LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO - Liguria

LO STOCCAFISSO DELLE LOFOTEN A BADALUCCO (Baücôgna) - VALLE ARGENTINA

Liguria 

Le Isole Lofoten -Norvegia

Oggi Badalucco è considerata una "capitale" dello stoccafisso, mantenendo un legame diretto persino con la Norvegia (le Isole Lofoten), da cui proviene la materia prima. 

 

Magnifico entroterra della Liguria di Ponente. Nello specifico siamo in valle Argentina a pochi km da Sanremo. La valle Argentina si snoda per 40km nell’entroterra sino al confine con il Piemonte e la Francia. Numerosi itinerari di bici da corsa e MTB la fanno una delle valli più complete della Liguria dal punto di vista ciclistico.

 

BADALUCCO

 

Altitudine: 179 mt s.l.m

Abitanti:    1.072

Comuni confinanti: Bajardo,Ceriana, Dolcedo, Molini di Triora, Montalto Carpasio, Taggia.

La sua specialità è un piatto che ha un suo antico “Significato Culturale” : rappresenta la fusione tra lo stoccafisso, importato dai marinai norvegesi, e i prodotti della terra locale, diventando un pilastro della cucina tradizionale del borgo. 

"Baucogna" (o Baücôgna) è infatti il nome di Badalucco nel dialetto locale. Chiamare il piatto "alla baucogna" significa letteralmente cucinarlo "alla maniera di Badalucco".

 

Lo stoccafisso alla badalucchese (spesso confuso o associato a denominazioni locali simili) prende il nome dal comune di Badalucco, nella Valle Argentina in Liguria, dove la preparazione è una tradizione secolare legata alla cultura contadina e alla conservazione del pesce. Non si chiama "baucogna", ma è famoso per la sua ricetta specifica. 

Per la gente di Badalucco lo stoccafisso è un legame col mare?

Noi pensiamo di sì! Per gli abitanti di Badalucco, un comune dell'entroterra ligure, lo stoccafisso rappresenta un legame storico e identitario profondo che va oltre il semplice consumo di pesce. 

Questo legame non deriva da una vicinanza geografica immediata al mare, ma da una celebre leggenda storica risalente alle invasioni saracene: 

L'assedio

Si narra che durante un lungo assedio da parte dei Saraceni, i cittadini di Badalucco riuscirono a resistere e a non arrendersi per fame proprio grazie alle grandi scorte di stoccafisso accumulate.

Resistenza alimentare: Essendo un prodotto essiccato e a lunga conservazione, lo stoccafisso permise alla popolazione di sopravvivere tra le mura del borgo fino alla ritirata degli invasori.

Identità culturale: Da allora, lo stoccafisso è diventato il simbolo della tenacia del paese. Ogni anno, a metà settembre, questa eredità viene celebrata con Il Festival dello Stoccafisso alla Badalucchese (o Stocafissu a Baücogna), una tradizione che nel 2025 ha raggiunto la sua 53ª edizione

 

La ricetta dello Storico Prof. Mauro Salucci

Stocafissu a baücôgna (Stoccafisso alla badalucchese) della Valle Argentina non è una semplice ricetta, ma un modo con cui la popolazione di Badalucco celebra dall'antichità il ricordo della vittoria sui pirati saraceni dopo un lungo assedio al borgo da cui la popolazione uscì vincitrice. Il protagonista è il merluzzo essicato. A parte noci, nocciole, pinoli e cherigli di noci vengono prima tostati in padella e poi pestati nel mortaio. Uniti con funghi secchi, olive taggiasche, olio extra del posto, acciughe sotto sale, vino bianco secco, amaretto anch'esso pestato, peperoncino, sale, prezzemolo, aglio, stoccafisso sapientemente stemperato gradualmente in brodo di carne, sistemando di pepe. Gradualmente, dopo quattro ore di cottura, questo piatto ci riporterà indietro nei secoli, ai forti sapori speciali e veri dell'entroterra e della sua gente orgogliosa e indomita, fiera delle sue tradizioni.

