COSTA VICTORIA - SOCCORSO IN ATLANTICO

COSTA VICTORIA

SOCCORSO IN OCEANO ATLANTICO


Al comando della Costa Victoria, (nella foto) il pomeriggio del 27 novembre 1998, partimmo da Genova, salutando come sempre con i fischi della sirena e con tanta tristezza nei  cuori i nostri famigliari che continuavano a farci segno dalla banchina, sino a quando la nave era in vista. Le traversate atlantiche erano crociere che stavano diventando sempre più richieste. I nostri ospiti erano per il 50% italiani e per il resto di varie nazionalità; i porti più o meno erano sempre gli stessi. Questa volta, per avere una navigazione più confortevole e una minore onda lunga atlantica dopo Gibilterra, la nave fece scalo a Casablanca e, a seguire, a Santa Cruz de Tenerife per poi raggiungere i Caraibi.

St.Marteen

Partimmo da Tenerife con un forte vento in poppa, diretti al primo scalo dei Caraibi, la bella isola di St. Maarten. Il vento si manteneva teso, la nave superava tranquillamente i 21 nodi e i passeggeri si godevano la splendida giornata sui ponti esterni rinfrescati da una lieve brezza che dava un senso di piacere a chi si  stava crogiolando al sole.


Stavamo navigando tranquillamente da due giorni, quando, sul tardo pomeriggio, avvistammo  all’orizzonte una barca a vela (nella foto) lunga circa 18 metri. Poco dopo fummo chiamati dall’imbarcazione che ci segnalava di avere delle difficoltà: stava procedendo a vela, ma utilizzava soltanto il fiocco in quanto il forte vento dei giorni precedenti le aveva spezzato il boma, si erano scardinati i perni della connessione del giunto con l’albero e lo stesso giunto era danneggiato. Secondo l’equipaggio della barca a vela - tre donne e quattro uomini di nazionalità francese - il danno sarebbe stato riparabile se avesse potuto avere assistenza. Mi feci dare le generalità: erano due coppie intorno ai 50 anni, con tre figli, due ragazzi e una ragazza di oltre 20 anni. Tutti appassionati di vela, avevano intenzione di proseguire verso l’isola di Antigua. Dal nostro ufficio  security di terra, al quale chiedemmo di controllare le generalità avemmo conferma della veridicità delle informazioni ricevute. Per ridurre i tempi di avvicinamento diedi agli occupanti della barca la rotta sulla quale dovevano procedere per venirci incontro. Non appena fossimo stati a circa due miglia di distanza avrebbero dovuto ammainare il fiocco e non tentare alcuna manovra di contatto con noi. Gradatamente cominciai a ridurre la velocità, mentre il nostro personale era al portellone principale, pronto alla manovra.


Fermai la nave quando la barca era a una distanza di circa cinque metri al nostro traverso. La barca che ci apprestavamo ad assistere era veramente bella e comoda, ricordo che si chiamava “La Belle Etoile”. Data la vicinanza il lancio delle nostre cime a bordo fu facile. Comunicai via radio a Louis, che stava al timone, di utilizzare il motore e mettersi con la prora al mare, tirare le cime e affiancarsi, assicurandolo che i nostri parabordi avrebbero protetto l’imbarcazione. La manovra riuscì perfettamente, l’onda lunga causava un po’ di beccheggio, ma l’ormeggio sottobordo era sicuro. Gradatamente, utilizzando le eliche di manovra, mi traversai al mare lungo, proteggendo ulteriormente la piccola imbarcazione dall’onda lunga.  Il nostro carpentiere e l’operaio meccanico salirono a bordo e verificarono che per la riparazione erano necessarie almeno due ore, in quanto si doveva ricostruire un pezzo solido di rinforzo in acciaio, fattibile  con i nostri mezzi. Avvertii i passeggeri della situazione; molti di essi avevano già filmato con le cineprese la manovra ed erano curiosi di sapere che cosa avremmo fatto. Nel frattempo, dal nostro portellone, su gentile richiesta di Louis, provvedemmo a completargli il rifornimento di gasolio e a fornirgli due grossi sacchi di provviste alimentari di ogni genere. Il lavoro fu completato in oltre due ore, nel corso delle quali il nostro personale aveva effettuato una riparazione permanente. Sicuramente, in quel punto, il boma non si sarebbe più rotto, neppure con vento forte. La gioia dei francesi fu immensa, si sentivano ora sicuri di poter continuare il loro viaggio. Era loro intenzione trasferire l’imbarcazione ad Antigua per poi ritornare in patria in aereo perché i ragazzi frequentavano l’università; successivamente, in estate, avrebbero visitato tutte le isole dei Caraibi.

Dopo circa 20 giorni ricevetti, tramite posta elettronica, la conferma del buon esito del loro viaggio con molti ringraziamenti per la nostra assistenza ed efficienza. I francesi aggiungevano di aver fotografato la “Costa Victoria” dalla loro barca, e di averne  fatto una foto gigante da tenere in ricordo di quella loro esperienza in mare.

I nostri passeggeri si erano entusiasmati nel seguire l’operazione di soccorso ed avevano ascoltato con interesse dal direttore di crociera, la sera, in teatro, tutti i dettagli dell’intervento, esposti nelle varie lingue straniere. Avevano apprezzato molto il nostro gesto e ricevetti numerose lettere  lusinghiere di complimenti, specialmente dagli ospiti francesi. Il nostro viaggio proseguì tranquillo sino all’arrivo, dopo aver effettuato gli scali più belli e interessanti dei Caraibi.

Una nave di "Costa Crociere" in uscita da Port Everglades

Domenica 13 dicembre entrammo in porto a Port Everglades (Florida), concludendo ancora una volta con successo e gradimento degli Ospiti la traversata atlantica.

C.S.L.C. Mario Terenzio PALOMBO

COSTA VICTORIA

Dati Tecnici:

Consegnata alla Costa Crociere  nel 1996 dal cantiere Lloyd Werft  (Bremerhaven- Germania), dove è stata costruita. (DESIGN Italiano – progettata da uno studio di  ingegneri italiani).  Ho avuto l’onore di seguirne l’allestimento e assumerne  il comando.

Le dimensioni della nave erano state studiate dall’armatore sulla base di parametri logistici e commerciali, perché potesse transitare lungo il Canale di Panama, passare sotto i ponti più importanti del mondo e operare tranquillamente in quasi tutti i porti del Mediterraneo.

La “Costa Victoria”  è lunga 253 metri, larga 32.2, GRT: 75.176, (Stazza lorda) potenza apparato motori 30.000 KW, (propulsione diesel elettrica)  capacità massima passeggeri 2370, equipaggio 790. E' dotata di tre eliche di manovra prodiera da 1.700 KW ciascuna e 2 poppiere da 1.700 KW ciascuna, due timoni attivi tipo “Becker” che danno alla nave un notevole effetto evolutivo.

Webmaster Carlo GATTI

Rapallo, 28 Agosto 2014






COSTA CONCORDIA - Un incubo da ricordare....

COSTA CONCORDIA

Un incubo da ricordare, tra superstizione e realtà.

Si sono spenti i riflettori sulla Costa Concordia e il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo.

Il TEAM del Giglio, composto da tecnici di 26 nazionalità, suddivisi in numerose specializzazioni, ha avuto ragione di esultare e lasciarsi andare a manifestazioni “liberatorie” contro un nemico insidioso che era presente sin dalla nascita  della nave: la sfortuna! Le navi, come le persone, hanno un destino e se “il buon giorno si vede dal mattino”, la rituale e ben augurante bottiglia di champagne, come molti ricorderanno, non andò in frantumi al momento del varo. Un segno premonitore? I marinai sono superstiziosi e quel giorno non pochi si coprirono gli occhi per non vedere la fine del varo… osarono troppo? Ma non ebbero tutti i torti. I marinai e le navi hanno dei riti da rispettare, come tutte le cose antiche, materiali e spirituali di questo mondo.


 

Il relitto della Costa Concordia é finalmente ormeggiata sulla diga del porto di Voltri. Sullo sfondo una Maersk sta scaricando i suoi containers. (foto J.C.Gatti)

La nave è una creatura modellata dall’uomo che le ha dato una struttura, la forma, lo slancio, la velocità, il movimento, persino il “mugugno” quando soffre, quindi ha una sua personalità.

foto J.C.Gatti

Il relitto attraccato alla diga di Voltri non è la Costa Concordia vista da lontano sugli schermi di casa nostra, mentre certi commentatori esultavano ed esaltavano la magia dei tecnici, come se questi avessero potuto ridare un volto umano all’oggetto di quel macabro funerale che lentamente procedeva verso la meta finale. Oggi, nulla di tutto questo è percepibile. Chi è stato a bordo a contatto con le sue strutture dilaniate, ci ha raccontato dell’odore acre, pungente del relitto tirato sul da fondo, d’aver visto un ammasso di strutture deformate dalla sua caduta sul fianco e uomini senza sorriso e senza volto alla ricerca affannosa di un naufrago ancora mancante e delle membra di altri passeggeri identificati soltanto in parte.

Diciamocelo con sincerità: la più grande sfortuna della Costa Concordia fu l’imbarco di un capitano che non era all’altezza di tanta grandezza ingegneristica, innovativa architettura e superba tecnologia e con un equipaggio addestrato, nonostante le “malignità diffuse”. La nave era talmente up-to-date da poter navigare come un drone telecomandato da terra. Magari gli armatori avessero osato tanto…!

Il Comandante di un veliero oceanico, fino alla seconda metà dell’800, aveva a bordo soltanto un collaboratore: lo scrivano, un 1° ufficiale ante litteram che aspirava al comando senza interferire nel “magistero” del suo superiore considerato dall’equipaggio: secondo soltanto a Dio.

Con l’avvento della Rivoluzione Industriale, le navi furono motorizzate e le responsabilità del Comandante cominciarono a dividersi con il Direttore di macchina e gli ufficiali macchinisti. Per non essere da meno, furono imbarcati anche gli ufficiali di coperta che avrebbero garantito giorno e notte la guardia sul ponte di comando.  Con l’emigrazione verso le Americhe e l’Australia, le responsabilità del Comandante aumentarono e si divisero con quelle dei Commissari di bordo. Con l’avvento della Radio, ci furono immediati vantaggi per la sicurezza dei viaggi oceanici, ed anche i Radiotelegrafisti diventarono protagonisti di salvataggi accanto al Comandante. In seguito, con l’imbarco dei Medici di bordo ed oggi con gli ufficiali Periti-Elettronici, il Direttore di Crociera e gli Ingegneri addetti al controllo delle strutture portanti della nave, il Comandante è diventato il manager che coordina l’insieme di questi  settori, sebbene egli stesso, sia tenuto ad emettere gli ordini e le procedure che la legge gli impone.

In quella lunga notte del naufragio all’isola del Giglio, emerse inoltre una nuova “struttura di comando” che opera da terra: l’Unità di Crisi della Compagnia, istituita per supportare il Comandante nei momenti di grave difficoltà.

A questo punto la domanda che sorge quasi spontanea è la seguente:

“Ma cosa è rimasto a bordo dell’antico carisma del Comandante?”

Qualcuno potrebbe rispondere: “Nulla o quasi nulla!”

Eppure, in quel “quasi” solitamente pronunciato con tono sommesso e rassegnato, si nasconde l’elemento più importante della questione:  l’EQUILIBRIO.

La nave ha bisogno di un Comandante che sia dotato di grande equilibrio, di grande personalità, ma soprattutto di tanta esperienza. Un uomo che conservi lo stile del vecchio Comandante di velieri, ma che sia anche padrone assoluto delle insidie nascoste nella tecnologia del nuovo millennio.

