Nel pieno della TEMPESTA

 

NEL PIENO DELLA TEMPESTA

Rotta verso Nord Ovest alla ricerca di un po’ di “bonaccia”

Ho avuto la fortuna (o sfortuna) di essere nato in un periodo “speciale”: i miei primi ricordi iniziano nel tragico periodo della Seconda Guerra Mondiale. Qui nella zona di Ortona fu particolarmente cruenta perché era attraversata dalla linea Gustav: nel paese e nella zona nord c'erano i tedeschi, a sud gli alleati…

Proclama che ordinava di lasciare le proprie case


LO SFOLLAMENTO

Ho ancora nitida l’immagine di mamma con le lacrime, quando, con un carretto tutto rotto, lasciammo casa e con le poche cose che avevamo potuto prendere, andammo senza meta verso nord. Era la fine di  dicembre. Su quel carretto portavamo un po’ di tutto, ma specialmente coperte e roba per coprirci tutta la famiglia. Giovanni era venuto ad accompagnarci e ritornò subito a Chieti, che era stata dichiarata ‘Città Aperta', dove abitavano le sorelle della moglie che avevano potuto ospitarli. Intanto noi avevamo Rotta NW, ogni tanto mamma mi posava sul carretto, ma i cavalli si lamentavano ed allora mi riprendeva in braccio, mi accostava il visetto al suo e anche se fredda anche lei, solo quel gesto mi scaldava, però ogni tanto mi poggiava per terra (ero troppo pesante per stare sempre in braccio), e mi diceva “mò camin nu ccun mamm!!" (adesso cammina un pò, figlio mio!!)

Durante il viaggio Silvi era stata colpita da una bomba degli Alleati e noi eravamo diretti proprio lì. Passammo vicino a una bellissima villa e mamma, come altre donne, era corsa a vedere se c’era qualcosa da mangiare, ma evidentemente era stata già abbandonata da tempo e ‘visionata’ in precedenza! Tornò con una mattonella di ceramica con l’effige di una Madonna. Chissà, forse fu grazie a quella se dopo varie peripezie tornammo tutti a casa sani e salvi! Io la conservo gelosamente e dietro ho scritto "Preda di guerra di nonna Memena ...", lei l'ha tenuta sempre sul suo letto.

Arrivammo a Roseto degli Abruzzi. ll tempo era inclemente, ma avemmo la fortuna di incontrare un signore che, visto chi eravamo, ci affittò una casetta piccola dove poterci fermare. C'erano anche altre persone delle parti nostre. Ferro e la moglie furono ospitati dalla sorella del "Sordo" quel pescatore che poi, quando sarei cresciuto, sarebbe diventato il mio migliore amico e maestro per ‘arte marinara’. Allora la famiglia era così composta: Papà, Mamma, Silvana, Marinella, Io, il Nonno Nunzio, e Dorina (la colf di nonno e baby sitter di Silvana). Mamma doveva pensare a tutto e specialmente a fare da mangiare, con quel poco che riusciva a racimolare... Fortunatamente papà, essendo ferroviere, percepiva sempre lo stipendio e riusciva a trovare per le campagne limitrofe un po’ di farina, olio e quanto bastava. Poi mamma trasformava subito il tutto in pane, pasta... Devo riconoscere che non abbiamo mai sofferto a fame.

Intanto io a febbraio avevo compiuto 4 anni. Ricordo chiaramente solo due episodi di mamma di quel periodo:

1) quando le avevano detto che i tedeschi avevano preso papà, insieme ad altri, poi fortunatamente era riuscito a nascondersi, però a mamma venne dallo spavento, una bellissima ciocca di capelli bianchi che partiva dalla fronte e si distingueva perfettamente tra i suoi bei capelli neri;

2) la faccia terrorizzata di mamma quando, mentre ero con Dorina, improvvisamente suonò l'allarme aereo. Dorina aveva una paura matta delle bombe e mi lasciò lì dov’ero e scappò al rifugio. Io mi ricordo solo una fornace abbandonata, piena di cacche e che piangevo perché non sapevo cosa fare. Dopo un po’ vidi mamma e tutto finì per il meglio. Roseto degli Abruzzi era una bella località balneare con delle bellissime ville abitate solo di estate, ma per noi non fu proprio una spensierata villeggiatura… Tornammo a ‘casa’ a metà di giugno... ma non c'era rimasto più niente, anche la terra era tutta sconvolta da profonde buche di bombe... sul terreno erano passati i cingoli dei carri armati che avevano distrutto anche l'erba (in mezzo alla quale di solito crescevano anche piante di 'cicoria', buona da mangiare)!

I MIEI PRIMI DIECI ANNI

"LA STORIA DELLA CIVILTÀ DELL'UOMO"

Nei primi 10 anni, ho riattraversato la storia della civiltà dell'uomo!!! Da dove vogliamo cominciare?

LA GROTTA

Spesso, durante la guerra, si "VIVEVA IN UNA GROTTA" costruita apposta per nascondersi dai tedeschi. I primi ricordi cominciano proprio lì dove mamma mi doveva stare sempre vicino per non farmi piangere, altrimenti i tedeschi ci avrebbero individuati e avrebbero preso gli uomini validi... Quando piangevo, mi chiudeva la bocca, con il rischio di soffocarmi. Solo in questa circostanze ricordo mamma preoccupata.

IL VESTIRE

Premetto che ero invidiato da tutti, perché papà era ferroviere e percepiva lo stipendio e, anche se basso, si riusciva a comperare qualcosa. Bastava andare a un chilometro nell’entroterra dove le donne con un PRIMITIVO TELAIO, tessevano la stoffa ed io, piccolo com’ero, restavo ammaliato nel vedere quel telaio dal funzionamento così complicato e dal quale in ultimo veniva fuori quella tela robusta, di colore blu, con la quale, figli e padri vestivano.

Oggi Zà' Stella ha 88 anni, é lucidissima ma parla solo il dialetto stretto; però un interprete che ci regala la traduzione si trova sempre da queste parti: "Tua madre mi aveva raccontato che era riuscita a trovare una vecchia bandiera tricolore e con la parte verde confezionò un "pagliaccetto" per te, come usava allora. Tu avevi meno di quattro anni ma avevi un bel caratterino e non volevi indossarlo, ma poi tua mamma si rese conto che avevi ragione, quella tela ruvida e forte ti pizzicava tra le gambe..."

Durante la chiacchierata Zà Stella ricorda perfettamente di quando gli aerei alleati passavano bassi per bombardare i ponti sui torrenti che si trovavano lì vicino, senza mai riuscire a colpirli... "ogni volta scappavamo terrorizzati in ogni direzione... ma siamo ancora qui...!"

Riprendo il racconto:

Ho visto tosare le pecore, filare la lana (di solito questo era il compito delle nonne), e poi con la lana, fare di tutto, e questo lo faceva anche mamma, calzini, maglie, vestitini per bambine, di tutto, in somma... Con 4 ferri addirittura…

 

LE SCARPE

Noi bambini da maggio a ottobre andavamo scalzi... Noi avevamo in famiglia lo zio Giovanni (quello che prima della guerra, conduceva l'azienda elettrica del nonno Nunzio, dotato di tanta inventiva oltre che di un innato senso artistico), il quale a noi bambini costruiva degli zoccoletti con un pezzetto di legno sagomato ed una fascia di tela di sacco, inchiodata ai lati… Mamma, per mia sorella specialmente, era capace di fare delle scarpe di spago, bellissime…In autunno mamma mi comprava le scarpe e guai a giocarci a palla (quella di stracci, si intende, per quella di gomma si sarebbe dovuto aspettare ancora un po’) sarebbero dovute durare fino a Pasqua, quando si compravano quelle più leggere. Purtroppo quelle scarpe si consumavano subito, e bisognava rimettere la suola dal calzolaio e, quando si bucavano di nuovo, mamma mi metteva dalla parte interna delle suolette di cartone che duravano qualche giorno, se non pioveva!!! Era “bello” la domenica a messa, quando bisognava inginocchiarsi, si poteva individuare benissimo, grandi e piccini, quelli che avevano le scarpe bucate, perché restavano in piedi con la testa bassa!!!! Io non ho portato mai un paio di scarpe del mio numero... Sempre qualche numero in più perché diceva mamma che mi sarebbe cresciuto il piede e intanto riempiva la punta di cotone, ma non si è mai verificato che fosse necessario togliere quel cotone dalla punta, perché le scarpe si rompevano sempre prima!

IL MANGIARE

Papà, quando eravamo sfollati, andava per le campagne limitrofe e riusciva a rimediare un po’ di farina con la quale mamma era capace di fare tutto dal pane alla pasta. Anche l'olio era difficile trovare. Quando siamo tornati mancava addirittura il sale (Mancavano i cammelli per ripristinare "la via del sale"). Papà lo riportava da Margherita di Savoia, dove c'erano le saline. Spesso mettevamo a bollire l'acqua del mare, finché non evaporava tutta, ma ricordo ancora adesso il sapore amaro di quel sale… Era il periodo del contrabbando, dal Sud, con il treno, portavano al Nord olio, sale, sigarette e altro, ma non pagavano il biglietto e a decine viaggiavano sopra il treno. Io restavo impressionato da quelli che con il treno in moto, saltavano da un vagone all'altro, li chiamavano "gli sciacalli". Spesso quando i treni merci, la notte, restavano fermi alla stazione per dare la precedenza ai passeggeri, venivano completamente saccheggiati e a seguito di ciò le Ferrovie furono costrette a mettere di guardia dei poliziotti. Ogni tanto c’era qualche sparatoria!

LE IMBARCAZIONI EGIZIANE TIPO "RHA" (I CANNIZZI)

Incredibilmente, io, fino a 6/7 anni, non avevo mai visto una barca... A Nord di Ortona c'erano i tedeschi, e a 4 km. A S., gli alleati. Bastava prendere una barca, di notte e con 7 mg. avevi raggiunto la 'libertà'. Tanti hanno provato, molti ci sono riusciti, ma tanti sono stati mitragliati dalle vedette che di continuo, con i potenti fari, cercavano di impedirlo. Le barche, per quanto nascoste e mimetizzate, venivano bruciate dai tedeschi o forate dai colpi di mitra da renderle inagibili, e subito prese come legna da ardere, perché mancava anche quella. Allora i mezzi per potersi allontanare qualche centinaio di mt. dalla riva, per mettere qualche nassa e prendere qualche seppia, venivano fatti i "CANNIZZI"... Erano dei fasci di canne comuni, legati uno all'altro, con la parte più grande a formare la poppa e la parte delle punte, più sottili, leggermente piegate in sù, formavano la prora...!!! SONO PARTITO QUINDI DALL'EPOCA DEGLI EGIZIANI... questi cannizzi' sono nominati anche da D'Annunzio, nel "Trionfo della morte" scritto proprio qui vicino a San Vito, con i quali uno di quei pescatori dei famosi 'trabocchi', spesso lo aiutavano a raggiungere la riva.

I cavi, propriamente detti a terra "funi", non c'erano, allora venivano realizzate con delle trecce fatte di felci che, se facevi scorrere la mano in senso inverso, ricordo, tagliavano come un rasoio..!

I segnali da attaccare a quelle funi costruite con delle felci per salpare e individuare le nasse, venivano utilizzate delle zucche come questa nella foto. Le nasse, visto che la rete non esisteva, venivano fatte di canne o di giunchi. La zucca di quella forma, serviva per usarle come gli uomini primitivi… dall'imbuto per le botti, tagliando la parte superiore, tagliando la parte laterale per costruire qualcosa per prendere liquidi o generi come grano ecc., per bere addirittura aggottando l'acqua da un recipiente tipicamente abruzzese la cosiddetta "conca" fatta di rame, da bravi artigiani locali, con le quali le donne andavano a procurarsi l'acqua alle sorgenti o ai pozzi ed avevano la capacità di portarla sul capo, senza reggerla con le mani. E tanti altri usi ancora. Siamo quindi ritornati all'uso dei popoli primitivi. Molti sono gli aneddoti a proposito dell’uso di queste zucche.

A LEZIONE DI NUOTO NEL 1945

Era un tipo di zucca che da bambini adoperavamo per imparare a nuotare Allora noi non avevamo niente né braccioli né ciambelle. La plastica non era ancora stata inventata e i genitori, se avessero saputo che saremmo andati a fare il bagno, ci avrebbero dato le botte. Loro non venivano al mare, avevano ben altro da pensare...

Qualche volta, quasi di sera, mamma faceva il bagno con qualche sua amica. Ma non aveva il costume e lo faceva con la sottoveste, non c'erano soldi per comperare una gonna, figuriamoci per un costume, non ti dico la mia gioia, quando io mi attaccavo al collo e le stavo sulla schiena e lei nuotava a rana...

Noi bambini, cominciavamo da marzo, ma il bagno lo facevamo nudi, per non bagnare quelle mutandine che portavamo.

Allora per imparare a nuotare, si prendevano due di queste zucche, si legavano con una cimetta di 50 cm. tra di loro, poi si mettevano sotto le ascelle e così si era sicuri di galleggiare (una zucca di quel tipo, sono riuscito a trovarla per farla vedere ai miei nipoti, un reperto!).

