Rapallo: ” mamma…li turchi ” !

Ogni volta che si arriva in fondo alla passeggiata di Rapallo si rivede con piacere il Castello sul mare, opera che l’architetto Antonio Carabo realizzò nel 1551 e oggi assurto a logo della città; al mattino è lui il primo a vedere sorgere il sole e, la sera, è sempre lui a crogiolarsi agli ultimi raggi, prima di dargli la buonanotte. E’ talmente compenetrato nella gente di Rapallo, i “rapallini”, che c’è un laboratorio di pasta fresca che produce i <rapallotti> sorta di ravioli a foggia di Castello

Un simile armonioso paesaggio ha fatto scrivere a Vittorio G. Rossi <I miei occhi hanno visto tante cose nel mondo; ma queste sono le immagini delle mie radici di uomo; saranno dentro di me fin che io ci sarò >.


Rapallo – Torre di Punta Pagana

Pochi però riescono ad intravedere l’altro castello, il suo dirimpettaio proprio a ponente dell’entrata del golfo, oggi diroccato e seminascosto dal boschetto di San Michele di Pagana; è tutto ciò che resta del secondo “stipite del portale” a suo tempo edificato a difesa di Rapallo. Due baluardi contro le galee, le galeotte e le fuste dei pirati tunisini e algerini e non solo che, a metà del secolo XVI, seminarono il terrore in Liguria e nel Tigullio in particolare. Qui, quelle incursioni, furono più sofferte che altrove perché la cittadina, fedele suddita della vicina Repubblica di Genova, da questa s’aspettava d’esser difesa.

Prima di edificarne due così vicini, lo stesso compito era affidato a fortificazioni assai lontane fra loro, una a Sestri Levante e, l’altra a Portofino; ma all’epoca della loro costruzione non era ancora scattata  l’emergenza pirati.

Le realizzarono in epoche nelle quali, a solcare i mari, v’erano solo le navi delle flotte ufficiali dei vari regni che, a causa della loro mole, l’evidente lentezza e la difficile manovrabilità, necessitavano di veri e propri porti attrezzati per potersi ridossare o sbarcare; i barbareschi invece, utilizzando scattanti vascelli veloci spiaggiabili, furono i primi ad attuare, in ogni anfratto abitato, veloci incursioni e subitanee ritirate.

Non a caso ancor oggi, nel dialetto genovese, evidente retaggio dell’epoca, per indicare chi, operando con frettolosa superficialità pur di trarne un qualche immediato vantaggio non dà peso ai maggiori danni che procura, lo si definisce un <töccâ e brùxa >, tocca e brucia, proprio com’erano soliti fare quei predoni del mare.

Oggi si tende a fare confusione fra Pirati e Corsari: in realtà sono ruoli ben precisi.

I pirati, masnadieri senza scrupoli, dal 1400 al 1700 e con alterne recrudescenze, fecero passare notti e giorni insicuri a tutti gli abitanti delle due Riviere così frequentemente che, soltanto quando il mare era in burrasca, si potevano permettere di dormire una notte tranquilla.

I corsari invece erano altra cosa; dettero in più occasioni fastidio alle grandi potenze navali dell’epoca, le quali però, per anni li sopportarono perché, molto spesso faceva comodo dare loro l’incarico di compiere azioni nefaste verso gli avversari, permettendo ai mandanti di raggiungere l’infame scopo senza doversi esporre direttamente.



Patente di Corsa di Corsa di Guglielmo 3° Re d’Inghilterra, Scozia, Francia e Irlanda, ed un corsaro del 1600.


In altri casi gli Ammiragliati concedevano addirittura “patenti da corsa” ( da cuicorsari’) per compiere scorribande mirate. Molte volte però i ruoli furono talmente confusi o volutamente deviati che alcuni corsari finirono per divenire rispettabili comandanti nelle varie marinerie delle Loro Maestà e, alcuni capitani di queste, si procurarono cospicue pensioni tramutandosi in ricchi corsari. In entrambi i casi si tratta sempre di eccezionali uomini di mare.

