U  FUNTANN-A


. era stato fuochista sul REX

Un ricordo del C.l.C. Nunzio Catena

Penso che non vi sia un marittimo della Soc. ITALNAVI che non abbia conosciuto “u FUNTANN-A” a Buenos Aires.  Era vicino agli 80 quando l’ho conosciuto, e sono sicuro che é vissuto fino agli 85.

Il REX a Genova. Nel ricordo ormai sbiadito del comandante Nunzio Catena, U FUNTANN-A  era alto, magro e molto somigliante alla persona che si trova a cavalcioni sulla pala dell’elica a sinistra della foto.

Era stato fuochista sul REX, poi si era fermato in Argentina, ma non aveva fatto fortuna.

Quando sento quella struggente canzone genovese “..ma se ghe penso..”

Allora penso a u Funtann-a. Quando lo conobbi, allora parlava un po’ di più, gli dicevamo:

Dàgghe Funtann-a, torna a Zena con noî, no ti devi paga o bigetto, noî émmo l’isolamento, una cabinn-a tutta pe ti, non te daiâ fastidio niscîun..”

E lui rispondeva: “Mi no pòsso, mi sòn vægio, dove vàddo? mi no ò ciù  niscîun, chi ò i figgi, i nevi chi àn bezeugno de mi.” E gli occhi già stanchi, si inumidivano di lacrime.

A tutti i Comandanti dava del tu, perchè li aveva conosciuti da Allievi. Io gli volevo un bene matto… la mia cabina era a sua disposizione, e quando arrivavamo a Baires, forse era l’unica persona che desideravo incontrare ultimamente, date le sue condizioni. U Funtunn-a era abbastanza alto e robusto, ma conoscendo la sua storia, sembrava di vederlo ancora, dalla piega del suo corpo, intento con la pala di carbone davanti a quelle bocche infernali dei forni, sollecitato dal sadico caporale del REX.

Arrivava e rispondeva ai nostri saluti, quasi distrattamente, come se ci fossimo visti il giorno prima, per lui il tempo era come se non contasse, mentre la sua andatura era sempre più incerta, stanca, triste. Conosceva tutti, ma non ricordava più i nomi, la sua mente era lontana e, a stento, gli veniva in mente il nome della nave ed il grado che ricopriva.

Aveva una borsa di tela olona ritagliata da un pezzo d’incerata blu da boccaporto, stinta dal sale, dai colpi di mare e bruciata dal sole mordente dei tropici. Quell’articolo era così macilento da non potersi usare neanche come 1a incerata, (la peggiore, quella usata a contatto dei colpi di mare). Sarà stato un regalo di qualche nostromo, mentre la confezione è stata fatta da qualche robusto pennese con aghi da vela e guardamano.

Era molto semplice: un pezzo di tela, piegato in due, cucito ai lati, la parte superiore era avvolta e cucita  intorno a due bastoncini,  eccetto la parte centrale dove erano ricavate, due grosse asole per l’impugnatura. Tanti anni dopo, ho visto borse  di forma e materiale identici, reclamizzate da famose ditte e non ho potuto fare a meno di ricordare U Funtann-a e pensare che, se avesse depositato il brevetto, almeno i suoi nipoti, sarebbero diventati ricchi !!

Arrivava al mattino verso le 10, lui rispondeva al saluto di chi lo incontrava, ma non andava a salutare neanche il Comandante, c’erano troppe scale da fare, s’informava solo se era quello del viaggio precedente. Venendo a conoscenza della presenza d’U Funtann-a, il Comandante  sarebbe sceso  lui stesso a salutarlo.

Di solito all’arrivo, lo vedevo spuntare in fondo al pontile, tiravo un sospiro di sollievo e gli andavo incontro…

– “Funtann-a… come và??!

– “Mi staggo ben! ben!  Ti m’ae portòu ae ciappellette sciacché?”

Forse non mi guardava neanche, cercava la mia spalla per appoggiarci la mano e teneva lo sguardo un po’ basso, come se guardare lontano fosse inutile non avendo mai trovato nulla di buono, oppure per guardare le asperità del terreno che gli rendevano ancora più difficile il passo.

Arrivati a bordo, lo facevo accomodare sul mio divano, riprendeva un po’ il fiato, qualche volta accettava di bere qualcosa… il suo silenzio mi struggeva e spesso non sapevo cosa dire. Se avevo saltato un viaggio, mi chiedeva una  giustificazione che suonava come un rimprovero e, dopo la mia spiegazione, mi diceva:

– “L’ho sentio dî da u Secundo Uffiziale do Cervinia“. (La M/N Cervinia della stessa Compagnia di Navig.)

– “Adesso Fontann-a, riposati!”

Gli avrei dato del VOI, per rispetto, come si usava dalle mie parti in quel tempo, ed ancora di più, perchè in lui non vedevo più un uomo, ma una vittima sulla quale la natura matrigna aveva sempre infierito e quindi era più degno di rispetto, ma gli davo del TU per farlo sentire più vicino.

– “Adesso vado a dire al Cuoco che mangi dai Sottufficiali. Poi mi dici quello che ti serve. Per il resto non ti preoccupare, ci penso io, ma adesso ho da fare!”