La nave moderna è ancora più “sensibile” delle navi di vecchia generazione. I timoni sono molto più reattivi di un tempo e basta un nonnulla per “esagerare” un’accostata. Per questo motivo è erroneo ed insensato scaricare colpe su un modesto  timoniere che in manovra, ancor più che in passato, deve essere assistito ed affiancato da un ufficiale di coperta che ripeta gli ordini e ne controlli le esecuzioni, nello stesso modo in cui fu esercitato per secoli su tutti i ponti di comando del mondo, fin dai tempi più remoti. Le moderne eliche propulsive e di manovra sono in grado di garantire una velocità rotatoria vertiginosa, che è simile a quel giocattolo elettronico che ogni bimbo manovra in modo perfetto sotto i nostri occhi, senza avere  - naturalmente -  4.000 persone a bordo.

Allora ci si chiede: Per quale recondito motivo quel tizio passò al comando? In fase dibattimentale emerse, fra l’altro, il contenuto di certe “note caratteristiche”, non proprio esaltanti, che furono stilate nei suoi confronti. Cosa sia successo in seguito? Non ci é dato sapere. Forse il vero responsabile di tanta imperizia lo si può immaginare inserito in quella lista “epurata”  da Carnival subito dopo la tragedia.

Rimane da affrontare un ultimo punto: la formazione dei Comandanti.

Lo psichiatra Gian Paolo Buzzi, socio di Mare Nostrum, nonché studioso della materia e membro di Commissioni USA per la formazione di Comandanti di navi e di aerei, ci ha raccontato che da circa un decennio queste categorie sono sottoposte a TEST e controlli molto innovativi sulla soglia di reazione al pericolo, con la valutazione di parametri operativi come il coraggio, la freddezza, la determinazione, la capacità organizzativa nei momenti di grave difficoltà ecc… Possiamo solo augurarci che questa terribile esperienza della nostra marineria abbia scosso tutti gli ambienti decisionali del settore che, secondo le ultime statistiche, è diventato tra l’altro l’unico elemento realmente trainante dell’economia italiana.

Completiamo il senso di questo articolo con una fotografia che circola sul web e che certifica, più di tante parole, la pericolosa tendenza di certi comandanti-esibizionisti, sostenuti da armatori senza scrupoli, nel regalare EMOZIONI ai passeggeri in modo del tutto gratuito...

Lasciamo al lettore i commenti su questo incredibile passaggio tra i faraglioni di Capri di una nave di 20.000 tonnellate.

 

Carlo GATTI

Rapallo, 12 Agosto 2014



 

 

 




CHIAVARI - RIONE SCOGLI: Piazza GAGLIARDO oggi

 

PIAZZA GAGLIARDO OGGI

Ci troviamo in piazza Gagliardo, vulgo Piazzetta dei Pescatori. Nel 1944 i tedeschi erano fortemente intenzionati a demolire questa storica casa per sostituirla con un “bunker antisbarco”. La famiglia Gotuzzo si oppose con tutte le forze alla realizzazione di questo insensato progetto e, per fortuna, alla fine riuscì ad evitare il disastro. Il bunker, contenente un nido di mitragliatrici pesanti, fu costruito nella posizione da cui fu scattata la foto.

Piazza Gagliardo - La casa, oggi elegante abitazione della famiglia Ernani Andreatta, fu sede e sala a tracciare del Cantiere Navale Gotuzzo sino ai primi del '900.

La foto si riferisce alla bella meridiana sovrastata dallo stemma della famiglia Gotuzzo. Declinante a ponente, è completa di lemniscata e delle iperboli che indicano la posizione del sole nei diversi mesi dell'anno, unite ai corrispondenti segni zodiacali in base ai calcoli del prof. R.Morchio (1944). In basso, la Nave Goletta FIDENTE (1922), "l'ultimo dei grandi velieri varati nel Rione Scogli dai Cantieri Gotuzzo ". Sotto, un nastro con il motto: "Chi g'à da fâ camin o deve ammiâ ö tenpo e ö bastimentö" (Chi ha da fare del cammino, deve guardare il tempo e il bastimento).

Prima di levare i ponteggi per la ridecorazione dell'Antica Gasa Gotuzzo, tutto lo staff dell'Associazione culturale "IL SESTANTE"  ha riposizionato "lo Stilo o Gnomone" cioè la "lancetta" dell'orologio solare nella giusta posizione dato che era stata rimossa durante i lavori di rifacimento della facciata. Nella foto da sinistra i vice presidenti, Sotto Ten. di Vascello Enzo Gaggero, l'Ing. Gianpiero Barbieri detto "Pighin" e il Presidente "deep diver" Giancarlo Boaretto nonchè curatore del Museo Marinaro ed "ex Alpino". Stanno "armeggiando con un marchingegno" da loro ideato affinchè la meridiana segni la giusta ora del meridiano del luogo.

Seguono alcune fotografie delle decorazioni di casa Gotuzzo che ricordano le attività del Cantiere Navale, ma anche quelle del Rione Scogli.

La MERIDIANA di Casa Gotuzzo-Andreatta


Nel dipinto  viene rappresentata la rete dei pescatori, la lampara (per fare chiaro nella notte e catturare i branchi di acciughe o altro) una fiocina (per infiocinare o infilzare i pesci grossi o i polipi) e un "Cheusso", cioè una zucca che si coltivava negli orti degli Scogli. Questo tipo di zucca  si faceva seccare (non era commestibile) e aveva tre funzioni principali. Come boa per "i palamiti" o le reti del "tremaglio". Tagliata come quella del dipinto serviva per "aggottare" l'acqua o la "chintana" (concime liquido organico prodotto dalla fognatura di casa diluita opportunamente con acqua); quindi come maschera di carnevale il cui gambo funzionava da naso dove si facevano gli opportuni buchi per gli occhi e la bocca.  Questa tradizione è ancora in voga, per lo meno a Chiavari ma è tornata in uso anche in altre cittadine limitrofe o addirittura a Genova,  quando sotto Natale si celebra il "CONFEUGU" e si fanno gli auguri di buone festività  alle amministrazioni comunali (a quel tempo al "Doge") e si prendono in giro gli amministratori. Due maschere di Chiavari "U REBELLO" e a "REBELLUNN-A", (interpretati da due attori genovesi) come maschera per il viso hanno ancora questi antichi "Cheussi" di lontana memoria.

Nel dipinto vengono ricordati gli utensili dei maestri d'ascia e calafati e cioè da sinistra il "maglio" o "maggiu" in genovese (speciale martello di legno che serviva per spingere la stoppa imbevuta di pece nelle fessure dei "comenti" cioè delle tavole del fasciame). Poi si vede "l'ascia" vera e propria che era una specie di zappa affilata più grande o più piccola a seconda del bisogno, che serviva appunto al "maestro d'ascia" per modellare le tavole a seconda della forma ("cartabun")  che si voleva dare. Poi la "MARMOTTA" che era la cassetta del calafato dove riponeva i suoi attrezzi oppure gli serviva da "banchetto" per sedersi quando lavorava in basso o per elevarsi quando lavorava più in alto. Poi si vedono alcuni scalpelli (senza taglio affilato) che servivano a spingere  la stoppa imbevuta di pece tra i "comenti", come accennato in precedenza. Quello con una specie di uncino era il "cavastoppa" cioè serviva a tirar via e pulire le fessure dalla  vecchia stoppa ormai secca per "incastrarci", "a forza di  morbide martellate col maglio",  quella nuova.

Ernani ANDREATTA - al comando della petroliera TEXACO OHIO nel 1968

A cura del webmaster: Carlo GATTI





CHIAVARI - RIONE SCOGLI: Colonia Fara

 

LA COLONIA FARA

La Colonia Fara in pieno esercizio

La Colonia Fara nel 2014

La colonia Fara, intitolata alla memoria del generale Gustavo Fara é sita in via Preli a Chiavari e nacque come colonia estiva. La struttura fu commissionata dal Partito Nazionale Fascista nel 1935 come luogo e soggiorno di villeggiatura marinaro per bambini, da utilizzarsi prevalentemente nel periodo estivo. L'edificio è un esempio del Razionalismo Italiano. Una curiosità: l’impianto architettonico rappresenta un aereo con il muso verso il basso e la coda verso il cielo.

In questa foto si vede più nitidamente il profilo delle ali d’aereo

Proponiamo alcune foto inedite della costruzione della colonia fara e, nel 1938 quando, appena terminata, ospitò i figli dei coloni libici. La colonia Fara fu inaugurata dallo stesso Benito Mussolini assieme allo stabilimento Balneare Lido costruito durante il podestariato di Francesco Tappani.

Contrariamente a quanto credono tutti, questa Colonia sino ai primi anni di guerra non ospitò mai bambini del nord Italia. Quando fu costituito l'impero nel 1935 Mussolini, per dare un "futuro" a molti coloni Italiani ne mandò in Libia ben 20.000.

Ma nel 1940, quando già spiravano venti di guerra, in Libia fece terminare le scuole a Maggio e ai primi di Giugno  (la guerra fu dichiarata il 10 Giugno appunto), fece tornare in Italia quasi un migliaio di questi bambini e alcune centinaia furono ospitati  nella colonia Fara con l'ottica,  diciamo umanitaria,  di toglierli dai futuri pericoli dei campi di guerra della Libia. In realtà questi bambini passarono ben sei anni lontano dai propri genitori e soltanto nel 1945 poterono ricongiungersi con le le rispettive famiglie. Il museo Marinaro Tommasino-Andreatta è in possesso dei filmati dell'Istituto Luce che confermano quanto sopra.

Pertanto la Colonia Fara ospitò soltanto bambini figli dei coloni libici e negli anni seguenti, verso la fine della guerra diventò sede di ospedale per feriti di guerra e negli anni '50 ospitò per alcuni anni i profughi istriani fuggiti dalla persecuzioni di Tito.  Fu anche sede di una Scuola Elementare denominata FARA e da molti anni è in uno stato di degrado incredibile. Anche l'area dell'Ex Cantiere Navale completa il degrado tanto che da molti quell'area non viene più chamata rione Scogli, ma bensì Rione "Kabul".

Estate 2013. La foto denuncia il degrado in cui versa la Colonia Fara. Resti del muraglione antisbarco sono tuttora visibili dove termina il bagnasciuga.

Uno dei tanti articoli che parlano del degrado di questa zona di Chiavari

Ecco come si presentano oggi gli interni di una struttura che fu presa, a suo tempo, come esempio di arte e funzionalità, da parte dei massimi esperti del mondo.

Ernani ANDREATTA

Rapallo, 25 Agosto 2014

a cura del webmaster Carlo GATTI



CHIAVARI - RIONE SCOGLI: Album Fotografico

 

ALBUM FOTOGRAFICO


Oggi l’Antica Casa Gotuzzo, ha cambiato completamente l’abito e nel 2014 è stata completata una radicale sistemazione con un leggero innalzamento di circa 50 cm ed un completo rifacimento della decorazione.

Nel luglio del 2014 i decoratori Mirca Ceglie e Gabriele Pompeo danno gli ultimi ritocchi alla meridiana raffigurata sulla facciata a sud dell’Antica Casa Gotuzzo.

Nel 1944 i tedeschi, come anche accennato più sopra, erano fortemente intenzionati a demolire questa storica casa per sostituirla con un Bunker. Ci troviamo pertanto in Piazza Gagliardo, vulgo Piazzetta dei Pescatori ma che, per oltre un secolo, si è chiamata “CIASSA DI BARCHI”. Ne spiegheremo le ragioni in un prossimo "pannello" che è stato progettato per essere esposto nella piazza stessa.

