LA MADONNA DEI MARINAI - Bernardo strozzi
MADONNA IMMACOLATA CONCEZIONE
A cura di Gatti Carlo per la Festa della Madonna Immacolata Concezione
Il dogma dell'Immacolata Concezione è un dogma della Chiesa cattolica, proclamato da papa Beato Pio IX l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, il quale afferma che la Vergine Maria fu preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.
LA MADONNA DEI MARINAI

di Bernardo Strozzi in Sant'Ambrogio a Voltri
L'affascinante storia e il significato del quadro realizzato da Bernardo Strozzi per i marinai e tutta la gente di mare di Voltri. La tela, connotata da una straordinaria libertà del segno pittorico e una notevole ricchezza cromatica, costituì da subito un importante termine di confronto per i vari artisti genovesi operanti dagli anni ’20 del Seicento.
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APPROFONDIMENTI SULLA TELA
Dalla relazione del dott. Gianluca Zanelli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Relazione scritta per presentare l'opera, in vista dell'ultimo restauro del 2012:
Bernardo Strozzi
(Genova 1581/82 – Venezia 1644)
Madonna col Bambino e i Santi Erasmo, Chiara e Nicolò
Olio su tela, cm 250 x 166
Collocata in origine sull’altare dedicato a Sant’Erasmo, protettore dei naviganti, nell’Ottocento la tela venne trasferita sull’altare dedicato a San Giovanni. Stilisticamente l’opera palesa una datazione agli anni Venti del XVII secolo, riferimento cronologico che concorda pienamente con le vicende costruttive che interessarono l’interno della chiesa tra il 1620 e il 1629. Di recente è stata avanzata la proposta che il dipinto possa essere stato realizzato da Bernardo Strozzi al suo rientro da un viaggio romano, collocato intorno al 1625, in considerazione del fatto che nella composizione sono presenti alcune suggestioni desunte dall’attività romana del pittore emiliano Giovanni Lanfranco, in particolare la struttura compositiva e la monumentalità conferita ai personaggi. Come già sottolineato, la tela, connotata da una straordinaria libertà del segno pittorico e una rara ricchezza cromatica, costituì da subito un importante termine di confronto per vari artisti genovesi, tra i quali Luciano Borzone, nella cui Apparizione della Vergine a san Bernardo, databile al 1629, sono evidenti precisi rimandi all’immagine scaturita dal pennello di Strozzi.
Bibliografia essenziale:
B.Ciliento, Voltri: Chiesa di Sant’Ambrogio, Genova 1979, p. 6.
F.R. Pesenti, La pittura in Liguria. Artisti del primo Seicento, Genova 1986, pp. 61-63.
M.C. Galassi, Documenti figurativi per un soggiorno romano di Bernardo Strozzi, in “Bollettino dei Musei Civici Genovesi”, 40-42, 1992, p. 49.
M.C. Galassi in Bernardo Strozzi. Genova 1581/82 – Venezia 1644, catalogo della mostra (Genova), a cura di E. Gavazza, G. Nepi Sciré, G. Rotondi Terminiello, Milano 1995, cat. 48, pp. 194-195.
Rapallo: "Liguria delle Arti" a San Maurizio di Monti
focus sul dipinto di Bernardo Strozzi
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Madonna Odigitria
Sabato 2 agosto alle ore 21, Liguria delle Arti raggiunge Rapallo, nella frazione di San Maurizio di Monti, per godere insieme al pubblico di una grande opera d’arte firmata dal genio di Bernardo Strozzi, artista esposto al Prado di Madrid, come alla National Gallery di Londra o all’Ermitage di San Pietroburgo.
Camminare dentro la bellezza eleva lo spirito, aiuta a riflettere e a concepire grandi pensieri, come sosteneva Nietzsche che, visitata Rapallo, se ne innamorò tanto da tornarci più volte fra il 1880 e il 1885, così come fece il celebre pittore Vasilij Kandinskij.
Il più grande filosofo del XIX secolo e uno dei maggiori artisti del ‘900 sono in ottima compagnia di scrittori come Ernest Hemingway e Luciano Bianciardi, di poeti come Ezra Pound, Eugenio Montale e William Butler Yeats, tutti sedotti da questa località abbracciata da un mare stupendo, ricca di fascino, ancora oggi molto nota a livello internazionale.
Liguria delle Arti prende la via che conduce alla frazione San Maurizio di Monti. Lì, a circa 300 metri sul livello del mare, immersa tra ulivi, c’è l’omonima Chiesa in cui è conservato il dipinto protagonista di questo evento: l’Apparizione della Madonna Odigitria, termine di origine bizantino che significa “Colei che indica la via”, firmata da un giovane Bernardo Strozzi, probabilmente intorno al 1610.
Un dipinto di inestimabile valore che è stato “scoperto” per caso, durante un restauro nei primi anni ’90 del secolo scorso. La rocambolesca storia del ritrovamento e quella del grande artista ligure, divenuto uno dei maggiori esponenti italiani della pittura barocca, saranno raccontate dalla storica dell’arte Irene Fava.
LOUVRE

Portrait de jeune homme - Louvre site des collections
https://collections.louvre.fr › ark:
Strozzi Bernardo dit aussi Il Capucino Genovese, Il Prete Genovese, (Gênes, 1581 - Venise, 1644) Italie École de. Description.
Bernardo Strozzi è presente a:
- Parigi (Museo del Prado-Madrid) con l'opera "Un uomo con un cappello" (ca. 1630-1635)
-mentre la National Gallery di Londra ospita un suo dipinto, "Allegoria della fama" (ca. 1635).
- Altri musei nel mondo, come ad esempio il Museo dell'Hermitage di San Pietroburgo, potrebbero avere altre opere, ma non ci sono conferme specifiche nelle fonti.
BERNARDO STROZZI
La vita e le opere
https://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_Strozzi
Rapallo, 8 Dicembre 2025
LUNAZIONI, STAGIONI E SEGNI ZODIACALI DEL 2026
Associazione Culturale il Sestante

Il S.T.V Vincenzo GAGGERO ci invia le
LUNAZIONI, STAGIONI E SEGNI ZODIACALI
2026


IL DIRETTIVO DI MARE NOSTRUM RAPALLO

RINGRAZIA E AUGURA BUONE FESTIVITA'
2025 / 2026
GENOVA - PALAZZO TURSI, UNA PORTA ANTICA CHE GUARDA AL FUTURO
GENOVA - PALAZZO TURSI, UNA PORTA ANTICA CHE GUARDA AL FUTURO

GENOVA - VIA GARIBALDI
PREMESSA:
Non ero mai stato a Palazzo Tursi. Lo avevo incontrato su libri e fotografie, ma entrarci davvero è stato come varcare una soglia viva.

La cerimonia nuziale di Chiara e Anders si è svolta al terzo piano, nel maestoso Salone di Rappresentanza, (foto sopra), e lì ho avuto la sensazione precisa di trovarmi nel cuore segreto della genovesità.
Genova ha già molti simboli che parlano la sua lingua:
la Lanterna che veglia su venti chilometri di porto,
la Casa di Colombo,
la Cattedrale di San Lorenzo,
la fiera Torre degli Embriaci,
e mille altri sguardi di pietra rivolti al mare.
Eppure, in quel salone, c’è qualcosa di diverso: c’è lo spirito stesso di coloro che hanno fatto grande Genova.
- Il soffitto affrescato sembra sollevarsi verso un cielo domestico;
- Il grande lampadario, come una costellazione sospesa, diffonde una luce antica e morbida.
- Sulle pareti laterali, i navigatori osservano in silenzio, custodi muti delle rotte che hanno unito continenti.
- Al centro, dietro al celebrante, il gonfalone di Genova veglia sulla scena, mentre un semplice tavolo di legno, con quattro sedie per sposi e testimoni, ricorda che la solennità nasce sempre dalle cose essenziali.
- Ai lati, due busti si ergono come fari nella memoria: Garibaldi e Mazzini.
È come se fossero ancora lì, testimoni di un’idea di libertà che non ha mai smesso di camminare per l’Europa.
E sì, forse farà sorridere qualcuno, ma ho avuto la sensazione di trovarmi in una piccola Cappella Sistina genovese: non per la grandiosità pittorica, ma per la forza degli spiriti liberi che sembravano riuniti in un unico abbraccio.
Colombo e Vespucci con i loro oceani,
Mazzini e Garibaldi con le loro visioni,
Paganini con il suo violino che ancora vibra tra le pareti.
Uomini che hanno osato guardare oltre, che hanno varcato orizzonti sconosciuti donando al mondo idee, arte, libertà.
Genova, la sua Porta sul Mondo
Tra le tante eredità che questi grandi figli di Genova ci hanno consegnato, ce n’è una che ancora oggi respiriamo come un vento costante: il porto.
Un luogo che non è semplice infrastruttura, ma la vera Porta della città sul mondo.
Genova non ha mai vissuto il mare come separazione, ma come legame. Ha sempre guardato alle altre sponde con uno sguardo accogliente, fraterno, curioso.
Questo sguardo ha permesso ai mercanti di intrecciare rotte, ai naviganti di partire senza paura, agli artisti di respirare mondi lontani.
È uno sguardo che ancora oggi vive nelle poesie e nelle canzoni dei figli più sensibili della città.
Amare Genova significa questo:
stare dalla parte dell’incontro tra i popoli, credere nell’accoglienza, nei commerci che generano cultura, nel mare come luogo di benessere e di dialogo.
L'8 dicembre è la Festa dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Si tratta di una delle più importanti feste mariane del calendario liturgico della Chiesa cattolica e noi, marinai portuali e d'Altura genovesi, la commemoriamo così:
MADONNA REGINA DI GENOVA
La Madre di tutti i naviganti

E pensando al porto, non posso dimenticare coloro che quella Porta sul Mondo la aprono, la custodiscono e la difendono ogni giorno: i Piloti del Porto.
Davanti alle loro torri, da oltre quattro secoli, li accompagna una figura antica e rassicurante: la Madonna dei Piloti, scolpita da Bernardo Carlone intorno al 1638.
Una Madre di tutti, che guarda il mare senza stancarsi mai, salutando ogni nave che entra e ogni nave che esce dall’imboccatura del porto come figli da proteggere, senza distinzioni di bandiera o di fede.
Per i piloti, quella statua è più di un simbolo: è un compagno silenzioso di ogni manovra, di ogni notte di vento, di ogni arrivo e di ogni partenza.
È un messaggio che attraversa i secoli:
“siamo tutti figli dello stesso mare”
Ed è forse per questo che Genova continua, ancora oggi, a essere un abbraccio aperto verso il mondo.
Una città che accoglie, che protegge, che ricorda ai suoi naviganti – e ai viaggiatori di ogni tempo – che il mare non divide: il mare unisce.
VIA GARIBALDI, IL SALOTTO DI GENOVA....
la "Strada Nuova" di Genova oggi si chiama Via Garibaldi. Fu realizzata nel XVI secolo e conosciuta originariamente anche come "Via Aurea" prima di essere intitolata a Giuseppe Garibaldi, l’anno della sua morte, nel 1882.
"Strada Nuova": il nome originale dato al momento della sua costruzione nel Cinquecento per creare un quartiere prestigioso.
"Via Aurea": un nome che le fu dato in seguito per la sua magnificenza.
Le famiglie aristocratiche genovesi che gestirono la Via Nuova, (Via Garibaldi) come gli Spinola e i Doria, ebbero periodi di forte competizione e scontro, ma anche di alleanza e collaborazione. La loro storia è caratterizzata da un'alternanza di conflitti interni e guerre tra fazioni (ghibellini contro guelfi), anche se spesso si alleavano contro nemici esterni, come pisani o veneziani, e gestivano la città attraverso sistemi di co-governo e rivalità.
Le principali famiglie che hanno legato il loro nome a Palazzo Tursi sono i Grimaldi, che lo costruirono inizialmente, e i Doria, che ne completarono l'edificazione, tanto che oggi è noto anche come Palazzo Doria-Tursi.
Prima o poi tutti si chiedono:
Perché si chiama Palazzo Tursi ?
Andrea Doria, principe di Melfi, che desiderava una dimora prestigiosa come quella per destinarla al ramo cadetto della propria discendenza, quello di Carlo I Doria del Carretto, duca di Tursi (1576-1649), il cui predicato nobiliare è quello tuttora utilizzato per denominare il palazzo.
Si può aggiungere che la parola Tursi si riferisce principalmente a un comune in provincia di Matera, noto per il suo antico borgo saraceno, la Rabatana, e per essere il paese natale del poeta Albino Pierro. Le ipotesi sull'origine del toponimo sono diverse e spaziano dal greco "torre" (da cui "týrsis") a nomi propri di origine bizantina o saracena, come "Turcico".
PALAZZO TURSI
IL MUNICIPIO DI GENOVA
Il palazzo del Municipio di Genova, Palazzo Doria Tursi, in Via Garibaldi.


Palazzo di Niccolò Grimaldi
(Palazzo Tursi)
La facciata con la pietra rosa di Finale, l'ardesia della Valfontanabuona dal colore grigio-nero e il marmo bianco di Carrara.
La Scala

Il cortile rettangolare sopraelevato su due piani

Spazio confinante con il giardino inferiore di Palazzo Rosso
MUSEI DI STRADA NUOVA
Patrimonio dell'Umanità UNESCO
Nella straordinaria cornice di Via Garibaldi, la magnifica "Strada Nuova" rinascimentale e barocca tracciata a metà Cinquecento per ospitare le dimore della ricca e potente aristocrazia cittadina, un singolare percorso museale collega tre palazzi e costituisce il maggiore museo di arte antica in città.
Palazzo Rosso è una "casa-museo" dove rivive il fascino della dimora seicentesca che ancora ospita le ricche collezioni d'arte e gli arredi storici della famiglia Brignole-Sale in ambienti sontuosamente decorati da affreschi e stucchi.
Palazzo Bianco è la principale pinacoteca della Liguria, capace di offrire uno spaccato ricco e articolato della scuola pittorica ligure dal Cinquecento, con aperture di alto livello alle realtà fiamminga, spagnola e italiana. Il nuovo collegamento tra Palazzo Bianco e Palazzo Tursi attraversa il sito dove si ergeva la chiesa del distrutto convento di San Francesco di Castelletto, di cui si vedono i resti in un contesto suggestivo e assolutamente unico.
Palazzo Doria-Tursi, che oggi ospita anche il Municipio, nacque come la più grandiosa residenza privata costruita in città nel cosiddetto “Secolo dei Genovesi”. Qui si conclude il percorso dedicato alla pittura del XVIII secolo e il visitatore trova una ricca selezione di opere d'arte decorativa e applicata: arazzi, ceramiche genovesi, monete, pesi e misure ufficiali dell’antica Repubblica di Genova.
È qui che si conservano anche i violini storici di Nicolò Paganini, tra cui il celebre "Cannone Guarneri".
Il percorso dei Musei di Strada Nuova, che consta di oltre settantacinque sale, si snoda su diversi livelli tra corti, loggiati, giardini e terrazze. È intervallato così da tanti panorami mozzafiato sulla città e sul centro.
Le 10 meraviglie
I Musei di Strada Nuova conservano dipinti, sculture e arti applicate dal Cinquecento all’Ottocento.
La strepitosa quadreria della famiglia Brignole-Sale, negli ambienti affrescati di Palazzo Rosso.
La ricca pinacoteca di Palazzo Bianco custodiscono capolavori di pittura veneta del Rinascimento, da Palma il Vecchio a Veronese, di pittura italiana di primo Seicento, da Caravaggio a Guido Reni e Guercino, oltre alla rassegna più completa in Liguria di pittura nordica di Cinque e Seicento e a un nucleo fondamentale di ritratti di Anton van Dyck.
L’allestimento è segnato dal magistrale intervento museografico dell’architetto Franco Albini di metà Novecento.
Da non perdere, a Palazzo Tursi, una scultura di Antonio Canova e gli spazi dedicati ai cimeli e al violino di Nicolò Paganini: un Guarneri del Gesù.

Antonio Canova, “La Maddalena Penitente”

Il violino costruito nel 1743 dal liutaio italiano, Bartolomeo Giuseppe Guarneri e appartenuto a Niccolò Paganini e detto Il Cannone


Palazzo Doria-Tursi
Musei di Strada Nuova

Liguria: Collezione ceramiche, vasi farmaceutici di luppolo ed altri - XVII secolo

Alessandro Magnasco, Trattenimento in un giardino d'Albaro
Salone di Rappresentanza, il soffitto

Francesco Gandolfi, “Cristoforo Colombo alla Corte di Spagna” (1862). Affresco sul soffitto del Salone di Rappresentanza di Palazzo Doria Tursi a Genova.
Quanta STORIA LIGUSTIGA su quei muri.....

Il grande lampadario che domina il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi ha una storia legata alla sua installazione nel tardo Ottocento e alla sua provenienza. Originariamente apparteneva a un altro palazzo genovese, Palazzo Brignole-Sale, (oggi Palazzo Rosso) ed è stato spostato nel palazzo dei Doria Tursi nel 1892.

Sotto il gonfalone di Genova, con ai lati i busti di Mazzini e Garibaldi, il Sindaco unisce in matrimonio gli SPOSI ognuno dei quali ha il proprio testimone accanto.

Rubens - Palazzi di
Genova, 1622
Peter Paul Rubens - Université de Heidelberg (Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg)
RINGRAZIO TRIPADVISOR ed I suoi Viaggiatori
che ci hanno permesso d’illustrare, a scopo divulgativo, il nostro “servizio” su Palazzo Tursi e dintorni....
RIFERIMENTI:
PALAZZO TURSI
https://it.wikipedia.org/wiki/Tursi
SALONE DI RAPPRESENTANZA
https://www.instagram.com/reel/DFXQsm4I1KK/
SUI MURI DEL SALONE DI RAPPRESENTANZA
https://www.genova24.it/wp-content/uploads/2021/12/visita-aac.pdf
Carlo GATTI
Rapallo, 3 dicembre 2025
PERCHE' DUBROVNIK?
PERCHE’ DUBROVNIK ?

