FREJUS (Francia) - UN PONTE TRA LIGURIA E PROVENZA
FREJUS
CITTA’ ROMANA - 53.000 abitanti
UN PONTE TRA LIGURIA E PROVENZA
Da Genova a Frejus (Francia):
3 ore 13 min (261,9 km) passando per A10/E80 e A8
Fréjus si trova a metà strada tra Cannes e Saint-Tropez, nel cuore della Costa Azzurra. Situata su un contrafforte di arenaria del massiccio dell'Estérel, che domina le valli dell'Argens e del Reyran, Fréjus ha l'aspetto di una piccola città provenzale i cui nuovi quartieri si estendono fino al mare.
Spigolando tra i ricordi più o meno lontani ...
Per noi nati, cresciuti e vissuti nel cuore dell’arco ligure, Nizza, città natale di Garibaldi e passata alla Francia nel 1860, continua a rappresentare un’estensione naturale della nostra amata regione. Nonostante i confini politici, i legami culturali, storici e persino affettivi con quella parte di costa mediterranea restano fortissimi, tanto da farci sentire “a casa” ogni volta che vi mettiamo piede.
Nizza divenne ufficialmente francese il 14 giugno 1860, a seguito del Trattato di Torino del marzo dello stesso anno, con il quale il Regno di Sardegna cedette la Savoia e la Contea di Nizza alla Francia, in cambio del sostegno militare di Napoleone III al Risorgimento italiano. La decisione fu ratificata da un plebiscito popolare, tenutosi il 15 aprile. Non era la prima volta che Nizza entrava nell’orbita francese: tra il 1792 e il 1814 era già stata parte della Francia rivoluzionaria e napoleonica.
Per questa ragione, la mia generazione – e forse anche quella successiva – ha guardato con naturalezza alla Costa Azzurra come a un prolungamento delle proprie abitudini di viaggio. Escursioni e vacanze ci hanno portato spesso a scoprire località entrate nel mito: Monaco, Antibes, Cannes, Saint-Tropez… luoghi che hanno fatto la storia del turismo d’élite, grazie anche alla frequentazione di artisti, attori e personaggi celebri del dopoguerra.
Eppure, tra le tante perle della Riviera francese, una città rimane spesso in ombra rispetto alle più celebrate: Fréjus. Situata non lontano da Cannes, questa cittadina possiede un fascino particolare che la rende degna di una visita approfondita. Non si tratta soltanto di una località di mare, ma di un vero e proprio scrigno di storia, capace di abbracciare oltre duemila anni di vicende umane.
Ricordo con chiarezza la prima volta che, da giovane, passeggiai per le vie di Fréjus. Rimasi colpito dalla presenza discreta di rovine romane disseminate qua e là, quasi dimenticate, prive di segnalazioni o spiegazioni. Erano gli anni successivi alla guerra, un periodo in cui la voglia di leggerezza e di modernità prevaleva su ogni altra considerazione. Quelle pietre antiche sembravano allora appartenere a un passato troppo lontano per suscitare interesse, in un’epoca che correva veloce verso la ricostruzione e il rinnovamento.
Fréjus, dunque, non era la solita città mondana legata ai riflettori del cinema o del jet-set, ma un luogo che conservava in sé un’anima diversa, fatta di tracce silenziose di civiltà passate.
Oggi, tornandoci dopo molti anni, ho avuto il piacere di constatare che la città ha saputo riappropriarsi del suo patrimonio storico e valorizzarlo con cura e orgoglio. Oggi Fréjus è spesso chiamata la “Pompei di Francia”, grazie all’eccezionale eredità archeologica che custodisce: l’anfiteatro romano, l’acquedotto, le mura, senza dimenticare le testimonianze medievali e il suo bel centro storico.
Ma Fréjus non è solo storia: le sue spiagge dorate, il porto vivace e il clima mite la rendono una meta ideale per chi desidera unire relax e cultura, arte e natura. È una città che sa sorprendere, capace di parlare sia agli amanti dell’archeologia che a chi cerca semplicemente un angolo mediterraneo autentico, lontano dalle eccessive mondanità.
Per chi, come noi liguri, sente ancora la Costa Azzurra come parte della propria memoria collettiva, Fréjus rappresenta una tappa speciale: un ponte tra Liguria e Provenza, tra radici e scoperte, tra passato e presente.
UN PO’ DI STORIA...
Verso il 49 a.C. Giulio Cesare fondò sul territorio degli Oxubii l'insediamento Forum Iulii con l'obbiettivo di creare uno scalo portuale alternativo a Massalia (Marsiglia).
Un fatto notevole nella storia: nel 31 a.C., il porto di Fréjus ospitò le navi da guerra catturate dall'imperatore romano Ottaviano-Augusto al militare Marco Antonio, allora alleato della regina Cleopatra, durante la famosa battaglia di Azio.
Questo aneddoto testimonia l'importanza del porto di Fréjus in epoca romana. Per questa ragione la località venne aggiunto il titolo di colonia Octavianorum.
Nel 22 a.C. Augusto la proclamò capitale provinciale della Gallia Narbonense. La sua importanza era dettata dal fatto che oltre ad essere l'unica base della flotta militare romana in Gallia era anche attraversata da importanti arterie della regione: la Via Iulia Augusta. Durante il regno di Tiberio fu realizzata la maggior parte dei monumenti romani tuttora esistenti.
Nel IV secolo fu istituita la Diocesi di Frejus e nel 374 fu costruita la prima chiesa.
Tra il VII ed il IX secolo fu ripetutamente razziata dai saraceni.
Nel 940 i musulmani del vicino Frassinetto attaccarono e saccheggiarono la città.
Il 9 ottobre 1799 vi sbarcò Napoleone Bonaparte di ritorno dalla Campagna d’Egitto.
Il 2 dicembre 1959 Fréjus fu colpita dalla rottura della diga di Malpasset, quando 50 milioni di m³ d'acqua raggiunsero l'abitato provocando 423 morti e distruggendo gran parte delle case.
Monumenti e luoghi d'interesse
La Cattedrale di Fréjus

La Cattedrale di Saint-Léonce è un altro gioiello storico. Costruita tra il V e il XII secolo, la cattedrale combina elementi di architettura romana e gotica. È divisa in due navate che un tempo erano due diverse strutture: una dedicata a Notre Dame, su resti dell’antica chiesa paleocristiana, e l’altra a Santo Stefano, risalente all’XI-XII secolo. Meritano uno sguardo più approfondito l’abside con i sepolcri dei vescovi, le antiche statue, le pale d’altare e il magnifico crocifisso in legno del XVI secolo. Il chiostro a due piani del XII secolo è un gioiello architettonico, dichiarato monumento storico di Francia, con le coperture delle gallerie tutte in legno e arcate dipinte decorate con figure di santi, personaggi storici e animali veri e fantastici. Accanto, si trova l’antico battistero paleocristiano del V secolo, forse il più antico di Francia, e il campanile del XIII secolo.
Chiostro della Cattedrale


Villa Aurelia a Fréjus

La Villa Aurelia a Fréjus si trova in un bellissimo parco di 24 ettari. Dove ci sono antichi resti di un acquedotto romano, che ha portato l’acqua nella città di Fréjus per circa 250 anni.
Il parco ospita una flora mediterranea davvero molto interessante ed è una riserva inestimabile di biodiversità.
Presenta infatti il 90% di tutte le tipologie di piante tipiche della regione Provence-Alpes-Côte d’Azur. Come ad esempio il pino marittimo e l’orchidea.
La Villa Aurelia è la più bella residenza di villeggiatura costruita a Fréjus durante il XIX° secolo per la borghesia dell’epoca che apprezzava il clima mite invernale tipico della Costa Azzurra.
La villa prende il suo nome dalla vicina strada romana “Via Aurelia” che collegava Roma alla Spagna.
L’architettura dell’edificio ha una forte influenza di Andrea Palladio, architetto italiano del 1500. Lo si nota soprattutto dalla facciata esterna che, con le sue colonne in marmo, ricorda molto il Palazzo Chiericati a Vicenza.
Acquistata e restaurata dal comune di Fréjus nel 1988, oggi viene utilizzata per mostre, concerti ed eventi culturali di ogni genere.
Acquedotto – 43 Km di lunghezza

Un altro esempio dell’ingegneria romana è l’Acquedotto di Fréjus, che un tempo forniva acqua alla città. I resti di questo impressionante sistema idrico si estendono per oltre 40 chilometri, fino al villaggio di Mons a 520 metri di altezza sul livello del mare, e possono essere ammirati in vari punti intorno alla città. Victor Hugo commentava:
“L’acquedotto nuovo e completo di 2000 anni fa era sicuramente bello, ma non certamente più bello di queste gigantesche macerie crollate su tutta la piana, che corrono, cadono, si rialzano. L’edera e i rovi si arrampicano su tutte queste meraviglie di Roma e del tempo”.
Anfiteatro

Interni dell’Anfiteatro Romano


Parte storica dell’Anfiteatro Romano rimasta fino a oggi
Uno dei siti più emblematici di Fréjus è il suo Anfiteatro Romano, risalente al I secolo d.C. Progettato per ospitare combattimenti tra gladiatori e tra uomini e animali, l’anfiteatro è stato costruito vicino alla porta di accesso della città. Questo maestoso anfiteatro poteva ospitare fino a 10.000 spettatori ed è ancora utilizzato oggi per eventi culturali e concerti. Passeggiare tra le sue antiche mura offre un viaggio nel tempo, immaginando le grandi celebrazioni dell’epoca romana. Nei secoli la struttura è stata notevolmente rimaneggiata, e l’attuale versione, assai discussa, è il frutto di un restauro effettuato intorno al 2010. Per visitare l’anfiteatro è bene verificare gli orari di apertura, che cambiano a seconda della stagione.
Lanterna di Augusto
L'ingresso al porto era segnato da una costruzione nota come la "Lanterna di Augusto", che si può vedere ancora oggi.

L'antico porto di Fréjus, i cui resti sono classificati come Monumenti Storici dal 1886, è prima di tutto un bacino artificiale scavato nelle paludi che delimitavano lo sperone roccioso su cui si è insediata la città. Si trova quindi nell'entroterra, a circa 1200 metri dal mare.Il canale che collegava il porto al mare è percorribile per 460 metri, grazie ad un muro merlato che un tempo delimitava il lato occidentale. Il bacino aveva la forma di un poligono irregolare di circa diciassette ettari. Era circondato da banchine e delimitato a sud da un parapetto lungo 560 m.
Sul lato nord-ovest del bacino, gli archeologi hanno trovato una spianata che serviva una darsena tramite scali di alaggio (o piani inclinati, situati sotto il parcheggio Porte d'Orée). Questo porto, rimasto praticamente intatto fin dall'antichità, fu utilizzato durante il Medioevo e fino al XVII secolo. Era conosciuto come "Lo stagno" perché la sua area si era ridotta notevolmente.Il mare aggiunse le sue ricchezze a quelle della terra. In particolare, la pesca veniva utilizzata per preparare l'allec, una varietà di "garum", una sorta di condimento a base di carne di pesce decomposta.
Più di duemila anni fa, i Romani chiamavano Fréjus "Forum Julii". È uno dei porti più importanti del Mediterraneo: più grande, più trafficato e più vivace di Marsiglia (Massilia). Fréjus ha resistito alle ingiurie del tempo: la città si sta riprendendo dall'insabbiamento del Medioevo e continua a prosperare grazie al commercio. L'antico porto ha conservato i resti dei suoi giorni di gloria: ora si ergono fieri nel cuore della città.
IL PORTO ANTICO

L'antico porto di Fréjus, i cui resti sono classificati come Monumenti Storici dal 1886, è prima di tutto un bacino artificiale scavato nelle paludi che delimitavano lo sperone roccioso su cui si è insediata la città. Si trova quindi nell'entroterra, a circa 1200 metri dal mare.
Il canale che collegava il porto al mare è percorribile per 460 metri, grazie ad un muro merlato che un tempo delimitava il lato occidentale. Il bacino aveva la forma di un poligono irregolare di circa diciassette ettari. Era circondato da banchine e delimitato a sud da un parapetto lungo 560 m.
L'ingresso al porto era segnato da una costruzione nota come la "Lanterna di Augusto", che si può vedere ancora oggi.
Sul lato nord-ovest del bacino, gli archeologi hanno trovato una spianata che serviva una darsena tramite scali di alaggio (o piani inclinati, situati sotto il parcheggio Porte d'Orée).
Questo porto, rimasto praticamente intatto fin dall'antichità, fu utilizzato durante il Medioevo e fino al XVII secolo.
Era conosciuto come "Lo stagno" perché la sua area si era ridotta notevolmente.
Il mare aggiunse le sue ricchezze a quelle della terra. In particolare, la pesca veniva utilizzata per preparare l'allec, una varietà di "garum", una sorta di condimento a base di carne di pesce decomposta.
LA PORTA D’ORÉE

Non si tratta di una porta ma di un arco, appartenente alle terme monumentali (risalenti al II secolo), situate ai margini dell'antico porto.
IL TUMULO SAINT-ANTOINE

La Butte Saint-Antoine è un'escrescenza rocciosa a sud della città romana; Si affaccia sul mare e un tempo dominava l'antico porto che si affacciava immediatamente ad est.Sono state rinvenute rovine di grandi palazzi, probabilmente costruite al tempo dell'imperatore Ottaviano Augusto. Costruiti su grandi terrapieni trattenuti da mura, questi edifici, per le loro dimensioni, ricordano piuttosto i grandi edifici pubblici e residenziali. Sulle loro pareti si trovano piccole macerie di arenaria rosa, caratteristiche degli edifici del "Forum Julii".
LE BANCHINE

Il tracciato delle banchine sud e parte delle banchine levanti sono le uniche ancora chiaramente identificabili. Il Chemin des Quais Sud collega la Butte Saint-Antoine e la Lanterne d'Auguste; Da qui, troviamo il muro che protegge il canale di accesso al mare.

LA LANTERNA D’AUGUSTE
Questa torre, alta 10 metri, è visibile ancora oggi. Molto probabilmente si tratta di un punto di riferimento che segnalava l'ingresso al porto romano (un punto di riferimento è un punto di riferimento fisso, inequivocabilmente identificabile, utilizzato dai navigatori, di solito un edificio).
PISCINE
Per molto tempo, il porto di Fréjus ha ospitato navi per uso militare o della guardia costiera (probabilmente nel 1° e 2° secolo).
Trovandosi ai margini di una trafficata rotta marittima che collegava l'Italia, Marsiglia, Narbona e la Spagna, le navi mercantili trovarono un grande specchio d'acqua di diciassette ettari, diviso in diversi bacini protetti da mura, e che comunicava con il mare tramite un canale.
L’HERMÈS DI FRÉJUS

Nel 1970, durante gli scavi archeologici nel sito di una casa romana, fu scoperta una statua a due teste di Hermes, realizzata in marmo bianco. Risale probabilmente alla metà del I secolo. Oggi arricchisce la collezione del Museo Archeologico di Fréjus. Il busto a due teste divenne quindi il simbolo della città di Fréjus e ispirò l'artista incaricato della creazione della fontana che adorna la Porte d'Hermès.
Segue l’estratto di un articolo che ci aggiorna sull’avanzamento dei lavori archeologici nel “recupero ambito portuale”.
Autore: Federico Bernardelli Curuz
Fonte: www.stilearte.it, 22 dic 2023
FREJUS (F). C’è un porto romano sotto il prato.

Sotto il prato c’è un porto, insomma. Consistenti depositi alluvionali lo hanno interrato, ma i muri dell’infrastruttura romana sono intatti, quanto i legni dei pali d’attracco.
Gli archeologi hanno così scavato non solo per riportare alla luce e consegnare alla città importanti vestigia, ma per verificare in modo ravvicinato le modalità costruttive dei nostri antenati e i segni del cantiere di realizzazione del porto.
Fréjus è un comune francese dalle profonde radici romane. Era una città-porto, per la flotta militare romana. Originariamente abitato da popolazioni celto-liguri dislocate nell’area circostante la baia di Aegytna, il territorio vide in seguito la fondazione di un avamposto da parte dei focesi di Massalia (Marsiglia).
Ed ecco la svolta, che porta con sé le aquile delle legioni e la malta romana. Nel 49 a.C., Giulio Cesare istituì l’insediamento di Forum Iulii tra gli Oxubii con l’obiettivo di creare un porto alternativo a Massalia (Marsiglia). Ottaviano Augusto successivamente ampliò il porto, includendo qui, a livello di flotta, le navi di Marco Antonio catturate nella battaglia di Azio. Tra il 29 a.C. e il 27 a.C., il luogo fu scelto come insediamento per i veterani della Legio VIII, guadagnando così il titolo di colonia Octavanorum.
Nel 22 a.C., Augusto lo designò come la capitale provinciale della Gallia Narbonense.
La sua rilevanza era dovuta al fatto che non solo era la principale base della flotta militare romana in Gallia, ma era anche attraversata da importanti vie della regione, tra cui la via Iulia Augusta.
Durante il regno di Tiberio, furono realizzati la maggior parte dei monumenti romani ancora presenti nella zona.
Pierre Excoffon (Direttore dell’Archeologia e del Patrimonio della città di Fréjus), Emmanuel Botte (CCJ/CNRS/AMU) e Nicolas Carayon (IpsoFacto), hanno guidato la squadra di scavo, composta da agenti della Direzione dell’Archeologia e del Patrimonio della città e studenti in formazione nell’ambito di stage.
“Abbiamo scoperto la parte superiore dei cassoni, o casseri in legno, che venivano calati in mare e che venivano riempiti di calcestruzzo pozzolanico (calce, sabbia e frammenti di tufo vulcanico, che assicurano la tenuta al mare e l’indurimento continuo), necessario per costruire le parti sommerse delle banchine. – dice l’archeologo Pierre Excoffon – Sapevamo che questo sistema di casseforme esisteva a Fréjus. Ai tempi dei romani, in questo punto dello scavo, saremmo stati in mare aperto”. Quindi per realizzare il porto furono utilizzate casseforme per fare le colate sulle quali, poi, murare. “Abbiamo trovato i segni delle casseforme, in negativo, nella muratura. Finalmente abbiamo le prove materiali della tecnica utilizzata dai romani. Siamo orgogliosi di questa scoperta importante per l’archeologia di Fréjus, per il bacino del Mediterraneo e per la storia delle costruzioni romane in Francia”.
Altri elementi lignei potrebbero corrispondere a moli o punti di approdo dell’antico porto romano di Forum Julii. Il loro stato di conservazione è davvero notevole ed eccezionale.
“Il tutto si trova in una parte di cui non conoscevamo lo stato di conservazione, dall’altra parte del bacino portuale. Questi elementi lignei potrebbero datare alla fine del I secolo d.C. La datazione in corso mediante dendrocronologia (analisi degli anelli di crescita annuali al fine di ottenere informazioni sugli eventi passati) e C14 (carbonio 14) permetterà di affinare questa ipotesi” - spiega ulteriormente Pierre Excoffon.
Il Journal of the American Ceramic Society ha pubblicato uno studio condotto dai ricercatori del Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston, guidati da Admir Masic e Marie Jackson. Il segreto per costruzioni eterne e sicure sta nel materiale vulcanico, inserito in un miscuglio che, peraltro, era stato indicato da Vitruvio e forse non compreso, dopo i tempi dell’antica Roma.
SINTESI
Il Porto Romano di Fréjus
-
Fondazione: il porto fu costruito sotto Augusto (I sec. a.C.) come scalo strategico della colonia di Forum Julii, che prese il nome proprio da lui.
-
Funzione: serviva sia per il commercio che come base navale. Fréjus divenne sede della flotta romana del Mediterraneo occidentale (Classis Narbonensis).
-
Struttura: il bacino portuale era collegato al mare da un canale e protetto da lunghi moli; includeva darsene, magazzini e un faro (oggi scomparso).
-
Declino: progressivamente interrato nei secoli a causa dei depositi fluviali e del ritiro del mare, il porto rimase in uso fino al Medioevo, quando si ridusse a palude.
-
Oggi: restano visibili alcuni tratti dei moli e del canale portuale, inglobati nell’urbanizzazione moderna. Gli scavi archeologici hanno permesso di identificarne le linee, ma non esistono ricostruzioni grafiche complete.
CONCLUSIONE:
Una mancanza che fa riflettere...
Se Fréjus è giustamente chiamata la “Pompei di Francia” per l’eccezionale ricchezza di testimonianze romane, resta però sorprendente constatare la scarsità di ricostruzioni grafiche o pittoriche del suo antico porto. Eppure questo scalo ebbe un ruolo fondamentale: qui approdavano le flotte romane, qui si intrecciavano commerci e rotte mediterranee, qui si sviluppava la vita marittima della colonia.
Altri porti romani ci vengono restituiti da disegni e modelli che aiutano a immaginarne la vitalità; per Fréjus, invece, restano soprattutto descrizioni archeologiche e resti poco valorizzati. È come se mancasse un tassello fondamentale per “vedere” con gli occhi della mente quel luogo che fu crocevia di uomini, merci e culture.
Per chi, come noi di Mare Nostrum Rapallo, sente il mare non solo come paesaggio ma come spazio di memoria e identità, questa assenza iconografica è un invito a riflettere. Forse proprio il silenzio delle immagini rende ancora più affascinante il compito di immaginare quel porto, affidandoci ai frammenti rimasti e alla forza evocativa del Mediterraneo, che da sempre custodisce più di quanto riveli.
Carlo GATTI
Rapallo, 17 Settembre 2025
AIGUES MORTES - GENOVA, UN VIAGGIO NELLA STORIA
AIGUES MORTES – GENOVA
UN VIAGGIO NELLA STORIA