Dovevi cercare di imparare subito, perché dove toccavano sotto il braccio quelle zucche avevano una specie di minuscoli chiodini e ti graffiavano da farti uscire il sangue. Avevamo 5 o 6 anni e nessuno di quelli che già avevano imparato aveva voglia di reggerti ecc.

C'è una bella differenza, ma eravamo contenti ugualmente eccetto quando succedeva (e spesso) che quelle mutandine di "percalle" bianche, che lasciavamo in tutta fretta su quei sassi bianchi non riuscivi a trovarle più e così tornavi a casa nudo. Al di là della 'vergogna', i rimproveri di mamma erano come se avessi perso un vestito di Versace e ti rimandava di nuovo a cercarle, se nel frattempo non si era fatta notte! Si ricominciava la mattina seguente di buon’ora, prima che altri potessero trovarle.

LA LUCE ELETTRICA

La prima lampadina l'ho vista a 10/11 anni, nonostante mio nonno avesse una azienda elettrica con una vasta zona di utenze. Finita la guerra, non esisteva più niente: cabina elettrica minata, trasformatori, fili di rame, pali di legno, non esisteva più niente.

Appena tornati, avevano pensato di rimettere su l'azienda, ma dopo poco era uscita una legge per cui dopo 10 anni questa sarebbe passata allo Stato e a seguito di ciò, si decise di venderla. La nuova ditta impiegò molto tempo per realizzarla!

Mia sorella frequentava le Magistrali e la sera studiava prima con un bicchiere dove venivano versati dell'acqua e sopra dell'olio usato, magari per friggere, nel quale veniva intriso uno stoppino ed emetteva la classica luce dei morti...(La PRIMA FORMA DI ILLUMINAZIONE CHE SIA MAI ESISTITA). Poi era arrivata la lampada a petrolio, che papà riportava dal lavoro perché lo usavano per le lanterne! Ricordo che ogni tanto bisognava pulire il tubo di vetro che dopo un po’ diventava nero dal fumo! Poi c'era il lume a carburo, quello dei minatori, ma papà non voleva che si adoperasse perché lo riteneva pericoloso.

Lui non immaginava neanche cosa facessimo noi bambini con il carburo… Si faceva una buca nella terra, piuttosto fangosa, si metteva un po’ di acqua, poi si mettevano dentro dei pezzetti di carburo e subito la buca veniva sigillata da una scatola metallica alla quale era stato tolto un fondo, e nella parte superiore veniva praticato un forellino dal quale sarebbe uscito il gas, una volta in pressione, con un bastoncino si avvicinava una fiammella vicino al forellino e la scatola partiva come un razzo…

 

SISTEMA D’IRRIGAZIONE: Lo SHADUF

Per irrigare gli orti, visto che i contadini dei primi anni ‘40 non avevano sistemi più moderni di pompaggio, si servivano di una specie di trabocco chiamato SHADUF, che sollevava l'acqua dai pozzi poco profondi che si trovavano ad una giusta distanza dal mare.

Si trattava essenzialmente di un palo conficcato vicino al pozzo, in cima al quale veniva fulcrata una trave che da una parte aveva un contrappeso e dall'altra era legata una pertica che portava il secchio a scendere dentro il pozzo.

Lo sforzo veniva compiuto per immergere il secchio nel pozzo  che, una volta riempito, risaliva facilmente grazie al contrappeso.

L'acqua raccolta serviva per riempire la vasca d’irrigazione che si trovava al limite dell’orto. Raggiunta la giusta misura, si apriva lo scarico e l'acqua attraverso un rigagnolo disegnato sulla sabbia, arrivava alle piante di pomodoro.

Quando il solco era pieno, un'altra persona (che di solito era un bambino), mandava l'acqua nel solco successivo, mentre il contadino cercava di alimentare il più velocemente possibile l'acqua nella vasca, altrimenti la canaletta si sarebbe asciugata.     

Ricordo che da bambino, mentre i contadini facevano quel lavoro, io andavo a “navigare” con il mio “osso di seppia” in quei solchi, cercando di non farmi vedere perché temevano che danneggiassi il percorso dell’acqua.

Non potendo fare un disegno per spiegarne il funzionamento, dopo tanto ho trovato la foto di un “trabocco da irrigazione” che assomigliava vagamente a quello, così chiamato, che viene usato ancora oggi per pescare sui fiumi.

Sebbene il contesto sia molto diverso, la sua funzionalità conferma l'universalità del metodo, la cui origine risale agli egizi ed ai contadini della “mezza luna fertile” della Mesopotamia fin dal III millennio a.C. e si chiamava lo "SHADUF"...


Lo 'SHADUF'

Questo era il sistema di irrigazione che ho avuto la fortuna di vedere da bambino, ed io ho sofferto anche di questo, perché il mio più caro amico di giochi, arrivati ad una certa ora, doveva andare nei campi dal papà, per cambiare il solco da innaffiare, mentre il padre  tirava su i secchi d'acqua senza nessuna interruzione, altrimenti  il  rigagnolo si sarebbe asciugato.
Il riposo sarebbe arrivato quando il pozzo era prosciugato, in attesa che la sorgente lo riempisse di nuovo.


I PATTINI A ROTELLE

Anche dopo i 10 anni ci sono stati periodi di sacrifici, alcune cose restano impresse nella mente di un bambino e servono anche per formarne il carattere. Ecco un altro aneddoto:

Avevo 12 anni, andavo a scuola a Pescara, ogni mattina mi soffermavo davanti ad un negozio dove erano esposti dei pattini, i primi con le ruote di fibra. Allora la strada era da poco asfaltata, bella nera di catrame, senza buche perché le macchine erano poche ed i grossi camion non c'erano. Di solito, specie al pomeriggio, passavano dei ragazzi con i pattini e il gruppo prendeva tutta la strada, ricordo ancora il rumore di quei pattini e la scia di aria che lasciava, tanto erano veloci"… Erano i primi con i cuscinetti a sfere.

Quelli che guardavo io, non erano così, però a me sarebbe piaciuto tanto averli ugualmente.

Alla fine dell'anno, visto che ero stato promosso, finalmente mamma mi comprò i tanto sospirati pattini. Li porta a casa, vado per metterli, ma le scarpe non entravano, per quanto i pattini fossero regolabili... La mia unica speranza era zio Giovanni, ma lui al solito, doveva ancora tornare da Pasquino, dove combatteva con il mare. Ricordo che gli andai incontro di corsa.., infatti lo incontrai poco prima del fiume e mentre lui pedalava, io di corsa, scalzo, gli illustravo già il problema. Arrivati a casa, mi sono rimesso le scarpe e purtroppo, pur arrivando a fine corsa, la scarpa non entrava.

Mamma subito disse: "se ne và bon(e), dumane matin, jamm a P(e)scar(e), e me facci(0) ardà le sold...3.500 lire, na parol è..!" Traduzione: se non vanno bene, domani mattina andiamo a Pescara e mi faccio ridare i soldi..., 3.500 lire, non è una cosa da niente…). Non posso descrivere il mio stato d'animo, speravo che ne avessero un altro paio adatti.

La mattina successiva, siamo andati a Pescara con il treno, utilizzando una delle 15/20 caselle disponibili. Era gratis, anche se scrivevi Bolzano, ma a noi non serviva, non facevamo viaggi di piacere, il massimo della distanza mamma la utilizzava per andare a Vasto che allora si chiamava HISTONIUM da zia Bambina, per farsi cucire qualcosa... Arrivati a Pescara, mamma, prendendomi per mano e tirandomi quasi, perché io non volevo che le ridesse indietro, arrivammo al negozio ed una volta spiegato il problema al commesso, questi con la chiave apposita, prende il piede e cerca di mettere la scarpa nei pattini. Poi si rivolge a mia madre e le dice: "Signora, non vede che le scarpe sono diventate tonde… Come può entrare nella sede?" e mamma "mica posso ricomprare pure le scarpe… perciò riprendetevi i pattini e ridatemi i soldi."

Mentre a me veniva da piangere, il commesso: "non è possibile ridare i soldi indietro, può comprare altre cose" e mamma: "no, io voglio i soldi indietro, altrimenti vado alla Questura". Visto il diniego mamma mi prende per mano e tirandomi, mentre io singhiozzavo, andiamo in Questura, dove lavorava un cugino di papà, figlio di Zì Rocco.

Spiegato l'accaduto, Tonino si chiamava, dice a mamma,: "io adesso telefono, però è difficile che ti ridiano i soldi..." e così fu. Mamma era disperata. Torniamo lì ed il commesso, "Signora, mi dispiace, non è per nostra colpa, ma quelle non sono più scarpe!" Ricordo, mentre indicava con lo sguardo le mie scarpe. Mi sono guardato anch'io i piedi: rivedo ancora quelle gambette secche, nere, un po’ storte, con dei segni bianchi sopratutto sulle ginocchia (ex cadute ecc..), ed infine… le scarpe... In realtà a forza di rimettere la suola, il bordo, che teneva con le grosse cuciture la 'pelle' della parte superiore mano mano si stendeva sempre più assottigliata. Era diventata un centimetro larga e la 'scarpa', visto che era corta (calzavo un numero piccolo, anche perché erano dell'anno precedente, era diventata quasi tonda. Ho sentito un senso di vergogna, umiliazione e anche se ero piccolo, ho detto tra me "i miei figli non andranno mai con delle scarpe così…"

Quando finalmente non le mettevo più le ho tenute da parte. Molti anni dopo le avevo riportate qui, per farle vedere alle figlie, e messe su quel piccolo soppalco nel bagno piccolo, insieme alle scarpe da sposa di Marinella. La colpa, non era dei miei genitori, ma dalle condizioni in cui si viveva, anzi io ero più fortunato degli altri, perché avevo almeno la possibilità di comperare i pattini.

Ricordo mamma quasi piangente, che cercava di comperare quello che poteva servirle, con quella cifra, ma lei ne avrebbe fatto volentieri a meno. Prese un attaccapanni da mettere dietro la porta, delle posate, qualche tegame e così delusi, affranti, chi per un motivo chi per l'altro, tornammo a casa... Ecco questa è una storia indelebile dalla memoria, e insieme alle altre, hanno fatto parte di quella molla capace di spingere me (e gran parte di quelli della mia generazione), a far risorgere l'Italia dalla miseria della guerra! Volontà che ai giovani di oggi spesso manca perché hanno tutto.

BARCHE E "INVENZIONI" (alcune delle quali non riuscite troppo bene!!!)

La barca del pescatore era poco più di quattro metri e la vela era un po’ grande, andava bene per le andature larghe, in quanto doveva tirare lo strascico (con l'aggiunta del fiocco per di più), per le andature strette era una barca che richiedeva un impegno notevole.

La barca del pescatore

L'altra aveva un albero di 7,5 mt, quasi 1.5 m. di quello originale... Infatti per poter reggere bene l'albero con il sartiame, sono state messe due crocette..! Mi piaceva correre e avevo messo a punto tutti gli accorgimenti possibili per aumentare la velocità. Il tutto brevettato dal mio povero amico, la cavia umana: Renato.

La mia barca, io (di spalle), e Renato (la mia cavia)

La barca aveva una deriva retrattile in ferro abbastanza pesante, (si tirava su con un paranchetto), io poi, per aumentare la stabilità, avevo realizzato sul fondo dello scafo un binarietto sul quale scorreva un bel peso per quando bordavo di bolina, costituito indovina da cosa? Un freno di quelli belli grandi dei treni merci che spesso erano fermi davanti casa!!! Bastava togliere una grossa coppiglia ed il contrappeso era pronto... A quei tempi non esisteva il trapezio... Io forse ne sono stato l'ideatore perché quel povero amico era sempre appeso fuoribordo e spesso per qualche emozione in più, gli mettevo un sacchetto di sabbia sulla pancia...

RENATO CHE PLANA A RIMORCHIO DELLA BARCA A VELA

Un giorno eravamo in barca, con un vento al traverso che a faceva volare davvero. Mi viene in mente una prova e la propongo alla mia cavia, Renato. “RENÀ, io dico che con questa velocità, se ti metti lungo su questo banco (che avevamo a centro 1.60 x 0.35 mt.), legato con la cima dell'ancora, tu dovresti quasi planare… Proviamo dai…” Armiamo il tutto Renato sulla tavola, fila la cima, volta... ", la barca frena, ma riprende subito velocità. Renato, visto che la tavola non era nata per quello scopo, comincia a girare vorticosamente, come un 'cucchiaino' per la pesca alla traina, e lui cercava di parlare ma non riusciva tanto girava forte ed io che lo incitavo a non mollare, alla fine quando si era gonfiato di acqua come un otre, l’ho recuperato dicendogli "forse non è riuscito bene." E lui "proprio no".

LO SLITTINO PER LA NEVE

Gli esperimenti venivano fatti molto spesso, di tutti i tipi. Non ricordo con precisione, avevamo 12/13 anni, quell'anno era arrivato da Mestre, Renato, il quale, dopo una bella nevicata con successivo ghiaccio, tira fuori uno slittino con il quale andava meravigliosamente, scendendo proprio dalla strada che scende da Tollo (proprio davanti casa di mio cugino Tonino, il futuro Generale). Allora non eravamo ancora veri amici, ci aveva prestato lo slittino per fare giusto qualche discesa..., ma tutto lì.

