UN FIOCCO DI NEVE SUL MARE D’AGOSTO

 

UN FIOCCO DI NEVE SUL MARE D’AGOSTO

 

L'autrice Marinella Gagliardi Santi

«Finalmente un’acqua con una temperatura gradevole!»
È il commento di mio marito mentre nuotiamo all’inizio di agosto, per raggiungere la nostra barca ormeggiata nella rada di Bosa in Sardegna. Mi godo la piacevolezza di questo bagno, quando all’improvviso mi prende alla pancia un dolore acuto: sensazione di morso e forte bruciore, non posso sbagliarmi, ho incrociato una medusa! Prima o poi doveva succedere, quest’anno ce n’è una vera invasione, non ci si può distrarre un attimo.

Mentre salgo rapidamente in barca alla ricerca della pomata giusta, rifletto a quant’era cretino il nome della barca a vela presso la quale ho fatto lo spiacevole incontro, “Fiocco di neve”, si chiamava. Che nome assurdo, mi mette freddo solo a pensarci, evoca boline gelide, per carità! Per me mena anche gramo.

E infatti… mentre più tardi dormiamo, avverto due colpi secchi, che mi fanno balzare in piedi.

Esco rapidamente dalla tuga e vedo che proprio Fiocco di neve sta picchiando contro la nostra prua.

Mi viene un accidente. Devo spingerla via, è un po’ più piccola della nostra, ci riesco a fatica. Cerco come posso, di tenerla a bada, perché, naturalmente, tende a riaccostarsi, venendo a picchiare di continuo sulla fiancata.

«Dado, Dado, vieni fuori!» Lo chiamo più volte a gran voce, ma è immerso in un sonno pesantissimo, questa notte. Picchio sulla tuga con i piedi e urlo con tutte le mie forze. Sente, mi risponde! Ma mi pare che ci metta un secolo a uscire, tanta è la fatica che devo fare per tenere a bada l’altra barca.

Che stress, sono in camicia da notte, ho freddo, soprattutto alle estremità, sono tutta proiettata in fuori per cercare di controllare Fiocco di neve, che ballonzola di qua e di là sull’acqua, venendo a sbatterci contro. Avevo proprio ragione, ha un nome che mena gramo.

Finalmente che – sollievo ! ecco Rinaldo armato di parabordi. Con uno di questi in mano seguo la vela nei suoi tentativi di speronarci, ma anche così non è poi tanto facile cercare di evitare il contatto tra le due barche.

A bordo, ovviamente, non c’è nessuno. Il ragazzo che abbiamo visto ormeggiare Fiocco di neve nel pomeriggio deve essere a godersi il carnevale che si festeggia a Bosa. Il mio previdente skipper l’aveva ben detto che si era messo troppo vicino a noi, sarebbe stato meglio dirglielo subito, litigarci magari, ma costringerlo a spostarsi. E invece…

«Cribbio, se è nottambulo come nostro figlio, chissà a che ora arriva!» Osservo piuttosto inquieta.

«Accidenti, e noi che eravamo andati a dormire presto per partire all’alba domani mattina! Adesso provo a dare un po’ di catena all’ancora, ma non posso darne tanta, ho un’altra barca dietro. Non so se nemmeno se è una buona idea, se questa davanti sta arando, ci seguirà…»

In ogni caso siamo costretti a stare fuori per tenerla sott’occhio. E a prestare attenzione anche alla barca dietro, alla quale ci siamo avvicinati, dopo aver lasciato andare un po’ di catena.

Bella prospettiva, ma altro non si può fare. Vado a vestirmi visto che devo rimanere in attesa sotto le stelle.

Rimaniamo seduti vicini sulla tuga, al buio, Rinaldo e io, pronti a entrare in azione. Passa un’ora… ne passano due.

Ogni gommone che si muove dal porto, speriamo sia quello giusto. Ne passano tre, ma niente da fare. A parte questi spostamenti, per il resto tutto tace sulle barche nella rada, non si vede una luce, sono tutti al carnevale a divertirsi. Mentre noi due…

Grazie al cielo, però, che siamo qui, meno male, perché il primo impatto ci ha danneggiato le luci di navigazione, dopo di che, il nostro intervento ha evitato altri danni. Ora Fiocco di neve brandeggia di qua e di là davanti alla nostra prua e le passa vicinissima, quasi sfiorandola.

Questo fa parte delle gioie degli ormeggi nelle rade… Dov’è l’incanto della notte stellata sui promontori e sul mare? E la luna che spezza la sua luce in mille riverberi sulla superficie dell’acqua?

Questa notte non possiamo davvero goderceli, la noia dell’attesa e l’attenzione costante che dobbiamo prestare alle due barche prevalgono su ogni possibile attrattiva.

Parte un altro gommone da riva, avanza… ci supera? No, si ferma! Evviva, l’attesa è finita, vediamo arrivare il proprietario della vela con due ragazze a bordo.

Lo chiamiamo: ha poca voglia di ascoltarci, anzi tenta di liquidarci rimandando tutto al mattino seguente.

Quando afferma: «Perché non potete essere voi ad aver ormeggiato troppo vicino a me?» ce lo mangeremmo vivo, visto che noi siamo arrivati alle undici del mattino e lui alle cinque del pomeriggio…

Mi domando se ha capito che siamo stati a sorvegliare la sua barca per ore, dopo essere stati svegliati dai primi colpi della sua poppa contro la nostra prua. Glielo spieghiamo con decisione e con estrema chiarezza…

Solo in questo modo lo convinciamo a salire a bordo per darci i dati dell’assicurazione, caso mai di giorno rilevassimo danni che non si vedono col buio.

Lo squadro mentre sale su Vizcaya: tipo sportivo, biondo, occhi verdi, fare deciso, piede “marino”, aria da navigatore. Sembra sveglio e spigliato, non ha niente dell’imbranato, come ha fatto a lasciare Fiocco di neve ormeggiata così male? Se non altro, alla buon’ora, ha realizzato e si scusa del disturbo che ci ha arrecato.

Mi sbolle un po’ di rabbia, tutti possono sbagliare, peccato solo che non mi ricordo di domandargli perché mai abbia scelto un nome così del cavolo per la sua barca.

Ma Fiocco di neve doveva crearci ancora dei problemi all’alba del mattino seguente, quando siamo pronti alla partenza. È leggera e ha parecchia cima, oltre alla catena, perciò continua a brandeggiare davanti alla nostra prua, coprendo una vasta superficie d’acqua, e correndo senza sosta da sinistra a destra e da destra a sinistra. Come faranno quei tre a sopportare questo moto perpetuo?

«E noi come facciamo a uscire, con questo pendolino impazzito che ci ondeggia davanti?» Si sente l’ansia nella mia voce.

«Tu devi dirmi quando è tutta di qua o tutta di là, in quel momento io recupererò al volo l’ancora per avanzare il più in fretta possibile, se no ce la portiamo via con noi!»

«Va bene, ma lasciami studiare un attimo come si muove!»

La osservo bene nel suo movimento, si ferma un istante alla fine della corsa e poi riparte a palla… ecco, ora è tutta a sinistra, è il momento, ma, ce la faremo a passare?

«Adesso, Dado, vai con l’ancora!»

L’adrenalina è già a mille alle sei del mattino.

Sono pronta a schizzare via dal timone, caso mai ci fosse qualche intoppo nel recuperare la catena, ma questa volta la barca è lanciata e ha anche tre persone a bordo, pesa di più, cosa penso di poter fermare con le mie scarse energie?

Per fortuna Vizcaya risucchia velocemente la catena e noi scappiamo giusto in tempo mentre Fiocco di neve passa al filo sfiorando la nostra poppa.

È andata, addio a mai più, spero. È già abbastanza fredda la stagione, quest’anno, inutile evocare immagini di gelo!

E infatti come al solito siamo tutti imbacuccati per ripararci da un venticello al traverso un po’ tagliente, ma, se non altro, la barca avanza a vele spiegate con un passo davvero soddisfacente…

 

 

Brano tratto dal libro di Marinella GAGLIARDI SANTI

 

"NON COMPRATE QUELLA BARCA"

 

 

 

Rapallo, venerdì 12 Aprile 2019

 


MARINAI E FEDE

 

MARINAI E FEDE

Le vele delle tre caravelle di Colombo portavano la croce rossa in campo bianco.

Siamo ancora nel periodo pasquale, nei giorni della Passione di Gesù e noi uomini di mare ci soffermiamo ancor più nella meditazione e nella preghiera perché “credenti, fedeli e timorati di Dio per tradizione, ma anche per trovare la forza di contrastare i mari e i venti e sperare di ritrovare la via di casa …”.

Molti storici ritengono che queste tre lettere possono venire dal greco e significare Cristo, per cui sommando XPO e FERENS nasce il nome Cristoforo, portatore (ferens) di Cristo.

 

ALCUNI PASSI INDIETRO...

Ma c’é di più, in questo speciale spazio temporale ci sentiamo ancor più vicini ai marinai cristiani della prima ora che furono scelti, con le loro navi, come simbolo della Chiesa nascente.

Non é quindi un caso che nel 2000 - Anno del Giubileo - siano stati scelti essi stessi come logo di questo percorso ideale verso la Sacralità della Fede Cristiana: i marinai, il mare e le imbarcazioni.


La nave-immagine della Chiesa in navigazione sui flutti. Nella traduzione graficamente moderna dell'antico simbolo, l'albero maestro è una croce tra vele, che realizzano il trigramma di Cristo (IHS). Sullo sfondo delle vele è rappresentato il sole che, associato al trigramma, rimanda all'Eucaristia.

La nave è un emblema che trabocca di significati.

Nei popoli precristiani mediterranei era il simbolo del viaggio della morte e dell'immortalità. Nel primo cristianesimo del II-III secolo, la nave appare nelle opere catacombali  e negli scritti dei Padri dei primi tre secoli. Anche in Palestina, tra i simboli cristiani arcaici degli ossari appare la barca.

