupata, pareva che da tempo, lo sconforto si fosse sparso tra la gente, pure i figli erano insensibili, anzi, lei aveva l'impressione che non avessero più sogni. Giuseppe la rassicurò affermando che ora avrebbero passato dei giorni fantastici a bordo della sua nave, che avrebbe raccontato loro di quando fu quasi ucciso da un pirata malese, di quando il Presidente Argentino apprezzò il suo concerto di violino oppure di tutti i tipi di alberi "foresti" che si trovavano nella vallata di Camogli. La sua nave era adatta a quello scopo: li avrebbe allontanati per un po’ dai pensieri cattivi di ogni giorno. E che sarebbe rientrata in porto appena quella buriana fosse passata.

Nello sciacquio del Golfo Tigullio, tutti si addormentarono. Solo il Capitano - fumando la sua pipa di "albatross" - era vigile al timone e già pensava alla prossima storia da raccontare ai suoi: "...verso fine '800, il veliero "Teresa Olivari" giaceva inerme in una bolla di calma equatoriale nel Mare di Singapore...".=

P.S. Se sei arrivato a leggere sino qui, probabilmente abbiamo allontanato per qualche attimo le preoccupazioni di ogni giorno! Immagini Archivio Ferrari.

Capitani Camogli

ALBERI E ALBERI


A differenza dell'Inglese (trees, masts), in Italiano dobbiamo specificare di quali "alberi" stiamo parlando, cioè quelli naturali o quelli navali. Inaspettatamente, sceglieremo quelli naturali, che sono comunque ben "radicati" alla tradizione marinara Camogliese.

La pianta che oggi è sistemata sul viso di Camogli (cioè l'insieme Basilica-Castel Dragone) è una palma. Forse fu scelta (nel 1930-40?) sull'onda dell'esotica moda delle passeggiate a mare della Costa Azzurra o forse, per richiamare l'originale funzione protettiva del Castello dai pirati Barbareschi.

Comunque sia, notiamo da un'immagine antecedente al 1920 (?) che sul Castel Dragone vi era un albero che non era una palma. Non siamo in grado di affermare di quale albero si trattasse, fatto sta che sale la curiosità di capire se a Camogli siano mai stati importati alberi "foresti", molto probabilmente dai naviganti di tempo fa.

Ecco allora che ci ritroviamo nelle tranquille passeggiate sulle nostre alture. E' abbastanza comune individuare alberi non propriamente Liguri all'interno delle ville di Camogli.

Si incontrano le grandi sequoie della California, sicuramente portate a Camogli da chi navigava a San Francisco; si trovano anche dei "redwood", cioè un tipo più piccolo di sequoia, generalmente originari dell'Oregon, che ha un grande approdo, Portland. Poi, l'eucalipto, proveniente dall'Etiopia, le nostre navi toccavano Djibouti. Non manca il Canada con Halifax, delle cui terre la quercia è il simbolo nazionale; poi il famoso cedro del Libano, il cui porto principale è ancor oggi Beirut. Dal Centro America o dai Caraibi qualcuno importò degli esemplari di seibò, un enorme albero coi fiori scarlatti. Qualche marinaio amante del buon vino aveva importato per la sua casa nel verde anche la vite di Madeira, il cui porto, Funchal, offre ancor oggi un punto di appoggio prima o dopo la traversata Atlantica. Ed infine il celebre "pitchpine" dell'Alabama: molte navi di Camogli toccavano il porto di Mobile, famoso appunto per il traffico di legname. Il pitchpine è un pino di dimensioni ridotte ma che ha un alto contenuto di resina, per questo era molto usato nelle costruzioni navali.

La passeggiata nei viottoli di Camogli alta volge al termine, ritorniamo sul Lungomare chiedendoci: "ma che albero era quello sul Castello?".=

Immagini (Archivio Ferrari): "Porto di Camogli" e "Alture di Camogli".

Bruno MALATESTA

Rapallo, 30 Ottobre 2020

 


ALCUNE SUPERSTIZIONI E CREDENZE MARINARE

ALCUNE SUPERSTIZIONI E CREDENZE MARINARE

Navigando lungo le coste del nostro Paese, ma anche in tutto il Mediterraneo, si notato approdi in cui certe attività di trasporto e di pesca si realizzano, a tutt’oggi, con quelle caratteristiche secolari costruttive e decorative che ci riportano all’epoca dei Fenici e dei Greci che non mancavano mai di fregiare le loro prore con gli occhi apotropaici, grandi, quasi mostruosi per allontanare gli spiriti maligni.

Oggi parliamo di alcune superstizioni, credenze e leggende marinare che ancora sopravvivono nella marineria locale lungo la costa dei nostri mari.

Il trabaccolo ha mantenuto per secoli alcuni elementi apotropaici (che dovevano allontanare la mala sorte) tipici di tutte le imbarcazioni mediterranee. Fra questi gli occhi di prua (da non confondere con gli occhi di cubia).



Ma perché proprio gli occhi?

La barca era considerata da pescatori e naviganti un’entità viva, dotata di una propria anima.

Quindi la prua è la prima a vedere i pericoli e chi sta di vedetta deve, guardare e capire dove sono gli ostacoli dei fondali e i cambiamenti del tempo atmosferico! Non solo, ma con i suoi “occhi” l’imbarcazione controlla la rotta ed evita le trombe marine e “ammascona”* la prora contro le onde del mare quando volge in burrasca oppure in tempesta col pericolo di farla naufragare.

Dall’alba dei tempi i marinai temevano anche i tremendi mostri marini che, secondo antiche leggende popolano le profondità marine, come testimoniano le antiche cartografie medievale e rinascimentale.

*Per mascone, su un'imbarcazione, si intende la parte dello scafo compresa tra il traverso e la prua. Vi sono, quindi, un mascone di sinistra e un mascone di dritta. Il mascone è la parte contrapposta al giardinetto di poppa. In caso di mare masso, con le imbarcazioni a vela e a motore si prende l'onda al mascone per ridurne il beccheggio e il rollio e migliorarne la stabilità.

Fino al primo Novecento, per esempio, la “pernaccia” *di prua veniva decorata con una “cuffia” o un pelliccione” per proteggere il legno:

Questa pratica, al contempo, funzionale ed ornamentale, evocava però l’antico rituale pagano di sacrificio alla divinità, in questo caso un agnello al momento del varo della barca per poi inchiodarlo sopra l’asta di prua per propiziare la navigazione.


*Dalle nostre parti, l'estensione del dritto di prora è chiamata "pernaccia".

Pratiche e simbologie pagane (come la sirena) convivevano con l’offerta alla Madonna del mare affinché proteggesse l’equipaggio dalle trombe marine e dai naufragi o con la costruzione, insieme allo scafo, di una chiesuola che custodiva l’immagine del Santo protettore.

*La chiesuola a bordo: forse il termine nacque per evocare un simbolo religioso, é la custodia di metallo diamagnetico che protegge e sostiene la bussola magnetica navale.

Quando si affrontava la tempesta in mezzo al mare, alla preghiera si univa il gesto rituale, retaggio del mondo classico, di “rompere” i vortici con il forte suono di trombe o tamburi o di “tagliare” le onde con coltelli appuntiti.


In Spagna è ancora in uso questo rituale di battesimo

La foto mostra una scultura sulla sommità dell'asta raffigurante un vello di pecora. Questo elemento sembra derivi dall'usanza di sacrificare un animale al momento del varo e poi legarne il vello attorno alla cima dell'asta di prua. Vello che poi si trasformò in una scultura lignea. ricordiamo che la nave, ma anche la più piccola barchetta, è il solo manufatto umano che viene battezzato e ha un nome proprio.


Dettaglio di prua di trabaccolo. Si notino gli occhi e il pelliccione dipinto, ricordo che il "legno a vista" così come il mattone a vista e le statue bianche, sono invenzioni recenti. Tutto nel passato era dipinto comprese le statue greche e gli stemmi o bassorilievi che vediamo a Venezia ormai dilavati e bianchi.


Pelliccione apotropaico di trabaccolo. Museo storico navale di Venezia


Pelliccione conservato al Museo di Cesenatico


Pelliccione di trabaccolo conservato al Museo di Pirano


Pelliccione apotropaico di trabaccolo. Museo storico navale di Venezia

Sotto, due ex voto provenienti dal Santuario della Madonna dell’arco di Napoli nei quali si vede il vello legato all’asta di prua



Col passare dei secoli, in occidente ci fu un’evoluzione, lasciando il posto al cosiddetto malocchio, contro il quale gli occhi apotropaici costituivano un indispensabile antidoto da una cultura marinara legata essenzialmente alla superstizione. In seguito anche il malocchio passò di moda ed il buon marinaio, legato alle tradizioni dei propri avi, giustificò quegli occhi affermando che: senza di essi la barca non vedeva e non avrebbe più potuto evitare gli ostacoli.

Infine la storia ci racconta che per fronteggiare le immani forze del mare i marinai si convertirono ad un particolare sistema fatto di magia e di religione, in cui i simboli arcaici, le credenze popolari e i rituali magici si mescolavano alla devozione religiosa, al culto della Vergine e dei Santi.


Sestri Ponente (Genova) - Il VARO DEL REX

1 agosto 1931

E quando a fine ottocento s’imposero i bastimenti in ferro, gli occhi non furono più dipinti, ma i nostri marinai non rinunciarono a quella “azione protettiva” e gli occhi apotropaici diventarono gli occhi di cubia*.

Nella foto, li occhi di cubia del REX rappresentano quindi l’eredità, il marchio della tradizione secolare dei marinai del Mediterraneo e non solo.

*La cubìa, detta anche occhio di cubìa, è l'apertura presente sulla superficie dei masconi delle navi dove trovano alloggio le àncora.

Il colore rosso, con cui spesso si usa dipingere l'opera viva delle imbarcazioni e delle navi, è una reminiscenza di quando di aspergeva la chiglia con il sangue di un animale, sacrificato per ingraziarsi le divinità; si passò poi ad aspergere la nave con vino rosso, che ricordava il colore del sangue sacrificale. L'uso odierno di infrangere sulla prora una bottiglia di spumante è riconducibile al solo fatto che è una visione più spettacolare al momento dell'impatto, poiché la schiuma è ben visibile anche da lontano. Pertanto, oggi, colorare di rosso la carena della barca con l'antivegetativa, oltre al fatto che porta bene, rispecchia anche un’antica tradizione marinara che si perde nella notte dei tempi. (Giorgio Blandina)


Il varo è quell’evento con cui una nuova imbarcazione entra per la prima volta in mare, pronta per accogliere marinai e ospiti. Solitamente questa cerimonia è accompagnata da una sorta di battesimo in cui viene annunciato il nome della nave. Per concludere si infrange una bottiglia di vino contro la prua.

Si tratta di una tradizione antichissima che però, nel corso dei secoli, ha subito importanti variazioni. Originariamente, infatti, il rito prevedeva che venisse sacrificato un animale e il suo sangue sparso sulla prua. Un sacrificio in onore degli dei che, in questo modo, avrebbero protetto la nave e il suo equipaggio dalle intemperie e dalle difficoltà che avrebbero potuto incontrare durante il viaggio. Addirittura, i Romani, oltre al sacrificio dell’animale, erano soliti spargere lungo le loro imbarcazioni occhi di cinghiali, cigni o delfini come dono alla barca. Il significato risiede ancora una volta nelle possibili difficoltà incontrate durante la navigazione: dotare la nave di occhi era un tentativo di garantire maggiore sicurezza, soprattutto quando la visibilità era scarsa e il marinaio non era in grado di riconoscere la rotta. In questi casi, si credeva che gli “occhi della nave” avrebbero permesso di intraprendere il tragitto corretto.

Col tempo si affermò anche una versione che possiamo definire “cristiana” di questa cerimonia: alti prelati venivano invitati a benedire e a “battezzare” la nave, con l’imposizione del nome per sancire il suo riconoscimento e il suo ingresso nel mondo marino.

Gli ex voto, infine, ci raccontano come su tavolette in legno venissero dipinti gli incidenti o gli imprevisti durante la navigazione e l’intervento provvidenziale, una sorta di deus ex machina, di un Santo o della Madonna per salvare la barca e il suo equipaggio.