 

 Lo stoccafisso a Baücôgna

E’ una tradizione culinaria ultracentenaria di Badalucco (Valle Argentina), legata all'uso dello stoccafisso norvegese delle Lofoten, diffuso in Liguria dal XVII secolo. Originatosi come piatto povero durante le invasioni saracene, è un simbolo della cultura locale, celebrato con un famoso festival e cucinato con olio taggiasco, noci, nocciole e funghi.

 

Ecco i punti salienti della tradizione

 

Origini Storiche:

Badalucco vanta una tradizione di oltre 400 anni nella preparazione dello stoccafisso, con una sagra storica che dura da oltre 50 anni

Lo stoccafisso si è diffuso in Liguria intorno al 1600 grazie ai commerci, diventando un alimento essenziale, facile da conservare e trasportare. La tradizione narra che durante l'invasione dei Saraceni, gli abitanti dell'entroterra abbiano resistito grazie allo stoccafisso, un alimento a lunga conservazione che garantiva il sostentamento.

La Ricetta

(Stoccafissu a Baücôgna): La preparazione richiede circa 5/6 ore di cottura lenta in grandi paioli con sugo. Prevede l'uso di stoccafisso di alta qualità, olio extravergine d'oliva, acciughe, aglio, pinoli, nocciole, funghi secchi, prezzemolo e brodo di carne. Viene spesso disposta a strati con le lische in basso per insaporire, formando una ciambella.

La Sagra e la Tradizione:

Da oltre 50 anni, Badalucco celebra questo piatto con il "Festival dello Stoccafisso", un evento di rilievo internazionale che richiama visitatori e autorità, celebrando il legame tra Badalucco e la Norvegia (spesso con la presenza dell'Ambasciatore norvegese).

Legame col Territorio:

Lo stoccafisso, nonostante provenga dal Nord, è diventato un prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) ligure. La ricetta badalucchese esalta i sapori locali, in particolare l'olio cultivar taggiasca.

La preparazione moderna è curata dalla Pro Loco e dalle famiglie locali, mantenendo viva una tradizione culinaria che unisce il borgo alla storia.

 

COSA C’E’ DA VEDERE A BADALUCCO?

 

 

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

 

La chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio nel centro storico badalucchese

 

 - Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta e San Giorgio                    

Costruita in stile barocco dal 1683 al 1691; l'edificio fu ulteriormente                            modificato nel 1834. La facciata è a due ordini di colonne sovrapposte su                 alto plinto ed erme. Recentemente ha avuto un'importante ristrutturazione               conclusa nel 2024.

-Oratorio di San Francesco, attiguo alla parrocchiale, ricostruito nel 1645 con            facciata in stile neoclassico.

-Chiesa di Nostra Signora della Misericordia nel capoluogo, del 1701 in stile               barocco.

- Chiesa di San Nicolò. L'edificio fu eretto nel XVII secolo, anche se citato già             nel 1434, in posizione sovrastante sul paese sulle precedenti rovine del                       castello dei conti di Ventimiglia, signori di Badalucco.

- Cappella di Santa Lucia, costruita su uno dei piloni dell'omonimo ponte sul             torrente Argentina.

- Cappella della Madonna degli Angeli presso l'omonimo ponte sul torrente               Argentina, edificata nel corso del Seicento (ma completamente rifatta nel                 secondo dopoguerra) lungo l'antica mulattiera per la frazione di Montalto                 Ligure (Montalto Carpasio).


  - Santuario della Madonna della Neve, situato sulla cima del monte Carmo.

  - Chiesa della Regina di tutti i Santi. Costruita nel 1721 sul poggio della                         Pallara, nei pressi della frazione di Argallo.

  - Chiesa parrocchiale della Madonna del Rosario nella frazione di Ciabaudo.

 

Architetture civili

           

Ponte della Madonna degli Angeli sul torrente Argentina, del 1614 a tre arcate in pietra

Centro storico

Il borgo medievale conserva ancora oggi cinque passaggi: 

- la porta di San Rocco con piccolo corpo di guardia,

- la porta del Poggetto,

- la porta di Santa Lucia sul ponte omonimo,

- la porta del Beo 

- la portadella Castella.