PREMESSA:
Dubrovnik (ex Ragusa), oggi è una perla turistica di prima grandezza per la sua combinazione unica di patrimonio storico e culturale, bellezze naturali e rinascita turistica. La città vanta un centro storico, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, con mura medievali perfettamente conservate, e un ambiente mozzafiato costeggiato dalle acque cristalline del Mar Adriatico. La sua fama globale è stata ulteriormente alimentata dalla sua apparizione come set cinematografico di serie come "Il Trono di Spade".
Dubrovnik non è considerata una delle tradizionali Repubbliche Marinare italiane, che includono Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, nonostante fosse una potente repubblica marittima adriatica.
La distinzione si basa principalmente sulla sua storia e sul contesto geografico; Dubrovnik ha mantenuto la sua indipendenza e il controllo dei commerci, ma non è inclusa nel ciclo storico delle repubbliche marittime italiane.
Sono passati molti anni, e la memoria — birbante compagna di viaggio — non sa più dirmi con certezza su quale nave ero imbarcato, ma una cosa non l’ho mai dimenticata: quel nuotatore che, respirando solo a destra, non si accorgeva che un transatlantico gli stava venendo incontro a poche centinaia di metri, mentre avanzava con elegante souplesse — come si diceva allora, per far bella figura — verso l’altra sponda del canale di Dubrovnik.
Non ero un fenomeno… ma giovane sì, e con gli occhi buoni! Sul ponte di comando gli ufficiali si erano radunati, distratti, in attesa del pilota portuale alla biscaglina, pronti a raggiungere i posti di manovra. Sul ponte di comando invece, eravamo soltanto in due: il Comandante G. Peranovich e io, allievo ufficiale “anziano”, forte del mio primo imbarco su una petroliera.
Fu con una rapida occhiata che avvertii il pericolo. Balzai sul primo binocolo che trovai e mi accertai che davanti a noi c’era sì un bravo nuotatore… ma anche un po’ strambo — per non dire altro — e proprio in rotta di collisione con una “vecchia signora” dei mari, sopravvissuta ai bombardamenti e alle paure della Seconda Guerra Mondiale.
Mi accorsi solo dopo d’aver afferrato il binocolo del Comandante, che non fece in tempo a rimproverarmi perché-urlai:
«Comandante, c’è un mona che ci sta tagliando la strada a nuoto!»
Il Comandante, furibondo, mi strappò il binocolo, lo mise a fuoco con decisione e ordinò al 3° Ufficiale:
«Ferma la macchina! Pari indietro tutta! Azionare la sirena, ripetutamente!»
Eravamo già a velocità di manovra, e il vecchio motore — con i pistoni che parevano voler scappare dalla ciminiera — fece il resto.
Il nuotatore non sentì né i segnali acustici, né le imprecazioni del Comandante Peranovich che sarebbe sbarcato a Trieste pochi giorni dopo per raggiunti limiti d’età.
La storia finì bene ma destò curiosità, e produsse un effetto inatteso: una richiesta, formale e affettuosa, da parte della mia futura moglie. Tornare un giorno a Dubrovnik… via mare… per rivivere quel mezzo miracolo e visitare insieme la città.
Passarono anni — parecchi — ma la promessa fu mantenuta una decina di anni fa. E da quel ritorno è nato questo articolo, sgorgato dal cuore, come l’ex voto del “raguseo” che, per Grazia ricevuta, donò alla Madonna la sua caracca per essere scampato alla tempesta.
Ragusa si chiamava allora
Dubrovnik si chiama oggi
Ed è del Comandante raguseo che voglio occuparmi subito, perché tra la mia Rapallo e Ragusa (oggi Dubrovnik) esiste un legame spirituale che pochi conoscono — ed è proprio questo il motivo che mi ha spinto a ritornare da pellegrino, per rendere omaggio e recitare una preghiera di “gemellaggio spirituale” al Comandante Nicola Allegretta, che innescò un secondo miracolo. Come vedremo…
IL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI MONTALLEGRO
RAPALLO
UN FARO DI FEDE PER LA GENTE DI MARE
Il Santuario di Nostra Signora di Montallegro nasce dopo l’Apparizione della Madonna del 2 luglio 1557 al contadino Giovanni Chichizola, nativo della vicina San Giacomo di Canevale; da quel giorno ormai lontano il Tempio, tanto caro alla gente tigullina emana, proprio come un FARO MARITTIMO, una forte luce diuturna per migliaia di naviganti che prima o poi lassù salgono in pellegrinaggio per pregare e lasciare una testimonianza di fede alla Madonna: un voto per GRAZIA Ricevuta durante il passaggio di un viaggio nell’inferno di CAPO HORN; ne abbiamo le testimonianze: tre velieri su cinque erano disalberati dai venti ruggenti e urlanti di quelle latitudini e si perdevano nei gelidi abissi dell’emisfero australe.
IL VOTO DEL RAGUSEO

L’ex-voto su lamina d’argento raffigura la “caracca ragusea”, simbolo di destrezza e perfezione tecnica. C’è capitato di scoprire proprio a Dubrovnik (ex-Ragusa) altri esempi di Ex-Voto marinari, molto simili ai nostri e quasi sempre rappresentati con la “caracca di epoca colombiana”.
Iniziamo il nostro itinerario devozionale incontrando oggi il più antico e forse il più “chiacchierato” tra gli omaggi Per Grazia Ricevuta alla SS. Vergine. Si tratta di una lamina d’argento offerta dal capitano di mare Nicola Allegretti di Ragusa (l’odierna Dubrovnik-Croazia meridionale) che, scampato miracolosamente al naufragio del suo non specificato veliero su Punta Mesco, a causa di una terribile burrasca da libeccio, trovò rifugio nel golfo Tigullio e si recò poi pellegrino al Santuario il 26 dicembre 1574, 15 anni dopo l’Apparizione della Madonna a Montallegro.

Icona greco-bizantina dell’Assunzione o Dormizione della Vergine - datazione anteriore all’ XI sec.
Il capitano Allegretti proveniva da questa realtà storico-geografica che per la sua peculiarità e grande fascino può ancora oggi reggere il confronto culturale con molte altre “perle” sicuramente più celebrate in Europa e nel mondo. Gli storici locali ci tramandano che la visita del Raguseo al Santuario di Montallegro si trasformò, molto presto, nel tentativo di recupero della Sacra Icona (la Dormizione di Maria), (Foto sopra) reclamata dalla comunità dalmata, che ne vantava la precedente proprietà. Ma qui, paradossalmente, avvenne un altro miracolo:
il Senato genovese sentenziò, infatti, la restituzione del quadretto dell’Apparizione al termine di una vertenza legale che, tuttavia, non si realizzò a causa del misterioso rientro della Icona sul monte, che soltanto da quel momento cominciò a chiamarsi Monte Allegro per la felicità della popolazione che sentiva concretamente la protezione della Madonna.
Lasciamo le questioni legali ed entriamo nel dettaglio dell’omaggio al Santuario, dal cui Codice Diplomatico (p.16-17) riportiamo:
“…Narra egli dunque di Nostra Signora del Monte il seguente bellissimo fatto, degno di perpetua memoria “ Dell’anno 1574 correndo naufragio Cap. Allegretti Raguseo con sua nave da mercanzia, che di là veniva a Genova, mentre si trovava nei nostri mari della Liguria, vicino a Monte Rosso delle Cinque Terre, radunatasi ha consolato tutta la ciurma, fecero voto unitamente a Dio, che se li avesse dall’imminente naufragio liberati, nel primo terreno o porto dove si fossero afferrati sarebbero tutti a piedi scalzi andati pellegrini alla Chiesa più memorabile per devozione che ivi fosse. Trascorsero per divina provvidenza portati dalla procellosa marea nel Golfo di Rapallo dove tranquillatasi la burrasca e accertati che la Chiesa di Santa Maria della Mont’Allegro che dalle spiagge li fu mostrata era la più rinomata per devozione e miracolosa che fosse non solo in queste parti, ma nei lidi della Liguria, pochi anni avanti colassù comparsa, non tardarono di andarla a visitare per adempire il voto fatto e vi portarono la tabella votiva o quadretto d’argento, in cui intagliata la Nave in atto di naufragare colla seguente inscrizione ancora oggi giorno nella Chiesa di detta Nostra Signora si vede.”

La vecchia città di Ragusa
UN PO’ DI STORIA ....
Origini (VII secolo d.C.):
La città fu fondata da rifugiati romano-greci provenienti dalla vicina Epidauro su una piccola isola rocciosa chiamata Laus (che significa "roccia").
Questo nome si evolse in Rausium e infine in Ragusa (o Ragusa di Dalmazia in italiano).
Un insediamento slavo separato si sviluppò sulla terraferma di fronte all'isolotto, chiamato Dubrovnik, derivato dalla parola slava dubrava, che significa "bosco di querce".
I due insediamenti si unirono quando la palude/canale che li separava fu interrata (l'odierna via principale, lo Stradun).
Il nome storico di Dubrovnik era Ragusa (o in latino, Ragusium), ed è stata conosciuta con questo nome per gran parte della sua storia, coesistendo con il nome slavo "Dubrovnik" per secoli.
La città era conosciuta come Ragusa, anche in italiano, e spesso veniva chiamata anche:
Ragusa di Dalmazia
PERIODO VENEZIANO
Nel 1205, dopo la Quarta Crociata, Venezia prese il controllo di Ragusa di altre città vicine.
Al fine di mantenere il controllo commerciale e politico, Ragusa accettò l'imposizione di un vescovo e adottò l'italiano come lingua ufficiale.
Il dominio di Venezia su Ragusa durò:
dal 1205 al 1358
In questo periodo, la città adottò diverse istituzioni veneziane e fu soggetta a un controllo commerciale e politico, sebbene mantenesse una certa autonomia nei commerci.
Nel 1358, Ragusa si sottomise ai re di Ungheria e Croazia, mantenendo la sua autonomia e creando la Repubblica aristocratica di Ragusa (Respublica Ragusina).
Il nome "Ragusa" fu usato per secoli in particolare durante il periodo della sua indipendenza come Repubblica di Ragusa che durò fino alla sua abolizione da parte di Napoleone nel 1808.
Infatti, nel marzo 1806 Napoleone aggregò ufficialmente l'Istria e la Dalmazia al Regno d'Italia.
Dopo alterne vicende, i francesi rimasero sulla costa orientale dell'Adriatico sino al 1813, quando gli austriaci ripresero il controllo della penisola istriana e della costa dalmata.
Questa strana coesistenza di nomi (Ragusa-Dubrovnik) mutò ufficialmente nel 1919 con la fine della Prima guerra mondiale, quando la CITTA’ divenne parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e assunse il nome:
Possiamo così sintetizzare la storia recente di Dubrovnik nei suoi diversi e dolorosi passaggi:
- Regime napoleonico:
La Repubblica di Ragusa fu annessa all'Impero francese napoleonico nel (1806-1814), ponendo fine alla sua secolare indipendenza.
- Impero Austriaco:
Dopo la sconfitta di Napoleone, nel (1814-1918), il Congresso di Vienna assegnò la Repubblica di Ragusa all'Impero Austriaco, che in seguito divenne Impero Austriaco-Ungarico.
- Regno dei Serbi, Croati e Sloveni:
Con la dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico alla fine della Prima Guerra Mondiale, Dubrovnik divenne parte del nuovo stato slavo meridionale, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1918-1929)
(che più tardi fu ribattezzato Regno di Jugoslavia nel 1929). fino alla sua dissoluzione.
Dubrovnik, come parte della Croazia, si è liberata dal Regno di Jugoslavia con la proclamazione di indipendenza della Croazia il 25 giugno 1991, a seguito di un referendum. Questo evento segnò la dissoluzione della Jugoslavia e l'inizio della guerra d'indipendenza croata, che vide la Croazia diventare uno stato sovrano.
- Proclamazione dell'indipendenza:
Il 25 giugno 1991, il parlamento croato votò l'indipendenza, segnando la fine dell'unione con la Jugoslavia.
Guerra d'indipendenza:
La proclamazione scatenò la guerra d'indipendenza croata, una lunga e violenta guerra che portò alla fine anche alla formazione di altri nuovi stati dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Riconoscimento internazionale:
La Croazia ottenne il riconoscimento internazionale come stato indipendente, portando al ritiro delle forze jugoslave.
Nei periodi di Pace e prosperità portarono allo sviluppo di arti, scienze e letteratura:
- Marin Drzic (1508-67) letterato noto per la commedia "Dundo Maroje";
- Ivan Gundulic (1589-1639) poeta e drammaturgo - poema epico "Osman";
- Ruder Boskovic (1711-87) fisico.
RAGUSA
IERI
DUBROVNIK
OGGI

La Cattedrale
Dubrovnik conta circa 42.000 abitanti, la maggioranza è cattolica, anche se una parte significativa della popolazione è ortodossa.
La composizione religiosa è cambiata nel tempo, ma il cattolicesimo rimane la fede predominante.
Album fotografico

La torre monumentale di Minceta e la magnifica fortezza Lovrijenac
Spesso chiamata "Gibilterra di Dubrovnik", questa fortezza medievale in cima alla collina si trova arroccata fuori dalle mura della città, su un promontorio a strapiombo sul Mar Adriatico.

Il monte alle spalle di Dubrovnik è chiamato Monte SRD o Monte Sergio e ospita una funivia che porta alla cima per ammirare un panorama mozzafiato della città

L'antico porticciolo

DUBROVNIK NEI SECOLI: I PRINCIPALI EVENTI DELLA CITTÀ TRA GUERRE, ALLEANZE E ACCORDI COMMERCIALI
"Affermare che Istria, Fiume e Dalmazia siano territori italiani è da leggersi solo come atto dovuto: quello di un padre che chiede giustamente un rapporto di figliolanza. Ecco, soltanto un riconoscimento non una potestà. Perché sappiamo bene che queste “creature” hanno anche una meravigliosa madre slava; ed anche una nonna veneziana; e bisnonni narentani, poi prozii morlacchi e infine avi illiri.
Sono terre dal sangue d’oro, dalla bandiera propria, dal cuore franco... è nostro dovere ascoltare il giusto sospiro di libertà".
Daniele Radini Tedeschi
1991 - la città di Dubrovnik venne assediata da alcune unità dell'esercito jugoslavo. Nel corso dell'assedio la città subì notevoli danni in seguito restaurati.
2016 - superato un milione dei visitatori all'anno
ALBUM FOTOGRAFICO


L’antico porto della città attraverso il quale arrivava la ricchezza a Dubrovnik
Šipan, Lopud e Koločep. Queste isole fanno parte dell'arcipelago delle Isole Elafiti. (chiamate anche "isole dei cervi").
Koločep: È la più vicina a Dubrovnik e ospita circa 150-300 persone. È nota per le sue spiagge sabbiose, le scogliere e i sentieri panoramici.
Lopud: Quest'isola è famosa per la sua bellissima baia di sabbia e per i suoi resti di ville nobiliari.
Šipan: È l'isola più grande dell'arcipelago e, sebbene sia meno visitata dalle guide turistiche, è anche molto bella.

Portico del Palazzo del rettore XV sec.

PASSEGGIANDO TRA LE ANTICHE MURA DI DUBROVNIK
La cinta muraria lunga 1940 metri è forse la caratteristica principale di Dubrovnik, l'antica Ragusa, posta nella punta estrema del sud della Croazia. La scopriamo percorrendo via Stradun, cuore pulsante della città, ma anche sostando nelle numerose taverne e nei negozi dello shopping.
Le mura di Dubrovnik sono tra le fortificazioni medievali più impressionanti e meglio conservate d'Europa. Circondano completamente il centro storico della città di Dubrovnik, situata sulla costa del mare Adriatico nel sud della Croazia.
Queste mura sono uno dei sistemi difensivi medievali meglio conservati al mondo e un simbolo iconico della città. La loro storia è strettamente legata allo sviluppo e alla difesa della antica Repubblica di Ragusa, il nome storico di Dubrovnik.
Le prime mura rudimentali furono costruite per proteggere l'insediamento di Ragusa dalle incursioni, specialmente da parte di slavi e arabi, e consistevano in semplici fortificazioni di legno e pietra.
Con il prosperare della città e il suo consolidarsi come potenza marittima indipendente, le mura furono rinforzate e ampliate, cominciando ad assumere la loro forma attuale. Di fronte alla minaccia dell'Impero Ottomano, vennero costruite nuove sezioni e rafforzati bastioni, torri e porte, acquisendo così la loro forma definitiva, circondando completamente la città vecchia.
Tra il 1358 e il 1808, le mura rappresentavano un simbolo di indipendenza. Ragusa evitò di essere conquistata dalle potenze vicine grazie a una politica diplomatica abile e a queste fortificazioni. Nonostante il devastante terremoto del 1667, le mura resistettero, aiutando a proteggere parte della città.
Durante la Guerra d'Indipendenza croata (1991-1995), Dubrovnik fu bombardata, ma le mura resistettero per la maggior parte, subendo solo alcuni danni.
Nel 1979, le mura e il centro storico di Dubrovnik sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall'UNESCO, riconoscendo il loro valore storico e architettonico.



Dubrovnik: panoramica al tramonto sulla nave Karaka

La caracca (Karaka) ragusea è uno dei simboli della Repubblica di Ragusa (l'odierna Dubrovnik) e simboleggia il suo benessere economico e la sua sopravvivenza come emporio marittimo.
A differenza delle repubbliche marinare tradizionali come Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, Ragusa ebbe una storia legata più al commercio che alla guerra e la sua forza derivava proprio dal suo ruolo di centro di scambi tra il Mediterraneo e l'entroterra balcanico.
Significato simbolico:
La caracca, una nave commerciale di grandi dimensioni, divenne il simbolo della prosperità e dell'importanza economica della Repubblica di Ragusa. Il suo nome era addirittura legato a quello di Ragusa, tanto che in inglese la caracca viene a volte chiamata "argosy", un termine derivato da Ragusa/Argus.
Origine e sviluppo:
Sebbene a volte inclusa nel novero delle repubbliche marinare, Ragusa ebbe un percorso storico e commerciale distinto. La sua forza si basava sul commercio, e la caracca ne era il vessillo e il motore.
Differenze con le altre repubbliche:
Mentre le altre repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi) erano note anche per il loro potere militare, Ragusa si distinse soprattutto per il suo ruolo di emporio commerciale. La caracca, quindi, rappresenta la vocazione commerciale di Ragusa, piuttosto che una potenza militare.

NAVI DA CROCIERA A DUBROVNIK
Gli approdi delle navi da crociera a Dubrovnik sono molto importanti per l'economia turistica della città, poiché portano migliaia di visitatori che esplorano le attrazioni principali come le mura e il centro storico. Tuttavia, la loro presenza solleva anche questioni di gestione del flusso turistico, poiché le navi non attraccano direttamente nel porto più piccolo e famoso, ma nel terminal del porto di Gruž, a circa tre chilometri di distanza.