Va’ precisato che i così detti “turchi”, non erano quelli che noi oggi individuiamo come abitanti dell’Anatolia; in quei secoli, tutto l’esotico era definito “turco”, come avvenne per lo sconosciuto mais, che fu chiamato subito “grano turco”.

Algerini, Berberi, abitanti del Nord-Africa e ribaldi navigatori nostrani costituivano il nucleo dei pirati che imperversavano sulle nostre coste, mentre gli attuali Turchi erano, all’epoca, arrivati sino in Grecia; lì v’impiantarono le basi per le loro scorribande, effettuate prevalentemente “davanti a casa”, vale a dire nel meridione d’Italia, imperversando in quel tratto di mare che bagna le due sponde. Il Canale d’Otranto e l’Adriatico in generale, essendo passaggi obbligati per le ricche navi veneziane, erano le loro acque “di pesca” preferite, anche se nel 888 si spinsero fino ad Olbia, cercando di crearvi una base per poter poi attaccare Roma e, nel 934, si spinsero addirittura sino a Genova, che misero a ferro e fuoco, portandosi via ben mille donne più gli ori ed i preziosi saccheggiati nelle Chiese.

Le sempre più frequenti razzie nei luoghi sacri, contribuirono non poco a farli apparire sacrileghi più di quanto, quei predatori, in realtà non fossero; bisogna pensare che le chiese, all’epoca, godevano dell’immunità extraterritoriale, riconosciuta e rispettata da tutti gli Stati “civili” (e chi voleva inimicarsi il Papa?). Erano sempre stati i luoghi ideali dove, in emergenza, porre al sicuro le donne affidando loro la custodia dei preziosi di famiglia. Lì radunate, pregavano per sé e per i loro uomini che sulle spiagge, nelle piazzette e nei carruggi, cercavano di opporre resistenza alle razzie dei pirati, convinte le ingenue, che pure i corsari avrebbero rispettato l’inviolabile sacralità del luogo. Così, purtroppo, non fu.


Khair ed Din (c.1480-1546)


Senza voler tediare con l’elencazione di nomi d’insolita e non sempre certa grafia, specie nei casi dei più noti, ricorderemo il famoso Khair ed-Din, fratello di Horuk Barbarossa, che aveva base in Costantinopoli; in realtà, si trattava d’Ariadeno Barbarossa, prima corsaro e, poi, Ammiraglio di Solimano I, re Ottomano (inizi del XVI secolo) che fu pure alleato di Francesco I, re di Francia. Fra le tante nefandezze a lui imputabili, c’è il tentativo di rapire la bella Giulia Gonzaga, per farne un “presente” al Sultano; per fortuna lei si salvò, ancorché in camicia, fuggendo precipitosamente nottetempo. Di lui ci resta la descrizione lasciataci dall’abate/ammiraglio Alberto Guglielmotti, scrittore di marineria e compilatore dell’insuperato <Vocabolario marino e militare>, più di mille pagine dedicate ai termini e ai fatti marinareschi, là dove così lo tratteggia <Di pelame rossiccio, di barba folta, di mediocre statura, di forza erculea, era specialmente sgradevole per un labbro spenzolato all’ingiù, che lo faceva alquanto bleso nel favellare, e davagli l’aria di vero pirata. Superbo, vendicativo, spietato e traditore>



Dragut visto dall’artista  Enzo Marciante


Altro pirata da menzionare fu Torghud detto Dragut, il terrore delle Riviere che, spesso, è indicato sotto differenti nomi che mutano da luogo a luogo; la sua diabolica abilità e destrezza e la rapidità degli spostamenti, riuscì a creargli la leggenda dell’onnipresenza.

In fine meritano menzione Ulugh e Kiling Al o Kurtog Al: la grande spada.