Le immagini marinare non abbondano nella Bibbia. Israele non è un popolo marinaro, come invece, sono i greci che solcavano il Mediterraneo in lungo e in largo; in essi si trova l'allegoria della nave dello Stato e Platone descrive i vantaggi di questa nave ben governata dal suo timoniere. Nella letteratura ebraica, la tempesta è data dalle prove, sia personali sia collettive, la cui liberazione può venire solo dalla potenza di Dio e dalla preghiera. La nave è vista nell'ottica della salvezza dal naufragio; l'arca in cui Noè trovò rifugio lui e i suoi, indica anche il viaggio felice dell'anima in questa vita verso l'eternità.

I cristiani, nei monumenti funerari, hanno ripreso il simbolismo della nave come segno di speranza e di eternità, utilizzandolo subito per esprimere due temi precisi: la Chiesa e la Croce.

1991. Lo sbarco di oltre ventimila Albanesi l’8 agosto 1991 nel porto di Bari. La cifra é reale! La nave Vlora (Valona) proveniente da Durazzo, può essere considerato l’inizio di un fenomeno progressivamente sempre più consistente che da quel momento in poi ha coinvolto il nostro Paese e l’intero continente europeo. Notare gli alberi a croce della nave, più visibile é quello a poppavia.

Il simbolismo ecclesiale della nave risale ai sec II-III. Tertulliano è il primo a farne un simbolo esplicito della Chiesa, identificando nella nave in tempesta la Chiesa delle origini, travagliata dalle persecuzioni.

Nello Pseudo Clemente (sec III) si dice: Il corpo intero della Chiesa è come una grande nave che trasporta uomini di provenienza molto diversa segue poi una lunga allegoria in cui Dio è proprietario della nave, Cristo il pilota, il vescovo la vedetta, i presbiteri sono i marinai i diaconi i capi rematori, i catechisti gli aiutanti. Un testo delle Costituzioni apostoliche del sec. IV, sull'ordinazione dei vescovi dice: “Quando riunisci la Chiesa sii vigile come il pilota di una grande nave. Prescrivi ai diaconi come a dei marinai di indicare il proprio posto ai fratelli, come a dei passeggeri”.

Uno scritto del sec II precisa: Cristo è il pilota esperto. La prua (della nave) è verso l'oriente la sua poppa verso l'occidente, la sua carena verso il mezzogiorno. Ha come timoni i due testamenti. Ha marinai a destra e sinistra come angeli custodi che la proteggono. I cavi che collegano alla cima dell'albero sono come gli ordini dei profeti, dei martiri, degli apostoli.

Anche Ignazio di Antiochia nel I secolo dice: La santa Chiesa somiglia una nave costruita di legni diversi ci sono ordini diversi nella chiesa e le persone sposate vi hanno il loro posto.


L'altra ben nota simbologia della nave è la Croce che appare sin dal II secolo. L'antenna orizzontale che taglia l'albero gli dà la forma della croce; probabilmente è il significato più antico della nave che persisterà anche quando questa sarà identificata con la Chiesa; l'albero della nave-chiesa rimarrà simbolo della Croce di Cristo, come la cita Giustino, sec II, nell'Apologia. Nel dipinto catacombale della Via Anapo, l'albero della nave di Giona, ha la forma di croce. Le prime rappresentazioni cristiane della nave, appaiono nell'arte sepolcrale sin dal III sec. e rinviano simbolicamente all'iter del defunto verso il porto dell'eternità.

Nell'epigrafe di Firmia Victora (Vaticano) La nave, simbolo della Chiesa ma anche del defunto, si dirige verso la meta celeste simboleggiata dal faro.

 

I CRISTOGRAMMI sono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi-Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi.

 

Esempio di cristogramma: Il CHI-RHO (o monogramma di Cristo). E' per antonomasia il monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon).
Esso e' un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Kristo's, X (la lettera chi, equivalente a “ch” nel nostro alfabeto) e P (la lettera rho, che indica il nostro suono “r”). 
Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. ALFA e OMEGA: sono la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco. Gesù é indicato così nel libro dell'Apocalisse:
"Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine", per indicare che tutto ciò che esiste ed esisterà va compreso a partire da Cristo.

Croce greca con iscrizione IC XC NIKA

 


Il pesce (ichthys) è un simbolo di Cristo

PESCE: Ichthýs: Il simbolo che stilizza un pesce usato dai primi cristiani.
Il termine ichthýs e' la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico
χϑύς, “pesce”, ed e' un simbolo religioso del Cristianesimo perché e' l’acronimo delle parole:
‘Ι
ησο
ς Χριστός Θεo Υιός Σωτήρ
(Iesu's CHristo's  THeu' HYio's Sote'r)
(Gesu' Cristo Figlio di Dio Salvatore).

L’Ichthýs é formato da due curve che partono da uno stesso punto, (a sinistra la “testa”), e che si incrociano quindi sulla destra (la “coda”).

La simbologia cristiana dei tempi delle Persecuzione dei cristiani nell’impero romano (I-IV secolo) è molto ricca. A causa della diffidenza di cui erano oggetto da parte delle Autorità Imperiali, i seguaci di Gesù sentirono l’esigenza di inventare nuovi sistemi di riconoscimento che sancissero la loro appartenenza alla comunità senza destare sospetti tra i pagani.
Veniva presumibilmente adoperato come segno di riconoscimento: quando un cristiano incontrava uno sconosciuto di cui aveva bisogno di conoscere la lealtà, tracciava nella sabbia uno degli archi che compongono l’ichthýs. Se l’altro completava il segno, i due individui si riconoscevano come seguaci di Cristo e sapevano di potersi fidare l’uno dell’altro.


Nave Mistica-Roma Museo Pio Cristiano. Gesù indica la strada agli Apostoli e agli Evangelisti  che remano…

Nel Nuovo Testamento l'attribuzione simbolica si riferisce alla barca di Pietro e alla presenza del lago di Tiberiade dove Gesù, dalla barca, ammaestrava le folle. In un frammento di sarcofago del sec IV, appare una barca il cui il timoniere ha il nome di Gesù e i rematori quello degli evangelisti. (Museo Pio Cristiano, Roma).

Un altro frammento di sarcofago (Museo Capitolino), simboleggia la diffusione della Chiesa nel mondo: la barca di nome Thecia ha la vela sostenuta da un grande albero a croce, accanto a due marinai, il timoniere è definito dall'iscrizione Paulus.

Con Origene appare per la prima volta la simbolica sull'unità della Chiesa come mezzo necessario per la salvezza: Fuori della Chiesa non vi è salvezza (Homil.3), mentre Ippolito, per primo, presenta l'allegoria della Chiesa locale ed è all'origine degli sviluppi catechetici che ci hanno portato a vedere nella nave, sia l'immagine della Chiesa universale sia quella della Chiesa locale.

Stele funeraria con l'iscrizione in lingua greca ΙΧΘΥϹ ΖΩΝΤΩΝ (trasl. icthys zōntōn; lett.: "Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore dei viventi"). Inizi del III° secolo.  (Museo Nazionale Romano).

GRAFITO, La speranza dei cristiani. CATACOMBE DI DOMITILLA - ROMA

La COLOMBA: con il ramoscello d'ulivo nel becco: simbolo che proviene dalla salvezza apportata dall'arca di Noe' e conseguentemente immagine dell'anima nella pace divina.

La RETE e la BARCA: la rete da pesca simboleggia l'opera della Chiesa: i pescatori, gli apostoli e i pesci coloro che entrano nella Chiesa.
La BARCA: la Chiesa viene rappresentata come una barca guidata e protetta da Cristo.

L'ANCORA: rappresenta la croce e la fede con la quale si rimane saldi anche nelle situazioni difficili. La CROCE: è il simbolo cristiano più diffuso, riconosciuto in tutto il mondo. E’ una rappresentazione stilizzata dello strumento usato dai romani per la tortura e l’esecuzione capitale tramite crocifissione, il supplizio che secondo i vangeli e la tradizione cristiana è stato inflitto a Gesù Cristo. Tuttavia si tratta di una forma simbolica molto antica, un archetipo che prima del cristianesimo aveva già assunto un significato universale: rappresenta l’unione del cielo con la terra, della dimensione orizzontale con quella verticale, congiunge i quattro punti cardinali ed è usata per misurare e organizzare le piante degli edifici e delle città.  Con il cristianesimo assume significati nuovi e complessi come il ricordo della passione, morte e risurrezione di Gesu'; e come un monito dell’invito evangelico ad imitare Gesu' in tutto e per tutto, accettando pazientemente anche la sofferenza. Tipi di croce:
"crux commissa" (T), "croce latina" (†, detta anche "crux immissa"), "croce greca" (con i bracci uguali)

Il BASTONE DI GIACOBBE (antenato del sestante) – Una croce che misurava l’altezza del sole.

 

LE NAVATE NELLE CHIESE

Nelle chiese e nelle basiliche, le NAVATE costituiscono l’ambiente sviluppato in senso longitudinale  dall'ingresso all'altare maggiore se unico, o agli altari, se diviso in tre o più spazi laterali.

Simbolismo

Il termine "navata" racchiude un significato simbolico. Esso deriva non solo dalla struttura architettonica del soffitto che spesso nelle chiese romaniche e gotiche ha la forma di una carena di nave capovolta, ma anche e soprattutto dalla "barca" da cui Gesù ammaestrava le folle come anche dalla barca-chiesa che san Pietro apostolo guida nella tempesta e che i vescovi continuano a guidare ovunque ed in ogni epoca. Nell'VIII secolo san Bonifacio scriveva che "la Chiesa è come una grande nave che solca il mare del mondo. Sbattuta com'è dai diversi flutti di avversità, non si deve abbandonare, ma guidare". I Padri della Chiesa indicano l'arca di Noè quale figura della Chiesa che accoglie tutti (Sant’Agostino, Contro Fausto, 12, 15; Cirillo di Gerusalemme, San Girolamo.

La navata richiama il cammino da fare per giungere "all'altare di Dio" (salmo 43,4). È segno del pellegrinaggio che il popolo di Dio è chiamato a compiere per giungere alla casa del suo Signore (salmo 84).


