LE VIE DEL SALE
PARTE SECONDA
DOVE IL MARINAIO DIVENTAVA CAROVANIERE
DALLA RIVIERA LIGURE DI LEVANTE ALLA PIANURA PADANA


Dopo aver osservato dall’alto la grande rete delle Vie del Sale, proviamo ora a imboccarne una.
Partiremo da Chiavari, dove le merci giunte dal mare venivano affidate ai mulattieri; risaliremo la Val Sturla e raggiungeremo Villa Cella e la Val d’Aveto, fino ai valichi che introducevano nell’Emilia e nella Pianura Padana.
Ma lungo questa strada non incontreremo soltanto mercanti, monaci e carovane. Incontreremo anche alcune persone appartenenti alla nostra memoria familiare e marinara.
DA CHIAVARI VERSO L’APPENNINO

Santo Stefano D’Aveto – Passo del Tomarlo (1.485 mt.s.l.m)
Le carovane del Sale giunte sul Passo sceglievano di scendere verso Piacenza oppure Parma
Chiavari era uno dei principali punti d’incontro fra il mare e l’entroterra del Levante ligure. Nei suoi mercati e nei pressi degli approdi venivano preparati i carichi destinati alle vallate appenniniche. Il sale, proveniente dalle saline costiere e trasportato per mare, era accompagnato da olio, acciughe sotto sale, tessuti, spezie e altri prodotti giunti nei porti liguri.
Il commercio non procedeva in un’unica direzione. Dall’Emilia e dalle vallate interne scendevano verso la costa grano, cereali, formaggi, salumi, carne lavorata, legname e vino. I muli dovevano possibilmente viaggiare carichi sia all’andata sia al ritorno, perché nessun mercante poteva permettersi di affrontare inutilmente le fatiche e i pericoli dell’Appennino.
Da Chiavari le carovane risalivano verso l’entroterra seguendo differenti percorsi. Uno dei principali attraversava la Val Sturla, toccava Borzonasca e proseguiva verso Rezzoaglio e l’alta Val d’Aveto.
Allora non esistevano le strade carrozzabili che oggi attraversano le vallate. Si procedeva lungo crêuze, mulattiere e sentieri di crinale, scegliendo di volta in volta il percorso più sicuro secondo la stagione, il tempo e le condizioni del terreno.
Il viaggio richiedeva diversi giorni. Le distanze non erano il solo problema: bisognava affrontare pioggia, nebbia, neve, guadi, frane e possibili aggressioni. Per questo le carovane viaggiavano in gruppo e si affidavano a un uomo che conosceva profondamente il territorio.
IL CAPO CAROVANIERE
Il capo carovaniere non era un semplice accompagnatore. Era guida, organizzatore, contabile e negoziatore.
Conosceva i sentieri, i valichi, le sorgenti, i luoghi nei quali trovare riparo e i tratti maggiormente esposti alle intemperie o agli agguati. Doveva valutare il tempo, distribuire correttamente i carichi e controllare le condizioni degli animali.
Portava con sé il denaro e i documenti necessari al transito delle merci. Nei diversi territori attraversati trattava il pagamento di gabelle, dazi e pedaggi con doganieri, castellani e rappresentanti dei feudatari.
Ogni carovana costituiva un piccolo mondo disciplinato. Un errore, un animale ferito o un improvviso cambiamento del tempo potevano rallentare l’intero convoglio e mettere in pericolo uomini e merci.
Ancora una volta il paragone con il mare appare naturale. Il capo carovaniere era il comandante; il sentiero rappresentava la rotta; le osterie, gli ospitali e i monasteri erano i porti di rifugio.
VILLA CELLA E LA STRADA DELLA PRIA MARTINA

Una delle più antiche direttrici commerciali della zona risaliva da Borzonasca verso Villa Cella, superando il passo della Bisinella.
La mulattiera, conosciuta come strada della Pria Martina, era già utilizzata prima dell’anno Mille per gli scambi fra la Riviera e la Val d’Aveto. Il percorso era lungo e faticoso, tanto per gli uomini quanto per gli animali.
Villa Cella sorge a 1.020 metri di quota, in una posizione oggi appartata, ma un tempo strategica. Nei primi anni dell’XI secolo vi si stabilì una piccola comunità di monaci benedettini.
Nel 1103 frate Alberto comunicò all’abate di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia che la chiesa era stata ultimata e offrì a quella prestigiosa abbazia la sudditanza perpetua della nuova comunità.
Nacque così una cella monastica, dalla quale derivarono nel tempo il nome del borgo e il cognome di molte famiglie che andarono ad abitare nei suoi dintorni.
I Benedettini alternavano la preghiera al lavoro secondo la loro regola, Ora et labora. Dissodavano e coltivavano il terreno, utilizzavano le acque, costruivano e mantenevano opere necessarie alla vita della comunità.
Soprattutto, accoglievano e soccorrevano i viandanti. Il piccolo convento fungeva anche da hospitale: non un ospedale nel significato moderno, ma un luogo nel quale uomini stanchi, feriti o sorpresi dal maltempo potevano ricevere riparo, cibo e assistenza. Anche gli animali venivano ricoverati e rifocillati.
In una zona isolata e difficile, la presenza dei monaci rappresentava una luce accesa nella notte e un porto sicuro lungo la rotta appenninica.
La loro opera durò per circa cinque secoli. Quando i traffici cominciarono a seguire percorsi più agevoli, passando da Borzonasca verso Bosà e Cabanne, la vecchia strada della Pria Martina perse progressivamente importanza. Villa Cella rimase appartata e il monastero fu infine abbandonato dai Benedettini.
L’INCONTRO CON CARLA CELLA
Molti anni dopo, una serena giornata di sole mi offrì l’occasione di salire a Villa Cella insieme a mia moglie Gun.
Tra le pagine di un vecchio calendario avevo notato la fotografia di un mulino, con alle spalle un campanile medievale costruito in pietra locale. Quel luogo aveva suscitato la mia curiosità e desideravo finalmente fotografarlo.