Ponte Franjo Tuđman


Tipo |
Ponte strallato |
Lunghezza |
518 m |
Luce max. |
49 m |
Larghezza |
14 m |
Altezza |
52 m |
Realizzazione |
|
Inaugurazione |
2002 |
Intitolato a |
Franjo Tuđman |
Il Ponte Franjo Tuđman (in croato Most dr. Franja Tuđmana) è un ponte strallato situato in Croazia, che conduce alla strada statale D8 nella parte occidentale di Rausa attraverso il seno di Ombla vicino al porto di Gravosa.
Il ponte, aperto nel 2002, è costato 38 milioni di dollari. La progettazione fu iniziata nel 1989 ma a causa della guerra d'indipendenza croata che ha imperversato nel paese negli anni '90, è stato realizzato solo negli anni 2000. Il ponte è stato riprogettato dal Dipartimento Strutture della Facoltà di Ingegneria Civile dell'Università di Zagabria e il progetto utilizzato è stato sviluppato da Zlatko Šavor.
La costruzione del ponte iniziò nell'ottobre 1998. I lavori di costruzione furono eseguiti dall'azienda Walter Bau AG e Konstruktor di Spalato. La costruzione è stata completata nell'aprile 2002 e il ponte è stato aperto ufficialmente il 21 maggio 2002.
Un'ultima considerazione.
Ho chiesto alla I.A. se tra la città di Ragusa (Sicilia) e la Ragusa (Dubrovnik) ci fosse qualche attinenza. Ecco la risposta:
No, la città di Ragusa (Sicilia) e la Ragusa (Dubrovnik) in Croazia non hanno alcuna attinenza, tranne il nome.
Ci piace concludere questo viaggio con un "passaggio" della Storia di Dubrovnik
“L'epoca d'oro di Dubrovnik”
........ omissis ........
....ma nella "Perla dell'Adriatico" la pace era destinata a durare ben poco. Nel 1364, le truppe turche cercarono di annettere Ragusa alla Turchia, ma, grazie all'intervento degli abilissimi diplomatici della città, Dubrovnik e l'Impero Bizantino firmarono il primo trattato fra uno stato cristiano e uno musulmano. La pace in cambio di un tributo annuale: questo fu il prezzo da pagare per la nascita della Repubblica di Ragusa.
È sorprendente constatare come questa piccola città sia riuscita ad avere la meglio nella lotta di interessi fra Oriente e Occidente. A partire da allora, l'antica Ragusa, capace di riunire una flotta di ben 200 imbarcazioni, divenne una temibile rivale di altre grandi potenze italiane. Questo, sommato ad una struttura governativa alquanto moderna, ha fatto sì che Dubrovnik venisse soprannominata "l'Atene dell'Adriatico".
La fama della flotta marina della città croata era tale che l'equipaggio che accompagnò Colombo durante la sua prima spedizione nelle Americhe comprendeva ben due marinai di Dubrovnik.
Fu proprio in questo periodo, inoltre, che la città di Ragusa forgiò il motto che l'avrebbe accompagnata nel corso della storia:
Non bene pro toto libertas venditur auro
(la libertà non si vende neanche per tutto l'oro del mondo)
Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 27 Novembre 2025
USS ZUMWALT - Il silenzio tecnologico che domina il mare
USS ZUMWALT
Il silenzio tecnologico che domina il mare

PREMESSA
Viviamo in un tempo in cui la forza si misura sempre meno in uomini e sempre più in tecnologia: potenze antiche e nuove competono per risorse, territori e influenza, mentre le istituzioni internazionali e la diplomazia faticano a farsi ascoltare.
Nel mondo di oggi, dove oltre cento conflitti agitano il pianeta, le guerre si combattono spesso non solo con le armi, ma con i brevetti, con le “terre rare”, con la supremazia dei sistemi elettronici e dei satelliti.
In questo contesto, la nave americana USS Zumwalt rappresenta il simbolo della modernità militare più avanzata. È una creatura del nostro tempo: quasi invisibile ai radar, fortemente automatizzata, con un equipaggio ridotto e una potenza di fuoco che si misura in energia più che in metallo. La sua sagoma spezzata e la prua “wave-piercing” sono una dichiarazione al mondo: gli Stati Uniti intendono restare i padroni del mare, capaci di proiettare potenza e presenza in ogni oceano.
Ma la Zumwalt non è solo una nave: è il segno tangibile di un cambiamento epocale. Come un tempo la balestra superò l’arco, o il cannone la spada, così oggi la guerra si sposta nel dominio dell’elettronica e dell’energia diretta. Cannoni elettromagnetici, missili ipersonici, laser, propulsione elettrica integrata — tutti strumenti che trasformano l’oceano in un laboratorio del futuro.
Per chi ama il mare, per chi lo naviga o lo studia, comprendere queste trasformazioni non è curiosità tecnica: è conoscenza che serve a capire come la tecnologia ridisegni la strategia marittima, la sicurezza dei traffici e perfino l’economia globale.
Parlare della Zumwalt, dunque, non significa celebrare la potenza, ma interrogarsi sul suo significato: quale direzione stiamo prendendo, quale prezzo stiamo pagando, e se la ricerca della superiorità non rischi di trasformare il mare — da spazio di libertà e incontro — in uno scenario di continua tensione.
Ho scelto la Zumwalt per i lettori di Mare Nostrum Rapallo proprio per questo: perché racconta la nostra epoca meglio di molti discorsi. È una nave che riflette il presente — potente, sofisticato, ma inquieto — e ci invita a osservare il mare con occhi nuovi, consapevoli che la conoscenza può essere il primo passo verso la pace.
E allora, mentre le flotte si trasformano e le potenze si sfidano nei silenzi elettronici dell’oceano, noi continuiamo a scrutare l’orizzonte. Perché il mare, con la sua antica saggezza, resta più grande di ogni tecnologia: e ci ricorda che chi lo rispetta davvero non cerca di dominarlo, ma di comprenderlo.
GLOSSARIO:
Wave-piercing
E' la parola magica per indicare una nuova filosofia di progettazione: il corpo galleggiante non si muove più sopra le onde, ma attraverso di esse. Finora questo sembrava possibile solo con catamarani e trimarani, oggi anche con navi militari (Zumwalt).
Cannoni elettromagnetici e i LASER
Sono armi ad alta tecnologia che usano l'energia per colpire i bersagli, ma in modi diversi: i cannoni elettromagnetici lanciano proiettili fisici ad altissime velocità grazie a forze elettromagnetiche, mentre i laser emettono un raggio di luce concentrata e altamente direzionale che trasferisce energia direttamente sul bersaglio. Entrambe le tecnologie sono in fase di sviluppo e mirano a potenziare le capacità militari.
Le navi STEALTH
Le navi stealth sono navi da guerra progettate per essere difficili da rilevare da radar e altri sistemi di localizzazione, utilizzando tecnologie che ne riducono la "firma". Questo si ottiene combinando forme geometriche che deviano le onde radar e materiali specifici (come vernici radar-assorbenti o compositi) che le assorbono. Lo scopo è aumentare la capacità di navigare senza essere intercettate, per operazioni militari.
LA “FIRMA” - Nel contesto "stealth", una "firma" si riferisce alle tracce rilevabili da sensori nemici, come la firma radar, infrarossa o acustica. Si tratta di segnali che un veicolo (aereo, nave, missile) emette e che possono essere rilevati dai sistemi di avvistamento nemici, anche se la tecnologia stealth mira a minimizzarli. La riduzione della firma (radar, termica, acustica) è l'obiettivo principale della progettazione stealth.
Firma radar: Riguarda come un oggetto riflette le onde radar. La forma e i materiali di un veicolo stealth sono studiati per deviare le onde radar e minimizzare il segnale riflesso.
Firma infrarossa: Si riferisce al calore emesso dall'oggetto. Le tecnologie stealth cercano di ridurre l'emissione di calore, ad esempio deviando o mascherando i gas di scarico dei motori.
Firma acustica: Comprende i rumori prodotti dal veicolo, come il suono dei motori. Le tecniche stealth cercano anche di ridurre queste emissioni acustiche.
In sintesi, la "firma" è l'insieme di tutti i segnali che un veicolo emette e che possono essere rilevati, e la tecnologia stealth lavora per ridurre al minimo ciascuna di queste "firme" per rendere l'oggetto il più possibile "invisibile" ai sensori nemici.
Il cannone di Gauss, anche conosciuto come coilgun: (cannone a bobina o solenoide) o cannone magnetico, è una bocca da fuoco che utilizza l'accelerazione magnetica o elettromagnetica per lanciare a velocità molto elevate proiettili di metallo, grazie ad un motore lineare posto su di un asse comune.
MISSILI SONICO-SUBSONICO-SUPERSONICO-IPERSONICO: In materia di missili, "sonico" si riferisce a velocità inferiori a Mach 1 (velocità del suono), "subsonico" è sinonimo di sonico, mentre "supersonico" indica velocità comprese tra Mach 1 e Mach 5. Invece, si parla di "missili ipersonici" per velocità superiori a Mach 5, caratterizzati anche da capacità di manovra e traiettorie non balistiche.

Saliamo a Bordo ...
La classe di cacciatorpediniere ZUMWALT è considerata una delle più potenti al mondo per la sua tecnologia avanzata, tra cui armi futuribili come cannoni elettromagnetici e laser, la sua capacità "stealth" per eludere i radar nemici e il suo sistema altamente automatizzato che richiede un equipaggio ridotto.
La combinazione di queste caratteristiche permette alla nave di avere una maggiore potenza di fuoco e di essere più difficile da rilevare e colpire rispetto alle navi tradizionali.
Pertanto, la nave militare statunitense USS Zumwalt è considerata tra le più avanzate e potenti al mondo principalmente per la sua combinazione unica di tecnologia stealth avanzata, potenza di fuoco significativa e sistemi di bordo all'avanguardia.
Caratteristiche principali che la rendono potente
Armamento avanzato
Cannoni elettromagnetici:
La nave è progettata per ospitare cannoni elettromagnetici che sparano proiettili ad altissima velocità (circa 7 volte la velocità del suono).
Armi laser:
È prevista l'installazione di armi laser, come quelle che possono essere utilizzate per abbattere droni e piccole imbarcazioni.
Missili:
Possiede missili a lungo raggio, come i Tomahawk, e una disposizione dei missili che consente di sparare anche se la nave è danneggiata.
Design "stealth":
La sua forma a piramide e la struttura sono progettate per ridurre al minimo il suo “shape” al RADAR, facendola apparire sugli schermi nemici come un piccolo peschereccio.
Alta automazione:
È dotata di un elevato livello di automazione che riduce significativamente il numero di membri dell'equipaggio necessari per il suo funzionamento (circa la metà rispetto a una nave di dimensioni simili), migliorando l'efficienza e riducendo i costi.
Potenza energetica:
Dispone di un sistema di alimentazione elettrica molto potente in grado di fornire l'energia necessaria per i suoi sistemi d'arma avanzati e per i propulsori elettrici.
I MOTIVI PRINCIPALI DELLA SUA EXTRA POTENZA INCLUDONO QUINDI
Tecnologia Stealth:
La caratteristica più distintiva è la sua progettazione a prua invertita ("wave-piercing") e la sovrastruttura angolata che riducono drasticamente la sua sezione radar, facendola apparire come un peschereccio sulle schermate radar nemiche nonostante le sue grandi dimensioni.
Sistemi d'Arma Avanzati:
Originariamente era dotata di due rivoluzionari cannoni da 155 mm Advanced Gun Systems (AGS), capaci di sparare proiettili a lungo raggio con guida di precisione. Sebbene i costi elevati dei proiettili abbiano portato a una modifica, la nave è ora in fase di aggiornamento per ospitare missili ipersonici nel nuovo "Advanced Payload Module", aumentando ulteriormente la sua capacità d'attacco a lungo raggio.
Elettronica e Automazione:
La Zumwalt impiega sistemi di bordo altamente automatizzati e un equipaggio notevolmente ridotto rispetto ad altre navi di dimensioni simili, grazie all'uso estensivo di tecnologie informatiche e di controllo all'avanguardia.
Versatilità:
È dotata di un sistema di lancio verticale (VLS) multiuso, che le consente di utilizzare una vasta gamma di missili per diverse missioni, inclusi attacchi terrestri, antiaerei e antisottomarino.
Propulsione Integrata:
Un sistema di propulsione elettrica integrata genera una quantità enorme di energia, sufficiente non solo per la navigazione, ma anche per alimentare futuri sistemi d'arma ad alta intensità energetica come i cannoni a induzione (railgun) o le armi laser, quando saranno operativi.
In sintesi, la sua superiorità deriva dall'integrazione di queste tecnologie futuristiche in un'unica piattaforma, progettata per operare con un profilo di rischio ridotto e una flessibilità operativa senza precedenti.
YouTube di presentazione della Unità Navale
https://www.youtube.com/watch?v=Cq5sYbnD5fs
DDG-1000 Zumwalt |
|
Descrizione generale |
|
Tipo |
cacciatorpediniere missilistico |
Classe |
Classe Zumwalt |
In servizio con |
U.S. Navy |
Utilizzatore principale |
U.S. Navy |
Costruttori |
BAE Systems, Bath Iron Works, Huntington Ingalls Industries, Raytheon[1] |
Viaggio inaugurale |
8 settembre 2016 |
Entrata in servizio |
ottobre 2016 |
Stato |
In servizio |
Caratteristiche generali |
|
Dislocamento |
14 564[2] |
Lunghezza |
180 m |
Larghezza |
24,6 m |
Velocità |
35 nodi (56 km/h) |
Equipaggio |
147 |
Armamento |
|
Armamento |
20 moduli VLS MK57 (per un totale di 80 celle missile)4 lanciatori per missili Tomahawk 1 lanciatore per missili antisottomarino ASROC 1 lanciatore per AGS (Advanced Gun System) 2 x 155 millimetri; 920 × 155 mm ; 70–100 LRLAP; 2 × 30 mm Mk 46 Mod. Nel progetto originale, le due bocche da fuoco da 155mm avrebbero dovuto essere sostituite da due cannoni elettromagnetici (Railgun Weapon System) ma questo sviluppo è stato abortito per cancellazione del progetto Railgun. |
Note |
|
Motto |
Pax Propter Vim |
Stemma |
|
UN PO’ DI STORIA ....
Ha preso il largo la USS Zumwalt, la nave da guerra più ... degli Stati Uniti è stato infatti paragonato all'Enterprise di Star Treck.
La DDG-1000 Zumwalt è la capoclasse della cl. Zumwalt di cacciatorpediniere della U.S.Navy.
Il viaggio inaugurale è avvenuto l'8 settembre 2016 e in ottobre è entrata in servizio.
Nonostante l'accettazione in servizio, la nave è ancora affetta da problemi che l'hanno portata tra l'altro a incagliarsi durante l'attraversamento del Canale di Panama a fine settembre 2016, per problemi ai motori dovuti al loro surriscaldamento.
Atlantico, 21 aprile 2016
Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Zumwalt (DDG 1000) ha solcato l’Oceano Atlantico durante le prove di accettazione condotte insieme alla Commissione d’Ispezione e Verifica della Marina statunitense (INSURV).
La U.S. Navy ha ufficialmente preso in consegna la nave il 20 maggio 2016. Dopo la fase di certificazione dell’equipaggio e la cerimonia di entrata in servizio svoltasi nell’ottobre successivo a Baltimora, lo Zumwalt ha intrapreso la traversata verso il suo porto base di San Diego, dove ha iniziato il periodo di post-consegna e attivazione dei sistemi di missione.
Il DDG 1000 rappresenta la nave capoclasse dei nuovi cacciatorpediniere classe Zumwalt: unità di superficie di nuova generazione, multiruolo, concepite per l’attacco terrestre e per garantire la superiorità nelle acque costiere.
(Foto: U.S. Navy – Pubblicazione autorizzata)
ALBUM FOTOGRAFICO
Emblema della USS ZUMWALT DDG-1000

Ammiraglio Elmo Zumwalt

Il cassero centrale dello Zumwalt pronto per il montaggio a bordo 2012

USS Zumwalt in transito il 6 November 2012 con il cassero montato sullo scafo

USS Zumwalt (DDG1000) arriva alla base di San Diego (California) per la prima volta nel 2016

USS Zumwalt in visita a Yokosuka, Giappone nel 2022


Il costo del cacciatorpediniere USS Zumwalt è di circa $4,4 miliardi per la prima nave della classe, che all'epoca del suo completamento era la più costosa della Marina degli Stati Uniti.
Il costo totale per le tre navi della classe è di circa $22,4 miliardi, se si include la ricerca e lo sviluppo.
Cosa sono i missili Tomahawk, gli ordigni che vengono dalla Guerra Fredda e perchè sono ambiti.
Sarebbero un salto di qualità enorme nel conflitto con tutti i rischi che questo comporta. Schierati in Europa occidentale come arma nucleare dopo un accordo NATO del 1979 e poi armati con testate convenzionali
BGM-109 Tomahawk
Cosa sono i missili Tomahawk, gli ordigni che vengono dalla Guerra Fredda e perchè sono ambiti.
Sarebbero un salto di qualità enorme nel conflitto con tutti i rischi che questo comporta. Schierati in Europa occidentale come arma nucleare dopo un accordo NATO del 1979 e poi armati con testate convenzionali.
Ecco che si riparla di nuovo insistentemente di una fornitura (ora negata da Trump) di missili Tomahawk all'Ucraina.
Si tratta di vettori che "possono essere equipaggiati con testate nucleari". Ma cosa sono e che caratteristiche hanno questi missili a lungo raggio?
Missile da crociera subsonico
Il BGM-109 Tomahawk è un missile da crociera subsonico a lungo raggio realizzato in numerose versioni e pensato per attacchi su vasta scala, come avvenne trent'anni fa, nella guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein e come è successo lo scorso giugno con la salva di ordigni lanciata contro un sito nucleare iraniano.
Chiesti da Zelensky a Trump, costituirebbero un salto di qualità enorme nella guerra in Ucraina per la loro potenza e gittata, con tutti i rischi che questo comporta. Schierati in Europa occidentale come arma nucleare dopo un accordo NATO del 1979, furono armati con testate convenzionali.

Un missile cruise Tomahawk lanciato dalla nave statunitense Aegis Uss Uan Jacinto - 2003 (LaPresse).
30/10/2024
Operativi dal 1983
L'US Navy iniziò a considerare lo sviluppo di missili cruise imbarcati nel 1972, prevedendo di impiegare missili subsonici che avrebbero volato a bassissima quota per sfuggire all'intercettazione dei radar.
Il programma nasceva dalla volonta' di aggirare le restrizioni del trattato sulle armi nucleari SALT I che imponeva un numero limitato di missili balistici sui sottomarini, ma non prevedeva restrizioni per i missili cruise.
Nel giugno 1972 la scelta definitiva cadde sul modello piu' piccolo. Nel 1974 diverse aziende presentarono le loro proposte, e a febbraio venne selezionata General Dynamics per sviluppare il progetto.
Nel 1980 un BGM-109A della produzione in serie fu lanciato da una nave con successo, e nel 1983 fu dichiarato operativo.