Tutti costoro, per certo, erano prima grandi uomini di mare e, purtroppo, in egual misura, ribaldi dall’improntitudine senza pari e, in più con una gran capacità di tessere reti d’informatori a loro fedeli e sempre attendibili. Gli stessi Sovrani, che ufficialmente li ostacolavano, spesso si avvalsero, naturalmente sottobanco, delle loro capacità di saper valutare in base alle conoscenze. Altre volte li utilizzarono per verificare in anticipo, la possibilità di riuscire a portare a buon fine, certe loro mire espansionistiche; più spesso però, li usavano per infastidire o defraudare e indebolire i rivali e, senza doversi rivelare, fare sì che fossero le prede predestinate ad offrire il fianco, onde giustificare agli occhi del mondo, proditorie dichiarazioni di guerre.

Genova, purtroppo, li conobbe non appena i propri commerci suscitarono invidie e rancori fra i vari Re e Principi di mezza Europa, nonché fra i potentati arabi e del medio oriente; non è altrimenti spiegabile il perché questi corsari riuscissero, sia pure alla presenza di Stati fra loro rivali, ad imperversare, vessando tutti per ben tre secoli.

Per meglio capire il loro subdolo utilizzo, può valere quanto accadde nel 1560, ad Emanuele Filiberto, Duca di Savoia che, dopo aver recuperato nel ‘59 il proprio ducato, grazie al sostegno offertogli dalla Spagna contro la Francia, ne risanò le finanze ed, in fine, andò a riposarsi a Villefranche, nell’attuale Costa Azzurra. Non appena la cosa giunse all’informato orecchio del famoso Occhial, rinnegato calabrese che si spacciava per Algerino, con una squadra di galere e dopo aver saccheggiato Taggia e bruciato quel che rimaneva di Roquebrune del Signore di Monaco, già che era in zona e “per rientrare delle spese”, non perse le vecchie abitudini e si propose di assalire Villefranche.

Appena il Savoia fu informato di questo piano e, sapendo che Occhial con quest’ultima incursione avrebbe concluso il ciclo delle programmate empietà in zona, chiese immediato aiuto a Nizza. Prima però che dalla vicina Città arrivassero i richiesti e accordati, a parole, rinforzi, il corsaro attaccò Villefranche, segno evidente che anch’esso, perfettamente a conoscenza dei piani del Duca, poté contare sul fatto che nessuno avrebbe, di fatto, inviato gli aiuti richiesti, quantomeno sino a che lui non avesse portato a compimento il suo piano criminoso.

Da quell’attacco il solo Emanuele Filiberto si salvò grazie ad una non certo dignitosa, ma sicuramente provvidenziale, fuga a gambe levate; chi, nell’occasione, non fu ucciso fu fatto schiavo. Questa delle fughe per salvarsi pare sia un “debole” di famiglia, reiterato negli anni!

Per riscattare i suoi, il Savoia, dovette intaccare fortemente le esigue ed appena ricostituite finanze statali, sborsando ben dodicimila scudi, che, all’atto pratico, si rivelarono pure insufficienti. L’improntitudine del ribaldo fu tale che lo spinse addirittura a pretendere di voler baciare la mano, in segno di pacchiana deferenza, alla Duchessa Margherita, figlia di Francesco I, Re di Francia; facendo buon viso a cattiva sorte, fu accontentato visto che non c’era altra scelta. Corse però voce che lo sfrontato non seppe mai di aver baciato la mano ad una semplice fantesca, travestita per l’occasione: noblesse oblige!

Non solo i Monarchi sfruttarono, in determinati casi, i pirati per poter, restando nell’ombra, far con la forza risolvere ad altri i loro problemi economici, ma anche modesti popolani, n’ottimizzarono la presenza per rivitalizzare le loro eternamente vuote saccocce.

