Seconda guerra mondiale

I bombardamenti navali di Genova (cenni)

– Le difese costiere di Genova (cenni)

IL CANNONE BINATO DELLE GRAZIE (Chiavari)


Scorcio suggestivo di una batteria costiera che controlla ampi spazi della costa (Sp).

Genova viene attaccata dai francesi.

Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Quattro giorni dopo, il 14 giugno 1940, una formazione navale francese, alla guida dell’ammiraglio Emile Andre Duplat,  attaccò Genova e Savona con improvvisi bombardamenti navali sulle città. In quella occasione, fu dimostrata  l’inefficienza della difesa costiera composta dalla:


Casamatta della Batteria Mameli

Batteria Mameli. Fu costruita dal Genio Militare nel 1935 sulle alture di Pegli a difesa del ponente della città di Genova. Ricostruita dalla Todt dopo l’8 settembre 1943. Materiale : cemento e acciaio. Armamento: 3 cannoni da 152/50. Occupanti: Wermacht.


Il pontone armato Faà di Bruno a Venezia durante l’installazione dei cannoni.

Pontoni armati semoventi: GM 194 (ex Faà di Bruno) armato con due pezzi da 381/40 in torre binata e sei pezzi antiaerei da 76/40,  due da 20/70 e due da 6,5 mm.  GM 216 armato con due pezzi da 190/45, due da 20/70 e due da 6,5 mm.


Treno Armato T.A.120/3/S ad Albisola

Treni armati che erano alle dipendenze dei locali comandi DICAT  e trainati da locomotive tipo 735FS o tipo 740 FS, in grado di trasportare il convoglio ad una velocità massima di 65 km/h.

Il primo gruppo di treni armati (T.A.) aveva base logistica a La Spezia e il comando operativo a Genova, a cui dipendevano i seguenti treni: T.A. 120/1/S a Vado Ligure, T.A. 120/2/S ad Albenga, T.A. 120/3/S ad Albisola, T.A. 120/4/S a Cogoleto, T.A. 152/5/S a Recco e T.A. 76/1/S (antiaereo) a Sampierdarena. Mentre il secondo gruppo fu destinato alle coste calabresi e siciliane.

Dopo la “Notte di Taranto” dell’11-12 novembre 1940, in cui la flotta italiana fu pesantemente danneggiata da un attacco di aerosiluranti britannici decollati dalla portaerei EAGLE, il resto della flotta italiana fu spostata a Napoli, che il successivo 8 gennaio venne a sua volta bombardata. La corazzata GIULIO CESARE, lievemente danneggiata, fu trasferita il giorno dopo a Genova per le necessarie riparazioni e, a fine di gennaio 1941, salpò per La Spezia.

Il trasferimento della flotta italiana nelle basi dell’Alto Tirreno non fu una felice idea, infatti, gli inglesi pianificarono di bombardare Genova proprio per dare un segnale alla Regia Marina che le navi italiane non sarebbero state al sicuro in alcun porto italiano. Genova fu scelta come obiettivo perché oltre Manica si riteneva che le tre navi da battaglia GIULIO CESARE, CAIO DUILIO e LITTORIO si trovassero ai lavori dentro le vasche dei bacini di carenaggio, o comunque in riparazione presso le officine OARN situate nella stesso ambito portuale. In realtà  era presente soltanto la CAIO DUILIO (danneggiata nella “Notte di Taranto”), ma gli inglesi, pur essendo stati informati di quell’unico obiettivo rimasto decisero, comunque, di procedere con l’Operazione Grog (Nome in codice).

Incrociatore da battaglia HMS RENOWN

Il 9 febbraio 1941, gli Inglesi attaccano Genova

Vista inoltre l’inconsistenza delle difese poste a difesa del capoluogo, il 9 febbraio 1941 gli inglesi fecero un affondo ancora più incisivo e potente dei francesi con l’invio della Forza H, che attaccò Genova mirando ai suoi impianti portuali, industriali e metallurgici.

La squadra navale inglese, comandata dall’ammiraglio James Somerville, era composta dall’incrociatore da battaglia RENOWN, dalla nave da battaglia MALAYA, dall’incrociatore leggero SHEFFIELD, da sette cacciatorpediniere e dalla portaerei ARK ROYAL.  Alle 8.14 la S.N.I aprì il fuoco da 19 km di distanza sulla città, sparando 273 colpi da 381 mm, 782 colpi da 152 mm oltre a numerosi altri di minor calibro. La RENOWN fu la prima ad aprire il fuoco cannoneggiando dapprima il Molo Principe Umberto, poi i cantieri Ansaldo spostando infine il tiro sulle rive del Polcevera, sparando in tutto 125 proiettili calibro 381, e 450 calibro 114. La MALAYA prese di mira i bacini di carenaggio e le navi nelle vicinanze sparando in tutto 148 colpi da 381 mm; lo SHEFFIELD sparò sulle installazioni industriali poste sulla riva sinistra del Polcevera in tutto 782 proiettili da 152 mm. Molti di questi di colpi centrarono l’abitato.

Da terra, risposero al fuoco senza alcun risultato di rilievo a causa della foschia. L’attacco terminò dopo appena mezz’ora, ma la risposta delle difese costiere fu inefficace soprattutto per la portata insufficiente dei loro cannoni rispetto alla superiore gittata di quelli britannici.

La Batteria Mameli di Pegli sparò 14 colpi da 152/50

Il Treno Armato T.A. 152/4/T di stanza a Voltri  con 23 colpi da 152/40.

Il Pontone Armato GM-269 con 10 colpi da 190/39.

Il GM-194, (batteria galleggiante) sparò solo 3 colpi da 381/40 x un’avaria all’impianto elettrico.

I DANNI:

–  Molti colpi raggiunsero la centrale elettrica e i bacini di carenaggio.