Lancio di un missile Tomahawk da una nave della marina militare americana - immagine d'archivio (Ansa)
In Europa come arma nucleare, poi convenzionale
Schierato in Europa occidentale come arma nucleare nel numero di 464 esemplari, in seguito a un accordo dei Paesi della NATO del 1979, fu armato poi, grazie alla precisione del sistema TERCOM, anche con testate convenzionali.
Nel frattempo la versione terrestre dell'US Army fu tolta dal servizio in virtu' del trattato INF sugli Euromissili. Una base che doveva ospitare i lanciatori mobili dei cruise era quella di Comiso (Sicilia), scelta che causo' polemiche in Italia.
Dopo il ritiro degli Euromissili, rimase la versione navale, con testate convenzionali, ampiamente usata dagli USA a partire dagli anni '90.
Ci sono diverse versioni del Tomahawk:
il TLAM-C, missile d'attacco terrestre con testata convenzionale,
il TLAM-N, missile d'attacco terrestre dotato di testata nucleare,
il TLAM-D, missile d'attacco terrestre armato con submunizioni,
il TASM, missile antinave.
In Europa come arma nucleare, poi convenzionale
Schierato in Europa occidentale come arma nucleare nel numero di 464 esemplari, in seguito a un accordo dei Paesi della NATO del 1979, fu armato poi, grazie alla precisione del sistema TERCOM, anche con testate convenzionali.
Nel frattempo la versione terrestre dell'US Army fu tolta dal servizio in virtu' del trattato INF sugli Euromissili. Una base che doveva ospitare i lanciatori mobili dei cruise era quella di Comiso, scelta che causo' polemiche in Italia. Dopo il ritiro degli Euromissili, rimase la versione navale, con testate convenzionali, ampiamente usata dagli USA a partire dagli anni '90.
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TOMAHAWAK
Lungo quasi 6 metri
Il missile BGM-109 Tomahawk ha una lunghezza (escluso il booster) di 5,56 metri, un'apertura alare di 2,67 metri, e un diametro di 52 centimetri. Il peso e' di 1.300 chilogrammi, che arriva a circa 1.600 chilogrammi con il booster. Ha due ali retrattili e in coda delle piccole alette che hanno la funzione di timoni direzionali.
GITTATA
La gittata di un missile Tomahawk varia a seconda della versione specifica, ma può raggiungere circa
1.600-2.500 chilometri. A seconda del modello.
Ad esempio, alcune versioni hanno una gittata massima di circa 1.600 km (come la Block IV), mentre altre arrivano a 2.500 km (come la BGM-109A).
Caratteristiche: Si tratta di un missile da crociera subsonico che può volare a bassa quota per eludere il radar, dotato di un motore turbofan.
BGM-109 Tomahawk Table_title: BGM-109 Tomahawk Table_content: header: | Raytheon BGM-109 Tomahawk | | row: | Raytheon BGM-109 Tomahawk: Prestazioni...
La versione aviolanciata non ha bisogno di booster, mentre ne fanno utilizzo le versioni imbarcate sulle navi e i sottomarini, e i lanciatori terrestri.
Cos’è il BOOSTER? :
il booster di un Tomahawk è un razzo a combustibile solido che fornisce la spinta iniziale per il lancio del missile. Questo razzo viene attivato dopo il lancio e si spegne poco dopo, quando il missile raggiunge la velocità necessaria per far entrare in funzione il suo motore a turbogetto per il volo di crociera.
Il booster montato in coda, durante la prima fase di lancio, e' un razzo a combustibile solido, Atlantic Research Corporation (ARC) Mk 106 nelle prime versioni, sostituito da un piu' moderno ARC Mk 135 nelle versioni piu' recenti come l'RGM-109E Block IV.
Questo booster e' lungo 69 centimetri, ha un diametro di 52 centimetri, e un peso di circa 270 chili. La lunghezza totale del missile BGM-109 con il booster e' quindi di 6,25 metri.
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CONCLUSIONE
Qualche anno fa, quando la tensione geopolitica nel mondo sembrava più lontana e il mare appariva un rifugio di pace, non avrei scelto di trattare un tema “bellico” come quello della nave Zumwalt. La nostra Associazione, composta anche da molte signore e da persone che amano il mare per la sua bellezza, avrebbe forse trovato l’argomento poco vicino al proprio sentire.
Oggi, però, il contesto è cambiato. Viviamo un tempo in cui la forza e la tecnologia si intrecciano alle politiche globali, e le decisioni prese lontano da noi finiscono per influenzare la vita di tutti. Anche chi non si è mai interessato di armi o strategie militari comprende che non si può più ignorare ciò che accade sopra e sotto la superficie del mondo. Come ricordava il Papa recentemente scomparso, siamo già dentro una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Per questo ritengo che sia necessario parlarne — non per spaventare, ma per capire. Tutti, uomini e donne, giovani e adulti, dovremmo imparare a leggere questi segnali e a prepararci psicologicamente ad affrontare un tempo complesso, nel quale l’Europa stessa si scopre fragile. In altri Paesi si richiamano le leve e si costruiscono rifugi; noi, forse, confidiamo ancora troppo nella speranza.
Eppure, la speranza non deve mancare: va nutrita con la conoscenza e con la consapevolezza. Perché solo chi comprende può scegliere, e solo chi è lucido può difendere davvero la pace.
Noi, che del mare abbiamo fatto scuola di vita, sappiamo che ogni tempesta passa, ma che occorre saperla affrontare con la rotta chiara, la mente vigile e il cuore limpido.
FINE
Carlo GATTI
8/11/2025
8 maggio 1902
8 maggio 1902
TRAGICA ERUZIONE DEL VULCANO PELE’E
Saint Pierre
MARTINICA
(Piccole Antille)
L'isola di Martinica si trova nelle Piccole Antille. Più precisamente, fa parte delle Isole Sopravento Meridionali, è situata nel cuore dell'arcipelago caraibico.
La Martinica è un'isola delle Antille Francesi, situata tra Dominica e Santa Lucia. È un dipartimento d'oltremare francese, caratterizzato da un clima tropicale, paesaggi vulcanici con spiagge sia nere che bianche, foreste lussureggianti e una ricca cultura creola che mescola influenze francesi e caraibiche.



MARTINICA
L'eruzione del vulcano “Montagne Pelée” l'8 maggio 1902 distrusse in soli tre minuti la città di Saint-Pierre in Martinica, causando la morte di circa 30.000 persone. Una nuvola incandescente si abbatté sulla piccola città di St. Pierre, distante circa sei chilometri.
La nube ardente e un flusso piroclastico scesero rapidamente dal vulcano, investendo la città con temperature estreme e una pioggia di gas bollenti e cenere. La catastrofe causò la morte di quasi tutta la popolazione e distrusse le infrastrutture della città, che era la capitale economica e culturale dell'isola.
Il vulcano La Peleè e i marinai pozzallesi


Foto e testo del grande storico e saggista Antonio Monaco che è riuscito con questa immagine a “RAPPRESENTARE” la realtà di quell’evento straordinario:
- La presenza di Velieri alla fonda (tra cui molti di nazionalità italiana)
- Lo sfondo minaccioso del vulcano Pelèe che seminerà morte e distruzione
- St. Pierre che, inginocchiato a pregare, soccomberà totalmente in pochi minuti facendoci pensare ad una nave che improvvisamente affonda verso gli abissi copita da una forza soprannaturale invincibile che forse si chiama DESTINO.
Ringraziamo l’Autore per la foto complimentandoci anche per il prezioso articolo che segue e ci aiuta a capire e a divulgare (senza scopo di lucro, come da nostro Statuto) la dinamica di quell’immane disastro.
https://www.monaca.rg.it/2022/05/11/il-vulcano-la-pelee-e-i-marinai-pozzallesi/
Libri di Antonio Monaco
https://www.ancorastore.it/libri-autore/antonio-monaco.html

La montagna Pelée vista dal golfo di Turin – a Carbet nell’isola di Martinique. La foto dà l’idea della vicinanza del vulcano e del pendio lungo il quale si è materializzata la spaventosa eruzione.
Eventi principali dell'eruzione
Una nuvola incandescente si abbatté sulla piccola città di St. Pierre, distante circa sei chilometri dal vulcano.
Segnali premonitori:
Nei giorni precedenti, il vulcano aveva mostrato segni di attività, tra cui fumo, un'incandescenza nel cratere e la caduta di cenere. Tuttavia, la maggior parte della popolazione continuava la vita normale, ignorando i pericoli imminenti.
Flusso piroclastico:
Alle 8:02 dell'8 maggio 1902, un flusso piroclastico, un'onda di gas, cenere e rocce roventi, si propagò a una velocità incredibile dal vulcano, raggiungendo Saint-Pierre in pochi minuti.
Tempesta di fuoco:
La temperatura raggiunse valori altissimi riducendo la città in cenere e fumo. L'onda di calore fu così intensa che bastava respirare per provocare danni gravissimi.
Distruzione totale:

In pochi istanti, la città fu completamente distrutta. Solo alcuni resti di edifici e la cella di un prigioniero, dove si trovava l'unico sopravvissuto, Louis-Auguste Sylbaris, rimasero in piedi.
Sopravvivenza miracolosa:
Louis-Auguste Sylbaris sopravvisse perché la sua cella nel carcere offrì una protezione sufficiente dal calore e dai gas letali.
Evoluzione del vulcano:
L'attività eruttiva non si fermò l'8 maggio e continuò fino al 1905, portando alla formazione di una "spina di lava" nel cratere.
Eredità dell'eruzione
(in pillole)
Perdita di vite umane:
Il disastro causò una perdita di vite umane stimata tra 29.000 e 30.000 persone, rendendola una delle eruzioni più letali della storia.
Rovine e memoriali:
Oggi Saint-Pierre è un piccolo villaggio. Le rovine della città vecchia, la prigione e la chiesa sono visitabili, così come il Museo Vulcanologico che espone reperti dell'eruzione.
Studio vulcanologico:
La catastrofe contribuì a sviluppare la vulcanologia come scienza, fornendo preziose lezioni sulla gestione del rischio vulcanico.
Cultura e storia:
L'evento ha lasciato una profonda impronta nella cultura e nella storia della Martinica, con storie di coraggio, sofferenza e sopravvivenza che vengono ricordate ancora oggi.
Martinica 1902
Quando il Comandante napoletano Marino Leboffe salvò la sua nave ascoltando il segreto linguaggio della natura.
di Carlo Gatti
Nel maggio del 1902, la città di Saint-Pierre, “la piccola Parigi dei Caraibi”, fu cancellata in un istante dall’eruzione del vulcano Pelée. Tra le venti navi ancorate in baia, solo una si salvò: l’"Orsolina”, brigantino napoletano comandato da Marino Leboffe. Una storia di intuito, coraggio e rispetto per la forza della natura.
Nella quieta baia di Saint-Pierre, il mare luccicava ignaro del dramma imminente. Era il mattino dell’8 maggio 1902, giorno dell’Ascensione, e il vulcano Pelée, a poche miglia dalla costa, borbottava cupo come un gigante che si desta.
Da giorni la montagna mostrava segni d’inquietudine: colonne di fumo, tremori della terra, un odore acre che sapeva di zolfo. Gli animali, più sensibili degli uomini, erano scesi dal monte in massa: serpenti, uccelli e altre creature cercavano rifugio verso la città, fuggendo i gas che bruciavano l’aria.
I locali conoscevano quel segnale — era l’avviso più chiaro del pericolo — ma le autorità, più attente ai traffici del porto e alle elezioni imminenti che ai sussurri della natura, tranquillizzarono tutti. “Nessuna nave poteva lasciare la baia” - così fu ordinato.
Tra i bastimenti ancorati c’era anche l’Orsolina, brigantino napoletano dei fratelli Pollio di Meta di Sorrento, comandato da Marino Leboffe, uomo di mare e di Vesuvio...
Osservando il Pelée, Leboffe sentì il pericolo con la certezza che solo i veri marinai possiedono. La cenere cadeva fitta sul ponte di coperta delle navi, gli scaricatori si fermavano di continuo, e il cielo sembrava un soffitto di ferro.
Sceso a terra, il Comandante cercò di convincere le Autorità a far evacuare la città e a concedergli il permesso di salpare, ma si sentì rispondere con la freddezza dei regolamenti: “Non potete partire senza completare il carico. Se lo farete, vi arresteremo.”
Leboffe, con la calma di chi ha già visto il fuoco del Vesuvio, rispose:
“Voi domani sarete tutti morti! Io preferisco rischiare l’arresto che la cenere del vulcano. Salperò l’ancora e scapperò il più lontano possibile dall’inferno che tra poco si scatenerà!”
E mantenne la parola. Imbarcò chi poté — pochi uomini e una sola passeggera — e ordinò di mollare gli ormeggi. I doganieri che erano saliti a bordo per impedirgli la partenza scesero in fretta, mentre il vento gonfiava le vele dell’Orsolina che, con metà carico lasciava Saint-Pierre al suo destino.
Ventiquattro ore dopo, la montagna esplose in un boato che cancellò la città e le sue ventimila anime. La nube ardente, calata in pochi secondi sul porto, carbonizzò ogni cosa: uomini, case, alberi e navi.
Delle imbarcazioni in rada non restò quasi nulla; sopravvissero solo pochissimi marinai.
L’Orsolina, grazie al coraggio e all’intuito del suo Comandante, era già lontana, salva nel mare aperto.
RELITTI DAVANTI A SAINT PIERRE
L'Unesco stima che nel mondo siano
oltre tre milioni i relitti in fondo al mare
La piccola Martinica è presente in questa statistica specialmente quelli vicino a Saint-Pierre, dove l'eruzione del vulcano Monte Pelée nel 1902 ha causato l'affondamento di circa 15 navi.
Questi relitti, insieme ad altri aggiunti nel 1962, formano un cimitero sottomarino che è una meta popolare per le immersioni di SUB provenienti da tutto il mondo.
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LE ULTIME ORE DI SAINT PIERRE: storia, relitti ed altro...
https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/relittiesegretiincercadimondisommersi2/ep-2-le-utlime-ore-di-saint-pierre_F311907301000204
Conclusione
C’è una lezione che il mare insegna e che la terra troppo spesso dimentica: non si può vivere sempre pensando al “tempo buono”.
A Martinica le autorità, come tanti uomini di terra, ignorarono i segnali più chiari — il fumo, gli animali in fuga, le voci dei marinai — e pagarono il prezzo della loro presunzione. Accade ancora oggi, quando si progettano dighe, porti e spiagge senza chiedere consiglio a chi il mare lo conosce davvero.
Il marinaio vero, prima di salpare, guarda il cielo e prepara la nave per il peggio; chi resta a terra invece immagina e spera sempre nel sole e nella eterna bonaccia di vento e di mare.
C’è un vecchio proverbio che dice: “Il marinaio vero si vede nella tempesta.” È così! La competenza non nasce dal titolo, ma dall’esperienza, dalla prudenza e dal rispetto per la forza del mare.
E allora, il mio pensiero va a tutte le Autorità dei Paesi di mare — a coloro che respirano l’aria salmastra e vestono alla marinara — ricordando loro che il mare non dà confidenza a nessuno.
Chi lo decanta come un poeta, ma non lo teme come uomo, resta sempre un estraneo sulla sua riva.
Testo di Carlo Gatti per Mare Nostrum Rapallo – ottobre 2025
Per i lettori più curiosi ed esigenti .... riportiamo:
Paesi e Territori nelle Piccole Antille
Le Piccole Antille includono una serie di nazioni insulari e territori, ciascuno con il proprio governo, cultura e storia. Alcuni sono stati indipendenti, mentre altri sono legati ad amministrazioni europee o americane.
Paesi Indipendenti
-
Antigua e Barbuda - Nazione di due isole nota per le sue spiagge e la storia coloniale.
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Barbados - Isola corallina con eredità britannica e un forte settore turistico.
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Dominica - Isola coperta di foreste pluviali, nota come l'"Isola della Natura".
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Grenada - L’"Isola delle Spezie", famosa per la noce moscata e le colline ondulate.
-
Saint Kitts e Nevis - Lo stato sovrano più piccolo della regione, composto da due isole.
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Santa Lucia - Isola vulcanica con radici culturali francesi e britanniche.
-
Saint Vincent e le Grenadine - Catena di isole con una vivace vita costiera.
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Trinidad e Tobago - Il paese insulare più meridionale con culture e industrie diverse.
Territori Non Sovrani
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Aruba - Isola caraibica olandese nota per il clima secco e le spiagge bianche.
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Anguilla - Territorio britannico con un’atmosfera rilassata e spiagge.
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Bonaire - Isola olandese nota per la conservazione marina e il diving.
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Isole Vergini Britanniche - Territorio britannico popolare per la vela e il turismo tra le isole.
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Curaçao - Isola olandese con architettura colorata e diversità culturale.
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Guadalupa - Territorio francese con foreste pluviali, vulcani e spiagge.
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Martinica - Isola caraibica francese nota per rum, cucina e sentieri.
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Montserrat - Territorio britannico con un vulcano attivo e una popolazione ridotta.
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Saba - Isola olandese nota per i sentieri escursionistici e le barriere coralline.
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Saint Barthélemy - Isola francese con un turismo di lusso e fascino europeo.
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Saint Martin - Lato francese di un’isola condivisa con il Sint Maarten olandese.
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Sint Eustatius - Isola olandese tranquilla con storia coloniale.
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Sint Maarten - Territorio olandese che condivide un’isola con il Saint Martin francese.
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Isole Vergini Spagnole - Parte di Porto Rico, note per spiagge tranquille e vita marina.
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Isole Vergini Americane - Territorio statunitense con fusione culturale e porti per crociere.
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Nueva Esparta (Venezuela) - Stato venezuelano con spiagge e resort popolari.
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Dipendenze Federali del Venezuela - Isole venezuelane sparse con piccoli insediamenti.
Geografia e Caratteristiche Naturali
Le isole delle Piccole Antille sono principalmente di origine vulcanica. Molte sono montuose, con vulcani attivi o dormienti, e coperte da foreste lussureggianti. La catena di isole gioca un ruolo chiave nella tettonica dei Caraibi e forma il confine orientale della placca caraibica. La regione è più attiva vulcanicamente rispetto alle Grandi Antille e subisce regolarmente uragani e tempeste tropicali.
Significato Culturale e Storico
Le Piccole Antille hanno una complessa storia coloniale che coinvolge Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna. Di conseguenza, la regione presenta una miscela di lingue, religioni, sistemi legali e tradizioni culturali. Molte isole ospitano celebrazioni di Carnevale, e generi musicali come soca, calypso e zouk sono originari di qui.
La regione è anche sede di numerosi linguaggi creoli e di una fusione di eredità africana, europea e indigena. Nonostante siano composte da isole più piccole, le Piccole Antille giocano un ruolo significativo nell’identità caraibica e nella cooperazione regionale.
Importanza delle Piccole Antille
Le Piccole Antille comprendono molte delle destinazioni turistiche più rinomate dei Caraibi e supportano una forte governance regionale attraverso l’Organizzazione degli Stati dei Caraibi Orientali (OECS). Queste isole sono piccole per dimensioni, ma ricche di biodiversità, cultura e posizione strategica.
FINE
Carlo GATTI
Rapallo, 31 ottobre 2025
Incrociatore Italiano Raimondo MONTECUCCOLI
INCROCIATORE ITALIANO
RAIMONDO MONTECUCCOLI



L'incrociatore leggero italiano Raimondo Montecuccoli fu una delle navi sopravvissute alla Seconda guerra mondiale, anche se non l'unica unità ad avercela fatta. Dopo la guerra, fu trasformato in nave scuola per la Marina Militare e operò fino al suo disarmo nel 1964, dopodiché fu demolito nel 1972.
CARATTERISTICHE DELL’UNITA’
CANTIERE: Ansaldo – Genova
Classe Incr. RAIMONDO MONTECUCCOLI
Gemello: Muzio ATTENDOLO
Impostazione: 1931
Varo: 1934
Completamento: 1935
Radiazione: 1964
Dislocamento:
Normale: 8.875 Tonn.
Pieno carico: 8.895 Tonn.
Dimensioni:
Lunghezza: 182,2 (f.t.) - 166,7 ( pp.) mt.
Larghezza: 16,6 mt.
Immersione: 6 mt.
Apparato motore: 6 caldaie - 3 turbine - 3 eliche
Potenza: 106.000 HP
Velocità: 37 nodi
Combustibile: 1.300 Tonn. di nafta
Autonomia: 4.122 miglia a 18 nodi
Protezione:
Orizzontale: 30 mm.
Verticale: 60 mm.
Artiglierie: 70 mm.
Torrione: 100 mm.

Il cannone da 152 mm conservato all'ingresso del parco Città della Domenica di Perugia
Armamento:
8 pezzi da 152/53 mm.
6 pezzi da 100/47 mm
8 mitragliere da 37/54 mm.
8 mitragliere da 13,2 mm.
4 tubi lanciasiluri da 533 mm.
2 aeroplani
Equipaggio: 507
Incrociatore
Raimondo Montecuccoli
L’Incrociatore Raimondo Montecuccoli fu varato nel Cantiere Ansaldo di Genova-Sestri il 2 agosto ’34 e il 30 giugno del '35 venne consegnato alla Regia Marina. Faceva parte con l’Eugenio di Savoia, il Duca D’Aosta e il Muzio Attendolo (nave gemella del Montecuccoli) della VII Divisione, inquadrata nella 2^ Squadra Navale (Ammiraglio di Divisione Salza).
Nel ’36 con lo scoppio della guerra civile spagnola, fu impiegato come scorta e per evacuazione di connazionali e profughi.
Il 27 agosto 1937 il Montecuccoli ricevette l’ordine di salpare per l’Estremo oriente per rafforzare la stazione navale italiana in Cina e proteggerla dagli attacchi Giapponesi.
Salpò da Napoli il 30 agosto al comando del Comandante di Vascello Da Zara e giunse a Shanghai il 15 settembre toccando Porto Said, Aden, Colombo e Singapore.
Dopo diverse missioni in Australia e Giappone, il Raimondo Montecuccoli ripartì il 29 agosto del '39 per l’Europa e giunse a Napoli il 7 dicembre.
Seconda guerra mondiale
IL MONTECUCCOLI PARTECIPO’ ALLE BATTAGLIE:
Attacco a Corfù:
Luglio 1940 - La Battaglia di Punta Stilo
Nel dicembre 1940, la 7ª Divisione di stanza a Bari Eugenio di Savoia, Duca D’Aosta, Montecuccoli e Attendolo insieme ad alcuni cacciatorpedinieri bombardarono postazioni greche sull'isola di Corfù.
17 dicembre 1941 - la Prima battaglia della Sirte la 2
*16 giugno 1942 - battaglia di Mezzo Giugno e quella 10-15 agosto 1942 - battaglia di Mezzo Agosto
*Il convoglio Harpoon-1942 subì pesanti perdite durante la battaglia di "Mezzo Giugno" (12-16 giugno) a causa di attacchi aerei, navali e sottomarini dell'Asse. Dei sei mercantili partiti da Gibilterra, solo due arrivarono a Malta. Le forze dell'Asse ottennero una vittoria significativa, con la marina italiana che ingaggiò uno scontro di superficie durissimo contro la scorta britannica.