La basilica di San Pio X, anche conosciuta con il nome di basilica sotterranea, è una chiesa di Lourdes, situata all'interno del complesso di Chiese del Santuario di Nostra Signora di Lourdes. Consacrata nel 1958, ha la dignità di basilica minore.

Con l'avvicinarsi dei festeggiamenti per il centenario delle apparizioni della Vergine Maria cui avrebbe assistito Bernadette Sloubirous, e in previsione dei numerosi pellegrini che in tale ricorrenza sarebbero accorsi a Lourdes, le autorità civili ed ecclesiastiche decisero di costruire una grande chiesa che potesse accogliere un consistente numero di persone, viste anche le dimensioni ridotte delle tre già esistenti. Il progetto fu opera dell'architetto Pierre Vago. Si tratta di una struttura completamente sotterranea ed invisibile dall’esterno, costruita al di sotto del letto del fiume Gave de Pau, fattore che complicò notevolmente i lavori di realizzazione. Terminata nel 1957, la basilica fu solennemente consacrata il 25 marzo 1958 dall'allora cardinale Angelo Roncalli, che era stato in passato Nunzio Apostolico in Francia e che sarebbe divenuto, sette mesi più tardi, papa Giovanni XXIII.

La basilica si presenta con un'unica grande navata alla quale si accede tramite quattro rampe laterali: tale navata è ovale, ha una lunghezza di 191 metri per una larghezza di 61 e degrada dolcemente verso l'alto dal centro dove è situato l’altare maggiore, posto su una piattaforma rialzata; l'altezza del soffitto è molto ridotta, soltanto 10 metri ed è sostenuto da 58 pilastri in cemento da cui partono 29 travi, dando l'impressione di una nave rovesciata. Lo spazio ottenuto utilizzando questa struttura è di 12.000 m², potendo così ospitare fino a 25.000 fedeli, i quali godono di una buona visibilità da ogni parte della navata.

Vista dall'alto: la basilica è sulla destra, sotto l'enorme ellisse verde!!!

A sinistra il complesso del santuario


L'interno della basilica di San Pio X a Lourdes

Altare Maggiore


 

La barca da pesca di Pietro conservata in un museo di Israele

 




Esposta presso l’Yigal Alon Museum (Kibbutz Ginnosar, Ginosar, Israele), dedicato alla storia della Galilea dai tempi antichi fino ad oggi, la barca risale al I sec. d. C. e per questa ragione è conosciuta come la “barca di Gesù”. Il suo rinvenimento è avvenuto nel 1986 grazie ad un periodo di siccità, nel Mar di Galilea o lago di Tiberiade. E’ una barca che anticamente veniva utilizzata per la pesca e per il trasporto delle persone. E’ composta da 12 tipi di legno differenti, probabilmente perché il suo utilizzo è durato molto a lungo e quindi è stata sottoposta a numerose riparazioni. La sua conservazione è stata garantita dal fango che la ricopriva. Come sempre avviene, il primo problema è stato quello di garantire la conservazione del legno bagnato che, essendo diventato spugnoso, rischiava di danneggiarsi una volta portato fuori dall’elemento che fino a quel momento lo aveva conservato.

Ricostruzione della barca dell'epoca di Gesù

 

La barca dell'epoca di Gesù

Il restauro

Ma torniamo ai nostri giorni. Cosa è successo alla barca che è stata ritrovata? Anche se integra, la sua struttura era fragile, molto simile a cartone inzuppato. Non era il caso di tirarla fuori dal fango. Come sarebbe stato triste se dopo essere rimasta intatta per così tanto tempo la barca si fosse disintegrata durante il recupero! Poiché incombeva il pericolo che il livello dell’acqua si alzasse di nuovo, tutt’intorno allo scavo fu costruita una diga. Vennero scavati dei tunnel sotto lo scafo per inserire sostegni in fibra di vetro. Poi, mentre il fango veniva tolto facendo molta attenzione, la struttura della barca fu spruzzata internamente ed esternamente con una schiuma poliuretanica che creò un involucro simile a un bozzolo.

Il problema successivo fu trasportare la barca così “impacchettata” a 300 metri di distanza per iniziare il lavoro di restauro. Benché l’involucro poliuretanico fosse resistente, un colpo improvviso avrebbe potuto sbriciolare il fragile legno. Il gruppo di lavoro ebbe una trovata geniale: aprì la diga e lasciò entrare l’acqua. Per la prima volta dopo molti secoli, rivestita di un materiale moderno, la barca galleggiava di nuovo sul Mar di Galilea.

Per ospitare la barca nel periodo del restauro, durato 14 anni, fu costruita una piscina in cemento. Si creò un problema quando le larve delle zanzare infestarono la vasca, rendendo la vita difficile a coloro che dovevano entrare nell’acqua per lavorare sulla barca. Il gruppo di restauratori, però, trovò una soluzione originale e al tempo stesso antica: si servì della “collaborazione” di alcuni pesci detti “pesci di San Pietro” che divorarono le larve e ripulirono l’acqua.

Ben presto arrivò il tempo di asciugare la barca. Era ancora troppo fragile per farla asciugare naturalmente. L’acqua che impregnava il legno doveva essere sostituita con qualcos’altro. I restauratori si servirono di una tecnica particolare per mettere al posto dell’acqua una cera sintetica idrosolubile che permettesse al legno di asciugarsi senza cambiare forma.

Quando il lavoro di restauro fu completato, l’imbarcazione si rivelò piuttosto umile: era fatta di 12 tipi di legno. Come mai? Una possibilità è che a quel tempo il legname fosse scarso. Un’ipotesi più probabile è che il proprietario non fosse ricco: la barca fu riparata molte volte e alla fine fu abbandonata nel lago.

Anche se quest’imbarcazione non avrà avuto niente a che fare con Gesù, molti la considerano un tesoro. Offre l’occasione di tornare indietro di molti secoli e farsi un’idea di com’era la vita sul Mar di Galilea ai giorni memorabili del ministero terreno di Gesù.

LAGO DI TIBERIADE (Israele) – Qualcuno s’inginocchia e prega. «Soprattutto i russi». Qualcuno apre il Vangelo e legge ad alta voce. «È un momento scioccante, se uno ci crede». Crederci o no, questo grosso guscio di legno, scorticato e restaurato, sorretto da stampelle d’alluminio, ormai è una reliquia. Per tutti, la Barca di Gesù. Per i tour operator in Terra Santa, un’altra irrinunciabile tappa: i pullman scaricano ogni giorno pellegrini convinti, sul piazzale del museo Yigal Alon. Le frecce indicano il percorso, s’attraversano i frutteti e gli ulivi del kibbutz di Ginossar, s’entra in una sala illuminata e a temperatura calibrata. La barca è lì: lunga otto metri, larga quasi due e mezzo, alta uno e 25. Ha ancora i chiodi e qualche pezzo di ceramica, gl’indizi che hanno permesso di datarla al radiocarbonio, (I secolo dopo Cristo), di studiare le tecnica di costruzione dello scafo e alla fine di dirlo quasi con certezza: se Gesù non ci navigò, come minimo la vide.

SCOPERTA NEL 1986 - La barca di Gesù fu scoperta per caso più di venticinque fa, nel lago di Tiberiade. Furono i giornali dell’epoca a chiamarla subito così, ma il culto dei fedeli è cresciuto negli ultimi tempi, quando la storia di questo legno è stata ricostruita meglio. Accadde durante una stagione di grande siccità, il 1986: il livello dell’acqua scese al di sotto dei minimi storici e una mattina due pescatori del kibbutz, i fratelli Moshe e Yuval Lufan, per poco non speronarono la prua che affiorava. Il relitto venne portato a riva fra mille cautele, poi una squadra impiegò dodici giorni e dodici notti a ripulirlo del fango incrostato e della salsedine, quindi servì immergere quel che restava della chiglia in un bagno di sostanze chimiche, per un’altra settimana. La barca ha i segni di molte riparazioni e questo fa pensare sia stata usata per decenni, forse per un secolo intero, di generazione in generazione di pescatori. «E siccome il Vangelo cita almeno cinquanta volte barche e pescatori – dice Marina Banay, responsabile del museo – e Pietro e diversi apostoli erano pescatori che vivevano qui e lo stesso Gesù trascorse sul lago di Tiberiade parte della sua vita, per molti cristiani questa barca è qualcosa di speciale. L’emozione, vedere una barca proprio di quelle acque e di quell’epoca, è enorme».

La barca è lunga 8,2 metri e larga 2,3. Il carpentiere che la realizzò usò una tecnica detta “a guscio”: invece di fissare le tavole all’ossatura le fissò direttamente alla chiglia e costruì così i fianchi della barca formando lo scafo. Era una tecnica usata comunemente per costruire barche che dovevano navigare nel Mar Mediterraneo. Questa barca però fu forse adattata per solcare le acque di un lago.

IL VARO DI UNA NAVE (T/n REX)


"Che Dio benedica questa nave e tutti coloro che vi navigheranno."

"Madrina in nome di Dio taglia”

Con questa formula di rito si dà inizio al varo di una nave.

Ma qual’è il significato spirituale del battesimo?

Con il battesimo il peccato originale viene seppellito nell'acqua!

1) Ricevere il battesimo é il rito di abluzione mediante il quale si entra a far parte della comunità dei credenti.

2) Per estensione, s’intende anche la cerimonia che abbia valore d'inaugurazione: il battesimo di una nave, cioè la benedizione religiosa e imposizione del nome prima del varo;

3) La prova scritturale dell'istituzione del battesimo sta in quelle parole che Gesù dice a Nicodemo: “Chi non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio” (Giovanni 3,5). Gli apostoli hanno amministrato il battesimo fin dal giorno della Pentecoste e ne hanno continuato la pratica nei loro viaggi apostolici.