5 ore 51 min (488,1 km) passando per A10/E80 e A8

GRAU DU ROI
Aigues-Mortes è un comune francese situato nel dipartimento del Gard nella regione dell’Occitania vicino alla foce del Rodano. È una città fortificata medievale costruita su un terreno paludoso e collegata al Mar Mediterraneo tramite il canale chiamato Grau-du-Roi.
Il suo nome significa “acque morte” e deriva dalle paludi e dagli stagni che circondano il territorio. Aigues-Mortes è famosa per le sue mura medievali, la sua produzione di sale e la sua storia legata alle crociate.
Le origini di Aigues-Mortes risalgono al Medioevo, quando il villaggio era sotto il controllo dei monaci dell’abbazia di Psalmodie. Nel 1240, il re Luigi IX di Francia ottenne il villaggio e le terre circostanti in cambio di altri beni, con l’obiettivo di creare uno sbocco sul Mediterraneo per il suo regno.
Luigi IX fece costruire una strada tra le paludi, una torre di vedetta (la Tour Carbonnière), una torre di difesa (la Tour Constance) e un castello (oggi scomparso). Da Aigues-Mortes partirono due crociate: la settima nel 1248 e l’ottava nel 1270.
Aigues-Mortes conserva ancora oggi il suo aspetto medievale, con le sue mura intatte che cingono il centro storico. Le mura sono larghe 6 metri e alte 11 metri e si possono percorrere per tutta la loro lunghezza di circa 1,6 km. All’interno delle mura si trovano la chiesa di Notre Dame des Sablons, la piazza Saint Louis con la statua del re crociato, il porto canale e numerosi edifici storici.
Aigues-Mortes è anche nota per la sua produzione di sale marino, che avviene in numerose saline situate lungo la costa. Le saline sono caratterizzate da un colore rosa dovuto alla presenza di un’alga microscopica che produce un pigmento rosso. Le saline si possono visitare a bordo di un trenino o in bicicletta e offrono uno spettacolo naturale unico. Tra le saline si possono osservare anche diverse specie di uccelli, tra cui i famosi fenicotteri rosa.
Aigues-Mortes è una meta turistica molto apprezzata per la sua bellezza, la sua cultura e la sua gastronomia. Tra le specialità locali si possono citare il toro della Camargue, i vini delle Costières de Nîmes, i dolci a base di mandorle e i biscotti salati chiamati fougasses (di indubbia provenienza).
Aigues-Mortes offre anche diverse attività e attrazioni per i visitatori, come giri in quad, immersioni subacquee, escursioni a cavallo, musei tematici e feste tradizionali.
I rapporti storici tra Genova e risalgono al XIII secolo, quando Guglielmo Boccanegra, un illustre genovese e amico di re Luigi IX di Francia, fortificò e sviluppò il porto francese di Aigues-Mortes, trasformandolo in un importante centro strategico e commerciale. Questa collaborazione non si limitò a una singola opera, ma consolidò l'influenza genovese e la presenza di suoi uomini in terre francesi, legando le due città attraverso un'alleanza commerciale e politica significativa.

Bouches du Rohne (Estuario del fiume Rodano)
Colore marrone nella cartina
CAMARGUES

Notare Aigues Mortes a sinistra e la Camargue tra il Petit Rhone e Grande Rhone

AIGUE MORTES una delle icone turistiche della Provenza

Le salins du Midi, il lago rosa dele saline di Aigues Mortes
La storia di Aigues-Mortes è segnata dalla sua fondazione nel XIII secolo da San Luigi come porto e centro di potere per il Regno di Francia, dallo sfruttamento del sale e, tragicamente, dal Massacro di Aigues-Mortes del 1893, quando lavoratori italiani furono vittime di un linciaggio, causando tensioni diplomatiche tra Italia e Francia.
Massacro di Aigues-Mortes
https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Aigues-Mortes
La fondazione e il ruolo nel Medioevo
Conosciuta anticamente con il nome di EAUX MORTES per via delle Lagune e delle acque stagnanti, questo suggestivo borgo della Provenza fu fondato da San Luigi IX re di Francia che fra il 1240 e il 1249 fece costruire la tour de Constance (foto sotto) e un porto in acque profonde da dove partirono la 7° e 8° crociata.

All’interno della città si snodano caratteristici vicoli che portano alla centrale place St.Louis guardata dall’omonima statua realizzata nel 1849 da Pradier.

Cinta muraria

Torre di guardia delle mura



Borgo e canali di Aigues Mortes

Canale e tipiche case della Camargues

All’interno del borgo provenzale: Chapelle des Penitents Gris 1607-1611 di Aigues Mortes

Giochi taurini nella fortezza di Aigues Mortes

Porta d’ingresso nella cittadella di Aigues Mortes, Francia

Le imponenti fortificazioni di Aigues Mortes

Panorama e bastioni
Le mura di Aigues-Mortes sono una testimonianza impressionante della storia medievale della città, costruite sotto il regno di Luigi IX nel XIII secolo per proteggere la città e il suo porto strategico. Edificate per fronteggiare le minacce esterne e rafforzare la posizione della città come punto di partenza delle Crociate, le mura hanno attraversato i secoli e rimangono uno degli esempi più belli di fortificazioni medievali in Francia.


Strada nella città fortificata di Aigues Mortes

Veduta aerea delle mura di Aigues Mortes
I lavori di costruzione delle mura si estendono su diverse decadi. Sebbene siano iniziati sotto San Luigi, continuarono sotto i suoi successori, Filippo III il Temerario e Filippo IV il Bello. L’uso di pietre locali e il lavoro degli artigiani chiamati “tacherons” permisero di creare fortificazioni di una solidità e di una maestosità eccezionali.
I “tacherons”, questi operai specializzati provenienti da diverse regioni, svolsero un ruolo cruciale nella costruzione delle mura. Una testimonianza affascinante della loro maestria si trova nei segni lasciati sulle pietre scolpite. Questi simboli, spesso di ispirazione religiosa, non solo servivano per identificare l’artigiano responsabile del lavoro, ma anche per garantire la qualità dell’opera. Oltre a facilitare il conteggio delle mansioni quotidiane, questi segni permettevano di assicurare una remunerazione equa per gli operai, rafforzando così un codice di riconoscimento tra artigiani.


+ Figun (Alpes-Maritimes) a Escragnolles, Biot, Vallauris
+ Figun (Var) a Mons
Roiasco a Fontan, Saorge e Breil Sur Roya
Con il termine (ligure) intemelio si definisce l'insieme delle diverse varietà della lingua ligure parlate e diffuse tra il Principato di Monaco e la cittadina ligure di Taggia. Gli studi scientifici più accurati in merito sono stati realizzati dal professor Werner Forner, dell'Università di Siegen, in Germania.
Tendasco (subvarietà del roiasco) a Tende
dialétto tendasco dove è una variante del dialétto rojasco, facente parte del gruppo ligure alpino.
Brigasco (subvarietà del roiasco) a La Briuge
Il brigasco (nome nativo brigašc, in francese brigasque) è una varietà del dialetto roiasco, parlata nelle Alpi Liguri nella Terra Brigasca, a cavallo del confine italo-francese nella zona del Monte Saccarello.
Monegasco a Monaco
frutto dell'esportazione di una varietà originaria della zona di Ventimiglia nella roccaforte di Monaco, dove la popolazione si insediò al seguito della famiglia Grimaldi nel XIII secolo. Malgrado la grave crisi nell'uso, al monegasco sono riconosciute prerogative di lingua nazionale.
Bonifacino a Bonifacio in Corsica
A partire dal 1195 e, specialmente, dopo la battaglia della Meloria, del 1284, in cui sconfisse la rivale Pisa, la Repubblica di Genova insediò a Bonifacio coloni della Riviera di Ponente, soprattutto della zona di Savona, Varazze e Albenga. Nonostante diverse occupazioni o tentativi di occupazione, il dialetto venne conservato.
Dopo il passaggio della Corsica alla Francia nel 1768, per quasi un secolo, fino al 1860, le lingue più parlate nella cittadina furono il dialetto ligure bonifacino e l'italiano; dopo il 1860 cominciò un lento decadimento della lingua, con l'uso sempre maggiore del còrso e, soprattutto negli ultimi cinquant'anni, del francese. Il bonifacino ha mantenuto degli arcaismi ed è inoltre stato influenzato molto dal còrso e, negli ultimi anni, anche dal francese (ad esempio greva che vuol dire sciopero che deriva dal francese grève).
Un po’ di Storia
Quando Guglielmo Embriaco* nel 1097 salvò ad Antiochia l'armata Crociata francese Raimondo, conte di Tolosa e della Provenza, per gratitudine gli concesse lo sfruttamento delle saline di Aigues Mortes. L'Embriaco, tornato a Genova, inviò subito nella località francese due membri della Compagna per dirottare in città l'intera produzione salina della località francese. Iniziò così una concorrenza con Pisa, fino ad allora capitale del commercio salino italiano.
Fu costruito un primo magazzino del sale alla calata Mandraccio (porto di Genova), destinato in seguito a divenire il primo porto franco del mondo (29 febbraio 1532). Il sale all'epoca era preziosissimo. Il vescovo Airaldo pagava tutti i mesi con un sacchetto di sale i canonici di San Lorenzo. Anche i soldati romani, che venivano pagati ogni 10 giorni (la decade) ricevevano come compenso del sale. Questa forma di pagamento ha dato origine al termine "salario", parola tuttora usata per definire lo stipendio della classe operaia o "salariata".
* I Boccanegra a Aigues-Mortes
Rappresentano il legame tra la famiglia genovese Boccanegra e la fortificazione di quella città, in particolare attraverso Guglielmo Boccanegra. Nel 1262, dopo la sua deposizione come Capitano del Popolo a Genova, Guglielmo si rifugiò in Francia e fu nominato da Luigi IX governatore ad Aigues-Mortes, dove si occupò della costruzione e dell'organizzazione delle sue fortificazioni e del suo porto.
I Boccanegra furono una delle più celebri famiglie nobili della Repubblica di Genova fin dal medioevo. Si distinsero fin dal XIII secolo alla guida della fazione ghibellina e dei popolares nel governo della Superba, e subito dopo nelle grandi campagne navali genovesi all'estero, essendo nobilitati dai sovrani di Castiglia e dal senato genovese. Donarono alcuni dei più importanti capi dello stato genovese come Guglielmo Boccanegra, primo capitano del popolo nel XIII secolo, e Simone Boccanegra, primo DOGE della Repubblica nel XIV secolo e, insieme ai celebri ammiragli di Castiglia Egidio e Ambrogio Boccanegra, ed altri. Furono ascritti agli Alberghi dei Franchi e dei Grilli.
- Simon Boccanegra – Opera Lirica di Giuseppe Verdi di respiro wagneriano.
- Nel Medioevo genovese, un "ALBERGO" era una consorteria di famiglie nobili che si univano per scopi politici, economici e sociali, formando un clan legato da vincoli di parentela o interessi comuni. Queste istituzioni erano tipiche di Genova e del Piemonte e miravano a proteggere i membri, conciliare le dispute e rafforzare la propria influenza all'interno della Repubblica di Genova, in particolare partecipando alle cariche di Stato dopo le riforme di Andrea Doria nel 1528.
Le mura del Barbarossa
A Genova sono un sistema di fortificazioni medievali, completate tra il 1155 e il 1159, costruite per difendere l'autonomia della città dalla minaccia dell'imperatore Federico Barbarossa. Di questa imponente opera difensiva, restano visibili le porte monumentali di Porta Soprana, che domina il piano di Sant'Andrea, e Porta dei Vacca, a occidente. Un tratto significativo delle mura è percorribile, partendo da Porta Soprana e arrivando nel parco di piazza Sarzano.
PORTA DEI VACCA detta anche Porta Sottana

PORTA SOPRANA detta anche PORTA DI SANT’ANDREA
Porta Soprana e Porta dei Vacca, hanno a che fare con la Repubblica di Genova (Comunita Comunis), poiché furono costruite durante il suo periodo di splendore medievale e rappresentavano il sistema di difesa e di accesso della città, che all'epoca era governata dalla Comunita Comunis, un'organizzazione di cittadini che mirava all'autogoverno e alla difesa dei propri interessi.
Le torri di Porta dei Vacca, dette anche di porta Sottana, in contrapposizione con quelle di Porta Soprana, vennero costruite durante l'opera di fortificazione muraria nel XII secolo. In quegli anni Federico Barbarossa minacciava la Repubblica di Genova e la popolazione si era decisa a difendere la città costruendo mura altissime e possenti. Le denominazione Porta di Santa Fede la deve alla vicina chiesa, sconsacrata nel 1926 e oggi sede degli uffici comunali.
LA COMPAGNA
- LA COMPAGNA COMUNIS –
Nel Medioevo, si può già scrivere del 1143, il precipuo intento di un gruppo di illuminati in Genova fu quello dell'istituzione della Compagna, che dovette vedersela con altri gruppi di potere all'interno delle mura della città che volevano ottenere il primato ed il dominio. La Compagna seppe emergere in questo contesto per un assieme di concretezza, estrema lucidità e determinazione negli obiettivi da raggiungere. Come sempre, quando si scrive di storia genovese, si scrive di praticità, di obiettivi che rendano più forte la città e distolgano chi ha esclusivi interessi personali dal provarsi a danneggiarne il tessuto economico politico.
E' il desiderio di stabilità che trasformerà la Compagna nel Comune tramite l'emanazione di "brevia" che regolamentano assiduamente l'evolversi della situazione dell'ordine pubblico e di tutti i comportamenti che possono ledere, anche solo a livello economico, la Repubblica.
Basti pensare che per il falso nummario (denaro falsificato) la pena venne convenuta con il taglio della mano per il colpevole. La Compagna aveva come suo principio quello di espandersi fino a divenire governo della città.
Questa chiarezza d'intenti lentamente richiamò l'attenzione della classe capitalistica genovese e dei potentati mercantili che in quel periodo, come in tutti quelli a seguire fino ai giorni nostri, chiedevano stabilità politica.
Una stabilità politica che, nonostante gli enormi squilibri di benessere presenti, garantì una progressiva crescita di quello che prima rappresentò una serie di borghi, poi un'organizzazione di quartieri, infine un Comune.
- LA COMPAGNA COMUNIS –
Origine del nostro libero COMUNE
A differenza di quasi tutte le altre città occidentali Genova non possedeva una piazza principale sede dei poteri pubblici, ma un groviglio di vicoli e piazzette che rappresentavano altrettante delimitate zone di potere delle singole famiglie.
Si formarono così delle libere associazioni di marinai e mercanti con scopo di solidarietà corporativa dette, appunto, Compagne.

In Copertina: Genova a metà del XV sec.”.
Da notare oltre alla Torre dei Greci, sorella minore della Lanterna a destra dell’ingresso del porto, sul Molo Vecchio, le due torri della Darsena, il castelletto, e la particolare copertura piramidale di S. Lorenzo.
Incisione in legno realizzata nel 1493 dalla bottega di Michael Wolgemut e successivamente colorata a mano.
Per il “Liber Chronicarum” (Cronache di Norimberga) di Hartmann Schedel, stampato a Norimberga il 12 luglio 1493 da Anton Krobergerl.
In origine LE COMPAGNE furono tre:
1) di Castello da Sarzano a Ravecca
2) di Macagnana da S. Ambrogio a Canneto
3) di Piazzalonga da S. Bernardo e S. Donato a Giustiniani,
poi aumentarono a sette;
4) di S. Lorenzo dalla Cattedrale alle zone circostanti
5) Della Porta S. Pietro ai quartieri limitrofi
6) di Sussilia dai macelli alla zona di Banchi
7) di Prè da Fossatello a S. Agnese
In ultimo, divennero nel 1134, otto, con l’aggiunta di
8) Portanuova da S.Siro alla Maddalena.
Quattro dentro e quattro fuori le Mura.
Ciascuna veniva rappresentata da Consoli che erano ad un tempo giudici, governatori e generali.
Il Caffaro racconta come, probabilmente già da prima ma, certamente dal 1099, queste costrinsero la nobiltà feudale a giurare fedeltà alla Compagna Comunis e ad eleggere la propria dimora all’interno delle mura, dando origine alla nuova organizzazione del libero Comune.
Abbiamo parlato di Guglielmo Embriaco
Ma lo conosciamo davvero?
Ce lo racconta

A Mae Zena
La storia di tutte le storie…

“Affresco secentesco, parte del ciclo dedicato al condottiero all’interno della Cappella di Palazzo Ducale, opera di Giovanni Battista Carlone”.
… di un guerriero impavido le cui gesta riecheggiano nell’eternità… di un Sepolcro, di ingegno e di coraggio… di Crociati… tesori e onori.
Nel 1099 Guglelmo Embriaco, detto Testa di Maglio (“Caput mallei”) per la sua prestanza fisica e per il suo indomabile carattere (era alto un metro e novanta centimetri, per l’epoca un gigante e piuttosto irascibile) insieme a suo fratello Primo arma due galee, l’Embriaga, la Grifona e, con circa duecento (secondo alte fonti fino ad un massimo di 500) uomini fra marinai, soldati e balestrieri, salpa alla volta di Giaffa.
Accortosi dell’arrivo di una numerosa flotta musulmana, sbarca nel porto della città, fa smontare letteralmente le navi, si traveste da mercante e in carovana percorre i sessanta chilometri che lo separano da Gerusalemme.
Giunto al campo crociato si fa ricevere da Goffredo di Buglione, comandante delle forze cristiane e, in cambio di un cospicuo bottino, promette di conquistare la città con i suoi duecento uomini laddove non erano riusciti gli alleati in diecimila.
Fra l’ilarità generale con il legname delle navi fa alzare delle torri alte quaranta metri., le ricopre di pece e pellame per renderle impermeabili e ignifughe e le posiziona sul lato sud della cerchia, da lui ritenuto il più debole.
Sopra le torri, mentre le catapulte devastavano le mura, i Balestrieri scagliavano i loro terribili dardi.
Embriaco guida l’assalto decisivo scalando per primo le mura e terrorizzando i nemici.
Gerusalemme è conquistata il Genovese consegna le chiavi della città a Baldovino di Fiandra futuro primo re cristiano del Regno latino.
Goffredo di Buglione mantiene le promesse e i genovesi hanno un fondaco, un pozzo, una piazza, una chiesa, trenta case e un terzo del bottino.
Sull’architrave del Santo Sepolcro viene inciso a lettere d’oro “Praepotens Genuensium Praesidium” (“Grazie allo strapotere dei genovesi”).
Tra i numerosi tesori che Guglielmo porterà in patria il Sacro Catino, per secoli ritenuto erroneamente il Graal e le ceneri del Battista, entrambi conservati in S. Lorenzo.
A riconoscimento del prestigio acquisito, per decreto consolare, tutte le torri cittadine verranno mozzate, in modo che nessuna superi in altezza quella del condottiero.
Così sono nati i Crociati e da allora la Croce di S. Giorgio è ufficialmente divenuta simbolo di Genova.
Carlo GATTI
Rapallo, 14.9.2025
NOTE STONATE SULL’OCEANO - 1962 Il vero giustiziere della notte
NOTE STONATE SULL’OCEANO ...
1962
Il vero giustiziere della notte


LE GEMELLE "VULCANIA" E "SATURNIA" A GENOVA
La traversata oceanica Gibilterra-New York a bordo dell’iconica SATURNIA - Gemella della VULCANIA inizia cullandosi nella bonaccia. La luna è una enorme lanterna magica che illumina la nostra rotta.
Il mio capoguardia Vittorio, passate le consegne agli Ufficiali della notte fonda (24h-04h), decide di fare un’ispezione sui ponti alti simulando il gesto di farci un whisky nel Bar di 1a classe.
Dentro di noi prevale il senso di gratitudine verso gli dei del mare per averci donato un placido notturno in cui ogni marinaio dimentica i colpi di mare ricevuti sul muso lungo quella rotta piuttosto infida, anche nei mesi considerati i migliori dalle statistiche.
Attratti dalle note dell’orchestra di bordo mentre abbassa la saracinesca sul sesto giorno di navigazione, entriamo facendoci largo tra le luci soffuse del fascinoso Salone delle Feste intriso di sapore orientale, un azzardo di paradiso tra i più celebrati nel mondo internazionale dei Liners.


