LA TRAGEDIA DEL PAMIR

 

LA TRAGEDIA DEL VELIERO PAMIR

… vittima dell’uragano CARRIE!

21 settembre 1957

 


Acquerello di Richard Howard Penton (noto anche come professionista Howard Penton) 1882-1960. Un membro fondatore del Wapping Group of artists fondato nel 1946, che tuttora esiste attivamente, osservando e dipingendo il fiume Tamigi. Questo acquerello datato intorno al 1949 mostra il Pamir, una nave da addestramento per velieri tedeschi, che lascia Wapping a Londra.

 

Copertina del settimanale “La Domenica del Corriere” del 6 ottobre 1957. Il disegno di Walter Molino illustra in modo efficace il naufragio del PAMIR.


 

PREMESSA

Nel suo ultimo viaggio commerciale via Capo Horn, avvenuto nel 1949 battente bandiera finlandese, il PAMIR aveva un equipaggio di 34 persone. Gli ufficiali erano cinque (comandante, primo ufficiale, secondo ufficiale, terzo ufficiale e nostromo), 14 marinai esperti, 5 marinai semplici e 5 mozzi di coperta, cuoco, assistente di cucina, cameriere e aiuto cameriere e infine un meccanico.

Alla fine degli anni ’40, i tempi erano definitivamente cambiati sotto la spinta tecnologica della Seconda guerra mondiale, i grandi windjammer giacevano per lo più in disarmo nei porti nord-europei.

Tuttavia, alcuni di loro ebbero il compito di tramandare l’ARTE DELLA MARINERIA VELICA alle nuove generazioni di marinai e ufficiali di mezzo mondo; purtroppo, la nuova era delle TALL SHIPS iniziò in modo regolamentato ed in sicurezza, soltanto dopo la tragedia del PAMIR.

Ancora una volta il cambiamento, il progresso e l’evoluzione tecnologica, furono pagati in anticipo con un prezzo altissimo in termini di vite umane.


Il Memoriale del PAMIR nella chiesa di San Giacomo -LUBECCA mostra una delle scialuppe di salvataggio che portò in salvo 5 superstiti del naufragio.


Placca commemorativa dedicata alla Nave a Palo (Four Masted Barque) tedesca PAMIR

Si trova sul lungomare di Wellington in Nuova Zelanda.

A 61 anni dalla tragedia del famoso veliero-scuola PAMIR è doveroso un ricordo alla memoria del comandante Johannes Diebitsch e dei suoi ufficiali, marinai ed allievi che perirono nel naufragio, avvenuto nell’oceano Atlantico a causa del violentissimo uragano “Carrie”. Il veliero aveva un equipaggio di 86 uomini e solo sei di essi si salvarono.

 

LA STORIA DEL PAMIR (sintesi)

I veliero PAMIR fu costruito nei Cantieri Navali Blohm & Voss di Amburgo.

Varato: il 29 luglio 1905 - Scafo in acciaio. - Stazza L.: di 3.020 tonn -

Lunghezza fuori tutta: 114,5 mt – larghezza: 14 mt – Pescaggio: 7,25 mt.

Dei quattro alberi, tre erano alti 51,2 mt - Larghezza del ponte principale: 28 mt.

Superficie velica: 3.800 m² - Velocità massima 16 nodi - Velocità di crociera 9 nodi.

La nave a Palo (quattro alberi) PAMIR fece parte della flotta: Flying P-Liner - Compagnia di navigazione tedesca F.Laeisz.

(Tutte le navi di questa Compagnia avevano come iniziale la lettera P. (Pamir-Passat-Padua-Peking-Pudel-Potosi…)

Il 18 ottobre 1905 entrò in linea e fu utilizzata dalla società Laeisz sulle rotte dei nitrati del Sud Pacifico. Era la quinta di dieci navi quasi gemelle (near sisters).

Nel 1914 aveva compiuto otto viaggi per il Cile impiegando 64/70 giorni di media a traversata, da Amburgo a Valparaiso e/o Iquique, che erano i più importanti porti cileni dei nitrati.

Tra l'ottobre 1914 e il marzo 1920, (Prima guerra mondiale e poco oltre), si trasferì nel porto di Santa Cruz de la Palma (Canarie). Rientrò ad Amburgo il 17 marzo 1920.

Il 15 luglio 1920 partì da Amburgo per Napoli al traino di due rimorchiatori. Fu consegnata all’Italia in conto riparazioni danni di guerra.

Il governo italiano non fu in grado di reclutare un equipaggio con esperienza adeguata alla navigazione velica d’altura. Fu quindi ormeggiato a Castellamare del Golfo (Napoli).

Nel 1924, la Compagnia F. Laeisz la riacquistò per 7.000 sterline e la mise di nuovo in servizio sulle rotte dei nitrati cileni.

Nel 1931 il PAMIR si salvò dal disarmo grazie all’intervento di Gustaf Erikson, un irriducibile armatore, appassionato di vela, famoso per la sua sfrenata fiducia verso gli ultimi windjammer in circolazione.

Il suo sogno fu coronato quando riuscì a radunarne un bel numero a Mariehamn (isole Åland, poco a Nord di Stoccolma), suo paese natale, e a procurare per loro dei noli per l’Australia, Nuova Caledonia e Nova Zelanda. Quella famosa epopea s’interruppe con l’inizio della Seconda guerra mondiale.

Il 3 agosto 1941, fu la data del sequestro del PAMIR da parte del governo della Nuova Zelanda mentre era ormeggiato in porto a Wellington. Il veliero portò a termine 10 viaggi battendo bandiera della N.Z.: cinque a San Francisco, tre a Vancouver, uno a Sydney e il suo ultimo viaggio attraverso il Tasman, da Sydney a Wellington, trasportando 2.700 tonnellate di cemento e 400 tonnellate di merce pregiata (industria bellica).

Nel 1943 il PAMIR scampò all’attacco di un sottomarino giapponese il cui Comandante, all’ultimo momento lo risparmiò pensando che il costo del siluro era superiore a quello della preda…

Il 12 novembre 1948, mentre si trovava in porto a Wellington (Nuova Zelanda), fu ricomprato dalla Eriksson Line che lo fece subito salpare per Port Victoria nel Golfo di Spencer per caricare grano australiano.  Il viaggio con arrivo a Falmouth (Cornovaglia-UK) durò 128 giorni.

11 luglio 1949 - Il PAMIR fu l'ultimo windjammer a trasportare un carico commerciale via Capo Horn.

Gustaf Erikson morì nel 1947. Il mondo aveva girato pagina. Suo figlio Edgar si rese subito conto dell’impossibilità di gestire i due velieri PAMIR e PASSAT con profitto, principalmente a causa dei cambiamenti dei regolamenti e dei contratti sindacali che regolavano il lavoro a bordo delle navi.

Nel 1948 la Finlandia restituì il PAMIR alla Germania; naturalmente era in pessime condizioni, ed il veliero fu venduto ad un demolitore belga. Ma non era questo il suo destino finale…

Nel marzo del 1951, alcuni demolitori navali belgi offrirono £ 40.000 per l’acquisto delle near sisters PAMIR ed il PASSAT, ma il loro destino era ancora incompiuto…! Infatti, l'armatore tedesco Heinz Schliwen, che aveva navigato su quelle navi alla fine degli anni '20, le comprò entrambe, sicuramente per ragioni affettive, ma anche con una nuova strategia: trasformarle in navi scuola, pensando di ottenere finanziamenti dallo Stato, perché era stato convenuto che il loro impiego sarebbe stato duplice: Nave Scuola - Nave mercantile - con equipaggio numeroso e a basso costo.

I due velieri furono ristrutturati per alloggiare i Cadetti della marina mercantile, fu installato un motore ausiliario di 900 H.P., un sistema di refrigerazione per le cucine, moderni impianti radio e cisterne per la zavorra.

Nel 1952 compì il suo primo viaggio per il Brasile carico di cemento, ritornò in Germania con minerale di ferro. A causa di una forte burrasca nel Mare del Nord il PAMIR perse l'elica ed evitò il naufragio grazie all’intervento di due unità di salvataggio della zona.

Il 4 gennaio 1953 l’armatore si rese conto che la gestione delle due unità era nuovamente fallimentare; tuttavia, essendo ormai navi di grande prestigio nazionale, fu realizzato per loro un altro “salvataggio”: il PAMIR ed il PASSAT furono acquistate da un Pool (Consorzio) di 40 armatori ma, dopo quattro viaggi risultarono altamente improduttivi. Anche questo tentativo fallì.

Nei successivi cinque anni, PAMIR e PASSAT continuarono ancora a navigare in perdita tra l'Europa e la costa orientale del Sud America. Furono sempre impiegate come Navi Scuola da carico. La fama di simboli della marineria tedesca alimentava l’orgoglio nazionale che ormai si era rassegnato alle ripetute perdite economiche imposte tra l’altro da restrizioni legislative ed operative molto pesanti.

I grandi velieri non erano più redditizi! Inoltre il PAMIR aveva problemi tecnici sempre maggiori, come la fuoriuscita di liquidi dai ponti e la grave corrosione delle lamiere. Il processo di deterioramento era ormai troppo avanzato su entrambe le unità

Il Consorzio, nonostante la fama delle due navi, non era stato capace di ottenere i contributi sperati e promessi dal Governo tedesco, ma anche dalle Compagnie di navigazione e dalle donazioni pubbliche.

Nell’estate del 1957 fu deciso di disarmare le due Navi a Palo al loro rientro in Germania dal Sud America. Il loro modello era ormai superato ed anche i loro più tenaci difensori si erano rassegnati ad ammainare definitivamente le vele.

Hermann Eggers, Comandante titolare del PAMIR sbarcò per malattia e fu sostituito da Johannes Diebitsch che era già stato imbarcato da marinaio sullo stesso veliero. La sua carriera proseguì navigando al comando di velieri minori sui quali si era addestrato accumulando una discreta esperienza, ma era questa la prima volta che imbarcava da Comandante su di un veliero da carico di grandi dimensioni.

Prima d’iniziare l’ultimo viaggio, il suo primo ufficiale Rolf Köler di 29 anni, scrisse a casa che sarebbe sbarcato al ritorno in Germania a causa delle pessime condizioni della nave.

Venuti a mancare i finanziamenti necessari alle riparazioni di cui aveva tanto bisogno, era diventato persino difficile reclutare ufficiali all’altezza di quel tipo di BARQUE.

Il 10 agosto 1957 “the four masted Barque PAMIR” partì quindi per il suo ultimo viaggio al comando del capitano Johannes Diebitsch con a bordo 86 uomini d’equipaggio, tra cui 52 allievi nautici.

A Buenos Aires la nave-scuola caricò 3.780 tonn. di granaglie alla rinfusa e lo caricò nelle stive ed anche nelle cisterne della zavorra, quest’ultima operazione fu giudicata un vero azzardo.

Il carico alla rinfusa, per evitare lo scorrimento ed il possibile sbandamento, venne bloccato in superficie da 255 tonnellate di cereali sistemati in sacchi. Anche questa operazione venne svolta principalmente dai cadetti poco o niente addestrati che, in quella occasione, sostituirono i portuali di Buenos Aires che avevano dichiarato sciopero. Il Comandante, forse sotto la pressione dei ricevitori, decise di partire nonostante il Barque fosse in precarie condizioni di stabilità.


 

L’Ultimo viaggio

Si arrivò così al fatidico 1957. Pesavano su questo veliero da carico: l’anzianità di servizio, la scarsa manutenzione, l’equipaggio inesperto e la fama di non rendere alcun profitto al suo armatore. In queste “avventurose” condizioni nautiche, il PAMIR, si preparava a lasciare il porto di Buenos Aires per il suo ultimo viaggio.

Un tragico destino chiamato CARRIE era fatalmente in agguato in mezzo all’Oceano Atlantico.

Il 21 settembre, quando il PAMIR si trovava tra le Bermude e le Azzorre, fu travolto dall’uragano tropicale CARRIE ancor prima di ridurre le vele, ancor prima di rendersi conto del pericolo imminente di cui non aveva ricevuto alcun messaggio di pericolo.

Nella sua lunga carriera questo intrepido windjammer si era confrontato con molti cicloni, uragani, tifoni ecc… aveva subito molti danni, ma era sempre riuscito a trovare la strada di casa!

L’ULTIMO ATTO…

Alle 12.54 ora locale, la Nave a Palo PAMIR inviò i segnali di soccorso quando ormai derivava senza governo. Passò forse mezz’ora e poi affondò in Atlantico,  a 600 miglia nautiche (1.100 km) a Ovest-Sud-Ovest delle Azzorre in posizione:

Lat. 35°57’ Nord  -  Long. 40° 20’ Ovest

Successivamente, in fase istruttoria, fu appurato che il radiotelegrafista, essendo stato destinato anche ad incarichi amministrativi, probabilmente non aveva ricevuto gli avvisi di tempesta in corso in quel tratto di mare.  L’ultimo messaggio radio fu ricevuto dai soccorritori alle 13,03 - ma giunse indecifrabile a destinazione perché proprio in quei tragici attimi la nave si stava inabissando.

IL RACCONTO DEI NAUFRAGHI

Il sopravvissuto cadetto Haselbach raccontò di come l’affondamento sopraggiunse improvviso diffondendo un terrore incredibile tra i cadetti che solo pochi minuti prima del disastro scattavano delle foto alle onde… senza rendersi conto della gravità del momento. Anche il motore ausiliario non fu mai messo in moto.

“Sotto i colpi di mare il carico si spostò e lo sbandamento raggiunse i 45 gradi. I marinai più anziani fecero di tutto per rimettere la nave in assetto e per calmare i cadetti che erano al loro primo viaggio. Il Comandante Diebitsch invitò i cadetti a pregare per indurli alla calma. Li sistemò su tre lance presidiate da marinai esperti, ma appena calate in mare furono travolte da onde gigantesche e scagliate come fuscelli a centinaia di metri di distanza dalla nave.

