MOSCIAMME

Esattamente 50 anni fa, ero imbarcato come Allievo di Coperta sulla nave tipo-Liberty “ITALVEGA” della Compagnia Italnavi di Genova. Effettuavamo i viaggi Mediterraneo – Stati Uniti, Costa del Pacifico e si saliva fino a Vancouver.

Una sera, passando per un caroggetto, ho visto un gruppetto di marinai i quali stavano gustando qualcosa di “curioso” nella loro saletta.

“Favorite Sior, senza complimenti!”

“Che mangiate di buono?”

“Musciame” risposero sorridendo.

“E che cos’è?” chiesi sorpreso credendo si trattasse di un lonzino, da come era stato tagliato sottile con l’affettatrice. Ma nel frattempo me lo avevano già offerto, con un boccone di pane, e stavo per addentarlo, quando qualcuno, con naturalezza aggiunse: “Delfino!” Mi fermai immediatamente e proferii con disappunto:

“Non vi vergognate? Il Delfino, una bestia così bella, che sembra indicarci la strada, quando di prora, veloci come noi, vengono fuori come per salutarci!!! È proprio peccato, specie per un marinaio ucciderlo…!”

“Si, Sior avete ragione, ma sulle navi si è sempre mangiato…, pensate che una volta a bordo non c’era niente da mettere sotto i denti!”.

“Assaggiate… sentite quanto è buono…”

In fondo pensai che avessero anche ragione: una volta tutta questa sensibilità verso gli animali non c’era. Infatti solo la Legge C.I.T.E.S, 161 Paesi, nella Convenzione di Washington del 3/12/1973, ha introdotto il divieto di caccia e pesca di alcune specie di animali, ma, nonostante tutto, ci sono dei luoghi, come le Isole Faroe, dove annualmente avviene ancora una mattanza di un tipo di delfino detto “calderones” in Argentina, che assomiglia a una balenottera e raggiunge il peso di 2 tonnellate. La stessa mattanza ha luogo in Giappone vicino l’isola Taiji, dove vengono uccisi circa 20.000 esemplari all’anno, in beffa a tutte le Leggi.

Oggi, pur essendone vietata la vendita, si trova a caro prezzo come spesso avviene con le merci vietate, fatto di tonno o di pesce spada. Di delfini, comunque, continuano a morirne tanti, perché molti capitano insieme ai tonni, ma poi chissà che fine fanno.

I delfini sono intelligentissimi e non sono molto amici dei pescatori. Infatti nella pesca a strascico, per quanto il sacco venga protetto da una specie di rete a maglie larghe fatta di gomma, e nonostante vi siano legati dei rami di spini sul sacco, i delfini riescono a aprire un foro dal quale fuoriesce del pesce, uno alla volta, grazie alla pressione dell’acqua nel sacco, poi, si saziano, dandosi naturalmente il cambio.

Ai pescatori che pescano con le reti da posta, il danno è superiore perché loro afferrano la preda e tirano, procurando dei grossi buchi alle reti con maglie piccole difficilmente riparabili.

Comunque, visto che ormai avevo già l’acquolina in bocca, mi decisi di mandare giù quel boccone ed era qualcosa di una bontà indescrivibile!

Dopo qualche giorno di navigazione, cominciai a vedere la nave che a volte era circondata da migliaia di dorsi luccicanti di delfini che ci accompagnavano.

Branco di delfini nell’oceano

Cominciai a vedere strane manovre a prora: era il nostromo che, insieme ad altri, stava armando la “delfiniera”: un arpione montato su una lunga asta, legato ad una robusta sagola, che una volta conficcatasi nella schiena del delfino, con tanta pratica ed un po’ di fortuna, riusciva a prenderne qualcuno, perché la nostra “velocità” (per non chiamarla ‘lentezza’) di 10 nodi, era la massima per quel tipo di pesca, perchè l’arpione, data la forte resistenza della povera preda, a volte si strappava.

Una volta catturato, il delfino veniva tagliato e messo per tante ore in salamoia, successivamente era fatto a pezzi, della grandezza di un salame che, successivamente, venivano legati ad una sagola, strizzati per un paio di giorni per far uscire il sangue, messi al sole, legati e composti a mo’ di strallo. Lo strano disegno issato al vento richiamava l’attenzione delle navi in controbordo che ci chiedevano spiegazioni su quel segnale….! Dopo una decina di giorni, il “Mosciamme” era pronto.