A Badalucco, il "Paese Dipinto", per i suoi muri ricoperti di murales e opere in ceramica, i ponti medievali (come il Ponte di Santa Lucia) sul torrente Argentina, la Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio e il Museo Frantoio Panizzi, immergendoti nell'atmosfera del borgo e gustando l'olio locale e lo stoccafisso alla badalucchese.

Nel borgo

Centro Storico: Perditi tra i "caruggi" (vicoli) ammirando i murales e le installazioni artistiche permanenti che lo trasformano in un museo a cielo aperto.

Ponti Medievali: Attraversa i caratteristici ponti a schiena d'asino che collegano le diverse parti del paese, offrendo scorci sul torrente Argentina.

Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio: Un'importante parrocchiale che custodisce opere d'arte.

Chiesa di San Niccolò  Una chiesetta del Quattrocento con tesori artistici.

Museo Frantoio Panizzi: Un luogo che racconta la storia della produzione dell'olio d'oliva, un'eccellenza del territorio.

UpArt Festival: Se visiti a settembre, potresti trovare questo festival che anima il paese con varie forme d'arte.

 

Nelle vicinanze (Valle Argentina)

Valle Argentina: Ideale per escursioni e passeggiate, offre paesaggi naturali suggestivi.

Grotta Bertrand: Un sito archeologico preistorico con testimonianze dell'Età del Rame, per chi ama la storia.

Triora: "Il borgo delle streghe", famoso per le leggende e le vicende storiche legate ai processi per stregoneria.

 

APPROFONDIMENTO

 

Borgo Medievale e Arte

 . Centro storico: Passeggia tra gli stretti vicoli ("caruggi") e le piazzette del                 borgo medievale, caratterizzato da case in pietra a vista.

  • Museo a cielo aperto: Le stradine sono arricchite da numerose maioliche e opere di ceramica posizionate sui muri degli edifici, trasformando il paese in un museo all'aperto.

  • Ponti storici: Ammira i due ponti risalenti al tardo Medioevo che attraversano il torrente Argentina, elementi chiave dell'architettura storica del paese. 

 

Natura e Relax

  • Laghetti di Badalucco: A pochi passi dal centro, puoi trovare laghetti e cascate naturali nel torrente Argentina, ideali per un bagno rinfrescante nelle giornate estive.

  • Sentieri e trekking: La zona offre diversi percorsi per escursioni e trekking, permettendo di godere della natura incontaminata e di panorami suggestivi, come verso il Colle D'Oggia

 

Cultura Enogastronomica

  • Olio Roi: Visita la storica azienda produttrice di olio extra vergine d'oliva Taggiasca, un pilastro dell'economia locale. Puoi acquistare diverse varietà di olio, olive taggiasche e altre specialità locali nel punto vendita.

  • Cucina locale: Scopri l'ottima cucina ligure in ristoranti e agriturismi tipici, che offrono piatti tradizionali come i ravioli alle erbette e il brandacujun.

 

Specialità da provare

 - Olio Extra Vergine d'Oliva: Prodotto con le olive taggiasche locali.

 - Stoccafissu a Baucogna: Un piatto tradizionale a base di stoccafisso.

 - Fagiolo di Badalucco (Rundin): Un fagiolo Presidio Slow Food.

 

Comune di Badalucco

https://www.comune.badalucco.im.it ›

 

Come raggiungerci

 

In Auto:

Provenienza da Genova: autostrada A10 uscita casello Arma di Taggia 

Provenienza dalla Francia: Autostrada A8 uscita casello Arma di Taggia. Da lì, si prosegue sulla strada provinciale SP548 per circa 10-15 km in direzione nord, seguendo le indicazioni per Badalucco. È situato a circa 179 metri di altitudine. 

In Treno

La stazione ferroviaria più vicina è Taggia-Arma, da cui prendere un autobus o taxi. Distanza: Dista circa 10-15 minuti di auto dalla costa. 

Badalucco:

Dista una decina di chilometri dalla zona costiera e si propone come un'alternativa ideale per i visitatori che desiderano natura.