PASSO ALLE CONCLUSIONI con questa immagine satellitare scattata il giorno di Pasquetta 2019:

 


 

Il mio caro amico N.C. - che me l’ha inviata - ha scritto:

Riguardo  ai marittimi che MAI nessuno nomina, farei vedere spesso una immagine come questa dove ogni puntino è una delle tante navi che fanno girare l'economia del mondo; a bordo di ognuna di quelle unità ci sono gli uomini migliori del creato, che fanno vivere tanti parassiti della terraferma che neppure conoscono i loro sacrifici”.

E’ vero! Ed é così fin dalla nascita della prima imbarcazione! Partire é un po’ morire… sembrerà strano, ma ancora oggi, pur vivendo nella più fantastica rivoluzione delle telecomunicazioni, per cui si telefona gratis da ogni angolo della terra ad un altro, al marittimo non é concesso questo privilegio… neppure a Natale e a Pasqua; forse c’é qualcosa che tuttora li marchia come gli schiavi del terzo millennio!

Eppure tutti sanno o dovrebbero sapere che nulla funziona bene come una nave in navigazione che parte da un porto ed arriva sempre puntuale ad un altro con equipaggi eterogenei, in silenzio, in solitudine, nel rispetto di poche regole ma certe, dove tutto é chiaro come le responsabilità che ognuno, secondo il proprio ruolo, decide a priori di assumersi.

Il Comandante non é più quel falso mito che molti, per secoli, scambiavano per Dio a bordo. Tuttavia, il Comandante ancora oggi rappresenta il custode di quei valori antichi di umanità e saggezza anche religiosa, dove l’equipaggio può talvolta identificarsi con le famiglie lasciate lontano sulla terraferma.

La gente di mare appartiene a quella razza "antica" che ha saputo  sempre scegliere nei millenni la strada del pacifismo e della solidarietà, su quella rotta sicura e ben lontana da qualsiasi totalitarismo emergente sulla terraferma in più parti del mondo. Tutti conosciamo le "eccezioni" ... ma la REGOLA ha radici profonde e non é mai stata indiscussione!

I politici, gli intellettuali, i cosiddetti “quelli che sanno”, dovrebbero aprire dei dibattiti tra gli esponenti di questi due mondi così diversi e, forse, qualche “terreste importante” capirebbe che in mare, dove non esistono frontiere, ci si avvicina per salutarsi, non per spararsi addosso, che in mare si vive la solidarietà senza predicarla al vento… e ci si salva a vicenda seguendo le regole che vengono dall’Alto e non si voltano le spalle ai naufraghi secondo le regole di chi crede d’essere il “governatore” del mondo!

 

Dello stesso autore si propone il LINK di un articolo correlato:

IL NAUFRAGIO di S. PAOLO A MALTA

Mare Nostrum Rapallo - Navi e Marinai - Saggistica Navale - 15.568 visite

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=328;san-paolo-a-malta&catid=54;saggi&Itemid=160

 

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, 21 Aprile 2019

 

 


 

 

 

 


CHI TI HA IMBARCATO CAMPANA?

 

CHI TI HA IMBARCATO CAMPANA?

 


 

DEFINIZIONI:

SENSALE - dall'arabo: simsar. L'etimologia del termine (dall'arabo "simsar") è da collocarsi presumibilmente tra il 600 e l'800 d.C., periodo in cui l'Italia meridionale veniva conquistata dagli arabi.

SENSALE-Mediatore-persiano-sapsar.
Durante il passato mercantile delle vecchie Repubbliche Marinare, il sensale era figura fondamentale per intrattenere commerci con nazioni diverse d'oltremare, abbiamo in eredità una parola che indica l'intermediario con una sfumatura levantina, lepida, quasi furbesca.

Si trattava, dunque, di una figura versatile e onnipresente con la soluzione a portata di mano per i problemi più disparati tanto che, già al tempo dei romani, il sensale ottenne riconoscimento giuridico. Successivamente, nell’epoca dei Comuni, grazie al rapido incremento dei commerci, l’attività del sensale divenne indispensabile per agevolare le contrattazioni assumendo, perciò, il rango di pubblico ufficiale.

§§§

Le conseguenze della crisi agraria degli anni ‘80 dell’Ottocento, poi estesa anche al settore industriale in quelli che furono definiti “gli anni più neri dell’economia del nuovo Regno”, si sommarono ai disagi della gente di mare in balia di venti molto variabili ed anche tempestosi.


Aumentò l’emigrazione e nei porti si riversò molta mano d’opera proveniente da regioni povere di lavoro che spesso andò a sconvolgere il mercato del lavoro locale, e l’elemento specializzato, ma troppo numeroso, come quello degli ufficiali, era tra i più danneggiati dalla crisi.


La marina mercantile dell’800 era un’istituzione quasi familiare. La professione della navigazione si tramandava di padre in figlio, non solo nelle piccole città del litorale, ma anche in Mediterraneo ed oltre il Mare Oceano.

Gli equipaggi si reclutavano fra la gente del luogo, che aveva conoscenza e pratica con l’Armatore e con il Capitano.

L’invenzione della macchina a vapore e poi il telegrafo senza fili fecero scomparire questo “carattere domestico”, e forse da quel momento iniziarono le prime prove di globalizzazione.


Come spesso accade nella storia, in mancanza di norme all’altezza dei tempi che fossero in grado di regolare il collocamento degli equipaggi alla ricerca di lavoro sulle navi, si inserirono figure di mediatori, i cosiddetti sensali, che approfittavano dell’angoscia di coloro che, in attesa d’imbarco, lontani dalle famiglie, erano disposti a “pagare” per ottenere un qualsiasi lavoro a bordo.

Non a caso contro i sensali si accanì la Federazione Nazionale dei Lavoratori del Mare nel memoriale redatto nel 1903 per il Consiglio superiore del lavoro, in cui definì il “sensalismo”: vampiro terribile che assorbe metà del salario mensile di ogni disgraziato lavoratore.

“I lavoratori del mare”, l’organo della Federazione della gente di mare scrisse: ”Il sensale, «bieca figura», aggirandosi fra gente di mare, compagnie di navigazione e armatori, metteva in atto uno sfruttamento odioso, alla fine dannoso sia per le compagnie sia per gli equipaggi poiché – si affermavaaccade spessissimo il fatto che sia trasformato in fuochista o marinaio il primo arrivato dalle campagne o dai monti, senza veruna pratica marinara o tecnica .


“Molti di costoro accettavano le più dure condizioni di lavoro poiché per essi salire a bordo di una nave era un modo fra i più economici per emigrare. Se si considerano le diserzioni denunciate dal 1878 al 1896 e le si mettono in relazione con le località in cui per buona parte esse si verificarono, si comprende come l’imbarcarsi sulle navi per viaggi che avrebbero toccato i porti desiderati o, comunque, con possibilità di occasioni di fuga, era un programma chiaro ai più fra questi marinai per disperazione”.

Non tutti i porti della penisola vedevano all’opera questo genere di persone: per esempio non se ne trovava traccia a La Spezia, Livorno, Porto Ferraio; neppure esistevano a Venezia o a Elena (Gaeta). In certi casi, come a Bari, le compagnie di navigazione ricorrevano a propri rappresentanti. Ma in grandi porti come Genova e Napoli, per esempio, «l’avidità e lo sfruttamento» erano di casa.

 

Nel 1866, con la nascita del Codice di Commercio del Regno d’Italia, i sensali vennero distinti in due categorie: quelli pubblici, muniti di mandato, e i “mediatori in altre specie di mediazione”, assunti privatamente da chi ne avesse bisogno. Infine nel 1958 venne introdotto l’obbligo di iscrizione al Ruolo della Camera di Commercio con la qualifica di “agenti di affari in mediazione”, foriera delle più moderne professioni di agenti immobiliari e del commercio in genere.

Per isteresi o per abitudine, ma anche per una certa diffidenza verso le nuove istituzioni, sappiamo da testimonianze raccolte a bordo durante i nostri primi imbarchi, che per un certo tipo di marineria italiana e straniera battente bandiera ombra, la figura del “SENSALE abusivo dei caruggi” era ancora operativo per tutti gli Anni ’60 del novecento.

Per chi vive il mondo del mare e delle navi dall’esterno, occorre dare qualche informazione supplementare a partire da quel pensiero diffuso da un anonimo marinaio che la sapeva lunga…

 

L’UMANITA’ SI SUDDIVIDE  IN VIVI, MORTI E NAVIGANTI

 

LE BANDIERE OMBRA

La "nave battente BANDIERA OMBRA" è quella unità commerciale che sventola la bandiera di una nazione diversa da quella del proprietario. I bassi oneri di registrazione, la bassa tassazione e la libertà dalle leggi sul lavoro e la sicurezza, sono fattori “motivanti” per molte bandiere di comodo.

Le Compagnie di Navigazione degne di questo nome, disponevano negli Anni ‘50-’60 del 900 di un proprio Organico di personale suddiviso per ogni sezione e grado che era collaudato, efficiente e gradito, imbarcava e sbarcava con cadenza regolare ed organizzata fino alla pensione.

Naturalmente questi Armamenti avevano un nome prestigioso da difendere sulla scena internazionale delle navi passeggeri e da carico, in un mondo in cui la bandiera nazionale e lo stemma sociale pitturato sulla ciminiera costituivano un vanto “quasi nobiliare” che accomunava armatori ed equipaggi.

Per questo sistema marittimo organizzato e legale, la figura del SENSALE vecchia maniera era tramontata da tempo.

 


 

 

Da un articolo della INAIL:

TITOLO: Da Panama alla Liberia zero tutele per i marittimi delle bandiere ombra


Bandiera di Panama

 


Bandiera della Liberia

 

In quegli anni del secondo dopoguerra esisteva, quindi, un modo di navigare alternativo e parallelo che emergeva per evadere le tasse del proprio Paese ed é tuttora conosciuto come battente LA BANDIERA OMBRA o DI COMODO che, guarda caso, piantò radici tanto profonde nello shipping mondiale che oggi, non solo é ancora vivo e vegeto, ma si può dire che sia diventato ancora più forte ed insidioso di quello regolare. Ritorneremo un giorno su questo pruriginoso argomento….