– Fu colpita la nave cisterna Sant’Andrea che stava entrando in porto.

– Furono colpiti moltissimi edifici civili e storici come la Cattedrale di S.Lorenzo, la Chiesa della Maddalena, l’Accademia Ligustica, l’Ospedale Duchessa di Galliera, dove trovarono la morte 17 ricoverate, alcuni palazzi all’inizio di via XX Settembre e l’Archivio di Stato. Una delle zone maggiormente colpite fu quella di piazza Colombo.

– Molti proiettili inglesi caddero in acqua (circa il 50%).

– Dei 55 piroscafi ormeggiati in porto, 29 furono danneggiati da schegge.

– Il piroscafo SALPI ricevette due colpi diretti (di cui uno da 381 mm).

– Il piroscafo GARIBALDI che si trovava in bacino di carenaggio, riportò tre squarci nella parte prodiera della carena per effetto di un colpo esploso all’interno del bacino.

– Il danno maggiore lo subì la Nave scuola GARAVENTA che affondò.

– Le due navi militari CAIO DUILIO e il ctp BERSAGLIERE, ai lavori, non furono colpite.

– Gli impianti industriali subirono danni non gravi. Mentre i fabbricati civili subirono danni maggiori. Alla fine dell’attacco si contarono 144 vittime civili, mentre i feriti furono 272.

– I danni materiali furono enormi. Il Comune dovette provvedere ad alloggiare circa 2.500 senzatetto presso alberghi e pensioni erogando vitto ed alloggio per 2.781.218 lire; aiuti in denaro per 955.289 lire; vestiti, scarpe, indumenti vari per 692.044 lire; articoli da cucina e masserizie per 315.374 lire; affitti per 77.765; mentre dalla “Cassetta del Podestà” vennero raccolte 1.472.649 lire a cui si aggiunse un milione di lire di contributo disposto dallo stesso Mussolini. Decine di abitazioni del centro storico furono vittima di crolli anche posteriori al bombardamento.

Nascono nuove difese costiere intorno a Genova

La severa punizione inflitta dagli inglesi ai genovesi, suggerì al Regio Esercito di correre ai ripari avviando la costruzione di tre nuove batterie costiere: la batteria di Monte Moro, la Batteria di Arenzano e la batteria di Punta Chiappa a Portofino, situate in posizioni elevate e in grado di coprire tutto lo specchio di mare antistante la città.


Batteria di Monte Moro-Genova con i serventi della Wehrmacht e della RSI


L’enorme Telemetro della Batteria Mameli – Genova

Tutte e tre furono munite con pezzi da 152/40, e le batterie di Monte Moro e di Arenzano, furono armate con i formidabili pezzi navali da 381 mm. su torre binata. Si trattava quindi di “casematte offensive” i cui locali erano chiusi da ogni parte eccetto quella posteriore che era semichiusa ed aveva il compito di scaricare i fumi e i gas dopo le bordate. Genova non fu mai più attaccata dal mare e non si ebbe  l’opportunità di vedere le potenti batterie in azione, mentre vi furono numerosi attacchi aerei che vennero fronteggiati dalle numerose batterie antiaeree posizionate tutto intorno al capoluogo.

Campagna d’Italia

L’occupazione tedesca – Nasce il Vallo ligure

Per “Campagna d’Italia” s’intendono le operazioni militari condotte dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, dal giugno 1943 al maggio 1945, con lo scopo d’invadere il nostro Paese e costringere alla resa il Regno d’Italia, per rompere l’alleanza con il Terzo Reich.

IL 3 settembre 1943, tra gli Alleati e una rappresentanza del governo italiano fu firmato  L’Armistizio corto di Cassibile che fu ufficializzato  l’8 settembre. Immediatamente le truppe tedesche, coadiuvate dalla RSI, presero il controllo delle fortificazioni e delle batterie italiane, in molti casi sabotate dopo la resa.

Anche l’Italia, dopo quella tanto discussa data, dichiarò la propria cobelligeranza a fianco degli Alleati il cui obiettivo, dopo la liberazione della Sicilia, era la conquista dei territori dell’Italia centro-settentrionale occupati dalla Werhmacht  e successivamente passati, in parte, sotto l’amministrazione della RSI.

L’invasione della Sicilia (in codice operazione Husky) ebbe inizio il 9 luglio 1943 con la protezione degli aerei tattici di base in Tunisia. Questo fu il motivo che spinse il comando Alleato a preferire gli sbarchi in Sicilia piuttosto che in Sardegna. Le successive tappe dell’avanzamento Alleato sul nostro territorio della campagna dipendeva dagli Appennini, che avrebbero fortemente rallentato la mobilità delle forze meccanizzate favorendo per ovvii motivi i difensori.

Il comando supremo tedesco, a tale proposito, riteneva probabile uno sbarco Alleato nel golfo di Genova, più precisamente nella riviera di levante sulle spiagge di Chiavari, Lavagna e Cavi che avesse un duplice scopo: separare e isolare le forze dell’Asse nell’Italia centrale e bloccarne la ritirata a nord. Il problema da risolvere era quindi di rinforzare le insufficienti postazioni difensive esistenti.

Nelle settimane successive l’Armistizio (8 settembre 1943), giunsero in Liguria i reparti specializzati del genio: battaglioni divisionali del genio e dell’ organizzazione Todt (OT) che si avvalse anche di molta manodopera civile italiana, regolarmente stipendiata, che fu incaricata di costruire le nuove opere difensive. L’OT disponeva sul territorio di due Oberbauleitungen (OBL),  (direzione superiore dei lavori) e, da queste, dipendevano i cantieri e le imprese di costruzione. I lavori di costruzione partirono immediatamente.