 

 

Dello stesso autore:

 

DALLE ISOLE LOFOTEN ARRIVÒ LO STOCCAFISSO

di Carlo GATTI

https://www.marenostrumrapallo.it/dalle-isole-lofoten-arrivo-uno-dei-piatti-preferiti-dai-genovesi/

 

LO "SCOPRITORE" DELLO STOCCAFISSO 

di Carlo GATTI

https://www.marenostrumrapallo.it/nannni/

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, febbraio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA NAVICELLA DI ROMA - UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO

 

NAVICELLA DI ROMA

UN EX VOTO DEI MARINAI DELLA FLOTTA DI CAPO MISENO

 

La lunga storia di una galea romana che continua a sopravvivere con i suoi simboli millenari

 

CASTRA PEREGRINORUM

Zona destinata ai militari di passaggio

 

LA NAVICELLA originale fu ritrovato nella zona dell'antica Castra Peregrina. La tradizione vuole che i marinai della flotta di Capo Miseno, responsabili del velarium del Colosseo, dedicassero questa navicella marmorea alla dea Iside, protettrice dei naviganti.

La basilica di Santo Stefano Rotondo

Conosciuta come Chiesa della Navicella.

Veduta dell’Acquedotto Claudio, la basilica di S.Stefano Rotondo e la navicella

La Castra Peregrina, l'antica caserma dei soldati provinciali distaccati a Roma, si trovava sul Celio (Rione Celio), precisamente nell'area sottostante la moderna Basilica di Santo Stefano Rotondo. L'area si estendeva tra la chiesa e la zona della vicina villa Casali, dove sono stati rinvenuti resti archeologici.

La fontana della Navicella

Ha una curiosa storia legata ai marinai dell’Antica Roma e da meno di cent’anni è stata restaurata da semplice ornamento della piazza che la ospita a vera e propria fontana.

 

LA STRUTTURA

Nel 1931, duranti i lavori dell’allargamento della strada, la statua è stata trasformata come fontana alimentata dall’acquedotto Felice

La fontana è costituita da una piccola nave scolpita nel marmo, che raffigura una galera romana che venne collocata nel centro di una grande vasca modanata di forma ellittica, situata quasi al livello del suolo.

Al centro della nave, uno zampillo scende lungo i lati laterali del ponte che ricadono nel catino inferiore di travertino.

 

Il MARE

E' ricordato all’interno della vasca per il fondale mosaicato di forma ovale, con pietre fiumane rappresentante pesci e imbarcazioni.

 

IL BASAMENTO

 

Della graziosa galera poggia su di un grande piedistallo rettangolare sui cui sono scolpiti gli stemmi di Leone X sulle facciate, composto dalle due chiavi decussate, sovrastato dalla Tiara. All’interno lo Scudo dai sei bisanti ossia palle, cinque rosse ed una blu con tre gigli medicei. 

 

Si tratta della rappresentazione, in marmo bianco e travertino, di una galera romana, poggiata su due scalmi. Il ponte è delimitato da un corrimano sostenuto da nove mensole alternate ad altrettanti boccaporti.

 

Un cinghiale come polena

Il cinghiale era visto come un animale indomito e aggressivo. Una polena del genere serviva a incutere timore e a rappresentare la forza della nave in battaglia, una pratica comune nelle flotte antiche.

Particolarmente caratteristica la testa di cinghiale posta a decorazione della prua della nave, mentre sulla poppa è riprodotto il castello.

La polena a testa di cinghiale sulla scultura nota come Fontana della Navicella simboleggiava la ferocia, la forza e il vigore militare.

Associata alla flotta di Capo Miseno, la nave rappresentava la potenza della marina romana, spesso decorata con animali simbolici sulla prua.

 Fontana della Navicella

La fontana prende il nome dalla raffigurazione in miniatura di un’antica galera romana e si trova al centro della piazza antistante la chiesa di S. Maria in Domnica, detta anche “in navicula”.

 In epoca romana nei pressi del colle Celio sorgevano i Castra misenatium, il quartiere del reparto di marinai della flotta di stanza a capo Miseno, il cui principale incarico, quando non era impegnato in attività militari in mare, era quello di manovrare il velarium, l'enorme tenda che copriva il Colosseo e che, manovrato da un sistema di funi e carrucole, serviva a riparare il pubblico dal sole e dalle intemperie durante lo svolgimento degli spettacoli.