Quel sano senso di orgoglio nazionale che ci prende ogni volta che varchiamo il supremo Santuario della bellezza, dura fino a quando veniamo rapiti, a causa delle le nostre divise, da un folto gruppo di turisti americani che sventolano le insegne del Nebraska.
Alcuni di loro gesticolano con vigore invitandoci a far parte del loro gruppo che ci sembra vistosamente avvinghiato alle membra di Bacco...
Il semplice popolo di vaccari che si para davanti ai nostri occhi ondeggia, sbanda, barcolla e si regge in piedi aggrappandosi l’un l’altro per non cadere e ferirsi su quei pregiati tappeti persiani sui quali ogni notte incombe una grigia nuvola di vetri frantumati: bicchieri da Museo colmi di Burbon e ghiaccio... destinati a ferire anche gli abissi dell’oceano.
Visto l’ambiente fortemente alterato, vorrei scappare..., ma l’esperto Vittorio sa come gestire certe situazioni sentendosi per altro sempre in servizio di guardia permanente!

Mi piego visibilmente contrariato sulla tastiera del pianoforte a coda (in alto nella foto sopra) assumendo l’atteggiamento di sfida all’OK-CORRAL che non passa inosservato agli stralunati americani che intendono qualcos’altro: forse sperano nel secondo tempo di un notturno musicale, un fuori programma da vivere alla grande.
Urlano come i coyote delle vaste pianure del Nebraska battendo ritmicamente le mani per invitarmi a suonare al pianoforte una qualsiasi canzone che possa allungare il sogno e la magia di quella notte.
Incrocio lo sguardo di Vittorio, lo vedo teso e rifletto: “in questo strano frangente, il più alto in grado è lui, quindi rappresenta il padrone di casa: la Compagnia di Navigazione.
La decisione di sgomberare il Salone delle Feste col supporto forzuto dei pompieri e dei marò-capi stiva, potrebbe avere una coda di cattiva propaganda in quel mondo di fantasia.
Vittorio ha molta esperienza e presto trova una soluzione che mi convince:
“La compagnia del Nebraska si comporta in modo più pazzerello che pericoloso. Sono pur sempre clienti di 1° classe, diamogli un’altra chance!”
Il mio superiore s’avvicina al pianoforte, mi mette una mano sulla spalla e sbotta in un laconico:
“E mo’ sono c... tuoi”
Per farmi coraggio respiro profondamente e scarico sui tasti dell’incredulo pianoforte le dieci dita a ritmo infernale con la sfacciataggine di un ventenne che ha deciso d’inviare un clamoroso VAFFA al Nebraska e a tutto il mondo insensibile all’arte e alle cose belle di cui noi siamo ambasciatori, e in quel momento anche protettori.
A questo punto il lettore si farà un po' di domande! Prendo ancora un po’ di fiato e procedo umilmente verso una doverosa confessione:
- suono discretamente l’armonica a bocca, ma solo a orecchio.
- non so leggere uno spartito musicale
- sono privo delle più elementari nozioni del pentagramma
Provo quindi un senso di vergogna! Ma ormai sono in ballo e ....
Tuttavia l’effetto scenico che segue è straordinario: gli americani, inzuppati totalmente di Burbon, da vicino profumano anche di stalle del Nebraska, un effluvio che mi è rimasto a lungo nel naso.
Brutalmente i cowboys s’ammucchiano come giocatori di football americano intorno al pianoforte per toccarmi e applaudirmi. Alcuni di loro, convinti d’aver scoperto un pianista Jazz dallo stile innovativo e affascinante, mi invitano ad esibirmi a casa loro negli USA.
In quella imbarazzante situazione in cui mi vengo a trovare, mi soccorre il ricordo del mitico Adriano Celentano quando si scatenava con movenze da contorsionista in un celebre film "Yuppi Do" in cui recita il ruolo di pianista eccentrico e sperimentale con sequenze oniriche e surreali, una pellicola unica nel suo genere, spesso definita folle e geniale allo stesso tempo.
Provo ad imitarlo agitandomi abbondantemente e raggiungo subito l’apice del gradimento.
Alcuni di loro, i meno impegnati in quell’assurdo baccanale, durante una fase di apnea, mi chiedono, taccuino alla mano, i nomi dei brani da me suonati non sapendo che questo è il mio campo preferito...!
Faccio uno sforzo di fantasia e sciorino un’improbabile lista di brani legata al mio territorio:
L’elenco di puttanate è lungo, ma vi concedo soltanto l’inizio...
- CONSCENTI LA NUIT...
- A SUMMER AT MOCONESI...
- WALKING IN THE "NESCI" GULF
- DANCING A NIGHT AT PENTEMA
- LA MONA (anzichè ) RAMONA
Con gli occhi sgranati dalla curiosità, mi giro a dritta e a babordo per godermi quell’incredibile presa per il culo... che va in onda con estrema naturalezza, complici l’estasiate “damine del Nebraska” che si trovano immerse in quell’indimenticabile concerto sull’oceano cullando il sogno della vita da deporre nello scrigno segreto di famiglia: un diario destinato ai posteri nel regno delle vacche del Nebraska.
Nel frattempo l’esibizione prosegue con lo sfinimento progressivo degli ospiti che si trasformano in vacui fantasmi che si agitano sempre meno, senza fare rumore.
Il livello di Burbon nelle loro cisterne ha raggiunto il massimo livello concesso dal loro rispettivo piano di costruzione...
L’astuto Sommo Sacerdote che ha celebrato lo spettacolo non è ovviamente Nettuno, neppure Eolo, il folletto di quella scoppiettante offesa alla musica si chiama Zagallo, l’unico barman che non soffre il sonno, una specie di gnomo incosciente e bastardello che vive ormai nella ricchezza...avendo capito che il mondo del mare e quello di terra convivono nell’eterna collisione esistenziale:
“Vivere per lavorare O lavorare per vivere”
Ripete spesso:
“Chi ti manda a navigare è l’unico soggetto che passa sempre all’incasso...!” E spiega: “Allora quando navigo mi rifaccio... Attuo la mia vendetta vendendo acqua ghiacciata con poche gocce di Burbon fino alla resa dello sfidante che perde sempre per KO tecnico”.
E conclude il suo vanto: “Non importa chi sia il cliente, ma so che mi ama perché ritorna sempre da chi lo tiene in piedi e qualche volta lo porta sulle spalle in cuccetta.

Il mondo è dei furbi... gli altri brucano come umili capre erranti sugli altipiani del monte Fasce alle spalle della Superba”!
Gli accompagnatori del gruppo, ossia i capi-allevatori del Nebraska, non sono appassionati di Jazz e per tempo hanno infilato l’alveo della propria stalla pensando da sbronzi nell’unico modo che conoscono:
“Negli ampi spazi di mare intorno alla nave, ci sono sempre mandrie da pascolare all’alba”!
Ne godono le “Damine del Nebraska” che si sentono finalmente incustodite... e si lasciano andare a movenze lente e aritmiche facendo saltellare le “antiche grazie” su un davanzale sgargiante color arcobaleno, ma ormai in disarmo inoltrato.

Sullo sfondo le "carrette dimenticate"
A pensarci bene sono tutte al guinzaglio da almeno 20/30 anni e mi ricordano le “carrette dimenticate” che, ormeggiate di punta sulla diga Duca di Galliera del porto di Genova, si stirano avanti e indietro nella risacca forzata dalle navi in entrata e in uscita, per farsi meglio notare da possibili acquirenti.
In effetti, la somiglianza tra i due contesti esiste:
- le ballerine del Nebraska e le navi in disarmo sprigionano la stessa triste speranza di risorgere vergini all’improvviso da una magica conchiglia di mare come la Venere del Botticelli.
A tal proposito e senza cattiveria ci soccorre un detto genovese:
LA BELLA DI TORRIGLIA – Tutti la vogliono e nessuno la piglia!
Il baccano che esce sordo e fastidioso dal Salone di 1° classe fa eco ai sbuffanti stantuffi della Sala Macchina che salgono potenti dalla vicina ciminiera del transatlantico: un muggito vaccino che ricorda le vaste pianure del Nebraska inebriate di creature a quattro zampe lente e pesanti, odori forti di fieno e stallatico!
Giunti ormai alle ore piccole della notte fonda, quel poco di cervello che si è salvato dal Burbon annacquato sapientemente da Zagallo, il barman del “mare a fuera”, dà alle “damine del Nebraska” la speranza d’irretire qualche giovane “besugo” che si è perso come loro nel buio di una notte ruffiana tra le romantiche cineserie e arazzi preziosi di una nave precipitata nel ruolo di grande puttana.
Nel mondo femminile di quel gruppo ormai disinibito e pronto a tutto, si scorgono lunghe e ampie gonne issate a riva con rara destrezza che invitano a prendere il largo. Ricordano le vele a pallone che guarda caso portano GENOA come nome.
Soltanto chi sogna vede possibili amanti nella notte in cerca d’amore!
E’ tardi, le damine indugiano ancora per poco sugli ultimi impavidi saltelli prima di cadere in una arrendevole e sconcia ammucchiata tra le braccia di Morfeo:
“Il vero giustiziere della notte”
Buona notte a tutti !
Fine
Carlo GATTI
Rapallo, lunedì 21 luglio 2025
IL POLPO DI RAPALLO CE LO SIAMO IMMAGINATI?
Il Polpo di Rapallo ce lo siamo immaginati?
Mi venne in mente di scrivere questo articolo a Pasqua, nel ronzìo di quel traffico che ancora mi gorgoglia in testa; fuori dalla finestra, si spianavano cofani fino al tappo di Via Rosselli, e tutt’intorno si intasava. Dall’autostrada scendevano dritti fiumi di automobili, e le persiane delle seconde case, chiuse da ottobre, sbocciavano per il primo tepore di maggio, puntualissime. è la stagione dei mugugni, che arrivano a nugoli con l’afa.
Adesso è giugno, e la viabilità è di nuovo chiamata ad affrontare le sfide del turismo, e quelle dei cantieri, che si moltiplicano come funghi infiniti in tutti gli sbocchi: a me viene il dubbio che in tutti questi lavori non ci sia nulla di transitorio, ma che essi stessi siano oggetto definitivo della nostra conformazione cittadina. E mi viene proprio in mente guardando Via Rosselli, che poche settimane fa, goffamente si è tappata e stappata due volte, perché i lavori (non conformi al progetto iniziale) hanno necessitato di altri settantamila euro per venir realizzati. E quindi noi Rapallini siamo nel traffico a guardarci negli occhi, ed insultarci fra di noi, anche se pregni d’un nervosismo che proliferando collettivamente davanti a murate di turisti e transenne, diventa quasi gregario; ma contro chi? Forse alla fine vincerà la pigrizia di quei cantieri e le loro proroghe esauste; ricordo di quasi tutte le volte in cui provarono a dare una data al ritorno della fontana del Polpo alla rotonda davanti al Castello, che balzava di anno in anno, sino a farmi passare la voglia d’interessarmene. “Il polpo di Rapallo” (riportato in foto) è una statua in bronzo che risale al 1954, per la mano di Italo Primi.

Foto TRIPADVISOR
La scultura, caricatasi della responsabilità di simbolo cittadino, è sparita ed il ricordo in cui ingombrava la rotonda pare ormai quasi un miraggio allucinato; sono passati otto anni. In tanto tempo scoprii il famoso dilemma di Schrodiger, in cui un gatto, chiuso dentro una scatola, diventa dopo poco tempo potenzialmente vivo quanto morto. Mi ricorda un po’ il polpo della rotonda; rimane da chiedersi come nel famoso dilemma fisico, questo polpo, è o non è? Esiste, non esiste o è tutta teoria? È nei magazzini comunali?
Perché poi girò anche quella voce, condita di foto e testimonianze; il polpo sin dallo scorso 2024 è nei magazzini comunali. Eppure, stando al Secolo XIX, nell’ottobre 2019 è addirittura andato a cercare il restauro in un laboratorio bolognese, dove le spese hanno raggiunto l’ammontare di trentamila euro, e la stampa aveva già perso l’ottimismo con cui il GenovaToday, a maggio 2017, riferiva di “un’estate senza il polpo”; Rapallo aspetta l’ottava estate senza polpo, e io ho impressione che non me lo vogliano far scoprire bloccando tutte le strade per arrivarci; ormai, il simbolo cittadino, è il cantiere stesso. E poi cos’è e dov’è nato questo antico culto dei cantieri? Pochi giorni fa ritrovai quella rotonda nuovamente recintata di reticolati grigi, a spezzare il passaggio delle corriere per Via Milite Ignoto, e con quella ritrovai la mia idea pasquale di scrivere questo articolo; un’ispirazione suggeritami da quegli autobus, costretti nuovamente ad ingombrare la passeggiata mare, e ad isolare la fermata principale davanti alla stazione. Adesso lì staziona un nuovo mucchio di cartelli a schermare il passaggio, dopo mesi che quella rotonda, (anch’essa Schrodigeriana) era aperta, ed anni che intermitte quei cantieri. Delle volte ha coperto il fiume, ed altre ha lasciato il suolo spalancare la bocca di cemento e acqua del San Francesco. Tutto intrattenimento d’ammirare attraverso i reticolati, quello sgorgare di fango e polvere, sotto la strada spaccata, e dove cavi e tubi rimanevano strappate al pari di erbacce. Proprio lì alle radici di Rapallo, alla base di tutto, si nasconde la profondissima coerenza d’una soprintendenza che in realtà non si è mai contraddetta e a cui quando viene posta una domanda sul polpo, risponde fedele a sé stessa nel 2017, con le medesime parole – Dopo l’estate -.
Leonardo D’ESTE
Rapallo, Lunedì 30 Giugno 2025
Dello stesso autore (Classe 2006)
- SALE MAGNETICO
https://www.marenostrumrapallo.it/14166-2/
Rapallo, 24 Novembre 2023
- LE CARTOLINE DI LEO
https://www.marenostrumrapallo.it/leo-2/
Rapallo, 17 Dicembre 2020
- MARY CELESTE - Un Mistero Mai Svelato
https://www.marenostrumrapallo.it/mary/
Rapallo, 9 settembre 2020
NOLI - GROTTA DEI FALSARI
NOLI - GROTTA DEI FALSARI
Escursioni nella Storia...
Si narra che la Grotta dei Falsari, fosse la sede dei traffici di contrabbandieri che in tempi passati tenevano nascosta la propria merce in quel "buco" nella roccia. Di qui, la nascita del nome.


La Grotta dei Falsari, nota anche come Grotta dei Briganti o Antro dei Falsari, si trova tra Noli e Varigotti, lungo la “Passeggiata Dantesca” e il “Sentiero del Pellegrino”, ed è una delle più belle escursioni del Ponente Ligure. Si tratta di un percorso che sale dolcemente, con lieve dislivello che regala panorami mozzafiato sulla costa Ligure, alternando il verde della macchia mediterranea e il blu zaffiro del mare. L’origine della Grotta dei Falsari è dovuta ad una lenta e costante azione erosiva esercitata dal mare milioni d’anni fa, quando le terre oggi emerse si trovavano al di sotto del livello del mare.

NOLI

NOLI - L’Antro o Grotta dei Falsari o dei Briganti è una spettacolare “finestra sul mare” di Capo Noli.
La Grotta dei Falsari a Noli, oltre ad essere nota per la sua bellezza naturale, è legata ad una storia di pirateria ed altre attività illegali che erano protette dalla natura impervia e difficile da raggiungere. Si narra quindi che fosse un luogo di incontro e deposito per i contrabbandieri che la usavano per nascondere la loro merce. La grotta, conosciuta anche come "Grotta dei Briganti", testimonia questo passato, rendendola un luogo affascinante in cui si respira aria di mistero che attraversa secoli di storia ancora da raccontare...
Qui decise di fare anche il suo “eremo” il famoso Capitano “lupo di mare” Enrico Alberto d’Albertis: una bella casa in stile coloniale a forma di cabina di nave con l’albero per l’alzabandiera, piante esotiche, voliera di uccelli rari…) ed oggi è uno dei Luoghi abbandonati in una delle posizioni più belle di tutta la Liguria…(foto sotto).

Genova - Castello D'Albertis
Museo delle Culture del Mondo

Genova
D’ALBERTIS – Marinaio gentiluomo
https://www.museidigenova.it/it/castello-dalbertis-museo-delle-culture-del-mondo



Sentiero del Pellegrino: Chiesa di San Lorenzo Medievale. Della primitiva struttura altomediovale sopravvivono frammenti di età bizantina murati nelle pareti. Una parte molto antica, forse di età preromana, è costituita dall'abside quadrata con monofore di mattoni ad arco ribassato. Il fronte verso il mare, con le due porte principali a sesto acuto è di epoca gotica.


Torre delle streghe
Eretta nel 1582 come torretta di guardia per arginare gli sconfinamenti di Varigotti nei territori di Noli, fedele a Genova. Varigotti protestò con gli spagnoli chiedendone la demolizione che non fu eseguita. In seguito la torre prese il nome di "Torre delle streghe" come scherno nei confronti delle donne di Varigotti.

Sentiero del Pellegrino: Varigotti - Monte di Capo Noli (Semaforo) - Grotta dei Briganti (Antro dei Falsari) - Noli
Il sentiero che porta alla Grotta si snoda pure lungo una delle Vie della Fede dei Pellegrini in Liguria sul quale si trovano alcune chiese dalle quali si hanno spettacolari scorci panoramici sulla costa.
Nella filosofia greca la grotta è considerata come metafora del mondo materiale. Nel “mito della caverna”, Platone la identifica come il mondo dell'ignoranza, in cui le anime degli uomini sono imprigionate e percepiscono la luce riflessa di una realtà raggiungibile solo attraverso la mente e lo spirito.

L'origine della Grotta dei Falsari è dovuta ad una lenta e costante azione erosiva esercitata dal mare milioni d'anni fa, quando le terre oggi emerse si trovavano al di sotto del livello del mare. Il panorama è da togliere il fiato.