A Genova furono occupate tutte le postazioni costiere, molte delle quali furono modificate e munite di moderne artiglierie protette da bunker, tobruk a muraglioni antisbarco, ostacoli anticarro e cavalli di frisia posizionati lungo le spiagge e le alture.  Le foci dei corsi d’acqua, le spiagge, strade e ponti furono disseminati di migliaia di ordigni esplosivi. Al 31 ottobre 1943 le unità tedesche presenti in Liguria avevano ricevuto 148.000 mine anticarro ed antiuomo (38.000 alla 334a divisione; 40.000 alla 356a divisione e 70.000 alla 135ª brigata).

L’eventuale sbarco Alleato sulla costa ligure, nome di copertura: “Grete/Gustav” per Genova, e “Luise/Ludwig” per Livorno, fu motivo di preoccupazione per lo stato maggiore tedesco che temeva lo sfondamento delle difese tedesche nel settore appenninico, ultimo baluardo a difesa del Nord Italia. Pertanto, entrambi i settori furono oggetto di una scrupolosa pianificazione difensiva.

Il 10 settembre, il colonnello Nagel, comandante dell’87º corpo d’armata, ricevette da Erwin Rommel istruzioni per lo schieramento delle truppe a difesa della costa ligure. La 74a e la 94a Divisione di fanteria furono dislocate attorno a Genova e Savona, dove le gole collinari appenniniche, corrispondendo alle vie di comunicazione con l’interno, erano ritenute le più idonee tatticamente per uno sbarco Alleato e per la liberazione del nord Italia. A Savona, nei sedici chilometri di costa furono schierati due battaglioni. A Voltri, in sette chilometri di costa fu schierato un battaglione. A Genova, in venti chilometri di costa ben quattro battaglioni. Gli estremi orientali e occidentali della Liguria  erano ritenuti obiettivi di secondaria importanza da parte per gli Alleati.

Per fortuna Genova non fu mai più teatro d’incursioni navali; l’unico fatto d’armi significativo si verificò il 28 aprile 1945 quando la Divisione USA Buffalo proveniente dalla Garfagnana, liberò il caposaldo di Monte Moro che si ostinava a sparare nonostante la città fosse già stata liberata.

I tedeschi non trascurarono neppure l’ipotesi di uno sbarco Alleato sulle spiagge di Chiavari, Lavagna e Cavi di Lavagna, i cui alti fondali  ben si prestavano ad una rapida conquista della Via Aurelia e della Ferrovia che transitano, tuttora, a pochi metri dal bagnasciuga.

Le numerose “tracce” delle difese costiere in cemento armato lasciate dalla TODT nella Riviera di Levante per contrastare l’eventuale sbarco degli Alleati, sono visibili ancora oggi lungo tutto il litorale, come vedremo.


Interno di un “tobruk”


Le maestranze della Todt, in collaborazione con specialisti dell’Analdo, della Oto Melara e dell’Arsenale di La Spezia, allestirono nuove batterie costiere utilizzando l’abbondante numero di pezzi campali catturati al Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943.

Lungo la Riviera orientale, la Wehrmacht fece costruire numerose tipologie di casematte. Le più note avevano forma cubica o circolare con una feritoia rivolta verso al mare da cui spuntava un cannone da 50 mm pronto a fermare gli Alleati sulle nostre spiagge. Molte altre casematte, che affiorano tuttora tra le sterpaglie lungo le spiagge, furono per lo più costruite con tre o quattro feritoie ed erano armate con nidi di mitragliatrici di vario calibro. Le casematte più comuni erano note con il nome di tobruk e s’ispiravano alle postazioni italiane installate durante la Campagna del Nordafrica. L’efficacia di queste piccole fortificazioni convinse i tedeschi ad adottarle anche per la difesa delle coste liguri costruendole in cemento armato e incassandole a terra con piccole “riservette” per le munizioni. Spesso i tobruk venivano costruiti anche per la difesa delle batterie di maggiori dimensioni, mentre altre particolari costruzioni in cemento armato, contenevano una camera di combattimento circolare, dov’erano presenti almeno quattro feritoie armate di mitragliatrici che sbarravano l’accesso alle principali vie di comunicazione litoranee e funzionavano da posti di blocco costieri.

IL CANNONE DELLE GRAZIE (Chiavari)


Un’idea della potenza di alcune “batterie tedesche”  ce la fornì il film I CANNONI DI NAVARONE” che fu girato nel 1961  in parte sull’isola del Tino (Spezia). La superba interpretazione di Gregory Peck, David Niven,  Antony Quinn, Irene Papas esaltò l’eroica “resistenza greca” mettendo soprattutto in evidenza la capacità organizzativa della Wehrmacht di trasformare il ventre di una collina in una  fortezza  inespugnabile, fornita di tutto ciò che serviva allo scopo: gallerie, depositi, cunicoli, ascensori, teleferiche, alloggi, stazioni radio, magazzini, abitazioni con relativa logistica, impianti telemetrici, idrofoni, stazioni d’avvistamento, ma dotandola soprattutto di potentissimi cannoni in grado di sbarrare il passaggio ad un’intera squadra navale.

Dubitiamo che esistano ancora i piani di costruzione della “Batteria delle Grazie”, pertanto non sappiamo se lungo il pendio che scende dal Santuario sino al livello del mare ci sia una “collina spaccata” colma di verità nascoste, armi e depositi di munizioni, scheletri che gridano vendetta…!

Purtroppo, di questo sistema di fortificazioni costiere si sono perse molte notizie. Ciò che abbiamo raccolto su questo argomento si basa più che altro su scarne annotazioni  di qualche studioso locale e sui ricordi un po’ sbiaditi di anziani in via d’estinzione.

Chi conosceva la verità é uscito di scena  con i suoi segreti. Chi é stato avvicinato  ha risposto con dinieghi, qualche ammiccamento e scarso interesse per l’argomento. Noi italiani siamo fatti così. Non amiamo la storia, neppure quella che ci tocca da vicino…

Alla fine di aprile 1944 furono dislocati a Chiavari un comando locale dell’Organizzazione Todt e quello della 1104a Sezione dell’artiglieria costiera dell’esercito tedesco (Heeres-Küsten-Artillerie-Abteilung 1104).