 

Secondo la tradizione i marinai del castra avrebbero fatto realizzare un modello marmoreo di una barca, per offrirlo (una sorta di ex voto) alla dea Iside, protettrice dei naviganti.

 

Iside, (Cerere romana) la dea egizia che attraversò il Mediterraneo

La rappresentazione più vicina ai naviganti dell'antica Roma è Iside Pelagia ("Iside del mare"), signora del mare e protettrice dei naviganti, spesso raffigurata nell'atto di guidare le navi con un mantello che funge da vela. Questa immagine unisce la tradizione egizia a quella ellenistica, talvolta mostrando la dea con le corna bovine e il globo solare, o come la dea alata simbolo del vento.

L'Iseo Portuense è un sito archeologico identificato come un antico santuario dedicato alla dea egizia Iside, rinvenuto all'Isola Sacra (Fiumicino), vicino al porto di Claudio e Traiano. Dagli scavi effettuati negli anni '60, sono emersi reperti significativi, tra cui la famosa statua in marmo nero di Iside Pelagia.

 

In origine Iside fu una delle principali divinità del panteon egizio. Poi il suo culto si diffuse in tutto il Mediterraneo, dove ricevette una grande accoglienza e riunì fedeli di tutti i ceti sociali.

 

Museo Ostiense | Le storie dietro le opere 

La statua di Iside Pelagia

Questa statua monumentale, in marmo nero di Belevi, proviene dal cosiddetto Iseo Portuense, rinvenuto all’Isola Sacra (Fiumicino) durante scavi degli anni ’60 del Novecento.

La statua, che si data alla seconda metà del II secolo d.C. raffigura Iside Pharia o Pelagia, strettamente legata alla cerimonia del navigium Isidis, che sanciva in primavera, con il favore della dea, la ripresa della navigazione, dopo la pausa della stagione invernale.

L’Iseo Portuense era un antico tempio romano dedicato alla dea egizia Iside, situato nell'area dell'odierna Isola Sacra (Fiumicino), vicino ai porti imperiali di Claudio e Traiano. Scoperto nel 1969, il santuario era parte di un complesso dedicato a Iside Pharia (o Pelagia), protettrice dei naviganti, e testimonia la diffusione dei culti orientali nel porto di Roma.

 

CONCLUSIONE

La tradizione ci racconta: 

La fontana della Navicella, la sua sparizione e costruzione di una copia 

La prima volta che si menzionò la navicella, fu per mano di Pomponio Leto che nel 1484, ci parla di una navicella ritrovata presso l’attuale chiesa di S. Maria in Dominica e si riferiva però ad una scultura a forma di nave con la prua a testa di cinghiale e il castello di poppa, in origine alimentata dall’Acquedotto Claudio.

La scultura andò perduta durante il Medioevo ma i resti furono ritrovati all’inizio del ‘500 proprio nei pressi della basilica dove è posta oggi la fontana.

L’odierna scultura sembrerebbe essere una riproduzione di un modello rinascimentale della nave e fu realizzata probabilmente su disegno di Andrea Sansovino. Collocata nell’attuale luogo  fra il 1518 ed il 1519.

 

Si dice che le cose siano andate così...

Il papa Leone X, per evitare ulteriori perdizioni, incaricò lo scultore Andrea Sansovino di farne una copia, con una base rettangolare ornata con le insegne papali e un’epigrafe celebrativa.

In marmo bianco e travertino, rappresenta una galera poggiata su due scalmi, con una testa di cinghiale a decorare la prua della nave e sulla poppa la riproduzione del castello.

La scultura attuale fu realizzata nel 1518-1519 su committenza del cardinale Giovanni de’ Medici.

La nave, in marmo bianco, è posta sopra un basamento in marmo che riproduce sulle facce minori lo Stemma dei Medici.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, giovedì 29 gennaio 2026

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

- CAPO MISENO - LA PIU' POTENTE BASE MILITARE DELL'ANTICHITA' 

Carlo Gatti - 17 Maggio 2018

https://www.marenostrumrapallo.it/miseno/

 

- IL VELARIUM DEL COLOSSEOdi Carlo GATTI - 1 Ottobre 2021

https://www.marenostrumrapallo.it/vele/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


ULUBURUN - IL PIU' ANTICO RELITTO DEL MEDITERRANEO

ULUBURUN - IL PIU' ANTICO RELITTO DEL MEDITERRANEO

Il relitto di Uluburun è databile alla fine del XIV secolo a.C. (età del bronzo). Fu scoperto al largo di Capo Ulu Burun.