Alcune vele furono terzarolate o tagliate dall'equipaggio. Ma non ci fu il tempo d’intervenire su quelle di prora. A momento dell’affondamento un terzo delle vele di mezzana erano ancora fieramente stese al vento…

Gli alberi erano al limite della rottura e le vele ancora a riva furono spazzate via. La situazione era talmente grave che la nave non riusciva più a tenere la prora al mare. Le antenne radio erano cadute con una parte degli alberi più sottili e non c’era né il tempo né la possibilità d’inviare ulteriori SOS. Ormai la fine era prossima.

Quando il PAMIR si capovolse, i pochi uomini che erano rimasti ancora a bordo, li vedemmo lottare tra i marosi nel tentativo di aggrapparsi a qualche cosa che li sostenesse. Riuscimmo ad allontanarci da quell’inferno, spinti forse da qualche onda che ebbe pietà di noi… In quei frangenti, in preda alla paura e allo shock, ebbi   l’impressione che la nostra scialuppa di salvataggio era stata l'unica a scendere in mare regolarmente.

Sulla lancia non c’erano razzi o segnali che funzionassero. Non riuscivo a vedere le altre tre lance di salvataggio con i cadetti a bordo. Diciassette uomini della nostra lancia furono presi e scagliati fuoribordo dalla furia dell'uragano. Sentivamo i motori degli aerei di salvataggio che volavano al di sopra della tempesta. Lunedì pomeriggio perdemmo altri tre compagni che si gettarono in mare in preda al panico e al terrore. Ero troppo debole per fermarli. Se martedì i soccorritori non mi avessero trovato, avrei fatto anch'io la stessa cosa."

Al momento del salvataggio, la barca di Haselbach era gravemente danneggiata e quasi completamente sommersa. Dei venti uomini che erano sulla lancia con lui, dieci erano ancora a bordo 24 ore prima che arrivassero i soccorsi.

Delle altre lance recuperate, molto danneggiate e vuote, non vi furono testimonianze di sorta e non si seppe mai nulla sulla sorte di quei poveri ragazzi.

La Commissione d’inchiesta rilevò che i boccaporti del PAMIR non erano stati chiusi. Il capitano non ordinò l'allagamento delle cisterne di zavorra perché erano piene di carico, tale manovra l'avrebbe aiutata a raddrizzarsi.

L'affondamento fece notizia in tutto il mondo; in Germania fu una tragedia nazionale!

LE OPERAZIONI DI SALVATAGGIO

Il primo SOS fu lanciato alle 12,54 e fu raccolto da molte navi; la più vicina era il mercantile SAXSON che diresse verso la posizione indicata: 600 miglia a Sud Est delle Azzorre. Ma non fece in tempo a rendersi utile, il suo intervento fu tardivo. Il veliero si era capovolto alle 22.30 ed affondò rapidamente.

Lo sbandamento del PAMIR impedì di calare in mare le lance di salvataggio. Questa fu la causa delle ingenti perdite di vite umane.

Tuttavia il SAXON, alle prime luci dell’alba, recuperò cinque marinai che avevano trovato scampo aggrappandosi ad una zattera. Anche l’ABSECON, il cutter della Guardia Costiera USA trasse in salvo un altro naufrago, il cadetto Gunther Hasselbach di cui abbiamo riportato il suo racconto.

Da altre testimonianze di sopravvissuti, si é saputo che la velocità dell’uragano era stata più veloce delle informazioni meteo lanciate da terra. Il vento investì la nave con raffiche di 70 nodi e mare forza 8. La ricerca dei naufraghi durò nove giorni, fu organizzata dalla Guardia Costiera USA e dal cutter ABSECON ; solo quattro membri dell'equipaggio e due cadetti furono estratti vivi da due scialuppe di salvataggio.  Riferirono inoltre che molti degli 86 uomini dell’equipaggio riuscirono ad imbarcare sulle lance, ma la maggior parte di essi morì nei tre giorni successivi. Poiché nessuno degli ufficiali, né il capitano sopravvissero, le ragioni del ribaltamento rimasero incerte ed oscure.

Soltanto la Commissione d’inchiesta stabilì successivamente che la nave sbandò paurosamente sul lato sinistro a causa dello spostamento del carco.

La nave era stata mal stivata a causa, come abbiamo visto, dello sciopero dei portuali che furono poi sostituiti in parte dai militari di terra e dagli allievi di bordo.

Cadde così la prima accusa emessa dalle Autorità di terra che indicava nell’inesperienza del Comandante (che sostituiva il collega titolare), la causa della terribile tragedia.

“Chi é a terra giudica, chi é in mare naviga!”

ASSICURAZIONI

Un destino tragicamente ironico quello del PAMIR! Il suo ultimo viaggio fu l'unico, della sua carriera di nave scuola, in cui si sia realizzato un profitto, poiché la somma assicurativa di circa 2,2 milioni di marchi tedeschi fu sufficiente a coprire le perdite aziendali per quell'anno. Il Consorzio di banche, non fu mai legalmente incolpato per l'affondamento; soltanto più tardi i periti accertarono numerose negligenze e quindi forti implicazioni nella perdita.

Gli ultimi WINDJAMMER sopravvissuti navigano ancora oggi nella categoria a tutti nota delle Tall Ships.

LE ECCEZIONI

La tragedia del PAMIR interruppe la carriera di quasi tutti i velieri commerciali dell’epoca i quali, per preservare la loro gloriosa tradizione, furono ormeggiati prevalentemente nei porti del Nord Europa e trasformati in navi-museo alla memoria! Tuttora sono visitabili i seguenti windjammer:

PASSAT ………………… a Travemunde (Germania)

VIKING ……………….. a Goteborg       (Svezia)

ALF CHAPMAN…….. a Stockholm (Svezia)

POMMERN…………..  a Marienhamn (Åland-Arcipelago finlandese)

Quelle ancora operative:

EAGLE ………………..  Un’altra splendida unità che opera ancora nei ruoli della Coast Guard americana.

SEDOV e KRUZENSTERN ….le quali possono ancora oggi vantare, con orgoglio, il nobile pedegree di vere navi da trasporto commerciali. I due anziani velieri, tuttavia, reggono ancora magnificamente il confronto con le giovani Tall-Ships del nuovo millennio, non solo sul piano estetico, ma anche su quello della velocità.

 

A questi ultimi giganti della vela abbiamo dedicato due articoli su nostro sito di MARE NOSTRUM – RAPALLO.


DALL'EPOPEA DELLA VELA ALLE VERE TALL-SHIPS

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=191;dallepopea-della-vela-alle-tall-ships&catid=36;storia&Itemid=163

WINDJAMMER, il Canto del Cigno della Vela

https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=399;wind&catid=36;storia&Itemid=163

Nel 1956, Bernard Morgan, che non era marinaio di professione, ma solo un appassionato di mare e di vele, ebbe l'idea di riunire le navi scuola a vela che mantenevano viva la tradizione dei grandi velieri e di farli navigare in regata insieme. Ventuno furono allora le navi, di undici diverse nazioni, che raccolsero l'invito e che regatarono da Torbay a Lisbona.


Nel secolo precedente accadeva esattamente il contrario: sono infatti passate alla storia le
"Tea Races", quando i clippers, carichi di tè imbarcato in Oriente, cercavano di arrivare in Inghilterra ed in Europa nel più breve tempo possibile facendo tra loro delle vere e proprie gare veliche, con tanto di memorabili scommesse a terra sui vincitori della CORSA DEL TE’.

Quell'anno (1956), per la prima volta tanti velieri si trovarono in regata con partenza ed arrivo segnalato da un colpo di cannone e con una giuria ufficialmente nominata, pronta a controllare se tutti rispettavano i regolamenti di regata!

Due domande su cui ancora oggi ci interroghiamo:

-Se il PAMIR avesse rinunciato al suo ultimo viaggio, com’era da più parti auspicato, da lì a poco sarebbe entrata negli elenchi delle TALL SHIPS.

Solo così, mollando l’ancora in quell’ultimo porto… avrebbe interrotto definitivamente la corsa contro un destino duro, implacabile e inesorabile che era stato forse pilotato da terra…..? Il dubbio rimane a tutt’oggi!

-Nel 1956 l’Italia pianse senza alcun ritegno la tragedia dell’ANDREA DORIA.

-Nel 1957 fu la volta del PAMIR! In quel periodo frequentavo il 4° anno presso l’Istituto Nautico di Camogli e ricordo che per la prima volta provai sulla mia pelle il significato delle parole:

tristezza e solidarietà

Io e i miei compagni del Nautico avremmo potuto trovarci su quel veliero, al posto o insieme a quei ragazzi tedeschi.

Fu il nostro primo naufragio della carriera… e molti di noi non furono “salvati” e scelsero dopo quell’evento rotte “terrestri”!

 

ALBUM FOTOGTRAFICO


Tre alberi a vele quadre ed una a vela aurica, questo era la nave a palo PAMIR, lunga 114 metri, inalberò i colori della Compagnia Laeisz, armatrice di una serie di grandi velieri, nota anche come “FLYING P. LINE”. La vela era ormai al tramonto ma c’erano tuttavia alcuni armatori che credevano nella economicità degli ultimi velieri in ferro (si diceva che il vento é gratis) e li utilizzavano nel tentativo di contrastare le navi a vapore, un confronto che in pochi decenni era diventato sempre più improponibile; infatti soltanto i “noli minori” avevano ancora un senso commerciale per gli ultimi velieri: il guano, il fertilizzante cileno, i cereali alla rinfusa e pochi altri


Il “PAMIR” a rimorchio mentre entra in porto con velatura ridotta e gran pavese.


Il KRUZENSTERN (ex PADUA), oggi nave scuola della Marina Militare russa.


Il PASSAT ormeggiato a Travemünde (Germania)


Il POTOSI, poi FLORA


Il PEKING in navigazione nell’Atlantico


I Capitani del PAMIR

· 1905-1908 Carl Martin Prützmann (DE)

· 1908-1911 Heinrich Horn (DE)

· 1911-1912 Robert Miethe (DE)

· 1912-1913 Gustav AHH Becker (DE)

· 1913-1914 Wilhem Johann Ehlert (DE)

· 1914-1920 Jürgen Jürs (DE)

· 1920-1921 C. Ambrogi (IT)

· 1924-1925 Jochim Hans Hinrich Nissen (DE)

· 1925-1926 Heinrich Oellrich (DE)

· 1926-1929 Carl Martin Brockhöft (DE)

· 1929-1930 Robert Clauß (DE)

· 1930-1931 Walter Schaer (DE)

· 1931-1932 Karl Gerhard Sjögren (FI)

· 1933-1936 Mauritz Mattson (FI)

· 1936-1937 Uno Mörn (FI)

· 1937-1937 Linus Lindvall (FI)

· 1937-1941 Verner Björkfelt (FI)

· 1942-1943 Christopher Stanich (NZ)

· 1943-1944 David McLeish (NZ)

· 1944-1945 Roy Champion (NZ)

· 1946-1946 Desmond Champion (NZ)

· 1946-1948 Horace Stanley Collier (Two-Gun Pete) (NZ)

· 1948-1949 Verner Björkfelt (FI)

· 1951-1952 Paul Greiff (DE)

· 1955-1957 Hermann Eggers (DE)

· 1957  Johannes Diebitsch (DE)


 

BIBLIOGRAFIA

VELE D’EPOCA nel mondo

Di Flavio Serafini – Editore Gribaudo

IL ROMANZO DELLA VELA

Di Tomaso Groppallo – Editore Mursia

LA TRAGEDIA DEL VELIERO PAMIR

AIDMEN di Enzo Scalfarotto e Giovanni Panconi

PAMIR GERMAN SAIL TRAINING SHIP

Discussion in 'Other Ships and Shipwrecks' started by Jon Hollis, Feb.2,2006.


DER UNTERGANG DER PAMIR (TV Movie 2006)

 

ALTRE FONTI:

- Civico Museo Marinaro “Gio Bono Ferrari” di Camogli

- Museo Marinaro "Tommasino-Andreatta" di Chiavari

 

 


Carlo GATTI

 

Rapallo, 11 Ottobre 2018

 



OSSO DI SEPPIA

MARE

La casa delle mie estati lontane, t’era accanto, lo sai, là nel paese dove il sole cuoce e annuvolano l’aria le zanzare. Come allora oggi la tua presenza impietro, mare, ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro.

EUGENIO MONTALE

 

OSSO DI SEPPIA

I RICORDI DI NONNO NUNZIO

 

La mia prima nave è rappresentata nella foto sopra: un osso di seppia. In seguito, con un bastoncino e un pezzo di carta per vela, divenne il mio primo veliero con il quale cominciavo a immaginare i mari infiniti, le isole meravigliose... altre genti... colori diversi... altri mondi!

Da allora, avevo già deciso della mia vita: avrei fatto il "Capitano di coperta"! Forse incoraggiato anche dalla mia nonna materna. Si chiamava Concetta ed era nata nel 1874, infatti portava ancora la gonna lunga, il fazzoletto in testa con i lembi riportati sopra e il grembiule lungo davanti. Lei era di Francavilla, ma ormai, non avendo più casa (distrutta dalla guerra), viveva con noi.

Oltre alle favole, mi raccontava storie di briganti e poi alcune chicche di quando a Francavilla, durante l'estate, c'era il Cenacolo di Michetti che era frequentato anche da D'Annunzio il quale, essendo molto in auge in quel periodo, faceva ancorare le navi della Marina davanti al paese.

Così, per qualche giorno, la cittadina era invasa dai cadetti che sfoggiavano le loro eleganti divise bianche. Il suo sogno era di vedermi un giorno al posto di quei giovani e, mentre le saltellavo sulle ginocchia, lei diceva: “pur(e) custu' duventarra' nu bell Ficial(e)....!!!" (Traduzione: “anche questo qui diventerà un bell'Ufficiale”). Chissa'! Forse anche i racconti della nonna hanno influito sulle mie scelte!