Arriva il mese di Luglio e, parlando con Tonino, dico: "Frà, qui bisogna pensare per l'inverno.. Se fa la neve, dobbiamo costruire una slitta anche noi, altrimenti restiamo come l'anno scorso!" E così con tanto 'sudore' (era proprio il caso di dirlo), troviamo l'occorrente e la slitta era finalmente pronta.

Certo, sarebbe stato bello poterla provare… Ed ecco il lampo di genio: proprio dietro casa di Tonino, alla curva successiva, c'era un burrone di circa 50 mt., dove avevano buttato la bella sabbia gialla tolta dalla collina soprastante, per far sì che non franasse (cosa che sono stati costretti a rifare, dopo 60 anni, perché è franata di nuovo con conseguente interruzione di mesi, del traffico).

Lì era proprio l'ideale andare a provarla, infatti io, ai comandi e Tonino dietro, si parte... , una meraviglia! Solo che eravamo quasi alla fine quando lo slittino punta su uno scoglio (di tipo 'arenaria' difficilmente distinguibile) e vedo Tonino volare da dietro che va a finire in mezzo ad una immensa siepe di rovi, eravamo solo con i pantaloncini corti, per quanto io facessi per aiutarlo a venire fuori, quando arrivò ad uscirne sembrava proprio Gesù dopo la flagellazione, aveva sangue dappertutto, peccato che allora non c'erano i telefonini per fare le foto, perché con un ramo di quegli spini per corona era l'immagine per il Venerdì Santo era perfetta! Purtroppo, non tutte le ciambelle riescono col buco!

SUB

Da piccolo, ho sempre avuto la passione per andare sott'acqua.. Anche se l'acqua era limpida allora, ero sempre con gli occhi rossi, perchè mi piaceva vedere i granchietti, qualche pesciolino, e non sarei uscito mai dall' acqua. Allora le maschere non c'erano!!!

Fino a 12 anni, non avevamo l'acqua corrente, allora mi lavavo nella bacinella e, prima di lavarmi, vi immergevo la faccia per allenarmi a resistere il più possibile. Durante la giornata lo facevo parecchie volte ed ogni volta nonna Memena, mi bussava alla schiena e mi diceva: "jsci..., mò t(e) sfiet .." = (tira fuori la testa.. che così ti soffochi!!!).

Poi avevo un sistema per riuscire a farmi dare 10 lire da nonna e mi serviva anche per allenamento. Facevo una bella inspirazione, e poi espellendo l'aria lentamente, emettevo un suono continuo che veramente durava tanto, lo facevo finché non diventavo cianotico... E dopo due o tre volte che facevo quel lamento, la nonna per non sentirmi più, mi dava le 10 lire.

Quando poi era tempo di bagni al mare, era più il tempo che stavo sotto la superficie, che sopra...mi piaceva tanto, stare sotto l'acqua in apnea perché riuscivo a conoscere meglio i pesci che venivano a mangiarmi in mano! E poi mi serviva per la pesca delle cozze, cannolicchi e altro. Avevo un bel fiato!

Comunque avrei voluto realizzare qualcosa tipo “palombaro”, così con un altro mio amico, cominciamo a progettare come poter fare. Abitavo in una frazione dove non esisteva neanche un negozio… non avevamo soldi... praticamente niente!

Innanzi tutto bisognava realizzare qualcosa per poter camminare sul fondo come i palombari. Questo non fu difficile in quanto, abitando vicino alla ferrovia, è stato facile prendere quelle specie di mattonelle di ferro, con quattro fori, che servivano per tenere fermo il binario sulle traversine di legno con 4 grossi bulloni. Bene, su queste abbiamo fissato dei vecchi zoccoli trovati per la spiaggia, poi avevo adocchiato un tubo di gomma telata, poco più lungo di un paio di metri, che papà adoperava per travasare il vino dalla botte ai recipienti più piccoli. Solo che puzzava di vino e respirare quell'aria già ubriacava...

Cominciammo le prove, avevamo un pattino di zio Giovanni. Il sistema per restare e camminare sott'acqua, era perfetto. Ciò che non andava era il tubo perché, oltre alla puzza, arrivati ad una minima profondità, l'aria non arrivava più…

Quella è l'età della scoperta di tutto. Beato chi ha un maestro, però anche se non lo hai, impiegherai più tempo, ci sbatterai a faccia, ma alla fine riuscirai a scoprire, senza saperlo, principi importanti di fisica e meccanica.

Così arrivammo alla scoperta che con un solo tubo di un certo diametro, l'aria non faceva in tempo ad essere respirata e poi essere riemessa oltre una certa lunghezza del tubo!

Ci sarebbe voluto un sistema: innanzitutto era necessaria un tipo di maschera dove poter far circolare l'aria e da lì respirare. Le maschere che siamo abituati a vedere oggi, non esistevano, la plastica non era stata ancora inventata, però avevamo adocchiato una maschera antigas, quelle della guerra, finita da non molto, che un vecchio aveva in un capannone e che faceva al caso nostro.

Non passò molto che riuscimmo a rubare quella maschera e la nuova sfida fu di fare in modo che il tubo fosse interrotto nell'interno di essa. Non poche furono le difficoltà per evitare che entrasse acqua, ma alla fine bene o male ci siamo riuscimmo. Infilammo i due tubi dove c'era quella specie di proboscide dove aveva il filtro e siccome non avevamo niente di adatto all’uso perché il silicone non era stato ancora inventato, dopo ore di concentrazione, arrivammo alla soluzione “naturale”: la cera d'api, che chiedemmo ad un apicultore. La necessità aguzza l'ingegno! Ora il problema grande era trovare qualcosa per poter pompare l'aria. Gira e pensa ... alla fine vidi un soffietto a mantice, con due manici di legno, con un mezzo metro di tubo di ferro che papà, prima della guerra, adoperava per dare lo zolfo alle viti! Armiamo il tutto, andiamo dove l’acqua era un po’ alta, ed io sul pattino dirigevo le operazioni. Legai con una cima il mio amico Renato (la cavia di tutti i miei esperimenti, non sempre riusciti...), per sicurezza e una volta giù, comincio a pompare... ma dopo qualche attimo, vedo arrivare a razzo su Renato, con gli occhi rossi tossiva come non avevo mai sentito nessuno!

Esaminiamo le cause: in quel soffietto, nonostante fossero passati 15 anni, evidentemente c’erano ancora tracce di zolfo, per quanto fossi stato tanto a pompare, più che altro per la polvere e la ruggine… Comunque, dopo giorni e giorni di pompaggio a vuoto, e ricordo perfino di averlo messo sopra una pentola di mamma, dove bolliva l'acqua con tanto vapore, alla fine l'impianto era perfetto. Entrava un po’ d'acqua dalla maschera, ma riuscire a stare sott'acqua a 3/4 mt, per diversi minuti, e poter giocare con i pesci, era un sogno!

Pensandoci adesso, è stato un prodigio realizzarlo con niente… Adesso basta andare in un negozio, con i soldi di papà e comprare tutto! Però non li invidio i ragazzi di oggi, drogati da quegli affaretti che hanno in mano e dai quali non tolgono mai lo sguardo, senza mai guardare in alto, vedere una nuvola: perché corre? chi la spinge? dove va...!.

Nunzio CATENA

Ortona, 16 Giugno 2014


FATA MORGANA, un'illusione ottica

FATA MORGANA

Una illusione Ottica

Nei primi anni ’60 fui testimone di un fenomeno abbastanza raro da osservare, persino dai naviganti d’altomare. Imbarcato sulla petroliera NAESS COMPANION, ero al mio sesto viaggio: Golfo Persico - Giappone. Era il periodo del monsone “buono” di Nord Est e si navigava in piena bonaccia nell’Oceano Indiano. Nonostante l’opprimente caldo umido dei tropici, (si conosceva l’aria condizionata soltanto dai depliant di alcune navi passeggeri), non percepivo alcun sintomo di noia: tra una retta d’altezza di sole ed altri calcoli astronomici, seguivo i numerosi capodogli che navigavano verso i mari freddi del sud e mi divertivo un mondo a guardare i delfini che in quella zona di mare  “volavano” scompostamente in aria e poi si tuffavano spanciando rumorosamente in cerca di plancton. A metà guardia, verso le 10, vidi nitidamente qualcosa di strano apparire a mezza altezza sopra l’orizzonte. Poco a sinistra di prora si stagliava una specie di castello, una torre immobile che galleggiava sopra l’orizzonte gelatinoso. Poco dopo vidi una seconda torre, leggermente più bassa e più scura, ancora più a sinistra. Mi venne in mente quello strano capitolo di Meteorologia che s’interessava di fate, più precisamente della FATA MORGANA, chiamato anche fenomeno delle torri. Dal ponte di comando, destai l’attenzione dell’equipaggio che lavorava in coperta e mi accorsi che nessuno di loro aveva mai visto quella “strana faccenda”. Radio-cucina diffuse subito la notizia e in un baleno l’intero equipaggio si radunò in coperta, a bocca spalancata come fossero al circo. La proiezione durò qualche minuto, il tempo necessario a tre navi in contro-corsa di passarsi al traverso. Nel frattempo anche il Comandante era salito sul ponte facendosi scappare una tipica frase in genovese: “se a terra raccontassimo certi fatti ci prenderebbero per dei belinoni...”- I commenti in siciliano della bassa forza erano invece intrisi di stregoneria e superstizione. La disputa sembrò degenerare tra chi vedeva nell’ ”apparizione” il corpo di un santo e chi invece prevedeva il peggio che potesse capitare ad una nave in navigazione...

Ancora oggi, ogni tanto, quella magica visione affiora tra i ricordi personali più lontani ed il pensiero va soprattutto all’idea di quel cielo ingannevole che ci aveva aspettati al varco, come la “Maga Circe” per incantarci, per fortuna, senza molti risultati...

In ottica la Fata Morgana è una forma complessa e insolita di miraggio che si può scorgere all'interno di una stretta fascia al di sopra dell'orizzonte.

A questo punto immagino la perplessità del lettore e non mi rimane che rifugiarmi dietro un banco di scuola per rileggervi quel capitolo....

“Il fenomeno ottico conosciuto come FATA MORGANA, é noto, (ma non troppo n.d.r), ai naviganti, ma anche agli abitanti e turisti di quei luoghi in cui questo fenomeno ottico viene osservato quando i raggi di luce sono fortemente incurvati dal passaggio attraverso strati d'aria a temperature diverse. Infatti, in condizioni di tempo sereno, può capitare che uno strato d'aria molto più calda sovrasti uno strato di aria più fredda: in questo caso, la differenza tra gli indici di rifrazione può dar luogo alla formazione di un condotto atmosferico che agisce come una lente di rifrazione che produce una serie di immagini sia dritte che invertite. L’eccezionalità del fenomeno ottico dipende quindi dalla temperatura degli strati atmosferici, ma anche dalla simultanea formazione di un condotto atmosferico, un proiettore d’immagini. Per certi versi, detto fenomeno é analogo al più noto miraggio, dove però le immagini sono molto mutevoli e deformate, difficilmente riconoscibili. Affinché il fenomeno avvenga, l'inversione termica dev'essere abbastanza forte da far in modo che la curvatura dei raggi di luce all'interno dello strato di inversione sia più forte della curvatura della Terra . In queste condizioni i raggi creano degli archi. L'osservatore deve trovarsi all'interno o al di sotto del condotto atmosferico per poter vedere la Fata Morgana”.

Talvolta, le navi sono viste anche molto al di sopra dell’orizzonte e schiacciate sino a diventare torri o castelli. Per spiegare tale fenomeno è sufficiente immaginare che la luce proveniente da un punto sia distribuita in verticale, gli oggetti in lontananza assumono le sembianze di torri, pinnacoli, obelischi.

La Fata Morgana, conosciuta anche come Morgane, Morgaine, Morgan e altre varianti, è una popolare strega della mitologia celtica e delle leggende. L'epiteto femminino “la fata” - (tradotto dall'originale inglese the fay, a sua volta adattato dal francese la fée) - indica la figura di Morgana come una creatura sovrannaturale. È una dei principali antagonisti di Re Artù – Ginevra - e soprattutto di Merlino, nelle leggende arturiane. Secondo altre leggende celtiche induceva nei marinai visioni di fantastici castelli in aria o in terra per attirarli e quindi condurli a morte.

Per i tanti amanti del Cielo e per lo sparuto gruppetto che sicuramente crede agli UFO, il disegno n. 3 può spiegare, spero chiaramente, come un innocente faro sulla costa possa essere scambiato per un UFO (Oggetti Volante non identificato). L’Osservatore è in O e sta osservando stelle e galassie. Improvvisamente, si accende un faro al di là della montagna dalla cima innevata. L’aria fredda che circonda la vetta del monte causa un miraggio superiore e il faro risplende alto nel cielo, aumentando e diminuendo la sua luminosità.



Il fenomeno ottico della fata morgana rientra nella categoria dei miraggi, termine con il quale si descrivono alcuni fenomeni dovuti all’incurvamento dei raggi luminosi nell’attraversare strati d’aria non omogenei. Il tipo più comune di miraggio si osserva spesso d'estate sulle vaste distese di sabbia riscaldate dal Sole o, forse più frequentemente, sulle strade rettilinee asfaltate o sulle autostrade. Sarà capitato a tutti, durante un viaggio in macchina in autostrada, di notare delle pozzanghere sull’orizzonte, come se la strada fosse bagnata.