Per il momento ci limitiamo a rispolverare alcuni ricordi di gioventù che destano ancora qualche curiosità perché legati soprattutto a quel modo di navigare senza regole, che era lasciato alla discrezionalità dei Comandanti e dei Capitani d’Armamento che in genere erano “galantuomini”, ma ve n’erano altri che, al contrario, erano dei novelli “filibustieri”!

Si può quindi affermare, che sarebbe erroneo fare di tutta l’erba un fascio, perché tra le Bandiere Ombra di quei tempi c’erano Armamenti italiani e stranieri che avevano navi ed equipaggi eccellenti ed erano, sotto tanti punti di vista, ancora più efficienti di quelle rispettose della propria bandiera. Mi riferisco in particolare al settore delle petroliere, molto amato dagli equipaggi italiani, che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del traffico marittimo.


Inoltre, nel sottobosco di questo gigantesco mondo delle bandiere ombra “organizzate”, vivacchiavano indisturbate in Italia e non solo, un centinaio di vecchie carrette tipo Liberty Americani e Canadesinavigando alla busca pescando noli qua e là, ed ogni viaggio era un’avventura da raccontare, un libro da scrivere… battenti bandiera liberiana o panamense; di proprietà di armatori italiani e greci che facevano il giro del mondo.

La Capitaneria di Porto era sempre guardinga quando una di queste carrette era in partenza da un porto italiano ed era sempre pronta ad esercitare controlli da imporre al Comandante circa il rispetto della Tabella, ossia il numero di marittimi previsto dal Ruolo equipaggio per espletare le normali mansioni di bordo.

Ciò significa che la nave sarebbe ripartita soltanto dopo aver imbarcato il personale in sostituzione di quello sbarcato o mancante.

In questi casi i tempi d’ingaggio del personale erano sempre lunghi e difficili, cosicché, l’armatore con i suoi rappresentanti, prima ancora di rivolgersi al Turno Generale della Capitaneria presso l’apposito Ufficio Imbarchi della Gente di Mare, si rivolgeva ai SENSALI di fiducia che, tramite la loro rete di contatti sparsi nell’angiporto di Genova, sapevano sempre dove “reclutare il marittimo giusto” per far ripartire la nave il più presto possibile. Gli uffici dei sensali erano per lo più nei retrobottega dei Bar di Via Pré e gli interessati non avevano alcuna difficoltà a trovarli sfruttando le soffiate dei loro parenti meridionali che abitavano a Genova da tempo ed erano marittimi pure loro.

 



Il porto del nostro capoluogo, come tutti sanno, era il centro d’imbarco più facile sia per il traffico sempre ai vertici delle classifiche, sia per l’organizzazione dei sensali che prima o poi avrebbe garantito il raggiungimento del loro scopo.

Il problema principale consisteva nell’attesa dell’imbarco, che poteva durare a lungo ed essere costosa. Questo fatto alimentava la trattativa che giocava naturalmente a favore del sensale il quale capiva al volo quando la cifra pattuita per l’imbarco poteva superare lo stipendio del primo mese d’imbarco…

Ma l’occhio clinico del sensale andava oltre e gli bastava dare un’occhiata alle sue mani, al rollio del “piede marino” per capire se era un marinaio vero…  al limite bastava mettergli una cima in mano e capire se il richiedente-imbarco proveniva dalla Padania o dalle montagne… in questi casi il prezzo aumentava…

Il sensale senza scrupoli esisteva, non solo nella letteratura dei caruggi, ma nella realtà e, a questo proposito, ho un ricordo personale da raccontarvi.

Chi ti ha imbarcato Campana?

Ad un certo punto del viaggio la nave attraccava in un porto e qui avveniva la cerimonia dei RIMPIAZZI: una parte dell’equipaggio ritornava a casa ed un’altra imbarcava. Ma se tra i nuovi arrivati vi era un tipo “particolare”, nel giro di poche ore a bordo rimbombava questo modo di dire:

ma chi l’a-mbarcou u Campana?”

La figura mitica di questo Campana non é mai stata accertata… ma tutti sembrano d’accordo nel ritenerlo un SENSALE genovese di altri tempi…. Ad ogni occasione propizia questo nome saltava fuori come un fantasma, un folletto che aveva preso per il culo l’armatore, il comandante e tutto l’equipaggio… Campana era quindi un soggetto a suo modo simpatico, ma che tutti avrebbero voluto incontrare, magari proprio in un vicolo nell’angiporto, per farsi pagare tutto il lavoro che avevano svolto al posto di quei figli di puttana che proprio Campana mandava a bordo…

Nei primi Anni ’60, oltre alle navi Liberty che erano state costruite durante la guerra dagli USA per fare solo una traversata atlantica, ma che avevano ormai più di 20 anni d’età, c’erano ancora Compagnie di navigazione “minori” battenti bandiera italiana che facevano parte del cosiddetto NAVALPICCOLO. Dette navi erano già affondate durante la guerra e, una volta tirate su dal fondo mezze marce, continuavano a navigare con deroghe particolari... Gli stipendi dei marittimi imbarcati erano molto bassi, ma venivano integrati con il contrabbando che l’armatore condivideva al punto che, periodicamente, pagava le multe dei suoi equipaggi quando la G.F. decideva di fare il proprio dovere…

Su una di queste navi, mentre eravamo ormeggiati in porto a Genova, imbarcò un “signore”…, un 2° ufficiale di coperta molto obeso, biondo che portava gli occhiali da vista molto spessi; del marittimo aveva ben poco, anzi direi nulla, diceva di essere di Rapallo e navigava con il passaporto… (senza libretto di navigazione).

Subito dopo la partenza ci accorgemmo che non era mai salito su un ponte di comando; in qualità di 1° Ufficiale riversai sul Comandante tutte le mie perplessità, per cui alla fine decidemmo di dividerci la guardia del rapallino che finì in cucina a pelare patate per qualche ora al giorno. Eravamo diretti a Safi in Marocco, fuori dagli Stretti, per caricare fosfati e saremmo stati in mare oltre un mese prima di ritornare in Italia e sbarcarlo. Dopo circa una settimana sotto i capelli biondi ossigenati spuntarono quelli veri e bianchi, dopo un paio di settimane si tolse la maschera ed anche la parrucca, ci accorgemmo in tempo che non vedeva neppure le navi in transito a distanza ravvicinata….

Si trattò di un caso molto penoso, prima di sbarcare ci confessò che gli mancavano pochi mesi per raggiungere il limite della pensione; dal suo passato di marittimo non emerse mai nulla, così come restò un mistero la sua precedente attività lavorativa… si comportò da passeggero disciplinato per tutto il viaggio godendosi una specie di crociera premio… Quando gli chiesi se l’avesse imbarcato Campana rispose:

“Sci – Sci, me pa proprio cu l’ea un nume coscì!” (Si, si era proprio un nome così).

Era la prova più schiacciante che la sua navigazione su un gozzo si era limitata al golfo del Tigullio…

Quella carogna di sensale che ce lo mise a bordo l’ebbe vinta ancora una volta… sicuramente intascò il denaro per farsi una crociera, magari sul Danubio … dove nessuno l’avrebbe riconosciuto e gettato in mare.

FINE

Desidero completare il quadro sulle Bandiere Ombra proponendovi  un'altra personale esperienza....

 

UN IMBARCO ISTRUTTIVO - Giuan di caruggi…

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=582;giuan&catid=52;artex&Itemid=153

 

CARLO GATTI

Rapallo, 7 aprile 2019



 

 

 

 


BREVE STORIA DELLE ASSICURAZIONI MARITTIME

 

BREVE STORIA DELLE ASSICURAZIONI MARITTIME

 

Trent'anni fa, Maurizio Tosi, allora giovane archeologo dell'Istituto per lo studio del Medio ed Estremo Oriente (Is.MEO), si trovava a esplorare un territorio vergine e pressoché sconosciuto all'archeologia, il sultanato dell'Oman.


I PRIMI CONTRATTI
Anche le civiltà più antiche in India o in Babilonia hanno lasciato tracce di accordi, di
“contratti” stipulati, spesso oralmente, per proteggere i beni trasportati dalle navi o dalle carovane.



Nave Oneraria di Albenga



Nel 200 a.C. comparvero alcune iniziali forme d’assicurazioni di rendita vitalizia…

Un antico esempio di mutualità nacque da una legge promulgata a Rodi ancor prima dell’avvento di Cristo che sanciva il criterio della compensazione generale delle perdite conseguenti ad alleggerimenti del carico effettuati durante la navigazione allo scopo di salvare la nave, i passeggeri ed il suo equipaggio.


A Roma esistevano molte società di assistenza e, come in Grecia, anche i collegia tenuiorum provvedevano alla sepoltura di chi non poteva permettersi una cerimonia funebre.


Le guerre puniche (264-146 a.C.)

I fornitori di armi e vettovaglie delle legioni romane impegnate nelle Guerre Puniche contro Cartagine comunicavano al Senato l’intenzione di continuare a rifornire le LEGIONI soltanto dietro pagamento completo del carico anche in caso di perdita totale di un naviglio o di una spedizione.

Dopo la caduta dell'Impero Romano e per buona parte del Medio Evo, la necessità di tutelarsi é sempre riferita al rischio marittimo …


Navi epoca all’epoca delle CROCIATE

La prima forma di Assicurazione fu quella marittima, che risale al Basso Medioevo. Per Basso Medioevo si intende il periodo della storia europea e del bacino del Mediterraneo convenzionalmente compreso tra l'anno 1000 circa e la scoperta dell’America nel 1492. Ed è altrettanto naturale che le forme assicurative abbiano la loro origine nelle città marittime italiane, veri poli della navigazione e del traffico commerciale europeo e oceanico.

Già nel 1225 a Venezia si ebbe un esempio di Assicurazione Marittima (fino a 1000 lire) e quando si verificò un infortunio, il Governo obbligò l'assicuratore ad eseguire il pagamento.

Queste forme di tutela assunsero una particolare consistenza già con i grandi movimenti di massa al seguito dei crociati.