 

Il relitto è stato trovato a circa 10 km a sud-est din Kaş  Turchia 

sud-occidentale

Nella cartina è indicata la posizione del relitto da un marker sopra la scritta: “NAVE DI ULUBURUN”

 

 

La freccia rossa orizzontale indica Capo Uluburun.

La freccia rossa verticale. il relitto.

Le frecce nere, le rotte su cui circolavano le navi di quel tempo.

 

Questa foto subacquea rende l’idea della buona conservazione del relitto

 

BODRUM 

Museo di Archeologia Subacquea di Bodrum si trova nel Castello

(segnato col marker rosso)

Il Castello di Bodrum è stato edificato a partire dal 1402 dai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni

Veduta del castello davanti al porto di Bodrum 

 

Il relitto di Uluburun, è esposto all'interno del castello di Bodrum, in Turchia. Sebbene il relitto sia stato scoperto al largo della costa di Kaş, i reperti sono conservati nel suddetto museo. 

Si tratta di un ritrovamento fondamentale per lo studio delle rotte commerciali dei popoli mediterranei nella seconda metà del II millennio a.C.

Nella stiva del relitto sono stati infatti rinvenuti una grande quantità di stagno, rame, bronzo, stampi per fabbricare armi, vetro, ambra baltica, oggetti e gioielli d'oro, uova di struzzo, zanne di elefanti e denti di ippopotamo, per un totale di oltre 18.000 reperti.

 La varietà dei prodotti che componevano il carico della nave, alcuni provenienti dal nord Europa, altri dal continente africano, testimonia, come già all'epoca, gli scambi commerciali fossero molto sviluppati. La nave potrebbe essere affondata nel corso del viaggio di ritorno verso l'isola di Cipro e si ipotizza che le merci fossero state imbarcate in un grande porto di interscambio, probabilmente situato oltre le Colonne d'Ercole.

 

Ricostruzione del relitto di ULUBURUN

 

VEDUTE PANORAMICHE DELLA SPLENDIDA KAS

 

 

 

UN GRANDE SUCCESSO DELL’ARCHEOLGIA

DIECI ANNI DI CAMPAGNE

UNDICI ANNI DI RECUPERO REPERTI

 Dal 1984 al 1994 i susseguirono sul luogo undici campagne di recupero, ognuna delle quali lunga dai tre ai quattro mesi, per un totale di 22.414 immersioni, riuscendo a portare alla luce uno dei più spettacolari reperti dell'età del bronzo emersi dal Mar Mediterraneo. 

Scoperta

Il relitto fu scoperto nell'estate del 1982, quando Mehmet Çakir, un cercatore di spugne locale originario di Yalikavak, un villaggio nei pressi di Bodrum, riportò a galla dei "biscotti metallici con le orecchie" riconosciuti poi come lingotti dell'età del bronzo nella caratteristica forma ox-hide o "a pelle di bue", (una forma che permetteva di trasportarli a mano con maggiore semplicità e di conservarli nella stiva in modo efficiente).

I cercatori di spugne turchi venivano spesso assunti dall'Institute of Nautical Archaeology (INA) per poter identificare antichi relitti durante le loro immersioni. 

I ritrovamenti di Çakir allertarono Oğuz Alpözen, direttore del museo di Bodrum di Archeologia Subacquea, tanto da inviare una squadra di esplorazione per localizzare il relitto. La squadra riuscì a recuperare numerosi lingotti di rame a soli 50 metri dalla costa di Uluburun.

Rotta apparente

Grazie alle prove raccolte, si può ipotizzare che la nave fosse salpata da Cipro o da un porto in Siria o Palestina. La nave di Uluburun era senza dubbio diretta ad ovest di Cipro, ma la sua destinazione finale può essere determinata solo dagli oggetti presenti a bordo al momento del naufragio. È stato quindi ipotizzato che fosse diretta a Rodi, al tempo un importante centro di smistamento per l’Egeo.