Questo universo di pratiche e credenze ci parla della paura e dell’incertezza che da sempre hanno segnato la complessa interdipendenza fra uomini e mare, ma anche di un profondo sentimento di rispetto nei confronti di una forza naturale come quella marina che diventa rispetto verso una forza che svela i limiti del mito moderno del controllo dell’uomo sulla natura e la fragilità umana dinnanzi ad essa – un grande insegnamento, questo, nell’era dell’Antropocene.*

*Antropocene. L'epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all'aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell'atmosfera.

TROMBE MARINE -ANTIDOTI
Antiche credenze|


In tempi antichi si pensava che le trombe marine fossero dei mostri marini. Nel 1687 il pirata ed esploratore inglese William Dampier riportò sulla carta nautica l'avvistamento di una tromba marina, scrivendo:

«Una tromba è un piccolo pezzo sfilacciato di nube, che pende come un pennone dalla parte più nera di essa. Di solito pende inclinandosi. Quando la superficie del mare comincia a muoversi, vedrete l'acqua, per circa cento passi di circonferenza, schiumeggiare e girare in tondo prima piano, poi più velocemente, fino a quando vola verso l'alto a formare una colonna. Così continua per mezz'ora più o meno, fino a quando l'aspirazione cessa. Allora tutta l'acqua che stava sotto la tromba cade di nuovo in mare, provocando un gran rumore e movimento disordinato del mare».

Si sperimentarono vari metodi per dissolvere le trombe marine, dalle cannonate all'urlare e pestare i piedi sul ponte delle imbarcazioni; ma su quest'ultimo metodo perfino Dampier commentò:

«Non ho mai sentito dire che si sia dimostrato di qualche utilità».

Tuttavia, la tromba marina é ancora oggi l’incubo dei pescatori, perché porta con sé morte e distruzione. L’unico antidoto é la forza dell’irrazionale espressa da speciali rituali … sul
e di sua proprietà.

A Bari, nei vicoli dell’angiporto, regno dei pescatori, si tramandano ancora i riti propiziatori:

Navigando sul

Queste spiegazioni le ho trovate navigando sul web:

Contro il diavolo ingannatore è buona cosa abbassarsi i pantaloni e mostrare il deretano, sempre in direzione della tromba marina - prosegue il giovane - Mentre si compie questo gesto va recitata intensamente una preghiera: "Padre nostro, Padre nostro che stai in cielo, in terra e in mare, guardaci dal diavolo. Padre nostro, Padre nostro taglia la coda al diavolo”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
Questa non é male…

“Per i marinai è d'obbligo non rasarsi i capelli prima di prendere il largo. In caso di burrasca infatti ci si taglia una ciocca e la si getta in acqua: in pratica è un'offerta al mare che ha l'effetto di placare il suo “spirito” - .Notizia pubblicata

Anche le pietre celesti…

“Le bufere possano essere scacciate persino con degli oggetti. Sulle imbarcazioni per esempio capita che venga caricata l'acquamarina, una pietra celeste considerata come talismano in grado di mantenere calmo il mare sin dai tempi dell'antica Grecia. Le sue "modalità d'uso" furono descritte da Plinio il Vecchio: durante le notti di luna piena la gemma va immersa nel mare o in una bacinella con acqua e sale per essere purificata. Alcuni marinai la usano per farsi una collanina porta fortuna”. pubblicata sul portale

Così ci racconta Nicola…

“In caso di perturbazioni violentissime con un coltello traccio sulla poppa della mia barca una stella a cinque punte. Si tratta della rappresentazione simbolica di un uomo con testa, braccia e gambe e viene disegnata durante l'invocazione di un santo protettore. A quel punto lancio un coltello nel tentativo di centrare il "cuore" della stella: se riesco a colpirlo potrò beneficiare della grazia richiesta e la tromba marina cambierà direzione”. pubblicata sul portale

E’ la volta dei comportamenti di alcuni uccelli che si nutrono sulla scia dei pescherecci…

Tre uccelli che svolazzano sul natante presagiscono incidenti mortali. La stessa premonizione deriva dall'eventuale uccisione da parte dell'equipaggio di gabbiani e albatri, visti come la reincarnazione delle anime di pescatori deceduti in passato. pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.
E occhio ai gatti, che pur non amando l'acqua vengono ospitati sui pescherecci per la loro utilità nel segnalare l'arrivo della pioggia: in quest'ultimo caso si mettono a soffiare insistentemente, mentre con la bonaccia di solito si sdraiano rilassati. I felini però dovrebbero essere curati e coccolati, altrimenti col potere magico delle loro unghie affilate potrebbero attirare una tempesta catastrofica”.

Ritorniamo alle Trombe Marine

IN PASSATO, MA SAPPIAMO CHE ESISTE ANCORA, L’ESORCISTA CONTRO LE TROMBE MARINE.

Di fronte alla minaccia delle trombe marine, viste come segni del demonio, in passato i marinai si affidavano a rituali che ricordano veri e propri esorcismi, Per questo motivo spesso i marinai portavano con sé un caratteristico coltello dall’impugnatura nera, noto come la cultellë di sandë libborië, utilizzato per esorcizzare, letteralmente, l’eventuale tromba marina.

In ogni caso il rituale era così diffuso che persino Cristoforo Colombo ne fece uso. Nel 1502, durante il suo quarto viaggio nelle Americhe: il navigatore genovese incontrò una potente tromba marina in pericoloso avvicinamento alla sua nave e procedette quindi con il rituale d’esorcismo: anziché fare il gesto di tagliare il vortice egli però tracciò un cerchio tutt’attorno a sé e, narra la leggenda, come per miracolo la tromba marina risparmiò la nave, passandole accanto senza colpirla.

TAGLIO DELLE TROMBE D’ARIA

Un fenomeno poco indagato dagli studi antropologici è il cosiddetto taglio delle trombe d’aria, rituale segreto ma ancora oggi utilizzato da alcuni uomini di mare lungo le coste dell’Italia meridionale.

 

RITI TAGLIATROMBE E TRADIZIONI CHE SOPRAVVIVONO…


Tagghiari una tromba marina

La cura di Drau è un fortissimo temporale con vento impetuoso, che al suo verificarsi

è capace di affondare qualsiasi cosa incontra, barche, navi, ma anche tetti di case ecc.

La persona competente, di solito un marinaio, conosce la preghiera adatta.

Porzione da recitarsi durante una Tromba Marina: La Cura di Drau

Lu patri è putenti, lu figghiu è mputenti,

pi lu nomi di Gesu Giuseppe e Maria

tagghiu sta cura e n’atri centu com’a tia

 

“Per tagliarla”, ossia per farla scomparire, sale su un posto elevato e, guardando la tromba, si fa il segno della croce e recita:

“Lunniri è santu,

Martiri è santu,

Mercuri è santu,

joviri è santu,

Vennari è santu,

Sabatu è santu,

la Duminica di Pasqua,

sta cura a mari casca

e pi lu nomu di Maria

sta cura tagghiata sia”.

Poi prende un coltello e fa tre tagli orizzontali con gesto simbolico per tagliare la tromba marina.





 

“Potenza di lu Patri, sapienza di ku Figghiu, virtù di lu Spiritu Santu, e vui tutti li Santi livatimilla di cca davanti”.

Concludiamo questo nostro viaggio ad Amalfi, tra le credenze popolari più note stralciando da un sito locale alcuni passi di notevole suggestione.

Chi si dedicava alla pesca, fino a qualche decennio fa, era considerato depositario di conoscenze magiche, forse perché doveva confrontarsi con le forze della natura e non rimanerne sopraffatto: non a caso erano i pescatori le persone in grado di “spezzare” una tromba marina appena si formava all’orizzonte.

Ovviamente, al primo avvistamento, veniva chiamato in causa il pescatore che conosceva la formula liberatoria per spezzare la tromba marina appena si formava all’orizzonte.

Il pescatore usciva in barca, avvicinava la coda del vortice e, dopo essersi fatto per tre volte il Segno della Croce e aver pronunciato una formula di cui era a conoscenza, assolveva al compito per cui era stato chiamato. Non tutti i pescatori erano in grado di compiere questo rito, infatti occorrevano due caratteristiche che rendevano questi personaggi “speciali”: il non essere stati battezzati e l’avere lunghi baffi rivolti all’insù.

Sulla prima caratteristica ognuno dice la sua… ma nessuno ci giurerebbe su… anche perché le trombe marine venivano spezzate da pescatori non battezzati…

Sulla seconda si azzarda qualche stranezza…: i baffi sono spiegate come una sorta di antenne rivolte verso l’alto, verso cioè un altro mondo da cui provengono misteriosi poteri.

Esistono sul posto testimoni di eventi meteorologici che, dopo essersi formati all’orizzonte, improvvisamente hanno mostrato prima un assottigliamento della parte finale della Tromba e poi la rottura. Un amico sostiene: “nei racconti dei nostri nonni era stato un pescatore del luogo ad operare la rottura e a salvare l’intero paese da danni sicuri”.




TROMBA MARINA E TROMBA D’ARIA

sono la stessa cosa - la prima é situata in mare


Le trombe
non tornadiche, (le nostre), dette anchewaterspout”, invece, si formano soprattutto grazie all'elevata temperatura della superficie marina, che può fornire notevole energia a sistemi nuvolosi in apparenza di scarsa consistenza portando al contrasto aria calda ascendente (marina) e aria fredda discendente (della perturbazione), dando quindi origine a moti vorticosi favoriti anche dall'assenza di corrugamenti ed ostacoli in mare. In questa situazione la forma della tromba d’aria sarà assottigliata, molto contorta e poco potente, ma tuttavia in grado di provocare danni significativi a persone o cose. Contrariamente a quanto si tende a credere, ad eccezione degli spruzzi sollevati in prossimità della superficie, l’acqua presente nella colonna proviene dalla condensazione provocata da una pressione molto bassa all’interno della massa d’aria turbinante e non da un’aspirazione dell’acqua di mare su cui si genera.

Molto spesso le trombe marine si sviluppano in un contesto di calma di vento ed è per questo che possono risultare molto pericolose per le imbarcazioni a vela. L’unico vento apprezzabile, infatti, è quello che si dirige verso la base della tromba e risulta quindi difficile sfuggire al vortice. I venti rotanti all’interno della colonna possono raggiungere i 250 km/h, mentre la velocità di traslazione è piuttosto bassa, intorno ai 20-30 km/h, e la lunghezza, dalla superficie del mare alla base della nube, va da 300 m a circa 700 m, mentre il diametro è di qualche metro in superficie fino a quasi 300 m in corrispondenza della parte inferiore del cumulonembo.

Una tromba marina dura in genere dai 2 ai 20 minuti, ma spesso si esaurisce in circa 4 minuti. A volte possono formarsi “famiglie” di trombe marine, composte da tre o quattro elementi, ma in qualche caso ne sono state osservate sulla stessa zona addirittura quindici.

Nella foto in alto, una delle tante trombe marine che nell'estate 2014 si sono formate di fronte alla costa marchigiana; questa nello specifico è stata fotografata da un peschereccio a 20 miglia al largo di Ancona la mattina del 22 Luglio.

Per approfondire

Trombe d'aria e tornado spiegati dal Capitano Paolo Sottocorona
Un tornado a Lignano
Tornado: tra i fenomeni più distruttivi

 

Ci fermiamo qui - segnalando 8 superstizioni marinare che potrebbero stimolare ancora un po’ la vostra fantasia…

Strane e meno strane, di superstizioni marinare ne esistono un’infinità ma tutte hanno una spiegazione logica o storica. Purtroppo, essendo credenze tramandate verbalmente, non è così facile risalire alle origini e occorre procedere per ipotesi, unendo le poche informazioni alla conoscenza del contesto storico.

PORTA SFORTUNA:

CARLO GATTI

Rapallo, 15 Ottobre 2020


JOSEPH CONRAD UN ESPLORATORE DELLO SPIRITO MARINARO

JOSEPH CONRAD

UN ESPLORATORE DELLO SPIRITO MARINARO

 

PRIMA PARTE

Il 17.2.2012 dedicai un articolo per Mare Nostrum al veliero NARCISSUS il cui capitano, Joseph Conrad, divenne il celebre scrittore che tutti noi conosciamo. Sullo sfondo del racconto emerge il dipinto del famoso veliero (opera dell’artista G. Roberto) che é appeso sui muri della fede nel santuario di Montallegro (tanto caro a Emilio Carta), ma sulle vele di quel VELIERO c’é anche il marchio della marineria camoglina che porta il nome di Vittorio Bertolotto che ne fu il suo ultimo armatore.