Con le Crociate, infatti, quando i viaggi via mare non erano solo commerciali, ma anche militari, le prime forme d’Assicurazione ebbero una rilevante importanza. Erano viaggi lunghi e pericolosi: con navi, uomini e merci duramente esposti a tempeste, malattie, incursioni piratesche e danneggiamenti, per cui s’impose la necessità da parte di tutti gli operatori di queste storiche SPEDIZIONI di mettersi al riparo dai rischi gravi cui erano sottoposti.

Nel XIII secolo nacquero anche sodalizi di mutua assistenza, generalmente nati all'interno delle Corporazioni di Arti e Mestieri, in cui gli aderenti versavano quote annue che servivano a cumulare un capitale che venisse in aiuto ai soci colpiti da malattia, o che avessero subito furti o incendi. Anche in questo caso abbiamo una tutela da un rischio, ma non possiamo ancora parlare di "assicurazione", poiché la tutela non prevedeva un risarcimento vero e proprio del danno, ma solo il versamento di una somma relativa al capitale raccolto e che pertanto poteva essere anche esigua, non essendo correlata all'effettivo danno economico subito dall'associato.

L'Assicurazione trasporti, secondo il suo concetto primario, comprendeva tutte le assicurazioni contro le perdite e i danni che colpivano le merci e i mezzi di trasporto; ma in pratica, per ragioni diverse, le assicurazioni trasporti per via di mare erano considerate separatamente dalle altre riguardanti trasporti per via di terra e di acque continentali.

Volendo procedere con un po’ di cronologia, si può affermare che i primi documenti di assicurazione sono di tipo marittimo e risalgono all'inizio del XIV secolo, che sono:

il Breve cagliaritano, statuto pisano per la città di Cagliari del 1318; le spese per il rischio nei libri di Francesco Del Bene del 1319-320:

l'Atto grossetano di quietanza, un atto notarile del 1329 per una somma assicurativa;

Vari contratti assicurativi dalle città di Genova (1343), Marsiglia (1333), Lucca (1334), Palermo (1350).

Nello stesso periodo nasce la figura del MERCANTE, che inizia a svolgere anche il ruolo di Assicuratore. Nel 1400 le Amministrazioni stabiliscono le prime norme in materia, come le Ordinanze di Barcellona (1435-1484), replicate successivamente anche a Burgos (1538), Siviglia (1556), Bilbao (1569) e Anversa (1570).

All'epoca i contratti di assicurazione erano stabiliti per polizza o con un atto notarile, talvolta anche a voce. Il carico, il periodo del viaggio, il mezzo di trasporto e la rotta influenzavano il calcolo del premio; la nave tipo galea-galera, ad esempio, era considerato il mezzo più sicuro via mare.

I maggiori esponenti del Cristianesimo, inizialmente, criticarono l'istituzione dell'assicurazione in quanto era assimilata al prestito con interessi e all’USURA, entrambe vietate dal Diritto Canonico Medievale.



BERNARDINO DA SIENA - De contractibus et usuris, XV secolo

Bernardino da Siena (religioso e teologo italiano, appartenente all'Ordine dei Frati Minori. Fu proclamato santo nel 1450 da papa Niccolò V), si rifaceva al Diritto Romano e riteneva il prestito assicurativo tollerabile, poiché aveva un'utilità pubblica. L'assicurazione dei commerci via terra era molto limitata, anche se esistente in misura minore, poiché era ritenuto più sicuro dei trasporti marittimi avendo delle Autorità Statali che ne garantivano il controllo.


Lo sviluppo dell'assicurazione a scopo speculativo inizia solo nel sec. XIV. Negli archivi di Firenze e di Genova si sono scoperti documenti che vanno dal 1300 al 1319; ma un esplicito e definitivo riconoscimento legale dell'
Assicurazione Marittima si ha solo:

con la legge del 21 ottobre 1369, promulgata a Genova dal doge GABRIELE ADORNO che ordinò il PRIMO CODICE su questa materia.

 



Stemma nobiliare degli ADORNO


E’ quindi di Origine genovese il primo Contratto di Assicurazione in senso moderno.
che si affermò tra i secoli XIII e XIV in Italia, diffondendosi successivamente in altri Paesi europei, quando lo sviluppo dei traffici marittimi determinò per i mercanti l’esigenza di garantire i rischi del trasporto contro le insidie del mare e gli atti di pirateria crescenti. 

Con essa, sono dichiarati validi i contratti per viam cambi seu assecuramenti. Nello stesso archivio di Palazzo S. Giorgio si trova anche il Registro dove, dal 1410 sono registrate le assicurazioni marittime stipulate a Genova, con le indicazioni del premio relativo, che era di soldi dieci per ogni cento lire di capitale assicurato.

Da questo momento le Assicurazioni dilagano per tutto il Mediterraneo e vanno a coprire anche altri rischi come quello dei Trasporti Terrestri.

Un forte sviluppo del mondo assicurativo fu dato dalla Spagna dove nacque la prima regolamentazione completa del rapporto assicurativo con le cinque ordinanze di Barcellona fra il 1435 e il 1484, ordinanze inserite nel celebre Consolato del Mare.

Tra i primi Codici riguardanti le assicurazioni marittime hanno speciale importanza, oltre la legge del 1369, l'ordinanza di Pisa del 1318, (che contiene già norme per regolare diritti e doveri dell'assicurato e dell'assicuratore), c’é l'ordinanza di Firenze del 1523 che stabilisce per le polizze una determinata forma simile a quella oggi in uso.

L’INTERVENTO DELLO STATO



Jean-Baptiste Colbert

I primi documenti che interessano l’intervento dello STATO nel settore assicurativo ci sono pervenuti dai Paesi Bassi con Filippo II il quale, con decreto del 1570, nominò un Commissario di Stato per le assicurazioni, Diego Gonzales di Gand, responsabile della sorveglianza sul buon fine dei contratti, il quale rese obbligatoria la registrazione delle polizze.

Nel 1681, in Francia, fu pubblicata la famosa ORDONNANCE DE LA MARINE e tutta la successiva legislazione sulle assicurazioni marittime trasse ispirazione da questo documento:

Jean Baptiste COLBERT - Ministro delle Finanze del Regno di Francia - esercitò anche una consistente attività legislativa. Tra le iniziative di maggior rilievo, vanno ricordate le quattro Ordinanze che, emanate tra il 1667 ed il 1681,Rivoluzione ed oltre. In ordine cronologico, esse furono: estesero la loro influenza sul DIRITTO francese fino alla

· Ordonnance civile pour la réformation de la justice (1667), sulla riforma della giustizia civile, a cui si sarebbe ampiamente ispirato il Codice di procedura napoleonico;

· Ordonnance criminelle (81670), sulla procedura penale, che stabiliva un sistema decisamente intimidatorio (ad esempio, regolava in maniera minuziosa l'uso della tortura);

· Ordonnance du Commerce (1673), il primo "codice di commercio" dell'era moderna. Stabiliva un regolamento generale del commercio di terra e venne redatta, sentito il parere delle varie corporazioni e delle giurisdizioni mercantili, con il determinante apporto personale del mercante parigino Jacques Savary, grande esperto di giurisprudenza commerciale. In suo onore è anche indicata come Code Savary;

- ORDONNANCE DE LA MARINE (1681). Avente come oggetto il commercio sui mari, era una rielaborazione delle consuetudini marittime, talmente perfezionata che non solo ispirò i legislatori napoleonici, ma pure i successivi CODICI DELLA NAVIGAZIONE.

Tra il 1600 e il 1700 il cuore dell’attività finanziaria si sposta a LONDRA.

Qui nacquero le prime polizze contro l’incendio e le prime assicurazioni collettive. Le prime ebbero un impulso dopo l’incendio che nel 1666 distrusse gran parte della City: assicurare gli edifici (che erano per lo più in legno) contro il fuoco divenne una prassi diffusa.

La statistica e le assicurazioni sulla vita

L’affermazione delle assicurazioni moderne non sarebbe stata possibile senza lo sviluppo della scienza della statistica, alla quale diede un impulso determinante – sempre nella seconda metà del ‘600 – il filosofo matematico francese Blaise Pascal.

Grazie alla statistica, le Assicurazioni poterono contare su una base scientifica per il calcolo delle probabilità: l’eventualità che un evento si verifichi poté, da allora in poi, essere misurata in modo matematico. Una delle prime Compagnie londinesi specializzata nelle assicurazioni contro gli incendi, adottò per esempio l'ipotesi che una casa su 200 bruciasse ogni 15 anni.

Le Assicurazioni collettive, in cui agisce non un unico assicuratore, ma un gruppo, ci rimandano invece a un nome che è tuttora tra i simboli delle assicurazioni nel mondo: I Lloyd’s.

Edward Lloyd era il gestore di un caffè londinese, dove si riunivano gli Assicuratori Marittimi, e dove nacque l’uso di assicurare collettivamente i rischi più ingenti. Ancora oggi Lloyd’s è il più grande ri-assicuratore del mondo.

Anche le assicurazioni sulla vita nacquero, probabilmente, da quelle marittime, poiché anche i Capitani erano preziosi, come le navi e il loro carico. Ma perché il “ramo vita” si sviluppasse in una forma moderna si dovette attendere la seconda metà del XVII secolo quando nacquero il calcolo delle probabilità e, soprattutto, la tavola di mortalità, grazie all'astronomo Halley.

Alla fine del ‘600 c’erano dunque le basi per lo sviluppo delle imprese moderne di assicurazioni che si svilupparono fino ai giorni nostri.

Il famoso COFFEE HOUSE di Edward LLoyd



Il moderno edificio dei Lloyd's

LLOYD’S - INGHILTERRA

Quando il dominio dei mari passò dalla Spagna all’Inghilterra, questo paese conquistò, ovviamente, anche il primato nel mercato delle Assicurazioni Marittime.

Il Lloyd’s di Londra, che nacque nel 1686, divenne il centro del mercato assicurativo marittimo inglese oltre che un gigante dell’industria assicurativa mondiale. In Inghilterra non solo fiorì l’Assicurazione Marittima, ma nacquero per la prima volta nel XVII secolo anche le Assicurazioni Terrestri e le prime moderne Imprese assicurative sia come società di mutue che società per azioni.