Non pochi abitanti delle Cinque terre si arruolarono al servizio di quei marrani che, operando nel Sud (Toscana e Lazio), trovavano poi riparo al Nord, negli anfratti delle Cinque terre per l’appunto.

Dopo aver partecipato per qualche tempo alle scorribande, i volontari tornavano in patria e, riassettata la casetta, pagati i pochi debiti, anche allora come oggi a chi non aveva soldi non era concesso credito e, offerto l’obolo purificatore alla Chiesa del borgo, ritornavano rispettabili contadini o pescatori ma, con davanti, un avvenire meno gramo. Il poter prendere contatto con i possibili “datori di lavoro” era facilitato dal fatto che in quelle insenature, non raggiungibili da strade percorribili, tagliate fuori dal resto del mondo e al cui isolamento va, oggi, il merito di avercele fatte arrivare intatte, trovavano sicuro riparo molti corsari; gli abitanti dei luoghi erano talmente poveri da non aver mai fatto gola ai predatori così che, questi ultimi, non risultavano neppure invisi, anzi. Infatti i pirati, durante quelle soste, rifornivano le loro poco capienti cambuse dando lavoro ai locali e, ben protetti, architettare nuove incursioni alle ricche navi che transitavano un poco più al largo dei siti nei quali si nascondevano.

E’ indubbio che in Liguria il 1500 va ricordato come il secolo del loro massimo strapotere; l’essere continuamente vessati, obbligò i paesi rivieraschi, da sempre in lite uno contro l’altro, a modificare, adattando alle nuove esigenze, oltre che la mentalità, persino le rispettive strutture urbane, se volevano proteggersi. Un esempio lo si può avere ancora oggi a Rapallo, osservando l’architettura che costeggia l’attuale bella passeggiata. Le vecchie case, all’epoca costruite al limitare della spiaggia, avevano i muri prospicienti il mare più spessi e robusti degli altri; furono aperte quelle minime indispensabili finestrelle realizzandole in alto, così da renderle meno raggiungibili e, essendo piccole, più facilmente ostruibili; solo ai piani superiori qualche utile balconcino per avvistare l’arrivo dei predatori. Questa catena di case vicine una all’altra, quasi mura di un fortilizio, erano interrotte solo per accedere al mare, da piccoli varchi da cui si dipartiva il “carruggio”, il vicolo ligure, facile da rendere inagibile scaraventandovi dalle finestre le masserizie domestiche, così da formare una barriera difficilmente scavalcabile.

Ciò nonostante tutto questo si rivelò, troppo spesso, inutile perché i predoni potevano, sempre più, contare su qualche delatore che, per un pò di danari, apriva loro dall’interno le porte della cittadina.


Stemma della Repubblica di Genova

Resisi conto dell’inutilità degli sforzi compiuti autonomamente, i capipopolo dei vari borghi sino allora fieri della loro indipendenza, dovettero chiedere protezione a Genova, accettandone le condizioni in cambio di costruzioni fortificate e relative guarnigioni armate. La Repubblica accettò ma impose che i forti che essa avrebbe costruito, fossero realizzati a spese dei richiedenti i quali, se lo volevano, potevano anche contare su di un corpo di guardia che, naturalmente, dovevano impegnarsi a pagare. Questa è anche la storia dell’Antico Castello di Rapallo e del suo dirimpettaio.

Risale a quell’epoca la creazione della catena di torri d’avvistamento distribuite lungo l’intera costa e, qua e là, realizzate pure lungo i primi tratti delle vallate che davano facile accesso all’entroterra, specie quelle che aprivano al Piemonte; un vero e proprio sistema di comunicazione visiva. Nonostante tutte queste precauzioni, purtroppo il sistema segnaletico si rivelò, in molte occasioni, inefficiente; il vero problema consisteva nel mancato controllo del mare, perché era proprio da là che bisognava assolutamente reprimere sul nascere le incursioni.