Nella parte occidentale di Chiavari sono tuttora visibili numerose tracce del sistema difensivo costiero realizzato dai Tedeschi dopo l’8 settembre. Alcuni tratti dell’esteso muro antisbarco che proteggeva la spiaggia, sono ancora presenti a levante, sia presso la foce del fiume Entella, sia in prossimità della ex Colonia marina Fara a ponente, come le foto che seguono ci indicano nitidamente.

Dancing "La Capannuccia"

"Bellezze al bagno" degli anni '50. Da sinistra Gilda Agrizzi recentemente scomparsa per un banale incidente stradale compianta da tutto il rione Scogli, e in special modo dall'associazione "Amici del Mare e Degli Scogli". Poi "Gughi Maccianti" poi la Gianna Solari, sorella di Gino il famoso costruttore Navale ormai scomparso,  e vedova di Franco Malavasi un compianto personaggio di Chiavari, quindi non identificata e a destra una bella ragazza del tempo anche lei ormai scomparsa.

(sopra) - Vedute della passeggiata a mare di Chiavari negli anni '50/60

Altre foto del lato mare di Chiavari. Proprio dove sorse poi il famoso Dancing la Capannuccia della famiglia Cambioni, sorgevano alcuni bunker come si vede ancora nell’immediato dopoguerra.

Un tobruk con postazione per mitragliatrice é riportata sul lato mare.

1944 – 2014.  Sono passati 70 anni ...

Nelle tre foto sotto sono ancora visibili le tracce di muraglione antisbarco

Pezzi di muro antisbarco vicino alla Colonia Fara

La foto mostra il tipico nido di mitragliatrice antisbarco denominato Tobruk.

ERNANI ANDREATTA

Rapallo, 25 Agosto 2014

Webmaster Carlo GATTI




CHIAVARI - RIONE SCOGLI in Guerra

 

IL CANNONE DELLE GRAZIE

(vedi Storia Navale di questo sito) si arricchisce dei ricordi del Comandante Ernani Andreatta e del pittore Amedeo Devoto. Nel 1935 i due personaggi nascono nel Rione Scogli di Chiavari, dove il primo vi risiede ancora in Piazza Gagliardo, mentre il secondo, purtroppo, é mancato di recente. A cavallo della Seconda guerra mondiale, i due amici d’infanzia trascorrono la loro gioventù tra postazioni e nidi di mitragliatrici della Wehrmacht, proprio nella zona da noi presa in esame: dal Santuario delle Grazie all’attuale Piazza Gagliardo.

Come abbiamo già avuto modo di vedere, i tedeschi non trascurarono neppure l’ipotesi di uno sbarco Alleato sulle spiagge di Chiavari, Lavagna, Cavi di Lavagna e Sestri Levante, i cui alti fondali  ben si prestavano ad una rapida conquista della Via Aurelia e della Ferrovia che transitano, tuttora, a pochi metri dal bagnasciuga.

Le numerose “tracce” delle difese costiere in cemento armato lasciate dalla TODT nella Riviera di Levante per contrastare l’eventuale sbarco degli Alleati, sono visibili ancora oggi lungo tutto il litorale, come vedremo.

Ricordi di Ernani Andreatta del 25 Aprile 1945.

Nel 1945 avevo 10 anni essendo nato nel 1935 appunto. Ricordo molti episodi di quella guerra che ho vissuto a contatto della gente per una ragione molto semplice. L'ingresso alla galleria come rifugio antiaereo aveva l'ingresso al N. 31 di corso Buenos Aires proprio nel mio giardino. Villa Andreatta  era stata costruita da mio padre Ernani (mio omonimo di nome e di professione) con i sacrifici di 35 anni di navigazione effettiva di cui parte passati sui sommergibili dal 1915 al 1918 e parte internato in Tailandia per ben sei anni dal 1940 al 1946, dato che tornò da quella specie di prigionia passata nella giungla per ben tre anni dopo l'auto affondamento della propria nave, la M/n Sumatra del Lloyd Triestino, ovviamente per non cadere in mano degli Inglesi, dato che si era rifugiato nella rada di Pucket in Thailandia. Mia madre era religiosissima e la sua gran fede la sostenne per tutto il periodo della guerra dove tra l'altro, oltre al marito lontano, nel 1943,  aveva anche  il figlio più grande Giuseppe detto Beppino o Ron, Ufficiale della marina militare al di là del fronte in quel di Brindisi. Giuseppe diventò poi un apprezzato Ingegnere Navale Senior Surveyor nell'American Bureau of Shipping. Morì nel 1979 per un incidente sulla nave del Lloyd Triestino "Nipponica".

Casa mia, essendo a pochi passi dall'ingresso della galleria rifugio, era diventata nei suoi fondi o cantine un vero e proprio dormitorio di persone che volevano appunto essere il più possibile vicino a questo rifugio. Ricordo il Signor Cipriani (Cinema Astor),  il signor Marcucci (cinema Mignon), tanto per fare qualche nome. Ed anche noi ragazzi, ricordo che i miei genitori ebbero 5 figli, dormivamo in letti o brandine insieme a tutti questi ospiti.

Quando suonava la sirena dei bombardamenti imminenti tutti correvamo in galleria ma, alla sera, con l'oscuramento dovuto alle incursioni del famoso Pippo, dormivamo sempre nei fondi di casa mia al n. 31 di Corso Buenos Aires appunto. Soltanto la notte del 24 Aprile 1945, il giorno dopo sarebbe finita la guerra,  mia madre non volle sentire ragioni e impose a tutti, noi ragazzi per primi, di dormire in galleria, insieme naturalmente a tutti quelli del vicinato.  Ricordo benissimo che alcuni degli ospiti dissero a  mia madre, che la guerra sarebbe finita il giorno dopo,  ma lei determinata sbarrò la strada dei fondi di casa e disse con fermezza che quella notte dovevamo dormire tutti in galleria, senza peraltro darne una ragione plausibile; in tutta la guerra nessuno di noi ci aveva mai dormito e quell'ordine perentorio ci parse molto strano e incomprensibile.  Ma quando ci alzammo al mattino e uscimmo dalla galleria per entrare in casa, forse solo in quel momento ne capimmo la ragione. Una granata perforante sparata da un carro armato Tank-Sherman americano era entrata ad un metro d'altezza dal terreno nello spesso  muro di casa (circa un metro),  andando a esplodere nel pavimento proprio in mezzo alle decine e decine di letti  che erano tutti intorno. Nel mezzo del pavimento trovammo un buco non molto profondo dato che la deflagrazione era avvenuta  proprio in quel punto e  miriadi di schegge si erano sparse conficcandosi in tutti i letti attorno. Ricordo benissimo che con mio fratello Luigi detto "Ciuilli" e le mie sorella Palma e Isa facevamo a gara a trovare le schegge  nei cuscini e nei materassi di lana. I più vicini al punto dove la granata era scoppiata ne avevano certamente  più degli altri. I fondi erano anche allagati e senza luce elettrica che a quel tempo era normalissimo !


Il n. 76 di corso Buenos Aires era la villa costruita da Luigi Gotuzzo e venduta a Protti nel 1924. Ancora adesso dopo quasi 70 anni mi chiedo che cosa ha spinto  mia madre a non farci dormire nei fondi di casa,  ripeto, solo quella notte. La fede incrollabile o il destino spesso imperscrutabile, sicuramente ebbe un effetto straordinario in quella decisione che salvò la vita a tutti, dato che, se avessimo dormito in casa saremmo stati tutti massacrati da quella orribile granata. E' un fatto personale che racconto, ma la guerra  mi è passata molto vicina a quel tempo ed è ancora viva e profondamente scolpita nella mia memoria. C’é ancora un fatto che mi preme raccontare. Ogni tanto in corso Buenos Aires, cioè davanti a casa mia, si accampavano truppe che a volte erano Italiane e a volte tedesche. Ebbene le truppe tedesche erano ordinate ed educate e chiedevano sempre a mia madre se potevano entrare anche in giardino per accamparsi. Al che mia madre, naturalmente, dava il consenso a tale richiesta. Anzi, per noi bambini era una festa, dato che i soldati tedeschi ci regalavano le loro appetitose pagnotte nere di segala, o qualche scatoletta di carne. Ammiravamo quei possenti mezzi meccanici e i loro altrettanto robustissimi cavalli con le criniere nelle gambe oltre che nel collo. Ricordo al contrario con rammarico quando arrivavano ad accamparsi le truppe italiane che non chiedevano il permesso a nessuno:  entravano in giardino, e nell'orto rubavano tutto quello che c'era. Poi usavano le piane del retro casa come latrine e per settimane nessuno poteva più andarci per non rimanere "impantanati", diciamo.  E' una realtà che ho vissuto di persona e che ho voluto raccontare anche se le atrocità commesse da certi tedeschi sono ancora vive nella memoria di tutti.

Villa Andreatta in Corso Buenos Aires negli anni '70.

Il n. 31 di Corso Buenos Aires contrassegnava Villa Andreatta che negli anni 90 circa fu venduta da Maria Luisa Andreatta. La targa del n. 31 è ancora gelosamente conservata come ricordo da Ernani Andreatta nell'Antica Casa Gotuzzo.


La fine della guerra era imminente e il 25 Aprile del 1945, se non era per l'intuizione della loro madre Adele Gotuzzo, i cinque fratelli Andreatta avrebbero potuto morire tutti proprio in quell'ultimo  giorno di guerra, come descritto sopra.

LA CASA NATIA DI AMEDEO DEVOTO

La prima signora a destra è la mamma di Amedeo Pina Verdi

In queste inedite foto si vede la casa natia di Amedeo Devoto prima che nel 1944 fosse evacuata e distrutta dall'esercito tedesco per costruirvi un bunker che vediamo nella foto sotto.

Questa è l'esatta ubicazione della casa natia di Amedeo Devoto (nella foto) rispetto alla colonia Piaggio. Era la casa più a ponente di Chiavari ben oltre la colonia marina dei Piaggio. Il padre di Amedeo,  Eugenio detto "Genin" ne era il custode e viveva in questa "dependance" dove nel piano fondi, come ricordava sempre Amedeo, veniva costruito per le feste di Natale uno straordinario presepe tutto animato con le meravigliose statuette in legno del Maragliano.

Questo é quanto resta del bunker costruito proprio sopra la casa natia di Devoto demolita dai tedeschi.

Alcune interessanti planimetrie del 1944

Per g.c. del Museo Marinaro Tommasino-Andreatta di Chiavari

In questa planimetria del Rione Scogli, le macchie gialle si riferiscono alle cave esistenti nel 1940/45.

Nelle planimetrie sopra riportate viene rappresentato, sia in panoramica che nel particolare, l'ubicazione esatta del cannone delle Grazie che si trovava proprio sotto la casa privata che è sotto la chiesa. Il disegno è stato estratto da una delle tre planimentrie conservate al Museo Marinaro di Chiavari disegnate e ricostruite da Amedeo Devoto per gli anni rispettivamente del 1888, 1906 e 1940/45 che riguardano tutta la zona del Rione Scogli.

La Planimetria n.1 riporta (in alto) la GALLERIA DELLE GRAZIE (S.S.Aurelia), (al centro) il Santuario N.S. DELLE GRAZIE e (sotto) il tratteggio della batteria con la scritta: “BUNKER CON CANNONE DELLA MARINA BINATO”.

La Planimetria n.2 mostra le opere difensive antisbarco. A sinistra sono leggibili le scritte: Galleria Vecchia – Deposito munizioni e cannone. Al centro: Muro antisbarco. A destra: Fico – Uliveto – Rudere – Bunker – Arenile.