Il mare dell'ammiraglio Nelson
NOLI, in Liguria, è storicamente collegata all'ammiraglio inglese Horatio Nelson grazie alla battaglia di Capo Noli, combattuta nel 1795. Questa battaglia segnò la prima vittoria navale di Nelson, e un tesoro recuperato recentemente potrebbe essere collegato a una delle navi francesi sconfitte.
La fin du Ca-Ira, par Pierre Villié, directeur de fouille
Possiamo anche qui ricordare che La battaglia di Capo Noli fu uno scontro navale combattuto nel 1795 al largo della costa di Noli, tra le navi da guerra francesi comandate dall'ammiraglio Pierre Martin e le navi da guerra britanniche e napoletane comandate dal contrammiraglio William Hotham. La battaglia si concluse con la vittoria degli anglo-napoletani sui francesi. Le navi francesi Ça Ira e Censeur furono catturate dai britannici, la nave britannica Illustrious fu gravemente danneggiata e distrutta dopo la battaglia.
Il mare dell'ammiraglio Nelson: Capo Noli e la Grotta dei Falsari, escursione panoramica.

Malpasso, falesia a picco sul mare
Questo è l'orizzonte ricorrente che contraddistingue per tutta la giornata la vista lungo il Sentiero del Pellegrino, splendido itinerario che sale verso le alte pareti calcaree del Malpasso. Dopo la visita del singolare borgo saraceno di Varigotti, si guadagna quota verso Punta Crena e la Chiesa di San Lorenzo, appartenuta all’ordine benedettino.
Questo gioiellino ha un'abside con lunghe monofore dell’VIII secolo; la sacrestia e il piccolo campanile a vela risalgono invece al periodo compreso tra il XII e il XIV secolo.
IL MAUSOLEO CERISOLA
Ritornati sul sentiero principale, si incontra il Mausoleo Cerisola, dove il mare è il tema ricorrente di curiose decorazioni.



Sul sentiero del Pellegrino, poco prima di giungere a Varigotti, si costeggia un muretto colorato, con salvagenti, scritte e ritagli di giornali, in italiano e in inglese: il Mausoleo Cerisola.
Giuseppe Cerisola, detto Beppino, nacque a Varigotti nel 1914. Imbarcato a Singapore, fu fatto prigioniero dagli Inglesi nella Seconda Guerra Mondiale e fu trasportato in Australia nei campi di lavoro.
Terminata la guerra, rientrò a Varigotti ma, scoprendo l’amata fidanzata sposata con figli, tornò nel continente australiano dove rimase per trent’anni.
Cerisola o il Carnera
Amante del mare e provetto nuotatore, salvò molte persone dal mare in burrasca, tanto che gli valse il soprannome di Uomo dei Sette mari, inoltre per questa sua abilità e coraggio ricevette una medaglia d’oro a Noli nel 1976.
Fu soprannominato Carnera invece per la sua prestanza fisica.
Giunta l’epoca della pensione, ritornò a Varigotti stabilendosi dalla madre.
Di carattere cupo, ombroso, coltivò le sue passioni. Il mare, innanzitutto, nuotando fino alla fine e sempre a scrutare tra le onde alte se c’era qualche nuotatore incauto in difficoltà, e l’orto.
Una seconda breve deviazione consente di ammirare dall'alto la spiaggia della poderosa colonna calcarea del Malpasso, alta più di 250 metri, su quel mare dove un tempo si trovava il porto naturale di Varigotti, interrato dai genovesi ai tempi delle lotte con i marchesi Del Carretto.
Superata la torretta genovese del 1582 si raggiunge un altro suggestivo scorcio sul mare.
Tappe successive sono la protoromanica chiesetta di Santa Margherita, una delle più antiche della Liguria (sec. X-XI), alla quale era annesso un ospizio dove i monaci Lerinensi offrivano rifugio e conforto a pellegrini e viandanti.

Altro elemento architettonico di rilievo, seppure caduto in rovina, è San Lazzaro e l'annesso lazzaretto, fondato nel XII secolo dai Cavalieri di Rodi (Foto sopra). Qui venivano curati i naviganti appestati di ritorno dagli scali di Levante (dalla fine del 1600 venivano messi in quarantena nel castello Ursino). Nella tappa finale del nostro itinerario escursionistico lo spazio è concesso solo alla storia: Noli ricorda il profilo glorioso della V Repubblica Marinara.
NOLI
REPUBBLICA MARINARA DAL 1192 AL 1797
https://www.marenostrumrapallo.it/noli/
Carlo GATTI Rapallo, 4 Dicembre 2014
Carlo GATTI
Rapallo, Mercoledì 11 Giugno 2025
GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI 2025
GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI 2025
Introduzione di Carlo Gatti
"L'8 Giugno celebriamo la Giornata Mondiale degli Oceani, un evento cruciale per ricordare l'importanza vitale degli oceani per l'umanità e il pianeta. Gli oceani, veri e propri polmoni blu del nostro pianeta, producono il 50% dell'ossigeno che respiriamo, regolano il clima e ospitano una biodiversità straordinaria.
Tuttavia, sono sottoposti a una crescente pressione antropica: inquinamento da plastica, surriscaldamento, acidificazione delle acque e perdita di biodiversità minacciano seriamente questo ecosistema fondamentale.
La Giornata Mondiale degli Oceani ci ricorda l'urgenza di agire per proteggere gli oceani, non solo per la loro intrinseca bellezza, ma per la nostra stessa sopravvivenza.
Il loro valore economico è immenso – dal turismo alla pesca, all'assorbimento di CO2 – ma è a rischio. Dobbiamo promuovere politiche di gestione sostenibile delle risorse marine e contrastare gli impatti negativi dell'attività umana, per garantire un futuro sano per gli oceani e per le generazioni a venire."
Riteniamo che l’argomento “OCEANI” sia troppo importante per essere sottovalutato o addirittura ignorato. Questo è il motivo per cui riportiamo interamente il testo ufficiale che è stato diffuso in tutto il mondo!
Giornata Mondiale degli Oceani 2025: il valore del mare tra ambiente, economia e futuro. La Giornata Mondiale degli Oceani si celebra l'8 giugno.
LA GRANDE BELLEZZA




Promossa dalle Nazioni Unite, l’edizione di quest’anno ha come tema Wonder: Sustaining What Sustains Us (Meravigliarsi di ciò che ci sostiene, per imparare a proteggerlo). L’iniziativa vuole richiamare l’attenzione sull’importanza vitale degli oceani per il nostro pianeta: regolano il clima, producono oltre la metà dell’ossigeno che respiriamo, assorbono anidride carbonica, proteggono le coste e offrono cibo e lavoro a più di tre miliardi di persone nel mondo.
L’edizione 2025 della Giornata Mondiale degli Oceani vuole proporre un cambio di prospettiva: nessun allarme, ma un invito a riconoscere il valore reale dell’ecosistema oceano. Se gli avvertimenti non servono a invertire la rotta, la consapevolezza del ruolo che l’oceano svolge per la vita sul pianeta può essere invece il punto di partenza per un impegno più concreto. E quindi per un cambiamento reale.
Sicurezza alimentare e biodiversità sotto pressione
La tutela degli oceani è strettamente legata alla disponibilità di risorse alimentari e alla conservazione della biodiversità marina. Gli ecosistemi oceanici forniscono cibo a miliardi di persone e ospitano una parte significativa delle specie viventi del pianeta. Il loro degrado, causato da inquinamento, pesca eccessiva e riscaldamento delle acque, mette a rischio sia la capacità degli oceani di sostenere la produzione alimentare sia l’equilibrio degli habitat naturali da cui dipende la varietà delle forme di vita marine.
Secondo il rapporto State of World Fisheries and Aquaculture 2024 della Fao, 3,2 miliardi di persone nel mondo dipendono in modo diretto dal pesce come fonte primaria di proteine animali. I prodotti ittici rappresentano il 17% delle proteine animali consumate nel mondo con punte molto più alte in alcune regioni dell’Asia e dell’Africa. Il Living Planet Report 2024pubblicato dal Wwf documenta una riduzione media del 73% delle popolazioni di vertebrati marini negli ultimi cinquant’anni. Inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse e aumento delle temperature oceaniche sono le principali cause di un degrado che colpisce non solo gli equilibri ecologici, ma anche le catene di approvvigionamento alimentare.
Ad essere compromessa non è soltanto la varietà biologica, ma anche la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e mantenere funzioni essenziali. Dati Fao indicano che il 35,4% degli stock ittici globali è oggi sfruttato oltre livelli sostenibili, una quota più che raddoppiata rispetto al 1974, quando era pari al 10%. Il Mediterraneo è una delle aree più critiche: qui oltre il 60% degli stock è sovrasfruttato. In assenza di misure efficaci le conseguenze saranno irreparabili non solo per l’ambiente, ma anche per l’occupazione e la sicurezza alimentare di intere fasce di popolazione.
Composizione della plastica negli oceani per area geografica
-
Oceano Pacifico
→46% della plastica totale
→ Principali rifiuti: bottiglie, reti da pesca
-
Oceano Atlantico
→24% della plastica totale
→ Principali rifiuti: microplastiche, sacchetti
-
Oceano Indiano
→15% della plastica totale
→ Principali rifiuti: contenitori, frammenti
-
Oceano Artico
→8% della plastica totale
→ Principali rifiuti: microplastiche
-
Oceano Antartico
→ 7% della plastica totale
|
La Blue Economy continua a crescere
La protezione degli oceani riguarda anche la tenuta economica di settori strategici per numerosi Paesi. Secondo l’EU Blue Economy Report 2024, nel 2023 l’economia legata al mare (Blue Economy) dell’Unione Europea ha impiegato 3,6 milioni di persone, registrando una crescita del 17% rispetto al 2020. Il valore complessivo generato ha raggiunto i 623,6 miliardi di euro, con un incremento del 21% nello stesso periodo. Le attività principali comprendono pesca, acquacoltura, cantieristica navale, turismo costiero e produzione di energia rinnovabile da fonti marine.
In questo scenario è facile capire perché siano così diffusi i blue bond, strumenti obbligazionari emessi per finanziare progetti legati alla conservazione degli oceani e all’uso sostenibile delle risorse marine. Nel 2024, le emissioni di blue bond sono aumentate del 10,6% rispetto all’anno precedente, e oggi rappresentano lo 0,24% del totale delle obbligazioni sostenibili globali, secondo i dati dell’Intercontinental Exchange (Ice).
Innovazione e tecnologie al servizio della sostenibilità
L’integrazione tra innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale risponde sempre più ai criteri Esg (Environmental, Social, Governance) e diventano un fattore distintivo per investitori istituzionali e soggetti pubblici. La disponibilità di dati accurati e tempestivi consente di migliorare la gestione delle risorse oceaniche e di definire politiche più efficaci in materia di conservazione. Inoltre, tecnologie meno invasive riducono l’impatto delle attività di ricerca sull’ambiente marino e contribuiscono concretamente alla tutela della biodiversità.
L’applicazione dei criteri Esg in ambito “oceanico” si traduce in un vantaggio competitivo per le imprese perché riduce i rischi ambientali e reputazionali, migliora l’accesso a capitali e finanziamenti, favorisce l’innovazione sostenibile e rafforza il posizionamento sul mercato, rispondendo alla crescente domanda di responsabilità ambientale nel settore marittimo.
L’impegno di Etica Sgr per la tutela degli oceani
In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani 2025, Etica Sgr riafferma il proprio impegno nella salvaguardia degli oceani, con particolare attenzione alla lotta contro l’inquinamento da plastica, che rappresenta una delle minacce più gravi per la salute degli ecosistemi marini. Non a caso Etica Sgr ha aderito all’iniziativa globale A Line in the Sand – The New Plastics Economy, promossa dalla Ellen MacArthur Foundation, sostenendo la transizione da un modello economico lineare a uno circolare, in cui i prodotti siano progettati per essere riutilizzati, riparati e riciclati, con l’obiettivo di ridurre la produzione di rifiuti e l’impatto sull’ambiente marino.
Etica Sgr è anche tra i firmatari della Plastic Pollution Financial Declaration, sottoscritta da 160 istituzioni finanziarie a livello internazionale. La dichiarazione chiede ai governi l’adozione di un trattato globale e vincolante sull’inquinamento da plastica e promuove misure per affrontare l’intero ciclo di vita dei materiali plastici.
Attraverso il proprio impegno in ambito Esg, Etica Sgr punta a favorire politiche pubbliche e investimenti orientati alla tutela degli oceani, sostenendo la definizione di obiettivi comuni e strumenti finanziari capaci di contribuire concretamente alla riduzione dell’inquinamento e alla protezione della biodiversità marina.
Inquinamento nel Mediterraneo, un “mare di plastica” - Inquinamento da plastica nel mar Mediterraneo: le causa e le soluzioni
L’inquinamento del mare da plastica è una delle emergenze ambientali più gravi dell’epoca moderna. Mari e oceani sono invasi dalla plastica, al punto che si sono formate delle vere e proprie isole: le cosiddette Plastic island o il Great Garbage Patch. Ne esistono cinque: due fluttuano nel Pacifico, due nell’Atlantico e una nell’Oceano Indiano. Enormi piattaforme di inquinamento che galleggiano tra le onde in un’area più estesa di quella di Stati Uniti e India.
L’inquinamento da plastica è un problema globale, tanto che le Nazioni Unite hanno inserito la tutela dei mari tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: è il Goal 14 – Vita sott’acqua. Nell’Agenda 2030 si legge che occorre “conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”.
Inquinamento del mare da plastica nel Mediterraneo

Nel Mediterraneo non esistono vere e proprie isole di plastica, ma la situazione non è affatto rosea. Il nostro mare è la sesta grande zona per inquinamento da plastica al mondo. I numeri descrivono una vera emergenza: la plastica rappresenta il 95% dei rifiuti nel Mediterraneo e proviene principalmente da Turchia, Spagna, Italia, Egitto e Francia. Nel complesso l’Europa, secondo maggiore produttore di plastica al mondo dopo la Cina, riversa in mare ogni anno tra le 150 e le 500 mila tonnellate di macroplastiche e tra le 70 e 130 mila tonnellate di microplastiche. Il Mar Mediterraneo rappresenta l’1% delle acque ma contiene il 7% delle microplastiche marine a livello mondiale.
Gli effetti negativi dell’inquinamento si vedono anche sulla fauna. La maggior parte delle specie marine ingeriscono plastiche o microplastiche. Non c’è una sola specie di tartaruga marina che nuoti nel Mediterraneo senza plastica nello stomaco. Ogni anno un milione e mezzo di animali marini sono vittime della plastica scaricata nei mari.

In Italia cattiva depurazione delle acque e troppa pesca
Nel nostro Paese la situazione è statica da anni: non si vede alcun cambiamento né dal punto di vista legislativo né degli indicatori. La denuncia arriva dal Rapporto ASviS 2018 (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile). In cima alla lista delle cause dell’inquinamento dei nostri mari c’è la cattiva depurazione delle acque e lo scarico illecito di rifiuti sulle nostre spiagge, che riguarda un abitante su quattro.
Ma il Mediterraneo è impoverito anche dalla pesca eccessiva che, sottolinea ASviS, “ha ridotto la produzione in campo alimentare, danneggiato gli ecosistemi e colpito la biodiversità”. Anche in Italia il sovra sfruttamento degli stock ittici ha raggiunto una quota dell’88% secondo i dati 2014. In altre parole, il pesce nel Mediterraneo è in diminuzione.
Nota positiva: le aree protette
In Italia, fortunatamente, non mancano le aree protette. ASviS rileva la notevole ampiezza: oltre 3 mila chilometri di cui il 75% si trova in Sardegna, Sicilia e Toscana. Diversi studi dimostrano che le aree protette sono l’unico modo per rallentare la bio-invasione, che si lega al fenomeno del cambiamento climatico e in particolare all’innalzamento della temperatura delle acque.

Etica Sgr, protagonista nella lotta all’inquinamento da plastica
Anche il sistema finanziario può fare qualcosa per ridurre l’inquinamento da plastica. In Etica Sgr abbiamo deciso di fare la nostra parte promuovendo la blue economy e il progetto “A line in the sand – The New Plastic Economy“. Un accordo globale per eliminare il problema della plastica e salvaguardare la vita negli oceani. Come? Sostenendo il passaggio dalla cosiddetta economia lineare – produco, uso e getto – all’economia circolare, dove ogni prodotto viene prodotto per essere usato, riutilizzato e riciclato, riducendo così al minimo i rifiuti.
Nello specifico le aziende che aderiscono alla campagna si impegnano a eliminare gli imballaggi in plastica problematici o non strettamente necessari attraverso l’innovazione, la riprogettazione e lo studio di nuovi modelli di consegna. Si impegnano inoltre ad applicare modelli di riutilizzo, laddove possibile, per eliminare la necessità di imballaggi monouso. Tra i firmatari dell’accordo, ricordiamo, ci sono numerose aziende multinazionali che producono il 20% di tutti gli imballaggi di plastica prodotti nel mondo.
Giornata mondiale degli Oceani 2024: il polmone blu della Terra
HOME NEWS ED EVENTI GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI 2024: IL POLMONE BLU DELLA TERRA

Condividi questo contenuto
Giornata mondiale degli Oceani 2024, gli oceani rappresentano il polmone del nostro Pianeta. Producono il 50% dell’ossigeno presente sulla Terra e hanno contribuito ad arginare, fino a ora, i cambiamenti climatici estremi, fungendo da equilibratore naturale. Negli ultimi vent’anni hanno assorbito enormi quantità di anidride carbonica, pari a circa il 25% di quella prodotta, e il 90% del calore immesso in atmosfera.
Che cos’è la Giornata mondiale degli Oceani?
La Giornata mondiale degli Oceani si celebra l’8 giugno ed è un evento che vuole portare all’attenzione di cittadini, enti e istituzioni l’importanza degli oceani e il ruolo fondamentale che svolgono negli equilibri della vita sulla Terra. Gli oceani sono infatti ecosistemi straordinariamente ricchi e ancora parzialmente inesplorati, soggetti tuttavia a una forte pressione antropica che rischia di metterne a repentaglio la biodiversità.
Gli oceani sono fonte di cibo, energia e lavoro per gli esseri umani. Coprono tre quarti della superficie terrestre dando ospitalità alla più grande biodiversità di specie animali e vegetali. Regolano anche la temperatura terrestre rendendo possibile la vita sulla Terra. La nostra salute e i cambiamenti climatici sono indissolubilmente legati alle grandi distese marine: per questo occorre salvaguardarle.
Come nasce
L’8 giugno del 1992 il vertice sull’ambiente di Rio de Janeiro decise di istituire questa giornata come monito sui rischi legati allo sfruttamento dell’ambiente marino e come auspicio per interventi mirati sul medio e lungo periodo. Dal 2008 la Giornata è riconosciuta anche dalle Nazioni Unite. Vi partecipano oltre 140 Paesi che si impegnano a considerare l’importanza degli oceani e a studiare opportune iniziative a loro tutela.
Perché è importante
Il 70% della superficie terrestre è costituita da acqua. Sono migliaia le specie di animali e di piante che vivono in ambienti marini e che richiedono tutela, alla stregua delle specie terricole. Non solo, gli oceani regolano la temperatura terrestre rendendo possibile la vita sulla Terra. La nostra salute e i fenomeni climatici sono quindi legati alle grandi distese marine, che oggi soffrono dei danni causati dall’inquinamento e dalla dispersione di plastiche e microplastiche.
Il tema del 2024 | Awaken New Depths (Risvegliare nuove profondità)
L’oceano sostiene l’umanità e tutta la vita sulla Terra. Anche se sappiamo poco dell’oceano rispetto alla sua immensa vastità – abbiamo esplorato solo circa il 10% delle sue profondità – conosciamo le conseguenze delle azioni antropiche sulla salute dei mari. Ogni anno l’umanità continua a prendere decisioni rischiose e miopi che aumentano il rischio di rovina per l’oceano (abbiamo visto la campagna di Etica contro l’estrazione dai fondali marini, per fare un esempio) e, di conseguenza, per noi stessi. Per dare vita ad un ampio movimento a favore dell’oceano, la Giornata vuole risvegliare nuove profondità di consapevolezza e azione.
Promossa da un Consiglio consultivo dei giovani composto da 25 leader giovanili provenienti da 21 paesi, la Giornata mondiale degli oceani 2024 unisce il mondo per celebrare il ‘Pianeta blu’ e intraprendere azioni collettive per un oceano sano e un clima stabile. Sono previste decine di migliaia di attività, celebrazioni e altri eventi. Insieme, queste azioni coinvolgeranno milioni di persone in oltre 150 paesi.
La leadership giovanile è una caratteristica fondante di questa giornata. “Come giovani sostenitori del clima, possediamo la chiave per la sua protezione. Attraverso la nostra azione collettiva, passione e dedizione, possiamo proteggere i nostri oceani e combattere il cambiamento climatico per un futuro più sostenibile. Abbiamo il potere di potenziare e amplificare le nostre voci come giovani in tutto il mondo per influenzare e creare un impatto per la risorsa più preziosa del nostro pianeta blu: il nostro oceano! ” – ha affermato Leena Joshi(India), durante il lancio della giornata di quest’anno.
Ha aggiunto Maria Jose Rodriguez Palomeque (Messico): “i giovani, soprattutto quelli provenienti da comunità vulnerabili, sono voci essenziali nella creazione di soluzioni climatiche per proteggere l’oceano. Ignorare le loro voci significa ignorare il nostro futuro. I giovani meritano di essere riconosciuti come soggetti politici”.
Per la Giornata Mondiale degli Oceani 2024 in Italia si svolgeranno conferenze, dibattiti, proiezioni cinematografiche, mostre fotografiche, eventi sportivi, pulizie delle spiagge e delle coste, laboratori educativi per tutte le età e molto altro ancora.