Tutte le marinerie ne lamentavano il disagio tanto che la Repubblica di Genova, a metà del 1400, noleggiò <per due mesi due navi a seimila lire > da tale Battista Aicardo, nome di battaglia <Scaranchio>, nativo dell’attuale Porto Maurizio, affinché con le sue trireme <operasse contro i mercanti > barbareschi.

Costui, estendendo arbitrariamente il mandato ricevuto e sentendosi protetto da tanta committenza, non esitò ad assalire, pro domo sua, anche legni non strettamente corsari; ne fecero le spese Pisa e Firenze che subito si lagnarono con Genova, richiedendo cospicui risarcimenti. La Repubblica, per tutta risposta, fece orecchio da mercante (e ti pareva!), forte del fatto che il mariuolo, pirata metropolitano ante litteram, effettivamente era un cittadino ligure ma non genovese e, quindi, non soggetto a rispettare ne le leggi vigenti a Genova ne gli accordi da essa sottoscritti con terzi.

Il “Nostro”, sempre più impunito, presumendo di aver sempre le spalle coperte, osò attaccare persino le navi del Re del Portogallo: apriti cielo. Scoppiò il finimondo e solo l’energico intervento del Papa, che Genova aveva sempre rispettato e la cui benevolenza le era indispensabile per essere, a sua volta, rispettata, riuscì a riappacificare gli animi.

Già allora, come ancor oggi capita quando l’Autorità rinuncia al suo ruolo, la pirateria invase quei “vuoti” e ben presto si propagò in tutto il Mediterraneo e sulla di lei scia impunita, altri si attrezzarono per solcare i mari con eguali intenti ribaldi.

Uno per tutti fu il “corso” Nando Anechino, specializzatosi nel depredare navi tunisine; in altre parole <andava a rubare ai ladri >. Un bel giorno il Bey di Tunisi si stufò e, per rappresaglia contro i danni infertigli dal corso, fece rapire alcuni abitanti di Bonifacio, città natale dell’Anechino, e pretese, per liberarli, gli fossero pagate forti somme per il riscatto.


Carlo V – Re di Spagna


Ammiraglio Andrea Doria


Da parte sua, Carlo V, Re di Spagna, amico personale del nostro Andrea Doria, lo incaricò di disinfestare i mari dai pirati; il Doria li combattè con tale abilità e fervore, che il suo nome, presso i barbareschi, era sinonimo di Capitano tremendo, mitico e irresistibile.

Tanto rigore per il buon nome di Genova? Certamente sì, ma non è da sottovalutare l’allettante incentivo che gli si offrì; tenersi tutto ciò che catturava. Lui, fatti rapidamente un po’ di conti, per…. obbedienza, accettò.

Il Doria, più filibustiere di loro, si arricchì a dismisura tanto che, si racconta, quando organizzò un pranzo per Carlo V, ospite sul suo galeone alla fonda davanti al suo Palazzo di Principe, dove oggi c’è la Stazione Marittima di Genova, a fine pasto fece scaraventare in mare, con la scusa di non perdere tempo a lavarlo e dimostrare così la sua potenza economica, tutto il servizio da tavola che pare fosse in oro; però il regale ospite non seppe mai che, preventivamente, tutt’attorno al vascello erano state tese reti, così da recuperare tutto ciò che, con non curanza plateale, era stato buttato a mare.

Una buona parte della sua ricchezza, derivante da quell’incarico è attribuibile al fatto che le navi corsare catturate erano sempre cariche di tesori, sovente appena sottratti ai legittimi proprietari, a volte pure spagnoli, sudditi del suo fraterno amico Carlo V. Ma questo il Doria non era tenuto, formalmente, a saperlo perché i patti erano chiari: poteva tenersi tutto il catturato ma se dall’assalto non fosse uscito bottino, i costi per effettuarlo sarebbero stati esclusivamente a suo carico. Pare che navi vuote non ne trovasse mai o, se doppiandole le riteneva tali, mai le attaccò per catturarle.