Nonna Concetta

Bastava che vedessi dov’erano i contadini che innaffiavano a forza di braccia gli orti con dei solchi d'acqua e subito facevo la mia nave con una foglia di canna, poi la trascinavo tra un solco e l'altro inseguito dai loro rimproveri. Le barchette con la foglia di canna le facevano i bambini più “grandi” di otto anni, allora io davo le 5/10 lire che 'vincevo' alla nonna giocando a carte ad un ragazzino che in gran segreto mi avrebbe insegnato a costruire la barchetta con la foglia di canna.

 

La barchetta fatta di foglie di canna

C’erano tanti bambini un po' più grandi di me che erano interessati a trarre profitto da questa mia passione.

In effetti la costruzione era piuttosto semplice: si doveva prendere una scatola di latta, togliere i fondi, piegare a metà da una parte il restante rettangolo, stringere quei due lembi per formare la prora e la parte posteriore, inchiodare il tutto attorno ad una tavoletta sagomata che formava la poppa... e la nave era fatta, ma aveva un certo prezzo!

Prima della guerra, mio nonno Nunzio era un imprenditore elettrico e, per quanto i superstiti della guerra avessero depredato già tutto, conservava ancora dei grossi rotoli di filo di rame e il prezzo, a seconda della stazza della nave, era calcolato in proporzione: a tanti centimetri di nave corrispondevano tanti metri di rame.

Così cominciò la mia passione per il mare, più crescevo e più aumentava la voglia di entrare in quel mondo e farne parte!

Era il 1946, avevo 6 anni e non avevo mai avuto un vestito nuovo tutto per me. Al massimo un paio di pantaloncini corti ricavati da una giacca della divisa di papà, per l’inverno, altrimenti un paio di mutandine di "percalle" per i mesi caldi, tutto era cucito rigorosamente da zia Bianca che faceva la sarta. Io desideravo da sempre un vestito da marinaio.... e, finalmente, il momento arrivò!

C'era stata la guerra! zia Silvana aveva 16 anni, zia Marinella ne aveva 12; a qualcuno mancava la Cresima, ad altri la Comunione così, visti i tempi di magra che correvano, i grandi decisero di fare tutto in una volta, una festa unica che si prestava ad aggiungere pure Nunzietto, che ero io, il più piccolo! Già ero veramente piccolo, ma avevo il mio caratterino e facevo valere le mie ragioni:

“se non mi fate il vestito da Marinaio, io non ci vado in chiesa!”.

E così, anche se cucito da zia Bianca, ho avuto finalmente la mia prima "divisa" ed ero fiero di indossarla!

Io sono al centro del gruppo con la divisa da ufficiale-marinaretto

Mi attendeva – però - una delle prime delusioni della mia giovane vita. Era usanza a quei tempi, soprattutto in campagna, che in occasione della Cresima, il padrino regalasse al cresimando l'orologio da polso, sebbene non fossi ancora in grado di leggerlo, e non vedevo l'ora d’indossarlo.

Finita la cerimonia, giunse il momento dei regali. Erano tutti assonnati, la mangiata era stata luculliana! La mia povera mamma aveva dovuto preparare e cucinare una infinità di conigli, in quel cucinino pieno di fumo, per quella banda famelica di parenti che si radunavano nelle grandi occasioni.


Dopo tanta attesa ricevetti 6 birilli di legno con un pallino e una penna stilografica! Ricordo solo che li scaraventai da qualche parte e piangendo andai a nascondermi. Ritornai allo scoperto solo a sera inoltrata e adesso posso capire l'imbarazzo dei miei genitori, ma andò proprio così.

Intanto crescevo, i pescatori erano i miei miti e cercavo sempre di stare con loro per rendermi utile almeno come mozzo-marinaretto... Avrei potuto pulire una sentina dove solo le mie piccole mani potevano arrivare, ma nessuno mi portava in barca! Dicevano: “che lo porti a fare? Che ti fa "cussu!” (quello lì).

Che umiliazione sentirmi escluso dal bordo e dal mare! Eppure io capivo tutto quello che dicevano i grandi, e sapevo anche come fare…!

Avevo 10/11 anni quando andammo ad abitare alla casa al mare ed ero veramente felice! Bastava che qualcuno lasciasse la barca nei dintorni e subito andavo ad armeggiare con i remi. Anche se un po' gracile, di forza ne avevo tanta, ero ormai in grado di remare per poter stendere e salpare le reti. Finalmente Zi' Rocco, un uomo anziano con una gamba di legno, cominciò a portarmi con sé per mettere le reti. Andavamo poco prima del tramonto e le ritiravamo all'alba, anche perché alle 7.20 passava l'auto per andare a scuola!

Per San Giuseppe, insieme alle rondini, arrivano le seppie per deporre le uova lungo il litorale e le reti venivano messe dove c'erano gli scogli o i sassi: il nostro posto favorito era proprio alla foce di quel fiumiciattolo Arielli dove, oltre a qualche scoglio, c'erano i ruderi di un ponte fatto saltare dai tedeschi.

Di mattina, mentre tiravo su le reti, Zi' Rocco ogni tanto guardava il fondo e diceva:

«Nunzie', guarda che bel mattone!»

Che era una specie di ordine: "va a prenderlo!".

Anche se il sole si era alzato da poco e la brezza di terra fosse ancora fresca, se volevo conservare l'imbarco, non avevo altra scelta. Spogliato completamente, altrimenti mamma se ne sarebbe accorta, mi tuffavo nell'acqua piuttosto fredda perché era mescolata con quella del fiume: ed ecco il mattone!” La cosa si ripeteva spesso durante quel tipo di pesca.

Poi crescendo ero sempre più richiesto anche per via della gratuità delle mie prestazioni d'opera!
Intanto Zio Giovanni, il papà di Tonino, il cugino che poi sarebbe diventato generale, stava ricostruendo le case al mare in località Pasquino. D’estate si rinforzavano i muri di cemento per difenderli dalle mareggiate invernali. A questo scopo lo zio aveva comprato un bel "moscone" di legno, un pattino, per invogliarci a dare una mano, magari un po’ piccola ed inesperta, ma molto svelta…

Avevo trovato lavoro! All'alba si partiva remando sulla rotta per Pasquino e dopo una giornata impegnativa, eravamo tutti contenti di poter remare e si ritornava a casa dove il moscone era gelosamente custodito e del quale, durante le pause di lavoro, ne avevo piena disponibilità.

Inoltre, dove andavamo a lavorare, c'era un tale "Balilla" affittuario di una casetta di Zio Giovanni, per usi non troppo puliti per quel tempo. Era un grossista di ferri vecchi, pezzi di motori usati; tutto ciò che serviva, lui ce lo aveva pronto.

Un bel giorno, lo zio mi fece provare una specie di canoa, tipo un vogatore seduto a poppa, rivolto verso prora ed un altro a prora con la faccia verso poppa. Aveva due galleggianti laterali che mi ricordavano le imbarcazioni polinesiane, in compensato foderato di lamierino sottilissimo, si remava con la doppia pagaia! Quel tipo di voga mi deve aver fatto un gran bene ai muscoli che si gonfiavano man mano… anche senza gli "anabolizzanti" di oggi…!

Poco distante da casa mia, abitava Antonio, un pescatore chiamato Lu Sord. Aveva 4 figli, la più grande aveva la mia età, quindi poteva essere mio padre!!! Bene, avevo 12-13 anni e il mio vero amico era proprio lui: 'Ndonio lu sord'. Chi era?

Avevo conosciuto il Sordo quando ero poco più di un bambino. Il padre 'Zì Luigi' era di Roseto degli Abruzzi, come i suoi avi, faceva il pescatore sulle paranze, quelle  tipiche barche a vela di quei tempi e di quei mari le quali, pescando la sciabica tipica dell'Adriatico, era arrivato fin  qui a Ortona.

Antonio (il Sordo), spingendosi all'interno per vendere il pescato, conobbe una ragazza di buona famiglia, che sposò e portò a vivere in una casetta vicino alla mia dove, nell’attesa del maschio che arrivò per ultimo, partorì quattro figlie. Quella famiglia attraversò periodi davvero brutti, perché lui era senza lavoro e senza i necessari e costosi attrezzi da pesca. Purtroppo non aveva scelta, quando c'erano i cefali, usava il tritolo!


Nunzio in primo piano e Lu Sord

Prima della guerra, i pescatori come Zi' Luigi, il padre di Antonio, dal mese di aprile in poi, pescavano con le sciabiche che erano reti molto alte, con dei piombi sotto e dei galleggianti sopra. Questo attrezzo veniva gettato al largo, e poco dopo iniziava il recupero da terra tramite i calamenti (cime robuste) che venivano tirate a riva dagli sciabicotti a forza di braccia.

I bracci laterali si avvicinavano lentamente verso riva, mentre il centro della rete contenente il sacco restava spostato verso il largo, sospeso da tanti galleggianti. Una volta che le due estremità della rete piano piano si avvicinavano a riva, i pesci impigliati nella rete sarebbero finiti nel sacco. Il quantitativo del pescato dipendeva dalla fortuna e dall’abilità con cui il pescatore capo barca aveva diretto l’operazione che poi si ripeteva in una zona poco distante.

Con quel faticoso modo di pescare, questa povera gente partiva da Roseto, pescava e vendeva il pescato lungo la costa, nelle campagne, ma anche nei paesini dell'interno che erano raggiungibili con i carretti. Il pescato consisteva in pesce povero, alici, sgombri, aguglie, cefali e raramente qualche pesce pregiato, come spigole, dentici ecc.

In quel modo riuscivano a sopravvivere e se era andata bene la stagione di pesca, portavano a casa qualche soldo. Di sera, tiravano a riva la barca, accendevano il fuoco e mangiavano il pesce arrosto, ed anche i prodotti della campagna che avevano avuto dai contadini in cambio del pescato. Dormivano nella barca e la mattina successiva ripartivano pregando San Tommaso!

Era una giornata di settembre meravigliosa!  La gente si augurava:
"Bisogna ancora seccare i fichi." Alludeva alle giornate in arrivo che dovevano essere come questa.

Ricordo il mare 'oleoso', quando i branchi di cefali nuotavano in superficie increspando il mare come fosse un refolo di vento: un allarme visivo che attirava il fiuto del Sordo il quale, con tutta fretta, si gettava su una cassetta di munizioni belliche tedesche nascosta sotto una folta siepe  e, dopo essersi guardato in giro con aria circospetta, estraeva le scatole di tritolo di diversa pezzatura, quindi sceglieva quelle adatte alla grandezza del branco e soprattutto all’altezza del fondale in quel tratto di mare. Dopo l’esplosione il mare diventava bianco di cefali morti che venivano con le pance a galla, ed erano così tanti da riempire la barca, ma anche in grado di appestare la spiaggia nei giorni successivi, quando il mare li spingeva sulla spiaggia dove finivano in pasto alle pulci di mare.

Fu così che, tra una vendita e l’altra di pesce fuori zona, 'Ndonio conobbe una ragazza di buona famiglia in un paesino dell'interno chiamato Canosa, si sposarono e si stabilirono in quella casetta sul mare, vicino alla mia, dove continuò a fare il pescatore.

Per me era un dio marino, un vero uomo “salato” che aveva imparato il mestiere dal padre sui trabaccoli, quei grossi barconi a vela che trasportavano merci in lungo e in largo per l'Adriatico. Da lui imparavo a rammendare la rete, a fare i nodi che servivano di più. Lo seguivo tutto il giorno come un segugio, al punto che mio padre ne era quasi geloso. Appena tornavo da scuola, mangiavo e correvo da lui, anche perché riuscivo quasi sempre a racimolare 15 Lire, con le quali Guerino, il figlio più piccolo, correva a comperare una "nazionale esportazione" per me ed una caramella per lui! Si approntavano le reti per la sera e poi tornavo a casa per studiare un po', ma pensavo sempre alla barca, alle reti, ai pesci…


Nel giugno del 1954 presi la licenza media a Francavilla. Andavo a scuola regolarmente con una bicicletta che, prima della guerra nonno Nunzio, aveva regalato alla zia Silvana. Era un po' più piccola delle normali e, siccome era stata recuperata dalle macerie, era anche un po' storta e per quanto si cercasse di regolarla, buttava sempre fuori la catena; immaginate le mani quando la mattina mi presentavo a scuola come il garzone di bottega del meccanico.


Era l’epoca di Coppi e Bartali… e Nunzio non nascondeva la sua simpatia


L'ISTITUTO NAUTICO

Finalmente potevo iscrivermi all'Istituto Tecnico Nautico di Ortona per diventare "Ufficiale della Marina Mercantile". A questo punto del racconto devo fare alcune precisazioni su Ortona. Per noi che abitavamo al Foro, era il posto dove si richiedeva un certificato dal Comune. Mamma vi si recava qualche volta il giovedì per il mercato, ma sempre per pochi minuti; io vi ero andato qualche volta nel mese di maggio per la festa di S. Tommaso, ma non di più.

Papà qualche volta, mi parlava di questo Istituto Nautico e mi diceva che in un cortile si vedeva, prima della guerra, un albero con un pennone per le esercitazioni.


Il vecchio Istituto Nautico

Infatti era proprio così: il vecchio Istituto Nautico si trovava dove attualmente c’è il Comune, mentre quello nuovo é l'edificio di fronte al castello che guarda sul porto!!!

La scuola di Ortona era da cinque anni la sezione distaccata dell’Istituto Nautico di Ancona e, mentre io ero una “recluta” agli esordi, i più anziani erano iscritti al 5° ed ultimo anno. Il primo giorno di scuola, lo ricordo perfettamente... Entrai dal portone verso il castello, non conoscevo nessuno. Poi riconobbi un ragazzo di Pescara, dove avevo frequentato la prima media, un certo Terrenzio che da allora fu il mio compagno di banco e ancora oggi viene a trovarmi! Anche altri due, forse tre, venivano da Pescara, uno di loro aveva il padre che navigava sui pescherecci atlantici della Genepesca e aspirava ad avere un figlio Capitano!