La planimetria n.3 mostra le seguenti strutture costruite dalla Todt: a sinistra, il massiccio “muro antisbarco” quasi toccato dal “RELITTO DI UNA NAVE TEDESCA” arenata sulla spiaggia. Il muraglione antisbarco prosegue verso il centro del disegno mostrando un bunker e più sotto (nel punto più vicino alla spiaggia) una postazione per mitragliatrice. A destra, a protezione della costruzione n.3 é disegnato un tobruk per contraerea.

La planimetria n.4 mostra il “cuore marinaro” di Chiavari: Il Rione Scogli, con Piazza Gagliardo, ex Ciassa di Barchi, sede e scalo del Cantiere navale Gotuzzo che costruì 125 velieri a cavallo del ‘900. L'antica casa Gotuzzo (n.27) fu costruita nel 1652 e tuttora appartiene alla famiglia Andreatta-Gotuzzo. L’antica costruzione è intessuta della storia del cantiere che il proprietario, comandante Ernani Andreatta, coltiva con attaccamento e competenza.

Nella foto é segnalata l’esatta posizione della casa di Amedeo vista da ponente. In lontananza si vede la Colonia Fara

L'ingresso della ex galleria del treno è ora sbarrato da una robusta rete metallica.

Da un dipinto di Amedo Devoto vediamo sulla sinistra l'ingresso col portico del Santuario delle Grazie e sulla destra una casa rossa dove proprio al di sotto era ubicato il cannone binato tedesco.

Chiavari 1937 – Rione Scogli  -

2010 – olio su tavola – 70x50  dell’artista chiavarese

Amedeo Devoto

La didascalia riporta il seguente fatto storico:

"La casa dove sono nato e dove ho passato i primi dieci anni della mia infanzia. Posta a ponente dell’attuale Colonia Piaggio venne demolita durante l’occupazione tedesca verso la fine del 1943 per edificarvi un bunker. Sulla destra si nota la galleria della vecchia ferrovia deviata più a monte nel 1908 e il pontone di “Penco” che costruisce la prima diga."

ANTICA CASA GOTUZZO SENZA TETTO!  CHE TEMPI!

La guerra, non risparmiò nemmeno l'Antica Casa Gotuzzo che vediamo nel 1945 senza tetto e senza finestre nella sua parte verso il mare.

Il Museo Marinaro Tommasino-Andreatta  era situato nella stessa casa padronale, ma da qualche anno, avendo acquisito un notevolissimo numero di reperti, si é trasferito nella Caserma delle Scuola Telecomunicazioni FF AA di Caperana-Chiavari. E' ormai in corso di definizione l'accettazione di questo Museo Marinaro da parte dello stato Maggiore della Marina Militare che è stato integrato con la Sala Storica della Scuola Telecomunicazioni.

Nel 1943, Adele Gotuzzo in Andreatta ricevette l'ordine dai tedeschi di svuotare la casa paterna, cioè l'antica Casa Gotuzzo situata in Piazza Gagliardo perchè al suo posto dovevano costruirvi un bunker. La casa fu immediatamente svuotata di tutto ciò che fosse usabile come anche le persiane e le finestre di legno che furono tutte bruciate per fare il sale nelle famose lamiere come si usava in tempo di guerra. Il bunker fu costruito poi in realtà sulla Piazza e non al posto della casa. Dopo la guerra, Adele Gotuzzo precisamente nel 1948, volle assolutamente ricostruire e rimettere in ordine la casa paterna dei Gotuzzo contrariamente all'opinione di altri parenti che avevano una quota nella casa stessa. Questi parenti non parteciparono in nessun modo alla ricostruzione adducendo il fatto che avrebbe "buttato i soldi in mare". In realtà, come si vede in questa foto del 1955 il mare stava avanzando sempre più e la casa era in serio pericolo. Ma poi si salvò, dopo importanti difese del litorale chiavarese operate negli anni 1955/60,  e attraverso inenarrabili vicissitudini con i parenti che non volevano fosse ricostruita, Ernani Andreatta ne diventò unico proprietario negli anni settanta. Il merito di tale "sofferta operazione" è da attribuire sopratutto alla moglie Marisa Bacigalupo recentemente scomparsa il 12 Aprile di quest'anno e a suo fratello Luigi Andreatta detto "Ciuilli" scomparso a soli 49 anni  nel 1976 in seguito ad un tumore alla testa. Era un valente avvocato di fama internazionale accreditato anche ai tribunali di New York e San Francisco per la sua perfetta conoscenza dell'Inglese.

Soltanto negli anni '60 si pensò ad una difesa seria e imponente del fronte mare Chiavarese e i pericoli di distruzione non solo di questa, ma anche di altre case fu finalmente scongiurato. Ricordiamo che dal 1821 sino al 1950 circa ben 43 palazzi furono abbattuti dalle mareggiate su tutto il lungomare di Chiavari.


Ernani ANDREATTA

Rapallo, 25 Agosto 2014

webmaster Carlo GATTI



CHIAVARI - RIONE SCOGLI

UN MONITO PER NON DIMENTICARE....

La fotografia (sotto) ritrae i PANNELLI che il Comandante Ernani Andreatta, ha già l'autorizzazione Comunale, esporrà in Piazza Gagliardo in modo permanente, per ricordare ai passanti la splendida Storia del suo Rione Scogli.

Brigantino a palo “Fido” costruito da Francesco Gotuzzo a Chiavari in Ciassa di Barchi e varato nel Settembre 1861. I grandi Velieri varati dai Gotuzzo a Chiavari nel Rione Scogli furono oltre 120, da Matteo Tappani "u sciu Mattè" 55 e da altri costruttori circa una trentina.

Chiavari - 1904 - Cantiere Navale Gotuzzo

La nave Goletta “Luisa” è quasi pronta al varo. Questo tipo di veliero, per la sua ottimale velatura veniva chiamato dagli inglesi “best bark”. I genovesi storpiarono il nome in “barco bestia”

Affinché il Rione Scogli conservi la sua memoria storica e marinara

Sala Storica del Museo Marinaro

Tommasino-Andreatta

presso la Scuola Telecomunicazioni FF.AA.

Via Parma, 34 – Chiavari

PIAZZA DAVIDE GAGLIARDO

un tempo chiamata

«CIASSA DI BARCHI»

Pannello

Su questa piazza e in quest'area del Rione Scogli, nei Cantieri Navali Gotuzzo, furono costruiti e varati, tra il primo '800 e il 1935, da Francesco Gotuzzo detto «Mastro Checco» (1808- 1865) il capostipite, da suo figlio Luigi (1846-1919) e dal nipote Eugenio detto «Mario» (1883-1935) oltre 120 grandi velieri: 11 Brigantini, 41 Brigantini a palo, 32 Brigantini Goletta, 7 Navi Goletta, e 30 tra Bovi, Rimorchiatori, Chiatte, Leudi e grosse barche da trasporto. Quando «Mastro Checco»morì nel 1865, come da liquidazione ereditaria del 25/4/1866 aveva ben 9 Velieri in costruzione sugli scali di questo Rione. Due quinti di tali costruzioni vennero assegnati a Matteo Tappani, «u sciu Matté» (1833-1924), per l'assistenza prestata nella costruzione e tre quinti a Luigi Gotuzzo. Matteo Tappani imparò quindi l’arte della costruzione Navale dal suocero «Mastro Checco», avendone sposato la figlia Giulia. Negli anni seguenti, Tappani vi costruì oltre 55 grandi velieri: 35 Brigantini a palo, 9 Brigantini Goletta, 4 Navi Goletta, e 7 tra Bovi e Leudi. Una trentina di grandi velieri furono costruiti dai Briasco, Brigneti, Piceni Gessaga, Sanguineti, Beraldo e Raffo: 6 Brigantini, 2 Brigantini a palo, 4 Brigantini Goletta, e 18 tra Leudi e Bovi. In totale più di 200 velieri presero il largo da questo Rione per rotte in tutti i mari del mondo.

La tradizione cantieristica di maestri d’ascia e calafati continuò nel dopoguerra con costruttori di gozzi e imbarcazioni da diporto. Dopo «l’Epoca Eroica della Vela», verso gli anni ‘30, la Piazza cambiò tipologia diventando sede di famiglie di pescatori e, nel gergo popolare, venne così denominata:

Ciassa di Barchi - 1889 - Varo del Brigantino a palo “Nemesi” dai Cantieri Navali dei Gotuzzo che a quel tempo costruivano proprio sulla Piazza Gagliardo

PIAZZA DEI PESCATORI «CIASSA DI PESCÖI»

Rione Scogli - 1912

La ferrovia è già stata deviata a monte in seguito a terribili mareggiate che ne avevano compromesso la sicurezza. In primo piano il ricovero Torriglia. Le cosidette “Case Canepa” sulla destra della foto, di lì a pochi anni saranno tutte abbattute dal mare. Notiamo il Cantiere Navale dei Gotuzzo con un veliero in costruzione. Le dieci case di Corso Valparaiso (già Via Olearia) stanno per essere completamente demolite. Corso Buenos Aires, alla sinistra della ferrovia, è appena tracciato.

Rione Scogli - I “Seroi” (segantini)

Quando non esisteva ancora la forza motrice le tavole, ricavate da pesanti tronchi, venivano segate a forza di braccia dai segantini che usavano una speciale sega a quattro mani detta anche “31”. Nella foto, abbiamo riconosciuto Adriano Leoni (in alto) e Checco Pastorino Tacchetti.

Pannello

RIONE SCOGLI

COM’ERA E COME SI VIVEVA

Scriveva Vittorio G. Rossi, noto giornalista e scrittore: il mare parla, “nessuno sa cosa dice, ma lui parla”. Questo agli “Scogli” lo hanno sempre saputo, o meglio lo hanno sempre sentito nel cuore.

Il mare continua a mandare messaggi con i suoi odori, che cambiano quando cambia il vento, con i suoi colori, che specchiano il cielo, con il rumore delle sue onde, con il suo moto incessante che

incanta i nostri occhi stupiti nella varietà delle sue forme, del fluire e del rifluire, del frangersi e del ricomporsi. Ed il mare qui agli “Scogli”, è sempre lo stesso, ma il Rione, la piazza e le spiagge sono cambiati profondamente nel tempo.

Piazza Gagliardo - 1886 - Impostazione della chiglia del Brigantino a Palo “Nemesi”

Notare sulla destra le “case Raffo” costruite nel 1815. Ben dieci di questi edifici furono distrutti dalle mareggiate tra il 1821 e il 1913. Sulla sinistra l’edificio dove era ubicata la trattoria di Pastorino Tacchetti demolita anch’essa, questa volta dall’uomo, negli anni ‘70 per far posto all’attuale costruzione del cantiere navale

Un tempo la piazza, che era parte integrante dei Cantieri Navali Gotuzzo, come ricordava Franco “Mario” Tommasino, si popolava ogni giorno di maestri d’ascia e di serroi (segantini) che operavano il taglio del legname destinato alle chiglie ed al fasciame dei velieri che si costruivano nel cantiere. Grazie alla testimonianza di Tommasino e agli straordinari dipinti di Amedeo Devoto, definito da tanti un genio, ancorchè poco conosciuto, possiamo tracciare una fisionomia intatta e precisa di questo rione, un caso unico nella storia di Chiavari.

Piazza dei Pescatori -1909

Le case vecchie degli Scogli, cosi si presentavano nei primi anni del ‘900

Nel secolo scorso le famiglie erano poche e molto affiatate, spesso composte di numerosi individui e comunque non ricche. Alcuni emigravano nelle Americhe, altri sceglievano di navigare, altri ancora lavoravano nei cantieri, altri infine vivevano di pesca o facendo gli ortolani. Va osservato come spesso, qui in Liguria, il pescatore curava anche un piccolo orto, irrigato grazie a un pozzo con l’acqua attinta per mezzo dell’antica “sigheugna” (bilancino).