Nel caso in cui gli infedeli fossero stati più forti, il Barbarossa lo testimonia, il nostro si guardava bene dall’attaccarli anzi, se li teneva buoni con allettanti regalie, anch’esse, c’è da giurarci, frutto di razzie su navi di loro colleghi meno abili o, come diremmo oggi, privi di  “Santi in Paradiso”.

Strano condottiero questo Doria; ligure, era nato ad Oneglia a metà del 1400, rimase per anni al servizio del Re del Portogallo in veste d’Ammiraglio sino a quando, nel 1529, la Repubblica di Genova, padrona dell’intera Liguria, lo chiamò in Patria con l’arduo compito di mettere ordine in città. Era l’uomo giusto perché “furesto”, in quanto non nato in Genova città, ma comunque ligure e che, grazie all’aver vissuto all’estero, non era compromesso con le faide che dilaniavano la Repubblica e che lui era chiamato a sedare; lui accettò, ponendo alcune condizioni.

Volle essere nominato <Dittatore o Duce > e abitare al di fuori delle mura; conoscendo bene i suoi concittadini dediti a intrighi e  continue faide (la cosa non è cambiata di molto, ecco perché Genova fa fatica a decollare), si costruì un palazzo autosufficiente a Fassolo, appena fuori la porta a ponente della Città, quella di San Tomaso; oggi il suo Palazzo, il Doria Panfili, restaurato e reso efficiente dai suoi successori, è visitabile. Lo dotò di un porto, si circondò d’orti, frutteti e limoneti e si garantì l’acqua dolce, realizzando al Lagaccio, un’altura sopra il Palazzo, un laghetto, “lagaccio” per l’appunto, per contenervela.



…al centro si può notare lo stemma della famiglia

Doria. Palazzo del Principe, sulla facciata una lapide ricorda uno dei più celebri ospiti…


Invitava a Palazzo solo chi lui riteneva suo pari, vale a dire tutti i vari Monarchi europei, tranne che i genovesi e, ovviamente, i francesi per non dispiacere al suo amico Carlo V. Per rendere pubblico questo loro rapporto d’amicizia murò, per tutta la lunghezza della facciata del palazzo, un fascione marmoreo sul quale fece incidere, a caratteri cubitali, l’esaltazione di questa loro solidarietà che ancor oggi è leggibile. Visse sino a tarda età con la sua adorata moglie, Peretta Usodimare, ed un gatto, che volle immortalato vicino a lui, nel suo unico ritratto ufficiale giuntoci.

Ma torniamo ai pirati che, prima del suo intervento, si erano creati, sequestrando qui e rapendo là, un fiorente mercato, frutto dei riscatti che venivano loro pagati per liberare i rapiti. Questi ultimi, se non rapidamente affrancati, finivano offerti sul mercato degli schiavi nordafricano.

Nelle loro oculate razzie, rapivano di preferenza giovani, artigiani, benestanti e non esclusivamente, come a volte si crede, donne; la richiesta di riscatto avrebbe avuto più facile presa se la “merce” offerta era di maggior pregio ed il “vuoto” lasciato presso i loro padroni, difficilmente colmabile.

Gli episodi eroici da parte degli assaliti furono molti; la sera del 2 Luglio 1637, approfittando della stanchezza della gente di Ceriale, che aveva festeggiato la ricorrenza della <Visitazione della B.V.Maria>, trascorrendo la giornata fra processione, suoni e balli, otto galere <turche > sbucarono silenziosamente dal buio ormai avanzato e, giocando sull’incredula sorpresa e la rilassatezza di tutti, portarono via, oltre agli ori e alle suppellettili pregiate, anche 100, ma c’è chi ha scritto 350, cittadini. Fra loro il Capitano Tomasio con l’intera sua famiglia, il signor Lazzaro Testa e le due Carenzio, madre e figlia.