Terrenzio, scelse d’iscriversi al Nautico perché il fidanzato di una sua cugina, tal Ezio, aveva fatto il Nautico a Napoli era già un navigante e gli raccontava le sue avventure di mare con grande entusiasmo! Gli altri per la maggior parte erano di Ortona e molti facevano il Nautico perché era l'unico Istituto Superiore presente nel circondario e non avevano la possibilità di trasferirsi a Pescara! Io ero orgoglioso di fare il Nautico, perché ero già entrato da tempo nello spirito di un futuro Capitano di mare. Altro che Liceo... e per fare cosa? Il dottore, professore... non li calcolavo neanche!

I primi giorni, aspettavamo con ansia di misurarmi con le "Esercitazioni marinaresche" e pensavamo: “chissà, arrampicarsi sull’albero di una nave, funi, scale di corda, il famoso “marciapiede” ....

Finalmente arrivò il giorno fatidico: due ore di esercitazione marinaresca.

Suona la campanella e noi pensavamo di andare in un’aula attrezzata per questo scopo. Invece si presentò una persona anziana, con gli occhiali, calvo più o meno come mio padre, in mano aveva un quaderno con la copertina nera di un tempo, un po' sgualcito, ed un cavetto lungo non più di un metro.

Noi aspettavamo in piedi, entrò, salì sulla cattedra, ci guardò e disse: “Seduti!”

Subito dopo fece l'appello guardando ognuno di noi da sopra gli occhiali e facendo tra le varie domande l'albero genealogico di ognuno, eccetto quello di chi, come noi, veniva da fuori.

E cominciò: “Visto che non vi sono libri di testo, io vi detterò ogni volta un argomento previsto dal programma. Mi auguro che abbiate portato il quaderno, come per tempo era stata fatta richiesta. Scrivete: L'ANCORA.”

"L'ancora è quell'instrumento che, gittato in fondo al mare, trattiene la nave mediante cavi o catena. Le parti dell'ancora sono ..."

Ricordo che ci toccammo le ginocchia con una forza tale da farci male! Era una delle prime delusioni. Beh, forse avevamo troppa fretta, comunque dalla finestra vedevamo il porto, qualche nave che arrivava e facevamo tanti sogni...

Appena avevamo un po' di tempo, scendevamo in porto dove c'era quel che era rimasto di un cantiere navale e spesso, quando si temeva qualche interrogazione, non andavamo a scuola, grazie anche ai bei panini che la nonna preparava con la frittata, peperoni secchi, uova e qualche salsiccia di fegato. Qualche sigaretta non mancava mai e fino alle 14, l'ora della partenza dell'autobus, eravamo sempre lì al porto, alla ricerca di una barca di 5 o 6 mt. che Ezio avrebbe comprato appena sbarcato, per armarla con la vela. Dopo tante ricerche, ne trovammo una che poi comprò.


Il  Rimorchiatore di servizio alla draga

In quel periodo avevamo fatto amicizia con l'equipaggio del rimorchiatore che aveva il compito di trainare fuori dal porto le bettoline cariche di fango scavato da una grossa draga. "Don Mario", il Capitano, non disdegnava qualche buon fiaschetto di vino del nonno Alfredo ed era un buon motivo perché mi sentissi virtualmente arruolato…

Intanto in mare ero diventato, in un modo o nell’altro, “utile” a tutti e tutti mi offrivano ospitalità. Papà mi chiedeva solo: "hai studiato?"; poi, al ritorno da scuola: "sei stato interrogato?"; e la sera, prima che andasse a mettersi a letto: "a che ora devo chiamarti domattina?". Sì, perché non avevamo una sveglia. Ovvero, la sveglia c’era ed era bella grande, un regalo di nozze salvatosi dalla guerra, ma non funzionava più la suoneria, così il nonno, che dormiva poco, mi chiamava più o meno alle 04, perché di sera non riuscivo a studiare, faceva freddo, e appena mi mettevo a letto con il libro, mi addormentavo!

A scuola, eccetto le Esercitazioni Marinaresche dove imparavo a fare i nodi, le segnalazioni con le bandiere e tante altre cosette interessanti, le altre materie erano quelle che si studiavano alle scuole superiori e, tranne la matematica, del resto non me ne fregava proprio niente! Comunque alla fine dell'anno ero sempre uno di quei 5 o 6 “promossi a giugno”; non potevo rischiare di giocarmi l'estate per riparare a ottobre, Terrenzio invece, al rusch finale, restava fregato in qualche materia!!!

Con il Sordo, mare permettendo, andavo tutti i giorni a pesca, ed il pescato, anche se era buono, era difficile venderlo perché la gente aveva pochi soldi e molti facevano il baratto con olio, patate ed i prodotti della campagna.

Tutte le volte che andavamo a salpare le reti, il Sordo mi diceva di prendermi dei pesci, cosa che non ho mai fatto, al contrario, tornavo a casa e dicevo a mamma: "lu Sord 'a piat lu pesc(e) vall'accattà!" (il Sordo ha preso il pesce, va a comperarlo).

Erano brutti tempi per una famiglia numerosa come la sua, con moglie e 4 figli. D'estate gli pescavo le telline per venderle, andavamo al Riccio, ma lui non poteva tuffarsi a causa dei timpani perforati, ed io raccoglievo le cozze più grandi che poteva vendere ai ristoranti di Francavilla. Ogni tanto da casa prelevavo una bottiglia di olio e gliela portavo. All’epoca non bevevo vino, però aiutavo mio padre a produrlo, anche tanto, per cui rinunciavo alla parte che mi spettava come vendemmiatore e la regalavo al Sordo. Papà apprezzava molto il mio gesto!


LA MIA BARCA A VELA

A me piaceva la vela, ma la barca del Sordo ne era sprovvista, tuttavia, essendo stato promosso, papà mi avrebbe dato i soldi per comprare il necessario allo scopo. Intanto avevo adocchiato le belle ferze di tela per le lenzuola di Marinella che mi voleva tanto bene e non le sarebbe dispiaciuto avere un lenzuolo in meno e farmi contento!
Così, dopo che mamma le aveva stese sui sassi puliti, ogni tanto le bagnava per farle diventare più bianche. Fatto il conto dei metri necessari, le ferze sparirono e subito cominciò il taglio per una bella vela al terzo.

Il Sordo, ricordando gli insegnamenti di Zi' Luigi, preparò altre ferze, ma bisognava cucirle. Il pensiero volò subito a Ninetta, la sorella più piccola dell'altra sarta di nome Ginevra, che abitava vicino a noi e non disdegnava qualche complimento o attenzione... e cosi, la vela fu cucita!


Le vele, per essere conservate meglio, venivano pitturate con colori tipo la Terra di Siena, mentre i disegni servivano per essere individuati da lontano! Ricordo ancora dove avevamo steso la vela per pitturarla, e in poco tempo, senza fare il disegno prima, direttamente con il pennello, 'Ndoni(o) fece quel capolavoro di disegno! Ora mancava tutto il resto: i pennoni, le bigotte, le pulegge per il paranco, le landre, le femminelle, i ganci di ferro... e non c'era un negozio dove poter comperare quell’attrezzatura.

Era tanta la passione che nulla poteva fermarmi: facevo prima il disegno di ogni cosa, poi lo spiegavo al falegname o al fabbro e, con la mia presenza assidua e insistente, per lui era una vera rottura di scatole…, ma con le mie promesse “mantenute” di pesce regalato, riuscivo sempre nell'intento.

Ora mancavano i pennoni che si dovevano acquistare a Francavilla. Il problema consisteva nel come portarli a casa! Con quale mezzo?

L’unica speranza era sempre concentrata sul vino di Nonno. Quanti miracoli?!?

Per anni ho viaggiato con l'autobus della ditta "Forlini" che di questi mezzi ne aveva pochissimi, uno di questi era addirittura fornito di un rimorchio per il trasporto degli studenti e nei giorni di mercato veniva usato anche dai contadini con merce al seguito da vendere in giro. I dipendenti di Forlini erano brave persone ed io avevo già da tempo sondato il terreno circa la possibilità di trasportare i due travetti di legno della barca a vela da Fancavilla, uno dei quali misurava 6,5 mt.

Uno di questi si chiamava Vicenzo ed era molto sensibile al vino…:

"ma quess' n(e) l(e) pozz fa'. Mi ci joc lu post..."

(ma questo non lo posso fare, mi gioco il posto).

E io di rimando: “Ma daj Vince' chi ci ved, j aspett a Viscarella, (l’ultima fermata all'uscita di Fancavilla, io aspetto sul muretto della fermata i travetti hanno già una cima legata. Tu vai sul rimorchio un momento... Leghi... ed è fatto!”

E così fu. Non mi sembrava vero... Ora mancava solo il lavoro per sagomare quei travetti quadrati. E dopo tanto la barca fu pronta...

Furono sufficienti poche lezioni da velista e... via! Che emozione!

Si trattava della stessa felicità che provai qualche anno dopo nel fare la mia Prima Guardia da solo sul Ponte di Comando con il grado di Terzo Ufficiale di coperta. Ero io che decidevo se accostare, controllare la posizione della nave con il sole, contattare altre navi ecc.. ecc..

Ma la barca serviva per mettere le reti e, purtroppo, la vela era ingombrante e impediva certi movimenti, insomma dava fastidio. Allora la sera, prima di calare le reti in mare, si doveva disalberare e creare più spazio possibile. All'alba si salpavano le reti e dopo una accurata pulizia dello scafo con rimontaggio dell’albero e della vela, la barca diventava mia per tutto il resto del giorno.

Mi ero attrezzato anche per una rete a strascico, allora veniva pure il Sordo, ma i risultati erano scarsi. Allora pescavo gli sgombri alla traina. Che meraviglia!

A volte ne prendevo una cassetta in poche ore! 'Ndonio, guardava da terra e se facevo qualcosa di sbagliato, quando venivo a riva, mi rimproverava! Comunque, quando serviva, andavo sempre ad aiutare Zio Giovanni a Pasquino, e molte volte caricavo la barca di sassi per metterli nel cemento, purtroppo da quelle parti non ce n'erano.

A Ottobre, ricominciava la scuola, l'unica materia specifica era sempre e solo Esercitazioni Marinaresche, ossia segnalazioni con bandiere, l’alfabeto Morse ecc… Il numero di studenti in classe era più o meno invariato, perché ogni anno 7 o 8 venivano respinti ed erano rimpiazzati dai ripetenti della classe superiore. Anche la vita era sempre la stessa: Terrenzio, il porto e le barche. D'inverno l’andazzo era un po' più duro perché tirava vento e faceva freddo.

Mia sorella Marinella aveva avuto il posto da insegnante a Montenerodomo, un paesino di montagna e, siccome era disdicevole che una ragazza vivesse da sola, mamma era dovuta andare con lei e siamo rimasti io e papà. Il menù era sempre lo stesso: “pasta con aglio, olio e rape”. La mattina ricoprivo il letto, pulivo per terra e su un diario che ho ritrovato tempo addietro avevo scritto:

“Solo ora mi rendo conto di tutto quello che faceva mamma…!”

Comunque fuori con gli amici ero sempre allegro, pieno di spirito, ma dentro di me sono stato sempre un po' triste! Non ho mai capito il perché... come se mi mancasse qualcosa. Ma ora non divaghiamo!


Due amici sul porto, Nunzio (di fronte) e Terrenzio

Arriviamo a giugno e, come al solito, sono stato promosso: la barca, il mare, qualche ragazzina che cominciava a farmi pensare...
Arriva ottobre: si riapre la scuola con l'allegria di sempre, i compagni, Terrenzio e la solita stretta di mano con la gamba sinistra alzata e: "sempre amici, fra', anche in tempo di guerra”.

LE PRIME AVVENTURE MARINARESCHE…

Poco prima di Ferragosto Antonio (il Sordo) mi chiede:

"Vogliamo andare qualche giorno a Roseto in occasione delle feste patronali?" Ricordo che a Roseto degli Abruzzi, viveva il padre di Antonio (Zì Luigi) che pur avendo una bella età stava ancora bene ed aveva spazio per ospitarci.

Anche se allora usufruivo dei biglietti gratis, per via di papà ferroviere, risposi che ci sarei andato soltanto in barca a vela!

Messo un paio di scarpe in una valigetta, indossai un paio di pantaloni, una maglietta e partimmo con un bel vento di scirocco che ci consentiva una buona andatura anche solo con il fiocco. Era troppo bello, infatti, dopo il traverso di Pescara, si ruppe la femminella superiore del timone.  Ci arrangiammo a governare con un remo messo il più possibile a poppa e riuscimmo ad approdare a Montesilvano. Ci serviva un piccolo succhiello per forare il dritto di poppa (dov'era la femminella), inserirvi qualche passata di filo di ferro che avevamo a bordo e ripristinare la sede per l'agugliotto del timone.

Nell’attesa dell'apertura pomeridiana del negozio di ferramenta, ci sistemammo all'ombra di una bellissima pineta e pianificammo il da farsi. Acquistato l'attrezzo necessario, ed effettuata la riparazione provvisoria, riprendemmo la navigazione per Roseto dove arrivammo giusto in tempo prima che il vento calasse del tutto.

Arrivati da Zì Luigi, trovammo Maria la marinara, così la chiamavano qui; era una sorella di Antonio che, prima della guerra, aveva sposato un certo 'Tosetto' di Padova il quale, dopo essere stato in sanatorio per via della tubercolosi, morì prematuramente.

La marinara aveva avuto la nostra stessa idea: venire a trovare il padre, insieme ad una figlia in occasione delle feste.

Si proponeva il problema di sistemarci per la notte, visto che la barca era tutta bagnata all'intern

ma quando finirono i fuochi artificiali, pensammo di metterci sulla parte asciutta del fiocco, sotto il muretto del lungomare di Roseto per essere ridossati dal vento fresco di terra.