 

NARCISSUS - IL VELIERO CHE NON VOLEVA MORIRE - di J. CONRAD

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=180;narcissus&catid=36;storia

 

SECONDA PARTE

IL NEGRO DEL NARCISSUS di Joseph CONRAD

Avventura e metafore di vita ancora attuali in un racconto autentico e avvincente

Nel sottotitolo della copertina c’é la chiave di lettura della SECONDA PARTE del nostro lavoro. Secondo i critici e gli studiosi, il racconto è visto come un’allegoria del tema della solidarietà e dell’isolamento, con il microcosmo della nave che rappresenta una versione in scala ridotta della società umana.

“The Nigger of the Narcissus”- (A Tale of the Sea), è un racconto di Conrad del 1897 considerato come l’inizio della sua carriera letteraria. Lo si indica talvolta come rappresentante dell’impressionismo in letteratura: il mare e le navi con i suoi equipaggi sono spesso raccontati, ieri come oggi, dai pennelli di grandi artisti che sanno cogliere lo spirito avventuroso dei marinai. La prefazione, scritta direttamente dall’autore, è considerata una sorta di manifesto letterario di Conrad.

Il protagonista, James Wait, è un marinaio nero delle Indie Occidentali imbarcato sul veliero mercantile “Narcissus”, lo scenario è la navigazione tra Bombay e Londra. Durante il viaggio Wait viene colpito da una grave malattia polmonare (tubercolosi?), forse contratta poco prima dell’imbarco. Cinque membri dell’equipaggio rischiano la vita per salvarlo durante una tempesta, al contrario il Capitano Allistoun ed il vecchio marinaio Singleton dimostrano freddezza e indifferenza preferendo concentrarsi sulle proprie funzioni di governo della nave

Ma chi era Joseph Conrad ?

(1857-1924)

Vita–e-Opere


Joseph Conrad Theodor Naleçs Korzenioowski nasce da genitori polacchi nella Ucraina occupata dai russi nel 1857. Nel 1868 i suoi genitori muoiono e lui va a vivere con uno zio che aveva una grande passione per la letteratura inglese. All'età di diciassette anni viene impegnato sulle navi francesi come marinaio e visita le Indie Occidentali e l’America Latina. Nel 1878 lo scrittore si reca in Inghilterra per la prima volta e nel 1886 ottiene la cittadinanza britannica, cambiando il suo nome in Joseph Conrad.

Il Capitano-scrittore serve per sedici anni nella Marina mercantile britannica prima di ritirarsi nel 1894. Nel 1883 fa parte dell’equipaggio della nave Narcissus a Bombay, un viaggio che ispirerà il suo romanzo del 1897 Il Negro del Narcissus.

Nel 1889, Conrad soddisfa il suo sogno raggiunge lo Stato Libero del Congo. Diventa Capitano di un battello a vapore in Congo, e assiste ad atrocità che sono riportate sia in Diari del Congo e in Cuore di tenebra nel 1902.

Gravemente malato, è costretto a lasciare il mondo delle navi e nel marzo 1896 si sposa con una signorina inglese, Jessie George. Vivranno per lo più a Londra e vicino a Canterbury, Kent. La coppia avrà due figli. Muore nel 1924. Le sue esperienze sul mare - la solitudine, la corruzione e la spietatezza umana - convergono a formare una visione cupa del mondo. Alla popolarità di Conrad non corrispose un analogo successo finanziario, la sua salute fu cagionevole ma molto intensa dal punto di vista letterario per il resto della sua vita. Questo scrittore di mare si é calato come pochi nell’animo umano in quella platea composita degli uomini di mare obbligati a convivere tra razze e religioni diverse, tra culture e opinioni politiche opposte. Ancora oggi i suoi libri sono studiati nelle maggiori università del mondo nelle facoltà di psichiatria. Morì nel 1924 per arresto cardiaco e fu seppellito nel cimitero di Canterbury (Kent, England), col nome di Korzeniowski

Conrad ha scritto tredici romanzi, ventotto racconti, due volumi di memorie e un gran numero di lettere. Tra le sue opere più significative sono
La Follia di Almayer (Almayer’s Folly, 1895).

Un reietto delle isole (An Outcast of the Island,s 1896), sullo sfondo di in paesaggi esotici uomini emarginati sono distrutti da sogni di potere e di ricchezza.
Il Negro del Narcisso (The Nigger of the Narcissus, 1897) è la storia di un marinaio nero morente su una nave e il comportamento del personale di bordo.
Gioventù (Youth, 1902) è il racconto di un lungo viaggio che diventa simbolo del passaggio dalla giovinezza alla maturità.

Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1902) è un romanzo che racconta un viaggio sul fiume Congo per salvare un commerciante d'avorio.
Tifone (Typhoon, 1903) parla di un capitano che riesce a guidare la sua nave durante un tifone.

Lord Jim, (1900) narra di un uomo che, dopo una vita vile, si redime con una morte eroica.

Nostromo (1904) è un romanzo politico ambientato durante la rivoluzione americana.

L'agente segreto (The Secret Agent, 1907), storia di una spia mediocre che costringe il fratello di sua moglie a un atto di terrorismo.
Sotto gli occhi dell'Occidente (Under Western Eyes, 1911) racconta il conflitto interiore di un rifugiato russo in Svizzera.
Chance (1913) è insolitamente centrata su un personaggio femminile, che sposa un capitano di aiutare il padre imprigionato; la narrazione è complessa con diversi narratori prendono e vari punti di vista.
Vittoria (Victory, 1915) è un romanzo tragico nei mari del Sud.
La Linea d’ombra (The Shadow Line, 1919) riferisce di un viaggio difficile, simbolo della crescita di un giovane uomo.


“Il mare si stendeva lontano, immenso e caliginoso, come l’immagine della vita, con la superficie scintillante e le profondità senza luce”
J. Conrad


Monumento a Joseph Conrad a Gdynia, sulla costa del mar Baltico in Polonia


Era calmo, freddo, imponente, maestoso. I marinai si erano avvicinati e stavano alle sue spalle. Sovrastava il più alto di mezza testa. Rispose: ‘Faccio parte dell’equipaggio.’ Scandì le parole con sicurezza e decisione. Il tono profondo e sonoro della sua voce si diffuse sul cassero nitidamente. Era beffardo per natura, come se dall’alto della sua statura, avesse contemplato tutta l’entità della follia umana e si fosse convinto di voler essere tollerante.



Secondo la critica più autorevole, il romanzo è un'allegoria sul tema della solidarietà e dell'isolamento, con il microcosmo della nave a rappresentare una versione in scala ridotta della società umana.

Il “Negro del NARCISSUS è una storia di mare ma è anche un’indagine sulla natura psicologica dell’uomo che reagisce con le sue passioni nello stesso contesto dove altri uomini pensano ed agiscono secondo le loro origine antropologiche.

La descrizione della tempesta raggiunge la bellezza dei grandi poeti antichi, ma il fortunale è anche nei cuori dell’equipaggio.

Il gigantesco marinaio negro Jimmy Wait imbarca sul Narcissus che é in partenza da Bombay per Londra. Il nativo delle West Indies si ammala pochi giorni dopo la partenza. A bordo emerge subito il dubbio che fosse già ammalato o peggio ancora che stia fingendo... Tante domande, nessuna risposta!

Il NARCISSUS fa rotta contro una furiosa tempesta sull’ormai vicino Capo di Buona Speranza. La navigazione si fa difficile e la malattia di Jimmy peggiora. Quando la tempesta si scatena in tutta la sua violenza le condizioni di Jimmy si aggravano e la sua sorte sembra segnata, ma nessuno capisce se la tempesta sta inseguendo proprio il povero Jimmy oppure la nave.

“Lo curiamo o le gettiamo in mare?” Pare essere questo l’atteggiamento dell’equipaggio che é vittima dell’irrazionale paura d’incorrere nell’eventuale contagio di un cadavere a bordo!

A bordo del Narcissus scrive Conrad “La falsità trionfava. Trionfava grazie al dubbio, la dabbenaggine, la pietà, il sentimentalismo… La pervicacia con la quale Jimmy si ostinava nel suo atteggiamento insincero di fronte alla verità inevitabile, aveva le proporzioni di un enigma mostruoso, di una manifestazione iperbolica che a volte suscitava un meravigliato, timoroso stupore… L’egoismo latente che si annida in tutti noi di fronte alla sofferenza si rivelava nella crescente preoccupazione che ci rodeva nel non volerlo veder morire… Era assurdo al punto da sembrare ispirato. Era unico e affascinante… Stava diventando irreale come un’apparizione… La sua presenza ci avviliva, ci scoraggiava…”.

Il capitano Alliston, da abile uomo di mare, salva la nave con i suoi ordini decisi e precisi, mostra grande coraggio nell’infondere all’equipaggio quella sua stessa forza che diventa decisiva per salvarsi.

Con il suo romanzo Conrad sembra dirci che la tempesta è necessaria per rivelare ad ognuno la sua parte più profonda, per ricordare ad ogni uomo la piccolezza della natura umana.

“Agli uomini ai quali, nella sua sdegnosa misericordia, esso concede un istante di tregua, il mare immortale offre nella propria giustizia, e pienamente, il privilegio, ambito del resto, di non riposare mai. Nell’infinita saggezza della sua grazia non consente loro di poter meditare con calma sull’acre e complesso sapore dell’esistenza, per tema che abbiano a ricordare e forse a rimpiangere la ricompensa di una tazza d’ispiratrice amarezza, tanto spesso assaggiata e altrettanto spesso sottratta alle loro labbra già irrigidite, ma pur sempre riluttanti. Questi uomini devono senza un istante di requie giustificare la propria vita all’eterna pietà…”.

Conrad non troverà mai le risposte alle sue domande esistenziali…

in balia del grande mare …del mare che tutto sapeva, e che avrebbe col tempo infallibilmente svelato a ciascuno la saggezza nascosta in ogni errore, la certezza latente del dubbio, il regno della salvezza, e della pace al di là delle frontiere del dolore e della paura”.

La visione che Conrad ha della nave e del suo equipaggio è racchiusa nelle righe che seguono e che svelano il segreto di quel delicato equilibrio che ognuno a bordo deve stabilire con sé stesso e con gli altri; si tratta dell’unico target che nessuno t’insegna a terra perché appartiene al mondo del mare: partire ed arrivare in sicurezza! Il traguardo lo si può raggiungere soltanto con quella disciplina interiore che nasce e si sviluppa nel rispetto e nella paura del Dio Mare. Forse è questo il vero collante dell’equipaggio per la riuscita della spedizione: uomini di mare, difficili da guidare ma facili da esaltare!

Il marinaio anche se rozzo ed ignorante quando entra in sintonia con il giusto spirito marinaresco diventa un professionista insostituibile nella sua mansione.

 

“(…) la nave, frammento staccato dalla terra, correva solitaria e rapida come un piccolo pianeta. Intorno ad essa gli abissi del cielo e del mare si univano in una irraggiungibile frontiera. (…) Essa aveva il suo futuro; viveva della vita di quegli esseri che si muovevano sopra i suoi ponti; come la terra che l’aveva confidata al mare, essa trasportava un intollerabile carico di speranze e di rimpianti … Essa correva schiumeggiando verso il Sud, come guidata dal coraggio di un’altra impresa. La ridente immensità del mare rimpiccioliva la misura del tempo. I giorni volavano uno dietro l’altro, rapidi e luminosi come il guizzare di un faro, e le notti, movimentate e brevi, parevano fuggevoli sogni..."

 

Qualcuno ha scritto con molta acutezza:

“Amato e odiato, James Wait lascia la terraferma per non ritrovarla più, perché certi viaggi durano per sempre, soprattutto quando resi immortali da una penna sincera, al punto da risultare crudele, come quella di Joseph Conrad”.