L’importanza degli oceani
Gli oceani producono metà dell’ossigeno che respiriamo e sono una fonte diretta di cibo per un miliardo di persone, oltre a rappresentare anche un’importante fonte di energia e di lavoro. Ma i vantaggi per l’uomo non si fermano qui. Il legame è così stretto che stupisce non sia mai stato messo abbastanza in rilievo: se il mare è vivo vive anche l’uomo, se il mare è in sofferenza lo siamo anche noi.
Il valore economico degli oceani
Come tutte le risorse anche gli oceani hanno un “valore economico”. Secondo un report del WWF (Reviving the Ocean Economy: The case for action – 2015) gli oceani – con la pesca, il turismo, le rotte di navigazione e le attività costiere – sono un soggetto economico da 24 mila miliardi di dollari, al settimo posto tra le principali economie mondiali.
Nel 2010, il prodotto economico delle industrie marittime e oceaniche era di circa 1,5 miliardi di dollari, rappresentando il 2,5% del valore aggiunto lordo mondiale e impiegando circa 31 milioni di persone. Entro il 2030, si prevede che questo valore potrebbe raddoppiare, con un aumento significativo nei settori dell’acquacoltura marina, dell’energia eolica offshore e della cantieristica navale.
Nel 2016 gli scienziati del NOAA, ente governativo statunitense per le risorse oceaniche e atmosferiche, si sono spinti a calcolare il valore di alcune aree marine. Quella, immensa, compresa tra la costa occidentale degli Stati Uniti, le isole Hawaii e il Perù, è stimata in 17 miliardi di dollari. E gli introiti da pesca commerciale rappresentano solo una quota marginale, dovendosi conteggiare nel valore complessivo anche le altre attività e, soprattutto, il naturale assorbimento di carbonio da parte delle acque, che da solo vale circa 13 miliardi di dollari.
La “Blue Economy” offre anche opportunità di investimento sostenibile, come i Blue Bond, strumenti finanziari che raccolgono capitale per progetti marini e oceanici, mirati a migliorare la salute degli oceani e a promuovere pratiche ecologiche.
Perché gli Oceani sono a rischio
Insomma, una ricchezza enorme. Che però viene messa sempre più a rischio dallo sfruttamento intensivo e dai cambiamenti climatici. L’inquinamento, il riscaldamento dei mari e l’acidificazione delle acque, insieme alla perdita di biodiversità (crollata del 39% tra 1970 e 2010) sono i principali rischi a cui è sottoposto il grande involucro liquido che ricopre gran parte della Terra.
Plastica e inquinamento
È stato calcolato che ogni anno in tutto il mondo vengono riversati in mare dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica. Come segnala l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, nel solo mare Mediterraneo vengono gettati più di 200.000 tonnellate di plastica all’anno, cioè il contenuto di oltre 500 container. Il risultato è che a livello mondiale la plastica rappresenta l’80% dei rifiuti presenti negli oceani, dalle acque superficiali giù giù fino ai fondali marini. Tra le fonti di inquinamento non mancano gli scarichi urbani e industriali, che immettono nell’ambiente sia sostanze organiche sia materiali non degradabili come metalli pesanti e particelle radioattive. Si stima che entro il 2040 ci saranno circa 700 milioni di tonnellate di plastica negli oceani.
Surriscaldamento
Per il settimo anno consecutivo nel 2022 il riscaldamento degli oceani ha registrato temperature in costante aumento, con il Mediterraneo a fare da capofila tra i bacini in cui il fenomeno è più evidente. Incrementi che, uniti a livelli sempre più elevati di salinità e a una maggiore separazione dell’acqua in strati, possono compromettere il naturale scambio tra la superficie e le zone più profonde, alterando così gli spostamenti delle specie ittiche.
Acidificazione delle acque
L’acidità degli oceani è un fenomeno naturale dovuto all’assorbimento dell’anidride carbonica atmosferica. Ma se le concentrazioni di CO2 aumentano, anche l’acidificazione subisce un incremento, con conseguente riduzione di altre sostanze minerali necessarie alla sopravvivenza degli organismi marini.
L’acidità media superficiale, rimasta stabile per milioni di anni, ha subito un’accelerazione del 26% negli ultimi 150 anni. In assenza di interventi specifici, il dato potrebbe aumentare del 150% entro il 2100.
Le principali politiche per preservare gli oceani
Una gestione sostenibile delle risorse marine richiede un radicale cambiamento di approccio, che coinvolga le politiche dei Paesi rivieraschi e le numerose industrie di settore.
Nel febbraio 2022 il vertice One Ocean, tenutosi a Brest, è stato uno degli eventi più importanti nell’ambito del decennio ONU delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile. La Commissione Europea ha fornito il suo contributo presentando tre iniziative:
-
una coalizione internazionale per proteggere la biodiversità marina nelle zone non soggette a giurisdizione nazionale;
-
un progetto informatico che consenta ai ricercatori di creare simulazioni digitali degli oceani del mondo;
-
una missione di ricerca UE per migliorare le condizioni degli oceani entro il 2030.
L’approccio è stato ribadito nel corso della successiva Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani, tenutasi a Lisbona, che ha condotto nel marzo di quest’anno alla sottoscrizione del cosiddetto Trattato d’alto mare, un fondamentale accordo che prevede la creazione di aree marine protette in acque internazionali e l’obbligo di valutazione di impatto ambientale per le attività in alto mare.
Scopri l'impegno di Etica per la salvaguardia degli oceani

Per salvaguardare i nostri oceani dall’inquinamento da plasticaabbiamo sottoscritto, insieme a 160 istituzioni finanziarie internazionali provenienti da 29 Paesi, un accordo per invitare i governi di tutto il mondo a sostenere il settore finanziario nell’adozione di misure per combattere l’inquinamento da plastica e creare un trattato storico e ambizioso che tenga conto delle sfide e dei costi associati a questo problema globale. Il Finance Statement on Plastic Pollution sollecita i governi a concordare uno strumento internazionale giuridicamente vincolante (ILBI – International Legally Binding Instrument), supportato da regole vincolanti e obblighi per gli Stati per gestire l’intero ciclo di vita della plastica e porre, fine all’inquinamento derivante da questo materiale.
La Blue economy è decisiva per un futuro sostenibile
HOME APPROFONDIMENTI LA BLUE ECONOMY È DECISIVA PER UN FUTURO SOSTENIBILE

La Blue economy, l’economia che ruota intorno agli oceani, ai mari e ai fiumi, è decisiva per un Green Deal europeo all’insegna della sostenibilità. Il settore della finanza e l’economia blu a basso impatto ambientale sono indispensabili per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e per contrastare i cambiamenti climatici
È quanto emerge dall’ultimo rapporto della Commissione Europea, il quarto “Blue Economy Report” pubblicato nel mese di giugno.
Oceani e mari in salute sono la precondizione per la blue economy sostenibile
Preservare l’ambiente marino è indispensabile per la blue economy secondo Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal.
«L’inquinamento, la pesca eccessiva e la distruzione degli habitat, insieme agli effetti della crisi climatica, minacciano la ricca biodiversità marina da cui dipende la blue economy. Dobbiamo cambiare rotta e sviluppare un’economia sostenibile in cui la protezione dell’ambiente e le attività economiche vadano di pari passo».

Blue economy in Europa, 4,5 milioni di persone occupate e 650 miliardi di euro di fatturato
I dati pre-pandemia raccolti da Eurostat ed elaborati dalla Commissione Europea ci dicono che la blue economy impiega almeno 4,5 milioni di persone nella sola Europa. Il comparto genera ben 650 miliardi di euro di fatturato e 176 miliardi di euro di valore aggiunto lordo, con un utile lordo 68 miliardi di euro. In Italia, trainata dal turismo costiero, dà già lavoro a oltre 390.000 persone e genera circa 19,7 miliardi di euro di valore aggiunto al PIL nazionale.
I settori coinvolti nella blue economy, individuati dalla UE, riguardano la preservazione delle risorse marine viventi e non viventi, l’energia rinnovabile ricavata dal mare, le attività portuali. Ma anche tutto il comparto navale, dalla costruzione ai trasporto marittimo. Fino al turismo costiero, alla pesca e all’acquacoltura. Negli ultimi anni, all’interno dei vari settori industriali, secondo il report della Commissione UE, tutto ciò che è sviluppato all’insegna della totale sostenibilità ambientale, è in forte crescita. L’energia delle onde e delle maree, la produzione di alghe, lo sviluppo di attrezzi da pesca innovativi, il ripristino degli ecosistemi marini creeranno nuovi posti di lavoro e imprese verdi nell’economia blu.
Quali sono i settori produttivi della blue economy?
Tra i principali comparti emergenti e innovativi ci sono proprio quelli legati alla produzione di energia rinnovabile marina. Cioè l’energia ricavata in oceano. Dall’eolico offshore ai pannelli fotovoltaici galleggianti, il cosiddetto “solare flottante”. Tecnologie che permettono di raccogliere in modo pulito l’energia necessaria per gli elettrolizzatori, in grado di scindere le molecole di idrogeno e ossigeno e quindi produrre l’idrogeno verde, quello prodotto a partire da fonti esclusivamente rinnovabili. Rientrano nell’economia blu, di conseguenza, la ricerca e lo sviluppo delle infrastrutture marine legate alle comunicazioni e all’energia, come la posa dei cavi sottomarini che richiede, a sua volta, lo sviluppo della robotica. All’energia rinnovabile marina l’UE ha già dedicato una vera e propria strategia di sviluppo. Insieme a quella per l’energia rinnovabile offshore, che dovrebbe portare ad un aumento della capacità eolica offshore da 12 GW a 300 GW entro il 2050.
Altrettanto fondamentale resta la bioeconomia, legata soprattutto alle produzioni biologiche ittiche e algali, le biotecnologie. Solo il settore biologico ha ottenuto profitti lordi per 7,3 miliardi nel 2018, un aumento del 43% in più rispetto al 2009, con un fatturato che ha raggiunto i 117,4 miliardi di euro, il 26% in più rispetto al 2009. Da solo, il nuovo settore delle alghe marine si è rivelato davvero notevole. Anche se i dati socio-economici recenti sono disponibili solo per un numero limitato di Stati membri (Francia, Spagna e Portogallo), il fatturato registrato nel 2018 ammonta a 10,7 milioni di euro. Poiché il cambiamento climatico sta portando a estati più calde e secche, alcuni Paesi devono garantire l’approvvigionamento idrico e quindi hanno investito nella desalinizzazione. Attualmente ci sono 2.309 impianti di desalinizzazione operativi nell’UE che producono circa 9,2 milioni di metri cubi di acqua potabile al giorno.

L’energia degli oceani e la formazione indispensabili per la transizione ecologica
Ma non bastano solo le soluzioni tecnologiche. Per guidare il processo al cambiamento occorre investire in formazione. La blue economy richiede nuove competenze. A oggi già il 17-32% delle aziende sta registrando carenze di competenze e di personale tecnico adeguatamente formato, specie nell’ambito dell’energia rinnovabile offshore. Fattore che richiede l’intervento degli Stati membri e di investimenti sia in ricerca ma anche nella formazione dei futuri giovani lavoratori. O per riqualificare coloro che sono ancora impiegati nel comparto fossile.
Il valore del capitale naturale: i servizi ecosistemici
Per la Blue Economy è fondamentale quantificare i costi e l’impatto dell’inquinamento, che rischia di esaurire il capitale naturale blu, così come di calcolare i benefici economici, ambientali e di benessere derivanti dalla loro conservazione. Sono le aree naturali che presentano vantaggi per la qualità della vita dei cittadini, che assicurano, attraverso la cura dei residenti, la salvaguardia della natura nonché la tutela della terra, della costa, del mare e la conservazione del paesaggio. L’insieme di queste esternalità positive per l’ambiente, corrisponde ai cosiddetti “servizi ecosistemici“.
Il valore dei servizi ecosistemici in Europa è stimato pari a migliaia di miliardi di euro l’anno.
Un patrimonio inestimabile che va protetto e curato ma che, per esempio, con l’innalzamento del livello dei mari e l’erosione delle coste, comporta una perdita stimata di almeno 15 miliardi di euro ogni anno. Gli esperti della Commissione UE hanno calcolato che la perdita dell’1-1,3% di terra e acque interne sommerse porterebbe al declino del 4,3-5,4% del valore dei loro servizi ecosistemici. Dai 360 a 341-344 miliardi di euro all’anno.
Attualmente, però alcuni settori importanti non sono ancora a impatto zero. Vero è che le emissioni di CO2 provenienti dalle flotte pescherecce dell’UE sono diminuite del 18% dal 2009 e il 2018. E l’impatto del pesce e dei prodotti del mare in relazione al cambiamento climatico, rispetto alle altre fonti proteiche nella dieta dei cittadini europei, ha un impatto inferiore rispetto alla carne. Ma ciò non è ancora sufficiente.
Per la UE, l’economia blu è indispensabile per raggiungere gli obiettivi del Green Deal
La Commissione Europea, anche alla luce delle conclusioni del “Blue Economy Report”, ha condiviso un approccio ancora più radicale, aggiornando la road map pubblicata nel 2012 e ribadendo come lo sviluppo di “un’economia blu sostenibile è essenziale per raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo e garantire una ripresa verde e inclusiva dalla pandemia”.
Per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica, le linee di indirizzo della Commissione Europea indicano, oltre che sviluppare l’energia rinnovabile offshore, la decarbonizzazione del trasporto marittimo. Il mix di energia oceanica sostenibile che includa l’energia eolica, termica, quella prodotta dalle onde e dalle maree, potrebbe generare un quarto dell’elettricità dell’UE nel 2050. I porti, sottolineano gli esperti della UE, sono cruciali per la connettività e l’economia delle regioni e dei paesi europei e potrebbero essere utilizzati come hub energetici: porti più verdi, completamente slegati dall’economia fossile.
Investire in natura: investire in economia sostenibile
Non ci può essere una vera blue economy senza un’economia circolare e una riduzione dell’inquinamento, ribadiscono gli esperti. Servono, quindi, standard rinnovati per la progettazione degli attrezzi da pesca, per il riciclaggio delle navi, per lo smantellamento delle piattaforme offshore. Azioni concrete per ridurre l’inquinamento da plastica e microplastica. Occorre “investire sulla natura”: preservare almeno il 30% della superficie marina dell’UE invertirà la perdita di biodiversità, aumenterà gli stock ittici, contribuirà alla mitigazione del clima e alla resilienza, e genererà significativi benefici finanziari e sociali.
L’innalzamento del livello del mare e degli oceani, il surriscaldamento particolarmente aspro per il continente europeo, pongono la sfida dell’adattamento climatico per tutte le aree costiere. Attività di tutela che passano attraverso la protezione dei litorali dal rischio di erosione e inondazioni attraverso infrastrutture verdi, indispensabili per tutelare turismo e l’economia costiera. Con l’adozione delle linee guida strategiche dell’UE per l’acquacoltura sostenibile, la Commissione si è anche impegnata a far crescere linee di produzione alimentari a minor impatto sull’ambiente. La tutela del mare passa, ricordano gli esperti europei, anche attraverso la gestione degli spazi marittimi, conseguenza dei piani nazionali di ciascun Stato membro. Un rapporto sull’attuazione della direttiva UE sulla pianificazione dello spazio marittimo sarà pubblicato nel 2022, rende noto la Commissione.
Con un valore economico annuale stimato in 2,5 trilioni di dollari, equivalente alla settima economia più grande del mondo, l’economia blu sta attraendo sempre più investitori, assicuratori, banche e politici come nuova fonte di prosperità.
Gli oceani, i mari, l’ambiente e gli uomini non si possono permettere altre perdite di capitale naturale che corrisponderebbero ad ingenti perdite anche economiche. Anche per questo il ruolo della comunità finanziaria è ancora più importante, oggi, ricorda ancora la Commissione Europea, individuando linee guida per la finanza blu, nel guidare gli investimenti davvero sostenibili.
Blue deal europeo, come l’Europa combatte la povertà idrica
L’acqua, risorsa indispensabile per la vita e per l’economia, rappresenta una delle sfide sul fronte della sostenibilità e della transizione green che maggiormente dovrebbe attrarre l’attenzione degli investitori. Per questo motivo, da tempo, si parla della realizzazione di un Blue Deal che, alla stregua del Green Deal e in stretta correlazione con esso, dovrebbe regolamentare e pianificare a livello europeo tutte le iniziative per la salvaguardia dell’oro blu.
I punti chiave del progetto Blue Deal fra etica ed economia
Alla fine del 2023 il CESE, Comitato economico e sociale europeo, ha redatto 15 principi guida e 21 azioni che sono contenute nella Dichiarazione per un Blue Deal europeo. L’attenzione è rivolta in particolare alle perdite d’acqua nelle reti e agli sprechi in agricoltura, industria e famiglie. L’obiettivo dichiarato è quello di anticipare i bisogni, di preservare e gestire adeguatamente le risorse idriche comuni nel breve, medio e lungo termine.
Il CESE invita le istituzioni europee e gli Stati membri a riconoscere l’acqua come una priorità strategica nel periodo di programmazione 2028-2034. Il documento, però, oltre a mettere nero su bianco la necessità della realizzazione di una vera e propria politica europea dell’acqua, pone l’accento sullo stretto legame fra risorse idriche e diritti sociali dimostrando una particolare attenzione per gli aspetti di sostenibilità sociale nel combattere la povertà idrica.
Inoltre, nella consapevolezza del valore economico di questa risorsa, il Blue Deal riconosce l’importanza che questo progetto sia accompagnato da un “piano di finanziamento altrettanto ambizioso”, attraverso un Blue Transition Fund che finanzi infrastrutture idriche resilienti e sostenibili, la ricerca e l’adozione di tecnologie innovative e iniziative che puntino a ridurre le disuguaglianze nell’accesso a servizi idrici e igienico-sanitari. È forte la necessità di trovare un “mirabile equilibrio”, esattamente come nel Green Deal, fra sostenibilità ambientale e interessi economici, “in quanto le diverse industrie hanno esigenze e opportunità diverse in materia di acqua”.
Questi i principi guida del “Patto Blu” dell’UE:
-
Tutte le politiche dell’UE devono essere allineate con la nuova politica idrica europea, basandosi su dati idrici aggiornati, accurati e accessibili.
-
La protezione e il ripristino degli ecosistemi, delle zone umide e della biodiversità devono essere parte essenziale del Patto Blu.
-
L’UE deve adottare un approccio basato sull’acqua come diritto umano e combattere la povertà idrica, riconoscendo il diritto a un ambiente sano come diritto umano fondamentale.
-
I servizi di acqua, igiene e sanificazionedevono essere sostenibili, equi, di alta qualità e accessibili a tutti, con priorità ai bisogni fondamentali in caso di crisi idrica.
-
Tutti gli utenti devono essere incentivati ad adottare soluzioni sostenibiliper l’uso e il consumo dell’acqua.
-
L’UE deve sostenere lo sviluppo di tecnologie per l’efficienza idrica, il riciclo e la riduzione dell’inquinamento.
-
Le perdite d’acquadovute a perdite nelle reti e sprechi devono essere significativamente ridotte.
-
L’agricoltura, essendo sia causa che vittima della scarsità d’acqua, deve avere accesso a risorse idriche di qualità e una gestione sostenibile per una produzione alimentare adeguata nell’UE
-
Dato il legame tra energia, acqua e materie prime critiche, l’acqua deve essere considerata un elemento fondamentale della strategia industrialedell’UE.
-
È necessario un approccio settoriale poiché le diverse industrie hanno esigenze idriche specifiche. Il principio di non danneggiamento (no-harm principle) deve essere combinato con il diritto delle attività economiche di consumare acqua.
-
Deve essere garantita la disponibilità di lavoratori qualificatie specializzati, preservando la competitività delle aziende europee.
-
Una politica idrica ambiziosa richiede un piano di finanziamentoaltrettanto ambizioso. Prezzi, costi e tasse dell’acqua devono essere equi e trasparenti, basati sul principio del recupero totale dei costi.
-
L’UE deve intensificare gli sforzi in diplomazia blu e integrare l’acqua nella politica esterae nelle relazioni esterne, compresi vicinato, commercio e sviluppo. Uno degli obiettivi principali della diplomazia blu dovrebbe essere migliorare il quadro dei trattati ONU sulle questioni idriche e implementare rapidamente gli accordi internazionali.
-
È essenziale sviluppare politiche internazionali per promuovere l’uso parsimonioso ed efficiente dell’acqua in tutti i settori, ridurre l’inquinamento delle acque sotterranee e superficiali e ripristinare le acque inquinate.
-
Il Patto Blu dell’UE richiede una governance adeguatadelle risorse idriche dolci, comprese le acque sotterranee. Il CESE chiede un approccio di bacino idrografico che coinvolga tutti gli stakeholder rilevanti.
Il mare, una risorsa strategica per la transizione verde
Mentre si parla di come tutelare la risorsa “acqua dolce”, l’Europa sembra aver ben chiara l’importanza economica del suo mare. Il dato emerge dall’ultima edizione del Blue Economy Report, la ricerca che l’UE dedica alle attività economiche basate o collegate all’oceano, ai mari e alle coste. L’economia del mare in Europa impiega 3,6 milioni di persone (+17% rispetto al 2020), garantisce un fatturato di 624 miliardi di euro l’anno (+21% rispetto al 2020) e rappresenta 171 miliardi di euro di Val, ovvero di Valore aggiunto lordo (+35% rispetto al 2020)
Il report ha messo in evidenza che l’Europa si conferma una meta turistica marina per definizione tanto che proprio questa voce risulta la più importante e pesa per il 29% sul totale del valore aggiunto occupando il 54% dell’intera forza lavoro della blue economy. Al secondo posto si conferma il trasporto marittimo che in termini di fatturato genera quasi un quarto dell’intero valore del comparto. Spicca negli ultimi anni il settore delle energie rinnovabili marine con un trend di crescita costante e profitti lordi stimati nell’ordine dei 2,4 miliardi di euro.
Infine, ottime performance anche nel settore delle risorse biologiche marine (pesca, acquacoltura, lavorazione e distribuzione dei prodotti ittici), che ha registrato un incremento del 24% rispetto al 2020.