Non ho mai invidiato Antonio come quella notte, perché mentre lui dormiva beatamente nel suo letto, io non riuscivo a prender sonno per il rumore delle fragorose pisciate, forzatamente trattenute dei passanti, frutto di birra e noccioline, allegramente assaporate nelle bettole dei dintorni, si trattava di piccoli torrentelli che scrosciavano da un lato e dall'altro senza soluzione di continuità. Il fenomeno idraulico si ripeté anche la notte successiva.

Dovevamo rientrare, Antonio era stato chiamato per un lavoro urgente da eseguire il giorno dopo.

Nel frattempo il mare era ingrossato. Antonio era dell'avviso di lasciare la barca e tornare in treno, ma io non avrei mai accettato quella proposta, ero troppo geloso della barca, anche se i suoi parenti ne avrebbero avuto cura.

Alla fine, per farmi contento, Antonio decise di tornare con la barca. Il mare era un bel po’ mosso, soprattutto vicino alla spiaggia dove le onde frangevano sulle secche, ed era difficile portarsi al largo. Anche se Antonio era davvero imbattibile in queste manovre di prendere il largo contro corrente, un'onda “anomala” ci sovrastò a tal punto da riempirci lo scafo di mare e costringerci a tornare a riva.

Aggottammo l'acqua e tentammo subito una seconda volta. Con la forza della disperazione applicata ai remi, riuscimmo a superare l’ostacolo.

Al largo l'onda era più lunga e maneggevole, con qualche frangente che ogni tanto c’investiva per tenerci sotto pressione… aiutato dal vento che non aveva voglia di scherzare. Arrivati sulla rotta fissata, terzaruolammo e con la tramontana al gran lasco cominciammo a volare sull’acqua…

All'arrivo a Ortona, il problema si ripresentava nel modo inverso: dovevamo evitare di farci portare a tutta velocità dal frangente sulla secca, col pericolo di rovesciarci oppure addirittura di spaccarci lo scafo e perdere la pelle.

Iniziammo a rassettare tutto per tempo e, aspettando l'istante giusto per sorpassare la secca, rientrammo felicemente accolti dagli applausi dei parenti ed amici che seguivano con trepidazione il nostro rientro fin dalla partenza da Roseto.

L'unica “vittima malconcia” del viaggio era stata la valigia di puro cartone pressato che alla fine si gonfiò tutta e cambiò di colore. Tale perdita fu ampiamente pagata dal bellissimo ricordo che conservo di quella mia prima crociera.

Una bella inquadratura del MIRANDA P.

Da Sinistra: La moglie del Sordo, il figlio (Guerino che mi ha spedito la foto), il sottoscritto, una mia amica, la figlia del Sordo, dietro il proprietario del peschereccio con suo figlio arrampicato.



Nella foto da sinistra: un ragazzino che non conoscevo, la figlia di Antonio, la MAMMA mia raggiante di gioia con la valigia di cartone, il bambino Guerino, figlio di Antonio (che mi ha mandato la foto), la testa di Olga, la moglie di Antonio, Antonio in canottiera e costume, una bambina in primo piano, ed infine si scorga poco del viso di zio Augusto, un fratello di mamma.


Il Sordo e sua moglie OLGA


LA MIA PiU’ GRANDE DELUSIONE….

Tempo di scuola! L’anno della scelta d’indirizzo: Coperta o Macchina. Naturalmente io avevo deciso per la Coperta già dalla mia prima infanzia.

Entriamo a scuola e trovata l’aula vedo scritto: 3° Corso Macchinisti. Giro per cercare altrove, poi un compagno mi dice: "Cate' a ddo' cazz ve'.." (Catè.., dove c...Vai?) :
"Come?”  “ne le vid ca e' maccnist, quess?!” (Non lo vedi che è la sez. macchinisti quella?).

Quella destinata ai CAPITANI non esisteva!

E' inutile andare avanti nel racconto! Quel giorno fu in assoluto

IL GIORNO PIÙ BRUTTO DELLA MIA VITA... LA DELUSIONE PIÙ GRANDE che mi avrebbe segnato per tutta la vita... avevo solo 16 anni, e mi stava crollando in un attimo tutto il mio mondo: i sogni di un adolescente, le prime letture... Non avevo più niente... Non sono entrato. "Catè.. Catè..!" Non mi sono voltato... piangevo... Sono uscito e sono andato sul Castello, non guardavo l'orizzonte infinito che ammiravo sempre da lì, ma fissavo il dirupo sempre più intensamente. Fui distratto da un uomo che si avvicinava, ed alzando gli occhi, ho rivisto "l'orizzonte...". Ho avuto sempre tanta volonta':

NON FA NIENTE... NON FARÒ IL COMANDATE... FARÒ IL MOZZO... IN ULTIMO DIVENTERÒ UN BRAVO NOSTROMO, MA VIVRÒ SUL MARE.

Tornai a casa un po’ prima degli altri per non incontrarli... A casa più o meno le solite domande... subito andai sui massi che erano dei cubi di cemento 4 mt x 4, metà interrati, costruiti a difesa della ferrovia: il mio rifugio... passeggiando lì sopra studiavo, scrivevo tutte le mie date importanti, dove sognavo, dove pensavo. Erano i miei confessori!

I Massi di Ortona

Per tre o quattro giorni, non andai a scuola, ma non avevo il coraggio di dirlo a mio padre e dargli un dispiacere così grande.
Ogni tanto andavo a scuola, ma non andavo mai alle interrogazioni, il più delle volte ero sul rimorchiatore della draga a buttare fuori del porto il fango e Don Mario mi faceva fare il timoniere.

Intanto avevo cominciato a fare i documenti per il libretto di navigazione, dopo di che me ne sarei andato a navigare da mozzo!

Ero quasi alla fine quando il Nostromo del Porto di Pescara, mi guardò e chiese: “Quanti anni hai?”
E io risposi: “17” aumentando un po'. “Mbeh, ci vuole il consenso di tuo padre!” Infatti allora si era maggiorenni a 21 anni.  Altra delusione...che fare? E cosi’, alla solita domanda di papà al ritorno da scuola: "sei stato interrogato?". Non ce l'ho più fatta e gli ho detto che a scuola non ci sarei più andato e che volevo imbarcarmi da mozzo.

Mio padre era rimasto impietrito...
Non dimenticherò mai il dolore che ho provato nel dargli questo dispiacere, che era ancora più grande di quello che provavo io stesso nel momento che ero costretto a rinunciare al mio sogno di diventare Capitano.

Comunque, ricominciamo da quel brutto giorno, il mio pensiero fisso era questo:

"O frequento la sezione Capitani, oppure a scuola non ci vado più".

Ora, la sezione Capitani era iniziata quell'anno nella sede di Ortona, ma dalla prima classe, il che non aveva molto senso poiché i primi due anni sono comuni per tutti gli indirizzi (Capitani, Macchinisti e Costruttori Navali). Avrebbero dovuto iniziare dal terzo anno! Ma l’Italia è stata sempre così!

Quindi la Sez. Capitani era ad Ancona. Il nonno cercò di calmarmi e mi disse che sarebbe andato ad Ancona per informarsi, cosa che fece il giorno dopo. Il lettore può immaginare il mio stato d’animo finché il nonno tornò a casa spiegando la situazione.

L'unica prospettiva possibile era l’iscrizione al "Collegio Anconetano". Il nonno aveva portato con sé il foglio per la domanda dove erano scritte tutte le condizioni da rispettare, le ore libere, quando si poteva tornare a casa, ecc. Io avrei accettato tutto, pure il carcere... ma quello che avevo letto in fondo mi lasciava un po’ sgomento: il costo era di Lire 18.000 + 2.000 per le spese. A quel tempo la pensione di papà era ancora quella provvisoria del 1951: Lire 25.000! Comunque papà non mi disse di no: "tu vacci ugualmente, poi vediamo un po', ti sarà sempre utile!"

IL CUTTER

Dopo qualche tempo, mamma, che fino ad ora non ho mai nominato, ma che cercava di starmi vicino il più possibile, anche se io con i miei modi "gentili" la allontanavo, mi disse:

"vid ca m'à dett padret(e) ca è quas sicur ca ti ci mann(e)!”

(vedi che papà mi a detto che è quasi sicuro che ti ci manda!)" E così cominciai a sperare, andai anche qualche giorno in più a scuola. Con gli altri ero sempre uguale: allegro e scherzoso. La maggior parte dei giorni stavo giù al porto dove, tra l'altro, in mezzo alle canne, quasi affondata nella sabbia, c'era un cutter (così si chiamavano una volta quelle barche con la vela marconi, deriva ecc.), pieno di acqua e per quanto non fosse mio, spesso lo pulivo.

Passò l'inverno: le reti, il Sordo, il mare e Terrenzio che ultimamente non ce la faceva a seguire a scuola... le risate varie ecc. Si chiuse la scuola: e fu respinto!

Estate come al solito, ma ero quasi sicuro di andare ad Ancona e invece, qualche giorno prima che si chiudessero le iscrizioni, papà mi venne vicino. Ero seduto poco lontano da casa sui sassi e, mentre pensavo, rompevo i sassi con un pugno: la mia specialità. Non sapeva come cominciare, credo che un dolore così non lo avesse mai provato e mi dispiaceva che fosse per causa mia. Mi disse che ad Ancona non sarei potuto andare perché i soldi non bastavano, cosa di cui io mi rendevo perfettamente conto.

Gli dissi solo: "Va bbon pà"... (Va bene Pà). Avrei voluto abbracciarlo per non farlo sentire in colpa... Lui mi avrebbe abbracciato, come per farsi perdonare, ma non eravamo capaci, non eravamo abituati. E così sembrava che il cuore volesse frantumarsi a entrambi! Sarebbe bastato che si fosse seduto vicino a me, un braccio sulla spalla... E invece lui tornò verso casa... e io verso i massi! Forse questi modi servivano per diventare più uomini.


Libretto della Pensione

Ecco la copia del libretto della pensione di papà da cui si evince che il promesso aggiornamento della pensione per Settembre, per cui mamma mi aveva detto che sarei potuto andare ad Ancona, è avvenuto al marzo successivo, troppo tardi per me e per la mia sognata scuola!

Sui massi scrissi la data... La stessa cosa che feci su un libro che mi portavo dietro, con l’aggiunta: "addio sogni di gloria!" Allora, dovevo decidere:

1) partire come mozzo, ma papà non mi avrebbe dato il consenso;

2) aspettare che arrivasse la sezione 3° Capitani ad Ortona ed avrei dovuto perdere un altro anno;

3) continuare la Sez. Macchinisti e, dopo il Diploma, imbarcarmi da mozzo oppure prendere anche l'altro diploma: quello a cui agognavo da sempre: Capitano di L.C. Decisi per la terza soluzione con un qualcosa dentro che non mi avrebbe più abbandonato!

Comunque a scuola andavo discretamente ed eccellevo nelle materie tecniche. Ero ritornato il Catena di prima con Terrenzio, e ci vorrebbe un romanzo per raccontare quegli anni: una classe di amici! Pensate che quando gli amici partirono per il militare, sono andato ad accompagnarli fino a Taranto! Sempre promosso a Giugno, anche agli Esami di Stato! Ma ora che fare?

Nessuno della mia famiglia mi disse di imbarcarmi. Io avevo già deciso da tempo: sarei tornato a scuola. Gli insegnanti dell'altro corso mi avevano consigliato fare un “recupero”: dare l'esame a settembre di 3a e 4a - frequentare la 5a e io per tutta risposta dissi:

“Cazzo! ho fatto tutti gli anni da Macchinista di cui non me ne fregava niente, e devo fare così affrettato quello che mi interessa? Riprendo a studiare dalla 4a!”

C’era solo un problema: incombeva il servizio militare. Avevo già avuto il rinvio e ora sarei dovuto partire. Per ovviare, mi sarei dovuto iscrivere all'Università per posticiparlo. Nonno non disse una parola, pagò anche quelle tasse, anzi, penso che fosse contento, vedendo che in qualsiasi maniera sarei arrivato dove volevo.

Mi sono diplomato il 27/7/60. Il 29/7, da Marinella è nato mio nipote Vanni "il piccunetto". La gioia raggiunse il massimo grado. Ma per me la gioia è sempre durata poco. Sembrava che tutto fosse andato bene, ma poi subentrò la setticemia! Mia sorella morì il 5/8/60! Non aggiungo altro... se non una (grossa imprecazione). Scusate!

Intanto si è riaperta la scuola, con i ragazzi di 16/17 anni. Alcuni miei compagni erano già imbarcati! È stata dura... dura... Comunque, quando andavo a Roma (e capitava spesso, o per l'Università o per qualche ragazza), giravo sempre per i mercatini di libri usati a Porta Portese, trovavo qualche vecchio testo di navigazione o di astronomia e quindi avevo modo di approfondire quelle quattro cose che bisognava sapere a scuola! Avevamo il professore di Navigazione e Astronomia, un napoletano, anziano per di più, e al mattino arrivava e diceva: "ne Cate' ogg(i) a tenimm a fa ..., u ssai ? " ( ne Catè, oggi dovremmo fare..., lo sai?) eh professo'... " sc(i)pijegal a chist quattr f(i)ss", (spiegalo a questi 4 fessi..), lui si sedeva al posto mio,... e cosi non è che avessi qualcosa di nuovo da imparare! Comunque, facevo qualche ricerca per conto mio, cercavo di realizzare qualche strumento con le mie mani. Il terrazzino che avevamo sul tetto era il mio regno!

Intanto la mia vita proseguiva intorno al mare: reti, barche, pronto intervento per tutto quello che riguardava il mio mondo. A primavera, iniziai la manutenzione del cutter con Renato e a fine maggio era pronto! Iniziai l’attività velica con tutte le sue varianti ed applicazioni.