La signora Carla Cella (a sinistra nella foto con Gun Gatti), è l’autrice del libro sopra riportato.
https://www.marenostrumrapallo.it/cella/
di Carlo GATTI
Quando arrivammo, trovammo un piccolo borgo raccolto intorno alla chiesa e immerso in un silenzio quasi irreale.
La signora Carla Cella, intenta a costruire un muretto, si voltò di scatto e ci accolse con un sorriso meravigliato:
«Scommetto che siete venuti fin quassù per fotografare il mulino. Lo fanno in molti e non sanno che quel mulino, diventato ormai il simbolo del paese, è del 1920: un nulla nella lunga storia di Villa Cella.»
Carla era nata lassù, ma viveva a Chiavari, dove aveva insegnato fino alla pensione. Ritornava al paese ogni volta che poteva per ritrovare la propria giovinezza, lavorare, cantare e scavare nelle radici familiari.
Fu lei ad aprirci le porte della storia di Villa Cella. Ci raccontò dei monaci, dell’antica strada, dei viandanti e delle famiglie emigrate nelle “Meriche”. Grazie alla sua passione, quel borgo apparentemente immobile e quasi disabitato tornò a popolarsi davanti ai nostri occhi.
Il suo libro, “La Cella – Ra Zella – Villa Cella”, conserva quella memoria e impedisce che il silenzio cancelli definitivamente le voci del paese.
VERSO LA VAL D’AVETO E LA PADANIA
Da Villa Cella e dalle altre direttrici della Val Sturla, i percorsi raggiungevano l’alta Val d’Aveto e le zone del monte Aiona, del monte Penna e di Santo Stefano d’Aveto.
Da lì le carovane sceglievano il valico più adatto alla destinazione. Il passo del Tomarlo e quello dello Zovallo aprivano il cammino verso le vallate piacentine; altri passaggi permettevano di dirigersi verso la Val di Taro, la Val Ceno e i mercati del Parmense.
Santo Stefano d’Aveto costituiva un importante punto di transito. Il suo castello, passato nei secoli dai Malaspina ai Fieschi e poi ai Doria, testimonia il valore strategico di quelle vie.
Il controllo delle strade significava proteggere i traffici, ma anche riscuotere pedaggi. Ogni confine feudale poteva trasformarsi in un nuovo pagamento e ogni carico doveva essere accompagnato dai documenti richiesti.
Per evitare le gabelle, alcuni percorrevano sentieri secondari e più pericolosi. La Via del Sale diventava allora via del contrabbando: una rotta nascosta tra i boschi, scelta per sottrarsi agli uomini delle dogane, ma esposta alle frane, alla nebbia e agli agguati.
LE TRACCE RIMASTE