Aggiungo alcune foto di Milly Mascaretti:

 

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 16 Giugno 2014





Il RELITTO della SANTA MARIA. Vero o falso?

 

RELITTO DELLA SANTA MARIA

Vero o falso ?

Nelle acque al largo di Haiti é stato scoperto un relitto incredibile, potrebbe trattarsi della  Santa Maria di Cristoforo Colombo

Haiti

La “caracca” Santa Maria, lunga 21 metri, un ponte e tre alberi, era l’ammiraglia della piccola flotta che giunse per prima sul suolo americano al comando del navigatore genovese Cristoforo Colombo. Le altre due imbarcazioni erano due caravelle leggermente più corte: la Pinta e la Niña. La flottiglia di Colombo partì da Palos (Andalusia) il 3 agosto del 1492, sbarcò sul suolo americano, e il 25 dicembre dello stesso anno s'incagliò su una barriera corallina al largo di Haiti. E’ stato l’archeologo marino Barry Clifford ad imbattersi nei resti di quella che potrebbe essere la caracca spagnola. La notizia deve ancora essere ufficialmente confermata ma se così fosse si tratterebbe di una delle scoperte più importanti degli ultimi anni: Clifford ha spiegato di avere scoperto il relitto della caravella nel punto esatto nel quale l’ammiraglio genovese disse che si incagliò, oltre 500 anni fa. I resti della nave si troverebbero incastrati in una barriera corallina sulla costa settentrionale di Haiti, a circa 3-5 metri sotto il livello del mare. Secondo l’esploratore statunitense, la prova definitiva che il relitto sia proprio quello della Santa Maria di Colombo sarebbe il cannone del XV secolo rinvenuto su un fianco della nave.

Usando magnetometri marini, dispositivi di radar, sonar e esplorazioni di sommozzatori, Clifford ha studiato le anomalie della piattaforma marittima, comparato i risultati con informazioni tratte dai diari di navigazione di Colombo e da materiale cartografico dell’epoca e misurato l’impatto delle correnti per stabilire i movimenti del relitto dopo il naufragio.




La missione é in parte finanziata da ‘History Channel’, suscita però sin d’ora diversi dubbi, soprattutto da parte di studiosi spagnoli ma anche italiani come P.E.Taviani. Nei suoi diari Colombo racconta infatti dell’impossibilità di smuovere l’imbarcazione, e che questa venne smantellata per costruire un fortino.


Dopo oltre 500 anni, il mito della Santa Maria riaffiora per l’ennesima volta. Le numerose ricerche del relitto, per dirla in parole povere, si sono risolte con un buco nell'acqua, oppure con bufale clamorose. La più significativa, quella del 1962 quando un ricercatore inglese con un gruppo di sommozzatori individuò un relitto e sicuro fosse quello della Santa Maria presentò la sua scoperta al mondo intero. Per dieci anni le ricerche si bloccarono. Solo nel 1972 fu scoperta la verità: si trattava dei reperti di una caravella del secolo successivo.

Lo stesso archeologo subacqueo Barry Clifford ha ammesso che cinque secoli di correnti oceaniche hanno sicuramente modificato sia i fondali che la costa. Pertanto, la volontà di proseguire le ricerche, a nostro modesto avviso, ha il sapore di una sfida più personale che scientifica.

Lo straordinario racconto della grande scoperta giunge ora a uno dei fatti più importanti: la fondazione della colonia della Navidad, primo insediamento europeo in America a cui si riferisce l’incisione del FORTINO (foto sopra) tratta dal libro di Washington Irving Vida y viajes de Cristobal Colon.

Le ricerche dell’equipe americana prendono le mosse proprio dall’individuazione, nel 2003, di questa costruzione. Ma secondo gli scienziati spagnoli il punto in cui dovrebbero trovarsi i resti della nave si trova oggi sulla terra ferma e non sott’acqua.

Fin qui la cronaca .... dopo di ché, la curiosità di saperne di più, ci ha spinti a risalire alle fonti e ci siamo rivolti ai testi sacri di Paolo Emilio Taviani il famoso storico colombiano che ha visitato di persona (nel corso di oltre cinquant’anni) tutti i luoghi toccati da Colombo prima e durante i suoi viaggi di scoperta. Questi preziosi sopralluoghi hanno consentito di risolvere molte questioni che erano rimaste aperte nella pur vastissima precedente storiografia.

PAOLO EMILIO TAVIANI

I VIAGGI DI COLOMBO-LA GRANDE SCOPERTA – VOLUME 1° - pag 68

IL NAUFRAGIO E IL PRIMO INSEDIAMENTO EUROPEO IN AMERICA

..... Il 20 dicembre 1492, la Santa Maria e la Niña, continuando a navigare verso levante lungo la costa settentrionale di Haiti, eran giunte dinanzi alla Baia de l’Acul......

..... Uno degli scogli, o cayo, come li chiamano nei Caraibi, arricchitosi di bianca arena, si é popolato di alberi; é la isleta che Colombo battezzò Amiga: un autentico gioiello che stava e sta ancor là a presidiare l’entrata nell’incantevole Baia de l’Acul. Oggi si chiama Ile Rat.

.... Il 24 dicembre, riuscì a salpare. Navigò di bolina, perché l’aliseo spingeva da levante in senso contrario. Alle 11 della sera, la Santa Maria aveva avanzato lentamente, e si trovava al largo del promontorio che Colombo battezzò Punta Santa, con riferimento all’imminente solennità natalizia. A quanto Colombo scrive nel Giornale, si trovava a nord o a nord-est del capo di una lega, cioé 4 miglia. Era la notte di Natale. Nessun fatto esterno giustifica il disastro. Mare tranquillo. Distanza da terra normale. Le scogliere coralline numerose e insidiose, ma non più novità, ormai. Ce n’erano altrettante sulle molte coste fino ad allora bordeggiate. Le undici. Il mozzo capovolge la clessidra. Cambia il turno del timoniere. L’Ammiraglio si ritira in cabina, recita le preghiere e s’addormenta: “eran due giorni e una notte che non aveva dormito”. Non appena il capo scompare, gli uomini di guardia sul ponte – vedette e mozzi – scendono a dormire. Juan de la Cosa, comandante della guardia, indica la rotta al timoniere, una rotta facile: seguire la Niña che procede con le vele gonfiate dal vento, illuminate dalla pallida luce della luna bassa sull’orizzonte. Il mare, l’abbiamo già accennato, era “in calma morta, come l’acqua d’una scodella tranquilla”. Juan de la Cosa dice al timoniere di chiamarlo qualora mutasse il tempo o il vento, o se comunque si verificasse qualcosa d’anormale, e scende anche lui sotto coperta. Il timoniere casca dal sonno, scuote il mozzo che ha il solo compito di vegliare sulla clessidra, gli affida – in contrasto con gli ordini di Colombo – la barra del timone e si stende a dormire. Così il destino dell’ammiraglia resta nelle mani d’un mozzo, l’unico desto di tutta la nave. La luna era troppo bassa per rivelare alla vista la spuma bianca, che si forma là dove l’onda lunga si frange sulla scogliera corallina. In ogni caso, il ragazzo, che stava a poppa, tutto teso a reggere la pesante barra, non avrebbe potuto vederla. Una corrente marina stava portando la nave sopra una di quelle secche, che ‘ruggivano’ tanto da essere sentite a distanza. Invece la nave si trovò sopra la scogliera così sommessamente che il mozzo non se n’accorse neppure. Solo quando avvertì che il timone arava, e ne udì il rumore, si mise a urlare. Colombo fu il primo ad accorrere sul cassero: poi giunsero Juan de la Cosa e tutti gli altri.

La situazione fu subito chiara. La Santa Maria s’era incagliata di prua su una scogliera corallina. Siccome la poppa pescava più della prua, il modo per rimettere a galla la nave era gettar l’ancora al di là della barriera e condurne la gomena al grande molinello di prua, quindi retrocedere, tonneggiando, con la poppa.

Questi furono gli ordini di Colombo a Juan de la Cosa: tirar la lancia che si trovava a rimorchio in mare fin sotto il bordo della nave, collocarvi l’ancora e il cavo e spostarsi con la lancia stessa di là della barriera per dar fondo all’ancora.

Sceso nella lancia, Juan de la Cosa si diresse invece a tutta forza verso la Niña. Se si tien conto che la Santa Maria era di sua proprietà. É gioco forza pensare che egli sia stato preso da una crisi di nervi. Vincente Yañez Pinzòn si comportò degnamente: rifiutò di accogliere a bordo i transfughi e inviò le sue lance con parecchi marinai a soccorrere l’Ammiraglio.

Ma ormai era tardi. La poppa s’era girata, e la nave venne a trovarsi di traverso, sicché ogni ondata la sollevava e la lasciava ricadere di peso sulla barriera corallina che, peggio di qualsiasi altro scoglio, perfora il legno della carena.

Per alleggerire il peso della nave, l’Ammiraglio fece tagliare l’albero di maestra. Ma neppure ciò fu sufficiente. La marea stava scemando e la nave “non poté respirare: piegatasi alquanto, s’aprì nelle connessure e s’empì tutta d’acqua dal di sotto”.

Il naufragio avvenne nei pressi dell’odierna Cap-Haitien.

Se oggi un turista chiede di andare sul luogo del naufragio della Santa Maria di Cristoforo Colombo, incontra molti barcaioli disposti a portarvelo. Le tempeste non sono frequenti, la baia é riparata dal promontorio a ponente e dall’immensa palude di mangrovie della penisola di Caracol a levante. – Non é pericoloso e non é lontano – vi diranno i pescatori, e i barcaioli vi porteranno ad un miglio dalla costa, su d’un frangente corallino, che sporge addirittura dall’acqua tanto da potervi salire quando la marea é bassa, mentre, quando é alta. L’onda si rompe rumorosa e si moltiplica in scintillii di spuma bianca visibili dalla spiaggia.

I VIAGGI DI COLOMBO LA GRANDE SCOPERTA - VOLUME 2° - Scheda del Capitolo XII – Pag.98/99

Nella cartina, a sinistra, si nota la scritta in rosso: Mare di San Tomaso, Baia de l’Acul. Nel centro-in alto il simbolo della Santa Maria con la Latitudine 19°49’ e poco più a destra é indicata in rosso la scritta Zona di Naufragio. Sotto le due scritte é visibile Punta Santa (scritta in rosso) da cui si accede alla Baie Cap-Haïtien.

La baia di Cap-Haïtien nelle cui acque la Santa Maria naufragò, la notte di Natale del 1492. Il naufragio deve in ogni caso essere su un banco corallino all’esterno verso il mare aperto rispetto al groviglio di banchi che insidiano le acque interne della baia di Cap-Haïtien. (Foto: G.Dagli Orti)

Prosegue:

...... La giornata del 25 dicembre venne dedicata al recupero del carico della Santa Maria e al trasferimento dell’Ammiraglio sulla Niña. .......

Rimasero in 39........................ A Diego de Arana diede il comando in capo.

........ Vi erano anche un cannoniere – perché Colombo vi aveva lasciato alcune bombarde e ordinato di costruire una torre, un forte e un fossato - E un nostromo, perché venne lasciata una lancia al fine di esplorare la costa, trovare la miniera dell’oro e fondare una nuova colonia in una località più idonea di quella che era stata provvisoriamente prescelta. L’esatta località della Navidad non é stata identificata. Si può solo indicare un rettangolo il cui lato di 7 chilometri é sulla linea della spiaggia, e quello di tre é in profondità. Entro questo rettangolo (bordato in nero nella cartina sopra) sta oggi un piccolo villaggio, Bord-de-Mer de Limonade, una chiesa, molte capanne, alcune piccole barche di pescatori haitiani: una distesa a fondo sabbioso, che giunge al mare con una fascia di paludi coperte di mangrovie.

VOLUME PRIMO – TRAGEDIA ALLA NAVIDAD – Pag.116

Il canale tra Puerto Rico e la Hispaniola é breve. Colombo ritrova il punto donde é partito, dieci mesi e 6 giorni innanzi, per la traversata di ritorno. Riconosce la costa allora bordeggiata, e ancor più lo attanaglia l’ansia di incontrare i compagni lasciati al forte della Navidad..........

Avanza rapido lungo le coste settentrionali dell’Hispaniola, le vele sospinte dall’aliseo, nell’attesa di ritrovare finalmente i suoi uomini, di sapere che cosa abbiano scoperto e quanto oro accumulato, che cosa sia accaduto durante il lungo periodo trascorso......

L’Ammiraglio manda a terra una barca con alcuni marinai. Trovano due cadaveri: “uno, che pareva giovane e l’altro vecchio, che aveva una fune al collo e distese le braccia e legate le mani a un legno, in forma di croce”........

Fin dalla Spagna Colombo non aveva mai cessato di pensare ai coloni dell’Hispaniola. Ora é finalmente giunto, ma non trova nessuno. E poco o nulla riuscirà a sapere, perché tutti sono morti.