Il SIM dei partigiani diede notizia che nella Galleria delle Grazie (Salita delle Grazie di Chiavari) erano stanziati 5 cannoni, di cui si ignorava il calibro e la quantità di munizioni. Inoltre fu costruita una piazzola scoperta in calcestruzzo armato per un cannone con a fianco un osservatorio in cemento collocato sotto il Santuario di Nostra Signora delle Grazie.

Bunker – L’Organizzazione Todt realizzò tre casematte contenenti ciascuna un cannone, con annesso ricovero per 20 uomini.

Nidi di mitragliatrici – Furono allestiti i seguenti nidi di mitragliatrici:

1) – Due postazioni per mitragliatrici con annesso ricovero in calcestruzzo armato in grado di ospitare fino a 20 soldati.

2) – Due postazioni per mitragliatrice con ricovero in calcestruzzo armato per quattro uomini.

3) – Due postazioni per mitragliatrice con annesso ricovero per due uomini.

Nel mese di settembre furono sospesi i lavori in tutta la Riviera di Levante con l’eccezione di Portofino. I lavoratori furono obbligati a raggiungere il Veneto.

Alcuni interrogativi sull’agibilità e sul funzionamento dell’impianto rimangono quindi senza risposta:

– La postazione del “Cannone delle Grazie” era rifornita soltanto da terra (S.S. Aurelia), oppure  anche dal mare tramite sentieri più o meno nascosti come dimostrano le foto a seguire del tunnel e del montacarichi? (vedi anche la planimetria n.2)

– Quanto era vasta la superficie d’interesse militare?

La scelta dell’ubicazione del sito fu senza dubbio oculata, poiché la TODT tenne conto della vicinanza del Santuario che garantiva l’uso delle varie utenze: luce, gas, acqua e linee telefoniche, oltre alle ben note vie di fuga nelle varie direzioni. Riteniamo invece illusorio pensare che sia stato scelto quel sito per farsi scudo del Santuario da eventuali bombardamenti aereo-navali degli Alleati. Ciò che successe a Montecassino, al quartiere S.Lorenzo a Roma e in moltissime altre città vicine a noi, esclude qualsiasi forma di pietismo artistico/religioso.

Non sappiamo se questi appunti smuoveranno la curiosità di qualche “addetto ai lavori”, ma sappiamo con certezza che una gita al Santuario delle Grazie ed una scarpinata nelle fasce sottostanti, sarebbe motivo d’interesse storico-naturalistico per molte scolaresche e non solo. Per gli escursionisti c’é invece un comodo sentiero a tornanti che si snoda dalla postazione fino alla sottostante “spiaggia del sale”.

Pini, ulivi, lecci e gabbiani, col sottofondo del mare che s’infrange sugli scogli, sono gli unici testimoni di un’evasione  dal caos cittadino.

IL SANTUARIO DI N.S. DELLE GRAZIE

Il Santuario delle Grazie (Chiavari) si trova sulla S.S.1-Via Aurelia  in un tratto in cui la costa scende ripida sul mare. La collina é ricoperta da fitta vegetazione. Il Santuario domina il mare ed è ben visibile ancora oggi dai naviganti come nel passato. L’odierna struttura fu costruita o ingrandita a cavallo tra il XIV e XV secolo e proprio a questo periodo è databile la prima citazione scritta del Santuario, un atto notarile del 1416. Ospita al suo interno il ciclo di affreschi di Teramo Piaggio e quello più importante di Luca Cambiaso . Quest’ultimo, collocato nella contro facciata, raffigura il Giudizio Universale, e risale al 1550.

31-05-1945 • Il Rettore Don Domenico Nicolini, chiede al Comitato di Liberazione Nazionale che il ferro e il legname, abbandonati nelle vicinanze dai tedeschi alla fine della guerra, siano assegnati al Santuario per la ricostruzione del piazzale e del portico gravemente danneggiati dal conflitto.

(Archivio del Santuario delle Grazie)

Riportiamo alcune interessanti testimonianze anonime:

La batteria delle Grazie venne approntata per essere distrutta ed abbandonata la mattina del 25 aprile. L’improvviso apparire delle avanguardie americane a Cavi indusse i tedeschi a rioccupare la posizione ed intervenire bombardando l’Aurelia. L’azione rallentò la progressione degli americani permettendo ad un grosso gruppo (la famosa “colonna Pasquali”) di ritirarsi in direzione di Genova lasciando lo squadrone esplorante divisionale (della divisione Monterosa) a condurre un’azione ritardatrice sulla riva dell’Entella. Con l’approssimarsi del combattimento, la batteria non fu più in grado di supportare i bersaglieri battendo bersagli lungo la foce del fiume, cioè presentanti una notevole depressione. Nel pomeriggio i tedeschi abbandonarono definitivamente la posizione rimuovendo i congegni di sparo dei due pezzi sotto l’azione della controbatteria americana (598° FA Bn). I danni ancor oggi visibili sono stati causati dal tiro diretto degli Tank-Sherman e gli M-10 (Tank Destroyers)  che appoggiarono l’assalto del 2/473° lo stesso giorno”.

“…. durante il mio giretto esplorativo avevo avuto occasione di parlare con un residente. Mi aveva detto che l’ultimo (o gli ultimi) giorni di guerra i cannoni avevano sparato in mare per svuotare la santabarbara. Devo però precisare che il mio interlocutore, causa l’età anagrafica, non aveva vissuto personalmente l’esperienza. Potrebbe essere che l’evento si riferisca a guerra ormai finita”.