L'incrociatore leggero italiano Raimondo Montecuccoli che spara durante la battaglia del convoglio Harpoon nel 1942. Durante lo scontro colpì 11 volte le navi da scorta britanniche, incluso il colpo più lungo effettuato da un incrociatore leggero nella Seconda Guerra Mondiale.
Questa è una trascrizione dello storico italiano Enrico Cernuschi (Amico di Mare Nostrum Rapallo) che include foto rarissime della battaglia, una battaglia molto importante perché tecnicamente è stata la più grande battaglia di superficie della campagna del Mediterraneo che non si è conclusa con una breve scaramuccia in parità (come quella di Calabria), 14 navi alleate hanno difeso il convoglio e sono state sconfitte da una forza italiana di 7 navi; nella forza italiana c'erano i due strani cacciatorpediniere classe Navigatori "modernizzati", che in realtà hanno perso velocità con la modernizzazione, solo 28 nodi, rendendoli una forza particolare per un attacco.
- dicembre 1942. Operazione M.42 che andò poi a culminare nella:
- Prima battaglia della Sirte
- Armistizio del settembre 1943 raggiunse Malta (Cobelligeranza) partecipò a diverse missioni di trasporto veloce ed al rimpatrio dei prigionieri.
- 1949 attività addestrativa come Nave Scuola per gli allievi dell'Accademia Navale di Livorno effettuando numerose crociere in tutto il mondo che lo resero famoso.
ARMISTIZIO
All’armistizio dell'8 settembre la nave si trovava a La Spezia, da dove, insieme alle altre due unità che in quel momento costituivano la VII Divisione, l’Eugenio di Savoia e l’Attilio Regolo, alle corazzate Roma, Vittorio Veneto e Italia della IX Divisione, i cacciatorpedinieri Mitragliere, Fuciliere, Carabiniere e Velite della XII Squadriglia, i cacciatorpediniere Legionario, Oriani, Artigliere, e Grecale della XIV Squadriglia ed una squadriglia di torpediniere formata da Pegaso, Orsa, Orione, Ardimentoso, e Impetuoso, salpò per congiungersi con il gruppo navale proveniente da Genova, formato dalle unità della VIII Divisione, costituita da Garibaldi, Duca degli Abruzzi, Duca D’Aosta e dalla torpediniera Libra per poi consegnarsi agli Alleati a Malta assieme alle altre unità navali italiane provenienti da Taranto.
Il gruppo, dopo essersi riunito con le unità provenienti da Genova, per ottenere una omogeneità nelle caratteristiche degli incrociatori, il Duca d'Aosta passò dalla VIII alla VII Divisione, sostituendo l’Attilio Regolo che entrò a far parte della VIII Divisione.
Durante il trasferimento la Roma, nave ammiraglia dell’Ammiraglio affondò tragicamente nel pomeriggio del 9 settembre al largo dell’Asinara centrata da una bomba Friz-X sganciata da un Dornier 217 della tedesca Luffwaffe partito dalla base di Istres vicino a Marsiglia.
Dall'inizio del conflitto all'armistizio, il Montecuccoli effettuò 32 missioni di guerra percorrendo 31.590 miglia.
Durante la cobelligeranza ed al termine del conflitto, partecipò a numerose missioni di trasporto veloce e di rimpatrio di prigionieri.
Il Montecuccoli fu uno dei quattro incrociatori lasciati alla Marina Italiana in seguito al Trattato di Pace post bellico.
Missioni post belliche:
- 1946 rimpatrio prigionieri italiani da Porto Said, Philippeville, Algeri ed Orano;
- Dal 1947 al 1949 Attività di squadra;

- Estate 1949 designata nave-scuola per gli allievi dell’Accademia navale, (campagne di istruzione estiva nel Mediterraneo)
- Estate 1951 campagna di istruzione estiva a Santa Cruz de Tenerife.
- Estate 1952 campagna di istruzione estiva a Londra;
- Fino al giugno 1954 a La Spezia per riallestimento
- 1955 Copenaghen;- Dal 1° settembre 1956 al 1° marzo 1957
- Olimpiadi di Melbourne - campagna di istruzione con circumnavigazione del globo;
- 1958 Montreal, Boston e Filadelfia;
- 1961 Helsinki;
- 1963 periplo del continente africano;
- 31 maggio 1964 a Taranto venne ammainata per l’ultima volta la bandiera e con il 1° giugno il Montecuccoli fu cancellato dal Quadro del Naviglio Militare dello Stato.
- 1972 Rimorchiato a La Spezia, passò alla demolizione.

Il giorno di Santa Barbara
Mentre si trovava a Napoli il 4 dicembre 1942, , giorno di Santa Barbara, vi fu un bombardamento da parte dei B-24 americani partiti dall’Egitto che arrivarono indisturbati sulla città in quanto scambiati per una formazione di Ju 52 tedeschi, sganciando le loro bombe da oltre 6.000 metri di altitudine, che colpirono il Montecuccoli, l'Eugenio di Savoia, che ebbe 17 morti e 46 feriti e danni alla parte posteriore dello scafo riparabili in 40 giorni ed il gemello Muzio Attendolo che, colpito al centro da una o due bombe venne danneggiato sotto la linea di galleggiamento inclinandosi per finire semiaffondato. Per il Muzio Attendolola stima delle operazioni di recupero e dei lavori di riparazione era da dieci mesi ad un anno, ma lo scafo venne recuperato e demolito al termine del conflitto.
Il Montecuccoli venne colpito da una bomba a centro nave proprio dentro un fumaiolo che venne disintegrato lasciando al suo posto un cratere, ma la protezione della corazzatura riuscì a salvare la nave che, oltre ad avere avuto 44 morti e 36 feriti, ebbe bisogno di ben sette mesi di lavori. Al termine dei lavori vennero installate quattro mitragliere 20/70 mm Oerlikon.
Quadro originariamente collocato nel quadrato ufficiali dell'incrociatore R. Montecuccoli e oggi esposto al museo navale di La Spezia.
Il motto della nave “Con risolutezza con rapidità" ("Festinando non procrastinando"), tratto dagli "Aforismi" dello stesso Montecuccoli si riferiva all'elevata velocità delle unità della classe Condottieri.
Il Montecuccoli possedeva anche il motto non ufficiale “Centum Oculi" (riportato su un quadro nel quadrato ufficiali e oggi conservato al museo navale di La Spezia), anch'esso attribuito al condottiero e che si riferiva le sue indubbie virtù di attenzione e di valutazione all'evolversi della situazione tattica.
Il Montecuccoli oltre al motto "possedeva anche il motto non ufficiale “Centum Oculi" riportato su un quadro nel quadrato ufficiali e oggi conservato al museo navale di La Spezia.
Durante la battaglia di Mezzo Giugno, nel corso dello scontro di Pantelleria (15 giugno 1942), lo scoppio di un colpo a bordo asportò la “O" della parola "oculi" senza causare altri danni: da allora, a ricordo della fortunata circostanza, il motto fu poi tramandato nella forma “Centum Øculi".

Incrociatore "Raimondo Montecuccoli" classe Condottieri.
La Nave è entrata in servizio per la Regia Marina il 30 giugno 1935, dislocamento a pieno carico 8900 t. lunghezza 182,2 mt. larghezza 16,6 mt. velocità 37 nodi, equipaggio 580 uomini.
Nel periodo post bellico ha operato come Nave Scuola per gli Allievi dell'Accademia Navale di Livorno fino al suo disarmo avvenuto nel 1964.
Il suo motto: Con risolutezza, con rapidità
- 1956 Olimpiadi di Melbourne -
La crociera aveva come destinazione finale Melbourne in Australia dove in autunno inoltrato si svolsero le XVI Olimpiadi, alle quali parteciparono atleti italiani; a bordo dell’unità, oltre all’equipaggio, i cadetti dell’Accademia Navale. In tale importantissimo evento mondiale, l’unità fu nave appoggio.
Le foto “comparse” si riferiscono in gran parte ai momenti ufficiali dove il comandante e l’equipaggio furono primi attori, furono i rappresentanti dell’Italia all’estero.

Giro del mondo dell’Incrociatore Raimondo Montecuccoli 1956-1957
LA CROCIERA PIU’ LUNGA.....
Il 1° settembre 1956 l'incrociatore Raimondo Montecuccoli stava per partire per la più lunga crociera del dopoguerra.
Doveva spingersi fino all'Indonesia, all'Australia e la Nuova Zelanda per ritornare indietro attraverso gli stessi mari e gli stessi oceani.
Ma le note vicende che determinarono la temporanea chiusura del canale di Suez bloccarono la via del ritorno, e il mattino del 13 novembre, l'incrociatore ricevette l'ordine di tornare in patria via Panama con conseguente "giro del mondo".
Fu una notizia tutt'altro che spiacevole per chi era a bordo: compiere un viaggio memorabile intorno al globo, percorrendo più di 34.000 miglia.
La missione affidata agli uomini del Montecuccoli era determinante poiché dal comportamento di tutto l'equipaggio dipendeva il giudizio che paesi di tutto il mondo avrebbero dato al nostro Paese, a un decennio dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Il Montecuccoli riuscì a guadagnarsi grande stima e considerazione presso le varie autorità locali e profonda ammirazione da parte delle navi che l'affiancarono in manovre ed esercitazioni in mari fino ad allora sconosciuti alla nostra bandiera.
Ecco dunque che in occasione del 60ennale degli eventi descritti nel volume, si propone una riedizione di quanto già pubblicato dalla Marina nel 1957, arricchito da prologo, prefazione e postfazione che inquadrano il periplo del mondo al contesto sociale, economico, politico e culturale di quegli anni.
Il volume è dedicato a coloro che hanno vissuto quel tempo e quella navigazione, talvolta molto difficile, ma anche a quanti vorranno calarsi nella realtà dell'epoca.
È posto in vendita al prezzo unitario di € 18,00 (€ 12,00 prezzo ridotto per gli aventi diritto) più spese postali, facendone richiesta all’Ufficio Storico della Marina Militare, Via Taormina, 4 – 00135 ROMA e-mail: ufficiostorico.vendite@marina.difesa.it (modalità di dettaglio per l'acquisto
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La nave una volta arrivata a Melbourne per la presenza alle Olimpiadi del 1956, sarebbe dovuta ritornare più o meno per la stessa rotta ma, a causa dei fatti successi in Egitto, (Nasser, presidente della Repubblica,
dopo aver espulso tutti gli stranieri e confiscato i loro beni, nazionalizza il Canale di Suez provocando l’intervento militare franco-inglese) con la conseguente chiusura del Canale, la rotta di ritorno fu riimpostata consentendo così all’unità di circumnavigare il globo.
Imbarcati, oltre all’equipaggio, i cadetti dell’Accademia della 2^ e 3^ classe un totale di 134 allievi di cui 22 di Marine straniere che seguivano gli studi a Livorno.
Furono visitati 34 porti (località) e percorse 33.170 miglia marine.
Le fotografie, qui pubblicate, sono “emerse” nella ricerca di altra documentazione, le stesse mi sono state donate negli anni ‘60 da un componente l’equipaggio dell’unità che ha avuto la fortuna di poter dire “io c’ero”.
Nell’elenco le varie tappe della nave, evidenziate meglio nel percorso sul planisfero; in rosso la rotta d’andata, in verde quella del ritorno.
LIVORNO-PORTO SAID-SUEZ-ADEN-KARACHI-BOMBAY – COLOMBO-SINGAPORE-DJAKARTA-PORT DARWIN-CAIRNS BRISBANE-SIDNEY-AUKLAND-WELLINGTON MELBOURNE-HOBART-ADELAIDE-MELBOURNE - SUVA-PAGO PAGO-PEARL HARBOR-SAN FRANCISO SAN DIEGO-MANZANILLO-ACAPULCO-SALINAS CRUZ LA LIBERTAD-PUNTARENAS-BALBOA CRISTOBAL CARTAGENA-LA GUAYRA-BRIGHTON-PORT OF SPAIN SAO VINCENTE DI CAPO VERDE-GIBILTERRA-LIVORNO
Il LINK CHE SEGUE RACCOGLIE MOLTISSIME FOTO DI QUELLA CROCIERA PER CASO....
https://www.marinai.it/comunica/corsi/corsi/monte.pdf
Conclusione
Quando ero un giovane studente del Nautico di Camogli, spesso andavo a Spezia per rubare qualche scatto alle navi della nostra M.M. che si trovavano nell’Arsenale.
A missione compiuta, prima di prendere il treno per tornare a Rapallo, ricordo quella strada in leggera salita: Via Chiodo che porta alla stazione ferroviaria.
Era l’ultima sosta di quella giornata, la più attesa. Era l’ultimo rito che mi dava una gioia indescrivibile. Il libraio/tabacchino sulla destra mi aspettava quel giorno stabilito per consegnarmi le foto-cartolina in bianco e nero delle Unità della Marina che mancavano nella mia collezione.
Molte erano le navi perdute nella guerra, ma quelle che erano sopravvissute le amavo ancora di più per le storie e le “ciccatrici” che ancora raccontavano....
Gli Incrociatori della classe Montecuccoli sono stati apprezzati per la loro linea elegante, affusolata e per l'estetica, considerata tipicamente italiana e che conferiva loro un senso di bellezza e velocità. Le navi da guerra italiane, fin da allora, erano rinomate per il design e l'ingegneria.
Estetica italiana:
La progettazione italiana era spesso caratterizzata da linee pulite, eleganti e veloci, che rispecchiavano un'estetica che è stata poi associata anche ad altri incrociatori leggeri italiani dell'epoca.
Bellezza e velocità:
La linea affusolata, le forme affilate e il design complessivo contribuivano a dare a queste navi un aspetto slanciato e veloce, che le rendeva visivamente attraenti e, come si diceva, potenti.
Armamento e prestazioni:
Oltre all'aspetto, le navi erano anche ben armate e progettate per operare in autonomia, tipiche di un incrociatore leggero.
In sintesi, la classe Montecuccoli è un esempio emblematico della combinazione di bellezza estetica e prestazioni funzionali tipica dell'ingegneria navale italiana.
Il FRIGNANO del Montecuccoli
https://www.ilfrignanodeimontecuccoli.it/incrociatore-raimondo-montecuccoli/
Carlo GATTI
Rapallo, 24 ottobre 2025
FILIPPINE, GUERRE E RELITTI....
FILIPPINE, GUERRE E RELITTI....
Le Filippine
Un arcipelago di oltre 6.500 isole, hanno una storia di colonizzazione spagnola iniziata nel 1521 e finita nel 1898 (377 anni) quando la Spagna cedette l'arcipelago agli Stati Uniti dopo la Guerra ispano-americana che duròdda aprile ad agosto 1898 e si svolse principalmente nei Caraibi (Cuba, Porto Rico) e nel Pacifico (Filippine, Guam). Il conflitto segnò la fine dell'Impero spagnolo e l'ascesa degli Stati Uniti come potenza mondiale.
L’influenza ed il controllo degli Stati Uniti durò fino al 4 luglio 1946 (48 anni) quando le Filippine ottennero la piena sovranità.
Il territorio filippino è di origine vulcanica, ricco di rilievi montuosi e fiumi, che rendono il suolo fertile e ideale per l'agricoltura.
Il clima tropicale caldo-umido delle Filippine è caratterizzato da monsoni e tifoni, in particolare da giugno a novembre.
La flora e la fauna delle Filippine sono ricche e diversificate, con specie autoctone e protette, che includono mangrovie, orchidee, tartarughe marine e una varietà di mammiferi e uccelli.
L'economia filippina è in via di sviluppo, con un'alta percentuale di popolazione impegnata in agricoltura e un crescente settore turistico, nonostante molti filippini emigrino per migliori opportunità economiche.
Nell'arcipelago si parlano diverse lingue, tra cui il filippino (basato sul tagalog) e l'inglese, entrambe lingue ufficiali, e molte altre lingue regionali come il cebuano, l'ilocano, l'ilonggo e il bicolano, oltre a lingue indigene.
UN PO’ DI STORIA...
Dopo Pearl Harbor (domenica 7 dicembre 1941) gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone, entrando così nella Seconda Guerra Mondiale.
Gli Stati Uniti risposero con una serie di attacchi segnando l'inizio della controffensiva americana:
- Incursione aerea su Tokyo 18 aprile 1942
- Battaglia delle Midway 4 e 5 giugno 1942
Campagna delle Filippine (1944-1945)
Fu il complesso delle operazioni militari svoltesi nell'omonimo arcipelago asiatico a partire dall'8 dicembre 1941 e che vide le locali forze statunitensi e filippine, guidate dal generale Douglas MacArthur combattere contro il corpo di spedizione dell’Impero giapponese, comandato dal generale Masaharu Honma.
Le Filippine, durante il 1940-1945, furono teatro di intense battaglie della Seconda Guerra Mondiale, culminate nella:
Le battaglie includevano l'incursione di Pearl Harbor che segnò l'inizio dell'occupazione giapponese, battaglie terrestri come quelle di Bataan e Corregidor, e battaglie navali cruciali come la battaglia del Golfo di Leyte (1944).
LA CAMPAGNA DELLE FILIPPINE
Primo round a favore dei Giapponesi

I generali Wainwright (a sinistra) e MacArthur
I giapponesi invadono vittoriosi
LE FILIPPINE
Era l’Aprile 1942


Isola di Corregidor, si trova sull’imboccatura di Manilla vicino a Bataan (vedi freccia nera)
A partire dall'8 dicembre 1941, il Giappone continuò la sua espansione nel Pacifico invadendo anche le Filippine che portò alla resa delle forze filippine e statunitensi. Il primo atto si completò nell'aprile 1942 dopo una dura resistenza e la resa finale di Bataan e Corregidor.
Il generale Mac Arthur fuggì in Australia e promise ai filippini: “RITORNEREMO!”
Le Filippine rimasero occupate dai giapponesi fino a quando le forze alleate non iniziarono la campagna di riconquista nel 1944.
Quando il generale Mac Arthur tornò nelle Filippine due anni dopo aver lasciato il paese, disse la famosa frase:
“SONO RITORNATO”
("I have returned")
Con questa frase, pronunciata mentre si trovava nella baia di Leyte nel 1944, MacArthur si rivolse ai filippini per annunciare il suo ritorno e la liberazione del paese.
Le frecce BLU indicano le due più feroci battaglie dell’intera Campagna
Pur disponendo di cospicue forze aeree e dell'appoggio di una squadra navale, dopo un'iniziale resistenza, le truppe filippino-statunitensi del generale MacArthur dovettero soccombere alla superiorità delle forze armate giapponesi impegnate nel loro piano globale di conquista dei possedimenti coloniali occidentali nel Sud-Est Asiatico.
Le forze alleate, dopo essersi ritirate dapprima nella penisola di Bataan e poi nell’isola di Corregidor nella baia di Manila, si arresero infine l'8 maggio 1942 dopo feroci combattimenti nelle giungle. Le Filippine caddero in mano giapponese rimanendovi per oltre due anni.
SECONDO ROUND
a favore degli USA
Il ritorno degli americani...
La campagna delle Filippine
20 ottobre 1944
il 2 settembre 1945
chiamata anche battaglia e liberazione delle Filippine


Un LST statunitense durante le operaziomi di sbarco a Palawan; in primo piano, il relitto di un idrovolante Aichi E13A giapponese.
La battaglia
La campagna per la riconquista dell'arcipelago iniziò il 20 ottobre 1944 con lo sbarco delle forze americane a LEYTE, e proseguì con alterne vicende fino alla resa del Giappone il 2 settembre 1945.