Carlo GATTI

Rapallo, 1 giugno 2014



MUSEO STORICO dello Sbarco in Sicilia 1943-Catania

MUSEO STORICO DELLO SBARCO IN SICILIA 1943

CATANIA


Viale Africa, Piazzale Asia Le Ciminiere, Catania, Sicilia Italia

Il Museo occupa una superficie di circa 3000 mq, ha sede presso il complesso Le Ciminiere, di proprietà della Provincia Regionale di Catania.
Il complesso, è un sito di antiche zolfatare recuperate alla città di Catania ad opera dell’architetto Giacomo Leone che ha coniugato modernità architettonica e memoria storica dei luoghi. 
Questo esempio di archeologia industriale che sia affaccia sul mare oggi è centro non solo del museo dello Sbarco e del Cinema, ma di convegni ed iniziative culturali.

Tra i numerosi testi inerenti l’Operazione Husky da noi consultati, riteniamo che il presente compendio storico pubblicato dalla Direzione del Museo Storico dello Sbarco in Sicilia 1943 sia il più idoneo, completo ed aderente al contesto generale del materiale esposto nelle sale museali di questo ECCELLENTE Museo di cui non possiamo che parlarne e scriverne con grande ammirazione. Ringraziamo la Direzione per la gentile concessione.

Carlo GATTI

Presidente della Associazione Culturale

MARE NOSTRUM RAPALLO

https://www.marenostrumrapallo.it

La seconda guerra mondiale

Passati gli anni dell’unità d’Italia, le spedizioni in Africa, la guerra Italo – Turca e la prima guerra mondiale, l’evento più importante della storia contemporanea che riguarda la Sicilia e Messina è sicuramente la seconda guerra mondiale ed in particolare l’Operazione Husky ovvero lo sbarco in Sicilia che fu la più grande operazione anfibia del secondo conflitto mondiale in relazione al numero di divisioni (7 contro 5 dello sbarco in Normandia) sbarcate entro il primo giorno d’invasione.

Proprio dalla Sicilia infatti partì l’invasione dell’Italia da parte Angloamericana segnando l’inizio della liberazione dell’Italia ed il conseguente tracollo del dominio nazista in Europa.


Perchè la Sicilia?

Già nel 1941 era stato programmato dagli alleati uno piano d’invasione della Sicilia denominato Whipcord, con sbarchi da effettuarsi contemporaneamente a Palermo, Milazzo, Catania ed Augusta ma che fu nello stesso anno annullato in previsione del piano d’invasione del 1943.

La decisione dello sbarco nacque durante la conferenza di Casablanca nel febbraio del 1943 nell’incontro tra Churchill e Roosevelt. I due leaders notando che i loro stati maggiori non avevano piani strategici a lungo termine, mancavano cioè di un piano offensivo di largo respiro, un’operazione in grande stile tale sia da aprire un secondo fronte in Europa allo scopo di alleggerire lo sforzo delle truppe Sovietiche contro quelle Tedesche, sia da iniziare la liberazione dell’Italia. Ci si rese subito conto che per motivi strategici la Sicilia era la zona meglio indicata per uno sbarco, poiché la Sardegna e la Corsica, anche se più vicine alle coste Francesi, non erano un punto fondamentale per la distruzione del dominio nazifascista nella penisola, ovviamente la tesi Inglese sullo scelta della Sicilia era anche mossa da un certo interesse imperialistico nei confronti dell’isola, gli Americani infatti temevano che gli Inglesi potessero considerare la Sicilia come una seconda Malta. Nel frattempo mentre gli Italiani avevano in un certo senso previsto che esso sarebbe stato effettuato in Sicilia, i Tedeschi invece pensando erroneamente alla Sardegna e la Corsica (grazie alle azioni di depistaggio), bloccarono l’afflusso delle divisioni Tedesche verso l’isola cancellando forse così l’ultima possibilità di contrastare e rendere inefficace lo sbarco.

Il Depistaggio: l’Operazione Mincemeat

Nell’ autunno del 1942, quando l’invasione del nord Africa era in pieno svolgimento e procedeva verso il successo, gli strateghi Angloamericani stavano già pensando all’operazione successiva da compiere, fissando agli inizi del 43 come prossimo obiettivo la Sicilia.

Tuttavia l’invasione dell’isola poteva essere prevista dall’avversario. Si ideò quindi un piano diversivo con lo scopo di far credere al nemico che il prossimo sbarco non sarebbe avvenuto in Sicilia distogliendone così l’attenzione ma soprattutto le forze nemiche.

Nacque così l’Operazione Mincemeat che scattò il 30 aprile 1943.


Si decise di far ritrovare nelle acque della Spagna il cadavere di un finto giovane ufficiale Inglese caduto in mare con un aereo diretto in nord Africa (luogo in cui vi era il Comando Generale alleato), il 30nne maggiore William Martin, (vedi foto) con addosso documenti comprovanti che lo sbarco sarebbe avvenuto in Grecia o in un altro punto del Mediterraneo occidentale, ma non in Sicilia che invece era utilizzata come copertura per gli obiettivi reali.

L’operazione era molto rischiosa perché se qualcosa fosse andata storta, i Tedeschi avrebbero capito che lo sbarco sarebbe realmente avvenuto in Sicilia.

Invece tutto andò per il verso giusto, i Tedeschi recuperarono il cadavere del finto ufficiale e visionarono i documenti giudicandoli attendibili e credendo così che l’attacco alleato sarebbe avvenuto in Sardegna con uno sbarco sussidiario in Grecia.

Di conseguenza l’Alto Comando Tedesco trasferì un’intera divisione corazzata dalla Francia in Grecia, fece collocare campi di mine al largo della costa Greca, ed installare numerose batterie costiere.

Inoltre un intero gruppo di dragamine venne trasferito in Grecia dalla Sicilia, un’unità corazzata fu inviata in Corsica mentre furono rafforzate le difese sulla costa della Sicilia settentrionale dove lo sbarco non avvenne.

Tutti questi cambiamenti e scombussolamenti provocati dall’esito positivo dell’Operazione Mincemeat fece indebolire notevolmente le forze di difesa Tedesche presenti in Sicilia rendendone sicuramente più facile lo sbarco e probabilmente risparmiando la vita di migliaia di soldati .

In realtà, tale operazione non fu da sola determinante per la conquista della Sicilia, infatti gli stessi Tedeschi, nonostante tutto, non avevano nessuna intenzione di difendere ad oltranza le basi aeree e navali Siciliane, abbandonandole in caso di estremo pericolo allo scopo di salvare così uomini e mezzi da poter utilizzare in successive battaglie lungo lo stivale Italiano. E così accade.

La pianificazione dello sbarco

Il piano iniziò nel febbraio 1943 con uno staff di 15 persone dell’esercito chiamato ‘ forza 141 ’ con base ad Algeri.

I pianificatori della forza 141 si concentrarono sulla selezione di punti contro i quali sarebbero stati condotti i principali assalti.

I più importanti obiettivi immediati furono i porti, necessari per rifornire le forze di invasione, e i campi di volo, entrambi da togliere al nemico e per essere usati dalle forze aeree di sostegno alleate.

A Messina, sulla punta nordorientale dell’isola, vi era il porto più grande, ma un attacco diretto contro di essa fu sconsigliato a causa delle notevoli fortificazioni che si sapeva esistessero lungo lo stretto e perché era fuori dal reale raggio d’azione dei velivoli di combattimento aereo con base a Malta ed in Tunisia.

Gli altri porti principali erano Palermo, nel nord ovest, e Catania, Siracusa ed augusta nel sud est. Inizialmente si pensò di effettuare due distinti sbarchi sulle coste nordoccidentale e sudorientale, ma l’ipotesi venne scartata in quanto troppo distanti tra esse, si optò quindi per uno sbarco presso la costa sudorientale della Sicilia concentrando tutte le forze contro un’eventuale accanita difesa delle forze dell’Asse.

Fu scelto il giorno dell’evento, il 10 luglio 1943. L’operazione prevedeva lo sbarco simultaneo di 7 divisioni lungo un fronte complessivo di circa 160 km, ed il lancio di 2 divisioni aviotrasportate dietro le linee nemiche. L’ordine finale di battaglia e piano di attacco furono i seguenti:

Comandante supremo dell’operazione:

Gen. Dwight Eisenhower

Vice comandante:

Gen.Harold Alexander

Unità operativa orientale (Forza 545):

Ottava Armata Inglese:

Comandante:

Gen. Montgomery

Comandante Navale:

Ammiraglio B.H. Ramsay

Comandante dell’aviazione:

Vice Maresciallo H. Broadhurst

Composizione:

13 Corpi del Ten Gen. M. C. Dempsey, formata dalla 5a e 50a divisione e dalla 4a Brigata Armata, e dai ‘30 Corps’ del Ten Gen O. Leese, comprese la 1a e la 50a Divisione canadese, le Brigate Armate 231a Indipendente e la 23a.

Di riserva in nord Africa c’erano la 78a Divisione e la prima Brigata Armata Canadese

Obiettivo : Seguono le foto relative allo Sbarco Alleato a Gela


Navi Alleate sotto bombardamento dell'Asse


Navi Alleate entrano nel golfo di Gela


Inizia lo sbarco

Testa di ponte USA

Il generale Patton a Gela

Sbarcare con 4 divisioni, una brigata indipendente e unità di commando su cinque spiagge del golfo di Noto ed intorno alla penisola di Pachino per un raggio complessivo di 65 km, con la missione di catturare Siracusa ed Augusta e prendere i campi di volo orientali, prima di una rapida avanzata su Catania ed alla fine su Messina.

Per sostenere lo sbarco, la prima Brigata di atterraggio della Divisione trasporto truppe doveva prendere l’importante Ponte Grande, ponte a sud di Siracusa.

Unità operativa occidentale (Forza 343)

Settima Armata Statunitense

Comandante: Gen.Patton

Comandante Navale: Vice Ammiraglio H. K. Hewitt

Comandante Aereo: Maggior Generale E. J House

Composizione:

‘Cent Force’ (45a divisione), la “ Dime Force ” (prima divisione Statunitense, rinforzata da due battaglioni di Ranger truppe d’assalto, sotto il comando del Generale Maggiore O. N. Bradley, la “ Joss Force ”ovvero la 3a Divisione Statunitense con un battaglione di ‘ Ranger ’ ed il Comando di Combattimento A della 2a Divisione Armata Statunitense come riserva galleggiante.

Nella riserva della Settima Armata galleggiante c’erano il resto della Seconda Armata e la 18a Fanteria della 1a Divisione.

Come riserva in nord Africa c’erano il resto della 82a Divisione Aerea statunitense e la 9a divisione.

Obiettivo:

Sbarco di tre divisioni nel golfo di Gela, conquistarne i campi di volo insieme a quelli ubicati tra Comiso e Licata giungendo sino a 30 km nell’entroterra, per poi proseguire l’avanzata sino a Piazza Armerina per controllarne la rete stradale.

In totale le forze alleate impegnavano 160.00 uomini, 1475 navi da guerra e da trasporto, 1124 mezzi, 4000 aerei , 600 carri armati e 800 camion da sbarco.

L’avversario Italo-Tedesco

Sesta armata Italiana

Comandante: Gen.Guzzoni

Composizione: due corpi XII° e XVI°, comprese cinque divisioni costiere, due brigate costiere, un reggimento costiero e quattro divisioni regolari da campo:

la 4a Livorno

la 26a Assieta

la 28a Aosta

la 54a Napoli

Comandante delle forze Tedesche in Italia:

Maresciallo di campo: Albert Kesserling

Divisioni Tedesche:

Comandante: Tenente Generale Fridolin Von Senger und Etterlin

Composizione:

15a Divisione Panzergrenadier, Divisione Panzer Hermann Goering

In totale i tedeschi schieravano con le due divisioni 15.000 unità e 60 carri armati e 17.000 unità e circa 110 carri armati inclusi 17 pesanti PzKpfw VI Tigers appartenenti alla 2° compagnia del 504° Schwere Panzer Abteilung.

Nel complesso in Sicilia erano impegnati 170.000 Italiani con 100 carri e 325 aerei Italiani ( 200 combattenti ), più 32.000 tedeschi con 170 carri armati e 430 aerei Tedeschi (250 dei quali erano aerei da combattimento). Le truppe Italotedesche potevano contare anche su cinque porti e comandi di difesa di base navale, parecchie unità di difesa indipendenti dell’aerodromo e cinque gruppi mobili posizionati in punti chiave interni

L’imponente flotta navale Italiana che disponeva ancora di 4 corazzate, 7 incrociatori, 32 cacciatorpediniere, 48 sommergibili, ecc se fosse intervenuta avrebbe sicuramente inflitto notevoli danni all’avversario forse vanificando l’intera operazione, invece rimase rifugiata nei porti di Taranto e La Spezia.

Dislocazioni e Compiti

Nel D- Day le divisioni Aosta e Assieta e due terzi della 15° Panzergrenadier per ordine di Kesserling erano nella Sicilia occidentale a guardia di Palermo, le divisioni Livorno e Napoli insieme al grosso della divisione Hermannn Goering si trovavano nella parte centro e sud orientale dell’isola, pronte a contrastare una invasione da sud, mentre il battaglione Tedesco Kampfgruppe Schmaltz composto da una forza armata della H.Goering ed un reggimento di Panzergrenadier della Divisione Panzergrenadier, era posizionato nei pressi della costa orientale, proprio davanti Catania.

L’ORA H – IL GIORNO D.