– ll Comandante della batteria delle Grazie, dopo la guerra, veniva a Chiavari a villeggiare, perché era una brava persona e, grazie alla mediazione di Don Edoardo Giorgi, alla fine dell’Aprile 1945, scaricò i cannoni in mare. Don Giorgi era segretario del Vescovo e nostro insegnante di religione e ci raccontò questo episodio.

Dal libro “Cosa importa se si muore” di Mario Bertelloni e Federico Canale (Res Editrice, Milano, 1992):

Mercoledì 25 aprile [1945]. (,,,) La signora Westermann, titolare dell’albergo in via Romana, dove tra l’altro i tedeschi sono di casa, si fa portavoce di una mediazione con il comandante della batteria. Questi, un austriaco, si impegna a non sparare purché non attaccato dai Gap o dai partigiani. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi quando, verso le ore 15, il comandante della batteria del Curlo, tale capitano Campanini, ordina di aprire il fuoco contro le truppe alleate dislocate sul lungomare di Cavi. (…).

Il capitano austriaco, mantenendo fede alla parola, non ha dato alcun ordine. I suoi non ci hanno pensato su: è passato per le armi da un tribunale volante delle SS.

Gli alleati centrano un bunker sotto il santuario delle Grazie ma è come aver pescato un jolly perché non riescono a comprendere da dove arrivino le cannonate.

Giovedì 26 aprile. (…) Prima della ritirata, pionieri tedeschi minano le postazioni delle Grazie; sotto il Santuario c’è un’autentica santabarbara. Jan Zacher e Jan Wegner, [polacchi] dell’artiglieria germanica, evitano la distruzione della chiesetta; Wegner taglia con un colpo d’ascia il filo della carica prima che salti tutto in aria e con il commilitone corre a nascondersi. (…) I due soldati e un loro ufficiale si sono sempre comportati bene con la popolazione di Rovereto fino al punto di aver pagato i danni per un cane lupo ucciso per sbaglio. Nove anni più tardi (…) quell’ufficiale tornerà a Chiavari per ringraziare del trattamento riservatogli al momento della cattura (…)

Ringrazio il T.V. Enzo Gaggero per quest’ultima testimonianza.

Ciò che é ancora visibile e parzialmente visitabile.

Tra le opere militari costruite sotto il Santuario della Madonna delle Grazie, sono visibili parti di una batteria molto ben occultata e strategica, sia per la posizione collinare con ampia visibilità semicircolare, sia per la potenza dei suoi cannoni. Per quel che si può vedere dai reperti rimasti in zona, la batteria poteva essere rifornita via terra, ma anche via mare per mezzo di un elevatore ubicato presso una galleria a livello del mare. Sono inoltre visibili altri bunker per nidi di mitragliatrici e supporti per apparati di telecomunicazioni – Osservatorio munito di telemetro per il calcolo della distanza degli obiettivi. La zona é oggi ricoperta, quasi interamente, da detriti franati negli ultimi 70 anni a causa  delle piogge invernali e, naturalmente, per l’incuria dei proprietari del terreno. Non esistono segnalazioni che ricordino il “passato militare” di questa zona.


Vista satellitare sul ponente chiavarese. Il Santuario delle Grazie (cerchio giallo n.4) é sfiorato dalla SS.Aurelia  e segna l’inizio del pendio che scende sul mare nascondendo i resti della struttura militare germanica.

ALBUM FOTOGRAFICO DELLE OPERE INSTALLATE DALLA TODT SOTTO IL SANTUARIO DELLE GRAZIE A CHIAVARI.


Le foto, scattate dal portico del Santuario delle Grazie (Chiavari), mostrano l’ampia prospettiva che si apre tra Portofino e le spiagge di Chiavari, Lavagna, Cavi di Lavagna e Sestri Levante. Su questo litorale, la Wehrmacht ipotizzava lo sbarco in massa degli Alleati. Da questa posizione dominante, il cannone binato delle Grazie, con una gittata di 20 Km, era in grado di ostacolare questa operazione.


Nel 1944, su questa massiccia piattaforma poligonale alloggiava un potente cannone navale binato. Al centro di questo basamento si nota un’ampia apertura circolare, ormai ricoperta di terra e detriti, che conteneva sia l’ancoraggio che la struttura del brandeggio delle armi. Sono passati 70 anni e il rigoglioso pino marittimo che sale in piena salute dalla base dell’impianto, ci ricorda le parole di quella canzone: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni….”

La piazzola si erge su una serie di camminamenti sotterranei e locali destinati ad ospitare depositi di munizioni e armamenti. L’intero impianto era in collegamento con la galleria stradale che era a sua volta parzialmente utilizzata come caserma e deposito.


II possente basamento visto dal lato mare. Intorno al manufatto s’intravedono a tratti, sebbene  ricoperti da folti arbusti e spinosi cespugli di more, gli accessi ai depositi munizioni (murati e interrati) ubicati dietro il cannone, proprio sotto l’abitazione del curato. A levante dell’impianto sono ancora visibili gli effetti delle cannonate degli Sherman del 760° Tank Bn (Buffalo) che investirono la posizione il pomeriggio del 25 aprile 1945.

IL CANNONE NAVALE BINATO INSTALLATO DALLA WEHRMACHT SULLA COLLINA DELLE GRAZIE – CHIAVARI

In alto: Vista laterale dell’arma con le sue misure geometriche.

O.T.O 135/45 mm – 1937

In basso: Torretta del cannone navale vista dall’alto.


La Classe “Capitani Romani” disponeva di quattro cannoni binati O.T.O. 135/45 mm 1937. “Scipione Africano” é il modello raffigurato in questa ricostruzione.


Artiglierie dell’incrociatore italiano Scipione Africano

Una fonte attendibile sostiene che il cannone binato delle Grazie era lo stesso che fu installato sugli incrociatori della “Classe Capitani Romani” (2 x 135/45 mm) Mod.OTO-1937 visibili nella foto sopra. Quest’arma era considerata la migliore che sia stata costruita nella Seconda guerra mondiale. Avevano una gittata di 20.000 mt. ed era in grado di “battere” il golfo Tigullio, da Portofino a Sestri Levante.