Carta delle Filippine meridionali con indicate le direttrici delle operazioni statunitensi tra il febbraio e il maggio 1945
PREMESSA
Le Filippine rappresentavano per il Giappone l'ultimo scudo della rotta vitale che dall'Indonesia portava il tanto prezioso carburante in patria e nelle altre zone dell'Impero: se l'arcipelago filippino cadeva, i rifornimenti via mare sarebbero cessati e l'intera macchina da guerra nipponica si sarebbe fermata.
Perciò l'ammiraglio Toyoda concepì a partire dal giugno 1944 il piano per la difesa delle Filippine (Sho-go, ovvero Operazione della vittoria). La parte essenziale fu sostenuta dalla marina, che mise in campo praticamente tutte le unità che ancora possedeva.
Incursioni preparatorie
Il 21 settembre nutriti gruppi di aerei statunitensi partirono dalle portaerei a 230 chilometri dall'arcipelago per fiaccare le difese giapponesi.
Al 23 settembre ben 405 velivoli nipponici erano stati distrutti o danneggiati sia al suolo sia in combattimento, mentre 103 navi di vario tonnellaggio furono affondate o gravemente danneggiate: tra gli attaccanti si ebbero solo 15 aerei abbattuti.
Circa un mese dopo, il 12 ottobre, fu riunita una task force per attaccare le installazioni e le forze giapponesi sull'isola di Formosa, che avrebbero potuto creare difficoltà all'invasione delle FILIPPINE.
La grande battaglia condotta dai gruppi imbarcati durò fino al 15 ottobre, quando 500 aerei nipponici erano stati distrutti sulle piste e 40 navi da guerra della marina imperiale erano state affondate; inoltre si ebbero gravi perdite tra i piloti, quasi tutti all'inizio della loro carriera bellica.
Il generale MacArthur, come abbiamo già visto, aveva abbandonato le Filippine pronunciando la frase "ritornerò", che aveva ricordato con volantini durante l'occupazione giapponese; al momento dello sbarco, le sue prime parole pronunciate sulla spiaggia di Leyte furono "Sono ritornato".
Campagna delle Filippine (1944-1945)

Il generale Douglas MacArthur (al centro) sbarca a Palo il 20 ottobre 1944
QUESTA LUNGA PREMESSA STORICA CI CONSENTE ORA DI ENTRARE CON MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA NELL’ARGOMENTO DI QUESTA RICERCA
IL CIMITERO DI NAVI - BAIA DI CORON

LE ISOLE DEI RELITTI
Busuanga - Coron - Culion

CORON
ISOLA DI CORON
Tra il 9 e il 17 aprile le forze statunitensi liberarono le isole di Busuanga e CORON, a nord di Palawan, eliminando un distaccamento giapponese qui insediato.

La baia di CORON nelle Filippine è una piccola insenatura nascosta nella giungla dove cercarono riparo molte navi giapponesi che non sfuggirono però alla caccia degli aerei Americani...
Qui ci fermeremo... per svolgere il nostro sguardo verso questo triste cimitero di navi (relitti) giapponesi dove la storia si è improvvisamente fermata per raccontarci quanto siano inutili le guerre, ma quanto siano necessarie quando è in gioco la propria libertà e sovranità.
Oggi questo “cimitero” è meta di SUB di tutto il mondo. Grazie alle loro riprese e testimonianze fotografiche capiremo meglio la follia di una guerra sanguinosa combattuta tra 6.500 isole povere ma immensamente belle ed innocenti!
Nel settembre 1944, la marina americana attaccò una flotta di navi da guerra giapponesi ancorata nella baia, affondando 24 navi.
Alcuni dei relitti sono ancora in buone condizioni e offrono la possibilità di esplorare le stive, il ponte e altri componenti delle navi.
Questi siti offrono un'immersione storica e un'opportunità di osservare l'abbondante vita marina che ha colonizzato i relitti
è famosa per i suoi numerosi relitti di navi da guerra giapponesi affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, principalmente a causa di un attacco aereo della marina statunitense il 24 settembre 1944. Questi relitti, ormai trasformati in barriere coralline artificiali, attirano appassionati di immersioni e snorkeling, tra cui il Okikawa Maru (una petroliera), l'Akitsushima (una nave di appoggio per idrovolanti) e il Kyokuzan Maru (una nave cargo).










Relitti principali e caratteristiche
Okikawa Maru: La petroliera più grande della flotta giapponese situata vicino all'isola di Busuanga.
Kyokuzan Maru: Una nave da rifornimento lunga 135 metri, considerata tra i migliori relitti, con una visibilità eccezionale.
Akitsushima: Una nave-appoggio per idrovolanti, situata vicino all'isola di Manglet.
Lusong Gunboat: Una cannoniera ideale per lo snorkeling e immersioni meno profonde (tra i 5 e i 15 metri), spesso abbinata a immersioni sul vicino giardino di coralli.
Nanshin Maru: Una piccola petroliera, conosciuta anche come "Black Island Wreck".
East Tangat: Un cacciatore di sottomarini e rimorchiatore giapponese.
RELITTI SALVATORE DE GREGORIO

Filippine, 11 relitti in una sola volta
Palawan Province, la più estesa delle province filippine anche in termini geografici, è uno dei maggiori arcipelaghi, lungo e stretto composto della lunga Palawan e da altre 1780 isole. Questa catena di isole si stende come una barriera a difesa del resto dell’arcipelago filippino di fonte alla penisola vietnamita nel mare delle Sulu.
Nella parte settentrionale delle Palawan, le Calamines con le quattro isole maggiori di Busuanga, Culio, Coron, Sangat.
Nel tratto di mare tra Coron e Sangat nel settembre del ’45 i giapponesi ricollocarono parte della loro flotta dopo che una parte di questa era stata decapitata nell’attacco americano a Manila Bay.La mattina del 24 alle cinque e trenta 96 Helcat americani attaccarono le navi giapponesi che non si attendevano di certo essere colpite in quel modo così rapido. Tre ore più tardi 11 grandi navi da trasporto armate erano finite sul fondo della baia. Solo una petroliera sfuggì riuscendo a riparare a Honk Kong.
Quelle 11 grandi navi sono diventate un’attrazione sottomarina, un concentrato di relitti non sempre disponibili in un numero così elevato e vicini tra loro. E raccontano un particolare di quella guerra nel Pacifico combattuta senza esclusione di colpi.
I relitti sono disposti attorno e in prossimità di Sangat, isola piccolissima e verdissima. Che raggiunge i 445 metri di altezza, con coste a dirupo sul mare e densa giungla. Tutto il mare attorno all’isola è Marine Park protetto e controllato e si afferma che oltre il 75% dell’ambiente sommerso sia perfettamente integro ad eccezione di quella parte devastata dai recenti tifoni o dall’assalto delle grandi stelle marine divoratrici di coralli.
Il primo dei relitti è adatto per un prima immersione o per chi inizia con questo tipo di immersioni. I resti lunghi 35 metri giacciono tra tre e 18 metri di profondità, dieci minuti di navigazione da terra, e si tratta di un mezzo anti sommergibile fino a poco tempo fa considerato un semplice support vessel.
Olympia Maru - 160 metri di lunghezza, tra i – 18 ed i – 30, è una profusione di colori e di incrostazioni marine abitate da innumerevoli piccole specie. Si tratta del relitto di una nave da carico identificata solo di recente. Immersione ideale per i fotografi.
L’Okikawa Maru - È spesso chiamato per errore Tae o Taiei maru. È una petroliera di 160 m che giace a 26 m. Facile, si può attraversarla da una parte all’ altra, ammirare le sue scuole di pesci pipistrello, la sua tartaruga e passare delle ore sul ponte (15 m) alla ricerca di una miriade di nudibranchi. Si possono visitare anche gli interni del relitto grazie alle notevoli aperture esistenti. Massima profondità 26 metri.
Morazan - 120 metri di lunghezza ad una profondità compresa tra i 14 e 26 metri. Abitato da numerose specie marine tra cui anche grossi pesci. Per le particolari condizioni di questo relitto è possibile entrare nei vari compartimenti e sala macchine.
Kogyo Maru - Con i suoi 160 metri di lunghezza, giace a d una profondità leggermente superiore – tra 24 e 35 metri – e questo permette di essere abitato a pesce stanziale di buona taglia oltre ad una fitta colonia di madrepore. In coperta ancora mitraglie antiaeree e nei vani sottostanti ancora presenza di materiale utile per costruzione come un antico bulldozer.
Lusong Gunboat - Non ancora identificato, prende il nome dal luogo dove si trova, per l’appunto l’isoletta di Luson. Massima profondità 12 metri, lunghezza 30 metri.
Irako Maru - Il più interessante, a 200 metri di lunghezza, con una profondità massima di 40 metri abitato da cernie, coda gialla, pesci scorpione e visitata anche da branchi di tonni di passaggio.
All’interno i compartimenti hanno ancora molte parti integre.
Akitsushima - E' una nave da guerra affondata nei pressi dell’isola di Manglet. Abitazione di grandi pesci tra cui barracuda, cernie. Vi sono i resti di cannoni antiaereo, la struttura di un gigantesco aereo e contenitori di munizioni. 180 metri di lunghezza. 38 metri la profondità massima.
Skeleton Gunboat - Accessibile dalla spiaggia in prossimità di Corn Island. Ottimo per allenarsi alla visita dei relitti più sostanziosi. Massima profondità 25 metri.
Il Kyokuzan Maru - Questo relitto di piu di 150 m non si trova nella baia di Coron, ma nel nord di Busuanga . In ottimo stato a 40 m di profondità in un’ acqua chiara e senza troppo particelle. È il relitto per i fotografi! Nei suoi interni ci sono una macchina, un camion e diversi materiali di costruzione. Nella cucina si trovano ancora i piatti. Sul ponte superiore si trova anche un camino abitato da pesci pipistrello che giocano a nascondino tra le strutture del relitto!
Nanshim Maru - E' un relitto non appartenete alla Seconda Guerra Mondiale, affondato successivamente. 45 metri di lunghezza, 32 metri massima profondità, appoggiato sul fondale. Un’ottimo inizio per chi vuole dedicarsi alla scoperta ed allo studio dei relitti.
Mappa approssimativa dei relitti nella Baia di Coron. la piccola isola in colore rosa è Sagat e fa parte delle Calamines, area estrema delle Palawan.
Informazioni pratiche per i subacquei
Visibilità: La migliore visibilità (15-20 metri) si ha da gennaio a maggio.
Temperatura dell'acqua: La temperatura dell'acqua è piacevole tutto l'anno (circa 29°C).
Adatto a tutti i livelli: Ci sono relitti adatti a tutti i livelli, dai principianti che possono fare snorkeling sulla Lusong Gunboat ai subacquei più esperti che possono esplorare i relitti più grandi.
Escursioni: Molti tour operano da Coron, offrendo combinazioni di immersioni sui relitti e visita ad altre isole.
ALBUM FOTOGRAFICO













SOTTOMARINO AMERICANO
USS HARDER


RELITTO SOTTOMARINO
USS HARDER
LUZON - FILIPPINE

USS Harder (SS-257)
Il "relitto smg HARDER" si riferisce al relitto del sottomarino americano ritrovato dopo circa 80 anni nel Mar Cinese Meridionale, al largo delle Filippine, a circa 914 metri di profondità. L'USS Harder, un sottomarino della classe Gato, è stato una nave di grande successo durante la Seconda Guerra Mondiale.
Storia:
L'USS Harder è famoso per i suoi successi in combattimento durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto il comando di Samuel D.Dealev.
Rinvenimento:
Il suo relitto è stato localizzato di recente, dopo oltre 80 anni dal suo ultimo servizio, nel Mar Cinese Meridionale.
Posizione:
Il sottomarino si trova a circa 914 metri di profondità, al largo dell'isola di Luzon, nelle Filippine.
Attività in combattimento:
Il sottomarino affondò 16 navi nemiche per un totale di oltre 54.000 tonnellate.
Onori:
Il suo equipaggio ricevette la Presidential Unit Citation per i successi ottenuti, e il comandante Dealey fu insignito postumo della medaglia d'onore e di quattro croci della marina.
L'USS Harder, storia di un sommergibile di successo
20 lug 2024 — Il relitto di un sommergibile della marina statunitense, l'USS Harder, è stato ritrovato a circa 1.000 metri di profond...
BBC NEWS
“Colpiscili più forte” - Sottomarino USS più duro trovato intatto dopo 80 anni sotto il mare.
USS Harder, il famoso sottomarino "Hit 'Em Harder" della Seconda Guerra Mondiale, è stato scoperto mentre giaceva verticale e quasi completamente intatto a più di 3.000 piedi di profondità da Luzon.
Trovato dal Lost 52 Project e confermato dalla U.S. Navy nel 2024, il relitto mostra un grande buco di esplosione proprio dietro la torre di comando, il punto in cui le cariche di profondità giapponesi hanno colpito durante la sua battaglia finale nel 1944. Riposa tranquillamente sulla chiglia, circondata da corallo e vita d'altura, il suo scafo d'acciaio ancora chiaramente modellato dopo otto decenni al buio.
Commissionato nel 1942, la USS Harder divenne uno dei sottomarini classe Gato di maggior successo nel Pacifico, affondando cinque cacciatorpediniere giapponesi in cinque pattuglie al comando del comandante Samuel D. Dealey, che ha ottenuto la Medaglia d'Onore per le sue audaci missioni.
Il 24 agosto 1944 fu persa con tutti i 79 uomini a bordo dopo un feroce contrattacco al largo di Luzon. Ora riposando nel silenzio degli abissi, Harder rimane sia una potente reliquia della guerra navale che un memoriale duraturo per l'intrepido equipaggio che visse e morì per il suo grido di battaglia:
"Colpisci 'Em più forte”
RINGRAZIAMENTI
- TRIPADVISOR – Fotografie
- Salvatore DE GREGORIO (sito)
- Get Your Guide (sito)
- Coron: La segreta ma piccola armata giapponese
- Mete subacque (sito)
- PDI – (sito)
Carlo GATTI
Rapallo, martedì 21 Ottobre
LA MAGIA DEL TINO - SPEZIA
LA MAGIA DEL TINO
SPEZIA


Il TINO fa da sfondo alla Fregata antisom Luigi RIZZO F 596
Il golfo della Spezia è noto anche come il
GOLFO DEI POETI
A definirlo così, il 30 agosto del 1910, fu il commediografo Sem Benelli che in una villa sul mare di San Terenzo lavorava alla sua Cena delle Beffe e che, in occasione dell'orazione funebre per lo scienziato e scrittore Paolo si espresse con queste parole: "Beato te, o Poeta della scienza, che riposi in pace nel Golfo dei Poeti. Beati voi, abitatori di questo Golfo, che avete trovato un uomo che accoglierà degnamente le ombre dei grandi visitatori."
Un po’ di storia ...
Scavi eseguiti nel 2021 hanno individuato reperti di un edificio di epoca romana e risalenti al primo insediamento nell’isola.
San Venerio, nato nell’isola della Palmaria e patrono del Golfo della Spezia, si ritira in eremitaggio sull’isola sino alla sua morte, avvenuta nel 630. Narra la leggenda che accendesse dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti. Per questo motivo è patrono dei fanalisti e il suo esempio continua ancora oggi, come testimonia il faro che si erge sulla sommità della scogliera. In sua memoria sulla sua tomba viene costruito dapprima un piccolo santuario nel VII da Lucio, vescovo di Luni.
Più tardi, nell’XI secolo, presso l’antico romitorio edificato dove era stato ritrovato il corpo del santo, dai monaci benedettini viene fondato il monastero di San Venerio e Santa Maria del Tino, destinato a godere di ampia fama e ricevere frequenti donazioni dai nobili dei paesi circostanti.
Nell’estate del 1242, davanti all’isola del Tino, Genova si prende la rivincita della battaglia del Giglio sconfiggendo la flotta Pisana alleata dell’imperatore FedericoII.
Nel 1435, pontifice Eugenio IV, ai monaci Benedettini succedono gli Olivetani che vi rimangono fino al 1466, quando devono abbandonare il luogo, troppo esposto alle incursioni turche. I ruderi del monastero sono tuttora visibili sulla costa settentrionale dell’isola.
Probabilmente nei primi anni del XVII secolo la Repubblica di Genova vi erige una torre-fortezza di avvistamento.
Dalla seconda metà del XIX secolo l’isola è interessata dalle ingenti opere di del Golfo della Spezia ancora oggi di proprietà militare.
Importanti lavori di restauro dell’antica abbazia sono stati eseguiti intorno alla metà del XX secolo.
Archeologia subacquea
Ricerche subacquee condotte nel 2012 e 2014 a 17 miglia a sud dell'isola del Tino hanno scoperto due relitti romani. Le navi naufragate trasportavano carichi di anfore vinarie di tipo greco-italico e costituiscono la testimonianza delle rotte di traffico marittimo tra Roma, la Gallia e la Spagna.
Un primo relitto, denominato Daedalus 12, è a una profondità di circa 400 m ed è gravemente danneggiato dai solchi delle reti a strascico che hanno ridotto le anfore ad un ammasso caotico di frammenti, sparsi su un’area molto vasta.
Un secondo relitto, più profondo a 500 m, denominato Daedalus 21, si è conservato sostanzialmente intatto, con il suo carico di oltre duemila anfore vinarie Dressel 1 (di cui 878 visibili in superficie) e vasi, databili intorno al II sec. a.C. Il relitto è lungo circa 25 metri e reca ancora quattro ceppi d’ancora che hanno permesso di definire la posizione della prua.
Il relitto del cpt VINCENZO GIOBERTI, affondato il 9 agosto 1943, è stato localizzato a 600 m di profondità a ponente dell'isola del Tino.
Ambiente
Flora

Mirto
La flora prevalente nell’isola è costituita dalla macchia mediterranea e del bosco di leccio. Altre importanti formazioni vegetali sono la macchia ad euforbia e, sulle scogliere più vicine al mare, quelle caratterizzate dal finocchio di mare. Inoltre molto presenti sono anche: la cineraria marittima, il papavero cornuto, la ginestra, il fico degli ottentotti, la centaurea veneris, la valeriana rossa. (Sono presenti anche alcune piante aromatiche come il timo il mirto il rosmarino e l’ampelodesma mauritanica.
Fauna

Gabbiano Reale l'uccello più diffuso nell'isola del Tino
La fauna del Tino è molto simile a quella della Palmaria, a motivo della vicinanza tra le due isole. Sull'isola si trovano alcune delle maggiori emergenze faunistiche rettili, quali il tarantolino, il più piccolo dei gechi europei, facilmente riconoscibile per l'assenza di tubercoli sul lato dorsale. Oltre che sulle isole del Tino e del Tinetto questo geconide è presente in pochissimi altri siti liguri.
Tra gli uccelli ricordiamo il gheppio, il falco pellegrino, lo sparviero, la pernice, i gabbiani il corvo imperiale, il passero solitario, il cormorano o marangone dal ciuffo. Nell'isola l'elevata presenza di uccelli è dovuta alla quasi totale assenza dell'uomo. Questo ha fatto sì che gli uccelli (in particolare i gabbiani) nidificassero indisturbati anche nei posti più impensabili dell'isola.
Edifici nell'isola
L'isola non è mai stata veramente abitata e le strutture presenti sono quindi poche e quasi tutte a carattere militare. Tra quelle che si sono conservate fino a noi sono: i ruderi del monastero di San Venerio, la batteria G. Ronca, il faro, la vecchia casamatta trasformata in piccolo museo.
Strutture militari