Il D- Day fu programmato per sabato 10 luglio 1943 alle ore 2,45.

Gli Sbarchi

VIII ARMATA.


Truppe aviotrasportate su alianti

Dopo i disastrosi tentativi di paracadutare le truppe, alle 2.45 del mattino iniziarono gli sbarchi dal mare.

In generale, l’assalto fu un anti- climax. Molte unità sbarcarono successivamente e senza opposizione.

A causa del mare agitato ci fu un ritardo nelle posizioni del rilascio dei natanti.

Nella punta sud orientale dell’isola, 30 Corps sbarcarono su tutti e tre i lati della penisola di Pachino: la 231a Brigata Malta sulla spiaggia orientale, la 51a divisione Highland sulle spiagge intorno alla punta sud, e la 1a Divisione canadese nella baia ad est della punta.

I canadesi e gli Highlanders conquistarono rapidamente Pachino e i suoi campi di volo e spingevano verso l’interno. La 231a Brigata iniziò una marcia veloce verso il nord per unirsi con i 13 Corps a Noto .

Più a sud il settore 13 Corps, la 50a Divisione Northumbria attaccò con successo le spiagge a nord della cittadina marinara di Avola.

Più a nord, la 5a Divisione sbarcò a Cassibile senza trovare resistenza, entro le otto del mattino si erano assicurati la città.

Il primo squadrone speciale di incursione del secondo Reggimento SAS, atterrando prima della forza principale, neutralizzò una batteria costiera nelle vicinanze.

Sull’estremo fianco destro dell’Ottava Armata, Commando n.3 fece lo stesso con una batteria a Capo Murro di Porco.

Nel pomeriggio la 5a Divisione si avviò a nord per ricongiungersi con le truppe aeree a Ponte Grande, le quali erano state da allora duramente colpite dai contrattacchi italiani.

Gli ultimi sopravvissuti erano stati appena cacciati dal ponte quando arrivarono le forze di soccorso.

La 5a Divisione attaccò il ponte con le portaerei Bren, catturandolo nuovamente intatto e liberando le truppe aeree che erano state fatte prigioniere e prendendo il porto di Siracusa indenne.

VII ARMATA.

La Cent Force , 45esima Divisione si gettò sulle spiagge a destra e sinistra di Scoglitti e cercò di spingersi verso l’interno per circa sette miglia, in molti posti unendosi a piccoli gruppi di paracadutisti.

Più a ovest la Dime Force (prima Divisione), attaccò il settore di Gela. Mentre i Rangers attaccarono la città stessa, la principale forza della Divisione atterrò sulle spiagge tre miglia ad est. Presto gli Americani iniziarono a muoversi verso l’interno, verso gli obiettivi loro assegnati.

Sul fianco sinistro della Settima Armata, Joss Force arrivò sulla terraferma ad est ed ovest di Licata.

La terza Divisione prese il porto con un movimento a tenaglia e alla fine della giornata aveva preso tutti gli obiettivi previsti.

Le navi alleate si avvicinano alle coste Siciliane Mezzo anfibio Americano Sbarco della fanteria Americana.

La risposta dell’asse

La reazione dell’Asse agli sbarchi del nemico fu condotta in tre modi.

In primo luogo, non appena ne fu a conoscenza, il Generale Guzzoni ordinò un contrattacco contro la linea della spiaggia che egli riteneva più pericolosa, quella di Gela.

La Divisione Herman Goering dalle sue basi intorno Caltagirone, aveva il compito di attaccare da nord-est, assistito da due dei gruppi mobili Italiani che erano già più vicini alla costa, e la Divisione Livorno doveva fare lo stesso dal nord-ovest, l’attacco doveva essere forte e coordinato.

In secondo luogo egli ordinò che la 15a Panzergrenadier che aveva già completato uno spostamento verso la Sicilia occidentale, ritornasse sui propri passi e tornasse al centro dell’isola.

In terzo luogo, verso il tardi del D-Day, non appena ebbe saputo della perdita di Siracusa, egli ordinò al Kampfgruppe Schmaltz e alla Divisione Napoli di precipitarsi verso sud da Catania e riprendere il porto.

A causa delle cattive comunicazioni l’ampio fronte visualizzato e spinto verso Gela si trasformò in una serie di attacchi indipendenti e scoordinati provenienti da piccole unità in vari momenti e in vari posti lungo il centro del fronte americano.

Il primo attacco dal Gruppo Mobile – E – fu respinto dal fuoco navale Americano e fu fermato nei pressi di Piano Lupo da valorosi combattenti paracadutisti e successivamente dalle truppe della 1a Divisione, e a Gela dai Rangers di Darby.

L’attacco della Divisione Livorno fu furiosamente respinto anche dai Rangers. La Divisione Herman Goering uscendo da Caltagirone in due colonne, si muoveva molto lentamente e non attaccò fino alle due del pomeriggio.

La sua colonna occidentale fu fermata a Piano Lupo dal devastante fuoco navale; la sua colonna orientale ebbe uno scontro con la 45a Divisione e, dopo una battaglia dura, si disperse nel panico, così i contrattacchi dell’Asse nel D-Day fallirono del tutto.

Guzzoni il giorno successivo aveva rinnovato l’ordine di contrattacco, ma questa volta meglio coordinato.

Per tutto il giorno la battaglia infuriò sulla piana di Gela e sulle colline che la circondano.

Gli uomini del 33° e 34° Reggimento della Divisine Livorno, colpendo verso Gela da ovest, furono respinti dall’artiglieria navale e dal fuoco dei mortai. Quest’azione distrusse del tutto la Livorno come forza di combattimento.

La ritirata strategica

L’8 agosto, Kesselring, di sua iniziativa e senza attendere l’assenso di Hitler ordinò a Hube di iniziare l’evacuazione delle forze tedesche dalla Sicilia.

L’operazione era stata pianificata e preparata a lungo.

Oberst Ernst-Gunther Baade, era stato nominato Comandante per lo Stretto di Messina , incaricato di proteggere entrambi i lati dello stretto passaggio d’acqua contro gli attacchi aerei e marittimi.

Baade aveva ammassato circa 500 cannoni di ogni calibro, incluse 4 batterie di 280mm di cannoni costieri, due di170mm ed alcune tedesche di 88mm e Italiane di 90mm a doppia funzione.

Un ufficiale navale, Capitano di Fregata barone Gustav Von Liebenstein era stato nominato capo dei trasporti.

Von Liebenstein non avendo fiducia dei normali servizi di traghetto Italiani, organizzò una flotta propria di 7 Marine-Fahrprahme (chiatte di 80 tonnellate, con rampe d’accesso ognuna in grado di trasportare 3 ‘tanks’ o 5 camion ), 10 L-Boote ( pontoni landing boats che potevano contenere 2 camion ), 11 Siebel – ferries (a doppia entrata, costruiti per portare10 camion, 60 tonnellate di rifornimenti o 250 uomini) e 76 piccole imbarcazioni.

Egli organizzò anche 6 nuove rotte per i traghetti con 12 differenti punti di attracco su ogni lato dello Stretto.

Il 1 agosto Von Liebenstein cominciò alcune evacuazioni preliminari.

Il piano di evacuazione di Hube (nome in codice ‘ Lehrgang Ia 9), indicava esattamente 5 linee di resistenza convergenti su Messina, ognuna doveva essere mantenuta per un giorno.

Durante ogni notte, circa 8.000-10.000 uomini dovevano essere lasciati andare dalle 3 divisioni per dirigersi verso le barche.

Per prima sarebbe andata la 15a Panzergrenadier , seguita dalla H. Goering ed infine la 29° ‘Panzergrenadier’.

Quando arrivò l’ordine di Kesselring, Hube fissò il 10 agosto come ‘ X-Tag ’ il primo giorno del ritiro scadenzato e la notte dell’11 come la prima di 5 notti per trasportare le truppe al di là dello stretto.

L’attraversamento iniziò come previsto. All’inizio i traghetti operarono solo al buio. Il 13 agosto, dopo che Von Liebenstein aveva visto che le operazioni notturne erano non solo difficili, ma anche meno efficienti, e contrariamente alle aspettative, anche maggiormente ostacolate dagli attacchi aerei nemici di quelle diurne, egli ordinò che i traghetti continuassero anche durante il giorno.

L’evacuazione fu un successo al di là di ogni previsione che i Tedeschi potessero fare.

Tra l’altro, trattenendo una di queste linee più del previsto, Hube guadagnò un’altra notte ed un altro giorno per l’attraversamento.

Perfino gli storici ufficiali Alleati concordano che gli Alleati stessi non avrebbero dovuto consentire al nemico di fuggire in quella maniera. Forse lo sbaglio più grande fu il fatto che i comandi alleati fallirono del tutto nel coordinamento degli attacchi aerei e navali per prevenire l’evacuazione del nemico.

La Marina si rifiutò di ingaggiare una grande battaglia navale nello Stretto fino a quando le forze aeree non avessero messo a terra i cannoni costieri del nemico.

Durante tutto quel periodo, la Marina non rischiò di inviare qualcosa di più potente delle pattuglie leggere costiere e solo di notte. Le forze aeree fecero uno sforzo, ma esso iniziò troppo tardi, non fu forte abbastanza ed inoltre diretto contro obiettivi sbagliati e con tipi di aerei sbagliati.

Dal 29 luglio al 17 agosto tra bombardieri di media grandezza e bombardieri da combattimento, volarono 2.514 missioni contro la flotta nemica e le strutture navali dello Stretto.

Erano in funzione contro quella che era probabilmente la più pesante e più concentrata contraerea dell’intera guerra.

Circa 31 aeromobili andarono perduti, tuttavia, a dispetto dei raid aerei che continuavano giorno e notte, l’evacuazione procedeva come previsto. Grazie ai cannoni ammassati di Baade il bombardamento fu eseguito senza troppa cura e provocò pochi danni ai punti di imbarco.

Le perdite Tedesche furono poche, in tutto 15 vascelli furono affondati o distrutti, altri 5 danneggiati.

Solo un Tedesco rimase ucciso negli attacchi aerei alleati. Gli italiani persero un’imbarcazione e non ebbero alcuna vittima.

Sebbene gli Alleati conoscessero fin dai primi di agosto, dalle decriptazioni dei servizi segreti, che una evacuazione sarebbe stata imminente, e avessero acquisito chiare prove che questa era già in atto, le operazioni d’aria sullo Stretto non cominciarono che il 13 agosto.

Nuovamente essi attaccarono le imbarcazioni del nemico, jet, spiagge e strade d’accesso, ma poco della contraerea e dei cannoni sulle coste. Gli Alleati non fecero un uso completo delle capacità dei loro bombardieri.

C’erano 869 pesanti bombardieri disponibili e questi aerei avrebbero potuto operare fuori della portata della contraerea nemica. Tuttavia ai B-17 americani fecero ben poche missioni diurne contro Messina e tutte queste si svolsero tra il 5 e l’8 agosto, prima che l’evacuazione salpasse del tutto.

Il 13 agosto, la 9a Divisione Statunitense, spingendo verso est lungo la strada statale 120, verso Messina, prese la città di Randazzo, sul versante settentrionale dell’Etna, spremendo in tal modo i ’ 30 Corps ’ Inglesi che stavano combattendo intorno al lato occidentale del vulcano

Dopo la caduta di Catania, 13 Corps  continuarono verso nord sul fronte stretto tra la linea dell’Etna ed il mare.

L’avanzamento attraverso questa parte di Sicilia più densamente popolata, fu lento e costoso, Valverde, solo 6 miglia più avanti fu raggiunta l’8 agosto.

L’avanzata alleata verso Messina

Sulla strada costiera settentrionale, la 3a Divisione Statunitense il 1 agosto era venuta in soccorso della esausta 45a Divisione e si era avvicinata alla successiva linea/crinale Tedesca.

Detta la posizione San Fratello, era così formidabile che la 29a Panzergrenadier-Division respinse facilmente un attacco dopo l’altro della 3a Divisione.

Perfino il fuoco dei cannoni e l’uso di fumogeni non riuscì a sloggiarli.

Alla fine, il 6 di agosto, i generali Bradley e Truscott decisero di lanciare un anfibio ‘ end run ’ (fine corsa) per entrare nelle posizioni del nemico. Questa prima operazione a ‘salto di rana’ nella notte tra il 7 e l’8 agosto, fu un successo misto.

Utilizzando il Marina LST, con base a Palermo, Truscott mise in postazione il 2° Battaglione rinforzato della sua 30a Fanteria- ‘Task Force Bernard ’ che sbarcò, virtualmente senza trovare opposizione, a Sant’Agata, dietro la linea di San Fratello.

Aiutato da questo, la principale forza della 3a Divisione, dopo una fiera battaglia, irruppe nella linea e subito dopo soccorse la ‘task force’.

Comunque, poco prima dello sbarco, la 29° Panzergrenadier  del generale Fries aveva iniziato un ritiro ed il grosso del gruppo se ne era andato appena in tempo.

La seconda operazione anfibia ebbe luogo tre notti dopo e 25 miglia ad est e fu forzata su Bradley e Truscott da Patton il quale stava diventando sempre più impaziente di raggiungere Messina.