Nel sentiero sottostante il basamento dei cannoni, ci s’imbatte in questo piccolo tunnel con curva a gomito a sinistra, che porta verso l’osservatorio scavato nella roccia.


Pochi metri più avanti, questa postazione delimita  il  sentiero verso ponente. Sullo sfondo della prima foto s’intravede il Santuario. Questa batteria prese parte ad azioni di fuoco per contrastare l’avanzata americana lungo la costa.


Il sentiero termina qui. Questi due basamenti (supporti) si trovano sotto il bunker con l’ampia feritoia ed appartennero ad un sistema più ampio di trasmissioni operative.

Chiavari 1937 – Rione Scogli  –

2010 – olio su tavola – 70×50  dell’artista chiavarese

Amedeo Devoto

La didascalia riporta il seguente fatto storico:

“La casa dove sono nato e dove ho passato i primi dieci anni della mia infanzia. Posta a ponente dell’attuale Colonia Piaggio venne demolita durante l’occupazione tedesca verso la fine del 1943 per edificarvi un bunker. Sulla destra si nota la galleria della vecchia ferrovia deviata più a monte nel 1908 e il pontone di “Penco” che costruisce la prima diga.”

La casa natia di Amedeo Devoto fu demolita dai tedeschi per installare un Tobruk con deposito-armi. I resti di quello scempio sono visibili in questa foto.

Alcune interessanti planimetrie del 1944

(Per g.c. del Museo Marinaro Tommasino-Andreatta di Chiavari)


La Planimetria n.1 di Amedeo Devoto riporta (in alto) la GALLERIA DELLE GRAZIE (S.S.Aurelia), (al centro) il Santuario N.S. DELLE GRAZIE e (sotto) il tratteggio della batteria con la scritta: “BUNKER CON CANNONE DELLA MARINA BINATO”.


La Planimetria n.2 di Amedeo Devoto mostra le opere difensive antisbarco. A sinistra sono leggibili le scritte: Galleria Vecchia – Deposito munizioni e cannone. Al centro: Muro antisbarco. A destra: Figo – Uliveto – Rudere – Bunker – Arenile.


La planimetria n.3 di Amedeo Devoto mostra le seguenti strutture costruite dalla Todt: a sinistra, il massiccio “muro antisbarco” quasi toccato dal “RELITTO DI UNA NAVE TEDESCA” arenata sulla spiaggia. Il muraglione antisbarco prosegue verso il centro del disegno mostrando un bunker e più sotto (nel punto più vicino alla spiaggia) una postazione per mitragliatrice. A destra, a protezione della costruzione n.3 é disegnato un tobruk per contraerea.

Dal libro  “I GATTI ROSSI” di Edoardo Torre – Una storia vera sullo sfondo del Tigullio – Edizioni INTERNOS.

Riportiamo: …. Ma, nelle notti di luna piena, le cose andavano diversamente. Allora, Edo e Gio, prendevano posto, comodamente seduti, fronte mare per godersi lo spettacolo. “Chissà se passeranno le bettoline” commentavano i due attenti al più piccolo suono. Le bettoline, così impropriamente dette, erano piccole imbarcazioni di circa una ventina di metri che trasportavano materiali e munizioni per il fronte. Quella notte il mare era una tavola, sembrava di cristallo ed il raggio della luna specchiato nell’acqua, si muoveva ed ondulava lentamente. Ad un tratto si udì distintamente provenire dal mare il ronzio cupo di motori. Un ton ton cadenzato, ovattato, ma inconfondibile. “Sono loro, stanno arrivando” dissero i due. Le bettoline solitamente navigavano lente, sotto costa, a poca distanza dal litorale, per tentare di eludere gli aerei che davano loro la caccia continuamente. Edo e Gio si fecero attentissimi; il cielo era stranamente silenzioso. Il raggio della luna inondò il tratto di mare davanti a loro mentre una piccola imbarcazione scura stava attraversando fiduciosa quella sciabolata di luce. Quand’ecco, con fragore violentissimo, come un turbine impetuoso sorto dal nulla, un caccia sorvolò le loro teste avventandosi sulla piccola navetta e inondandola di proiettili fiammeggianti sputati dalle sue ali. Edo e Gio fecero un salto sulle loro sedie e, sbalorditi, si  chiesero: “Ma da dove é uscito quello?”. La piccola imbarcazione annaspò, cercò di difendersi sparando all’impazzata verso l’alto in tutte le direzioni. Mille fuochi traccianti squarciarono la notte. Il caccia fece un largo giro, poi si scagliò nuovamente sulla preda oramai in fiamme. Edo e Gio videro chiaramente i poveri marinai gettarsi in acqua per guadagnare la riva, mentre sulla loro nave parte delle munizioni stavano esplodendo. La bettolina si arenò sulla spiaggia vicino alla grande colonia: per tutta la notte si udirono i botti. Il suo relitto, irriconoscibile ed arruginito, per parecchio tempo sulla riva come testimonianza di una terribile notte di luna piena.


La planimetria n.4 di Amedeo Devoto mostra il “cuore marinaro” di Chiavari: Il Rione Scogli, con Piazza Gagliardo, ex Ciassa di Barchi, sede e scalo del Cantiere navale Gotuzzo che costruì 125 velieri a cavallo del ‘900. L’antica casa Gotuzzo (n.27) fu costruita nel 1652 e tuttora appartiene alla famiglia Andreatta-Gotuzzo. L’antica costruzione è intessuta della storia del cantiere che il proprietario, comandante Ernani Andreatta, coltiva con attaccamento e competenza. Il Museo Marinaro Tommasino Andreatta  era situato nella stessa casa padronale, ma da qualche anno, avendo acquisito un notevolissimo numero di reperti, si é trasferito nella Caserma delle Telecomunicazioni di Caperana-Chiavari.