Datazione

Peter Kuniholm dell’Università Cornell fu incaricato della datazione dendrocronologica  in modo da ottenere una datazione assoluta per la nave. I risultati hanno datato il legno attorno 1305 a.C., ma non essendo sopravvissuto alcun frammento di corteccia, che avrebbe identificato gli anelli annuali sottostanti sicuramente più recenti del ramo di provenienza, è impossibile determinare con sicurezza l'esatta data, e si può ipotizzare che la nave sia affondata non più tardi di quella data. 

Basandosi sulle ceramiche ritrovate, sembra che la nave di Uluburun sia affondata verso la fine del periodo Amarna, e non prima del tempo di Nefertiti,  visto che a bordo è stato trovato uno scarabeo in oro col suo nome. Sintetizzando, si ritiene che la nave sia affondata alla fine del XIV secolo a.C.

Gli oggetti a bordo della nave provengono da Europa e Africa settentrionale, dalla Sicilia e la Sardegna alla Mesopotamia, e sono stati prodotti da circa nove o dieci diverse culture. La presenza di questo carico indica che l'Egeo della tarda età del bronzo era impegnato in commerci internazionali anche col Vicino Oriente. 

Il vascello

 

Replica dell’imbarcazione in dimensioni reali presso il museo di Bodrum di Archeologia Subacquea.

 

I resti dell'Uluburun e il contenuto del suo carico indicano che la nave era lunga tra i 15 e i 16 metri. Si sa che è stata costruita col metodo del "prima lo scafo" con giunzioni a “Tenone e Mortasa” simili a quelli greco-romani dei secoli successivi.

Sebbene lo scafo sia stato dettagliatamente esaminato, non sono stati individuati reperti del suo “Scheletro/Ossatura”.

La chiglia appare rudimentale, forse più una piattaforma che una vera e propria chiglia. La dendrocronologia ha permesso di stabilire che la nave fu costruita con tavole e chiglia in legno di cedro del Libano e quercia. 

Il cedro del Libano è un albero indigeno delle montagne del Libano, della Turchia meridionale e della parte centrale di Cipro. 

La nave trasportava 24 ancore di pietra.

La pietra è di un tipo quasi completamente sconosciuto nell'Egeo, ma spesso utilizzata nelle mura dei templi siro-palestinesi e di Cipro. Rami secchi e sterpaglie servivano per proteggere lo scafo dal contatto con i metalli trasportati.

 Gli Scavi durarono 10 anni

 L'Institute of Nautical Archaeology (INA) iniziò gli scavi nel luglio del 1984, sotto la direzione prima del suo fondatore George F. Bass e poi del vicepresidente Cemal Pulak dal 1985 al 1994. Il relitto si trovava tra i 44 e i 52 metri di profondità su un piano roccioso in pendenza pieno di banchi di sabbia. 

 

Research Vessel: VIRAZON

INSTITUTE OF NAUTICAL ARCHEOLOGY

                                               

Metà del personale che aiutò negli scavi era accampato nella parte sud-orientale del promontorio che fu probabilmente colpito dalla nave, mentre gli altri vivevano a bordo del Virazon, la nave di ricerca dell'INA in quel periodo.

La mappatura del sito fu fatta tramite triangolazione con metri flessibili e quadrati di metallo per facilitare l'orientamento degli operai.

Quando gli scavi furono completati nel settembre 1994, tutti gli sforzi si concentrarono sulla conservazione del relitto, sullo studio, e sulla raccolta di campioni per le analisi nel laboratorio dell'Istituto d'archeologia marina in Turchia.

Le distanze da ISTAMBUL

 

KAŞ

Kaş è una piccola cittadina costiera di circa 8.500 abitanti della provincia di Antalya (nella cartina sopra, prima freccia a destra), col suo distretto che ne costituisce la parte più occidentale; si trova in un’area del Mar Mediterraneo ricca di baie, insenature, penisole ed isole, con paesaggi molto belli, impreziositi dai maestosi monti del Tauro Occidentale. Una meta che attrae molti turisti da tutto il mondo.