La gente viveva dalle finestre la vita del cantiere, sin dalla mattina, quando la sirena chiamava i dipendenti.

Allora l’aria si riempiva dei rumori del lavoro degli operai e dei calafati, dell’odore del legno tagliato e del catrame, finchè arrivava il giorno del varo del veliero. Era un giorno importante: dopo la benedizione impartita dal Parroco, tutti avevano appena il tempo di trasalire mentre scendeva in mare, per la prima volta, il frutto di tante fatiche.

Una visione panoramica di Piazza Gagliardo nel 1901.

Il veliero pronto al varo è il Guglielmo Augusta. Quello in costruzione è il Luisa, di 1648 Tonnellate di stazza, uno dei più grandi varati nel 1904 nel rione Scogli.

A quei tempi le case erano sprovviste dell’acqua corrente nè vi erano gli allacci del gas e dell’elettricità.

Le famiglie attingevano l’acqua dalla pompa all’angolo di Piazza Gagliardo dove si trovava una fontana pubblica, oppure, quando furono installati, i “treuggi” (lavatoi) nel lato ponente della piazza.

Tuttavia, quando il mare ingrossava, l’acqua assumeva uno sgradevole sapore di salmastro e per attingerne di potabile era necessario andare fino alla fonte che si trovava in fondo a corso Buenos Aires, vicino alla cava di pietra. Le case e le strade erano illuminate grazie a lampade a petrolio e solo nel 1925 la luce elettrica raggiunse la piazza. II gas arrivò solo nel 1936.

Le attività di un cantiere navale degli Scogli ai primi del ‘900

Sulla destra il progettista e costruttore navale Matteo Tappani, “u sciu Mattè” . Da sinistra si notano i “serroi” (segantini) che ricavano le tavole dai tronchi segandole a mano; si nota il “trincaballe”, carro speciale a due ruote per spostare grandi tronchi, e un maestro d’ascia che sagoma una ordinata.

La fontana pubblica o fontanella che era ubicata sotto un grande albero nell'angolo di Piazza Gagliardo, aveva una grande maniglia che azionata manualmente con un certo vigore, consentiva di tirare su l'acqua direttamente dal pozzo sottostante. Dopo che si smetteva di pompare l'acqua fuoriusciva ancora per un minuto o due ed inoltre, tappando l'erogazione con la mano l'acqua zampillava da un piccolo foro consentendo di bere più comodamente.

RIONE SCOGLI

COM’ERA E COME SI VIVEVA

Pannello

Antica Casa Gotuzzo sotto mareggiata

Siamo nel 1955, il mare ne aveva già lambito le fondamenta, poi per fortuna le imponenti difese degli anni '60 scongiurarono il pericolo di essere spazzata via. Ma dal 1821 al 1950 circa, ben 43 palazzi o caseggiati, lungo il litorale di Chiavari, furono abbattuti dalle incessanti mareggiate per il contemporaneo avanzare del mare

A volte le mareggiate più violente oltrepassavano l’Antica Casa Gotuzzo e il mare, non trovando ostacoli, invadeva la piazza e giungeva a lambire la ferrovia.“In quei giorni era quasi impossibile uscire di casa e bisognava arrangiarsi in tutto” racconta Franco Tommasino.

Piazza Gagliardo fine ‘800


Sulla destra le case Raffo. Corso Valparaiso a quel tempo si chiamava Via Olearia. Le case sul litorale verso il mare erano state costruite dagli armatori Raffo e Casaretto con i profitti realizzati per il commercio dell’olio di oliva per rifornire le fabbriche di sapone di Marsiglia e Savona. Per questo la chiamarono Via Olearia, quasi un ringraziamento a questo redditizio commercio.

La pesca era praticata in forme del tutto diverse da quelle attuali: le reti erano di dimensioni ridotte, in cotone, e venivano tinte periodicamente con il “tannino“ (colorante estratto dalla corteccia dei pini) per ragioni di mimetismo e per aumentarne la durata. Il calderone per tingere le reti era proprio nel mezzo della Piazza verso lo scalandrone, per varare le barche, che erano quasi esclusivamente gozzi o piccole barche da pesca. Il diporto era ancora di là a venire.

Erano le mani esperte dei pescatori e delle loro donne a riparare le reti: pochissimi ormai ricordano che pochi lustri fa, le reti venivano stese ad asciugare sul viale “Nuovo” cioè Corso Buenos Aires, in una lunga teoria che da via Argiroffo arrivava oltre le serre dei fiori della ditta Crovetto.

Le donne che cucivano le reti avevano l’occhio attento e, con la mano veloce, trattenevano e tendevano la rete con l’aiuto di un alluce e grazie ad una “navetta” di legno o di osso ne ricucivano gli strappi.

L’attività del pescatore era faticosa, senza orari, assai poco redditizia. Oltre a ciò, prestare soccorso a chi si trovava in difficoltà in mare era estremamente difficile e i punti di riferimento per la navigazione erano ottici: le cime dei monti, i campanili, i fari, le stelle. Quando la notte, approssimandosi un fortunale, il mare “entrava”, qualcuno correva sempre di porta in porta a svegliare tutti, si che la gente si affrettava sulla spiaggia per portare al riparo le barche che erano sulla battigia, cominciando da quelle più minacciate. Altre volte, sempre sotto le stelle, i pescatori giungevano a terra con le “manate” colme di pesci “immagliati” e questa era un’altra causa di risvegli improvvisi per il rione; nessuno però si faceva pregare per portare aiuto e liberare le reti dai pesci. A operazione finita il “Gin Gin Tirone“ ed il “Tacchetti” spedivano i ragazzi a comprare della focaccia calda che poi veniva distribuita a

tutti assieme al vino ed a un po’ di pesce fresco che il “Beppe Gambadilegno” si incaricava di cuocere sulla “ciappa”. II modo di lavarsi dei ragazzi era abbastanza spiccio: un tuffo in mare: poi, via! A scuola .... qualche volta ...

1870 - Scorcio dei Cantieri Navali Gotuzzo e di Corso Valparaiso

Già via Olearia (1815-1888) e poi via al Cantiere (1888-1938). Sulla destra le case Raffo.

1870 - Questa è la foto antica dalla quale Amedeo Devoto ha dipinto il quadro qui riprodotto. Notare nelle case Raffo che il primo magazzino ha già subito una iniziale demolizione da parte del mare. Notare altresì l’abbigliamento delle persone ritratte.

Pannello

RIONE SCOGLI

COM’ERA E COME SI VIVEVA

1880 - Retrospettiva del Rione Scogli nella parte di ponente.

Nei primi anni del ‘900 questi edifici furono tutti distrutti dalle mareggiate. Erano le cosidette “Case Canepa”. La colonia Fara, inaugurata nel 1938, fu edificata nell’area occupata dalle due case di sinistra dopo che, nel 1908 era stata deviata anche la ferrovia più a monte per via dell’avanzare del mare.

In questo piccolo mondo le porte di casa non erano mai chiuse a chiave, si che quando era necessario allontanarsi per le festività della Madonna delle Grazie, le chiavi, dimenticate in qualche cassetto, erano spesso introvabili.

La vita di questa piazza è stata talmente legata al mare che tutte le cose agli “Scogli” ne erano impregnate o ne portavano i segni: gli intonaci delle case, di colori così solari, ma che non duravano mai troppo a lungo, i gradini rialzati delle porte, le barche con le scalmiere consumate e i paglioli opachi e stinti, gli scantinati che odoravano di antico e di acciughe sotto sale.

Sale che, sciolto in dose robusta nei pentoloni dove si bollivano i “bianchetti”, garantiva in modo semplice ma efficace la loro conservazione durante il trasporto fino ai mercati del Nord Italia; quello stesso sale che durante l’ultimo conflitto mondiale rappresentò per la gente di qui una piccola ricchezza da barattare

con il necessario, allora introvabile. “Scogli”.... Questa piazza offre ancora, ogni giorno, uno spettacolo indimenticabile: sono le sue luci, che cambiano con le stagioni e con l’ora del giorno, che trascorrono sui suoi tetti e sul suo selciato tessuto di arabeschi di porfido.

Ogni alba ed ogni tramonto dipingono negli occhi lo stesso stupore: quello di una cosa nuova, mai vista prima. E’ un tripudio di colori, una tavolozza che spazia dal violetto al rosso, al verde e al giallo o all’arancione ed ogni nube o fiocco di vapore “si tinge di incredibile“; e il mare riflette questi colori: li assorbe e se ne appropria per restituirli a chi guarda, più luminosi ancora, ricchi del suo baluginìo e del suo sfavillare, dell’oro e dell’argento, del suo incessante movimento.

Gli uomini e le donne di questo incantevole angolo del Tigullio erano gente semplice, ma solida, gente non comune. II mare, che colorava la pelle dell’uomo e ne scavava le rughe, donava loro, testimoni le fotografie, uno sguardo diverso, quasi surreale. In quegli sguardi si poteva leggere la libertà, la tenacia e l’onestà; la consapevolezza di ciò che è essenziale, e la fede salda e sincera di chi, da secoli viveva ai piedi di un Santuario: quello della Madonna dell’Olivo, sulla collina di Bacezza. Ora è cambiato tutto qui agli “Scogli”. Di questo cambiamento fa parte anche la struttura immobiliare dello Cantiere Navale dei Gotuzzo costruito nel 1908 e sostituito da quello attuale negli anni ‘70; ma il mare no, nei suoi movimenti è sempre lo stesso per fortuna, anche se le spiagge specie in estate, non sono più piene di barche di pescatori ma di ben altro. Così, abbiamo pensato valesse la pena di ricordare questo “mondo antico“ che non esiste più.

Ma l’inesorabile scandire del tempo che cambia e spesso stravolge tutto, fa parte della vita di ognuno di noi e, nostro malgrado, dobbiamo accettarlo, anche se, grazie ad Amedeo Devoto ed ai suoi dipinti, lo possiamo solo ricordare, con infinita nostalgia.

Piazza Gagliardo nel 1937 circa

Sono già sparite dieci delle 13 Case Raffo costruite nel 1815. Il mare risparmiò soltanto le treccostruzioni tra il Nelson Pub e il Bar 4 Archi. Pastorino Tacchetti a sinistra rigoverna la rete sotto la sua osteria. Sulla destra al centro l’Antica Casa Gotuzzo e l’attuale edificio del Ristorante Vecchio Borgo già “Copetin”.


1919 - Veduta dei Cantieri Navali Gotuzzo con 3 velieri in costruzione.

La goletta “Montalto” è pronta al varo. Notare sulla destra l’edificio del Cantiere Navale Gotuzzo con i portici ad arco ed il tetto di tegole rosse tipo “marsiglia”. La pratica per l'ampliamento e la costruzione del nuovo Cantiere Navale dei Gotuzzo cominciò il 20 settembre del 1857 terminando nei primi decenni del '900. Ci vollero pertanto oltre 50 anni di burocrazia per costruire il nuovo cantiere navale. Un capannone che nella sua semplicità si intonava perfettamente con le costruzioni della zona, conferendole un aspetto piacevole e di buon gusto.

1919 - Veduta dei Cantieri Navali Gotuzzo con 3 velieri in costruzione; un quarto è  pronto al varo ed è il Brigantino Goletta MONTALTO

1900/1945 - Piazza degli Scogli

Così come veniva chiamata da Franco “Mario” Tommasino che è anche il costruttore del plastico conservato nell'Antica Casa Gotuzzo. E' la topografia esatta di Piazza Gagliardo.

Bibliografia: “Chiavari Marinara dall’Epoca Eroica della Vela - Storia del Rione Scogli” edito nel 1993 (testo tratto da un articolo di Luca Gibelli).