Il fidanzato di quest’ultima, figlio del signor Testa, fu ucciso sulla battigia mentre, folle di rabbia, tentava da solo di liberare i rapiti fra cui appunto la sua fidanzata: disperato gesto di un giovane generoso.

Ottant’anni prima, a Rapallo, all’alba del 4 Luglio del 1549 (in Luglio il nostro mare è abitualmente calmo), Dragut, forte di ventuno navi, decise un’irruzione; addormentatesi, dopo una notte insonne, le scolte disposte a guardia sui vari terrazzini delle case alte, da qui il nome di “terrazzani” con cui s’indicavano quegli incaricati, il pirata poté facilmente rapire oltre cento rapallini <fra i quali furono alcune vergini belle >. Le urla, il frastuono e le bestemmie degli infedeli risvegliarono anche Bartolomeo Maggiocco <grazioso giovane ventenne > che subito si precipitò dalla di lui fidanzata, Giulia Giudice, abitante dove adesso c’è la porta del Sale, una di quelle d’accesso alla città, e la trasse in salvo sulla collina, combattendo.



L’episodio, vista la conclusione felice, poteva essere ormai dimenticato se il pittore Primi, non ne avesse tratto un quadro, oggi nell’aula consigliare del Comune di Rapallo. Vi è raffigurato il giovine armato d’ascia mentre spacca la testa ad un assalitore, sorreggendo, con l’altro braccio, la fanciulla che, come ogni vergine che si rispetti, penzola ormai svenuta per il terrore, secondo i canoni della pittura romantica.

Come si può intuire, il mercato dei rapiti era fonte d’utili immediati per i pirati che trovavano, nelle nostre frastagliate coste inaccessibili da terra, ottimi ridossi; all’epoca la strada di cornice, che noi chiamiamo Aurelia, non era dove oggi la vediamo ma correva assai più in alto, arretrata e angusta e i pirati trovarono nelle inespugnabili caverne accessibili solo via mare, idonee prigioni per ammassarvi i prigionieri. Erano veri e propri <santuari > mutuando un termine nato con la guerra del Vietnam. Sistemati logisticamente come abbiamo detto, il loro non fu un mercato frettoloso, perché entro certi tempi, ci guadagnavano comunque, potendo contare sui rapiti per avere mano d’opera gratis e, dalle donne, non solo quella. Nell’ipotesi poi che nessuno si fosse fatto vivo per riscattarli, i prigionieri si potevano sempre rivendere come schiavi, l’abbiamo già visto, sui mercati del Nord- Africa.

Quelli che erano rapiti a Rapallo o a Prà, potevano essere esitati dopo qualche giorno a Sanremo e, quelli del posto, offerti a Nizza. Per i parenti di quei disgraziati era un continuo peregrinare per i vari borghi, sperando di poterli riscattare o, in mancanza di soldi, semplicemente rivedere o avere notizie di quelli che in quel momento non figuravano fra i presenti.

Per razionalizzare tutto questo e per aver maggior “peso contrattuale”, i vari Borghi si coordinarono dando il pietoso incarico alle Autorità locali, autorizzate a prelevare i fondi necessari dal montante messo loro a disposizioni da parenti o amici o dai signorotti presso i quali i rapiti prestavano servizio, sino ad arrivare, nei casi di personaggi utili alla comunità, ad attingere a speciali fondi comunali.



….nel cuore del centro abitato, denominato “dei Bianchi” per il colore delle cappe dei confratelli che, incappucciati e con in mano il flagello, vediamo effigiati nella lapide marmorea quattrocentesca murata all’esterno dell’edificio in vico della Rosa.

C’è da supporre che quest’ultima iniziativa non funzionasse a dovere (già da allora i Comuni non sempre erano efficienti) se è vero che fu necessario creare vere e proprie <Confraternite per il riscatto > a che, utilizzando anche fondi raccolti dalle varie Casacce ormai divenute importante realtà sul territorio, provvedessero a riscattarli.