“Mentre odiavamo James Wait. Non riuscivamo a liberarci dal sospetto orribile che quel negro sorprendente facesse finta di essere malato, fosse stato testimone insensibile della nostra fatica, del nostro disprezzo, della nostra pazienza, e ora insensibile alla nostra solidarietà di fronte alla morte. Il nostro senso morale, per quanto imperfetto e vago, reagì con disgusto di fronte alla sua vile menzogna. Ma lui continuava a sostenere il suo ruolo con coraggio sorprendente. No! Non era possibile. Era stremato. Il suo temperamento insopportabile era solo il risultato dell’ossessione invincibile della morte che sentiva prossima. Chiunque si sarebbe indignato per una simile imperiosa compagna. Ma allora che razza di uomini eravamo noi con i nostri sospetti! Indignazione e dubbio erano in conflitto dentro di noi, travolgendo ogni nobile sentimento. E noi lo odiavamo a causa del nostro sospetto, lo detestavamo a causa del nostro dubbio. Non potevamo disprezzarlo impunemente e neppure compiangerlo senza ledere la nostra dignità. Così lo odiavamo e ce lo passavamo con cura di mano in mano”.

Per gli appassionati lettori di Conrad aggiungo anche LA LINEA D’OMBRA: “Come in guerra, anche sulla nave, l'unica speranza di salvezza sta nel fare con abnegazione e sacrificio ognuno la propria parte”.

Pochi giorni fa sono stato invitato a partecipare a un gioco su F/B: postare per 10 giorni dieci copertine di libri che ho amato particolarmente, senza spiegarne il perché.

Martedì ho scelto The Nigger of the NARCISSUS per la reminiscenza del suo messaggio morale che mi rimase impresso come l’allegoria della solidarietà….

Oggi stiamo vivendo la storia della pandemia Covid-19, e ho rivisto il negro James Wait, il misterioso reietto del Narcissus, ricoverato in una delle nostre RSA per gli anziani. La sua sorte é segnata perché una società “malata, cinica e crudele” ha deciso che la morte sia la soluzione di tanti problemi reali e psicologici. Una sorte di liberazione che in breve tempo sarà archiviata e dimenticata nelle celebrazioni che seguiranno la VITTORIA sul Virus…

The show must go on nella sua eterna attualità!

Vi segnalo un approfondimento su questo tema.

La strage silenziosa di anziani nelle RSA - “Macelleria messicana” nelle residenze per anziani

“Persone fragili, alcune anche affette da altre patologie, diventate terreno fertile per il virus che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Uomini e donne che per troppo tempo hanno dovuto subire il triste clichè che toglieva dignità alle loro vite. "Tanto muoiono solo i vecchi", pensavano in tanti. Era come diventato una sorta di scudo per chi ancora si aggirava per le strade delle città indisturbato, senza protezioni, convinto che, quella del coronavirus, fosse tutta una bufala gonfiata dai media. Eppure, nonostante gli anziani fossero già stati individuati come la preda più facile da attaccare per il virus la realtà sembra raccontare che qualcuno non li ha protetti abbastanza”.

Termino proponendovi l’articolo di una brava giornalista che senza citare IL NEGRO DEL NARCISSUS ne é comunque una fedele interprete.

 

Redazione CDN (Calabria Diretta News)

21 Aprile 2020

Non c’è la violenza, non c’è la premeditazione, non c’è l’orrore del sangue ma quella che si va consumando nelle residenze per anziani è una mortalità che evoca gli stermini della rivoluzione messicana, diventati metafora di ogni mortalità di massa ingiustificata, incontrollata e incontrastata.

Non è soltanto la vicenda di Villa Torano col suo crescente numero di contagiati, dentro e fuori la struttura, con i comportamenti omissivi, le negligenze del personale, la superficialità irresponsabile della gestione, le compiacenze con la Protezione Civile e il Mater Domini di Catanzaro a rappresentare il luttuoso fenomeno di una mortalità anagrafica. E’ tutta l’Italia che rivela nei confronti delle residenze per anziani un atteggiamento di sistema senza controlli adeguati e una pressoché totale privatizzazione del settore che rappresenta uno dei business più redditizi sulla vecchiaia e sul bisogno di assistenza degli anziani.

Ci sarebbe un aspetto etico da considerare e cioè che gli anziani di oggi sono la generazione che ha conosciuto nella sua infanzia la guerra ma, soprattutto, che ha vissuto e realizzato la “ricostruzione”, il boom economico e la modernizzazione del Paese con governi a base democratica. Strappati agli affetti familiari, ricoverati come pazienti ad alto rischio e a bassa possibilità di guarigione, morti in solitudine in corsie congestionate e scaricati nelle loro bare, da camion militari, in spazi cimiteriali improvvisati, questi anziani se ne sono andati, comunque la si voglia mettere, portandosi dietro una percezione di ingratitudine che non meritavano. C’è una responsabilità morale che è ben diversa dalle responsabilità che la giustizia, a volerla considerare tale, avrà il compito di accertare.

Si sapeva che erano i più esposti e per i quali, quindi, bisognava predisporre e intervenire per tempo con dispositivi di protezione, mascherine e tamponi in primis. Invece, oltre a lasciarli indifesi, si è consentito che venissero infettati dall’esterno, per negligenza, incompetenza, cialtroneria politica e irresponsabilità di chi avrebbe dovuto agire.

Ognuno di noi sa, nella propria coscienza, quanto ha valutato, nella paura dilagante, il diritto alla vita degli over 70 se non over 65. Pare, addirittura, che in alcune fasi dell’emergenza e della penuria di ventilatori polmonari sia stato preso in considerazione il codice di guerra secondo il quale, presentandosi l’alternativa ineludibile di salvare un vecchio o un giovane, prevede che sia il vecchio a essere sacrificato. E si può tragicamente capire ma parliamo di codice di guerra, ovvero bombardamenti, massacri indiscriminati, ospedali da campo e carneficine da affrontare.

Niente di tutto questo nell’anno del Signore 2020 dove la “macelleria messicana” nelle residenze per anziani parte e si consuma nelle realtà ritenute eccellenti della sanità italiana, modello – a quanto si dice – invidiatoci a livello internazionale, per espandersi progressivamente in tutto il Paese.

Tutto questo in presenza di una pandemia che ha preso alla sprovvista l’intero pianeta, senza risparmiare le potenze mondiali più ricche, a partire dagli Stati Uniti. Ma il problema delle residenze per anziani esiste da prima che facesse irruzione il coronavirus.

Mettendo da parte, in questa analisi, le “case di riposo” oggetto di incursioni dei carabinieri, rivelatrici di condizioni sub-umane di trattamento paragonabili ai lager nazisti, è il caso di riportare alcuni numeri per comprendere perché le residenze per anziani rappresentano un business redditizio “anticiclico”, dove anticiclico significa che il settore non è soggetto a oscillazioni e crisi di mercato perché la “senilizzazione” ovvero l’invecchiamento della popolazione è una dinamica in espansione non compensata dalle nascite.

Una distinzione preliminare va fatta fra RSA (residenze sanitarie assistenziali) RA ( case di riposo o comunque di assistenza agli anziani ) e “pensioni” di iniziativa privata che sfuggono ad ogni autorizzazione e controllo. Le RSA che non sono a gestione pubblica sono a gestione privata e, nella maggior parte, convenzionate col servizio sanitario nazionale. Percepiscono per ogni paziente una retta mensile valutabile nell’ordine di 140/150 euro al giorno per paziente ma esistono anche quotazioni più basse fino ad arrivare alle “pensioni” più povere dove la retta può essere di 1.200 euro al mese.

Secondo l’Agenas, che opera per conto del governo nazionale, in Italia tutte le residenze per anziani, escluse quelle clandestine e fuorilegge, assommano a oltre 6 mila per complessivi 287.532 posti letto di cui centomila 282 a gestione pubblica e 171mila 445 a gestione privata. Le RSA in senso stretto sarebbero 2.475 per 220mila e 700 utenti.
Ma c’è molta confusione sui dati poiché il sommerso è difficilmente quantificabile.

Quello che è certo è che il settore è progressivamente finito negli appetiti di gruppi imprenditoriali, finanziariamente agguerriti, che ne hanno preso il controllo. Si va da realtà come quella di Villa Torano, capofila di altre residenze gestite dallo stesso gruppo, alle 55 residenze gestite dalla CIR di Carlo De Benedetti in molte regioni con un fatturato che si può immaginare.

Per quanto riguarda Villa Torano, la polemica esplosa riguarda,oltre all’espandersi incontrollato del contagio, il ruolo giocato nella vicenda dalla politica atteso il coinvolgimento di un esponente politico di Forza Italia, tal Parente, la cui consorte detiene il 40 per cento del pacchetto azionario del gruppo che gestisce più residenze per anziani. Al politico in questione e alle protezioni su cui può contare vengono ricondotte le anomale agevolazioni ottenute dalla Protezione Civile con la fornitura di 200 tamponi e con le controverse risultanze dei tamponi effettuati.

Nella polemica esplosa sui controlli non effettuati e sulle negligenze emerse è intervenuto Enzo Paolini che da anni, senza essere titolare di alcuna struttura sanitaria, rappresenta in Calabria, dopo averla rappresentata a livello nazionale, l’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata) ovvero quelle comunemente chiamate cliniche o case di cura che prevalentemente sono convenzionate col servizio sanitario e rappresentano “l’altra gamba” del servizio sanitario pubblico.

Paolini, in effetti, non rappresenta le RSA che sono un settore a parte ma ha ritenuto di dover intervenire sulla polemica esplosa su Villa Torano per chiarire cosa debba intendersi per sanità privata e cosa rappresentano le RSA, interessato alla distinzione per diversificare ruoli e responsabilità e scoraggiare ogni strumentalizzazione contro la sanità privata, generalizzando con Villa Torano. Intanto, per Paolini, nessuna indulgenza per chi opera fuori dalle regole e dai protocolli previsti dalla legge, sia che si tratti di cliniche private che di residenze per gli anziani.
Nessuna indulgenza e nessuna giustificazione ma sbaglia chi generalizza e dalla vicenda di Villa Torano trae giudizi sommari sulla sanità privata “tout court”, facendo così torto a chi opera con onestà e trasparenza. Semmai Paolini, superando le affermazioni del sindacato infermieri e le dolenze giustificate per la mancanza di dispositivi di protezionechiama in causa chi deve esercitare i necessari controlli dovuti, sia che si tratti di cliniche che di RSA. E qui sta il punto, dove emergono le supposte connivenze con la malapolitica .

Nessuno, né a destra né a sinistra, ha mai chiesto una verifica di quanti politici, tramite familiari o prestanome, hanno interessi nella sanità. Alcuni casi sono venuti alla luce, altri sono occultati o adeguatamente mascherati. Nelle residenze per anziani si stava male anche prima del coronavirus ma nessuno è andato a vedere.

Ora sembra che la magistratura inquirente abbia scoperto che qualcosa non va, che l’assenza di controlli nasconda qualcosa di più grave, che sulla pelle dei nostri vecchi siano state costruite rendite di posizione che, né a destra né a sinistra, si avverte la necessità di tenere sotto controllo rispetto alla qualità dei servizi e ai requisiti da osservare. In questo la mafia non c’entra o c’entra in compartecipazione di minoranza.

Non sarebbe un eccesso di zelo se, a parte i cartelli colombiani della droga e il coronavirus che incrementerà l’usura, ci fosse un giudice che avesse a cuore le ignominie consumate da gruppi di colletti bianchi, fra di loro collusi, a danno dei nostri vecchi. Ci sono i silenzi colpevoli di chi, ai vari livelli, facendo finta di non sapere, copre e protegge. Verosimilmente sono gli stessi ambienti che, a 60 giorni dal coronavirus, non hanno detto una parola sull’insabbiamento dei quattro nuovi ospedali di Gioia Tauro, Vibo, Sibari e Cosenza. Anche i calabresi, increduli su Villa Torano, tacciono.

Rassegnati al peggio.

redazione Paola Oggi

https://www.calabriadirettanews.com/author/stefania/

CARLO GATTI

Rapallo, 23 oprile 2020

 

 

 

 


UNA NOTTE DI TREGENDA

UNA NOTTE DI TREGENDA

M/N VULCANIA


Era la mia quarta traversata atlantica sulla M/n VULCANIA

La mia breve carriera era cominciata sulla piccola cisterna DIENAI quando ero ancora studente al Nautico di Camogli. Era usanza allora “staccare il libretto di navigazione” col grado di “mozzo” durante il periodo estivo; purtroppo finì male perché sbarcai a Bari con l’ASIATICA che nessuno ancora conosceva. Quella pandemia di origine aviaria era stata isolata in Cina nel 1954 e fece due milioni di morti.

Persi 17 kg e se sono ancora qui è per mera fortuna: in quello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere la malattia.