– Un tobruk con postazione per mitragliatrice é riportata sul lato mare.

Nella parte occidentale di Chiavari sono tuttora visibili numerose tracce del sistema difensivo costiero realizzato dai Tedeschi dopo l’8 settembre. Alcuni tratti dell’esteso muro antisbarco che proteggeva la spiaggia, sono ancora presenti a levante, sia presso la foce del fiume Entella, sia in prossimità della ex Colonia marina Fara a ponente, come le foto che seguono ci indicano nitidamente.

ALBUM FOTOGRAFICO: Postazioni lato mare

“Dido” Caffarena, in questo pregiatissimo dipinto, ci riporta all’epoca dell’iniziale demolizione del MURO ANTISBARCO costruito dalla TODT dietro la spiaggia chiamata GHIAIA (geea) a Santa Margherita Ligure. Questo spazio “liberato”, in estate é occupato dagli stabilimenti balneari. Sul lato di levante del muro c’era un TOBRUK semi interrato. Un altro bunker si trovava in porto, in fondo di via Favale, dove oggi si trova una stazione di benzina che forse in profondità usufruisce dell’antica struttura militare.

In questa foto del primo dopoguerra si notano le tracce di tobruk e muraglioni antisbarco sul lungomare di Chiavari (Arch.Andreatta)


1944 – 2014.  Sono passati 70 anni …

Non tutti i bagnanti sono consapevoli che il sinuoso e affascinante litorale chiavarese, sul finire della guerra avrebbe potuto trasformarsi in un infernale TEATRO di guerra: il D-Day nostrano. Per fortuna quelle pagine di storia non furono mai scritte e le nostre spiagge continuarono a conservare i loro nomignoli originali fino ai nostri giorni, al contrario di quelli convenzionali usati dagli Alleati per esempio in Normandia: Omaha, Juno, Utah, Gold, Sword…. che ci ricordano chilometri di spiagge tinte del sangue di 10.000 anglo-americani caduti nelle prime 24 ore dello ‘sbarco famoso’ che liberò l’Europa dal giogo nazista.


Tracce di muraglione antisbarco

Le due foto che seguono mostrano il tipico nido di mitragliatrice antisbarco denominato Tobruk.

COLONIA FARA


La colonia Fara, intitolata alla memoria del generale Gustavo Fara é sita in via Preli a Chiavari e nacque come colonia estiva. La struttura fu commissionata dal Partito Nazionale Fascista nel 1935 come luogo e soggiorno di villeggiatura marinaro per bambini, da utilizzarsi prevalentemente nel periodo estivo. L’edificio è un esempio del Razionalismo Italiano. Una curiosità: l’impianto architettonico rappresenta un aereo con il muso verso il basso e la coda verso il cielo.


In questa foto si vede più nitidamente il profilo delle ali d’aereo


Estate 2013. La foto denuncia il degrado in cui versa la Colonia Fara. Resti del muraglione antisbarco sono tuttora visibili dove termina il bagnasciuga.


Il centro abitato di Chiavari termina qui. Sullo sfondo s’intravede la scogliera di Zoagli. Nella parte alta della foto svetta il Santuario della Madonna delle Grazie, sotto il quale era ben occultato il potente cannone binato antisbarco, la cui gittata (20 Km), dominava la prospettiva panoramica Portofino-Sestri Levante. L’arma era difficilmente identificabile, immersa com’era in quella collina fittamente ricoperta di macchia mediterranea che degrada dolcemente sulle spiagge sottostanti.

Si mormora che la “Batteria delle Grazie” sia poco estesa esternamente, ma molto articolata all’interno delle sue viscere. Questo inquietante aspetto é visibile ancora oggi a livello del mare, dove é visibile l’imbocco di una galleria che penetra nella collina, ma non é chiaro fin dove arrivi.

Prima dell’imbocco dell’accennato tunnel s’incontra questo tobruk che riporta la sua data di costruzione: 25.2.44


Rappresentazione di un tobruk armato del periodo bellico.


L’ingresso del tobruk é rimasto aperto

Proseguendo lungo il sentiero, si arriva ad una galleria forse abbandonata già nell’anteguerra in seguito a un crollo, ed in seguito utilizzata come ricovero per armi o deposito-munizioni. Sugli scogli prospicienti la galleria, sono visibili altri due tobruk, uno delle quali si é staccato ed é piombato in mare.



L’interno della ex galleria del treno con il “paraschegge”. La ferrovia fu deviata più a monte nel 1908. (Archivio Andreatta)


La parte superiore del tobruk caduto in mare si trova davanti all’entrata della galleria.


Ci troviamo in piazza Gagliardo, vulgo Piazzetta dei Pescatori. Nel 1944 i tedeschi erano fortemente intenzionati a demolire questa storica casa per sostituirla con un Bunker Antisbarco. La famiglia Gotuzzo si oppose con tutte le forze alla realizzazione di questo insensato progetto e, per fortuna, alla fine riuscì ad evitare il disastro. Il bunker, contenente un nido di mitragliatrici pesanti, fu costruito nella posizione da cui fu scattata la foto.

Il casato, oggi elegante abitazione della famiglia Ernani Andreatta, fu Sede e Sala a Tracciare del Cantiere Navale Gotuzzo.

La foto si riferisce alla bella meridiana sovrastata dallo stemma della famiglia Gotuzzo, opera di M. Vaccarezza (2001) in base ai calcoli del prof. R. Morchio (1994).