Fries aveva stabilito ancora un’altra linea di difesa, lungo il fiume Zappula, nella Penisola di Capo D’Orlando, e Patton voleva un altro sbarco della ‘ Task Force Bernard ’ a Brolo, dieci miglia dietro le linee nemiche.

La piccola forza del Tenente Colonnello L. A. Bernard sbarcò senza trovare opposizione, ma fu contrastata non appena si diresse verso il Monte Cipolla che sovrasta Brolo e pesantemente contrattaccata.

Quando la principale forza della 3a Divisione soccorse i propri commilitoni il 12 agosto, Bernard aveva perso 177 uomini ed il nemico era nuovamente fuggito.

Verso l’interno, la 9a Divisione aveva nel frattempo soccorso la 1a Divisione.

Per la prima volta operavano come un’unica cosa, la 9a spinse in avanti lungo la 120 e prese Cesarò il giorno 8, ma il giorno dopo Randazzo, un centro vitale per la ritirata tedesca, fu strenuamente difesa.

Per quanto fosse colpita dai bombardieri Alleati fino alla rovina totale, essa resistette per quattro giorni e la 9a Divisione vi poté entrare solo il 13 agosto.

Dopo la caduta di Adrano, i 30 ‘Corps’ dell’Ottava Armata avevano premuto verso nord, a ovest dell’Etna.

Tra i pendii senza sentieri del vulcano e la profonda gola dell’alto Simeto, c’era spazio per una sola divisione, la 78a.

Bronte cadde l’8 agosto, ma da quel momento in poi gli Inglesi incontrarono una forte resistenza Tedesca, così essi non presero Maletta, solo 4 miglia più a nord,  che il 12 agosto.

Il giorno seguente essi raggiunsero la strada statale 120 e aiutarono la 9a Divisione nella cattura di Randazzo, le truppe della  H. Goering , avevano bloccato le strade con crateri, mine, ponti saltati ed ogni altro ostacolo immaginabile.

La 50a Divisione ci mise una settimana per avanzare di 16 miglia da Catania a Riposto, in cui entrarono l’11 agosto.

Alla loro sinistra, avanzando sui fianchi dell’Etna c’era la 5a Divisione. Montgomery, nel decidere che un attacco di due divisioni attraverso la stretta gola avrebbe potuto rendere più veloce l’avanzata, il 9 agosto decise di coinvolgere nuovamente la 5a divisione. Il 12 essa fu soccorsa dalla 51a che era stata trasferita dai 30 ‘ Corps ’.

Il 14 agosto, la Herman Goering  aveva interrotto i contatti e la velocità di inseguimento era, adesso, governata dalla velocità con cui gli ingegneri potevano riaprire le strade interrotte. Il 15, la 50a Divisione raggiunse la famosa località turistica di Taormina, la 51a e la 78a Divisione completarono il circuito dell’Etna e si unirono alle forze vicino Linguaglossa. Nello stesso giorno, Montgomery decise anche di portare fuori un anfibio ‘end- run’.

Nella mattina del 16, i ‘ Currie Force ’ (Commando n.2 con alcuni ‘ tanks ’ della 4a Brigata Armata in tutto 400 uomini) sbarcarono 16 miglia a nord sulla costa, vicino a Scaletta.

Il nemico si era ritirato già dopo quel punto ed una retroguardia tedesca impedì una spinta su Messina.

Nel frattempo, sulla costa settentrionale, la 3a Divisione Statunitense aveva velocizzato i tempi di inseguimento

Entro il 15 agosto i contatti con il nemico erano virtualmente cessati.

Un piano per un lancio di truppe su Barcellona per tagliare le truppe tedesche in ritirata, fu cancellato allorché truppe di terra arrivarono lì per prime, su insistenza di Patton, una terza operazione anfibia proseguì.

Il 16 agosto, il 157° Reggimento ‘Combat Team’ sbarcò vicino al bivio Salica, a est di Capo Milazzo.

Comunque, prima che essi raggiungessero la spiaggia, la 3a Divisione, era avanzata nuovamente oltre il posto dello sbarco e truppe amiche salutarono la prima ondata dalla spiaggia.

Al contrario di quanto previsto dai piani, alle 6,30 del 17 agosto, fu la 3a Divisione Americana ad entrare per prima a Messina (dalla statale 113), seguita alle 10,30 dal Generale Patton, poco dopo una pattuglia di Commando dei ‘ Currie Force ’  Inglesi entrò in città da sud.

Gli Americani trovarono Messina vuota di truppe tedesche. Dopo 38 – 39 giorni di battaglia continua la campagna di Sicilia era terminata.

Poco prima il Generale Hube aveva attraversato lo Stretto con le sue ultime retroguardie, i Tedeschi avevano completato la loro evacuazione fino all’ultimo. Tra il 1° ed il 17 agosto i Tedeschi evacuarono truppe per un totale di 39.951 (inclusi 14.772 feriti), 9.789 veicoli, 51 tanks, 163 cannoni, 16.791 tonnellate di attrezzature e 1.874 di carburanti e munizioni.

Nello stesso tempo gli Italiani, utilizzando tre battelli a vapore, un traghetto per treni e 10 gommoni a motore, ritirarono anche circa 59.000 uomini, 227 veicoli, 41 cannoni e 12 carrelli.

Ciò che all’inizio era atteso come un disastro si rivelò un successo sbalorditivo, grazie alla riuscita operazione di traghettamento di uomini e mezzi in Calabria, i Tedeschi poterono rallentare l’avanzata alleata in Italia come accadde infatti a Salerno, Cassino, Anzio ecc

L’Operazione Husky vide combattere 60.000 tedeschi dei quali 20.000 morirono o furono fatti prigionieri, gli Italiani persero 130.000 uomini in gran parte catturati dagli Angloamericani i quali contarono 31.000 uomini tra morti e prigionieri.

E’ giusto ricordare in particolare come i soldati della divisione Livorno furono tra i miglior a contrattaccare il nemico sino all’ultimo uomo, mentre la divisione Napoli, dopo aver tentato invano di fermare l’avanzata alleata tra i 10 e 13 luglio subendo gravi perdite, si sacrificò quasi totalmente per permettere ai Tedeschi di ripiegare nel settore Caltagirone/Vizzini.

La Divisone Assieta contrastò duramente il nemico fino al 29 luglio a S.Fratello, dove unitasi ai reparti Tedeschi combattè duramente sino al 7 agosto, giorno in cui  i pochi soldati rimasti furono trasbordati in Calabria. La Divisone Aosta ubicata nella zona occidentale della Sicilia si portò  a piedi nella zona orientale decimandosi nei duri scontri e sotto il fuoco aereo nemico.

In ultimo si distinse particolarmente ilo 10° Reggimento bersaglieri che fu tra i migliori reparti di tutta la guerra.

Cronologia della conquista della Sicilia.

8 maggio 1943. Cominciano i bombardamenti alleati sull’isola di Pantelleria.

12 maggio 1943. La Tunisia cade completamente in mano Alleata. E’ la fine della Campagna d’Africa per le forze dell’Asse .

1 giugno 1943. Offensiva aerea alleata su Pantelleria.

6-10 giugno 1943. Su Pantelleria si intensifica l’attacco alleato contro le batterie costiere dell’isola, da parte di aerei e navi inglesi.

11 giugno 1943. Pantelleria si arrende agli alleati prima ancora di essere attaccata dalle forze di sbarco

12 giugno 1943. Anche il presidio di Lampedusa si arrende al nemico senza combattere. Continua senza soste l’azione dei bombardieri alleati che con successive incursioni su Catania e Palermo causano decine di morti e seri danni.

13-14 giugno 1943. Si arrendono i presidi delle isole di Linosa e Lampione.

18 giugno e 25 giugno 1943. Attacchi aerei e bombardamenti su Messina.

9-10 luglio 1943. Con l’Operazione Husky inizia lo sbarco in Sicilia: all’alba del 10 luglio, alle 4,45, la 7^ Armata Usa sbarca sulle spiagge di Gela e l’8^ Armata inglese su quelle di Pachino e Siracusa.

10-12 luglio 1943. Violento scontro tra la  7^ Armata Usa e le divisioni Tedesca Hermann Goring e Italiana Livorno, che si ritirano solo alle ore 14 del 12 luglio.

13 luglio 1943. Viene occupata Augusta.

15 luglio 1943. Il premier inglese Winston Churchill e il presidente americano Roosevelt lanciano un comune appello agli Italiani affinché decidano “se vogliono morire per Mussolini e Hitler oppure vivere per l’Italia e la civiltà”.

Il re incontra Badoglio per sondare la sua disponibilità a presiedere un nuovo governo.

17 luglio 1943. Gli Alleati conquistano Agrigento e il giorno dopo Caltanissetta.

19 luglio 1943. La notte è tristemente ricordata come “notte di san Lorenzo” per il primo bombardamento alleato su Roma. I danni sono immensi. Il quartiere di san Lorenzo è quasi completamente devastato; morti e feriti si contano a migliaia. Sul luogo si reca il pontefice.

22 luglio 1943. Gli Alleati conquistano Palermo.

25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo sfiducia Mussolini, il re ordina il suo arresto e affida a Badoglio l’incarico di guidare il nuovo governo.

27 luglio 1943. Il Gen. Alexander, comandante il XV Gruppo d’armate, sposta il suo Quartier Generale dall’Africa in Sicilia.

5 agosto 1943. Occupazione alleata di Catania.

17 agosto 1943. Alle 10,15 le truppe del Gen. Patton entrano a Messina, la conquista dell’isola è stata portata a termine in 39 giorni, i tedeschi tuttavia sono riusciti a trasbordare sul continente buona parte dei loro uomini con l’equipaggiamento, nonostante la supremazia aerea e navale alleata.

3 settembre 1943. Le truppe Alleate sbarcano in Calabria.

SECONDO CONFLITTO MONDIALE

LA GUERRA NEL RAGUSANO

Nella prime ore del l0 luglio 1943 due armate ” alleate ” VIII britannica e la VII americana iniziarono l’invasione della Sicilia che dopo trentotto giorni si concluderà con l’occupazione da parte dei ” 3° reggimento (7° divisione) del ten. col. Ben Barrel. Della città di Messina.

Si vedrà che l’unico territorio investito da entrambe le armate sarà costituita dalla provincia di Ragusa.

Le forze britanniche comandate dal Gen. Sir. Bernard Law Montgomery sarebbero sbarcate nella cuspide sud orientale dell’isola, quelle americane comandate dal Gen. George Patton sarebbero sbarcate su tre direzioni: Licata, Gela e Scoglitti.

Fase dello sbarco a Scoglitti

Tra le due armate vi era uno spazio di una cinquantina di chilometri, ma è ovvio che non si trattava di competenza territoriale e che gli occupanti comunque l’avrebbero colmato, tant’è che Scoglitti essendo considerata la più importante zona (anche per gli aeroporti di Biscari – Acate e Comiso) la “direttrice” di sbarco conosciuta in codice “Cent Force” impegnava 26.600 uomini, ossia 6.600 in più della “Dime Force” (Gela) e ciò perché nei compiti di occupazione era prevista l’aggancio con le forze canadesi dell’VIII Armata.

Occorre permettere che l’ora X per lo sbarco era stato fissato per le ore 02,45, ma i responsabili marittimi per sopravvenute difficoltà proposero di ritardare lo sbarco di un’ora trovando d’accordo il contrammiraglio Alan G. Kirk. Ordini e contrordini portarono a molta confusione ritenuto tra l’altro che dovevano essere richiamati alcuni mezzi partiti per l’assalto. Difficoltà furono create dalle coste e i molti scogli, sicché i primi soldati sbarcarono alle 04,45. Anche questo ritardo fu giustificato per gli attacchi di aerosiluranti italiani. Poi con le luci dell’alba sia per l’intervento dell’incrociatore “Philadelphia” che catapultò 4 aerei (uno fu abbattuto), che di altre navi da guerra, la situazione prese una piega favorevole per gli americani e da questo momento non vi è zona costiera che non sia nelle mani degli uomini dello Zio Sam.

Giova ricordare che la 45° divisione era giunta direttamente dagli Stati Uniti, ma alcune fonti d’informazioni affermano che per un breve periodo si esercitò ad Orano e Azzew (Algeria). L’unità aveva una consistenza numerica di 17.000 uomini, su 9 battaglioni, con armamento standard di 100 carri armati, 45 autoblinde, 100 cannoni da campagna, 350 cannoni controcarro. Più o meno uguale la consistenza di uomini e d’armamento delle divisioni inglesi.

Di contro le divisioni italiane erano costituite da Il.000 uomini su sei battaglioni, più due di Camicie Nere, 48 cannoni di campagna, 36 cannoni controcarro.

FORZE ITALIANE PREPOSTE ALLA DIFESA NELLA PROVINCIA DI RAGUSA – 206 DIVISIONE COSTIERA ­

L’unità fu costituita nel novembre 1941 e schierava 450 ufficiali e 9.600 sottufficiali e militari di truppa su otto battaglioni di fanteria, cinque gruppi di artiglieria e cinque nuclei antiparacadutisti; il tutto su tre reggimenti: 1460, 1220 e 1230.