I quadri e le fotografie riprodotte fanno parte della collezione privata di Ernani Andreatta. Amedeo Devoto (1935-2013) è l’autore dei dipinti riprodotti.

A cura del webmaster Carlo GATTI

Rapallo, 12 Agosto 2014




Incrociatore BOLZANO - Un recupero eccezionale

Incrociatore Pesante

BOLZANO

UN RECUPERO ECCEZIONALE

 

Sommergibile britannico UMBROKEN

disegno da warshipsww2.eu

La classe britannica U era originariamente stata ideata come una serie di semplici e piccoli battelli specificatamente ideati per fungere da bersagli per altri sottomarini durante addestramenti.

Le necessità di guerra videro tuttavia un interessante sviluppo del progetto per poi giungere ad una classe prodotta in gran numero che vide il culmine del suo servizio nel Mediterraneo (grazie alle modeste dimensioni e alla maneggevolezza).

La terza (ed ultima) variante della classe, di cui faceva parte anche Unbroken, aveva visto una serie di miglioramenti rispetto al progetto originale.

Molte unità di questa classe vennero poi cedute alle marine Alleate che necessitavano di rinforzare i propri ranghi: Le flotte libere in esilio di Olanda, Francia, Norvegia, Polonia, Grecia, ed infine la flotta Sovietica, ricevettero battelli in prestito.

V-2 ex-Unbroken: Questo sottomarino aveva visto un grande servizio nella Flotta Britannica, le sue vittime furono quasi tutte italiane e furono:

I mercantili Edda, Bologna, la nave-pilota F-20/Enrica, il dragamine ausiliario n°17/Milano, affondati. Danneggia inoltre il veliero Vale Formoso-II e il mercantile Titania (quest'ultimo poi finito dal sottomarino Safari).

Danneggia anche la petroliera tedesca Regina.

Il suo attacco più importante fu però ovviamente il doppio siluramento il 13 Agosto 1942 degli incrociatori italiani Bolzano e Muzio Attendolo che vennero entrambi pesantemente danneggiati.

Nelle sei fotografie che seguono appaiono, in tutta la loro drammaticità, le condizioni dell’incrociatore pesante italiano BOLZANO (12.000 tonnellate), silurato nelle Isole Egadi, il 13 agosto 1942, dal sommergibile britannico UNBROKEN. Il BOLZANO, colpito a centro nave e arrestatosi in fiamme, nonostante i locali allagatisi per l’acqua che entrava dalla falla causata dall’esplosione di un siluro, fu portato ad incagliare, con il cavo da rimorchio, dal cacciatorpediniere GENIERE nei bassi fondali di Lisca Bianca nell’Isola Panarea, e ci vollero due giorni prima che l’incendio fosse domato.







I lavori di recupero, iniziati sul BOLZANO il 18 agosto, e che si svolsero, durante cinque settimane, sotto il pericolo di attacchi di aerei e di sommergibili, furono diretti  dal Comitato Progetto Navi, e con personale specializzato e attrezzature fatte affluire dagli arsenali di Taranto, Palermo e Messina, che evidentemente sapevano come lavorare bene e rapidamente, senza perdere tempo.

Il 15 settembre la nave poté essere sollevata dal fondale, e avendo raggiunto l’assetto sufficiente per affrontare una navigazione a rimorchio, l’indomani fu portata a Napoli, ove arrivò alle ore 19.00 trainata dai rimorchiatori TITANO TESEO e SALVATORE I. La navigazione di trasferimento, senza essere disturbata da nessun aereo o sommergibile nemico, si svolse alla velocità media di cinque nodi e mezzo, con l’assistenza di due cacciatorpediniere, una torpediniera e quattro cacciasommergibili.

Visto questo capolavoro di velocissimo recupero, resto alquanto scettico per quanto tempo ci è voluto per risollevare e portare via la COSTA CONCORDIA.

I lavori per risollevare il BOLZANO vennero realizzati senza disporre di una ben minima parte della sofisticata e computerizzata organizzazione impiegata sulla C.CONCORDIA della Ditta addetta ai lavori, e senza e il clamore che ha accompagnato il recupero di questa grande nave, in cui hanno lavorato tecnici provenioenti da mezzo mondo, e che ha fatto gridare al “miracolo”.

Sorvolo sulle bischerate della pericolosità del relitto per  la tranquillità e gli  eventuali speronamenti di Cetacei, e per la reclame, ridicola a mio parere, che si è fatta  la allarmata Ministra francese, a bordo di una nave da guerra francese.

Francesco MATTESINI

webmaster Carlo GATTI

Rapallo, 12 Agosto 2014








RAPALLO: " MAMMA... LI TURCHI" !

Rapallo: " mamma...li turchi " !

Ogni volta che si arriva in fondo alla passeggiata di Rapallo si rivede con piacere il Castello sul mare, opera che l’architetto Antonio Carabo realizzò nel 1551 e oggi assurto a logo della città; al mattino è lui il primo a vedere sorgere il sole e, la sera, è sempre lui a crogiolarsi agli ultimi raggi, prima di dargli la buonanotte. E’ talmente compenetrato nella gente di Rapallo, i “rapallini”, che c’è un laboratorio di pasta fresca che produce i <rapallotti> sorta di ravioli a foggia di Castello

Un simile armonioso paesaggio ha fatto scrivere a Vittorio G. Rossi <I miei occhi hanno visto tante cose nel mondo; ma queste sono le immagini delle mie radici di uomo; saranno dentro di me fin che io ci sarò >.


Rapallo – Torre di Punta Pagana

Pochi però riescono ad intravedere l’altro castello, il suo dirimpettaio proprio a ponente dell’entrata del golfo, oggi diroccato e seminascosto dal boschetto di San Michele di Pagana; è tutto ciò che resta del secondo “stipite del portale” a suo tempo edificato a difesa di Rapallo. Due baluardi contro le galee, le galeotte e le fuste dei pirati tunisini e algerini e non solo che, a metà del secolo XVI, seminarono il terrore in Liguria e nel Tigullio in particolare. Qui, quelle incursioni, furono più sofferte che altrove perché la cittadina, fedele suddita della vicina Repubblica di Genova, da questa s’aspettava d’esser difesa.

Prima di edificarne due così vicini, lo stesso compito era affidato a fortificazioni assai lontane fra loro, una a Sestri Levante e, l’altra a Portofino; ma all’epoca della loro costruzione non era ancora scattata  l’emergenza pirati.

Le realizzarono in epoche nelle quali, a solcare i mari, v’erano solo le navi delle flotte ufficiali dei vari regni che, a causa della loro mole, l’evidente lentezza e la difficile manovrabilità, necessitavano di veri e propri porti attrezzati per potersi ridossare o sbarcare; i barbareschi invece, utilizzando scattanti vascelli veloci spiaggiabili, furono i primi ad attuare, in ogni anfratto abitato, veloci incursioni e subitanee ritirate.

Non a caso ancor oggi, nel dialetto genovese, evidente retaggio dell’epoca, per indicare chi, operando con frettolosa superficialità pur di trarne un qualche immediato vantaggio non dà peso ai maggiori danni che procura, lo si definisce un <töccâ e brùxa >, tocca e brucia, proprio com’erano soliti fare quei predoni del mare.

Oggi si tende a fare confusione fra Pirati e Corsari: in realtà sono ruoli ben precisi.

I pirati, masnadieri senza scrupoli, dal 1400 al 1700 e con alterne recrudescenze, fecero passare notti e giorni insicuri a tutti gli abitanti delle due Riviere così frequentemente che, soltanto quando il mare era in burrasca, si potevano permettere di dormire una notte tranquilla.

I corsari invece erano altra cosa; dettero in più occasioni fastidio alle grandi potenze navali dell’epoca, le quali però, per anni li sopportarono perché, molto spesso faceva comodo dare loro l’incarico di compiere azioni nefaste verso gli avversari, permettendo ai mandanti di raggiungere l’infame scopo senza doversi esporre direttamente.



Patente di Corsa di Corsa di Guglielmo 3° Re d’Inghilterra, Scozia, Francia e Irlanda, ed un corsaro del 1600.


In altri casi gli Ammiragliati concedevano addirittura “patenti da corsa” ( da cuicorsari’) per compiere scorribande mirate. Molte volte però i ruoli furono talmente confusi o volutamente deviati che alcuni corsari finirono per divenire rispettabili comandanti nelle varie marinerie delle Loro Maestà e, alcuni capitani di queste, si procurarono cospicue pensioni tramutandosi in ricchi corsari. In entrambi i casi si tratta sempre di eccezionali uomini di mare.

Va’ precisato che i così detti “turchi”, non erano quelli che noi oggi individuiamo come abitanti dell’Anatolia; in quei secoli, tutto l’esotico era definito “turco”, come avvenne per lo sconosciuto mais, che fu chiamato subito “grano turco”.

Algerini, Berberi, abitanti del Nord-Africa e ribaldi navigatori nostrani costituivano il nucleo dei pirati che imperversavano sulle nostre coste, mentre gli attuali Turchi erano, all’epoca, arrivati sino in Grecia; lì v'impiantarono le basi per le loro scorribande, effettuate prevalentemente “davanti a casa”, vale a dire nel meridione d’Italia, imperversando in quel tratto di mare che bagna le due sponde. Il Canale d’Otranto e l’Adriatico in generale, essendo passaggi obbligati per le ricche navi veneziane, erano le loro acque “di pesca” preferite, anche se nel 888 si spinsero fino ad Olbia, cercando di crearvi una base per poter poi attaccare Roma e, nel 934, si spinsero addirittura sino a Genova, che misero a ferro e fuoco, portandosi via ben mille donne più gli ori ed i preziosi saccheggiati nelle Chiese.

Le sempre più frequenti razzie nei luoghi sacri, contribuirono non poco a farli apparire sacrileghi più di quanto, quei predatori, in realtà non fossero; bisogna pensare che le chiese, all’epoca, godevano dell’immunità extraterritoriale, riconosciuta e rispettata da tutti gli Stati “civili” (e chi voleva inimicarsi il Papa?). Erano sempre stati i luoghi ideali dove, in emergenza, porre al sicuro le donne affidando loro la custodia dei preziosi di famiglia. Lì radunate, pregavano per sé e per i loro uomini che sulle spiagge, nelle piazzette e nei carruggi, cercavano di opporre resistenza alle razzie dei pirati, convinte le ingenue, che pure i corsari avrebbero rispettato l’inviolabile sacralità del luogo. Così, purtroppo, non fu.


Khair ed Din (c.1480-1546)


Senza voler tediare con l’elencazione di nomi d’insolita e non sempre certa grafia, specie nei casi dei più noti, ricorderemo il famoso Khair ed-Din, fratello di Horuk Barbarossa, che aveva base in Costantinopoli; in realtà, si trattava d'Ariadeno Barbarossa, prima corsaro e, poi, Ammiraglio di Solimano I, re Ottomano (inizi del XVI secolo) che fu pure alleato di Francesco I, re di Francia. Fra le tante nefandezze a lui imputabili, c’è il tentativo di rapire la bella Giulia Gonzaga, per farne un “presente” al Sultano; per fortuna lei si salvò, ancorché in camicia, fuggendo precipitosamente nottetempo. Di lui ci resta la descrizione lasciataci dall’abate/ammiraglio Alberto Guglielmotti, scrittore di marineria e compilatore dell’insuperato <Vocabolario marino e militare>, più di mille pagine dedicate ai termini e ai fatti marinareschi, là dove così lo tratteggia <Di pelame rossiccio, di barba folta, di mediocre statura, di forza erculea, era specialmente sgradevole per un labbro spenzolato all’ingiù, che lo faceva alquanto bleso nel favellare, e davagli l’aria di vero pirata. Superbo, vendicativo, spietato e traditore>



Dragut visto dall’artista  Enzo Marciante


Altro pirata da menzionare fu Torghud detto Dragut, il terrore delle Riviere che, spesso, è indicato sotto differenti nomi che mutano da luogo a luogo; la sua diabolica abilità e destrezza e la rapidità degli spostamenti, riuscì a creargli la leggenda dell’onnipresenza.