Nunzio sull’albero della petroliera VOLERE

A fine anno scolastico mi meritai una media stratosferica; partecipai al concorso della Lega Navale Italiana, a livello nazionale per alunni IV° Corso Nautici italiani, e il mese di Luglio, mi arrivò la comunicazione: Viaggio premio Flotta Lauro Napoli che aveva navi passeggeri in tutto il mondo! Mamma, sempre previdente.."micc(i) cacche maj de lan(a).. 'nz pò mai sapè, t(e) mann a dò fa lu fredd ..?!!!"

(Trad. 'mettici qualche maglia di lana, non si può mai sapere, possono mandarti dove fa freddo'). Infatti mamma aveva ragione! Grazie alle potenti raccomandazioni che avevo, quando arrivai a Napoli, mi dissero:

"Allora vai ad Augusta (Sicilia), imbarchi sulla petroliera 'VOLERE', andrete a Mina al Ahmadi-Golfo Persico, cioè all’inferno, e ritorno ad Augusta!

Ho compiuto il mio primo viaggio con tanto interesse, e avrei rifatto un altro viaggio, ma non fu possibile per l’imminente riapertura della scuola! Ebbi delle ottime referenze da parte del Com.te il quale mi disse: “appena prende il Diploma, può imbarcare con Lauro!”

Si riapre la scuola: iscrizione all’Università - facoltà Ecomomia e Commercio - Roma per ottenere il rinvio del Servizio Militare.

Ogni tanto tornava a casa qualche mio compagno di scuola della sezione Macchinisti con il portafoglio pieno, mentre io chiedevo ancora a mamma 15 lire per una sigaretta “nazionale” e la caramella per Guerino! Racconti... soldi, America... Africa ... Donne... Commento nei miei riguardi: “ma chi cazz te la fatt fa' a riji a la scol!” (Trad. ' ma chi c... te lo ha fatto fare a tornare a scuola!!').

Immaginate come mordevo il 'morso'!!! Comunque l'anno scolastico era finito... Gli Esami di Stato duravano un mese... Finalmente il 26/7/62 avevo ottenuto il titolo di "ALLIEVO CAPITANO DI LUNGO CORSO", in effetti era stato un LUNGO perCORSO, avevo “sprecato” tre anni di tempo prezioso, con tanta amarezza e tanto dolore... nel veder tramontare a quella eta’ tutti i miei sogni...!

SOLO UNA PASSIONE ED UNA VOLONTÀ SENZA FINE, HANNO FATTO SÌ CHE NON MI PERDESSI… E CHE RIUSCISSI A RAGGIUNGERE QUELLO CHE AVEVO SEMPRE SOGNATO.

*****


QUESTA STORIA AUTOBIOGRAFICA HA SOLO UN INSEGNAMENTO:

NELLA VITA OCCORRE SEMPRE AVERE UNO SCOPO!

Ai miei nipoti

Nonno Nunzio

 

 

Prima di chiudere questo racconto autobiografico, vorrei ritornare per un attimo al suo titolo:

OSSO DI SEPPIA

poiché racchiude in sé un diario di ricordi legati alla mia prima gioventù, ai miei amici e alle prime lotte d’astuzia per pescare quelle prede estremamente intelligenti che, una volta catturate mi rendevano fiero agli occhi dei miei genitori quando in compagnia di parenti e vicini di casa li cucinavamo alla griglia…

La seppia è un decapode della famiglia dei cefalopodi. Corpo ovale e schiacciato, dotato all’interno di un telaio con sfumature rosa (il famoso “osso di seppia”). Il tronco è circondato da una sorta di gonna che ha la funzione di una pinna.


I due tentacoli più lunghi sono anche più larghi all’estremità, con quattro file di ventose.

Sul capo intorno alla bocca, la seppia possiede 8 tentacoli di cui due più lunghi, flessibili, utilizzati per acchiappare la preda. Al centro dei tentacoli c’è la bocca, in essa è presente con un dente molto affilato, simile al becco di un pappagallo, con cui riesce a cibarsi.

Sotto la bocca possiede un sifone, questo viene utilizzato per nuotare in verso opposto, con una velocità fulminea se si sente minacciata. Il mantello è particolare, la seppia come gli altri cefalopodi ha un’incredibile capacità nel mimetizzarsi, infatti riesce ad assumere la colorazione di ciò che sta intorno in pochi istanti.

Il colore del corpo varia dal grigio zebrato al verde fino al bruno, poiché la seppia ha capacità mimetiche. Vive su fondali sabbiosi o tra le alghe e gli scogli. La sua vescica è più sviluppata di quella degli altri cefalopodi.

Lo strato d’acqua dove vivono le seppie è il più vicino al fondo o nelle pareti rocciose sommerse, la profondità a cui vivono varia da un metro a oltre 100 metri. Questi cefalopodi possono raggiungere la lunghezza massima di 30/35 cm. In genere le seppie si cibano di piccoli crostacei, i granchi e i gamberi sono il loro pasto principale insieme a pesci ma di piccole dimensioni.

In Mediterraneo, la pesca professionale alle seppie avveniva con le reti e le nasse. Invece per noi sprovvisti totalmente di mezzi, nella pesca da riva o dalla barca la tecnica per catturarle era tutt’altro…



Come si riproducono le seppie

La riproduzione avviene all’inizio della primavera. I maschi, riconoscibili dalla banda bianca presente nella pinna che circonda il tronco, danno inizio al corteggiamento assumendo una colorazione del mantello zebrata. Tramite questa “veste”, le seppie di sesso femminile capiscono le intenzioni di accoppiamento. A loro volta le femmine fanno intendere di essere disposte ad accoppiarsi.

Concluso il “rito di corteggiamento” avviene l’accoppiamento vero e proprio. Le due seppie si uniscono muso contro muso e intrecciano i tentacoli. Il maschio inserisce il quarto tentacolo all’interno della seppia femmina e trasferisce il seme nelle ovaie.

Dopo la fecondazione, la femmina ha un compito, quello di dare una protezione alle uova prima di deporle, tutto ciò avviene internamente. Terminato il processo di protezione delle uova, è il momento di deporle. La femmina sceglierà un posto sicuro, pulito, dove l’acqua circola in modo continuo, al fine di garantirne la schiusa.

Il periodo migliore per la pesca alle seppie è la primavera insieme all’autunno.

“Questi erano i giorni nei quali venivano a terra le seppie per deporre le uova e noi le prendevamo con le nasse, oppure con la fiocina.  Occorreva fare un fascetto di viti, o meglio di alloro (perché più profumato), all’interno del quale veniva messo un mattone per tenerlo fermo sulla secca. Al mattino si andava cautamente con la fiocina (anche senza barca), si spargevano delle gocce di olio sull’acqua, in modo da togliere l’increspatura del vento.

Con un po’ di pratica, si riusciva a distinguere la sagoma della seppia che era perfettamente mimetizzata nella sabbia, in prossimità della ‘fascina’, ed era pronta per essere infiocinata.

Un altro metodo molto valido era quello di trascinare lentamente sugli scogli una seppia femmina legata nella parte posteriore, questa manovra faceva partire dal fondo, come “la freccia di Cupido” il maschio ‘ingrifato’ che era pronto per lo stupro… Era il momento d’impedire quella “violenza gratuita”…!

Il suo impeto sessuale incontrollato lo spingeva ad attaccarsi alla femmina come una ventosa! Ma in quella circostanza lo attendeva soltanto una cattura ingloriosa…senza neppure il coppo…!

Quando poi s’aveva l’opportunità di usare le nasse approfittando del loro fanatico “intimo gaudio”, si lasciava una femmina all’interno come esca.

Con il mio amico il Sordo, avevamo sperimentato anche un altro trucco: si metteva in qualche nassa dei pezzi di specchio che riflettevano l’immagine della seppia stessa.

L’inganno ha sempre dato buoni frutti.

A proposito della loro prolificità, alla fine della primavera, le nasse diventavano nere dalle tante uova che le seppie depositavano.

Era bello prenderne una quando era quasi finito il tempo della gestazione, bastava schiacciarlo un po’ con delicatezza e subito usciva la seppietta che per prima cosa, spruzzava una piccola goccia di nero”.


Un altro sistema di cattura, nel caso non disponessimo di una seppia compiacente era il seguente: si trainava a lento moto, (ad una certa altezza dal fondale), una sagoma di legno pitturata di bianco da sembrare il ventre di una seppia, alla quale avevamo fissato degli ami ai lati ed nella parte posteriore, in modo da poter braccare il maschio, che accecato dal desiderio, partiva come un razzo dal fondo per compiere l’atto peccaminoso…

Secondo la mia modesta esperienza, acquisita in quel periodo della mia gioventù, sono ancora convinto che la seppia sia la specie più “vogliosa di sesso” del creato. Il maschio si riconosce dal colore bianco che definisce l’orlo della corolla con la quale si sposta a ‘lento moto’ ed una colorazione striata del dorso, mentre la femmina presenta delle macchie color rosa nel ventre ed un colore piuttosto uniforme del dorso. Di solito la femmina è più grande del maschio”.

 

ALBUM FOTOGRAFICO

di alcuni siti citati nel racconto

Porto di ORTONA

L'Adriatico è lo sfondo onnipresente ed il polo su cui gira nella Storia la vita dell'intera città, che non ha mai abbandonato la sua vocazione marinara. La quotidianità è scandita dalle partenze e dai ritorni dei pescherecci, e il mercato ittico è uno dei più animati del Centro Italia. L'Istituto nautico, che dal 1919 cura la formazione di capitani e macchinisti, è un punto di riferimento a livello nazionale. Sul litorale si vedono ancora i trabocchi, le ingegnose strutture di legno e corda che danno il nome alla costa tra Ortona e Vasto: "macchine da pesca" vecchie fino a quattro secoli, ancorate agli scogli da una passerella ma non fondate, per meglio reggere all'urto delle onde. Il rapporto col mare si alimenta di sapienza antica e abilità empirica, ma ha in sé anche valenze simboliche profonde.

ORTONA vista dal mare

Il CASTELLO ARAGONESE

La città laica ha il suo simbolo nel Castello Aragonese, che fu fatto costruire da re Alfonso e rimanda ai fasti quattrocenteschi, all'Ortona porto franco in cui sbarcavano schiere di mercanti diretti alla fiere di Lanciano; benché dimezzato dal tempo - rimangono solo due torri e un tratto della cinta muraria - ci appare ancora nobile e grandioso. Esempi insigni di architettura civile sono poi le dimore patrizie di Corso Matteotti, la via su cui si innestano i due rioni storici: Terravecchia, il più antico, si sviluppò a partire dal porto sull'area dell'Ortona frentana e romana; Terranova nacque nel XII secolo e si definì centro storico di Ortona.

Il Comune ed il Castello si guardano...

Il Castello vigila sulla città

San Tommaso

Il monumento che più rispecchia la vicenda della città è la Cattedrale, risalente al XII secolo e più volte rimaneggiata prima di essere ricostruita nel dopoguerra; qui si custodiscono le reliquie di San Tommaso, esposte ai fedeli durante la grande Festa del Perdono, in cui la concessione dell'indulgenza plenaria è accompagnata da processioni solenni e cortei storici. Tra gli elementi medievali superstiti della chiesa ci sono il magnifico portale gotico di Nicola Mancino e quello più antico che si apre sul prospetto sinistro; nella decorazione interna emergono gli stucchi di Vincenzo Perez nella Cappella del Sacramento e i dipinti di Tommaso Cascella, che realizzò inoltre per la Cattedrale alcune maioliche e i disegni delle vetrate; al padre Basilio si deve invece la grande tela che raffigura l'Incredulità del Santo.


Vista parziale delle spiagge di Ortona

Rapallo, 1 ottobre 2018

MARE NOSTRUM - RAPALLO


ETTORE - IL FABBRO DI RAPALLO

 

ETTORE IL FABBRO DI RAPALLO



UN PO’ DI STORIA….


Efesto (Vulcano per la mitologia romana) forgia le folgori per Giove.

Quadro di Rubens (XVII secolo)


Efesto, nella mitologia greca, è il dio del fuoco e della metallurgia. Nell’Iliade, fonte principale della mitologia greca in coppia con l’Odissea, si narra che Efesto fosse uno degli dei più brutti “soggetti” dell’Olimpo e che avesse anche un pessimo carattere.

Efesto, fisicamente disgraziato, passava tuttavia per aver avuto donne di grande bellezza. Già l’Iliade gli attribuisce Carite, la Grazia per eccellenza. Esiodo gli attribuisce come moglie Aglae, la più giovane delle Cariti. Ma soprattutto, si conoscono le sue avventure con Afrodite, che sono riportate nell’Odissea.

Tuttavia, Efesto si era fatto un nome prestigioso come FABBRO DEGLI DEI perché aveva il dono di essere bravissimo nella lavorazione di tutti i metalli: nulla gli era impossibile! Egli, infatti, viveva in un’officina sotto il vulcano Etna, dove lavorava tutto il giorno ai suoi progetti di ingegneria, aiutato dai terribili Ciclopi.

Per questo motivo, Efesto era considerato il protettore di tutte le attività artigianali ed era venerato in tutta la Grecia. Anche nella mitologia romana esisteva un dio dalle caratteristiche simili, chiamato Vulcano.

Efesto ed Ettore (il nostro fabbro di Rapallo) hanno in comune qualcosa? Vediamo un po’…:

- qualche lettera dell’alfabeto: 4 e - 3 t

- la grande passione per il ferro battuto come meglio vedremo in seguito

- Ettore, che non é altissimo, non é neppure brutto e disgraziato come Efesto…, ma ha l’abitudine di “picchiare” il ferro dalla mattina alla sera e se avesse anche un cattivo carattere come il dio greco, sarebbe un bel guaio per chi lo frequenta regolarmente, famigliari compresi… Le sue braccia hanno assorbito e trasportato tanto ferro in 32 anni di mestiere che, per stare in tema, esplodono energia vulcanica in ogni direzione.