Castello di Santo Stefano D’Aveto


Pianta e prospettiva del castello. Disegni realizzati da Domenico Revello alla fine del XVI secolo, conservati presso l’Archivio di Stato di Genova
Quel mondo non è scomparso completamente.
Nei tratti più ripidi si riconoscono ancora antiche pavimentazioni in pietra, consumate dal passaggio degli uomini e degli animali. Lungo i sentieri compaiono cappelle, croci ed edicole votive, davanti alle quali i viandanti si fermavano per una preghiera.
Castelli, borghi, monasteri e vecchi luoghi di sosta conservano le tracce di una rete commerciale che per secoli mise in comunicazione il Mediterraneo con la Pianura Padana.
Oggi percorriamo quelle strade per conoscere la natura e ammirare il paesaggio. Un tempo erano vie di lavoro, di sacrificio e di sopravvivenza.
E proprio quando le antiche carovane sembravano ormai appartenere soltanto alla storia, alcuni di quei sentieri tornarono a essere preziosi.
ANITA, LA DONNA CHE PASSAVA DAPPERTUTTO
Durante la guerra e nel primo dopoguerra, una donna di nome Anita percorreva ancora quelle antiche direttrici.
Veniva da Varzi. Era alta, bionda, robusta e dotata di un coraggio fuori dal comune. Suo marito, soldato dell’ARMIR, era morto in Russia, lasciandola sola con cinque figli da crescere.
Due volte al mese Anita affrontava il viaggio verso Rapallo portando formaggi e salumi del Basso Piemonte. Attraversava territori controllati ora dai tedeschi e dai repubblichini, ora dai partigiani, riuscendo a parlare con tutti e a passare dappertutto.
A Villa Caterina, la nostra casa, una stanza era stata trasformata in deposito per la sua merce. Talvolta Anita si fermava anche a dormire da noi, prima di riprendere il viaggio.
La nostra casa diventava così una piccola stazione di posta, un magazzino e un porto sicuro lungo una Via del Sale che, pur cambiando merci e viaggiatori, continuava a vivere.
Anita non portava più soltanto il sale: portava il necessario per mantenere i suoi cinque figli. La sua carovana era formata dal coraggio, dalla fatica e dall’amore di una madre.
AMEDEO: LA VIA DEL SALE COME STRADA VERSO CASA
Anche mio padre Amedeo percorse quei tracciati durante la guerra.
Lavorava a Genova e doveva ritornare dalla propria famiglia a Rapallo. L’Aurelia era controllata da una decina di posti di blocco tedeschi e per due volte gli era stata sequestrata la bicicletta.
Decise allora di abbandonare la strada costiera.
Tre volte alla settimana, anziché seguire l’Aurelia, saliva da Genova verso Uscio e percorreva i sentieri dei crinali. Lungo quella strada incontrava i partigiani anziché i tedeschi e si collegava alla Via del Sale alle spalle di Rapallo.
Era un viaggio lungo e faticoso, ma gli permetteva di ritornare a Villa Caterina e, quando possibile, portare qualcosa da mangiare alla famiglia.
Per Amedeo la Via del Sale non rappresentava più una strada commerciale: era diventata una via di libertà, di salvezza e soprattutto la strada verso casa.
L’ANNA MARTINI: UNA MULATTIERA DEL MARE
Molti anni dopo ritrovai il sale, non più sui crinali dell’Appennino, ma nelle stive di una nave.
ANNA MARTINI era il suo nome. Vi rimasi imbarcato per diciotto mesi, dapprima come primo ufficiale di coperta e successivamente al comando.
Era una nave di appena 2.200 tonnellate. Quando imbarcai, la comandava San Pé, un padrone marittimo di Carloforte. Con lui conobbi da vicino il Mediterraneo e l’antica arte del navigare.
Fu una seconda scuola, generosa d’insegnamenti che mi sarebbero serviti moltissimo quando diventai comandante di rimorchiatori d’altura e portuali di Genova.
Con quello “scavafango” navigammo persino fuori Gibilterra e raggiungemmo Safi (Marocco atlantico) per caricare fosfati: senza radar, con il radiogoniometro in avaria e numerose “casse” di cemento applicate allo scafo disastrato.
La nave era già affondata durante la Seconda guerra mondiale ed era stata recuperata dal fondo. Vecchia, stanca e con un carattere quasi indipendente e fuorilegge, era considerata una nave pirata in tutti i sensi.
Dopo aver navigato su tre navi passeggeri, dove l’ordine, la disciplina e la divisa da ufficiale rappresentavano una tradizione marinara di prima grandezza, ero finito su una fottutissima nave-pirata.
Eppure fu per me una scuola eccezionale di vita e di autentica marineria, popolata da uomini con le mani e il viso induriti dal sale dei leudi e dai colpi del Mediterraneo: un mare che non ha mai sopportato i marinai con la puzza sotto il naso e la superbia nello sguardo.
Nel viaggio verso Cagliari trasportavamo un centinaio di automobili FIAT; al ritorno caricavamo il sale alla banchina delle Saline Conti Vecchi, destinato a Genova. Per oltre trent’anni all’ANNA MARTINI fu affidato quel servizio.
La nave era vecchia e stanca, ma gli uomini che la conducevano erano duri e determinati.
Erano i mulattieri del mare.
Portavano sulle onde lo stesso carico che, per secoli, altri uomini avevano condotto oltre i crinali dell’Appennino.
IL SALE DELLA MEMORIA
Anita percorse la Via del Sale per mantenere i suoi cinque figli.
Amedeo la percorse per sfuggire ai posti di blocco e ritornare dalla propria famiglia.
L’ANNA MARTINI la prolungò sul Mediterraneo, trasportando nelle sue stive lo stesso sale che per secoli aveva viaggiato lungo i sentieri di montagna.
Il sale unisce così tre mondi apparentemente lontani: il coraggio di una donna, l’amore di un padre e la fatica degli uomini di mare.
La nostra navigazione è partita dalle banchine, è salita lungo le crêuze, ha attraversato l’Appennino e raggiunto la Pianura Padana. Seguendo la memoria, è poi ritornata al mare.
Perché alcune strade non scompaiono: continuano silenziosamente dentro di noi, finché un ricordo non le riporta alla luce.
Carlo GATTI
Rapallo, 8 Agosto 2026