Persi un anno di scuola, ma non certo l’entusiasmo per la vita che avevo scelto. Mi diplomai e proseguii i miei imbarchi sulla petroliera NAESS COMPANION, sulla M/n SATURNIA sulla M/n MARCO POLO ed infine sulla M/n VULCANIA.


Il REX a New York (dipinto di Marco Locci)


Il MAURETANIA a New York (dipinto di Marco Locci)


L’HOMERIC a New York (dipinto di Marco Locci)

Ero felice perché l’itinerario del transatlantico VUCANIA prevedeva la sosta di 24 ore a New York il giorno di Natale! Ero l’Allievo Ufficiale più invidiato del mondo! Chi é stato nella CITY durante le feste natalizie, sa che alludo ad una atmosfera speciale … Inoltre si trattava del mio penultimo viaggio da Allievo Ufficiale prima di passare 3° Ufficiale dopo il superamento dell’esame di Patentino. Il mio futuro era delineato…

Ma l’argomento di oggi é di ben altra natura, trattandosi più propriamente di quell’atmosfera che ogni tanto trasforma le mie notti in incubi…

Com’è noto ai marinai di tutto il mondo, i cicloni tropicali (uragani) si sviluppano al largo della costa africana vicino a Capo Verde e si muovono verso ovest nel mare Caraibico.  Gli uragani possono formarsi da maggio a dicembre, ma sono più frequenti tra agosto e novembre. Le tempeste sono comuni nell'Atlantico del Nord durante l'inverno, rendendo pericolosa la traversata.

Le aree interessate a queste tempeste minacciano zone che hanno un raggio di circa 2.000 km e, per chi fa rotta dall’Europa al Canada, non ha modo di evitarle: se le becca tutte sul fianco sinistro!

Le anziane motonavi SATURNIA e VULCANIA erano molto collaudate per quelle rotte che raramente concedevano agli equipaggi traversate tranquille, nel senso che anche in assenza di depressioni, riservavano lunghe giornate e nottate di navigazione con nebbia, qualche volta in presenza di banchise o iceberg segnalati, e quasi sempre di pescatori che si avventuravano su grandi gozzi al largo di Terranova.

A volte capitava di passargli molto vicino e purtroppo anche d’investirli nonostante le emissioni di segnali previsti dai regolamenti internazionali. Erano quegli stessi pescatori portoghesi che le due navi citate della Italian Line imbarcavano prima della traversata atlantica: una parte a Lisbona e l’altra a Ponta Delgada (Isole Azzorre).

Una storia antica é legata alla pesca del merluzzo sui banchi di Terranova quando entrava in gioco la rivalità tra i pescatori di merluzzo di Gloucester (USA) e Lunenburg (Canada) in gare molto "accese" per arrivare primi sui Grandi Banchi di Terranova onde accaparrarsi i posti migliori. Esiste un film del 1937 (diretto da Victor Fleming con l’attore Spencer Tracy, che vinse l’Oscar per la sua interpretazione) quale trasposizione cinematografica del romanzo “Captains courageous” dello scrittore Rudyard Kipling, che riprende una di queste gare tra due autentiche golette d’epoca, genialmente ripresa dal regista, visione che costituisce oggi un prezioso e irripetibile e originale documento storico. Si racconta che la sequenza abbia strappato ad un vecchio pescatore che sedeva tra gli spettatori il grido: “Ma butè a l’orsa! No vedè che spachè duto!!”

Ancora nei primi anni ’60, quei grandi marinai” pescavano al bolentino proprio sulle rotte dei transatlantici e quando i loro gozzi erano colmi di merluzzi, ritornavano a terra, trasbordavano il pescato su un brigantino alla fonda dietro un’isola, facevano rifornimenti di viveri e poi ripartivano per il mare aperto.

Ci trovammo nel mese di giugno sul Rio Tejo a Lisbona, quando veniva celebrata la festa dei pescatori. Una processione sul fiume tra canti e bandiere, tra colori e la memoria di tanti pescatori che non fecero più ritorno in Lusitania. Il cardinale della città, in quella suggestiva cerimonia, benediceva il brigantino che partiva per Halifax (Canada) per dare inizio alla Campagna del merluzzo.


Le motonavi VULCANIA a sinistra nella foto, e SATURNIA a destra mentre sono ormeggiate a Ponte dei Mille – Genova

I due transatlantici avevano uno scafo molto speciale; disponevano di alette anti rollio fisse di tipo antiquato, ma gli ingegneri navali degli anni ’20 del secolo scorso, avevano trovato una magica formula per cui non rollavano quasi mai, neppure con un forte mare al traverso, i loro movimenti conoscevano soltanto il beccheggio sull’asse trasversale. Ho avuto modo di conoscere passeggeri americani, anche famosi, che sceglievano queste due unità per compiere una serie di viaggi senza sbarcare, e raccontavano di privilegiare quelle navi per tre motivi: la cordialità degli equipaggi, l’amabilità di una nave che non faceva soffrire e per le godibilissime opere d’arte esistenti a bordo. L’itinerario di quegli anni era il seguente:

Venezia, Trieste, Palermo (o Messina), Napoli, Barcellona, Palma de Majorca, Gibilterra, Lisbona, Ponta Delgada (Azzorre), Halifax (Canada), Boston, New York. Il viaggio di ritorno comprendeva scali negli stessi porti del viaggio d'andata ed anche Patrasso (Grecia) e Dubrovnik (Jugoslavia).


Alette antirollio fisse


Stabilizzatori antirollio per grandi navi moderne

Retractable fin stabilizer on cruise ship MS Rotterdam

 

Cappella di bordo, é in corso la celebrazione della Messa domenicale. Da sinistra in prima fila: Allievo Ufficiale (A) Carlo Gatti, il 1° Ufficiale Claudio Cosulich, il Commissario Governativo, il Comandante Giovanni Peranovich e il Direttore di macchina.

A bordo del VULCANIA eravamo 4 Allievi ufficiali di coperta, due assegnati alla navigazione e al carico, gli altri due alla segreteria e alla posta diplomatica. Ogni viaggio ci scambiavamo i ruoli anche nelle manovre portuali. Le nostre cuccette, con due letti a castello, si trovavano dietro il ponte di comando sui due lati della nave e disposte nel senso trasversale.

 

E’ quasi mezzanotte. Il mio compagno di cabina (lato dritto della nave) é appena montato di guardia sul ponte di comando con l’incerata e il sudovest. Sono sveglio, ci salutiamo e già penso alla mia guardia, la “diana” (dalle 4 alle 08) con quel tempaccio in corso insieme al 1° Ufficiale che ad ogni difficoltà mi diceva: "Tegni duo a l'è l'arte ca intra!"

La nave sbatte, vibra e soffre sotto i colpi di mare che arrivano come mazzate sul fianco sinistro. Non riesco ad assopirmi, non per il rollio, ma piuttosto per un movimento della nave che inizia da un breve movimento di rollio sulla dritta, poi sale, si avvita e poi precipita verso il basso per impennarsi con la prora verso l’alto e ricadere velocemente con una panciata fragorosa. Si tratta di un balletto sinuoso e piuttosto ripetitivo che occorre controllare tenendosi ancorati alla difesa della branda per non cadere dalla cuccetta superiore e farsi male…

Avevo letto l’ultimo bollettino meteo e sapevo che la depressione che ci contrastava era vasta e potente, ma non avevo dubbi sulla tenuta della nave: la vecchia signora sapeva il fatto suo… la fama non la regala nessuno…lei se l'era meritata tutta e poi, ce l’aveva sempre fatta nonostante le inevitabili magagne dell'età …

M/N VULCANIA – TEMPESTA IN CORSO NEL NORD ATLANTICO INVERNO 1962

DUE NAVI IN DIFFICOLTA’ FOTOGRAFATE DALLA M/N VULCANIA

Ma ciò che non ci aspettavamo accadde!

Improvvisamente la nave viene colpita da un’onda che sembra sparata dal più potente cannone navale esistente, un’onda mostruosa, urlante e sibilante proprio come una cannonata… O forse abbiamo colpito una mina vagante nell’oceano? oppure siamo entrati in collisione con una altra nave? Penso alla collisione tra l’ANDREA DORIA e la STOCKHOLM di qualche anno prima e mi vengono in mente le immagini dell’affondamento della “signora dei mari”. Sono attimi lunghissimi. Questi pensieri mi martellano in testa nel tentativo di capirne la causa e sono più veloci delle parole che non riesco a pronunciare. Tiro un grosso respiro, cerco di rilassarmi e razionalmente penso ai possibili danni subiti dalla nave sul lato di sopravvento.

Il VULCANIA ha ancora un sussulto, si abbatte sulla dritta ed io mi ritrovo ammucchiato a paratia, con i piedi in testa … Poi, dopo alcuni movimenti inconsulti si raddrizza e si stabilizza. L’ufficiale di guardia ha accostato e si é messo alla cappa con la prua al mare. Anche i  giri dei motori sono stati calati al minimo. Suonano le sirene ed i campanelli di bordo… Mi precipito sul ponte di comando e ricevo l’ordine di portarmi insieme al mio Capo Guardia nella Classe Turistica da cui giungono le prime richieste d’aiuto.

Scendiamo di corsa lungo i ponti della nave, indugiamo soltanto qualche minuto… per valutare gli allagamenti sul lato sinistro nei locali più alti a causa di vetrate andate in frantumi e altri danni materiali di poca entità.

Giungiamo infine nella zona della Classe turistica e immediatamente ci rendiamo conto di trovarci nella trincea di una battaglia in corso. Il caruggio centrale lungo circa 70-80 metri é invaso dall’acqua di mare, ma é rosso di sangue. I passeggeri che si reggono in piedi si spostano come automi sotto schock. Le cabine sono aperte e allagate.

Si sentono lamenti, urli e pianti. Il direttore sanitario, il 1° medico di bordo e i cinque infermieri di bordo sono già al lavoro. Il Comandante della nave lancia via interfonico ripetuti appelli ai passeggeri di mantenere la calma rassicurandoli: “é tutto sotto controllo”. Infine invita, in tre lingue differenti, eventuali medici e personale paramedico presenti tra i passeggeri a prestare soccorso in Classe turistica.

Il Comandante in 2° fa sgombrare i passeggeri delle cabine di dritta per far posto ai feriti che sono circa una settantina. Per fortuna, dopo un controllo di tutte le cabine ormai evacuate, non si riscontrano decessi.

Tuttavia i feriti presentano ferite anche gravi alla testa, sul corpo e sugli arti. I tagli sono larghi e profondi.

I più gravi vengono portati nell’ospedale di bordo per tamponare le emorragie, suturare le ferite più gravi e ricomporre le numerose fratture.

In breve tempo, i medici di bordo sotto la regia del Comandante in 2° riescono ad organizzare un piano molto intelligente per isolare i feriti dal resto dei passeggeri e ripristinare la tranquillità e la ripresa della navigazione che, purtroppo, non è immediata in quanto tutte le cabine devono essere riparate per poter sostenere gli urti e le intemperanze di quella depressione atlantica che ci accompagnerà ancora per 3-4 giorni fino all’arrivo ad Halifax (Canada).

MA COS’E’ SUCCESSO?

Quell’onda apocalittica aveva sfondato non solo i vetri robustissimi degli oblò, ma anche le corazza (corazzetta) dello spessore di circa 15 mm. A mezzanotte i passeggeri erano tutti in cabina, molti soffrivano il mal di mare e la cuccetta per loro era il miglior rimedio, mentre invece si é dimostrata una trappola infernale. L’urto di quell’onda altissima non solo frantumò gli oblò e le sue difese, ma mitragliò quelle schegge metalliche e di vetro concentrandole in quei pochi metri quadrati delle cabine martoriando di ferite quei poveri  emigranti e pescatori portoghesi.

Per meglio comprendere la causa del disastro, propongo al lettore alcune foto che più di tante parole danno l’idea della forza esplosiva di quella ONDA ANOMALA che all’epoca nessuno chiamava in questo modo…

OBLO’ NAVALE E SUA CORAZZA dello spessore di 15 mm.


OBLO’ APERTO


A destra OBLO’ chiuso con i suoi galletti. A sinistra la sua corazza


OBLO’ chiuso e sigillato con la corazza

La foto sotto (che va opportunamente allargata) é relativa al transatlantico SATURNIA gemello del VULCANIA, in cui sono indicati i ponti della nave sul lato dritto, che corrispondo no perfettamente anche sul lato sinistro, esposto ai colpi di mare di quel viaggio dove si sono verificati i danni maggiori. Il Ponte contrassegnato con la lettera C nel cerchietto rosso, (il secondo dal basso) indica la fila di oblò della Classe Turistica della nave che sono i più vicini alla linea di galleggiamento.