A causa forse del suo isolamento nell'isola del Tino prima del 1920 non erano presenti installazioni difensive (né durante il dominio genovese né durante quello napoleonico venne presa in considerazione questa possibilità anche se Napoleone Bonaparte lo ritenesse utile).
La prima struttura difensiva ad essere costruita risale a dopo gli anni '20 ad opera della Regia Marina a nord-ovest dell'isola ed è stata la Batteria G.Ronca, a cui in seguito ci sono aggiunti altri edifici secondari per il funzionamento della batteria cioè: la Casamatta, la Casermetta, i convertitori, i proiettori di tiro e di scoperta, il deposito benzina.
Tutto questo complesso per garantire maggiore sicurezza in caso di possibile attacco via mare (all'epoca dell'edificazione non erano ancora impiegati gli aerei per i bombardamenti) era dislocato in tutta l'isola per garantire maggiore sicurezza ai singoli settori. Inoltre la dislocazione delle quattro torrette di tiro in alture in diverse posizioni garantiva una copertura di tiro molto elevata (la zona interna del porto era coperta solo dal "pezzo" n.4 perché comunque c'era già un numero sufficiente di batterie in tutto il golfo a garantire un'efficiente copertura di tiro.
Strutture religiose
Scavi condotti nel 1962 dalla Soprintendenza ai monumenti della Liguria hanno rivelato gli avanzi delle fondamenta e dell'abside un'antichissima ecclesia databile tra il V e il VI secolo e quindi contemporanea agli oratori del vicino Tinetto.
Presso questi rilevamenti più antichi, ma distinta da essi, è l'antica Abbazia di San Venerio.
In origine in questo luogo era solo una cappella edificata già nel VII secolo sul luogo di sepoltura di San Venerio, santo eremita nativo della Palmaria, isola maggiore dell'arcipelago spezzino.
Per l'insicurezza provocata dalle continue devastazioni dei Saraceni sulle coste liguri, il venerato corpo del santo nell’860 fu traslato in un luogo più sicuro, presso il nascente borgo di Spezia e i monaci abbandonarono il luogo.
La vita religiosa poté riprendere quando la potenza di Genova e di Pisa, ai primi dell’XI secolo, sconfitti i saraceni riportò una relativa sicurezza sul Tirreno: i Signori di Vezzano, che della marca Obertenga erano i valvassori sul borgo di Portovenere, fecero rifiorire le istituzioni monastiche con donazioni di terre ai Benedettini.
Un'abbazia venne edificata dai monaci come trasformazione architettonica della prima cappella.
Il complesso venne poi abbandonato dai successivi monaci Olivetani nel XV secolo, quando questi dovettero trasferirsi in un più sicuro insediamento monastico nella zona del Varignano e quindi andò incontro ad un lento decadimento strutturale.
Dell'antico edificio medievale rimangono oggi visibili la facciata della chiesa, i suoi muri perimetrali e quelli del chiostro, in stile romanico.
Nel convento degli Olivetani ha sede il museo archeologico dell'isola del Tino che conserva anfore e monete romane e manufatti dei monaci come boccali in graffita policroma e un catino in maiolica.
Un altro importante edificio è il Cenotafio di San Venerio.
Strutture civili
Il faro dell'isola
Altre strutture sono il porticciolo ed il faro, entrambi direttamente controllati e gestiti dal Comando Militare.
L'edificio del faro è stato costruito nel 1840 sulla piazza d'armi della seicentesca fortezza di avvistamento genovese per decisione di re Carlo Alberto. Il primo combustibile utilizzato per il funzionamento del faro era l’olio vegetale, successivamente sostituito dal carbone.
Nel 1884 venne costruita una seconda torre, più alta della prima torre, alla cui sommità vennero poste delle lenti ottiche ad incandescenza, alimentate elettricamente da due macchine a vapore. Poiché questo sistema forniva eccessiva potenza al fascio di luce prodotto, nel 1912 l'impianto venne sostituito con uno a vapori di petrolio. Grazie all'arrivo dell’energia elettrica il faro venne elettrificato, mentre la completa automazione avvenne nel 1985.
Il faro è controllato e gestito dal Comando di Zona Fari della Marina Militare che ha sede alla Spezia e che soprintende tutti i fari dell'Alto Tirreno.
Di notte da Lerici (che si trova dal lato opposto del golfo della Spezia) o dalle Cinque è possibile vederne i lampi nell'oscurità del mare.
La ricorrenza di San Venerio
Ogni anno, il 13 settembre, all'isola del Tino si celebra festa di San Venerio. In questa ricorrenza si svolge una processione in mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all'isola del Tino e viene impartita la benedizione sai fedeli e alle imbarcazioni.
Poiché il territorio dell'isola è di norma inaccessibile in quanto zona militare, questa giornata e la domenica successiva sono le uniche occasioni per poterlo visitare.
Inoltre viene esposto il reliquiario di San Venerio che ne contiene il teschio (infatti il Santo è sepolto a Reggio Emilia, ma questa parte del suo corpo nel 1959 venne restituita alla Diocesi della Spezia per disposizione di papa Giuovanni XXIII).

I fari Italiani, gestiti dalla Marina Militare dal 1911, sono sempre stati al passo con ogni innovazione tecnologica sia nel campo della luce, sia nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia sempre più sicure e performanti, sia, negli ultimi tempi, con l’impiego dell’informatica per garantire sempre un servizio di pubblica utilità, rivolto alla sicurezza della navigazione e strutturato e idoneo al variare delle esigenze e delle tecnologie disponibili.
Il faro del Tino ne è un esempio “lampante” in quanto in esso sono state testate nel tempo moltissime innovazioni tecnologiche. Fu il primo faro, nel 1840, ad essere alimentato da due generatori a corrente alternata a magneti permanenti azionati da due macchine a vapore, ma è stato anche il primo a testare, nel 2016, i nuovi led a lunga portata di ultimissima generazione.
I fari ad ottica fissa, ossia con luce intermittente, e quelli ad ottica rotante, dove la luce è sempre accesa, con la caratteristica data dalla rotazione delle lenti di Fresnell, sono stati alimentati, a partire dal 1800 con vapori di petrolio, con l’acetilene, per poi essere elettrificati o dotati di fonti di energia alternative nel dopoguerra.
Sono stati istallati bruciatori di vario genere a seconda del gas combustibile utilizzato, scambiatori acetilene/elettrici e scambiatori di lampade di vario tipo.
Anche le lampade hanno avuto un’evoluzione nel tempo diventando sempre più piccole ed affidabili.
Le strutture architettoniche dei fari si sono adeguate alle esigenze dei tempi diventando sempre più alte ed articolate, permettendo la vita in pianta stabile dei faristi e delle loro famiglie.
Solo le lenti di Fresnell sono rimaste immutate nel tempo, dall’Ottocento a oggi mantenendo al faro un tocco di antica signorilità e romanticismo.
Nel percorso didattico museale del Tino vedrete questa evoluzione e questa metamorfosi di luci e di tecnologia sia della componente tecnica che infrastrutturale.
Nelle varie sale del bastione Napoleonico potrete ammirare pezzi concessi dal Museo Tecnico Navale di La Spezia, dall’Ufficio Tecnico dei Fari, dal Comando Zona Fari di Spezia e da privati. Pezzi storici, componenti di un lontano e recente passato, che potevano funzionare (“DEVE FUNZIONARE” è il motto dei faristi) solo grazie alla preparazione del personale Farista (personale civile della Difesa), ma anche grazie all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di una categoria di persone veramente eccezionali… le loro famiglie.
ALBUM FOTOGRAFICO DEL FARO








Stella Maris (Stella del mare) è un titolo, fra i più antichi, per la Vergine Maria, madre di Gesù. Il titolo è utilizzato per enfatizzare il ruolo di Maria come segno di speranza e come stella polare per i cristiani; con questo titolo, la Vergine Maria è invocata come guida e protettrice di chi viaggia o cerca il proprio sostentamento sul mare, titolo simile a quello di Odigitria.

STELLA MARIS
https://discoverportovenere.com/it/isola-del-tino-san-venerio/
Se prendete il traghetto per la Palmaria da Spezia, mentre state per raggiungere l’isola, potrete anche accorgervi della presenza di una terza “isola”.... forse uno grande scoglio “isolato”, degno quindi d’avere un nome: IL TINETTO emerso in tempi lontani dagli abissi del mare, come nelle favole...
Il Tinetto è ben famoso ai naviganti cosí come agli appassionati di Nautica locale, infatti è presente intorno ad esso una secca capace di provocare danni anche a piccoli natanti.
In tutte le calate dei porti del mondo circolano sempre sia le favole che gli aneddoti a volte anche mescolati con la Fede, come questo che noi abbiamo ascoltato dal vivo:
“quello di un piccolo motoscafo esibizionista che, a tutta velocitá e inconsapevole del pericolo, è passato sopra la secca perdendo per completo i due motori. Per questo “gli anziani” del posto hanno rinominato questi scogli sommersi come lo “scoggio do Diao”. Tradotto: lo scoglio del Diavolo.
A protezione dello scoglio e dei turisti della domenica, i nostri avi posizionarono in quella zona una suggestiva Madonnina che si erge sulle acque del mare dedicata a Maria, la “Stella Maris” dei marinai.
Un perimetro di circa due chilometri racchiude i 127.000 mq dell'isola del Tino, lussureggiante per il bosco misto di pini e lecci che nei secoli ha soppiantato le precedenti colture a olivo e vite, risalenti all'epoca degli insediamenti dei monaci benedettini. Un'impervia ed elevata falesia cinge l'isola da occidente rendendola inaccessibile e, al tempo stesso, strategica. Punta estrema della Liguria di levante, faro naturale proteso verso il Mediterraneo, dirimpettaio di Capraia, Gorgona e Corsica.
Dal 1997 l'isola del Tino, insieme alle altre isole Palmaria e Tinetto, Portovenere e le Cinque Terre è stata inserita tra i Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.
Descrizione
L'isola del Tino (Tyrus mayor nei testi medievali, nome probabilmente di origine fenicia). La superficie dell'isola, che si erge fino a 117 metri s.l.m., è di 0,13 Km2 e il suo perimetro di quasi 2 km.
LA STORIA DI SAN VENERIO
Scavi eseguiti nel 2021 hanno individuato reperti di un edificio di epoca romana e risalenti al primo insediamento nell'isola.
San Venerio, nato nell'isola della Palmaria e patrono del Golfo della Spezia, si ritira in eremitaggio sull'isola sino alla sua morte, avvenuta nel 630. Narra la leggenda che accendesse dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti. Per questo motivo è patrono dei fanalisti e il suo esempio continua ancora oggi, come testimonia il faro che si erge sulla sommità della scogliera. In sua memoria sulla sua tomba viene costruito dapprima un piccolo santuario nel VII da Lucio, vescovo di Luni.
Più tardi, nell’XI secolo, presso l'antico romitorio edificato dove era stato ritrovato il corpo del santo, dai monaci benedettini viene fondato il monastero di San Venerio e Santa Maria del Tino, destinato a godere di ampia fama e ricevere frequenti donazioni dai nobili dei paesi circostanti.
Nell’estate del 1242, davanti all’isola del Tino, Genova si prende la rivincita della battaglia del Giglio sconfiggendo la flotta Pisana alleata dell'imperatore FedericoII.
Nel 1435, pontifice Eugenio IV, ai monaci Benedettini succedono gli Olivetani che vi rimangono fino al 1466, quando devono abbandonare il luogo, troppo esposto alle incursioni turche. I ruderi del monastero sono tuttora visibili sulla costa settentrionale dell'isola.
Probabilmente nei primi anni del XVII secolo la Repubblica di Genova vi erige una torre-fortezza di avvistamento.
Dalla seconda metà del XIX secolo l'isola è interessata dalle ingenti opere di del Golfo della Spezia ancora oggi di proprietà militare.
Importanti lavori di restauro dell'antica abbazia sono stati eseguiti intorno alla metà del XX secolo.
Chi era San Venerio, patrono del Golfo dei Poeti e dei guardiani dei fari?

Il monaco San Venerio nacque sull’isola della Palmaria nel 560 circa e visse in eremitaggio sull’Isola del Tino, dove morì nel 630.
Nelle notti più buie era solito accendere un falò per aiutare le navi ad orientarsi nel Golfo dei Poeti.
Oggi è il patrono del Golfo della Spezia e dei guardiani dei fari.
Venerio entra nel Monastero benedettino di Palmaria e diventa monaco. Poi, però, si trasferisce a Tino, un altro isolotto vicino, perché vuole vivere da solo. Egli fugge da un ambiente dove non si rispetta abbastanza la Regola benedettina, basata solo sulla preghiera e sul lavoro. Così, pensando che «è meglio stare da soli che male accompagnati», va a fare l’eremita. In questo isolotto Venerio prega e si rende utile a tutti, soprattutto ai poveri. Per gli umili pescatori, con i suoi consigli da esperto marinaio, l’eremita trova ingegnose soluzioni come quando costruisce una vela per migliorare la navigazione. Quando si fa sera, Venerio raccoglie rami e arbusti e accende un grande falò nel suo isolotto per illuminare la notte e rendere più sicura la rotta dei pescherecci.
[testo di Mariella Lentini su santiebeati.it]
Ogni anno, il 13 settembre, all'isola del Tino si celebra festa di San Venerio. In questa ricorrenza si svolge una processione in mare che trasporta la statua del santo dalla Spezia all'isola del Tino e viene impartita la benedizione sai fedeli e alle imbarcazioni.
Poiché il territorio dell'isola è di norma inaccessibile in quanto zona militare, questa giornata e la domenica successiva sono le uniche occasioni per poterlo visitare.
Inoltre viene esposto il reliquiario di San Venerio che ne contiene il teschio (infatti il Santo è sepolto a Reggio Emilia, ma questa parte del suo corpo nel 1959 venne restituita alla Diocesi della Spezia per disposizione di papa Giovanni XXIII).
Su questo scoglio sarebbe vissuto tra VI e VII secolo San Venerio, eremita e poi riferimento dei marinai, dato che era solito accendere fuochi per segnalare il pericolo notturno dell’isola ai naviganti. Fu lui, secondo la leggenda, ad aver introdotto a La Spezia la pratica dell’armo latino, la vela triangolare con l’antenna, ideale per risalire il vento assai più degli armi precedenti. Santo conteso, controverso, multiplo nelle sue valenze, che scelse il Tino per la sua bellezza naturale, per il romitaggio che garantiva, e su cui, nel tempo, venne eretto il faro attivo tutt’oggi, a centocinquant’anni dall’invenzione di Fresnel, quella che con lenti diagonali alternate consente a una piccola lampadina alogena di essere visibile fino a ventotto miglia.
Ieri abbiamo assistito da lassù, dalla torre oltre 110 metri sul livello del mare, a un tramonto mozzafiato e all’accensione del faro. Affascinante. Guardare la Corsica, Capraia, Gorgona, le Cinque Terre, il Golfo, Montemarcello, la Versilia in quel tripudio di colori credo sarà indimenticabile.

I fari Italiani, gestiti dalla Marina Militare dal 1911, sono sempre stati al passo con ogni innovazione tecnologica sia nel campo della luce, sia nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia sempre più sicure e performanti, sia, negli ultimi tempi, con l’impiego dell’informatica per garantire sempre un servizio di pubblica utilità, rivolto alla sicurezza della navigazione e strutturato e idoneo al variare delle esigenze e delle tecnologie disponibili.
Il faro del Tino ne è un esempio “lampante” in quanto in esso sono state testate nel tempo moltissime innovazioni tecnologiche. Fu il primo faro, nel 1840, ad essere alimentato da due generatori a corrente alternata a magneti permanenti azionati da due macchine a vapore, ma è stato anche il primo a testare, nel 2016, i nuovi led a lunga portata di ultimissima generazione.
I fari ad ottica fissa, ossia con luce intermittente, e quelli ad ottica rotante, dove la luce è sempre accesa, con la caratteristica data dalla rotazione delle lenti di Fresnell, sono stati alimentati, a partire dal 1800 con vapori di petrolio, con l’acetilene, per poi essere elettrificati o dotati di fonti di energia alternative nel dopoguerra.
Sono stati istallati bruciatori di vario genere a seconda del gas combustibile utilizzato, scambiatori acetilene/elettrici e scambiatori di lampade di vario tipo.
Anche le lampade hanno avuto un’evoluzione nel tempo diventando sempre più piccole ed affidabili.
Le strutture architettoniche dei fari si sono adeguate alle esigenze dei tempi diventando sempre più alte ed articolate, permettendo la vita in pianta stabile dei faristi e delle loro famiglie.
Solo le lenti di Fresnell sono rimaste immutate nel tempo, dall’Ottocento a oggi mantenendo al faro un tocco di antica signorilità e romanticismo.
Nel percorso didattico museale del Tino vedrete questa evoluzione e questa metamorfosi di luci e di tecnologia sia della componente tecnica che infrastrutturale.
Nelle varie sale del bastione Napoleonico potrete ammirare pezzi concessi dal Museo Tecnico Navale di La Spezia, dall’Ufficio Tecnico dei Fari, dal Comando Zona Fari di Spezia e da privati. Pezzi storici, componenti di un lontano e recente passato, che potevano funzionare (“DEVE FUNZIONARE” è il motto dei faristi) solo grazie alla preparazione del personale Farista (personale civile della Difesa), ma anche grazie all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di una categoria di persone veramente eccezionali… le loro famiglie.



Il pittoresco Faro dell’Isola del Tino [foto di Elisabetta Cesari
ASSOCIAZIONE AMICI DEL TINO
Riportiamo:
Il Tino, piccola isola dell'arcipelago di Portovenere nel golfo della Spezia, è un triangolo roccioso che raggiunge i 97 metri s.l.m. Isola di natura pressoché incontaminata, di storia e leggende, sito archeologico e zona sacra, perla di luce, con il suo faro, luogo di sperimentazione tecnica, il Tino è isola della Marina Militare e, dal 1997, Patrimonio dell'Umanità. Far conoscere e creare reti di cultura attorno a questo immenso patrimonio è l'obiettivo dell'Associazione Amici dell’isola del Tino odv. Tutti possono entrare a far parte di questa storia millenaria e contribuire a scriverne una nuova pagina.