LA PRIMA COMPAGNIA

Contemporaneamente, nel 1681 si costituì a Venezia la prima Compagnia di Assicurazione che garantiva i rischi marittimi. E’ questa l’epoca in cui il mondo assicurativo subì una svolta ulteriore.

Gli assicuratori, associati tra loro, che sino a quel momento garantivano con i premi, ma anche con il loro patrimonio personale, lasciarono il posto ad un organismo più moderno in cui il rischio dei soci era limitato alla quota di capitale versata. L’esperienza accumulata da questa forma societaria, fu la base della ideazione della prima “tavola di mortalità” ideata da Deparcieux e messa a punto da Edmund Halley. Nel frattempo, nella società dell’epoca, cominciarono a comparire i primi elementi del “calcolo delle probabilità” grazie a Blaise Pascal e a Pierre De Fermat. Con l’istituzione dei registri anagrafici parrocchiali, le raccolte dati divennero “sistema” per il calcolo della mortalità e così fu fatto un altro, basilare, passo in avanti verso quella che è oggi la moderna polizza assicurativa. Con la costituzione della “The amicable society for a percentual assurance office” nel 1705, nacque il moderno concetto di assicurazione. Siamo in Inghilterra. La società britannica ancora non usava una differenziazione del rischio rispetto all’età dell’assicurato se non calcolando un rischio comune fra i dodici ed i quarantacinque anni.


NASCONO I PREMI DIFFERENZIATI

Il primo esempio di tecnica attuariale applicata al mondo assicurativo lo si deve a James Dodson nel 1750. Fu lo stesso Dodson che fondò – sempre a Londra – la “Equitable Society” che per prima ideò i “Premi” differenziati rispetto all’età dei clienti. Per la prima volta apparse anche una certificazione medica sullo stato di saluto dell’assicurato e il primo tasso di interesse di sconto.


Un manifesto pubblicitario del 1899 per una compagnia assicurativa olandese.

 

CARLO GATTI

Rapallo, 2 aprile 2019

 

 

 

 

 


CONTROCORRENTE….

 

CONTROCORRENTE….


La voragine provocata dalla mareggiata del 29/30 ottobre 2018

In quel terribile episodio, come mostra la foto sopra, ad erodere gli strati sottostanti il manto stradale é stata la mareggiata da SSW. Come é potuto succedere? Perché la copertura della strada poggiava su terreno friabile e non su strati di massi pietrosi resistenti e adatti a far defluire l’acqua di mare sulla battigia sottostante.

28 aprile 2019 - Strada provinciale 227 - Ecco come si presentava la voragine (2mt X 3 mt X 1mt prof.) provocata dalla pioggia all’inizio della strada carrabile che da Paraggi porta a Portofino.

Il problema é che i nostri figli, nipoti ed amici che lavorano nel borgo di Portofino non si fidano più a transitare su quella strada che, paradossalmente, é riparata dai “quadranti pericolosi” del mare, ma non dagli effetti disastrosi della pioggia che scende a picco dalle pareti di roccia cercando il mare. Nella sua rovinosa caduta, la pioggia scava e scioglie il terreno che si trova sotto il manto stradale, come dimostrano le fotografie sopra.

Gli ingegneri del 1890-1900 che costruirono questa strada, avrebbero dovuto assimilare scienza e conoscenza dagli esempi lasciati in eredità dai loro avi “romani” che operarono a partire dal IV secolo a.C.

Sappiamo benissimo che la viabilità agli inizi del ‘900 era prevalentemente equestre… ma non é un alibi che regge, in quanto é noto che gli ingegneri dell’epoca erano i progenitori degli attuali Morandi…

UN PO' DI STORIA...

“I Romani posero ogni cura in tre cose soprattutto, che furono dai Greci neglette, cioè nell’aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre nel sottosuolo le cloache”. Plinio il Vecchio

Le strade furono pensate dagli Antichi Romani per durare a lungo e, sicuramente, questo intento ha avuto enorme successo dal momento che ancora oggi numerose strade costruite all’epoca dell’Impero Romano sono tuttora funzionanti ed utilizzate. Volutamente evitiamo di soffermarci sugli acquedotti, ponti, cloache, fontane e monumenti romani che ancora oggi tutto il mondo c'invidia.

STRADE ROMANE TUTTORA ESISTENTI

- Salaria: antichissima via romana, il cui tracciato era già percorso dal IV sec. a.C., deve il suo nome dal trasporto del sale effettuato dall'Adriatico a Roma.

- Cassia: strada consolare romana, che da Roma conduceva a Luni nell'Etruria settentrionale.

- Aurelia: antica strada romana, iniziata nel II sec. a.C., che univa Roma ad Arelate (Arles) lungo la costa tirrenica, passa per Civitavecchia, Pisa e Genova.

- Flaminia: Strada romana da Roma andava ad Ariminum (Rimini); la sua costruzione fu iniziata dal censore Flaminio nel 220 a.C.

- Postumia: Strada romana costruita dal console Postumio Albino nel 148 a.C.; collegava Genova a Concordia Sagittaria passando per Piacenza, Cremona, Verona e Vicenza.

- Claudia Augusta Altinate: Antica via romana che conduceva da Altino al Danubio.

- Emilia: Strada romana aperta nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido tra Piacenza e Rimini, per collegare i territori del Nord con la via Flaminia.

- Appia: Antica strada romana che conduceva da Roma a Capua, poi prolungata fino a Brindisi, iniziata nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio.

Ma come venivano costruite le strade nell'antichità?

Dalla ricostruzione virtuale si notano, a partire da sinistra, i quattro strati  della sede stradale, composta di pietre e pietrisco che permettevano il defluire dell’acqua piovana da ambo i lati.

§ - Statumen, uno strato più profondo di sassi e argilla;

§ - Rudus, un secondo strato composto da pietre, resti di mattoni,sabbia, mischiati   con calce;

§ - Nucleus, un terzo strato con pietrisco e ghiaia;

§ -Summum dorsum o pavimentum, una copertura di lastre levigate  generalmente in massi di pietra basaltica di eccezionale durezza e indistruttibile (il basolato che indica appunto la nota pavimentazione romana).


La foto della voragine di Paraggi é simile a quella del tratto stradale spaccato dalla mareggiata a meno di un KM di distanza in direzione Santa Margherita. Si può facilmente notare che sotto il manto stradale c'era solo terra che nel tempo l’acqua piovana ha trascinato in mare, per cui sotto quei 20/30 cm di manto stradale non é rimasto più nulla a sorreggerlo.

Quante voragini sono pronte ad aprirsi? Questa é la domanda che tutti si pongono da queste parti! Ma la cosa peggiore é che il passaggio di auto, corriere, furgoni e camion che utilizzano la strada provinciale 227 é sempre in aumento e sotto … non c’è più nulla a sorreggerne il peso. I crolli saranno inevitabili? Chi vive vedrà!

Pertanto si ritorna sempre a parlare della fragilità del nostro territorio, se non piove si paralizza l’economia, se piove le frane sono accettate ormai come eventi normali… come succede a due passi dalla casa di chi scrive… sia dal lato di ponente che dall’altro versante di levante di Via sotto la Croce.

Con l’attuale Amministrazione Comunale, per fortuna, la reazione di ripristino é stata immediata, ma i lavori fatti a regola d’arte prendono molti mesi di tempo e di non pochi disagi.

Il 14 dicembre 2018 avevo scritto nell’articolo:

PORTOFINO COM’ERA… ma come sarà???

“Agli amici di Portofino “allungo” qualche amichevole pensiero personale:

Non temete l’isolamento! Voi residenti di Paraggi, Portofino e San Fruttuoso ritornate a pensare all’antica, da isolani. Chi viene da voi é un pellegrino alla ricerca di Santuari Naturali dove trovare la pace, i colori ed i profumi più rari del mondo. Amate il vostro isolamento e condividetelo con i turisti che vi raggiungeranno via mare e dai sentieri montani perché sarete ancora più RARI ed AMBITI nel panorama mondiale della mediocrità divorata dal traffico, dagli schiamazzi, dalla pazzia, dalla velocità e dal consumismo.

Tenetevi stretto quel traghetto "furesto" che non é un intruso… ma una necessità oggettiva che vi rende estranei e LIBERI da un mondo impazzito!

Nelle innumerevoli isole del globo terracqueo, così come nelle terre che confinano col mare e sono divise dai fiumi: si vive, si commercia, si lavora, ci si sposta regolarmente sui traghetti dove spesso in inverno ci sono nebbie, neve e tempeste. Ci sono nazioni che esistono GRAZIE all’operosità multipurpose dei traghetti. Le baie delle più grandi città del mondo pullulano di questi mezzi che sono sempre più raffinati, pratici, comodi e rapidi. Pensate soltanto alle 10.000 isole che orlano la Scandinavia e che sono abitate soltanto grazie al servizio continuo dei traghetti.

In una decina di minuti di viaggio infinitamente bello e panoramico, siete raggiungibili da Santa Margherita e dalle altre località del Tigullio in un tratto di mare che é famoso per le sue bonacce!

Per voi del promontorio, trasferirvi via mare, deve essere il vostro modo di vivere che riflette i vostri caratteri, il vostro DNA. Liberatevi di quelle centinaia di camion, corriere e furgoni che impestano l’aria, creano ingorghi e deturpano il vostro paradiso terrestre.

Mettete la parola FINE a quell’assalto quotidiano della cosiddetta civiltà dei consumi.

Ritornate all’antico, a ragionare come i vostri avi! Reagite alla “triste” sconfitta subita dall’uragano del 29 ottobre 2018 rimettendo in ordine la vostra vita quotidiana!

Amate e difendete i doni ed i privilegi naturali che avete avuti dal Padreterno.

So di navigare controcorrente, di urlare nel deserto… ma il silenzio é complice … e sappiamo tutti di chi … !!! “

Cari Portofinesi, oggi, alla luce di altre voragini causate dalla pioggia, ribadisco con maggior convinzione: la strada più sicura ed economica… é quella via mare!!!