Declinante a ponente, è completa di lemniscata e delle iperboli che indicano la posizione del sole nei diversi mesi dell’anno, unite ai corrispondenti segni zodiacali. In basso, l’immagine della goletta FIDENTE (1922), “l’ultimo dei grandi velieri varati nel Rione Scogli dai Cantieri Gotuzzo “. Sotto, un nastro con il motto: “Chi g’à da fâ cammin o deve ammiâ ö tempo e ö bastimentö” (Chi ha da fare del cammino, deve guardare il tempo e il bastimento).


FRAMMENTI DI STORIA:

SBARCHI ANGLO AMERICANI  AVVENUTI IN ITALIA E IN PROVENZA

Il 9 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia (Op. Husky). Le forze militari presenti nell’isola durante i 38 giorni di battaglia, raggiunsero la cifra di 320.000 uomini. Di questi, quasi 192.000 erano italiani e 65.500 tedeschi. Gli addetti ai servizi erano 60.000 italiani e 5.000 tedeschi. Il numero degli italiani uccisi fu di 4.678, mentre nelle file tedesche i morti furono 4.325. I prigionieri italiani furono 116.681, mentre quelli tedeschi 5.523. Alla fine della campagna di Sicilia, si registrarono tra le truppe italiane 36.072 dispersi, mentre tra quelle tedesche 4.583. Gli Alleati lasciarono sui campi di battaglia 2.237 soldati americani e 2.062 britannici. I feriti americani furono 5.946 mentre quelli britannici 7.137. I prigionieri statunitensi furono 598, quelli inglesi 2.644 (tra cui molti dispersi). I soldati che in Sicilia si ammalarono di malaria furono 9.892 americani e 11.590 britannici.

SICILIA 1943 di Ezio Costanzo. Ediz. Le Nove Muse Editrice. Quarta edizione – 2007.

Il 9 settembre 1943 gli Alleati sbarcarono nel golfo di Salerno. Al termine della Campagna militare Avalanche, le perdite furono ingenti: gli Alleati persero 2.009, i dispersi 3.501, i feriti 7.050. Le vittime per l’Asse ammontarono a 3.500.

Il 22 dicembre 1944 gli Alleati sbarcarono ad Anzio e Nettuno. Nella Campagna militare Shingle di Anzio gli americani della 5ª armata persero circa 30.000 uomini tra morti feriti e dispersi, 12.000 le perdite inglesi (i reparti dell’8ª armata) contro le 25.000 perdite tedesche. Il risultato ci fu: Roma venne conquistata, ma con un ritardo inspiegabile, ci vollero oltre 4 mesi per compiere i 50 km che separano Anzio dalla capitale, al costo di ingenti perdite probabilmente evitabili.

Il 15 agosto 1944 gli Alleati sbarcarono in Provenza. Campagna militare Dragoon. Tra le ore 2 e le 4, paracadutisti e truppe aviotrasportate britanniche ed americane scendevano nella valle dell’Argens, alle spalle di Cannes e di Tolone, tra Le Muy, Brignoles e Draguignan. Alle ore 7 circa 1.300 apparecchi anglo-americani bombardavano violentemente le difese costiere tra Cannes e Tolone e dopo un’ora di martellamento le prime truppe americane prendevano terra tra St. Tropez e St. Raphael; circa 12 miglia a sud ovest di Cannes, incontrando scarsa resistenza. Il massiccio spiegamento di forze Alleate fece ripiegare le forze dell’Asse in più direzioni. Questo fu il motivo che tenne molto basso il numero delle vittime.  Più ad occidente, presso Hyères (due miglia ad est di Tolone) sbarcavano reparti di  commando americani e francesi.

Uno dei vantaggi dell’operazione fu la presa e l’utilizzo del porto di Marsiglia. La rapida avanzata alleata dopo le Operazioni Cobra e Dragoon rallentò fino ad arrestarsi nel settembre 1944 a causa di una carenza critica di rifornimenti. Migliaia di tonnellate di materiali vennero deviati a nord-ovest per compensare l’inadeguatezza delle strutture portuali e dei trasporti terrestri nell’Europa Settentrionale. Le linee ferroviarie della Francia meridionale vennero ripristinate, nonostante i gravi danni, verso il porto di Marsiglia e diventarono un’importante linea di rifornimento per le truppe Alleate in avanzamento in Germania, fornendo circa un terzo di tutto il fabbisogno dell’esercito.

Da queste brevi note s’intuisce che un eventuale sbarco degli Alleati sulle nostre spiagge della Riviera di levante avrebbe accelerato la conquista del porto di Genova ed impedito la ritirata dell’Asse verso nord, accorciando di conseguenza il conflitto di molti mesi.

Quanto ci sarebbe costata questa operazione in termini di vittime umane,  distruzioni di opere pubbliche, di abitazioni civili, paesaggio ecc…?

E’ meglio soprassedere! Ma ognuno, leggendo le brevi note sugli sbarchi Alleati in Italia e in Provenza, a noi vicina, può farsene un’idea dal numero delle vittime,  e non potrà che ringraziare la Madonna delle Grazie ed anche quella di Montallegro…

Ringraziamenti :

Ringrazio l’anonimo autore degli “scatti” effettuati alle opere militari sull’impervia scogliera del ponente chiavarese e per averli postati sul web come contributo alla divulgazione della nostra storia locale.

Ringrazio i giornalisti-scrittori Mario Bertelloni e Federico Canale per averci concesso le preziose testimnianze contenute nel libro: “Cosa importa se si muore” (Res Editrice, Milano, 1992)

Ringrazio il Comandante Ernani Andreatta, il pittore Amedeo Devoto, mancato di recente, e le loro famiglie per averci concesso immagini e ricordi famigliari. Agli amici degli SCOGLI, Mare Nostrum Rapallo ha dedicato cinque saggi che sono stati inseriti in questo sito:

https://www.marenostrumrapallo.it/

Sezione:    Navi e Marinai

Categoria: Saggistica Navale


Carlo Gatti

Rapallo, 22 febbraio 2014