La blue economy alla ricerca di resilienza
La nuova edizione del rapporto illustra anche i potenziali impatti dei cambiamenti climaticisull’economia blu lungo le coste dell’UE. In particolare, emerge che se i livelli attuali di protezione costiera non verranno aumentati, i danni economici annuali derivanti dalle inondazioni costiere potrebbero essere compresi tra 137 e 814 miliardi di euro entro il 2100. Lo studio, inoltre, mette in evidenza il contributo che l’economia marina è in grado di offrire concretamente alla strategia di transizione energetica grazie ai passi avanti compiuti nello sviluppo dell’energia derivante dalle onde, dalle maree e dall’energia eolica offshore.
Notizie meno positive per la flotta peschereccia dell’UE poiché il rapporto mostra come, nonostante una diminuzione del 25% del consumo di carburante e delle emissioni di CO2 registrata tra il 2009 e il 2021, l’efficienza del carburante sia peggiorata negli ultimi anni a causa dell’aumento dei prezzi dei combustibili. Su questo fronte, però, si segnala il “varo” a fine 2023 del Regolamento marittimo FuelEU, parte integrante del pacchetto “Fit for 55” che punta a ridurre le emissioni di gas serra nell’Unione del 55% rispetto al 1990 entro il 2030.
Italia, il contributo allo sviluppo della blue economy
All’interno dell’Unione Europea, cinque Stati membri rappresentano il 70% del valore aggiunto lordo dell’intera economia blu della regione: Germania, Francia, Spagna, Italia e Paesi Bassi in questo ordine. In termini di occupazione, questi Paesi rappresentano un contributo combinato del 67% del totale dei posti di lavoro dell’economia blu dell’Unione.
Scopri l'impegno di Etica per la salvaguardia dei mari - Etica Sgr, insieme a 160 istituzioni finanziarie internazionali provenienti da 29 Paesi, ha sottoscritto un accordo globale per la creazione di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per porre fine all’inquinamento da plastica.
A cura di
Carlo GATTI
Rapallo, Mercoledì 4 Giugno 2025
LA FIABA DELLO SCOGLIO “ASSEU” RIVA-TRIGOSO
LA FIABA DELLO SCOGLIO
“ASSEU”
RIVA-TRIGOSO

Opera dello scrittore sestrese Mario Antonietti è la suggestiva fiaba che affonda le sue radici nella leggenda e che narra le vicende di due giovani innamorati, Riva e Trigoso. La storia è ambientata ai tempi in cui Riva era un piccolo borgo di pescatori oggetto spesso delle incursioni dei pirati saraceni.

Riva Trigoso è uno splendido borgo ligure della Riviera di Levante, posto nel Golfo del Tigullio tra Sestri Levante (Punta Manara) e Moneglia (Punta Baffe), a pochi chilometri dalle Cinque Terre.


"Asseu" - In genovese, "Assiolo" (un piccolo gufo che nidifica sopra lo scoglio) conosciuto anche come: "u chiù" (per il suo caratteristico canto).

Uno scorcio di nostalgica bellezza che si apre sulla spiaggia di Renà e merita una visita al tramonto… ed un piccolo pensiero agli sfortunati amanti travolti dalla stessa violenta tempesta umana che sembra essere eterna non solo nelle leggende nostrane, ma anche nella sua drammaticità quotidiana ...

La storia narra che dal sangue della fanciulla nacque un'onda che rovesciò la nave dei pirati saraceni causandone la distruzione: nel punto in cui morì la povera Riva invece emerse dal mare un grande scoglio a forma di campana, l'attuale scoglio dell'Asseu, come memento dell'amore dei due giovani. L'ASSEU è un testimone della storia di Riva Trigoso e della sua antica connessione con il mare.
La spiaggia di Renà


Lo scoglio un tempo era collegato alla terraferma....
LA LEGGENDA DELLO SCOGLIO DI ASSEU narra di Trigoso, che amava Riva dalla bionda chioma. I due decisero di sposarsi ma, il giorno delle nozze, durante i festeggiamenti, il paese fu invaso dai pirati Saraceni, che saccheggiarono il villaggio e rapirono le donne più giovani e belle. Nel tentativo di salvare la sua sposa, Trigoso si scagliò coraggiosamente contro i pirati e, nello scontro, mentre Riva veniva caricata a forza sulla nave degli infedeli, perse i sensi. Quando Trigoso riaprì gli occhi i legni saraceni stavano ormai prendendo il largo e, realizzato quanto era successo, corse sulla rena dove iniziò a urlare disperato a gran voce il nome di Riva ma, non appena i pirati lo udirono, lo colpirono con una sventagliata di frecce che lo trafissero in pieno petto e lo fecero cadere a terra morente. Riva assistette alla scena dalla nave e quando vide il suo sposo morire si gettò contro il comandante che la uccise con ripetute pugnalate al ventre; i pirati ne gettarono subito il corpo in mare che si tinse di rosso. Ma nella notte stessa degli Angeli discesero dal cielo e collocarono, nel punto in cui Riva era morta, un grande scoglio a forma di campana (appunto lo scoglio dell’Asseu), per ricordare ai posteri la giovane fanciulla e il suo coraggio. Contemporaneamente, nel punto dove cadde Trigoso, proprio di fronte, i ciottoli intonarono un canto d’amore.
LA CROCE PER I MORTI DEL MARE
solennemente inaugurata a
Riva Trigoso
17 Luglio 1955

La Croce era stata posizionata sullo scoglio dell'Asseu, da un gruppo di volontari, tra cui: Dentone Giulio, Pensa Domenico, Emilio Gazzano e dei muratori fra essi "Bergamo".


Elevati discorsi dell’on. Lucifredi e del Prefetto Vicari – L’adesione del Ministro Taviani – Migliaia di persone alla suggestiva cerimonia.
Il 17 luglio 1955, a Riva Trigoso, in Liguria, si svolse una toccante e imponente cerimonia per l'inaugurazione di una croce fosforescente dedicata ai caduti del mare. L'evento, semplice nella sua essenza ma ricco di significato religioso e patriottico, vide la partecipazione di migliaia di persone, richiamate dalla commemorazione.
La croce, posizionata sul caratteristico scoglio dell'Asseu, divenne immediatamente un luogo di preghiera e ricordo.La cerimonia fu onorata dalla presenza di numerose personalità di spicco: l'on. Roberto Lucifredi, il Prefetto di Genova dott. Angelo Vicari, rappresentanti del comando marittimo di Genova, ufficiali della Marina Militare, autorità locali, rappresentanti di associazioni combattentistiche e d'arma (ANCR, ANMI), dei Boy Scout, e numerose altre autorità civili e religiose. Anche il Ministro della Difesa, on. Paolo Emilio Taviani, il comandante in capo del Dipartimento dell'Alto Tirreno, e il sindaco di Genova, on. Pertusio, inviarono la loro adesione, sottolineando l'importanza nazionale dell'iniziativa.
La partecipazione delle unità navali "Verbena" e "Faggio" aggiunse un tocco di solennità, partecipando alla cerimonia dal mare. Lo scoglio dell'Asseu era interamente decorato per l’occasione Mons. Ernesto Noceti, prelato domestico, in rappresentanza del Vescovo della Spezia, Mons. Giuseppe Stella, impartì la benedizione solenne mentre un picchetto armato della Marina Militare rendeva gli onori.
L'on. Lucifredi e il Prefetto scoprirono la croce, accolti da un fragoroso applauso della folla assiepata sulle scogliere, sulla spiaggia e sulle numerose imbarcazioni convenute. Il rituale proseguì con il lancio in mare di una corona d'alloro da parte di due marinai.
Edoardo Bo, a nome del Comitato promotore rivano, sottolineò l'ispirazione cristiana dell'iniziativa, un atto di riconoscenza per coloro che sacrificarono la vita per la Patria. L'on. Lucifredi, nel suo intervento, mise in luce la forte religiosità del popolo italiano, interpretata come un segno di resistenza contro il materialismo e l'ateismo.
Egli enfatizzò il significato simbolico della croce, eretta proprio a Riva Trigoso, luogo di costruzione di grandi navi, strumenti di progresso e di relazione tra i popoli, ma che a volte diventano teatro di tragedie. Questo contrasto, secondo l'oratore, rafforza la fede, offrendo conforto nella sofferenza e speranza di una vita eterna.
Il Prefetto, nel suo discorso conclusivo, espresse profonda riconoscenza ai caduti, auspicando un futuro di pace, serenità e lavoro, affidando ai cittadini il compito di salvaguardare questi valori attraverso la collaborazione, la concordia e la fierezza nazionale. La cerimonia si concluse con uno spettacolo pirotecnico e il tradizionale fischio delle unità navali, un ultimo saluto commosso in ricordo dei caduti e dell'impegno della Patria nel non dimenticarli. La folla salutò le autorità mentre queste lasciavano lo scoglio, lasciando un'atmosfera di commozione e rispetto.

“Lo scoglio dell’Asseu”
Quando Trigoso riaprì gli occhi i legni saraceni stavano prendendo il largo e, realizzato quanto era successo, corse sulla rena dove iniziò a urlare a gran voce il nome di Riva ma, non appena i pirati lo udirono, venne colpito da una sventagliata di frecce che lo trafissero in pieno petto e lo fecero cadere a terra agonizzante.
“Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e che non ci sarebbe stato ritorno”
Proprio come nella “Guerra di Piero”, la celebre ballata di Fabrizio de André. Riva assistette alla scena dalla nave e quando vide il suo sposo morire si gettò contro il comandante che la uccise con ripetute pugnalate al ventre; i pirati ne gettarono il corpo in mare.
L’acqua si tinse del rosso del sangue e dal mare sorse un’enorme onda che colpì la nave dalla quale fece cadere diversi forzieri e bauli contenenti una gran quantità d’oro e di preziosi. I pirati non riuscirono però ad individuare il punto esatto dove era affondato il tesoro e, dopo giorni di ricerche, decisero di desistere e di salpare. La notte stessa degli Angeli discesero dal cielo e collocarono, nel punto in cui Riva era morta, un grande scoglio a forma di campana (l’attuale scoglio dell’Asseu), per ricordare ai posteri la giovane fanciulla e il suo coraggio. Contemporaneamente, nel punto dove cadde Trigoso, i ciottoli intonarono un canto d’amore.
Passarono gli anni, i pirati non tornarono più e mentre il borgo iniziava ad ingrandirsi, i ciottoli continuavano inconsolabili a cantare la loro canzone d’amore, la baia dove i pirati persero il loro tesoro (forse al largo dell’attuale spiaggia di Renà) venne, per questo, chiamata la Baia dell’Oro e i pescatori decisero di intitolare il loro paese alla memoria dei due giovani e della loro romantica storia d’amore.

“Ancora lo scoglio Asseu (dell’assiolo)”.
Cosa insegna la fiaba?
L'amore come forza trainante:
La fiaba sottolinea come l'amore possa essere una forza trainante, spingendo le persone a compiere azioni coraggiose e a superare le difficoltà.
Le fiabe insegnano la vita, come affrontarla, preparano a comprendere la presenza conflittuale del bene e del male nelle azioni umane o nelle stesse persone che s'incontrano, così come aiutano a rendersi conto dei problemi quotidiani, insegnando ai bambini ad affrontarli.
È nel DNA delle fiabe avere una lezione morale forte: la lotta tra il bene e il male, l'amore e la separazione, il perdersi ed il ritrovarsi, l'amicizia e l'invidia, la generosità e la gelosia. Nelle fiabe sono presenti tutti i sentimenti umani, rappresentati ognuno da un personaggio.
Il ricordo del passato:
La fiaba, tramandata di generazione in generazione, è un simbolo del passato e della storia del territorio.
Le Fiabe Mostrano ai Bambini Come Gestire i Problemi.
Anche da adulti Impariamo dai personaggi delle storie. Essi ci aiutano perché si collegano alla nostra vita, ai sogni, alle ansie, e mentre ci confrontiamo consideriamo cosa avremmo fatto nei loro panni. "Le fiabe aiutano i bambini imparano a navigare la vita".
RIVA TRIGOSO "LA BAIA D'ORO"
di Mario Antonietti - Illustrazioni di Piero Pascolo
https://www.trigoso.it/Baia_d'oro.htm
Sfuggito dalle man di Barbarossa
Tra Manara e le Baffe c'è un tesoro
Nessuno sa dov'è, per questo passa
Quella di Riva par: LA BAIA D'ORO.
«LA BAIA D'ORO»
Canzone
Coro: Baia d'or... Baia d'or... Baia d'or... Baia d'or..
Solo: Ti accoglie sorridente
la nostra cittadina
Riva Trigoso è bella veramente
tra sabbia e tra scogliere
nel limpido suo mare
ti fa dimenticare il mondo inter
Ritornello:
Ritorna in questa spiaggia in questo mar
ritorna in questa Riva a villeggiar
ritorna nella nicchia dell'amor
dove si sente i ciottoli cantar
vedrai bianchi gabbiani in ciel volar
Trigoso risplendente sotto il sol
le barche ti potranno dondolar
sotto la luna nella Baia d'or.
Strofa:
Di notte v'è silenzio
silenzio veramente
e dorme sogni d'oro il villeggiante
si sente solamente
il mormorio del mare
cullano le lampare i pescator.
Ritornello e finalino:
Baia d'or... Baia d'or... Baia d'or... Baia d'or...
![]()
Sestri: piazzetta dedicata al poeta
Mario Antonietti
di Marco Massa
23 Giugno 2017
Dal Comune di Sestri Levante riceviamo e pubblichiamo:
Domani Sestri Levante rende omaggio a Mario Antonietti: la Commissione Toponomastica della città, dietro suggerimento dell’Amministrazione Comunale, con il supporto e l’incentivo di molti cittadini che ricordano con grande affetto Antonietti, ha deliberato di intitolare a nome del grande poeta sestrese la piazzetta che si trova tra piazza Matteotti e via Pilade Queirolo, conosciuta come la “piazzetta del platano”.
Mario Antonietti, nato a Sestri Levante nel 1918 e qui deceduto nel 2005, è stato definito un perseverante ricercatore della vera arte, un educatore del bel canto, un poeta semplice e melodioso, autentico cantore del proprio paese.
Visse per molti anni in Toscana, prima a Firenze, dove insegnò canto lirico e poi a Levane (Ar). Si dedicò all’educazione e all’impostazione artistica della voce e del virtuosismo pubblicando anche un trattato orientativo dal titolo “Bel Canto”. Alcuni suoi allievi, tra cui la celebre soprano Tiziana Fabbricini, calcarono i palcoscenici più prestigiosi, compresa La Scala di Milano.
Pubblicò inoltre molte raccolte di poesie edite dall’Università Popolare di Sestri Levante, presenti anche in varie antologie, e fu autore di diverse canzoni, musica e parole, con numerose odi a figure tipiche del suo tempo ma fu anche autore dell’inno “Sestri Levante sei come un fiore”, “Riva Trigoso sotto le stelle nella baia d’oro” e “Il mio paese”.
Nel corso degli anni ricevette molteplici e prestigiosi riconoscimenti: la medaglia d’oro con diploma quale “Poeta della baia d’oro”, il premio “Castrum Sigestri” con cui fu proclamato sestrese dell’anno, l’insegana d’oro di “Cavaliere della Repubblica” e il titolo di “Cantore di Sestri Levante”.
Il 2 giugno 1986 l’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, gli conferì l’onorificenza di Commendatore.
L’intitolazione è fissata per domani, sabato 24 giugno alle 18, alla presenza della Sindaca Valentina Ghio e del coro “Ragazzi dei Frati” che offrirà un intrattenimento musicale.