- Al contrario di Efesto, Ettore ha un carattere allegro e sempre accomodante, conosce tutti in città e tutti lo conoscono, lo fermano per strada e lo apprezzano per la sua disponibilità, le battute sempre amicali, ma pungenti contro chi non apprezza il “fuoco” del suo diavolo rossonero (il MILAN che ieri ha perso il derby…).

- Abbiamo letto che Efesto passa anche per il patrono dei can da donne! Anche su questo argomento le similitudini storiche tra i due campioni sono tutt’altro che provate… In ogni caso, quando Ettore si convincerà a scrivere le proprie memorie, noi riscriveremo questo articolo per amore della verità, non per curiosità o altro...!

Ora ci lasciamo la mitologia alle spalle ed andiamo a scoprire la storia di questo personaggio che porta sulle spalle il peso di un lungo passato di ferro e di fuoco, ma che possiede anche una visione realistica del futuro.


A domanda (in neretto), Ettore Pelosin risponde (in corsivo):


Tu sei figlio di commercianti molto noti a Rapallo. Come sei arrivato ad intraprendere un lavoro così particolarmente rude e mascolino?

Fui bocciato in 3° ragioneria, un corso di studi per il quale non ero assolutamente portato. Parlai con i fabbri Canessa, Cipro e Queirolo, tre soci di una officina sotto casa mia che erano amici di mio padre, ed ottenni di fare l’apprendista con il compito di guardare ed imparare. Era il 1985, avevo 17 anni ed una gran voglia di fare… solo in seguito capii la verità che stava dietro a quel: “Sta qui e guarda”. Feci quasi due anni di forgia, imparai tutto il possibile in un’epoca in cui vi erano poche macchine in officina e quindi gettavo tanto sudore in un mare di trucchi del mestiere che non sempre mi venivano spiegati. Ma si trattò di un’esperienza importante della quale ancora oggi mi sento debitore con quelle persone.

Ritornato a Rapallo dal Servizio Militare, avevo ormai scelto il mio settore lavorativo: mi assunse il fabbro Sirola il quale aveva uno spettro più largo di committenze per cui ebbi modo di imparare cose nuove e a gestirle ancora meglio.

Passò qualche anno, entrai nell’ambiente e, in quel periodo conobbi Corrado, il mio socio attuale. Avevo 23 anni e lui 27. Avevamo in comune tanta voglia di lavorare, ma anche d’intraprendere privatamente. Corrado, più esperto di me, capì subito dal mio entusiasmo che ero portato per quel tipo d’attività. Inizialmente decidemmo di lavorare insieme nelle ore serali, e poi anche al sabato, alla domenica e ogni volta che eravamo liberi dai rispettivi impegni di lavoro. Poco tempo dopo, ogni sera ci chiudavamo nel suo garage a lavorare per conto nostro, per i nostri nuovi clienti.

Nel 1991 decidemmo di diventare soci e padroni di noi stessi, della nostra passione e soprattutto della nostra nuova officina! Ancora oggi, ogni tanto, mi viene in mente quel proverbio: “Chi trova un amico, trova un tesoro!” - GRAZIE Corrado!

Sono passati un po’ di anni… l’esperienza e la passione di Ettore lo hanno portato ad essere insieme al suo socio Corrado, una affermata ditta del Tigullio.

Tuttavia, tra coloro che ancora oggi praticano l’artigianato, spesso si sente dire:

“Questa attività é solo sacrificio, mal di schiena…, orari continuati e sempre scomodi, pezzo dopo pezzo sparisce anche la nostra identità. La colpa é tutta del progresso sfrenato che non lascia più nulla alla creatività e alla fantasia… ormai si trova tutto pronto all’IKEA…”

Tu cosa ne pensi?

In effetti c’è del vero in ciò che dici – esplode Ettore –

Tuttavia c’é un forte limite sull’originalità di quei prodotti finiti: oggi li vedi all’IKEA, in seguito li ritrovi nelle case dei tuoi amici e conoscenti. Senza accorgersene siamo forse stati tutti omologati nei gusti, nelle scelte, siamo diventati vittime delle mode?

Dov’é finito quel godimento che ci hanno insegnato i nostri vecchi di possedere qualcosa di originale in casa? Noi italiani siamo considerati maestri d’arte e di buon gusto in tutto il mondo, ma pare che nel nostro Paese, a tutti i livelli, si sia rinunciato a giocare un ruolo da protagonisti, come se fossimo diventati tutti pellegrini dei nuovi frequentatissimi santuari che sono giustappunto i supermercati.

Dove sono finite l’autenticità, la fantasia, la creatività, l’estro e la stravaganza?

Hai parlato d’ARTE con palese nostalgia, come un rimpianto che forse   insegui da tempo! Come definiresti il tuo lavoro?

Io appartengo con fierezza alla categoria artigianale dei fabbri. Il mio mestiere lo definirei così:


L’ARTIGIANATO E’ L’ARTE DA NON METTERE DA PARTE

Se un mio cliente mi ordinasse un cancello, oppure un berceau, ma anche un semplice tavolo e mi dicesse:

Lo vorrei un po’ originale, lei ha qualche idea?

Beh! Io risponderei a quel signore: vedo che lei ha fiducia nell’artigiano! Continui a fidarsi, non la deluderò e le farò anche un prezzo d’amico!

Dalla fiducia nasce la creatività che dà spazio all’ARTE!

Quando l’arte abbraccia l’artigianato e con esso si fonde, penso al futuro di tanti giovani e intravedo un grande spiraglio nel mercato del lavoro, anche in tempi di crisi economica.

Tocchi un argomento vero ed interessante, ma delicato e pieno di trappole che evidenziano le carenze della nostra società.

In che senso?

La tua idea é giusta e sensata! Ma avviare oggi una IMPRESA per un giovane di buona volontà, talento e fantasia non é semplice. Lo Stato dovrebbe aiutarlo in tutti quei capitoli che vanno sotto il nome di Burocrazia, Fisco e Difficoltà di accedere al credito. Noi abbiamo impiegato oltre 30 anni per rendere questa officina all’altezza dei tempi, vale a dire: l’acquisto di macchinari moderni che sono costosi ed ingombranti, ma che ti danno una resa immediata nel rapporto: tempo/denaro. Aggiungo soltanto che non mi sentirei un fabbro qualificato se non sapessi lavorare alla FORGIA, lo strumento che veniva usato già 2000 anni fa per creare magari strumenti di guerra ma che, ancora oggi, mi permette di lavorare di fino…creare e realizzare quelle forme d’arte di cui si parlava prima.

Anche la scuola può fare qualcosa di utile per i giovani?


Oggigiorno la tecnologia digitale é lo strumento più a buon mercato che esista sia in fase di progettazione, quindi di creatività per quel tipo di oggettistica che soddisfi le esigenze del mercato, ossia i desideri della gente di oggi.

Le faccio un esempio: oggi una nave nasce dal programma di un computer molto tempo prima di entrare nel Cantiere da cui scenderà in mare. La tecnologia aiuta a   sviluppare una idea embrionale e portarla al concepimento finale.

Noi siamo gli eredi di un mestiere antico e duro, ma affascinante che c’é stato tramandato dall’età del ferro. Un tempo arrivavo a casa la sera con le schegge nelle mani, gli occhi rossi e la faccia bruciata dal calore della saldatrice; oggi abbiamo le macchine che ci piegano le lamiere e ci risparmiano tanta fatica, abbiamo attrezzi che ci evitano bruciature, piaghe e malattie professionali agli arti e agli occhi, ma finché ci saranno porte, cancelli, finestre, pareti, scale a chiocciola da fare su misura, il fabbro ci sarà sempre con le sue soluzioni pronte e supportate dall’esperienza e dal buongusto che spesso é anche artistico…

E’ davvero importante che in ALTO si capisca che l’artigiano é un maestro che deve tramandare il suo sapere ai giovani, ma il passaggio del testimone tra due generazioni, deve far parte di un programma che sia teso ad unire gli interessi di entrambe. Io per primo, farei i salti di gioia se potessi avere tre o quattro giovani che mi dessero una mano in questa officina dove c’è spazio per sei-sette persone. Pensa un po’ quante cose potrei insegnare a questi ragazzi dopo 30 anni che mangio polvere di ferro picchiando  proprio come un fabbro…!

Se poi tra questi ragazzi emergesse anche un giovane talento, allora saremmo in tanti a fare “BINGO”, in primis il Paese che langue nella mediocrità.

I cambiamenti strutturali della nostra categoria devono partire con scienza e coscienza dai Ministeri, dai Municipi, da chi ha le leve del potere in mano ed ha l’obbligo di migliorare la società.

Levami un’altra curiosità: vedo che stai costruendo una scala a chiocciola.

Per quel che ne capisco, come fai a costruire una spirale senza averla opportunamente disegnata nel rispetto delle leggi matematiche?


Io amo il disegno, in particolare quello tecnico che mi permette di eseguire lavori un po’ particolari. Uno di questi é proprio la scala a chiocciola, la cui realizzazione ci viene richiesta in luoghi dove c’è spazio insufficiente per le scale tradizionali.

La scala a chiocciola è il tipico esempio della SPIRALE MERAVIGLIOSA in matematica ed in natura; si costruisce attorno a un perno verticale che serve da asse all’elica che forma la successione degli scalini. Il disegno di queste scale richiede di trovare una soluzione tra la alzata tra gli scalini, l’altezza dei livelli da vincolare e gli angoli di entrata ed uscita dalla scala che determina la quantità di scalini e l’angolo di rotazione unitario tra gli stessi. Il suo asse centrale, nel caso sia presente viene chiamato “anima”.

Per realizzarla a volte mi sveglio di notte, e nel silenzio assoluto trovo sempre le giuste soluzioni. Poco fa ti dicevo che ci vuole passione e studio, infatti questi due elementi sono quasi sempre a monte della manualità vera e propria che subentra come un divertimento, una specie di premio, quando i problemi teorici sono stati risolti nella mia testa.

Ed eccoci arrivati al “punctum dolens” - Il gioco ne vale la candela?

Ti ringrazio della domanda. Spero di essere breve per dimostrarti quanto noi artigiani siamo “abbelinati e tristi”.

Il prezzo finale del manufatto che esce dalle nostre mani, non tiene conto del tempo impiegato nello studio del progetto, ma neppure delle ore che utilizzo per realizzarlo, trasportarlo e poi montarlo sul posto.

Il cliente ha solo un punto di riferimento: il prezzo di mercato del manufatto costruito in serie da macchine ultra moderne e già comprensivo delle spese di consegna e di montaggio!

La commessa del mio cliente va in porto soltanto se il prezzo concordato é ben inferiore a quello di mercato.

Se voglio lavorare mi devo confrontare con questo assurdo sistema che sottovaluta il nostro impegno e tende ad uccidere l’artigianato in generale!

ETTORE IN FAMIGLIA

Ettore e Romina al pascolo...

Ettore con i figli Greta e Cristiano nel giorno della LAUREA

 

Sopra e sotto

Ettore con l’inseparabile Diana nel suo bosco


 

 

Ricky ed Ettore, due c... in un paio di braghe!

 

Due cognati amici e burloni

Il fuoco vulcanico fa parte della vita di Ettore. Qui é stato ritratto dopo la seconda infornata di farinata.  Le salsicce e il castagnaccio non si vedono, ma sono sotto il controllo della "banda" famigliare che li aiuta con lo sguardo… ma non solo…

 

Le specialità di Ettore e Pino sono: porchetta alla forgia”, "cinghiale alla Vesuviana” - "frittura alla Stombolicchio- "salamelle alla Prometeo" - "castagnaccio alla brusciaboschi".


ALBUM FOTOGRAFICO PROFESSIONALE

L’officina di Ettore Pelosin e Corrado Malatesta si trova in Via del Ghiaccio 9/4 dove, nel primo dopoguerra esisteva una fabbrica del ghiaccio destinato agli alberghi ed esercizi vari di Rapallo. La zona é molto verde ed elegante perché confina con il Circolo Golf e Tennis - Rapallo. L’edicola della Madonna qui sotto rappresentata é opera del Maestro d’Ascia Franco Merello, ed é incastonata sulla parete esterna dell’officina stessa.

La Madonna del Ghiaccio

Un'ala dell'officina


La Forgia a gas ha sostituito quella classica a carbone vecchia di secoli

 

Troncatrice


Trapano a colonna


Aspiratore fumi saldatrice


Piegatrice


Ettore prende le misure per piegare la lamiera

 

Ettore sta per piegare una lamiera con la piegatrice


Ettore mostra  ad una visitatrice la piegatura di una lamiera


Cesoia taglia-lamiere


Curvatrice – Curve a tutto sesto


Trapano a colonna

 

MANUFATTI


Sopra e sotto Ringhiere finite


Ringhiera per Villa Hollander - Corrado a sinistra e Pino


Cancello di Protezione


Inferriata di Protezione


Sopra e sotto

Ringhiere di protezione per interni


Piccola libreria

 

Cancellata

 

Sopra e sotto

Intelaiature per ampie vetrate


Bancone rivestito di lamiera


Arredamento in ferro e legno per Bar


Arredamento in legno e ferro


Parete metallica


Cancello di sicurezza


Polleria ROSTER



Sopra e sotto

Arredamenti in ferro battuto

 

 

Berceau

 

LA SCALA A CHIOCCIOLA

 

Carlo GATTI

 

Rapallo, 21 Ottobre 2018

 



PESCA CON LA LAMPARA

 

PESCA CON LA LAMPARA


UN PO’ DI STORIA


Eliano
Claudio - Sofista (170 - 235 d. C.) di Preneste (Palestrina); Scrisse 17 libri: Sulla natura degli animali.