Attracco di Fenici e Greci, l’isola del Tino fu abitata dai Romani, come testimoniano i ritrovamenti di cisterne, monete e navi onerarie al largo delle sue coste.
Il Tino entra nel mito sul finire del VI secolo d.C., divenendo l'isola del Santo marinaio Venerio, che qui visse da eremita accendendo fuochi notturni per guidare i naviganti.
In seguito, per quasi un millennio, fu abitata e coltivata dai monaci, divenendo meta di pellegrinaggi europei e preda di pirati ed eserciti. Infine, divenne bastione di difesa, cava di marmo Portoro e luogo militarizzato.
Da ben prima del 1839 risplende la luce del faro di San Venerio. Costruito dalla Regia Marina, oggi gestito dal Comando MARIFARI La Spezia.
Gli antichi fuochi notturni del Santo marinaio trovano così un'ideale continuazione per la cura della gente di mare, grazie ai tre lampi e all'eclissi, che il faro, generosa sentinella, ogni notte fa brillare nell'Alto Tirreno, portando la luce fino a 25 miglia marine. Presidiata da guardiani, palestra addestrativa del Comando Subacquei e Incursori Teseo Tesei, il Tino è l'isola più segreta della Liguria che ora apre i suoi tesori al mondo.
IL FUTURO

Un ambiente naturale e antropico unico, sopra e sotto il mare, sentieri e terrazzamenti, fondali straordinari, fossili, rarità botaniche e faunistiche, archeologia e spiritualità, reperti risalenti dal II sec a. C., caverne, gallerie e installazioni militari, il faro e le sue sale storiche: il Tino è l'isola dei tesori da condividere, salvaguardare e custodire.

l Tino è un’isola ricca di storia e di vegetazione. Arrivando dal mare la si nota per il verde della macchia mediterranea che la ricopre e per la sua forma singolare. I bagliori di luce che emana dopo il tramonto sono un altro suo tratto inconfondibile.
Al Tino visse a lungo il monaco Venerio, originario della Palmaria, che qui si ritirò in eremitaggio fino alla morte. Primo farista della storia, a sua volta patrono dei faristi, è protettore di tutto il golfo dal 1960. La sua memoria è palpabile sull’isola come in tutta la zona. Esponente del monachesimo insulare fu legato ai monaci di San Colombano che in suo onore edificarono una cappella nei pressi del luogo della sua sepoltura.
Sono numerosi i resti archeologici presenti sull’isola e per questa ragione da pochi giorni la Sovrintendenza ha ricominciato a scavare per fare chiarezza sulla sua storia più antica.

Cessate le incursioni saracene, sotto il controllo delle potenze di Genova e Pisa, la ritrovata pace nel golfo riportò i Benedettini prima e gli Olivetani poi a prendersi cura del Tino.
Più recentemente la vocazione militare ha prevalso su quella religiosa. Il faro fu edificato per volere di Re Carlo Alberto nel 1840. Le strutture militari vennero invece costruite a partire dai primi del ‘900.
Visitare l’isola del Tino con l’Associazione “Amici dell’Isola del Tino”
Le persone hanno chiesto anche: Come posso visitare l'isola del Tino?
AI Overview
L'Isola del Tino si può visitare solo due volte l'anno in occasione della Festa di San Venerio, il 13 settembre e la domenica successiva, data in cui l'isola viene aperta al pubblico per una speciale celebrazione legata al santo patrono del golfo. L'accesso è interdetto in altre occasioni perché l'isola è una zona militare di proprietà della Marina Militare.
Da qualche tempo però visitare l’isola del Tino con più frequenza è diventata la missione di un’Associazione che si occupa di valorizzare, proteggere e tutelare al massimo questo angolo di paradiso ligure.
Si chiama “Amici dell’Isola del Tino”
l’organizzazione di volontariato che dall’autunno 2020 si occupa di promuovere, tutelare e preservare l’insieme dei valori storici, culturali ed ambientali che caratterizzano questo lembo di terra che emerge dai flutti.

Per questa sua attuale natura l’isola del Tino è di esclusivo appannaggio della Marina Militare che presenzia il faro e tutto il suo perimetro ogni giorno dell’anno. L’accesso a cittadini e turisti è consentito solo il 13 settembre quando si celebra San Venerio.
Il faro del Tino
13 settembre 2019
L'Isola del Tino è un sito assegnato alla Marina Militare, proclamato patrimonio dell'UNESCO con la convenzione WHC97/CONF.208/17 in data 27.02.1998 e che fa parte del Parco Naturale Marino di Portovenere. Sull'isola si può visitare l'edificio del faro, con la sua lanterna, esempio di costruzione fortificata neoclassica su basamento medioevale, successivamente ampliato in epoca napoleonica. La struttura del faro, è oggi l’edificio principale dell'isola, risalente al periodo delle Repubbliche Marinare, ospita, oltre al segnalamento marittimo, una Sala Storica del Servizio Fari (che illustra l'evoluzione e una Sala Archeologica tecnologica dei fari) contenete i reperti degli scavi effettuati negli anni 50 e 80. Entrambe le sale sono state aperte di recente. Il faro posto su una torre cilindrica bianca su torrione è ad ottica rotante ed ha le seguenti caratteristiche:
Numero nell'Elenco Fari: 1708
Portata nominale: 25 Mn;
Altezza della torre: 24 m;
Altezza luce sul livello medio del mare: 117 m;
Caratteristica: 3 lampi -periodo 15 sec;
Colore della luce: bianco;
Anno di costruzione: 1840.
Dalle sue finestre poste ai piani intermedi si gode di una vista meravigliosa su l’isola della Palmaria, Punta Mesco, e il golfo di La Spezia, mentre salendo ancora per la scala a chiocciola in marmo si arriva alla stanza cilindrica dell’ottica rotante dove una vista a 360 gradi tra cielo e mare toglie il fiato. Il mare liscio e verde come le prime foglie dei fichi, aprie le porte dell’immaginazione. Da questo punto d’osservazione e facile fantasticare, velieri fantasma, vascelli pirata, mostri marini e magari all’orizzonte scorgere la nave di Papà Lucerna e chiedersi se veramente l’origine di quest’isola e la sua figlia sono da attribuire alla sua abilità e non del succedersi di eventi geologici.
UNO STUPENDO YouTube
Per vedere il filmato apri il seguente LINK
https://discoverportovenere.com/it/isola-del-tino-san-venerio/
fai scorre la pagina del sito: “Video Visita Isola Del Tino” verso l’alto fino ad incontrare l’immagine sotto, cliccala su “riproduci” in basso a sinistra
Chiudiamo con l’informazione più importante
L'Isola del Tino può essere visitata solo in due occasioni all'anno, in concomitanza con la Festa di San Venerio, il 13 settembre e la domenica successiva. L'isola è una zona militare e l'accesso è interdetto al pubblico, quindi è fondamentale verificare le date precise di apertura e organizzare la visita con largo anticipo, prenotando i posti disponibili sui traghetti speciali.
TINO - SAN VENERIO
L’accesso all’Isola del Tino sarà possibile esclusivamente attraverso un servizio di battelli con partenza dalla Spezia e da Porto Venere alle 9 e imbarco dal Tino alle 13.30 e con partenza dalla Spezia e Porto Venere alle 13 e imbarco al ritorno alle 17.30. Le prenotazioni sono effettuabili solo ed esclusivamente dal portale messo a disposizione dal Cai della Spezia. I visitatori saranno accolti dal personale della Marina Militare, dai volontari del Club Alpino Italiano e dall’Associazione Amici dell’isola del Tino Odv che forniranno il necessario coordinamento per agevolarne la permanenza sull’isola. Di conseguenza non saranno consentiti approdi e accessi a imbarcazioni private e visitatori occasionali.
L’Isola del Tino è di proprietà della Marina Militare ed è solitamente chiusa al pubblico. Ma ogni anno, in occasione della Festa di San Venerio del 13 settembre, è possibile visitare quest’isola che è patrimonio UNESCO insieme a Portovenere, le Cinque Terre e le isole Palmaria e Tinetto.
Festa di San Venerio 2025: come e quando visitare l’isola del Tino
Il 13, 14 e 15 settembre 2025 sarà possibile visitare l’Isola del Tino partendo da Portovenere e da La Spezia. Questo evento offre un’opportunità rara di esplorare questo angolo di natura incontaminata, scoprire i suoi panorami mozzafiato e godersi la bellezza del luogo!
Sono state organizzate corse giornaliere con prenotazione obbligatoria e per un numero limitato di partecipanti.
Corse speciali per il Tino dalla Spezia
Orari – venerdì 12 settembre
1° turno, sabato mattina: partenze ore 09:00 con rientro obbligatorio alle ore 13:30 dall’Isola del Tino.
2° turno, sabato pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.
Orari – sabato 13 settembre
Turno unico, sabato pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.
Orari – domenica 14 settembre
1° turno, domenica mattina: partenza ore 09:00 con rientro obbligatorio alle ore 13:30 dall’Isola del Tino.
2° turno, domenica pomeriggio: partenza ore 13:00 con rientro obbligatorio alle ore 17:30 dall’Isola del Tino.
Corse speciali per il Tino da Portovenere
Orari – sabato 13 settembre
Turno unico, sabato pomeriggio: partenza ore 13:30 con rientro obbligatorio alle ore 17:45 dall’Isola del Tino.
Orari – domenica 14 settembre
1° turno, domenica mattina: partenza ore 09:30 con rientro obbligatorio alle ore 13:45 dall’Isola del Tino.
2° turno, domenica pomeriggio: partenza ore 13:30 con rientro obbligatorio alle ore 17:45 dall’Isola del Tino.
Per più informazioni e per acquistare i biglietti, visita www.navigazionegolfodeipoeti.it.
Ringraziamenti:
- Andrea Bonati storico
- Mariella Lentini scrittrice
- Elisabetta Cesari fotografa
- Serena Borghesi giornalista
- ASSOCIAZIONE AMICI DEL TINO
Bibliografia
-
Ossian De Negri,Storia di Genova, Firenze, Giunti Martello, 1986
-
Braudel,Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, Milano, Bompiani, 1986.
-
Caselli,La Spezia e il suo Golfo – Notizie storiche e scientifiche, ristampa anastatica, La Spezia, Luna Editore, 1998
-
Faggioni,Fortificazioni in provincia della Spezia – 2000 anni di architettura militare, Milano, Ritter Ed., 2008
Carlo GATTI
Rapallo, martedì 21 ottobre 2025
LA TERRIFICANTE COLLISIONE: EMPRESS OF IRELAND - STORSTAD
LA TERRIFICANTE COLLISIONE TRA LA NAVE PASSEGGERI EMPRESS OF IRELAND E LA NAVE CARBONIERA NORVEGESE STORSTAD
Avvenne il 29 maggio 1914 nelle prime ore del mattino, in un fitto banco di nebbia. La prua della Storstad colpì il fianco destro della Empress, causando il suo rapido affondamento nel fiume San Lorenzo in Quebec-Canada. La collisione provocò 1.012 vittime, su 1.477 persone a bordo, rendendolo uno dei peggiori disastri marittimi in tempo di pace del XX secolo. Resti umani si possono ancora trovare a bordo tutt'oggi.




Relitto della RMS Empress of Ireland, fiume San Lorenzo, Canada

Ecco come si presentava la prora della STORSTAD dopo la collisione

Il Comandante G.H. Kendall, il discusso Capitano che si salvò e fu preso a bordo dalla nave che lo aveva colpito.
Descrizione generale |
|
Tipo |
piroscafo |
Proprietà |
Canadian Pacific Steamship Company |
Costruttori |
Fairfield Shipbuilding and Engineering Company |
Cantiere |
Glasgow, Regno Unito |
Varo |
27 gennaio 1906 |
Entrata in servizio |
29 giugno 1906 |
Destino finale |
Affondata il 29 maggio 1914 dopo collisione con la Storstad |
Caratteristiche generali |
|
Stazza lorda |
14,191 Gross Register Tons (GRT) tsl |
Lunghezza |
174,1 m |
Larghezza |
20 m |
Velocità |
18 nodi (33,34 km/h) |
Passeggeri |
1.580 |
La RMS EMPRESS OF IRELAND
Nave passeggeri inglese, affondò il 29 maggio 1914 alle 01.20 di notte nel golfo del fiume San Lorenzo dopo la collisione con la nave da carico norvegese SS/STORSTAD. Nell'incidente morirono 1.012 persone, fra cui numerosi italiani.
Commissionata dalla CPL (Canadian Pacific Line) per la rotta transatlantica tra Québec (Canada) e Regno Unito fu varata il 26 gennaio 1906.
La nave era lunga 174 m, larga 20,1 m, con una Stazza Lorda di 14.191 tonnellate, essa poteva ospitare 1.580 tra passeggeri e personale di bordo.
Insieme alla sistership Empress of Britain era una nave passeggeri tra le più grandi e veloci sulla rotta settentrionale.
L'affondamento
L'RMS Empress of Ireland partiva dal porto di Québec City alle 16.30 (ora locale) del 28 maggio 1914 con 1.477 persone a bordo con destinazione Liverpool Inghilterra.
Intorno alle 01.00 del mattino il marinaio di vedetta segnalava la presenza di un'altra nave che procedeva (controbordo) in senso contrario sulla medesima rotta, era la nave da carico norvegese SS Storstad.
Il comandante Henry Kendall dell'Empress of Ireland inviava segnali con la sirena alla Storstad per avvertire quest'ultima della propria presenza.

La SS Empress of Ireland affondò solo un paio d’anni dopo il TITANIC, In 14 minuti è passata da nave passeggeri di lusso a relitto.
UN PRECEDENTE
Dopo la tragica collisione del TITANIC in cui si evidenziarono parecchie carenze in fatto di sicurezza,
Sulla EMPRESS c’erano abbastanza scialuppe di salvataggio per far sopravvivere tutti, purtroppo l’equipaggio non ebbe abbastanza tempo per usarle perché la nave in pochi minuti imbarcò grandi quantitativi di acqua e sbandò sul fianco di dritta.
LA DINAMICA DELL’INCIDENTE NON PUO’ CHE ESSERE QUESTA

La STORSTAD colpì e penetrò con la prua rinforzata nello scafo della EMPRESS OF IRELAND (le due navi procedevano con abbrivo sostenuto) squarciando e aprendo nello scivolamento i ponti inferiori, che hanno iniziato a riempirsi d'acqua a vagonate - oltre un quarto di milione di litri di acqua di mare al secondo è stato stimato.
La maggior parte dei passeggeri dormiva al momento della collisione e ha avuto poco tempo per reagire.
Meno di 10 minuti dopo, l'Empress of Ireland si è sbandata violentemente sul lato di dritta - il lato su cui è stata colpita - per un minuto o due, dando il tempo a circa 700 passeggeri di uscire attraverso i ponti e i boccaporti sul lato di sinistra. I passeggeri nelle parti inferiori del lato di dritta sono rimasti per lo più intrappolati.
Pochi minuti dopo la collisione, la Empress già paurosamente inclinata sulla dritta, rese le scialuppe di dritta inutilizzabili. Sono state calate in totale 7 scialuppe - 2 delle quali si sono capovolte.
C'erano anche delle porte progettate per chiudersi e rendere stagni i compartimenti della nave, ma di nuovo, non c'è stato abbastanza tempo per chiuderle. Ogni apertura della nave iniziò a imbarcare acqua, la falla enorme sul lato di dritta, i boccaporti, tutto!
Circa 5 minuti dopo l’impatto, le luci si spensero e l'Empress s’inabissò nel buio.
I passeggeri del ponte superiore hanno avuto la “fortuna” di trovarsi più vicini alle scialuppe di salvataggio, e molti sono sopravvissuti.
I passeggeri dei ponti inferiori sono annegati quasi subito, ammesso che siano sopravvissuti al catastrofico impatto.
La tragedia marittima in cifre
- partenza: porto di Québec City: 28 maggio 1914;
- numero dei passeggeri del transatlantico: 1.477 persone
- collisione: dopo 9 ore e 42 minuti, alle 01:20 del 29 maggio 1914;
- inabissamento: avvenuto in appena 14 minuti;
- vittime: 1.012 persone muoiono subito annegate, fra cui 134 bambini;
- superstiti: sono 465 i sopravvissuti al naufragio, di cui soltanto 4 bambini su 138;
- tempo d'esposizione alle gelide acque fluviali: tra le 24 e le 48 ore prima di essere ripescati e tratti a riva.
Dei circa 20 naufraghi di nazionalità italiana, 19 erano umbro-marchigiani: 11 vittime di Sassoferrato (An) e 5 di Costacciaro (Pg):
Sassoferrato: Luciano Bellucci (33); Sante Bellucci; Nazzareno Biondi (24); Francesco Dellamorte (34); Luigi Minardi (20); Lorenzo Piermattei, (19); Adele Vagni (10); Ameriga Vagni; Amerigo Vagni; Angelo Vagni (44); Luigi Vagni.
Costacciaro: Giovanni Bucciarelli (52); Davide Fabbri; Giuseppe Marini (33); Cesare Pompei (28); Aurelio Sagrafena (30).
Sopravvissuti tra Marche ed Umbria (due di Costacciaro, uno di Sassoferrato e due della provincia di Milano): Nazzareno Lupini, Paolo Morelli e Domenico Pierpaoli, nonché Egildo e Carolina Braga.
Solo 465 persone sono sopravvissute, mentre le altre sono annegate o sono morte di ipotermia durante i soccorsi:
Il 97% dei bambini a bordo è morto
L'86% delle donne a bordo è morto
Il 71% degli uomini a bordo è morto
Il 40% dell'equipaggio è morto
Nel corso di numerose ricerche mi sono imbattuto in un articolo ricco d’immagini, locandine e disegni. Non perdetevelo!
https://powerandmotoryacht.com/blogs/the-tragic-story-of-the-empress-of-ireland/
Consiglio di vedere anche:
Il canale YouTube Italia-1 ha pubblicato un documentario intitolato "Empress of Ireland: il naufragio dimenticato", che racconta la collisione tra l'RMS Empress of Ireland e il mercantile norvegese Storstad il 29 maggio 1914.
https://www.youtube.com/watch?v=AlX2-JARmIM
Contenuto del video: Il documentario esplora le cause dell'incidente, mostra immagini subacquee dei relitti e ne ricostruisce la storia, mettendo in evidenza la tragica dimenticanza che segnò questo disastro marittimo.
Collegamento a YouTube: Per guardare il video, è possibile cercarlo direttamente su YouTube, o tramite il link fornito YouTube.
Empress of Ireland: il naufragio dimenticato - YouTube
12 lug 2024 — Il tempo ha fatto riemergere il ricordo di quel tragico affondamento tra le correnti e le maree del fiume San Lorenzo.
La tragedia della Empress è stata nuovamente riportata all'attenzione pubblica grazie al lavoro dello storico canadese William D. Kennedy e del suo libro del 1970, "The «Empress of Ireland": A History of the Ship, her Passengers, and her «Destiny».
GRAZIE a questo libro, la riscoperta del naufragio della EMPRESS è avvenuta 56 anni dopo contribuendo a riportare alla luce il terribile episodio.
CONCLUSIONE
La causa di questo insensato ritardo nel riaprire le indagini, viene attribuito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale che avvenne soltanto due mesi dopo la collisione e che avrebbe quindi oscurato gli esiti giudiziari del NAUFRAGIO.
Probabilmente la lunga attesa è dovuta anche alla profondità in cui si trova il relitto, il quale è raggiungibile soltanto con gli strumenti tecnologici fruibili nella nostra epoca e che sono in grado di superare le difficoltà dovute al notevole fondale, ma anche gli ostacoli che presenta il fiume S.Lorenzo: banchi di nebbia, maree, correnti e basse temperature dell’acqua.
Qualche volta invece, come nel caso della collisione tra ADREA DORIA e STOCKHOLM, le Assicurazioni delle due navi raggiunsero un accordo nel dividersi le responsabilità dell’accaduto decidendo per:
THE SHOW MUST GO ON !
Data del naufragio della Empress of Ireland:
29 maggio 1914
Data dello scoppio della Prima Guerra mondiale:
28 luglio 1914
42 anni dopo, nel 1956, un’altra nave nordica, la STOCKHOLM colpì a morte la nostra Ammiraglia ANDREA DORIA.
Lo sconcerto da brividi che ci assale ....consiste nel constatare la somiglianza dinamica delle "accostate" effettuate dai rispettivi Comandi di bordo nelle due collisioni causate, a nostro modesto parere, dagli stessi “errori di manovra”.
Carlo GATTI
Venerdì 17 Ottobre 2025
