Riva Trigoso è uno splendido borgo ligure della Riviera di Levante, posto nel Golfo del Tigullio tra Sestri Levante (Punta Manara) e Moneglia (Punta Baffe), a pochi chilometri dalle Cinque Terre.
Raccolta intorno allo sbocco naturale a mare della Val Petronio, Riva Trigoso è tagliata in due dalla foce del Petronio. La parte verso Moneglia si dice anche “Riva Levante” mentre “Riva Ponente” è il borgo antico, caratterizzato da suggestive casette dai tradizionali colori liguri (giallo, ocra, rosa, …), un’autentica tavolozza di colori “pastello” adagiata tra il blu del mare, l’azzurro del cielo e il verde delle macchia mediterranea che circonda il golfo.
Raccontare la storia di questo piccolo e romantico borgo non è la missione del nostro sito Internet, ne' sarebbe possibile e lecito senza annoiare il visitatore. Vogliamo solo mostrare i tratti caratteristici di questo posto e della sua gente, rude ma cortese, forgiata nelle avversità del mare ma ingentilita dalla generosità di una terra che restituisce il frutto della grande fatica che pretende.
Non è “impresa da poco”, tante sarebbero le cose da raccontare e da mostrare. Speriamo di riuscirci almeno in parte, e di migliorare col tempo. Riva è sempre qui che ci aspetta, dolce e paziente, come chi attende il ritorno della gente che va per mare.
STORIA LOCALE
(Appunti) Nota di Marco Bo
TRIGOSO
Abitanti 600
https://www.trigoso.it/Trigoso_note_storia.htm
LA SIRENA DI SANTA CRUZ
(California)
L’origine
http://www.rivatrigoso.com/sirena/homepage.asp
Carlo GATTI
Rapallo, Domenica 1 Giugno 2025
PERCEBES E PERCEBEIROS - UN'AVVENTURA TRA MARE E GASTRONOMIA
PERCEBES E PERCEBEIROS
UN'AVVENTURA TRA MARE E GASTRONOMIA
Le coste del Mediterraneo sono famose per i "denti di cane", o balani: crostacei immobili che ricoprono scogli, banchine e scafi, tanto da rallentare le navi in navigazione.

I cosiddetti “denti di cane”, quelle strutture che somigliano a piccole piramidi o vulcani visibili su scogli, barche, boe e qualsiasi altra cosa sia immersa in acqua di mare, sono appunto BALANI.
Ma pochi conoscono un loro "parente" famoso in ambito gastronomico, soprattutto lungo le coste atlantiche: i percebes (Pollicipes pollicipes).
Questi crostacei sorprendono per la raccolta pericolosissima, che richiede abilità da rocciatori esperti: i “percebeiros”.



Le tre frecce rosse indicano tre famose località della GALIZIA spagnola: La Coruña – Santiago de Compostela – Cabo de Finisterre
Immaginate la Galizia: onde impetuose, rocce a strapiombo. Qui, i valorosi percebeiros si calano con funi, sfidando mare e vento, per raccogliere questi preziosi crostacei.


I percebes, cirripedi dalle forme bizzarre, ricordano dita di animali preistorici: un corpo cilindrico, un carapace grigio scuro e una chela avorio, simile ad un artiglio.



Si attaccano saldamente alle rocce, filtrando il plancton con sottili membrane. La densità delle colonie influenza le dimensioni: in colonie fitte, la competizione per il cibo li allunga, rendendo il corpo affusolato; in colonie rade, sono più tozzi. La lunghezza varia dai 2 agli 8 cm, la chela da 1,5 a 3 cm.
Nonostante l'aspetto, questi crostacei offrono carni delicate e gustose, apprezzate in tutto il mondo. La pesca difficile e la grande richiesta li rendono molto costosi (fino a 180€ al kg in Italia!). Bolliti per 40-45 secondi, si gustano con limone o salse delicate, spezzandoli con le mani. I più coraggiosi li preferiscono crudi, per apprezzare appieno il sapore intenso di mare, simile a quello dei molluschi freschi, con una consistenza che ricorda i gamberetti.
Le domande più frequenti:
Perché la pesca dei percebes è una esclusiva di poche regioni atlantiche?
Se i mari italiani possono contare su tante varietà di cozze e altri molluschi, i percebes sono esclusiva delle coste dell’Oceano Atlantico nord occidentale. In particolare, la loro terra d’elezione è la Galizia: è in questa regione della Spagna che trovano le condizioni ideali per vivere e riprodursi. Quello di cui necessitano sono scogliere alte e impervie, battute da onde alte. Stare troppo sotto il livello del mare li renderebbe infatti facili prede di orate e tordi, ma d’altro canto fuori dall’acqua c’è un altro cacciatore a insidiarli, il gabbiano. Il fatto di proliferare soprattutto sulle parti rocciose emerse dove si infrangono le onde ne rende difficile la pesca.
Quanto costa 1 kg. di percebes
In Italia, il prezzo dei percebes può toccare anche i 180 euro al kg. Chiaramente il costo aumenta con l'aumentare della domanda. In alcuni mercati di Spagna e Portogallo, presso pescatori autonomi, i percebes possono essere acquistati anche a 30 euro al kg.
Dove si può trovare il percebes in Italia?
Molto raro e difficile trovarlo in Italia, ma allo stesso tempo piuttosto apprezzato dagli amatori dei prodotti dal sapore intenso, marino, iodato.
I percebes si trovano soprattutto nella regione spagnola della Galizia dove vengono pescati a mano dal perceberos: un pescatore coraggioso e particolare che impiega tecniche da rocciatore indossando per l’occasione la muta da subacqueo. La sua bravura eccelle nella sfida contro le onde dell’oceano quasi sempre impetuose, fredde e taglienti!
Nonostante l’aspetto non sia dei più invitanti, questi frutti di mare racchiudono carni delicate e gustose tanto da renderli una prelibatezza molto ricercata. Le altre zone dov’è possibile reperire il percebes sono il Portogallo ed il Marocco, anche se ultimamente si possono trovare “sotto vuoto” presso sperduti supermercati europei.
Vista la difficoltà della pesca e la numerosa richiesta del mercato, il costo di questi crostacei è variabile e molto alto. (intorno ai 100 euro al kg).
Consumati prevalentemente lessati (40-45 secondi il tempo di cottura) vengono serviti con una fetta di limone o qualche salsina molto delicata. Basta ora spezzarli con le mani e gustare il contenuto presente all’interno. I veri puristi li mangiano crudi!
“Il gusto di questi crostacei ricorda il mare”!
Questa è la prima impressione che viene in mente a chi assaggia questi piccoli prodotti. Il sapore è quello dei molluschi freschi, mentre la consistenza è quella di un gamberetto. Per aprirli si deve strappare l’artiglio con le mani e mangiare la polpa all’interno.
Vengono cucinati in acqua bollente per qualche minuto, esattamente come la pasta ma senza aggiungere sale perché il loro sapore di mare è già molto carico.
Percebes, vera rarità “strappata” al mare
L'ARRELHADA: UNO STRUMENTO ANTICO PER UN LAVORO PERICOLOSO
L'arrelhada, un bastone con spatola, è l'unico strumento utilizzato per staccare i percebes dalle rocce.





Uno dei luoghi migliori per pescarli è nel sud del Portogallo, sulla Costa Vicentina (Faro di Sao Vicente), dove, grazie al mare molto agitato, la concentrazione di fitoplancton maggiore dona ai crostacei un gusto particolare, molto apprezzato.
YouTube
La dura jornada de los percebeiros gallegos | NATIONAL GEOGRAPHIC ESPAÑA
Conclusione
Il percebes non è solo un alimento prelibato, ma un simbolo di coraggio, di sfida contro la natura, di tradizione antica. Rappresenta il legame indissolubile tra l'uomo e il mare, una relazione di rispetto e di ardua conquista. Il suo gusto intenso e la sua storia affascinante lo rendono un'esperienza unica da scoprire e raccontare.
Carlo GATTI
Rapallo, Martedì 27 Maggio 2025
Santuario del Sacro Cuore - Chiesa Millenaria - Ruta di Camogli - Genova
Santuario del Sacro Cuore
Chiesa Millenaria
Ruta di Camogli - Genova

La chiesa Millenaria in una fotografia di inizio Novecento
L'edificio, situato nella località di Ruta, è un antico edificio di culto risalente al XIII secolo e fino al 1627 fu l'unica chiesa del paese. La costruzione presenta uno stile architettonico in Arte Romanica, con navata centrale absidata e con pietre a vista, e l'attuale conservazione degli edifici è dovuto agli interventi di restauro effettuati nel 1905 e 1950.
Nel 1905 venne costruita la sacrestia a cui seguì la demolizione di una casetta sul fianco sinistro, probabilmente ospizio per pellegrini, e venne sostituito il pavimento originale distruggendo le lastre tombali descritte anche nella relazione della visita apostolica del 1749.


Ruta si trova sul lato occidentale del promontorio di Portofino, fra boschi di pini e di castagni, a circa 300 metri sul livello del mare. La si raggiunge da Camogli o da una deviazione percorrendo la strada principale che da Rapallo conduce a Genova.
E’ punto di partenza per le escursioni a piedi sul promontorio di Portofino in direzione Portofino vetta o San Rocco. Nella frazione si può ammirare la Chiesa parrocchiale di San Michele, eretta nel XVII secolo, ma soprattutto, deviando verso San Martino di Noceto, la Chiesa Millenaria, dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
Edificio ottimamente conservato, è uno dei più begli esempi di architettura romanica del Levante ligure.
Dalle origini antichissime, nel secolo XII ebbe funzione di pieve su un territorio che comprendeva anche Rapallo e tutto il versante di Recco. La sua decadenza iniziò già nel ‘400, nel ‘600 venne abbandonata e nel 1800 venne adibita nientemeno che a fienile. Dopo i restauri di inizio Novecento, la chiesa si presenta in pietra a vista e con un bel soffitto ligneo a capriate.


Alle falde del monte Esoli si trova un piccolo poggio da quale si ammira un incantevole panorama che da Punta Chiappa, si estende a ponente lungo la Riviera di ponente con la sua striscia di paesi che colorano l’arco ligure fino ad attaccarsi a Genova. Qui dalla Millenaria dedicata al Sacro Cuore di Gesù, sembra di toccare i tetti della stupenda Camogli che è placidamente adagiata al centro di un “vero” Golfo del Paradiso terrestre.
Dal lato montano scollina l’ampio anfiteatro che è disegnato dal M. Caravaggio (615 mt.s.l.m.), monte Ampola (573 mt.s.l.m) e dal Monte Bello (713 mt s.l.m.), a mezza costa il paese di San Martino, mentre il crinale scende dolcemente sul Tigullio che da qui appare come uno stretto fiordo scandinavo.
“Chiusa nell'edera, battuta dai venti, ferita dai vandali, usata quale stallaggio dalle truppe della Rivoluzione Francese che spadroneggiavano a Ruta e in località Campo, la bella chiesina si sentì veramente ferita a morte. E ferita rimase per lunghi anni, quasi boccheggiante”.
Così la descrisse Nietzsche quando si beava in quel panorama circolare di rara bellezza.

Papa Gregorio IX attesta con atto del 13 maggio 1239 che il piccolo Santuario fosse affidato a canonici. Purtroppo, sebbene sia stato nominato da Dante Alighieri e da Francesco Petrarca nei loro scritti, ogni volta il passante la trova chiusa e non gli resta che recitare una prece sperando che da lassù sia più vicina al cielo.
FOTO GALLERY

Silenzio e magia nella Chiesa Millenaria


Anticamente dedicata a San Michele Arcangelo, la chiesetta del Sacro Cuore di Gesù a Ruta è generalmente conosciuta con il toponimo di “Chiesa Millenaria” e, localmente, come “Chiesa Vecchia”. La Chiesa è romanica e risale, molto probabilmente, a prima dell’anno 1000, anche se le prime notizie certe risalgono al XII secolo. Si trova sulla strada che da Ruta porta a San Martino di Noceto. La tradizione la ritiene di origine anteriori all’anno Mille, per questo viene denominata Chiesa Millenaria. Nelle sue adiacenze, durante il Medioevo, si ergeva un ospedale intitolato a San Bartolomeo: l’intero complesso costituiva un luogo di sosta, di ristoro e di soccorso per i viandanti che si recavano a Roma in pellegrinaggio.

Nel 1950 venne ricostruita la “discussa” cuspide della torre campanaria a cura della Soprintendenza ai Monumenti. I lavori si resero necessari a causa dell'abbandono dell'edificio dopo l'incendio appiccato dalle truppe francesi di Napoleone Bonaparte, sul finire del XVIII secolo, al comando del generale Andrea Massena.

Venne restaurata agli inizi del secolo scorso, mantenendo i suoi muri perimetrali, il soffitto di legno a vista, l’abside in conci di pietra del luogo e lo svettante campanile in pietra.
Una riflessione malinconica:
È un vero peccato che questo gioiello architettonico, con la sua storia millenaria e la sua posizione panoramica mozzafiato, resti chiuso al pubblico per la maggior parte dell'anno. Si apre solo per eventi speciali, privando così la comunità e i visitatori di un'esperienza unica e di un pezzo importante del patrimonio storico-religioso di Ruta. Speriamo che in futuro la Chiesetta del Sacro Cuore di Gesù possa essere resa più accessibile, diventando nuovamente meta di pellegrinaggi e permettendo a chiunque di ammirare.
Carlo GATTI
Rapallo, Mercoledì 7 Maggio 2025
LEPTIS MAGNA - Patrimonio dell'Umanità - UNESCO
LEPTIS MAGNA

Provincia Romana di Prima grandezza
Definita “porta principale per l'Africa” - il suo porto SITUATO al centro del Mediteranneo, è stato unO DEI polI strAtegiCI PER GLI SCAMBI commerciali DELL’IMPERO ROMANO.
Nel 1982 il sito archeologico della città è stato riconosciuto
PATRIMONIO DELL'UMANITA' UNESCO

E’ una delle attrazioni turistiche più visitate della Libia sia per l’importanza degli scavi romani al di fuori dell’Italia sia per l’ottima conservazione delle rovine antiche che danno tuttora un’idea chiara di come doveva essere una città romana nella sua completezza.

UN PO’ DI STORIA...
Leptis Magna (in fenicio Lepqī o Lpqī e poi Lebdah o Lebda), nota anche come Lepcis, è stata un'antica città fenicia poi cartaginese ed infine romana della Tripolitania, sita nei pressi di Homs, in Libia.
La città sarebbe stata fondata, secondo fonti latine (tra cui la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio e Punica di Silio Italico da coloni fenici provenienti da Tiro agli inizi del I millennio a.C. e secondo quanto riportato da Gaio Sallustio Crispo i coloni avrebbero avuto rapporti amichevoli con le locali tribù libiche.
Il sito, cresciuto intorno al suo celebre porto, ricomparve nel IV a.C. col nome di Neapolis ad opera dei cartaginesi per proteggere la loro supremazia sulla fascia costiera nordafricana. La città godeva di una discreta autonomia godendo del diritto di epigamia con gli abitanti di Cartagine. (Nell'antica Grecia si chiamava così il privilegio concesso da una città a uno straniero di contrarre matrimonio fra abitanti di città alleate).
Nel III secolo a.C., forse dopo la Seconda guerra punica, la città e la regione circostante passarono al Regno di Numidia, sebbene il dominio numida rimase più formale che effettivo. Nel 111 a.C., durante la guerra giugurtina, la città inviò dei legati al Senato romano chiedendo l'amicizia e l'alleanza di Roma, a cui fornì aiuto contro Giugurta, e ottenne nel 107 a.C. lo stanziamento di quattro coorti dal console Quinto Cecilio Metello Numidico. Alla fine della guerra tuttavia la città rimase nel regno numidico, ottenendo lo status di civitas federata e conservando la sua autonomia, fino a quando non fu ricompresa nella provincia romana d’Africa dopo la guerra civile tra Cesariani e Pompeiani (questi ultimi alleati col re numida Giuba I). La città comunque entrò a far parte dei domini romani libera et immunis, guadagnando il diritto di battere moneta.
L'11 Aprile del 146 d.C. SETTIMIO SEVERO nasceva a Leptis Magna (Libia).
Giunto al potere dopo la guerra civile del 193-197 d.C., come fondatore alla dinastia severiana, ripristinò alla sua morte il principio dinastico di successione facendo subentrare i figli, Caracalla e Geta.
Molte le riforme dello Stato e le opere intraprese a livello urbanistico nell'Urbe; la sua corte fu un cenacolo di dotti, ma ingenti furono le confische avviate che servirono ad accrescere le proprie finanze.
Duro e risoluto con la sorte di Cristiani ed Ebrei che mandò a morire in gran numero, fu iniziatore di un nuovo culto che si incentrava sulla figura dell'imperatore.
E' considerato infatti l'iniziatore della nozione di "dominato" in cui l'imperatore non è più un privato gestore dell'impero per conto del Senato, quanto piuttosto l'unico e vero "dominus", traendo forza dall'investitura militare delle legioni.
Fino al IV secolo la città fu nel suo periodo di maggior splendore, arrivando ad avere una popolazione di circa 80.000 abitanti.

Sotto il dominio romano, LEPTIS crebbe e si espanse già a partire da Augusto attraverso la costruzione di numerosi edifici.
Sotto Traiano ricevette il titolo di colonia, mutando il suo nome in Colonia Ulpia Traiana Leptis. Nello stesso periodo, tra I e II secolo, si decise di ribattezzare la città in Leptis Magna, per distinguerla dall'omonima città in Bizacena (divenuta Leptis Parva).
IL PORTO
da EMILIO ROSAMILIA riportiamo:
Nessuno studio di Leptis è completo senza studiare il suo porto, che racconta la storia intera economica ed architettonica dell'Africa romani. I mercanti fenici che navigavano il Mediterraneo sin dal primo millennio a.C. scoprirono per primi la protezione naturale del porto di Leptis. Essi riconobbero subito le possibilità di contatti commerciali con la popolazione locale. Le tribù primitive mandavano dalle oasi del deserto del Fezzan caravane con merci costose e affascinanti verso l’altopiano e poi verso la zona costiera di Gefara dove si trovavano i posti commerciali. Era lì che loro potevano scambiare le loro merci con i commercianti fenici.

Vista generale del vecchio Forum: resti di una basilica
(a sinistra) e tre piccoli templi (a destra).
L’improvviso declino
Il berbero Septimius Severus (193-211 d.C), che più tardi diventó il primo imperatore romano proveniente dall’Africa, la città si arricchì non solo di un nuovo, grande foro ma fu anche costruito lo straordinario porto arricchito di monumenti architettonici spettacolari. Settimio Severo tentó anche di porre rimedio ai frequenti allagamenti dovuti alle piene dell’Uadi Libda.
Purtroppo questo tentativo, sia pure bene intenzionato, si riveló nocivo. Poichè adesso che le acque dell’Uadi non ponevano più resistenza all’acqua del mare, la sabbia portata dalle onde non veniva più riportata in mare dalle acque dell’Uadi. Il porto si interró quasi immediatamente e impedì alle navi di poter entrare. Fino ad oggi è possibile vedere i resti conservati magnificamente del molo orientale con i suoi magazzini praticamente mai usati.

Resti del faro
Questo sbaglio causó il declino di Leptis Magna perchè la città non era più in grado di importare o esportare merci. La popolazione lasció la città che diventó un paesino fantasma alla balia del vento sempre presente del Sahara e delle razzie di vari conquistatori.
Leptis Magna fu riscoperta dagli italiani nel 1915 ed è grazie a loro che i resti del porto e della città sono adesso tra i siti romani meglio conservati al di fuori dell’Italia.
Sul sito archeologico si vedono ancora i resti del porto romano. Il faro, la torre di controllo, i magazzini e i grossi anelli di pietra lungo la banchina ai quali attraccavano le navi quando dovevano caricare o scaricare le merci, sono tuttora testimoni silenziosi pronti a raccontarci quello che è successo a Leptis negli ultimi 2000 anni.
Tradotto da Simona Bombarda
ROMAN PORTS

I pontili orientali

La frangionde orientale con gli anelli di pietra per ormeggiare le navi

Busto di Settimio Severo conservato presso il Museo del Louvre di Parigi.
I CELEBRI MONUMENTI ROMANI DI LEPTIS MAGNA
- uno stupendo teatro di impianto augusteo;
- un mercato del I secolo a.c., modificato sotto Tiberio, ma che risale all’VIII sec. a.c.:
- le Terme adrianee;
- l'Arco di Severo, l'arco del 37 in onore di Tiberio, un altro arco quadrifronte di Traiano;
- il Nuovo Foro;
- un ippodromo;
- un anfiteatro;
- un circo;
- una basilica;
- tre templi;
- un’esedra monumentale;
- la curia;
- il calcidico (forse mercato per particolari merci);
- i modiglioni di ormeggio alle banchine del porto;
- resti di un tempietto dorico;
- resti del tempio di Giove Dolicheno;
- resti del faro;
- resti di case e ville;
- l’anfiteatro;
- ruderi di mausolei;
- le terme extraurbane;
- due fortezze sulle colline, per la difesa del limes tripolitanus.