SATURNIA/VULCANIA

Committente: Cosulich Line, Trieste.

Cantiere: Cantiere Navale Triestino (Cantieri Riuniti dell’Adriatico) di Monfalcone, Co. 160

Impostato: 30 maggio 1925.

Varato: 29 dicembre 1925.

Viaggio inaugurale: 21 settembre 1927.

Data fine: 7 ottobre 1965.

Dati tecnici.

Lunghezza: 192,50 mt.

Larghezza: 24,31 mt.

Immersione: 8,53 mt.

Stazza lorda: 23.940 tsl.

Stazza netta: 16.710 tsl.

Propulsione: Due diesel Burmeister & Wain 8 cilindri (840x1500 mm); 24.000 hp; due eliche.

Velocità di servizio: 19,25 nodi.

Velocità massima alle prove: 21,10 nodi.

Capacità d’imbarco nel 1927: 2.197 passeggeri in quattro classi.

Prima classe:           279 passeggeri.

Seconda classe:      257 passeggeri.

Classe Turistica:     309 passeggeri.

Terza classe:         1.352 passeggeri.

Equipaggio: 510 persone.

CONCLUSIONE

Il “ricordo giovanile” che oggi vi ho proposto, non l’ho mai dimenticato, non potevo dimenticare tutto quel sangue versato in quel caruggio e neppure IL GRANDE CUORE di quei medici e infermieri che per quattro giorni, sbattuti dalle onde, non chiusero occhio per rimanere vicino ai loro passeggeri infortunati per portarli vivi a destinazione. Ricordo ancora i loro sguardi stanchi ma luminosi e fieri che sono del tutto simili a quelli che oggi sono in trincea a combattere contro l’ONDA ANOMALA che ha investito il mondo intero ed é ancora più insidiosa perché invisibile e sconosciuta.

Diciamo grazie a medici e infermieri di ogni tempo, a quelli in prima linea e a quelli che lavorano nelle retroguardie. Diciamo grazie alle loro famiglie, che li seguono a distanza e li hanno quasi ceduti in prestito a ospedali e comunità. A breve, si spera, dovremo celebrare quei 200 medici che sono morti per salvare vite umane. Di loro non conosciamo neppure i nomi. Verso di loro abbiamo un debito di riconoscenza infinito! Non dimentichiamoli MAI!

Carlo GATTI

 

Rapallo, 17 Aprile 2020


IL BARCHILE - STORIA DI UNA FONTANA GENOVESE

IL BARCHILE

STORIA DI UNA FONTANA GENOVESE

Le fontane di Roma dimostrano come i romani abbiano sempre avuto una gran passione per le acque pubbliche, dagli acquedotti alle terme e come, dopo i secoli della decadenza, tale passione si sia esternata nella costruzione delle numerose fontane (oltre 2.000) che ancora oggi ornano vie e piazze romane.

Il grande musicista bolognese Ottorino Respighi ne immortalò alcune con il suo celebre poema sinfonico LE FONTANE DI ROMA (1916) ricco di suggestioni descrittive legate ad elementi musicali naturalistici e alla cultura popolare italiana.

Quell’antico classicismo mitologico romano approdò anche a Genova lasciando il BARCHILE nel cuore del nostro scalo, precisamente nelle calate interne, ed aveva lo scopo di dare prestigio alla città e al suo porto.

Intorno al BARCHILE solevano radunarsi gli equipaggi delle galee genovesi di ritorno dalle missioni anti saracene. Si lavavano e si ritempravano cantando quei ritornelli che aleggiavano da sempre tra le calate e che furono in seguito ripresi e immortalati da Faber per la gioia degli italiani di ieri e di oggi!


Il Ponte Reale visto da ponente

Nel 1643 la fontana fu commissionata dai facoltosi membri dei Protettori delle Compere di S. Giorgio (Istituto e prodotto tipico della storia genovese, fu la prima organizzazione di un debito pubblico in istituto bancario e di emissione che viene via via assumendo anche funzioni di compagnia coloniale e di navigazione) a Pier Antonio e Ottavio Corradi (i progettisti della vasca) e realizzata da Giambattista Garrè. I quattro delfini capovolti invece sono opera di G.B. Orsolino mentre la statua alata, allegoria della fama, aggiunta nel 1673, è stata scolpita da Jacopo Garvo.

La fontana di cui parliamo risale al 1647 fu progettata dall’architetto AICARDO per essere posizionate sul prolungamento del PONTE REALE, che era la proiezione che collegava gli SCAGNI armatoriali alle CALATE INTERNE del Porto Vecchio. Nel 1647, per arricchire la fontana con un getto più consistente, i vertici di Palazzo San Giorgio decisero di captare le acque provenienti dall'Acquasola. Per l'occasione venne costruito un acquedotto in tubi di marmo che, scorrendo sotto la terra, arrivava fino al Ponte Reale.

Nel 1673 la fontana venne spostata sul prolungamento di Ponte Reale, dove rimase per oltre cent'anni, sino al 1790.

Dal 1861, con un'apposita delibera municipale, il BARCHILE fu spostato al centro di Piazza Colombo. Pare che la causa della “trasmigrazione” fosse dovuta all’aumento del traffico commerciale sulle banchine del porto. Inizialmente la scelta non fu gradita, perché quella FONTANA era un vero e proprio Simbolo della Repubblica di Genova: manifestazione di ricchezza, storia e tradizione per tutti i portuali e non solo...

Lentamente Piazza Colombo acquisì più importanza, specialmente dopo i riassestamenti della viabilità cittadina di inizio Novecento e la fontana divenne parte integrante ed apprezzata della Piazza.

Anna Draghi Photo

Piazza Colombo - Il gruppo marmoreo è composto, nella parte inferiore di quattro delfini avvinghiati, in quella superiore di quattro cariatidi anch'esse intrecciate che levano in alto una grossa coppa di marmo dal cui centro si alza una fama alata* che suona il nicchio marino.

(Note prese in prestito dal Dizionario delle Strade di Genova)

*Fama Alata (dal latino fari che significa parlare), personificazione della voce pubblica nella mitologia romana, era una divinità allegorica.

Della sua personificazione parla Virgilio immaginandola creata dalla Terra dopo Ceo ed Encelado.

La si immaginava come un mostro alato gigantesco capace di spostarsi con grande velocità, coperto di piume sotto le quali si aprivano tantissimi occhi per vedere; per ascoltare, usava un numero iperbolico di orecchie e diffondeva le voci facendo risuonare infinite bocche nelle quali si agitavano altrettante lingue.

Questo mostro alato rappresentava allegoricamente le dicerie che nascono, si diffondono, acquistano credibilità, non fanno distinzione tra vero e falso, amplificano e distorcono a piacimento i fatti.

Anche Ovidio ne dà un'ampia descrizione nel libro XII delle Metamorfosi, collocandola ai confini della terra, all'interno di un edificio bronzeo, con un numero elevatissimo di entrate, nelle quali riecheggiavano tutti i vocaboli, anche quelli appena bisbigliati.


Questa fotografia fu scattata nel corso nel 2004. In occasione degli eventi legati a “Genova 2004 Capitale Europea della Cultura”, venne istallato in piazza Colombo un impianto scenografico per illuminare Il Barchile ovvero la fontana posta al centro della Piazza dove l’opera fu traslocata nel 1861 per abbellire la nuova piazza ottocentesca voluta dall’architetto Resasco. Non solo bellezza ma anche utilità visto che Il Barchile fungeva da abbeveratoio per cavalli e muli provenienti dalla campagna che vi transitavano carichi di verdure verso il Mercato Orientale.


Guardiamola più da vicino con due scatti del BRAVO fotografo Luciano Roselli che ringrazio anche a nome dei followers di Mare Nostrum Rapallo



Come diceva Eugenio Montale nella sua celebre lirica “Non chiederci la parola”.

“Anch’io non so chi sono ma so cosa non sono: Non sono un professore non ne posseggo i titoli, non sono un poeta non ne ho la sensibilità, né uno storico non ne annovero le competenze e nemmeno mi appartiene l’essere scrittore. Allora chi sono, chiederete voi? Sono un folle innamorato di Genova che soffre nel vedere la sua amata dimenticata e non rispettata. Ecco questo mio sito è da intendersi come un atto di amore per la propria bella. Genova è come una matura signora, un po’ in là con gli anni ma talmente ricca di fascino che per farti innamorare non ha nemmeno bisogno di svelarsi e tu, a poco a poco, rimani inebriato dalle sue meraviglie”.

Carlo GATTI

Rapallo, 7 Gennaio 2020


I FILETTI DEL MONTANA

I FILETTI DEL MONTANA

Era un pomeriggio torrido d’estate.
-Giumìn- dissi- qualè stata la volta che te la sei vista più brutta, sul mare?-
-Certamente a Bandar Abbas, nel '79-
-E' stato durante una tempesta?-
Lui rise e negò col capo:
-No. Ero sulla terraferma, coi piedi ben piantati per terra!-

-Eh...?-
-Quando si naviga capitano i momenti brutti, ma te lo aspetti, perché il mare è forte e imprevedibile. E’ molto peggio subire quello che non dipende dal mare!-
-Cioè?-
-I dirigenti che ti mandano allo sbaraglio, per esempio!-

-Beh, non capisco lo stesso!-
-In una guerra civile, per esempio, o una rivoluzione!-
Mi venne in mente solo allora l'episodio, raccontatomi dalla figlia di Giumìn quando eravamo due giovani gazzelli. -Bandar Abbas...un momento... non è quel porto del Golfo Persico dove hanno portato a morire la Michelangelo?- -Certo, proprio lì!-
Tacqui, perché ricordavo l'episodio.
Sua figlia, nonché mia socia di maggioranza da 38 anni, mi aveva già raccontato quell'avventura:
-Lo sai che mio padre è stato con la Michelangelo ad Ambarabas, nel Golfo Persico?-
-Dove?- ribattei, maligno - Ambarabàs, Ciccìs, Coccòs... le tre civette sul comòs?-

“Scemo!” aveva ribattuto “per poco lui ci ha lasciato la pelle, laggiù, sai? Vergogna!”
Che figura da fesso! Dopo tanti anni me ne vergogno ancora.

Era sera d'estate, dunque, e Giumìn si faceva vento con una copia della “Settimana Enigmistica”. Sorseggiavamo una bibita, e dalle finestre entrava un'aria rovente.
-Che caldo...- dissi.

-Mai caldo come là. Nessun posto al mondo è caldo come il Golfo Persico!-
Giumìn era rimasto coinvolto in uno sporco affare.
La rivoluzione di Khomeini.


T/n MICHELANGELO – In partenza da Genova.

Viaggio Inaugurale

-Che bella nave era, la Michelangelo, la più bella di tutte! Peccato che sia stata costruita quando già tutto il mondo andava in America volando! La “Mike”! Sono stato Direttore di Macchina, lì. Quando arrivavamo a New York l'operatore del porto ci salutava così: “Hello, Mike!”-



-... ed è finita a morire a Bandar Abbas-
-Già. Era diventata una perdita economica enorme, una voragine! Pensa, oggi la gente farebbe a pugni per fare una crociera Vintage sulla Mike o sulla Raffaello, ma allora le crociere non erano di moda. Rheza Palhavi, lo Scià di Persia, le aveva pagate in petrodollari sonanti e aveva deciso di farne caserme-scuola per la sua Marina Militare. Le ha ancorate vicino alle basi, di fronte all'isola di Qeshm, nello stretto di Hormoz-
-E tu come sei finito lì?-
-Come ti dicevo, conoscevo la nave perché ero stato Direttore di macchina. La Direzione della Compagnia ha proposto a me e ad altri ufficiali una trasferta per istruire i persiani sulla condotta delle macchine. Naturalmente non hanno calcolato che ci mandavano allo sbaraglio!-

-Nel bel mezzo di una rivoluzione... -
-Hanno detto che non c'era alcun pericolo per noi. Invece gli americani della base lì vicina se l'erano già svignata e tutta la Persia eruttava fuoco e fiamme!-
-Ma, scusa, non ti eri informato prima di partire?-
-Chi si immaginava una situazione come quella, allora?