In fine meritano menzione Ulugh e Kiling Al o Kurtog Al: la grande spada.

Tutti costoro, per certo, erano prima grandi uomini di mare e, purtroppo, in egual misura, ribaldi dall’improntitudine senza pari e, in più con una gran capacità di tessere reti d’informatori a loro fedeli e sempre attendibili. Gli stessi Sovrani, che ufficialmente li ostacolavano, spesso si avvalsero, naturalmente sottobanco, delle loro capacità di saper valutare in base alle conoscenze. Altre volte li utilizzarono per verificare in anticipo, la possibilità di riuscire a portare a buon fine, certe loro mire espansionistiche; più spesso però, li usavano per infastidire o defraudare e indebolire i rivali e, senza doversi rivelare, fare sì che fossero le prede predestinate ad offrire il fianco, onde giustificare agli occhi del mondo, proditorie dichiarazioni di guerre.

Genova, purtroppo, li conobbe non appena i propri commerci suscitarono invidie e rancori fra i vari Re e Principi di mezza Europa, nonché fra i potentati arabi e del medio oriente; non è altrimenti spiegabile il perché questi corsari riuscissero, sia pure alla presenza di Stati fra loro rivali, ad imperversare, vessando tutti per ben tre secoli.

Per meglio capire il loro subdolo utilizzo, può valere quanto accadde nel 1560, ad Emanuele Filiberto, Duca di Savoia che, dopo aver recuperato nel ‘59 il proprio ducato, grazie al sostegno offertogli dalla Spagna contro la Francia, ne risanò le finanze ed, in fine, andò a riposarsi a Villefranche, nell’attuale Costa Azzurra. Non appena la cosa giunse all’informato orecchio del famoso Occhial, rinnegato calabrese che si spacciava per Algerino, con una squadra di galere e dopo aver saccheggiato Taggia e bruciato quel che rimaneva di Roquebrune del Signore di Monaco, già che era in zona e “per rientrare delle spese”, non perse le vecchie abitudini e si propose di assalire Villefranche.

Appena il Savoia fu informato di questo piano e, sapendo che Occhial con quest’ultima incursione avrebbe concluso il ciclo delle programmate empietà in zona, chiese immediato aiuto a Nizza. Prima però che dalla vicina Città arrivassero i richiesti e accordati, a parole, rinforzi, il corsaro attaccò Villefranche, segno evidente che anch’esso, perfettamente a conoscenza dei piani del Duca, poté contare sul fatto che nessuno avrebbe, di fatto, inviato gli aiuti richiesti, quantomeno sino a che lui non avesse portato a compimento il suo piano criminoso.

Da quell’attacco il solo Emanuele Filiberto si salvò grazie ad una non certo dignitosa, ma sicuramente provvidenziale, fuga a gambe levate; chi, nell’occasione, non fu ucciso fu fatto schiavo. Questa delle fughe per salvarsi pare sia un “debole” di famiglia, reiterato negli anni!

Per riscattare i suoi, il Savoia, dovette intaccare fortemente le esigue ed appena ricostituite finanze statali, sborsando ben dodicimila scudi, che, all’atto pratico, si rivelarono pure insufficienti. L’improntitudine del ribaldo fu tale che lo spinse addirittura a pretendere di voler baciare la mano, in segno di pacchiana deferenza, alla Duchessa Margherita, figlia di Francesco I, Re di Francia; facendo buon viso a cattiva sorte, fu accontentato visto che non c’era altra scelta. Corse però voce che lo sfrontato non seppe mai di aver baciato la mano ad una semplice fantesca, travestita per l’occasione: noblesse oblige!

Non solo i Monarchi sfruttarono, in determinati casi, i pirati per poter, restando nell’ombra, far con la forza risolvere ad altri i loro problemi economici, ma anche modesti popolani, n’ottimizzarono la presenza per rivitalizzare le loro eternamente vuote saccocce.

Non pochi abitanti delle Cinque terre si arruolarono al servizio di quei marrani che, operando nel Sud (Toscana e Lazio), trovavano poi riparo al Nord, negli anfratti delle Cinque terre per l’appunto.

Dopo aver partecipato per qualche tempo alle scorribande, i volontari tornavano in patria e, riassettata la casetta, pagati i pochi debiti, anche allora come oggi a chi non aveva soldi non era concesso credito e, offerto l'obolo purificatore alla Chiesa del borgo, ritornavano rispettabili contadini o pescatori ma, con davanti, un avvenire meno gramo. Il poter prendere contatto con i possibili “datori di lavoro” era facilitato dal fatto che in quelle insenature, non raggiungibili da strade percorribili, tagliate fuori dal resto del mondo e al cui isolamento va, oggi, il merito di avercele fatte arrivare intatte, trovavano sicuro riparo molti corsari; gli abitanti dei luoghi erano talmente poveri da non aver mai fatto gola ai predatori così che, questi ultimi, non risultavano neppure invisi, anzi. Infatti i pirati, durante quelle soste, rifornivano le loro poco capienti cambuse dando lavoro ai locali e, ben protetti, architettare nuove incursioni alle ricche navi che transitavano un poco più al largo dei siti nei quali si nascondevano.

E’ indubbio che in Liguria il 1500 va ricordato come il secolo del loro massimo strapotere; l’essere continuamente vessati, obbligò i paesi rivieraschi, da sempre in lite uno contro l’altro, a modificare, adattando alle nuove esigenze, oltre che la mentalità, persino le rispettive strutture urbane, se volevano proteggersi. Un esempio lo si può avere ancora oggi a Rapallo, osservando l’architettura che costeggia l’attuale bella passeggiata. Le vecchie case, all’epoca costruite al limitare della spiaggia, avevano i muri prospicienti il mare più spessi e robusti degli altri; furono aperte quelle minime indispensabili finestrelle realizzandole in alto, così da renderle meno raggiungibili e, essendo piccole, più facilmente ostruibili; solo ai piani superiori qualche utile balconcino per avvistare l’arrivo dei predatori. Questa catena di case vicine una all’altra, quasi mura di un fortilizio, erano interrotte solo per accedere al mare, da piccoli varchi da cui si dipartiva il “carruggio”, il vicolo ligure, facile da rendere inagibile scaraventandovi dalle finestre le masserizie domestiche, così da formare una barriera difficilmente scavalcabile.

Ciò nonostante tutto questo si rivelò, troppo spesso, inutile perché i predoni potevano, sempre più, contare su qualche delatore che, per un pò di danari, apriva loro dall’interno le porte della cittadina.


Stemma della Repubblica di Genova

Resisi conto dell’inutilità degli sforzi compiuti autonomamente, i capipopolo dei vari borghi sino allora fieri della loro indipendenza, dovettero chiedere protezione a Genova, accettandone le condizioni in cambio di costruzioni fortificate e relative guarnigioni armate. La Repubblica accettò ma impose che i forti che essa avrebbe costruito, fossero realizzati a spese dei richiedenti i quali, se lo volevano, potevano anche contare su di un corpo di guardia che, naturalmente, dovevano impegnarsi a pagare. Questa è anche la storia dell’Antico Castello di Rapallo e del suo dirimpettaio.

Risale a quell’epoca la creazione della catena di torri d’avvistamento distribuite lungo l’intera costa e, qua e là, realizzate pure lungo i primi tratti delle vallate che davano facile accesso all’entroterra, specie quelle che aprivano al Piemonte; un vero e proprio sistema di comunicazione visiva. Nonostante tutte queste precauzioni, purtroppo il sistema segnaletico si rivelò, in molte occasioni, inefficiente; il vero problema consisteva nel mancato controllo del mare, perché era proprio da là che bisognava assolutamente reprimere sul nascere le incursioni.

Tutte le marinerie ne lamentavano il disagio tanto che la Repubblica di Genova, a metà del 1400, noleggiò <per due mesi due navi a seimila lire > da tale Battista Aicardo, nome di battaglia <Scaranchio>, nativo dell’attuale Porto Maurizio, affinché con le sue trireme <operasse contro i mercanti > barbareschi.

Costui, estendendo arbitrariamente il mandato ricevuto e sentendosi protetto da tanta committenza, non esitò ad assalire, pro domo sua, anche legni non strettamente corsari; ne fecero le spese Pisa e Firenze che subito si lagnarono con Genova, richiedendo cospicui risarcimenti. La Repubblica, per tutta risposta, fece orecchio da mercante (e ti pareva!), forte del fatto che il mariuolo, pirata metropolitano ante litteram, effettivamente era un cittadino ligure ma non genovese e, quindi, non soggetto a rispettare ne le leggi vigenti a Genova ne gli accordi da essa sottoscritti con terzi.

Il “Nostro”, sempre più impunito, presumendo di aver sempre le spalle coperte, osò attaccare persino le navi del Re del Portogallo: apriti cielo. Scoppiò il finimondo e solo l’energico intervento del Papa, che Genova aveva sempre rispettato e la cui benevolenza le era indispensabile per essere, a sua volta, rispettata, riuscì a riappacificare gli animi.

Già allora, come ancor oggi capita quando l’Autorità rinuncia al suo ruolo, la pirateria invase quei “vuoti” e ben presto si propagò in tutto il Mediterraneo e sulla di lei scia impunita, altri si attrezzarono per solcare i mari con eguali intenti ribaldi.

Uno per tutti fu il “corso” Nando Anechino, specializzatosi nel depredare navi tunisine; in altre parole <andava a rubare ai ladri >. Un bel giorno il Bey di Tunisi si stufò e, per rappresaglia contro i danni infertigli dal corso, fece rapire alcuni abitanti di Bonifacio, città natale dell’Anechino, e pretese, per liberarli, gli fossero pagate forti somme per il riscatto.


Carlo V – Re di Spagna


Ammiraglio Andrea Doria


Da parte sua, Carlo V, Re di Spagna, amico personale del nostro Andrea Doria, lo incaricò di disinfestare i mari dai pirati; il Doria li combattè con tale abilità e fervore, che il suo nome, presso i barbareschi, era sinonimo di Capitano tremendo, mitico e irresistibile.

Tanto rigore per il buon nome di Genova? Certamente sì, ma non è da sottovalutare l’allettante incentivo che gli si offrì; tenersi tutto ciò che catturava. Lui, fatti rapidamente un po’ di conti, per…. obbedienza, accettò.

Il Doria, più filibustiere di loro, si arricchì a dismisura tanto che, si racconta, quando organizzò un pranzo per Carlo V, ospite sul suo galeone alla fonda davanti al suo Palazzo di Principe, dove oggi c’è la Stazione Marittima di Genova, a fine pasto fece scaraventare in mare, con la scusa di non perdere tempo a lavarlo e dimostrare così la sua potenza economica, tutto il servizio da tavola che pare fosse in oro; però il regale ospite non seppe mai che, preventivamente, tutt’attorno al vascello erano state tese reti, così da recuperare tutto ciò che, con non curanza plateale, era stato buttato a mare.

Una buona parte della sua ricchezza, derivante da quell’incarico è attribuibile al fatto che le navi corsare catturate erano sempre cariche di tesori, sovente appena sottratti ai legittimi proprietari, a volte pure spagnoli, sudditi del suo fraterno amico Carlo V. Ma questo il Doria non era tenuto, formalmente, a saperlo perché i patti erano chiari: poteva tenersi tutto il catturato ma se dall’assalto non fosse uscito bottino, i costi per effettuarlo sarebbero stati esclusivamente a suo carico. Pare che navi vuote non ne trovasse mai o, se doppiandole le riteneva tali, mai le attaccò per catturarle.