Il l0 aprile 1943 si riorganizzò la difesa costiera dell’isola (1.400 chilometri comprese località dell’entroterra) e, sotto la stessa data si assegnò un ufficio di posta militare alle divisioni, mentre le brigate ed altri reparti avrebbero continuato ad appoggiarsi, in linea di massima, agli uffici di “concentramento”. Nelle stesso mese di aprile furono celebrate cerimonie di consegna dei “capisaldi” e si ordinò alle “costiere”, nell’eventuale sbarco di resistere ad oltranza sino a che non fossero intervenute le divisioni mobili. Eppure si sapeva che le “costiere”, formate da personale anziano, erano male armate e scaglionate in modo di non offrire alcuna garanzia: 36 uomini per ogni chilometro, 215 fucili mitragliatori, 474 mitragliatrici (3,6 per chilometro), 34 mortai da 81 (1 ogni 4 chilometri), 14 batterie (56 pezzi), ossia 4 pezzi per ogni 9 chilometri.

L’unità al comando del Gen. Achille D’ Havet, con sede a Modica si scaglionava lungo la cuspide dell’isola, subito dopo la base di Augusta-Siracusa, dipartendosi da Masseria Palma (contrada “Fanusa”) sino a Capo Passero e poi lungo la costa meridionale sino a Punta Braccetto per 132 chilometri. A disposizione del comando di divisione operava il 440 raggruppamento comandato dal Col. Romeo Escalar;

1460 reggimento – comandato Col. Felice Bartimmo Cancellara (sede a Noto), su tre battaglioni (430, 374, 437) che si estendeva su un fronte di 41 chilometri, da Masseria Palma a Isola Vendicari;

a) – 4300 battaglione, copriva la distanza di 18 chilometri sino a Punta Giorgi; il battaglione fu attaccato da 18 battaglioni del XIII Corpo d’Armata britannico;

b) – 3740 battaglione (comando ad Avola); scaglionato da Punta Giorgi a Isola Vendicari. Il reparto disponeva di una compagnia mitraglieri e delle batterie LXXX e LXXXI. Dirigeva il reparto il Magg. Umberto Fontemaggi;

c) – il 4370 battaglione fungeva di riserva in quel di Noto, ma il Gen. D’Havet venuto a conoscenza degli atterraggi di paracadutisti, né ordinò l’impiego. AI battaglione era aggregata la LXXIX batteria;

1220 reggimento – (con sede ad Ispica), comandato dal Ten. Col. Camillo Apollonio su due battaglioni (3750 e 2430) poteva disporre del CII gruppo e della 470 batteria. Il reggimento era scaglionato da isola Vendicari a Punta Regligione (55 chilometri);

a) 2430 battaglione, che disponeva di due compagnie mitraglieri, una compagnia del 5420 battaglione “bersaglieri costieri” (già del Gruppo Mobile “F” di Rosolini) e 4 batterie d’artiglieria.

Il battaglione si trovò a fronteggiare l’urto del XXX Corpo d’Armata inglese, compresi due “Commandos” (21 battaglioni);

a) 3750 battaglione dislocato da punta Castelluzzo a Punta Regligione (21

chilometri).

Il reparto ebbe il compito di rastrellare i paracadutisti e squadre di “Commandos” nemici;

1230 reggimento – (con sede a Scicli), comandato dal Col. Giuseppe Primaverile. Si ripartiva su tre battaglioni (542,383,381) e poteva disporre della CLXII gruppo da 149/35 (su cinque pezzi e della batteria LXXIV, nonché del XXVII gruppo artiglieria d’armata. Il 5420 battaglione bersaglieri costieri è privo della 20 compagnia che forma il Gruppo Mobile, difesa aeroporti, di Rosolini.

Il reggimento occupava un tratto di costa ove non si effettuò alcuno sbarco nemico (da Punta Religione alla foce del fiume Irminio, ma si trovò a fronteggiare i paracadutisti nemici. Il col. Primaverile fu chiamato al telefono ed invitato ad arrendersi. La voce era di un italo-americano e minacciava con le buone e con le cattive, lusingando il valore militare del comandante, che era meglio arrendersi. Il Primaverile, passò al contrattacco e catturò oltre cento paracadutisti che consegnò ai carabinieri di Scicli. L’episodio è ricordato da alcuni prigionieri che credevano di essere passati per le armi poiché la propaganda dei “liberatori” ci aveva dipinti come incivili !.

I due battaglioni 3810 (Noto) e 3830 (Santa Croce Camerina) si trovarono ad affrontare il 1570 reggimento della 450 divisione USA e la sopraggiungente IO divisione di fanteria canadese, nonché la 154 brigata scozzese. Il col. D’Apollonio fu costretto a ripiegare su Ispica.

Un episodio degno di essere ricordato riguarda le forze attaccate a Santa Croce Camerina, che furono sostenute da soldati il licenza e da civili del luogo. Nella battaglia si distinsero il Caporalmaggiore Rosario Granata, il Ten. Giuseppe Saja (del 1220 reggimento – medaglia d’argento al v.m. ad entrambi) e il Ten. Antonio De Francisc, medaglia di bronzo.

DIVISIONE “NAPOLI”

La divisione agli ordini del Gen. di Divisione Giulio Cesare Goffi Porcinari nel primo trimestre del 1942 viene stanziata nella regione centro meridionale della Sicilia (comando a Caltagirone). Il comandante della fanteria è il Gen. di Brigata Rosario Fiumara, capo di S.M. il Ten. Col. Tancredi Tucci. I reggimenti sono distribuiti: il 750 fanteria (comandato dal Col. Francesco Ronco) a Siracusa; il 760 fanteria (comandato dal Col. Giuseppe Salerno) a Caltagirone; il 540 reggimento artiglieria (comandato dal Col. Amedeo Moscato) a Piazza Armerina; la 1730 Legione Camicie Nere (comandata dal Console Giuseppe Busalacchi) a Ispica.

Tutti i reparti prenderanno parte alla battaglia. A Modica dopo una cruenta battaglia, fu preso prigioniero il Gen. D’Havet: le sue decorazioni stupirono il nemico e per il valore dimostrato gli fu concesso di tenere la pistola in dotazione. Il Gen. D’Havet, marchese Achille, giunse in Sicilia come comandante della 2060 Divisione Costiera, vantava una medaglia di bronzo nella guerra italo­ turca, due medaglie d’argento, Croce di guerra Militery Cross, Croiz de Guerre, Cavaliere della “Legion d’Bonore” (guerra 1915-18), Ordine Militare di Savoia.

Una menzione particolare va rivolta al Col. Ronco, sorpreso da un massiccio bombardamento da parte di trentasei superfortezze volanti che si abbatterono su Palazzo lo Acreide, causando alla colonna la perdita di duecento uomini e alla città un migliaio di morti. Il colonnello si precipitò in aiuto della popolazione civile, riprendendo poi la marcia. Un secondo attacco si abbattè su un reparto tedesco de “88″: i resti furono aggregati alla colonna del Ronco. Un ultimo attacco distrusse la colonna: il colonnello riuscì a sotterrare la bandiera del reggimento.

Alcuni mesi prima, ma il piano sarà attuato a fine giugno 1943, furono predisposti “Gruppi Tattici” (rinforzo alla Difesa costiera) e “Gruppi Mobili” con il compito di “rinforzo” difesa fissa aeroporti.

Il XVI Corpo d’Armata, a cui spettava la competenza territoriale della Sicilia Orientale aveva organizzato quattro Gruppi Tattici uno dei quali nel Ragusani che assunse la denominazione di “Comiso-Ispica” al comando del Console Busalacchi della 173° Legione CC.NN. e con i seguenti effettivi:

a) CLXXIII battaglione CC.NN., 174° Compagnia mitraglieri della stessa

Legione;

b) 2° compagnia morta del LIV battaglione “Napoli”;

c) 1° plotone controcarri 47/32 e dallo gruppo 100/17 del LIV artiglieria

“Napoli” .

A Comiso vi era dislocato il “Gruppo Mobile ‘G’ agli ordini del Tenente Colonnello Porcù, costituito dai:

a) CLXIX battaglione CC.NN. della 173° Legione; 3° compagnia del CII

battaglione controcarri;

b) 1 ° plotone della 2° compagnia CI battaglione carri R/35; 8° batteria 75/18

del II Gruppo del LIV art. Napoli.

In linea di massima la difesa aeroporti sarebbe dipesa da ufficiali dell’ Aeronautica. Ma sia i Gruppi Tattici che i Gruppi Mobili formalmente sarebbero dipesi dal Comando della VI Armata.

Un aeroporto qualificato era quello di Comiso, da dove partivano la maggior parte delle incursioni su Malta: 1’11 luglio il “Magliocco” fu occupato dagli americani dopo aver avuto ragione di un presidio di 150 tedeschi. L’occupazione fu così improvvisa che un “Junker 88″ atterrò non essendo stato preavvisato del combattimento di campo.

Da Punta Braccetto a Punta Due Rocche vi era dislocata la XVIII Brigata costiera agli ordini del Gen. di brigata Orazio Mariscalco (comando a Niscemi. La brigata era costituita da due reggimenti: 134° e 178°. Quest’ultime, al comando del Col. Sebastianello si ripartiva nei battaglioni, 134, 389 e 501 ed era dislocata in territorio regusano.

Il 389 “costiero” combatte ad ovest di Scoglitti anche contro gli americani della “DIME FORCE” diretti su Gela. Il 501° “costiero” il cui comando si trovava a Scoglitti, “Fattoria Randello”, difese l’ala sinistra della divisione “Goering” ma alle ore 12 del lO luglio, interamente circondato dalla “Forza X” del Ten. Col. William O. Darby dovette cedere.

Una pagina poco conosciuta di storia fu scritta dagli “arditi” del II battaglione del Maggiore Vito Marcianò dislocato in tutte le “zona calde” della Sicilia. La 113° compagnia al comando del Cap. Ciro Zuppetta era ubicata a Santa Croce Camerina e scaglionata nella regione iblo-aretusea.

Giova ricordare che gli “arditi” effettueranno azioni di “commandos” anche dopo l’occupazione (31 luglio – 1 agosto) pagando un alto tributo di sangue.

Ma anche durante la battaglia nel ragusano molti di loro caddero sotto il piombo nemico: Ardito Guido Giordano a Capo Vendicari; Ardito Vittorio Girono vivente, med. di bronzo (Ispica), Ten. Massimo Salemi, vivente, medaglia di bronzo (Santa Croce Camerina).

A cura del webmaster Carlo GATTI

Alcune recensioni:

- straordinari effetti scenografici, di grande impatto emozionale e ben documentato.

- L`esposizione, il percorso, il materiale originale in mostra sono solo alcuni elementi che rendono questo museo indimenticabile. Meriterebbe piu visibilita e pubblicita.

- Un museo molto ben organizzato e ricco di reperti, con un percorso obbligato che aiuta a conoscere e a riflettere.

- Le ricostruzioni del bunker, il rifugio antiaereo, la ricostruzione delle case..

- particolare è la ricostruzione di un villaggio pre e post bombardamento, con tanto d simulazione di rifugio anti aereo

- Ci sono molti cimeli e personaggi di cera. Importantissimo non dimenticate la mostra fotografica di Stern difronte al museo, un fotografo dell'esercito usa poi diventato un famoso fotografo dei divi di hollywood, il video del suo...

- Interattivo e adatto anche ai bambini soprattutto se in età scolare.

- Interessante, istruttivo. Da visitare per gli amanti della storia. Da far visitare alle scolaresche per far toccare con mano un periodo di storia recente. Da non perdere l'esperienza del rifugio antiaereo ( simile a quello del Museo della guerra di Londra) e le statue di cera dei personaggi storici dell'epoca.

ALBUM FOTOGRAFICO


L'armistizio di Cassibile (detto anche armistizio corto), fu un Armistizio siglato segretamente, nella cittadina di Cassibile , il 3 settembre del 1943, e l'atto con il quale il Regno d'Italia cessò le ostilità contro le forze Anglo-Americane Alleate, nell'ambito della Seconda guerra mondiale. In realtà non si trattava affatto di un Armistizio, ma di una vera e propria resa senza condizioni.

Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente citato come "8 settembre", data in cui, alle 18:30, fu reso noto prima dai microfoni de Radio Algeri d a parte del generale Swight Eisenhower e, poco più di un'ora dopo, alle 19:42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell'EIAR.


Obice-cannone leggero: Ordonance Q.F. 25 lb.Mk2. Fabbricazione britannica. Introdotto nel 1939. (Cortile esterno Museo)

Interno Museo. Ricostruzione Casa Comunale

Le foto che seguono si riferiscono alle abitazioni sotto bombardamento animate con luci e suoni che creano perfettamente il clima di quei momenti tragici.

Casa distrutta dai bombardamenti

Bomba inesplosa


Rifugio antiaereo

Ospedale da campo italiano

Museo delle cere. Benito Mussolini

Stazione Radio

Tipologie di Bunker


Postazione mitragliere

Interno Bunker

Uniformi eserciti Alleati


Uniformi  del Terzo Reich

Copricapo Esercito Italiano

Emblemi della Gioventù Fascista

Moto DKW - Germania 1938

Moto Guzzi - ALCE - Italia 1936

Moto Guzzi SUPERALCE - Italia 1942

Cucina da campo - Germania 1943

Cannone antiaereo Bofors 40 mm.


Mitraglia antiaerea Oerlikon 40 mm.

 

CARLO GATTI

Rapallo, 20 giugno 2014