E lui rispondeva:

– “Quande andae via?”

– “Tra tre o quattro giorni!” – Io esageravo sempre un po’.

Durante il pranzo, quand’era possibile, andavo da lui per farlo parlare un po’ con i suoi ‘colleghi più vicini’. Ma non sempre riuscivo nell’intento, poi lo riaccompagnavo in cabina, si sdraiava sul divano, cercavo in qualche maniera di parlare e quando riuscivo ad incrociare il suo sguardo, era come se mi pregasse di lasciarlo da solo.

Quando era ora di andare, nella sua capiente borsa, c’era un po’ di tutto: sigarette, whisky, caffè ed altre cose delle quali era vietata l’importazione. Purtroppo, il povero Funtann-a era conosciuto anche dai finanzieri: quando usciva gli facevano sempre delle storie, o per sequestrargli qualcosa o per rubargli metà del ‘carico’ prima di lasciarlo andare. A pensare che non fermavano neppure i camion che arrivavano sottobordo pieni di … contrabbando.

Allora, ogni volta mi pregava così:

– “Amìa, quelli da Doganna me fan giâ e cuggie, accumpagname au varcu, ghé sempre un figgio de na gran bagascia  che o me ferma tutte ae votte.”

Io di solito lo precedevo per sistemare le cose con il finanziere, in modo che si girasse o si allontanasse addirittura quando passavamo noi.

La fermata del ‘collettivo’ era poco distante, ma chi è stato a Baires in quegli anni ricorderà che gli autobus strapieni, alle fermate rallentavano soltanto, la gente ormai saliva e scendeva in corsa, appesi alle maniglie e roba del genere. Quando sarebbe salito U Funtann-a su un autobus? E poi gli avrebbero rubato tutto. Allora gli chiamavo un taxi, con il quale mi mettevo d’accordo per accompagnarlo ed andare a riprenderlo all’indomani, finché eravamo in porto. Quella mattina, mentre lui scendeva, ho regolato il conto con il tassista per non ripetere la corsa nel pomeriggio, temevo che potesse intuire qualcosa. Comunque, prima di scendere da bordo, gli ho detto:

“Funtann-a, noi dovremmo  salpare domani sera, ma se partissimo prima,  avviserò il tassista che verrà a dirtelo. Vedi questa busta, ci sono i miei saluti per te, adesso li mettiamo dentro la fodera della giacca. Vedi? Non farli vedere a nessuno. Appena arrivi a casa, nascondili da qualche parte, dove nessuno te li deve trovare. Magari mettili dentro un barattolo che infili sotto terra. Sono già cambiati… prendi quelli che ti servono! Non darli a nessuno mi raccomando!! Hai capito?”

– “Va ben, va ben!”

Prima di salire sul taxi, mi fece la sua ultima richiesta:

– “Non te scorda e ciappellette pe u gasu!”

– “Stai tranquillo Funtann-a!!”

Quando era seduto, ho chiuso  la porta ed il suo ultimo saluto me lo fece così: aveva la mano destra sulla spalliera del sedile anteriore, sollevò solo pollice, l’indice e il medio, girando appena la testa verso di me.

Questo fu l’ultimo saluto con “u Funtann-a”, io sapevo che sarei sbarcato all’arrivo a Genova, l’ “ITALNAVI” non c’era più! Incertezza per noi, la fine della Compagnia do U Funtann-a. Questo è stato il saluto più struggente della mia vita. A quella età, credevo che le lacrime non le avessi (contrariamente a quanto mi accade ora da vecchio, che mi commuovo per molto poco), eppure, oltre ad un nodo al collo dal dolore indescrivibile, forse qualche lacrima uscì.

Buenos Aires. La M/n CESANA della Società ITALNAVI é la nave in seconda linea che si vede per intero. Gli incontri tra il comandante Nunzio Catena e U FUNTANN-A si svolgevano a bordo di questa nave da carico.

Tornando a bordo, immaginavo il prossimo arrivo del M/n Cesana a Buenos Aires, U Funtann-a che va sottobordo e vede tutti visi nuovi. Preso dallo sgomento, chiede a qualcuno :

“U ghé u Segondo de coverta? Comme belin o se ciammava quello con a barba…., u Cadenn-a!”

La paura di non trovarmi, forse gli aveva fatto ricordare anche il nome… forse una distratta risposta:

“E’ SBARCATO!”.

Non posso immaginare quel vecchio, stanco, distrutto dall’ultimo suo dolore, dalla perdita della sua ultima speranza di quel giorno, magari seduto su una bitta…, aspettando che qualcuno si accorgesse di lui per aiutarlo. Immagino poi, tornare indietro, con quella sacca vuota, tanto da ripassare il varco questa volta senza paura!

Oppure, e glielo auguravo, la sua stanchezza sia stata tale, da non permettergli più di tornare in porto e d’immaginare una ‘SUA’ nave ad  ogni arrivo della SESTRIERE: “Lì  u ghé u Terso Uffiziale…..,”

CESANA: “Li u ghé u Segondo … Comme belin o se ciammava quello con a barba…”

Non fa niente Funtann-a, non sforzarti.., basta che mi ricordi così!!

 

Ortona, 28.aprile 2013