Carlo GATTI

Rapallo, 30 Aprile

 

 

 



QUELLA FAMIGERATA POLENA!

 

QUELLA FAMIGERATA POLENA

Il lettore genovese Pino Pesce, dopo aver letto il mio articolo:

NOSTRA SIGNORA DELLA FORTUNA-UNA POLENA MARIANA

apparso sul sito di Mare Nostrum - Rapallo il 13 marzo 2019, mi ha scritto:

“A proposito di Polene, tempo fa lessi di quell'ufficiale di Marina, credo tedesco, che finì in manicomio per il suo perduto innamoramento di una Polena, allora custodita nel Museo Navale di La Spezia (Arsenale). Questi poveri uomini di mare!!!

Il periodo era quello della WW2? Hai qualche notizia al riguardo? O, io ricordo male?”

Ringrazio l’amico Pino che mi ha ricordato quell’episodio che fu oggetto, nel lontano 1959, di una “curiosa” discussione con il nostro professore di italiano G. Benedetti al Nautico di Camogli in seguito ad un articolo pubblicato sulla Polena ATALANTA/ATLANTA in quei giorni dalla Domenica del Corriere. Ricordo infine che la curiosità dell’opinione pubblica su quel tema si trasformò in morbosità a tal punto che venne aperta un’indagine giornalistica sui quei suicidi provocati da magiche quanto irrazionali esplosioni d’amore e il caso prese un nuovo titolo:

la famigerata polena”

Uno dei pezzi forti della collezione del Museo Navale della Spezia è la polena Atalanta. Di lei si dice che sia tanto bella da innamorare gli uomini fino a farli impazzire.

Un consiglio quasi scherzoso: se andate al MUSEO NAVALE DELLA SPEZIA, fate attenzione a non fissare per troppo tempo la polena Atalanta. Perché? Perché vi farà innamorare e poi impazzire. E se succedesse non sareste i primi. Secondo quanto si racconta, infatti, la bellezza di Atalanta ha già fatto alcune vittime in passato…


A lei è legata la leggenda secondo la quale chi la fissa a lungo rimane affascinato e si innamora perdendo la testa fino ad impazzire e a togliersi la vita.

La "polena" riproduce una classica figura di donna, alta e maestosa mentre indossa una specie di drappo che le lascia completamente scoperto il seno destro, i capelli sono fluenti e la mano destra é vista nell'atteggiamento un po’ civettuolo di sollevare il manto fino all'altezza del ginocchio. Sul piccolo basamento c'è una dicitura: "Atlanta". Ma a quale nave fosse appartenuta non si seppe mai.

E’ in discussione ancora oggi se l’attrazione fatale sia dovuta a quel seno scoperto mentre il braccio sinistro solleva con un movimento molto sinuoso il lembo della gonna sino al ginocchio, oppure allo sguardo intenso del suo volto che non sorride ma rapisce… si dice che ancora oggi abbia un grande potere di seduzione.



 

UN PO’ DI STORIA…

Perché ATLANTA ?

La sua figura scopre un seno e solleva la veste per non bagnarsi. E' denominata "Atlanta" perché nelle Metamorfosi di Ovidio si parla di un'Atlanta. L’oracolo aveva profetizzato: "... tu non hai nessun bisogno di un marito, Atlanta. Evita l’esperienza coniugale. E tuttavia non vi sfuggirai e, viva, non sarai più te”. "
Molti uomini chiedono la sua mano e lei, dotata di grande velocità nella corsa dichiara che sarà moglie di chi saprà precederla in una competizione. Il giovane Ippomene riuscirà a batterla con l’aiuto di Venere e la prenderà in moglie, ma l’epilogo è tragico: il giovane si dimentica di Venere, non la ringrazia, tutto preso dalle grazie della sua compagna. Venere si vendica e li spinge, facendoli unire carnalmente, a profanare una grotta sacra dove vengono confinate le statue in legno degli dei cui non viene più tributato il culto. Le statue di legno sono sinonimo di trasformazione e di morte…” Sarà Cibele a trasformare i profanatori in leoni aggiogati al suo carro…". Le vicende legate a questa polena sono altrettanto magiche e a volte raccapriccianti.

La polena Atlanta fu chiamata così dal Comandante della VELOCE che la ritrovò nelle acque meridionali dell’oceano Atlantico nel 1864 e non si seppe mai quale potesse essere stata la sorte della nave alla quale era appartenuta. Un alone di mistero la avvolse da allora. Le polene erano quegli ornamenti a forma di statua, scolpiti nel legno, che ornavano le prue dei velieri. Raffiguravano, per lo più, figure di donne o di sirene ed erano considerate un portafortuna. La scultura rappresenta una donna con la capigliatura fluente che ancora oggi pare… abbia un grande potere di seduzione.


Fu proprio il capitano della VELOCE a consegnarla – una volta sbarcato – al Museo Navale di Genova, da dove venne trasferita nel 1870 al neonato
Museo Navale di Spezia da dove inizia la maledizione della polena Atalanta, tanto bella da uccidere….


Ma andiamo per ordine:


La prima vittima:

Il Comandante della VELOCE decise di nascondere la statua nella stiva per evitare complicazioni che, purtroppo, non tardarono ad arrivare: il giovane mozzo, preso da un improvviso attacco di follia, si gettò in mare e annegò. L’episodio suscitò un notevole fermento tra l’equipaggio pervaso dalla tipica “superstizione” che ravvisò nell’evento infausto un segno dei malefici che la polena poteva esercitare. I marinai tentarono d’impadronirsi di essa e ne nacque quasi un ammutinamento. Il Comandante Aristofane Calmi sedò la rivolta con astuti sortilegi… e appena giunse a Genova se ne liberò.

La seconda vittima, così ci riferisce lo scrittore Cacciapuoti: nell’ottobre del 1895 il nostromo di una nave da carico norvegese che aveva fatto scalo a Genova, si recò casualmente a visitare il Museo. La statua esercitò su di lui un fascino terribile. Rimase a contemplarla per ore e al momento della chiusura, dovette essere allontanato con la forza. La notte stessa tentò di introdursi furtivamente all’interno del Museo col chiaro intento di impadronirsi della statua, ma fu scoperto. Interrogato sui motivi che l’avevano spinto a perpetrare un così strano furto, in preda ad un vero e proprio stato di esaltazione, dichiarò che la polena riproduceva le sembianze della sua giovane moglie, scomparsa in mare durante il viaggio di nozze. Fu rilasciato e tornò sgomento a bordo della sua nave, ove s’impiccò.

La terza vittima del fascino di Atalanta fu il custode del museo. Siamo nel 1924. Si racconta infatti che l’uomo, durante il suo servizio, incrociava ogni giorno i propri occhi con quelli della polena, rimaneva per ore e ore a guardarla… se ne innamorò perdutamente fino a impazzire. Distrutto da quell’amore impossibile, l’uomo finì per impiccarsi di fronte alla polena.

La quarta vittima fu il giovane falegname cui fu affidato l’incarico di restaurare la statua lignea. Dopo quindici giorni trascorsi chiuso nel laboratorio con la polena Atalanta, l’uomo fu ritrovato ai piedi della polena con un coltello piantato nel cuore. Nelle mani del falegname un biglietto in cui spiegava come a spingerlo al suicidio fosse stata la folle passione scatenata in lui dalla polena.

La quinta vittima: come narrano le cronache dell’epoca, per lunghi anni la statua non rivelò più i suoi influssi malefici, ma durante l’ultimo conflitto mondiale un giovane ufficiale tedesco di stanza a Spezia, il Ten. Erich Ludwig Kurz, di Dusseldorf, vide la statua esposta nel Museo e se ne invaghì a tal punto da rubarla e nasconderla nell’appartamento in cui viveva. Da quel momento nessuno lo vide più in giro fino a che, due settimane dopo, il 14 ottobre del 1944, due commilitoni sfondarono la porta della casa e lo trovarono senza vita ai piedi della polena. In un biglietto aveva scritto "poiché nessuna donna all’infuori di te può darmi la vita che sogno, io sacrifico a te, o Atalanta, la mia vita".

Ritornando al tema con un minimo di razionalità, si deve pur dire che questa successione di tragici eventi non sono stati suffragati da prove documentali scaturite da indagini governative nazionali o internazionali e come dice lo stesso Cacciapuoti:

“Grazie anche alla collaborazione del Direttore del Museo, si poté accertare che tutta la tragica e suggestiva vicenda sarebbe nata dalla fantasia di un giornalista che, molti anni prima, intrecciò il filo conduttore di tutta la storia, innestandovi dei fatti realmente accaduti, arricchiti ed interpretati molto liberamente. Scrisse così un articolo che ebbe un successo strepitoso e diede adito allo straordinario mito della polena Atalanta”.

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, 17 Aprile 2019


LE DONNE - Poesia

 

 

LE DONNE

 

di Ada BOTTINI

Le donne portano bambini appesi al collo

zaini sulle spalle

borsoni tra le mani.

avanzano col sorriso

ed il saluto

non si preoccupano per il rientro

quando ogni cosa

trasportata

dovrà trovare una sua collocazione

e/o rielaborazione

Molti, notando le abilità femminili, auspicano più potere alle donne, ma più potere significa anche più lavoro, quindi organizziamo meglio questa proposta interessante e troviamo sostituzioni  valide,

per le numerose attività in cui le donne sono impegnate per tradizione, cultura ed egoismo altrui.

Coraggio

 

Rapallo, 4 Aprile 2019


COME TE CERRO, IO VORREI... Poesia

 

 

 

COME TE CERRO, IO VORREI...

di ADA BOTTINI


Voglio anch’io, nel mio tardo inverno

una chioma folta e rossiccia,

capace di resistere ai venti e alle intemperie

e radici salde nella terra

incuranti del gelo.

Come te cerro

ancora vestito nel bosco spoglio

testimone testardo di continuità di vita

ma flessibile al mutare delle stagioni

io voglio essere

Insegnami a resistere.

 

Rapallo, 4 Aprile 2019