-Sicché sei andato all’avventura... - dissi con un po’ d’ironia.
Giumìn sembrò adombrarsi
-Certo, siamo partiti senza immaginare che ci cacciavamo in un ginepraio! Ho firmato un contratto di trasferta di tre mesi!-
-Scusa, Giumìn, scherzavo!-
-Appunto! Non c'è da scherzare. Pensa: una pianura di sabbia rossa, sabbia e baracche e poco altro.

La MICHELANGELO E LA RAFFAELLO nella rada di Bandar Abbas (IRAN)



In mezzo a quel nulla una base della Marina persiana, e la magnifica Michelangelo che cominciava a fare la ruggine. E una folla di persone che non ci volevano. Appena scesi a Bandar Abbas il mio amico Galleno, di Chiavari, mi ha detto: “Cosse g'han 'sti chì, Marcheise, da amiàne stortu?”

“Nu u so, Galèn...” ho risposto “a pa: na pignatta c'a bugge!”

La radio parlava di Rivoluzione Islamica-
-Che allora non si sapeva cosa fosse...-
-Già. L'abbiamo capito subito a nostre spese, però!-
Fece una smorfia e disse:
-“Bella Madonna ca-a...” mi ha detto Galleno “l'è mai puscibile che se parte in missile da e Indie u ne vegne propiu a picca: in te braghe a niatri?” Ebbene, andò proprio così!-
Certo, pensai: l'Occidente non aveva realizzato appieno le proporzioni della crisi, o forse aveva fatto finta di nulla. - Cercai di consolare Galleno - disse Giumìn- “Vedrai, quando saremo sistemati a bordo sarà diverso...”. Ci avevano detto che ci saremmo stati accolti dagli ufficiali della Marina persiana, e uno di loro in effetti ci aspettava in coperta, ma capimmo presto che Mustafà, coi suoi baffetti, contava tanto quanto il due di briscola!-
-In che senso, Giumìn?-
-Il nostro ruolo sulla Mike era soltanto di consulenti. Dovevamo in teoria controllare i sistemi della nave e insegnare a mantenerli in attività. In realtà...-
-In realtà vi siete trovati fra l'incudine e il martello...-
-Già. Anche tra gli ufficiali si respirava un'aria sinistra: hai presente la calma prima della tempesta?-
-Io non ho mai navigato, Giumìn, ma spesse volte ho conosciuto la calma prima dei temporali. C'è un'aria particolare, hai ragione!-
-Eh, vabbè...-
Mi fece capire garbatamente che un temporale non è proprio una tempesta...
-Così siamo saliti a parlare con Mustafà-
-L'ufficiale di coperta... -
-Già, il due di briscola. A pensarci oggi, credo fosse solo un poveraccio che cercava di barcamenarsi. Sembrava un don Abbondio coi baffetti, un vaso di coccio tra i vasi di ferro!- -Bella immagine, Giumìn!-
-Grazie. Non mi permetto di giudicarlo, né voglio dire che i suoi colleghi fossero pazzi, ma si sentiva che avevano contro di noi una rabbia atavica. Incomprensibile, soprattutto. Noi non gli avevamo fatto niente, anzi, eravamo lì solo per aiutarli, capisci?-
Credetti di capire il loro smarrimento, e annuii.
Avevo provata una sensazione simile a Sharm El Sheik, nel 2000, mentre leggevo un libro in spiaggia. Sulla copertina campeggiava la figura di un pugnale arabo. Un bagnante del luogo, in vacanza come me, mi aveva rivolto di colpo la parola: “Hey!” mi aveva detto. Gli avevo sorriso e lui... aveva fatto il gesto di estrarre un coltello e colpirmi.
“Un idiota!” avevo pensato, lì per lì, ma l'anno dopo, a settembre, avevo capito il senso del suo gesto.
-Tornando a Mustafà- proseguì Giumìn- ...insomma, pareva che facesse fatica a tenere buoni i suoi. A suo modo era un vero gentleman. Però era un gentleman secondo il costume arabo...-
-Cioè?-
-Diceva sempre di si, va bene, domani, e l'indomani eravamo punto a capo. Gli chiedevo: “Quando arrivano i rifornimenti per noi, Mustafà?” “Tumorru” diceva, e non arrivava un accidente di niente. “Quando arrivano?” chiedevo il giorno dopo “Suun comin, tumorru”-
-E non si arrivava niente!-
-Già, niente di niente. Cercavo di arrivare a un accordo e lui si profondeva in scuse. Spiegava che mancavano i camion, che mancava la gente, che il pesce era scappato via dal Golfo, eccetera. La conclusione era sempre la medesima!-
Ridacchiai:
-Già, l'immagino. “Tumorru”!-
-Certo. Ora, come Direttore di macchina era mio compito approvvigionare la mia gente, ma come avrei potuto, senza rifornimenti? Saremmo morti di fame: io, gli ufficiali e la bassa forza!-
-Mi rendo conto... bloccati lì, dentro a una nave in disarmo, circondati da una folla ostile e numerosa...-
-Per di più anche alcuni tra i miei hanno iniziato a mugugnare. Hai presente i sindacati degli anni '70?-

-Si, me li ricordo-
-Remavano contro, pretendevano, volevano scioperare. Non capivano che bastava incrinare appena il vetro per farci fare tutti a pezzi!-
-Contro il loro stesso interesse?-
-Già, non è incredibile? Facevano assemblea, contro il “Padrone”-
Sorrisi:
-Che eri tu?-
-Che ero io, capisci? Mi ci vedi?-
Giumin è l'uomo più mite che si possa immaginare, sempre pronto a comprendere e a mettere pace. Provai a figurarmelo circondato da cialtroni e fanatici. Si, pensai, doveva essere stata ben dura, per lui!
-Insomma, gli bolliva la “bujacca”, di qua e di là... bolliva la nostra e bolliva la loro. Tutto contribuiva a logorarmi i nervi! La Compagnia continuava ad assicurarci aiuto, protezione, bla bla... consigliava di fidarci degli ufficiali persiani!-
-Cioè di Mustafà!-
-Si, Mustafà!-
Fece una smorfia.
-Cos'hai fatto, allora?-
-E' successo un miracolo! Al culmine delle disgrazie sono arrivati Pasquariello e il pick up della base americana, che non si sa come era rimasto a nostra disposizione, e funzionava...-
-Chi era Pasquariello?-
-Pasquariello Carmine, da Torre del Greco, un genio. Fu la Madonna a suscitarlo, proprio quando non sapevo più dove sbattere la testa. Venne a trovarmi una sera, in cabina. “Comandante Marchese”, disse, “chisti ce vonno fammurì!

Chista è fame...” “E allora che cosa proponi?” ho detto io “Perché non andiamo a comprare al mercato?” ha detto lui, e io ho riposto “come si fa ad andare a comprare al mercato tipo massaie, in un casino come questo?” Eppure, in quei momenti qualcosa scatta. Quando ci hai pensato tanto arrivi a capire che pensare non serve a nulla. C'era naturalmente il pericolo che ci facessero fuori, ma la fame è una molla potente, sai?-
-Il ragionamento non fa una grinza!-
-Avevo il vantaggio dei dollari. Come responsabile degli uomini tenevo la cassa della Compagnia, per pagare i rifornimenti a Mustafà!-
Spalancai gli occhi, incredulo:
-Sei uscito fuori di lì coi dollari addosso?-
-Per forza. Con cosa potevo pagare? Avevo una cintura porta soldi coi soldi. Io, Pasquariello, e il Pick up. Lui comprava e io pagavo-
Sgranai gli occhi:
-Voi due soli?-
-Proprio così. Ma non fu merito mio. Fu l'abilità di Pasquariello a salvarci la vita. Cominciò a concionare coi venditori del mercato, pescatori, ortolani, macellai, pollaioli...-
-Ma come faceva? Parlava l'arabo?-
-Macché, parlava in napoletano! E quelli lo capivano, cioè, in qualche modo si capivano! Litigavano, contrattavano, tiravano sul prezzo e alla fine è avvenuto il miracolo!-
- Cioè?-
-Lo stimarono!-
-Per i dollari?-
-Mah, anche! Credo però che non fosse solo per quello. Gli arabi hanno un talento commerciale, lo sai...-

-Già-
-Hanno riconosciuto il talento del commerciante! Ti ho sempre detto che i napoletani sono un grande popolo, che si mette in moto nei momenti di necessità...-
Giumìn stimava molto le doti partenopee. “Grandi doti e gran difetti”, diceva.
-Dopo tre o quattro giorni abbozzava a capirsi sui prezzi, e dopo dieci rispondeva pure in arabo. Io l’aspettavo chiuso nella Jeep e pregavo che riuscissimo a portare al cuoco abbastanza da mangiare per tutti!-
-E ci siete riusciti!-
-Foscia!... dopo una settimana venivano ad aspettarci fuori dalla nave con le mercanzie. Quanto pesce, e buono! Alla fine arrivava di tutto, pane, uova, carne di montone e d'agnello!-
Sgranai gli occhi.
-Alla fine quasi mi divertivo. “Quasi”, bada! La sera io facevo la lista della spesa dell’indomani, poi me la mettevo nel taschino della giubba e salivo sul ponte a parlare a Mustafà. Gli chiedevo i viveri per l'indomani, e lui
diceva ...-
-“Tumorru”, credo...-
-Già, tumorru, suun, gias coming..., e iniziava la discussione che durava circa mezz'ora. Alla fine mi chiedeva le palanche dei rifornimenti, e ricominciava la discussione. Altra mezz’ora. Lui mi chiedeva di nuovo i soldi, e io...-
Scoppiai a ridere:
-E tu gli rispondevi ... tumorru, suun, jast comin ...-
Annuì ridendo:
-Si. L'indomani andavamo al mercato e tornavamo coi rifornimenti freschi. Messi a posto gli stomaci, tutto si calmò. Gli ufficiali iraniani si massaggiavano la pancia nel sentire il profumo della cucina e ci chiedevano qualche piatto!-
-Ma Mustafà non ci faceva la figura del fesso?-

-Vai a capire! Si instaurò un quieto vivere tipicamente arabo. Mustafà sapeva che io sapevo, e io sapevo che lui sapeva. Discutevamo seriamente ogni sera e ogni mattina, io gli chiedevo i rifornimenti e lui mi chiedeva i soldi!- -Voleva il pizzo?-