Eliano, fra i quattro diversi metodi di pesca da lui dettagliatamente descritti, non contempla l’impiego del tridente, ma al contrario dell’arpione, per il quale conia un termine derivato da quello che indica l’asta. A suo parere questo metodo é il più nobilitante per il pescatore perché: richiede le doti più virili, il pescatore deve essere molto robusto; deve avere un’asta dritta di abete, corde di sparto*, legnetti di pino ben uniti per accendere il fuoco; gli occorre anche una piccola imbarcazione fornita di vigorosi rematori, dotati di buone braccia.

Da questo passo di Eliano, oggi sappiamo che già 2000 fa esisteva la tecnica di cattura del pesce azzurro pressoché simile a quella attuale:

1) - l’arpione veniva recuperato mediante corde di sparto.

2) - la pesca si svolgeva utilizzando la fiamma prodotta dai “legnetti di pino ben uniti” per illuminare l’area di pesca.

*sparto: Erba perenne (Lygeum spartum) della famiglia Graminacee che cresce in alcune zone aride e più o meno salmastre della regione mediterranea (Italia merid., Spagna, Africa boreale ecc.). Ha foglie giunchiformi, lunghe fino a 60 cm. Le fibre della pianta, tenaci e resistenti, sono usate per farne cordami o stuoie e nella fabbricazione della cellulosa da carta.

Facciamo un salto in Egitto …


Nell’antico Egitto la pesca veniva praticata preferibilmente con enormi reti, spesso rappresentate nei bassorilievi tombali: un esempio eclatante é nel basso rilievo di una tomba rinvenuta nei pressi delle Piramidi, (foto sopra) nel quale sono raffigurati sette uomini e un sorvegliante, intenti a manovrare le funi di una grande rete, analoga alle moderne reti a strascico e dotata di galleggianti a doppia coda di rondine, probabilmente realizzati in legno, e di pesi in piombo a forma di goccia allungata.



Questa tipologia di pesi avrà una continuità d’uso immutata fino all’epoca moderna, tanto da creare ancora oggi non pochi problemi di datazione nei contesti subacquei, frequentati per secoli dai pescatori…

In un breve tratto della costa d’Israele, nei pressi di Haifa, sono stati recuperati oltre 1200 pesi da pesca, sia in piombo che in pietra distinguendone il materiale, ma anche la forma e il metodo di realizzazione; i siti hanno anche restituito altri materiali connessi direttamente all’esercizio della pesca come gli ami, oppure come gli aghi da rete, gli scandagli e i residui di lavorazione del piombo per la realizzazione dei pesi.

Questa premessa ha semplicemente lo scopo di ricordare agli appassionati dell’argomento che i pescatori vengono da lontano e ci hanno lasciato in eredità la tecnica di pesca e gli attrezzi che sono usati ancora oggi alla stessa maniera.

OGGI

Acciughe e sardine sono pesci pelagici molto diffusi in tutto il Mediterraneo e nelle acque europee ed africane dell’Oceano Atlantico; in Italia le zone più frequentate da questi pesci "azzurri" sono la Sicilia e il medio basso Adriatico. Un metodo per catturarli, ovvero una tecnica ancora in uso oggi é la pesca con la lampara che viene effettuata da un’imbarcazione madre, e da 3-4 piccole barchette o gozzi che hanno delle grosse “lampare” installate ed alimentate a batteria oppure a gas.

Arrivati sul luogo di pesca nottetempo, i piccoli gozzi vengono ammainati e i marinai, a lento moto di corte bracciate,  azionano la lampara per attrarre dal fondale marino: banchi di sardine,  piccoli sgombri, alici, acciughe e anche calamaretti, "sedotti" dal forte bagliore della luce artificiale della lampara.

Una volta "radunati" i diversi banchi di pesce azzurro sotto le loro chiglie,  i gozzi si avvicinano quasi a toccarsi, a questo punto entra in gioco la barca-madre con il compito di gettare in mare il cianciolo: una rete tesa in verticale che ha sul lato alto dei sugheri  galleggianti, mentre nella parte inferiore  porta dei piccoli piombi che la stendono formando una parete  mobile che lentamente  circonda il pesce ammassato in un piccolo spazio.

Chiuso il cerchio, le lampare escono dalla rete e il pesce rimane intrappolato.

Da bordo della barca-madre, tirano delle cime per chiudere la rete sul fondo e trasformarla in un sacco pieno di pescato che  viene finalmente viene issato a bordo.

Questo tipo di pesca con la lampara può essere praticata durante tutto l’arco dell’anno, fatta eccezione per le notti di luna piena.

Sono passati molti secoli dalla tecnica appena descritta; oggi la pesca ha assunto connotati industriali che si effettua con pescherecci sempre più accessoriati per l’impiego di moderne tecnologie: radio, radar, sonar; imbarcazioni sempre più grandi che si portano sempre più al largo per la cattura di pesce sempre più grande e pregiato.

Si tratta ormai da tempo di una cattura “industriale” per la quale il “rustico” marinaio pescatore locale di un tempo  si é trasformato in un lontano parente "oceanico" che si sposta tra le latitudini e longitudini di due emisferi come una qualsiasi nave dello shipping.

MA NOI NON VOGLIAMO ALLONTANARCI DAL NOSTRO GOLFO.....

A noi é rimasta la curiosità di sapere cosa sia rimasto degli antichi saperi, di quei gesti antichi che ancora si tramandano da padre in figlio lungo le nostre coste.

Anni fa si diceva che il vero pescatore non esce dalle scuole, ma sale sul gozzo del padre per conoscere sulla sua pelle come si governa una barca con il vento e con la corrente, come si prende confidenza con i colpi di mare, come s’interpretano i segnali meteo che ti indicano il peggioramento del tempo, come manovrare le lenze, gli ami e come conoscere le astuzie e le malizie dei pesci, insomma come “fregarli”.

Un tempo il superamento della gavetta lasciava i suoi segni sul volto bruciato dal sole e dalla salsedine, parliamo di uomini fieri che amavano la libertà senza quei limiti imposti dalla terraferma, erano uomini innamorati del mare, e dei loro gozzi che chiamavano per nome in ricordo dei famigliari ai quali si sentivano legati nel mestiere, nella fatica e nel modo si sopravvivere.

LA LAMPARA - Una pesca in estinzione?


Per chi non abbia dimestichezza con questo attrezzo da pesca, spieghiamo che la lampara è un tipo di lampada molto grossa e potente, montata su di una barca che viene usata dai pescatori di notte per illuminare la superficie dell'acqua, al fine di attrarre i pesci in superficie per poi intrappolarli nella rete o catturarli con la fiocina. Per estensione viene chiamato lampara anche il peschereccio che monta tali attrezzature e la rete usata per questo tipo di pesca.

Le lampare possono essere alimentate ad acetilene* o con corrente elettrica.

*L'acetilene è il più semplice degli alchini, idrocarburi,  con un triplo legame carbonio-carbonio.  Fu scoperto nel 1836 dal chimico inglese Edmund Davy. E’ un gas incolore ed estremamente infiammabile. Ha una temperatura di autoaccensione di circa 305°. È un gas estremamente pericoloso perché può esplodere anche con inneschi minimi e per questo è normalmente diluito nell’acetone.

Dedichiamo oggi la nostra attenzione alla pesca con la lampara delle nostre parti che non tutti conoscono e che ancora oggi, può regalare poca ricchezza… ma tanta soddisfazione nello sfidare con pochi mezzi, un po’ di astuzia e mestiere, l’antico rivale dell’uomo: il pesce azzurro che, detto tra noi, scusandoci per la cacofonia, é l’unico pesce che sa di pesce del nostro mare…

Si vive in democrazia e ognuno é libero d’inseguire i propri sushi … e potersi così sentire uno “esotico stravagante” a migliaia di chilometri di distanza dall’Estremo Oriente… di cui non sa nulla, ma prova a capirlo attraverso la scienza ittica….



La pesca alla lampara é oggi praticata da pochi appassionati, almeno nella nostra regione Liguria, e dire quanti ce ne siano in servizio...  é molto facile, basta gettare lo sguardo sul litorale di qualsiasi spiaggia o alla fonda in un qualsiasi porticciolo. Contarle di notte é ancora più facile, sembrano stelle cadute nel golfo in una notte di mare “forza olio” (come dice il mio amico Nunzio) e rigorosamente senza luna.

Ciò che stiamo per dirvi l'abbiamo in parte già visto, ma un conto é la letteratura... un'altra cosa é sentire le voci pittoresche di Nando e Ciccio che me la spiegano così, nei loro dialetti: che sono difficili da scrivere...

Il trucco é antico e facile da capire. Il pesce, abbagliato da una fonte luminosa intensa, sale imbambolato in superficie - racconta Nando sdraiato a pancia in giù sul copertino del gozzo, e si possono anche prendere con le mani. La posizione di cattura, come vedi é scomoda, ma tutto ha un prezzo… e nessuna te la dà gratis...

In effetti non sarebbe giusto e nemmeno educato...! Ribatto seriosamente...

Per dirla tutta, esiste anche un certo gioco di squadra. Nando ha un amico di nome Ciccio, un pescatore siciliano importato negli anni ’50 nel Tigullio, il quale gli fa da battitore a bordo di un altro gozzo senza luce. Il suo compito é quello di precedere la lampara battendo la superficie del mare con uno strumento che lui chiama maglio.

Mi rivolgo direttamente a Ciccio per una spiegazione:

- Se non mi fai capire questo fatto, giuro che vado a farmelo spiegare da uno psicanalista per animali!!! Dimmi come e perché il pesce deve essere scosso dal suo torpore per predisporlo all’esca della lanterna. Se ho ben capito, il pesce,  va pre-anestetizzato?

Ciccio mi guarda un po' stranito pensando sicuramente: ma cu é qistu, ma che minchia va cercanne...

- ma che sacciu de sti cose... Tu sai che vo dicere "cugghione"?

Credo di si!

Lu pisci é nu cugghione, ma cu a lampara diventa  più cugghione ancora!

Finalmente ho capito! In altre parole  l'acciuga viene “rincoglionita” dalla luce, e va a mettersi in posizione come fosse una modella  davanti alla fiocina, arpione, lambrogo o retino di Nando , il quale  vanta una eccellente rapidità ed una mira infallibile anche se, con molta umiltà, sostiene che il merito della cattura é di Ciccio che glieli manda già pronti da cucinare o da conservare sotto sale!

Abbiamo accennato alla luna piena! Ma come funziona?

Nando mi spiega, nel suo gergo marinaro antico:

- la presenza in cielo della luna piena proietta l’ombra del gozzo sul fondale e sputtana la presenza del pescatore alla lampara. Da cui si deduce che il pianeta romantico é amico dei pesci e un po’ stronza con i pescatori!

Che non é proprio una bella poesia... ma rende l'idea!

Come funziona, o meglio funzionava la pesca alla lampara in Adriatico?

Ce lo racconta il com.te Nunzio Catena di Ortona

Era bello vederle nelle notti d’estate, quando dalla nostra spiaggia
i lumini delle lampare disegnavano, a intervalli regolari, un lungo viale
che univa le due sponde dell’Adriatico. Le lampare incantavano i pesci ma anche noi che dalla spiaggia le guardavamo estasiati.

Spesso di notte avevo delle visioni nel sonno: vedevo i pescatori sui gozzi e mi affannavo a chiamarli ad alta voce. Mia madre si svegliava di soprassalto … ed in preda alla delusione le dicevo che non mi rispondevano… Allora si sedeva accanto a me e cominciava a cantare una nenia per farmi addormentare di nuovo.



LE LAMPARE DI UNA VOLTA….

La pesca funzionava così

Ogni peschereccio portava a rimorchio tre battelli che venivano dati fondo, poco lontano uno dall'altro, ad un certa distanza dalla costa. Su queste barche venivano sistemate le grosse lampade che con la loro luce richiamavano il pesce che poi il peschereccio circondava con la rete che successivamente veniva virata a bordo.

 

Una brutta avventura…

Un tempo i pescherecci erano piccoli e i battelli con la lampara venivano portati a rimorchio e, come spesso accade anche oggi; una notte improvvisamente si scatenò un violento temporale, con forte vento che sollevò onde di qualche metro, al punto che una di quelle barche strappò la cima da rimorchio e quei poveretti del peschereccio, per salvare le altre due, la lasciarono scarrocciare sottovento.

Alle prime luci dell’alba, il tempo era tornato al bello e ci accorgemmo che il mare aveva spinto quella barca, riempita di sabbia ed acqua, sulla spiaggia proprio vicino le nostre case.

Ricordo che ci lavorai quasi tutta la giornata per ripulirla poi, nel pomeriggio, vedemmo un peschereccio che proveniva da Pescara, con rotta parallela alla costa.

Immaginammo subito che erano i proprietari della barca che avevano perduto. Andai a nuoto verso il largo e quando mi giunse vicino gli raccontai l'accaduto e che eravamo pronti a restituirgli la lampara senza nulla pretendere, se non un 'giretto' con il peschereccio, (durante il quale feci timone con mia grande gioia). In quella occasione qualcuno scattò la foto qui sotto.


Il ragazzo fieramente impettito per l’impresa, al centro della foto, é il Comandante Nunzio Catena.

RIEPILOGO

Nando e Ciccio ci danno la situazione in tempo reale:

I pescatori rimasti in attività sono pochi e dimenticati. Hanno canottiere da pirati e tecniche uniche, che nessuno imparerà. Dal porto più grande d’Italia ormai partono soltanto tre barche per la pesca a strascico, cinque a circuizione, sette con le reti da posta: totale 42 imbarcati. L’Aquila Pescatrice è l’unica barca in servizio per 11 mesi all’anno. In Italia il settore segna: -38 % rispetto al 2000. Il registro della capitaneria di porto di Genova testimonia, anno dopo anno, la fine di una storia: 2662 iscritti dal 1972 ad oggi. Si sono arresi quasi tutti. Ma quarantadue pescatori ancora resistono nella darsena del porto antico, in mezzo ai turisti. Vanno a cercare “il pesce buono”.


CARLO GATTI

Rapallo, 16 Ottobre 2018