Anfiteatro
l’Africa aveva assunto grande importanza economica e politica, e ancor più ne avrà nel III. Settimio Severo decise di assumersi personalmente, una volta imperatore, il compito di monumentalizzare la città: molti edifici in pietra locale vennero rifatti o rivestiti in marmo e verso est venne aggiunto, sempre in marmo, un intero nuovo quartiere monumentale. Venne anche realizzato un nuovo porto, allo sbocco del Wadi Lebdah, ma purtroppo fu quasi subito interrato dai detriti, senza, peraltro, che ciò frenasse le attività commerciali della città. Accanto alle terme di Adriano vi era una piazza con fontana monumentale. Questa piazza era collegata al porto da una via colonnata (N.26) di circa 400 m, simile a quelle di Palmira, Gerasa, Antiochia o altre città: una via rettilinea e lastricata, fiancheggiata sui due lati da portici sui quali si aprivano le botteghe. Queste vie erano il vero cuore delle città ed erano illuminate anche di notte. A fianco c’era il nuovo foro (N.14 sulla pianta generale e immagine in basso), una grande piazza circondata da portici e con un tempio su alto podio del culto imperiale. Sul lato nord-est del foro, poi, c’era un’altra basilica (N. 13) con due absidi sui lati brevi, a imitazione di quella di Traiano a Roma, ma non visibili dall’esterno, in quanto chiuse da muri, e che quindi dovevano produrre un effetto di sorpresa in chi entrava. Per questi tre monumenti furono usati marmi colorati, fatti venire da lontano senza badare a spese: il granito rosa di Assuan, dall’Alto Egitto, e il marmo cipollino, un marmo screziato verdino, proveniente dall’isola greca dell’Eubea. Per le decorazioni furono chiamati artisti greci e dell’Asia minore, mentre gli architetti dovevano essere siriani. Nei portici della via colonnata e del foro, poi, fu adottata una soluzione innovativa, destinata ad avere grande seguito: sopra le colonne, al posto di un architrave diritto, furono posti degli archi, un po’ come vediamo nei chiostri dei conventi medievali.
![]()

Foro dei Severi


L'arco di Settimio Severo è uno dei monumenti più celebri di Leptis. Fu eretto nel 203 d.C., in occasione di una visita dell'imperatore Settimio Severo alla sua città natale, per rendere onore a lui e alla sua famiglia. Il nucleo della struttura fu costruito in pietra calcarea e poi rivestito in marmo. L'opera che oggi tutti possono vedere è in realtà una semi-fedele ricostruzione dell'antico monumento, al pieno recupero del quale gli archeologi stanno tuttora lavorando.
L'arco è costituito da quattro pilastri che sorreggono una copertura a cupola. Ciascuna delle quattro facciate esterne dei pilastri era affiancata da due colonne corinzie, tra le quali erano scolpite decorazioni in rilievo rappresentanti le virtù e le imprese dei Severi. Nel punto di intersezione tra la cupola e i pilastri sono scolpite delle aquile con le ali piegate, uno dei simboli della Roma Imperiale. Sopra le colonne si trovano due pannelli scolpiti che riproducono nei dettagli processioni trionfali, riti sacrificali e lo stesso Settimio Severo che tiene per mano il figlio Caracalla. Sulla facciata interna delle colonne sono riportate scene di campagne militari, cerimonie religiose e l'immagine della famiglia dell'imperatore.
Terme Adriano


Lo sviluppo della città, insieme all'arrivo dell’acqua e alla diffusione dell'impiego del marmo portarono l'imperatore Adriano, agli inizi del II secolo d.C., a commissionare l'impianto termale che porta il suo nome. Il complesso fu inaugurato nel 137 d.C., ma alcuni archeologi sostengono che l'effettiva apertura sia avvenuta dieci anni prima. Conformemente alla tradizione romana, esso si sviluppa su un asse nord-sud con ambienti disposti simmetricamente.
Le terme sono accessibili dalla palestra, dalla quale si passa nella natatio, ampio ambiente con il pavimento rivestito da marmi e mosaici in cui si trova una piscina all'aperto circondata da colonne su tre lati. Oltre la natatio, si apre il frigidarium con le vasche di acqua fredda. La stanza misura 30 m per 15 m, è pavimentata in marmo; otto massicce colonne con fusti di marmo cipollino alte quasi 9 m sorreggono un soffitto a volta, un tempo ornato con mosaici di colore blu e turchese, di cui oggi però non rimane più nulla. Ad entrambe le estremità della sala si trova una vasca, mentre, lungo le pareti sono presenti nicchie che ospitavano 40 statue, alcune delle quali sono oggi conservate nei musei di Leptis e di Tripoli.
Immediatamente a sud del frigidarium si trova il tepidarium, il locale adibito al bagno tiepido, in origine formato da una piscina centrale fiancheggiata su due lati da colonne - le altre due vasche furono aggiunte successivamente. Tutto intorno si aprono le stanze del calidarium, per il bagno caldo, orientate verso sud. Un tempo, probabilmente, avevano grandi finestre in vetro sul lato meridionale. A questo locale furono aggiunte cinque laconica (bagni di vapore) durante il regno di Commodo. All'esterno, sul lato meridionale, erano collocate le fornaci usate per riscaldare l'acqua. Sui lati orientale e occidentale degli edifici corrono le cryptae, i deambulatori. Alcuni ambienti più piccoli erano i cosiddetti apodyteria, gli spogliatoi. Le forica, le latrine, meglio conservate sono quelle che si trovano sul lato nord-orientale del complesso.
Tempio delle Ninfe

A est della palestra e delle terme di Adriano vi è una piazza aperta dominata dal nymphaeum, o tempio delle Ninfe. Si tratta di una monumentale con la facciata riccamente articolata da colonne con fusti di granito rosso e marmo cipollino e con nicchie, ora vuote, che un tempo ospitavano delle statue di marmo. Risale all'epoca del regno di Settimio Severo.
Via colonnata

Per mettere in comunicazione il porto con la parte meridionale di Leptis venne costruita una grandiosa via colonnata, lunga 400 m e larga 44. Essa collegava il porto alle terme e terminava in una piazza ottagonale decorata con un ninfeo.Ciascun lato di questa imponente via era dotato di 125 colonne di marmo verde con venature bianche, sulle quali poggiavano delle arcate.
Poiché collegava le terme e il nuovo foro dei Severi con il lungomare, era una delle strade più importanti della città.

Testa di Gorgone
Il progetto di trasformazione della città attuato da Settimio Severo prevedeva anche la revisione della struttura del centro cittadino, che fu da lui trasferito dal vecchio foro ad uno nuovo, battezzato con il nome della dinastia imperiale.
La piazza pavimentata in marmo, misura 100 m per 60 ed era circondata da portici ad arcate. Sulla facciata, tra un arco e l'altro erano medaglioni, di cui si conservano 70 esemplari. Nella maggior parte dei casi sono rappresentazioni simboliche della dea romana della Vittoria. Oltre ad esse vi sono alcune splendide immagini di Medusa. Gli archi erano di pietra calcarea, mentre le teste erano scolpite in marmo. Davanti alle colonne dei portici erano basamenti per statue, che conservano le iscrizioni dedicatorie.
Sul lato sud-occidentale del foro sorgeva il tempio dedicato alla dinastia dei Severi, del quale rimangono soltanto la scalinata, il podio e un magazzino sotterraneo. Ad esso appartenevano pure alcun fusti di colonna in granito rosa che si trovano sparse per il foro.

Basilica
La basilica dei Severi è una struttura lunga 92 m e larga 40 che sorge sul lato nord-orientale del Foro. Presenta l'ingresso sui lati lunghi verso la piazza del Foro e absidi su entrambi lati corti. Lo spazio interno era articolato in tre navate, divise da colonne con fusti in granito rosa.
La sua costruzione fu avviata da Settimio Severo e completata da suo figlio Caracalla nel 216 d.C.
Le absidi sono decorate da più ordini architettonici con pilastri scolpiti al primo ordine e ospitavano i templi di Liber Pater (per i Romani Bacco e per i Greci Dioniso) e di Ercole-Eracle: sul lato dedicato ad Ercole i pilastri scolpiti hanno raffigurazioni delle mitiche dodici fatiche del semidio).
Nel VI secolo Giustiniano trasformò la basilica in una chiesa cristiana, facendo sistemare l'altare nell'abside sud-orientale. Dall'alto delle scale vicine all'angolo nord-occidentale si godono vedute della città.

La Porta Bizantina
Sul tratto della "Via trionfale" che passa per l'angolo meridionale del mercato si erge l'arco di Tiberio (I secolo d.C.) Poco più avanti si trova l'arco di Traiano, fatto costruire nel 110 d.C., eretto probabilmente per commemorare l'acquisizione, da parte di Leptis, dello status di colonia romana. Entrambi gli archi sono in pietra calcarea.
A nord-ovest della Basilica inizia una strada che conduce alla Via Trionfale, il cardo maggiore, e alla Porta Bizantina. Da notare quelli che sembrano fori di proiettile, che in realtà sono i buchi lasciati dagli “arcaici chiodi” martellati nel muro per appendere lastre di marmo.

FORO VECCHIO
Il foro più antico di Leptis Magna (detto "Foro vecchio") era al centro della vecchia città punica. Su di esso gravitava l'antico culto cittadino di Šadrafa-Liber Pater (IPT 31). Un ampio saggio di scavo realizzato lungo il lato orientale della piazza ha messo in luce una complessa sequenza di strutture fenicio-puniche. La piazza fu realizzata o comunque ebbe un nuovo assetto monumentale sotto l’imperatore Augusto, a cura del proconsole Cn. Calpurnio Pisone nel 4-6 d.C. (IRT 520) e fu completamente lastricata nel 53-54 d.C. (IRT 338-IPT 26 e IRT 615). Presentava dei portici colonnati su tre lati.
Entrando nel foro dalla Porta bizantina, si vedono le rovine di tre templi su alto podio. A sinistra il tempio d'età augustea tradizionalmente attribuito a Liber Pater, ma per il quale è stata avanzata l'attribuzione al culto di Giove, di cui resta solo il podio e pochi resti della cella. Al centro il tempio di Roma e di Augusto, costruito tra il 14 e il 19 d.C. (IPT 22) in pietra calcarea. Il tempio presentava un'alta tribuna anteriore decorata da rostri, probabilmente utilizzata come palco dagli oratori che tenevano discorsi sulla piazza. I colonnati dei due templi maggiori furono rifatti in marmo nel II secolo d.C., ma una semicolonna originale del tempio di Roma e Augusto è rimasta sempre in piedi. A destra si hanno i resti del cosiddetto tempio di Ercole, il più rovinato dei tre: le pareti del podio e il colonnato sono opera di restauro.
Sul lato opposto della piazza alcuni fusti di colonna in granito grigio, fortemente erosi, ricordano la presenza dell'antica basilica civile, eretta una prima volta nel I secolo d.C. e ricostruita nel IV secolo dopo un incendio.
Nei pressi della basilica era collocata la curia, sede del senato cittadino, risalente al II secolo d.C. A sinistra dell'ingresso alla piazza è un edificio di età traianea, in seguito trasformato in una chiesa bizantina, della quale si distinguono l’abside, le navate laterali e il nartece. Al centro del foro si notano un piccolo battistero con vasca a pianta a croce e un'esedra.
Il porto fu trasformato sotto Settimio Severo, che vi eresse un faro di cui restano solo le fondamenta. Il faro era alto più di 35 m e secondo le fonti antiche era simile al più rinomato faro di Alessandria.
Delle installazioni portuali si conservano il molo orientale, i magazzini, le rovine di una torre di osservazione e una parte delle banchine utilizzate per il carico delle merci.
Nei pressi del porto si conservano i resti del tempio dedicato a Giove Dolicheno, con la sua scalinata.

GIOVE DOLICHENO
CHALCIDICUM

Il chalcidicum si trova nell'isolato immediatamente a ovest dell'arco di Traiano. Costruito nel I secolo d.C., durante il regno di Agusto, ha un portico colonnato collegato alla via Trionfale per mezzo di una serie di gradini.
MERCATO

Al suo interno sorgeva un tempietto in onore di Augusto e di Venere e si conservano fusti in marmo cipollino e capitelli corinzi del II secolo d.C. Presso l'angolo orientale si può notare un basamento a forma di elefante.
Il mercato conserva nello spazio centrale due padiglioni ottagonali ricostruiti: quello settentrionale era forse adibito alla compravendita dei tessuti e conserva una tavola di pietra (in copia: l'originale è custodito nel museo del sito), risalente al III d.C. d.C., sulla quale sono incise le principali unità di misura: il braccio romano o punico (51,5 centimetri), il piede romano o alessandrino (29,5 centimetri) e il braccio greco o tolemaico (52,5 centimetri). Intorno allo spazio centrale corre un portico colonnato.
MERCATO (Macellum)

Mercato e veduta di una delle tholoi ottagonali.

Interno della tholos del mercato.

Tabula mensoria (ritrovata all'interno del mercato).
Il complesso venne edificato nel 9 a.C. e poi ricostruito durante il regno di Settimio Severo: alcune colonne con capitello di marmo risalgono a questa seconda epoca. Nel quadriportico fu ritrovato, nel 1930, un busto di Afrodite.
TEATRO
VEDUTE


Il teatro di Leptis, capace di ospitare 15.000 spettatori, è il secondo dell'Africa per dimensioni (dopo quello di Sabratha). Risale ai primi anni del I d.C., come mostrano le iscrizioni celebrative apposte da ricchi cittadini di Leptis. Fu costruito sul sito di una precedente necropoli punica utilizzata tra il V e il III secolo a.C.
Il palcoscenico fu ricostruito in marmo e conserva il frontescena come facciata monumentale, articolata in tre nicchioni semicircolari e decorata da un triplice ordine di colonne. Questa struttura risale all'epoca di Antonino Pio (138-161 d.C.). Vi si trovavano anche numerose sculture che raffiguravano divinità, imperatori e cittadini illustri. Due di esse sono tuttora nella loro posizione originaria: la statua di Bacco ornata da viti e foglie, e quella di [Eracle], con la testa ricoperta da una pelle di leone.
La cavea era stata tagliata nella roccia all'epoca della costruzione del teatro; nel 90 d.C. i gradini riservati ai seggi dei notabili della città furono ricavati subito sopra l’orchestra separati da quelli del pubblico pagante da una massiccia balaustra di pietra. In cima alla cavea si trovavano alcuni tempietti e un porticato con fusti di colonna in marmo cipollino.
Terme dei Cacciatori

Le terme dei Cacciatori sono costituite da una serie di ambienti con volte a botte scavati nell’arenaria. Il complesso venne realizzato nel II secolo d.C. e fu utilizzato per quasi tre secoli. Conservano mosaici e affreschi, uno dei quali, situato nel frigidarium e nel quale sono raffigurate scene di caccia ambientate nell’Anfiteatro, ha dato il nome al complesso. Uno degli affreschi risale ad un'epoca precedente alle terme e vi è stato riutilizzato al momento della loro costruzione. Sono inoltre presenti pannelli marmorei scolpiti.
File:Circus Leptis Magna Libya.JPG
Anfiteatro

L'anfiteatro di Leptis Magna, capace di contenere 16 000 spettatori, venne scavato nel fianco di una collina nel I secolo d.C. Al di sopra dei gradini superiori della cavea correva probabilmente un portico colonnato.
Circo (ippodromo)
Il Circo era realizzato lungo la costa orientale della città e le gradinate del lato nord-orientale erano accessibili dalla pista, mentre quelle del lato opposto si potevano raggiungere anche dall'anfiteatro, attraverso dei passaggi secondari. Edificato nel 162, durante il regno di Marco Aurelio, poteva ospitare 25.000 spettatori ed era ampio 450 m per 100. Sono parzialmente conservati gli spalti e rimangono scarsi resti della spina centrale e dei carceres di partenza.
Colonne
Resti dell'edificio scenico del teatro.




Veduta delle rovine
Piccola Porta occidentale

Arco quadrifronte dei Severi

Colonna parzialmente scavata.

Veduta interna di uno dei parodoi d'ingresso al teatro.


Sopra e sotto - Una delle strade fondamentali dell'impianto urbano, compresa fra l'arco dei Severi e l'arco di Traiano.

Basilica severiana, pertinente all'omonimo foro.

Scala all'interno del foro severiano

Basilica severiana, fusti in marmo inquadranti le absidi con decorazione scultorea di tipo a girali popolati.

Dettaglio pertinente alla basilica severiana

Diana di Versailles è una famosa statua della dea Diana conservata nel Museo del Louvre Parigi.

La statua è stata rinvenuta in Italia: il sito del Louvre suggerisce la città di Nemi, dove anticamente esisteva un santuario; altre fonti ritengono sia stato rinvenuto a Tivoli, nei pressi di Villa Adriana; Statue dello stesso soggetto sono state ritrovate nelle aree archeologiche di Leptis Magna (l'attuale Libia) e di Antalya (l'attuale Turchia). Nel 1556 fu donato da Papa Paolo IV a Enrico II di Francia, con una sottile ma ineludibile allusione alla sua maîtresse-en-titre, Diana di Poitiers.
ALCUNE INFORMAZIONI SULLA CITTA'
NOME ORIGINALE |
LPQS |
NOME FENICIO; POI LEPCIS E POI LEPTIS |
SIGNIFICATO |
- |
- |
NOME COMUNE ATTUALE |
LEPTIS MAGNA |
- |
CONTINENTE |
AFRICA |
- |
STATO ATTUALE |
LIBIA |
- |
REGIONE/STATO/DISTRETTO ATTUALE |
DISTR. DI AL BURGUB |
- |
CULTURA |
FENICIA-PUNICA E ROMANA |
NASCE COME "EMPORIUM" DI CARTAGINE |
POPOLAZIONE STIMATA (ANTICHITA') |
100.000 |
- |
- |
- |
|
VII SEC. A.C. |
- |
|
DATA DELL'ABBANDONO O DISTRUZIONE |
SUPERFICIE |
- |
DATA DELLA SCOPERTA/RISCOPERTA |
DATA DELLA FONDAZIONE |
- |
SCOPRITORE |
- |
- |
SCAVI ARCHEOLOGICI |
PRIMI DEL 1700 |
- |
ARCHEOLOGO /I |
CLODE DE MARIE |
CONSOLE FRANCESE A TRIPOLI |
SITO ARCHEOLOGICO |
LEPTIS MAGNA |
MUNICIPIO DI AL BURGUB A 3 KM DALL'AEROPORTO DI TRIPOLI |
UNESCO - PATRIMONIO DELL'UMANITA' |
1982 |
- |
PRINCIPALI MONUMENTI DA VISITARE |
ARCO DI SETTIMIO SEVERO, TERME DI ADRIANO, TEMPIO DELLE NINFE, VIA COLONNATA, FORO DEI SEVERI, BASILICA, PORTA BIZANTINA, ARCHI MONUMENTALI, CHALCIDIUM, TEATRO, MERCATO, ANFITEATRO ECC. |
|
FONTI
- LEPTIS MAGNA, PORTA PRINCIPALE PER L'AFRICA
https://www.romanports.org/it/articoli/ports-in-vista/178-leptis-magna-il-porto-d-accesso-all-africa.html
- archeologiavocidalpassato
Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 15: “Storie dalla sabbia – La Libia di Antonino Di Vita (Università di Macerata)”
- ICA – Istituto Centrale per l’Archeologia
https://archeologiavocidalpassato.com/tag/leptis-magna/
- Cartine Leptis:
GRANDI CITTA’ DEL PASSATO
http://www.luckyjor.org/sitocity/leptis/pagleptis.html
RENOVATIO IMPERII.
Leptis Magna, la città dell’imperatore
LEPTIS MAGNA (Libia)
https://www.romanoimpero.com/2015/01/leptis-magna-libia.html
Carlo GATTI
Rapallo, Martedì 6 Maggio 2025

