Nel caso in cui gli infedeli fossero stati più forti, il Barbarossa lo testimonia, il nostro si guardava bene dall’attaccarli anzi, se li teneva buoni con allettanti regalie, anch’esse, c’è da giurarci, frutto di razzie su navi di loro colleghi meno abili o, come diremmo oggi, privi di  “Santi in Paradiso”.

Strano condottiero questo Doria; ligure, era nato ad Oneglia a metà del 1400, rimase per anni al servizio del Re del Portogallo in veste d’Ammiraglio sino a quando, nel 1529, la Repubblica di Genova, padrona dell’intera Liguria, lo chiamò in Patria con l’arduo compito di mettere ordine in città. Era l’uomo giusto perché “furesto”, in quanto non nato in Genova città, ma comunque ligure e che, grazie all’aver vissuto all’estero, non era compromesso con le faide che dilaniavano la Repubblica e che lui era chiamato a sedare; lui accettò, ponendo alcune condizioni.

Volle essere nominato <Dittatore o Duce > e abitare al di fuori delle mura; conoscendo bene i suoi concittadini dediti a intrighi e  continue faide (la cosa non è cambiata di molto, ecco perché Genova fa fatica a decollare), si costruì un palazzo autosufficiente a Fassolo, appena fuori la porta a ponente della Città, quella di San Tomaso; oggi il suo Palazzo, il Doria Panfili, restaurato e reso efficiente dai suoi successori, è visitabile. Lo dotò di un porto, si circondò d'orti, frutteti e limoneti e si garantì l’acqua dolce, realizzando al Lagaccio, un’altura sopra il Palazzo, un laghetto, “lagaccio” per l’appunto, per contenervela.



...al centro si può notare lo stemma della famiglia

Doria. Palazzo del Principe, sulla facciata una lapide ricorda uno dei più celebri ospiti...


Invitava a Palazzo solo chi lui riteneva suo pari, vale a dire tutti i vari Monarchi europei, tranne che i genovesi e, ovviamente, i francesi per non dispiacere al suo amico Carlo V. Per rendere pubblico questo loro rapporto d’amicizia murò, per tutta la lunghezza della facciata del palazzo, un fascione marmoreo sul quale fece incidere, a caratteri cubitali, l’esaltazione di questa loro solidarietà che ancor oggi è leggibile. Visse sino a tarda età con la sua adorata moglie, Peretta Usodimare, ed un gatto, che volle immortalato vicino a lui, nel suo unico ritratto ufficiale giuntoci.

Ma torniamo ai pirati che, prima del suo intervento, si erano creati, sequestrando qui e rapendo là, un fiorente mercato, frutto dei riscatti che venivano loro pagati per liberare i rapiti. Questi ultimi, se non rapidamente affrancati, finivano offerti sul mercato degli schiavi nordafricano.

Nelle loro oculate razzie, rapivano di preferenza giovani, artigiani, benestanti e non esclusivamente, come a volte si crede, donne; la richiesta di riscatto avrebbe avuto più facile presa se la “merce” offerta era di maggior pregio ed il “vuoto” lasciato presso i loro padroni, difficilmente colmabile.

Gli episodi eroici da parte degli assaliti furono molti; la sera del 2 Luglio 1637, approfittando della stanchezza della gente di Ceriale, che aveva festeggiato la ricorrenza della <Visitazione della B.V.Maria>, trascorrendo la giornata fra processione, suoni e balli, otto galere <turche > sbucarono silenziosamente dal buio ormai avanzato e, giocando sull’incredula sorpresa e la rilassatezza di tutti, portarono via, oltre agli ori e alle suppellettili pregiate, anche 100, ma c’è chi ha scritto 350, cittadini. Fra loro il Capitano Tomasio con l’intera sua famiglia, il signor Lazzaro Testa e le due Carenzio, madre e figlia.

Il fidanzato di quest’ultima, figlio del signor Testa, fu ucciso sulla battigia mentre, folle di rabbia, tentava da solo di liberare i rapiti fra cui appunto la sua fidanzata: disperato gesto di un giovane generoso.

Ottant’anni prima, a Rapallo, all’alba del 4 Luglio del 1549 (in Luglio il nostro mare è abitualmente calmo), Dragut, forte di ventuno navi, decise un’irruzione; addormentatesi, dopo una notte insonne, le scolte disposte a guardia sui vari terrazzini delle case alte, da qui il nome di “terrazzani” con cui s'indicavano quegli incaricati, il pirata poté facilmente rapire oltre cento rapallini <fra i quali furono alcune vergini belle >. Le urla, il frastuono e le bestemmie degli infedeli risvegliarono anche Bartolomeo Maggiocco <grazioso giovane ventenne > che subito si precipitò dalla di lui fidanzata, Giulia Giudice, abitante dove adesso c’è la porta del Sale, una di quelle d’accesso alla città, e la trasse in salvo sulla collina, combattendo.



L’episodio, vista la conclusione felice, poteva essere ormai dimenticato se il pittore Primi, non ne avesse tratto un quadro, oggi nell’aula consigliare del Comune di Rapallo. Vi è raffigurato il giovine armato d’ascia mentre spacca la testa ad un assalitore, sorreggendo, con l’altro braccio, la fanciulla che, come ogni vergine che si rispetti, penzola ormai svenuta per il terrore, secondo i canoni della pittura romantica.

Come si può intuire, il mercato dei rapiti era fonte d’utili immediati per i pirati che trovavano, nelle nostre frastagliate coste inaccessibili da terra, ottimi ridossi; all’epoca la strada di cornice, che noi chiamiamo Aurelia, non era dove oggi la vediamo ma correva assai più in alto, arretrata e angusta e i pirati trovarono nelle inespugnabili caverne accessibili solo via mare, idonee prigioni per ammassarvi i prigionieri. Erano veri e propri <santuari > mutuando un termine nato con la guerra del Vietnam. Sistemati logisticamente come abbiamo detto, il loro non fu un mercato frettoloso, perché entro certi tempi, ci guadagnavano comunque, potendo contare sui rapiti per avere mano d’opera gratis e, dalle donne, non solo quella. Nell’ipotesi poi che nessuno si fosse fatto vivo per riscattarli, i prigionieri si potevano sempre rivendere come schiavi, l’abbiamo già visto, sui mercati del Nord- Africa.

Quelli che erano rapiti a Rapallo o a Prà, potevano essere esitati dopo qualche giorno a Sanremo e, quelli del posto, offerti a Nizza. Per i parenti di quei disgraziati era un continuo peregrinare per i vari borghi, sperando di poterli riscattare o, in mancanza di soldi, semplicemente rivedere o avere notizie di quelli che in quel momento non figuravano fra i presenti.

Per razionalizzare tutto questo e per aver maggior “peso contrattuale”, i vari Borghi si coordinarono dando il pietoso incarico alle Autorità locali, autorizzate a prelevare i fondi necessari dal montante messo loro a disposizioni da parenti o amici o dai signorotti presso i quali i rapiti prestavano servizio, sino ad arrivare, nei casi di personaggi utili alla comunità, ad attingere a speciali fondi comunali.



....nel cuore del centro abitato, denominato "dei Bianchi" per il colore delle cappe dei confratelli che, incappucciati e con in mano il flagello, vediamo effigiati nella lapide marmorea quattrocentesca murata all'esterno dell'edificio in vico della Rosa.

C’è da supporre che quest’ultima iniziativa non funzionasse a dovere (già da allora i Comuni non sempre erano efficienti) se è vero che fu necessario creare vere e proprie <Confraternite per il riscatto > a che, utilizzando anche fondi raccolti dalle varie Casacce ormai divenute importante realtà sul territorio, provvedessero a riscattarli.

La stessa Repubblica di Genova dovette istituzionalizzare quest'incombenza, istituendo il <Magistrato dei Riscatti > che non dovette, pure lui, brillare in efficienza se, come scrive il Calvini <L’attività di quest'istituzione….è quasi totalmente sconosciuta >; effettivamente racimolare soldi, per tentare il baratto, non era poi così facile in tempi in cui, troppo frequenti erano le incursioni barbaresche.

Poteva capitare che beni cointestati a più persone, rendessero difficile la loro sollecita monetizzazione, perché i soci, non sempre direttamente parenti del rapito, non volevano vendere o, come proponevano loro gli onnipresenti usurai facendo leva sull’urgenza, svendere; così sino a che la cosa non si definiva, lo sventurato, mal nutrito ed in catene, era esibito, di volta in volta sulle spiagge, attendendo che qualcuno, mentre il tempo scorreva, ne pagasse il riscatto liberatorio.

L’amore parentale non sembra essere sempre stato, neppure allora, la molla della solidarietà se è vero, com’è vero, che la comunità di Laigueglia, nel 1583, lamentava di aver riscattato quarant’anni prima alcuni suoi concittadini e di non aver ancora ricevuto il dovuto saldo, ammontante a 2000 scudi.

Per i non riscattati, l’essere venduti in Africa voleva dire abbandonare ogni speranza di poter tenere i contatti con chi avrebbe potuto, forse, pagare il richiesto; i disservizi oggi esistenti colà, ci possono dare un’idea di come potevano funzione le comunicazioni all’epoca.

Quest'andazzo, con i suoi alti e bassi, cessò soltanto alla fine del ‘700 anche se, ancora nel 1800, si ha testimonianza, sebbene eccezionale, d’un atto di pirateria per riscatto. Con certezza si sa che il primo atto di quest'attività fu l’attacco ad Otranto nel 1480, importante scalo commerciale in mano ai genovesi, sferrato per ordine del Sultano. Vi si consumò una strage così disumana che lo stesso Sultano ordinò che, Sadik Ahmed Pascià, responsabile della spedizione, fosse, a causa della ferocia e del sadismo profuso (premonizione dei nomi!), fosse impiccato in sua presenza utilizzando, allo scopo, una corda per arco; d’altro canto il suo servizio l’aveva reso, e, impiccandolo, si sarebbe risparmiato di riconoscergli il premio pattuito. Spesso fu l’orrido a decidere il pagamento dei riscatti giocando un ruolo importante nelle trattative fra i Capi responsabili; i barili d’orecchie o altre parti del corpo, mozzate ai prigionieri ed esibiti per forzare un pagamento, non si contano.

Ci assale un dubbio; quei reperti dei subalterni, recapitati ai rispettivi capi per indurli a muoversi a pietà non è che, una volta fattane la conta, il ricevente potesse avere una esatta percezione di quanti dei suoi aveva perduti e, conseguentemente, ne traesse le debite conclusioni, così da non ritentarci più o almeno attendere, prima di vendicarsi, di averli tutti rimpiazzati?

Con simili biglietti da visita è facile intuire l’alone di terrore    che circondasse i pirati. Basti pensare che quando le razzie delle galeotte erano ormai un lontano ricordo, era ancora talmente forte la psicosi che, una notte tre giovani di Pegli, oggi circoscrizione di Genova, sbarcarono da un leudo sulla vicina spiaggia di Voltri e, uno di loro, tale Rosso, per scherzo urlò <i Turchi, i Turchi > che <per fare ciò ha fatto mettere tutte le persone sottosopra > così come ha diligentemente verbalizzato il Capitano delle Guardie, certo Lazagna da Voltri.

Renzo BAGNASCO

Tratto dal libro: "LIGURIA, AMORE MIO"  di Renzo Bagnasco - Mursia Editore

Rapallo, 13 Agosto 2014

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