-Macché, era miliardario di famiglia! Era una pura questione di forma. Quando usciva faceva sempre in modo che qualcuno dei suoi sentisse che mi chiedeva i soldi. Diventò una specie di canzonetta. I miei lo chiamavano “U Tumorru”. “Cosse u t'ha ditu staseia u Tumorru?”- mi chiedeva Galleno. “Taxi, c'u te sente!” gli rispondevo io “Figurite se u capisce u zeneize?”-
-E tu?-
-Io gli davo la risposta più logica: “Manimàn u ghe l'ha imparou u Pasquarìn!”-
Finalmente Giumin rise davvero:
-Ti sei divertito, in buona fine!-
-Macché! A questo punto ci si sono messi quei “macacchi” che c'erano tra di noi, a farmi tribolare!-
-I sindacalisti?-
-Già. Alcuni erano vere carogne e sobillavano gli altri col loro atteggiamento. Ma io ormai mi ero scafato-
-Cos'hai combinato, Giumìn?-
-All'ennesima assemblea, quando hanno minacciato di andarsene, invece di mettere pace come al solito...-
-...li hai mandati a quel paese!-
-Macché! Li ho invitati a partire... ho che nessuno li avrebbe trattenuti. Così hanno fatto marcia indietro, e si sono messi la lingua in tasca!-
Giumìn, vero gentleman, non avrebbe mai detto dove si erano messi davvero la lingua...
-Il peggiore di tutti, un tuo conterraneo di Sestri, l'ho anche incontrato dal barbiere, pochi mesi fa. Vecchio io, vecchio lui. Pontificava con le mani in tasca, sbruffone come allora. Mi ha riconosciuto e se l'è squagliata. Aveva paura che raccontassi al barbiere la brutta figura che ha fatto! Se ne ricorda ancora!-
Era tutto contento che quel macacco se ne ricordasse ancora!
Il che mi fece piacere, e mi fece sperare con tutto il cuore che non considerasse anche me un macacco per averlo trapiantato a Sestri ponente, paese di ferri arrugginiti, dalla sua amata Pra, terra di basilico
-Galleno gli aggiunse pure un insulto, tanto preciso che non te lo posso ripetere. Comunque finalmente arrivammo al termine del nostro turno. Avevo perso dieci chili, ero magro e smilzo come quando è finita la guerra, nel '45. Quando l'aereo è decollato, ti giuro, ho visto tutti farsi un segno della Croce. Tutti quanti. Anche i comunisti, di nascosto!- -Che avventura!- ho detto.
-Ah!- ha aggiunto poi- Non ti ho ancora raccontato il meglio! I “filetti del Montana”!-
-Filetti del Montana? In mezzo al deserto?-
-La base americana aveva dei rifornimenti che i marines non avevano fatto in tempo ad evacuare, e le celle frigorifere si stavano scaricando. Una sera è salito a parlarmi Pasquariello: “Comandante Marchese” ha detto “alla base ci sta un mucchio di carne che tra poco va a male. Potremmo portarla qui...” “Qui? E’ imposs...?” Mi sono fermato subito, però, sia perché ci aveva salvato la vita, sia perché da quella bocca non potevano uscire che lampi di genio. “Spiegati!” gli ho detto “Comandante, gli arabi non mangiano quella carne perché è macellata nel sangue!” “E quindi, a noi cosa c’importa... Pasquariello?” gli ho detto. “E’ di prima qualità” ha detto lui “un bendidio, comandante!” E io: “Quanta ce n'è?” “Una, due...” “Due quintali? “No, ehm...” ha detto “tonnellate... forse quattro!” “Quattro tonn...!” “Ehm, comandante, che vi devo dire? Quando la carne è in padella non si capisce più com'è stata macellata” “E allora?”ho detto “Ecco, ci sta a Hormoz 'nu paesano che tiene il ristorante e l'albergo. Se si porta via i filetti tutti assieme dà nell'occhio, ma se li viene a prendere qui poco a poco... comandà, se le celle si spengono tutto quel bendidio va a male. Le nostre funzionano ancora bene...” -

-Ah, ho capito! S’era messo d’accordo con paesano!-
-Sai cosa ho fatto? Mi sono tolto il berretto con la visiera e mi sono grattato la testa!-
-Ti prudeva la testa? -
-No. Non volevo fargli capire che mi levavo tanto di cappello!-
Ho annuito, d’accordo con lui.
-Comunque ci sbafammo un mucchio di carne del Montana e io recuperai una parte del peso che avevo perso. Ne portammo anche a quelli della Raffaello, che stavano peggio di noi. In più quel bravo ragazzo di Pasquariello ci portò, per riconoscenza del suo paesano di Hormoz, un po' di “formaggio!”-
Stetti a lungo con gli occhi spalancati, poi compresi: -Formaggio? Ah, ho capito!-
-“Formaggio”, si. Così la storia ebbe un lieto fine, ti pare?- -Beh, mi pare proprio di si- -Soprattutto tornammo a casa salvi!-
-Aveste dei fastidi durante il viaggio di ritorno? Se non erro i diplomatici dell'ambasciata americana sono stati sequestrati in quel periodo...-
-No, per fortuna non è successo niente. Solo durante il trasferimento all’aeroporto abbiamo assistito a una cosa orribile! La lapidazione di una donna! Sentivamo le urla di terrore della donna e il ringhio della folla inferocita. Sembravano gli ebrei che gridano “Barabba”! Quando penso alla Passione di Gesù risento sempre l'urlo di quella folla, e le implorazioni della sventurata...-
Giumìn abbassò la testa sul collo e ci pensò su, poi la rialzò di scatto e i suoi occhi presero un'espressione intensa:
-La folla è bestiale, caro mio... sembrava di stare in un girone dell'inferno, coi diavoli che ballano la giga. Poi il nostro autobus è stato preso a sassate, e io mi sono sentito un verme-
-Un verme? E perché?-
-Perché pregavo che non finissimo come quella donna...- -Già!-
-Per fortuna però siamo ripartiti, e quella banda di folli è sparita alla nostra vista. Fin quando l'apparecchio non ha staccato le ruote da terra, però, te lo giuro, nel mio didietro non ci sarebbe passato neanche un filo di ragnatela!- Sospirò, e io sospirai con lui.
-Beviamoci sopra, Giumìn, è passata!-
La sera d'estate era scesa, magica, e si era levato un vento fresco.

Fine.

CARLO LUCARDI

Rapallo, 9 Ducembre 2019


DESIDERIO

 

DESIDERIO


Il gruppo dei ragazzi sostava irrequieto nella piazzetta davanti a un bar dove avevano già consumato l’apericena ed ora  dovevano decidere dove andare a finire la serata.

- Ma è così difficile scegliere, per me c’è una scelta sola: la discoteca - sbottò Marco.

- Allora io non vengo - disse Maria ho promesso a mio padre, che non era prevista la discoteca ed ora voglio tener fede alla mia promessa, poi neanche mi piace la discoteca.

- Ma, come parli? Sembra che stai facendo i voti per farti suora. -

- Mi hai capito lo stesso. -

- Cosa non ti piace della discoteca – le chiede Andrea.

- Tutto quel baccano, quel saltellare da soli sulla pista, io la trovo alienante. -

- Cosa ci vuole per accontentare tutti? Io un’idea ce l’avrei. Guardate che mare, sembra che si sia vestito da sera con quella strada dorata dove si specchiano le stelle. - dice Chiara.

- Ecco, ha parlato la poetessa - borbotta Stefano - secondo te stiamo tutta la sera a guardare il mare?

- Ci facciamo il bagno, scemo. -

Maria si sente fuori posto e non vorrebbe deludere Andrea, che le piace, ma il bagno di notte! -

- Non abbiamo il costume.. - prova a dire Maria.

- Mutandine e reggiseno li hai è come un bikini. -

Intanto tre ragazze entusiaste dell’idea si sono già buttate in mare, ma nude.

Maria capisce che non ha più scuse se vuol continuare a frequentare Andrea,  mette il vestitino su uno scoglio ed entra.

Che esperienza galleggiare, sentirsi leggera, il mare potente e così delicato.
- Allora ti piace - dice Andrea – vedi quanto siamo sciocchi, se chiedi in giro la maggior parte delle persone non ha mai fatto il bagno in mare di notte. Ora però vieni un po’ qui. -

I ragazzi si abbracciano e Andrea, con il tono stupito chiede: - Ma, sei senza reggiseno.-

- Ti dispiace? - Figurati, non ho mai visto colline così belle! – Ecco io starei tutta la vita, così,   come sono adesso, con la testa appoggiata sulla tua collinetta, magari dove si tocca, perché sto per affogare. –

Maria si sente come un libro ancora da sfogliare, un fulmine benefico l’ha percorsa dalla punta dei piedi sino alle ciglia, facendola assomigliare a un frutto ancora acerbo sulla via della maturazione.

- E’ meglio che torniamo a riva.  - dicono insieme e con una bella risata finiscono la serata.

 


di ADA BOTTINI


Rapallo, 11 Ottobre 2019



IL PERIMETRO

 

SAN BENEDETTO DA NORCIA: IL PATRONO D’EUROPA

La dott.ssa Selene CATENA ci dona la sua originale interpretazione  dell'ultimo libro di Paolo Rumiz: IL FILO INFINITO che ci conduce in pellegrinaggio sul sentiero europeo dei monasteri benedettini. Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa che l’autore ha cercato nelle abbazie dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre.

Un viaggio affascinante nella storia che trova ancora oggi la sua attualità.

Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate di violenza spietate, pagane. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono.

Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione.

Gli uomini che le abitano vivono secondo una Regola più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei padri: quelle nere tonache ci dicono che l’Europa é, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni…

E da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa portentosa spinta alla ricostruzione dell’Europa?

Dopo la lettura di questo libro, forse per un’incorreggibile deformazione professionale, é cresciuta in me la convinzione che le navi siano dei monasteri naviganti molto simili alle abbazie di cui si occupa Paolo Rumiz nel suo libro. Lontano dai poteri centralizzati e dalle insidiose ideologie dei partiti, il potere a bordo di una nave é demandato al suo Comandante il quale, quando assume l’atteggiamento del pater familiae, riesce a conciliare nella formula: ora et labora, lo spirito di sacrificio, il rispetto reciproco, la socialità e la produttività anche quando tutte le religioni e le etnie di questo mondo s’incontrano e non si scontrano come succede sulla terraferma ad ogni latitudine.

Il mondo del mare è uno scrigno millenario colmo di tesori ed insegnamenti, il più vicino alle REGOLE di S.Benedetto! Ma quanti lo conoscono?

di Carlo Gatti

 

IL PERIMETRO

di Selene CATENA

Come in un gioco di specchi, un pensiero stamattina stenta a guardarsi, a tastarsi, a prendere coscienza di sé, stenta a ritrovare la propria immagine primigenia, origine e fine di ogni altra riflessa.

“La felicità sta nel perimetro”

Paolo Rumiz “IL FILO INFINITO”. Feltrinelli. Pag. 29

“Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?”


Qualcosa in me si ritira, ogni mano su un orecchio, ad attutire uno stridio.

Quando ero piccola, sei sette anni, passavo tutta l’estate a casa dei nonni, sul mare.


 

Tra la porta di casa e la spiaggia c’era, e c’è ancora, uno spiazzo di qualche metro, tutto di cemento. Per un lungo periodo, non ho mai capito perché né perché quel periodo sia poi finito, mentre giocavo, tutti i pomeriggi, cadevo. Da sola. Sulle ginocchia.

Non si piangeva. Faccio parte di una sottopopolazione dell’infanzia degli anni settanta forgiata su modelli educativi autoreferenzianti, per cui se cadi o sbagli non devi piangere. Un po’ di saliva sul ginocchio, ti rialzi, con l’idea serpeggiante che se stai male te la sei cercata. Piuttosto ti accerti che non ci siano testimoni.

Così le ginocchia sembravano mappe per isole del tesoro: croste dalle forme irregolari, con tonalità migranti dal vermiglio al ruggine, finite di stampare solo ai primi d’ottobre, quando le articolazioni rientravano negli abiti e andavano in letargo.

Ecco.

“La felicità sta nel perimetro”


La frase mi fa ritrarre, come se inavvertitamente qualcuno avesse sfiorato quel mio ginocchio estivo di quarantaquattro anni fa.

Salto, schivo, scivolo in una sorta di black out percettivo.

Solo dopo, come gli occhi delle lumache, timidi, torno su. E sbircio che succede.

Da adulta feroce paladina degli spazi aperti, del no-border, non come sistema ma come unica possibilità di vita, quella di fuga non è una risposta. E’ una reazione, dunque, in quanto tale, l’unica possibile.

E’ per questo che ci torno su e ci ronzo attorno, come una falena innamorata dell’inestinguibile fiamma della curiosità prodotta dal ‘diverso da me’.

Con una sorta di ossimoro percettivo, qualcosa si apre ad accogliere un’idea di apparente chiusura, annusandone la familiarità del retrogusto.

E’ vero. La felicità sta nel perimetro.

Il pensiero nel gioco di specchi comincia a ritrovarsi: una catenina, sottile, lunghezza media, senza pendagli, attorno al collo esile di donna di mezza età. E’ la prima idea di perimetro che mi si accampa in testa. Ed é subito un elogio alla bellezza, non c’è sfumatura di contrazione o di confine.

Piuttosto il sentore di un’esaltazione dell’umano, un perimetro d’argento che avvolgendola potenzia la visibilità della grazia emanata.

Ed é così che finalmente si ritrova e, placida, si mette a sedere negli occhi, l’immagine primigenia, il perimetro dei perimetri: la pelle.

Il confine per cui veniamo al mondo, per cui possiamo essere io e non tu o loro o tutti.

Il perimetro che permette di esserci, sperimentare, vivere, con tutti i disordini che si creano, su ciò che vuoi farci entrare dentro e cosa vuoi lasciare fuori.

La morbida linea che fa si che tu sia chi sei.

E la divisione puoi percepirla per quella che è: l’ennesima illusione ottica. La Vita si ritaglia in corpi di pelle per poter giocare e interagire con sé stessa, in una festa che rischi di perderti, se credi agli specchi.

Invece siamo tutti invitati alla festa.

Tanti perimetri di pelle di luce.

 

Selene CATENA

Ortona, 24 Luglio 2019