La stessa Repubblica di Genova dovette istituzionalizzare quest’incombenza, istituendo il <Magistrato dei Riscatti > che non dovette, pure lui, brillare in efficienza se, come scrive il Calvini <L’attività di quest’istituzione….è quasi totalmente sconosciuta >; effettivamente racimolare soldi, per tentare il baratto, non era poi così facile in tempi in cui, troppo frequenti erano le incursioni barbaresche.

Poteva capitare che beni cointestati a più persone, rendessero difficile la loro sollecita monetizzazione, perché i soci, non sempre direttamente parenti del rapito, non volevano vendere o, come proponevano loro gli onnipresenti usurai facendo leva sull’urgenza, svendere; così sino a che la cosa non si definiva, lo sventurato, mal nutrito ed in catene, era esibito, di volta in volta sulle spiagge, attendendo che qualcuno, mentre il tempo scorreva, ne pagasse il riscatto liberatorio.

L’amore parentale non sembra essere sempre stato, neppure allora, la molla della solidarietà se è vero, com’è vero, che la comunità di Laigueglia, nel 1583, lamentava di aver riscattato quarant’anni prima alcuni suoi concittadini e di non aver ancora ricevuto il dovuto saldo, ammontante a 2000 scudi.

Per i non riscattati, l’essere venduti in Africa voleva dire abbandonare ogni speranza di poter tenere i contatti con chi avrebbe potuto, forse, pagare il richiesto; i disservizi oggi esistenti colà, ci possono dare un’idea di come potevano funzione le comunicazioni all’epoca.

Quest’andazzo, con i suoi alti e bassi, cessò soltanto alla fine del ‘700 anche se, ancora nel 1800, si ha testimonianza, sebbene eccezionale, d’un atto di pirateria per riscatto. Con certezza si sa che il primo atto di quest’attività fu l’attacco ad Otranto nel 1480, importante scalo commerciale in mano ai genovesi, sferrato per ordine del Sultano. Vi si consumò una strage così disumana che lo stesso Sultano ordinò che, Sadik Ahmed Pascià, responsabile della spedizione, fosse, a causa della ferocia e del sadismo profuso (premonizione dei nomi!), fosse impiccato in sua presenza utilizzando, allo scopo, una corda per arco; d’altro canto il suo servizio l’aveva reso, e, impiccandolo, si sarebbe risparmiato di riconoscergli il premio pattuito. Spesso fu l’orrido a decidere il pagamento dei riscatti giocando un ruolo importante nelle trattative fra i Capi responsabili; i barili d’orecchie o altre parti del corpo, mozzate ai prigionieri ed esibiti per forzare un pagamento, non si contano.

Ci assale un dubbio; quei reperti dei subalterni, recapitati ai rispettivi capi per indurli a muoversi a pietà non è che, una volta fattane la conta, il ricevente potesse avere una esatta percezione di quanti dei suoi aveva perduti e, conseguentemente, ne traesse le debite conclusioni, così da non ritentarci più o almeno attendere, prima di vendicarsi, di averli tutti rimpiazzati?

Con simili biglietti da visita è facile intuire l’alone di terrore    che circondasse i pirati. Basti pensare che quando le razzie delle galeotte erano ormai un lontano ricordo, era ancora talmente forte la psicosi che, una notte tre giovani di Pegli, oggi circoscrizione di Genova, sbarcarono da un leudo sulla vicina spiaggia di Voltri e, uno di loro, tale Rosso, per scherzo urlò <i Turchi, i Turchi > che <per fare ciò ha fatto mettere tutte le persone sottosopra > così come ha diligentemente verbalizzato il Capitano delle Guardie, certo Lazagna da Voltri.

Renzo BAGNASCO

Tratto dal libro: “LIGURIA, AMORE MIO”  di Renzo Bagnasco – Mursia Editore

Rapallo, 13 Agosto 2014

webmaster Carlo GATTI