Gli specialisti di questa attività erano in genere siciliani, abituati sin da piccoli a pescare con le “spadare”. Quelle barche fatte proprio per la cattura del pesce spada. Con quegli alberi altissimi per la vedetta e quelle passerelle lunghissime dove stava il fiocinatore!

A loro non faceva più impressione la cattura di un delfino, come al macellaio il povero agnello. Ce n’erano migliaia intorno alla nave, prenderne uno non sembrava una grande crudeltà, forse era un peccato di gola ed un gesto atletico molto maschilista!!

Era uno spettacolo grandioso vederli sciare ai lati e sotto il tagliamare di quella prora annerita dalla ruggine. Giocavano come i ragazzini che scivolano sulla tavola spinta dall’onda sulle spiagge, ignari di ciò che sarebbe successo di lì a poco…! Ed ecco l’arpione, scagliato con forza, sopra uno di loro. “Tutto a dritta, (per diminuire la velocità) fila la sagola…, agguanta piano piano… “, finché non si riesce a tirarlo a bordo.

La fiocina scagliata dal Nostromo entra nel dorso del delfino.

Non volevo parlarne… prima dicevo delle “spadare”…, ricordate la canzone di Modugno: “U’ pisci spada”. La struggente storia d’amore di due pesci spada: la femmina viene presa ed il maschio, per quanto la compagna lo esorti a fuggire, preferisce subire la stessa sorte e va a mettersi sotto il fiocinatore. Si ritroveranno insieme, in fondo alla barca, anche se morti!

La femmina viene presa ed il maschio le sta vicino per farsi prendere anche lui.

La stessa cosa accadde con quel delfino, la cui compagna era stata presa. Gli altri erano fuggiti tutti, solo lui correva con noi e facendo dei salti altissimi, emetteva un gemito, non so se fosse un pianto, oppure l’esortazione al fiocinatore di prendere anche lui. La scena struggente durò per molto, ma non era previsto prenderne due!!

La femmina viene tirata a bordo

Quel delfino non lo dimenticherò mai… corse con noi finché ne ebbe la forza, poi chissà… forse vagò per l’oceano immenso, cercando le prore delle navi per fare la stessa fine della sua compagna!

Da quel giorno non ho più mangiato il MOSCIAMME”.

Il maschio ci precede per tanto tempo nella speranza di essere fiocinato anche lui

Questa storia spesso mi torna in mente.

Solo pochi mesi dopo questa storia, durante l’estate, mentre ero in licenza a casa mia, quella vicino al mare, ho avuto modo di conoscere due ragazzi giovani che correvano lungo quella spiaggia, tra schizzi d’acqua, proprio come due giovani delfini, con i quali andavano a giocare con la barca a vela, ebbri di gioia come loro, ai quali davano in pasto gli sgombri che prendevano con la traina. Al mattino, sembrava che li aspettassero! Infatti ce n’era uno, con un taglietto sulla pinna, facile da riconoscere!

Questi ragazzi, amati da tutti in quel piccolo posto, si sposarono. Passò poco più di dieci anni di quello stato idilliaco, durante il quale sono nate tre meravigliose bambine, e mentre insegnavano a giocare anche a loro a correre con le prore delle navi, ignari del pericolo, un fiocinatore strisciò con l’arpione la mamma!!

L’autore con la moglie Marilena e i due piccoli delfini Marina e Selene

Sembrava un graffio da niente…, ed invece quel graffio è stato capace, con il passare degli anni, in maniera infinitesimale a ridurla molto male, tanto che a volte resta senza respiro…!!

Successivamente, prima che si rendessero conto di ciò che stava succedendo, venti anni fa, il ‘Fiocinatore’, ha prodotto anche al marito, un danno gravissimo, ora sono soli, “uniti nella buona e nella cattiva sorte”! (le figlie sono fisicamente lontano). Quando avviene, e spesso, quel momento che la moglie diventa cianotica, e gli parla solo con gli occhi.., il marito, come il Delfino maschio, prega il ‘Fiocinatore’, affinché fiocini anche lui!!

Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale!

Inizio operazione mosciamme


Pacifico 1963 – Prora Liberty “ITALTERRA” – (‘Italnavi’ ) –Ge “MUSCIAME”


Nunzio Catena

Ortona, 10 Gennaio 2014