A differenza delle altre località balneari principali della Costa TurcheseKaş è più isolata, con l’aeroporto più vicino a 150 chilometri di distanza; è attraversata dalla strada nazionale D400, una delle più spettacolari della Turchia.

Kaş è anche la meta turca più famosa per le immersioni subacque, grazie alla variegata vita marina, all’ottima visibilità delle sue acque e ad oltre 30 siti dove praticare questa attività; in alternativa ci si può dedicare allo snorkeling, senza dover scendere diversi metri sottacqua.

Nell’antichità in quest’area della Licia sorgeva il villaggio di Antiphéllos, che fungeva da porto per la città di Phellos situata qualche chilometro più all’interno, del quale si sono conservati fino ai giorni nostri solo un teatro ellenistico da 4.000 spettatori ed alcune tombe rupestri scavate nella vicina scogliera che sovrasta la cittadina.

 

Le spiagge nei pressi di Kaş e nella penisola di Çukurbağ, che si estende ad ovest del centro città, sono piuttosto piccole ed in ciottoli, col mare che in genere si inabissa rapidamente; più ad ovest si possono però raggiungere in automobile due altre spettacolari spiagge: Kaputaş e Patara, lunga ben 7 chilometri, ma più distante.

Molto apprezzati e popolari i tour in barca, in particolare quelli che fanno tappa all’isola di Kekova ed al vicino castello di Simena, in una zona ricca di antiche rovine licie, che comprende anche il sito archeologico di Myra, situato nella città di Demre, una quarantina di chilometri ad est di Kaş.

Pochi chilometri a sud-ovest di Kaş si trovano le isole della Grecia più orientali, fra cui KASTELLORIZO, che si può visitare in giornata grazie a dei moderni traghetti che impiegano appena 20 minuti per raggiungerla.

Il clima è di tipo mediterraneo, con estati molto calde, in cui si possono sfiorare i 40° C e durante le quali le precipitazioni sono quasi del tutto assenti, mentre gli inverni al contrario sono piuttosto piovosi, ma con temperature che rimangono sui 10-15° C; i mesi di Maggio, Giugno e Settembre possono essere considerati quelli più gradevoli ed anch’essi senza piogge frequenti.

Kaş si trova a quasi 200 chilometri dal capoluogo provinciale ANTALYA ed a 100 chilometri dalla città di Fethiye, situata nella confinante provincia di Muğla.

L’aeroporto di Dalaman è quello più vicino, anche se dista comunque 150 km da Kaş, mentre il più grande e trafficato aeroporto di Antalya è a 200 km e 3 ore di viaggio dalla città; per il primo vi sono voli da entrambi gli aeroporti di Istambul,  in estate, ma non italiane, mentre per Antalya l’offerta, soprattutto interna, è maggiore.

Cosa vedere e cosa fare a Kaş

Spiaggia di Kaputaş

La spettacolare spiaggia di Kaputaş è situata 20 km ad ovest del centro di Kaş, lungo la strada D400, pochi chilometri prima di Kalkan; arrivando in auto si trovano alcuni parcheggi ai lati della strada, che però si esauriscono in fretta in alta stagione.

È una spiaggia piuttosto piccola, lunga appena 100 metri, incastonata fra delle pareti rocciose e con l’acqua del mare di uno splendido colore blu turchese.

Dalla strada bisogna scendere diversi gradini per raggiungerla; dispone di vari servizi, quali bagni, cabine per cambiarsi, delle docce ed un bar in cui si può anche mangiare qualcosa, tipo un toast o un hamburger.

 

Kekova e Simena

Kekova è un’isola disabitata, ubicata 20 km in linea d’aria ad est di Kaş; è famosa per le rovine di un’antica città sommersa, distrutta a causa di un potente terremoto nel II secolo d.C. e poi definitivamente abbandonata in epoca bizantina per via delle frequenti incursioni arabe.

Oggi tutta l’area nei dintorni dell’isola viene identificata con Kekova e comprende i due villaggi di Üçağız e Kaleköy, con quest’ultimo che è sormontato dal Castello di Simena, dal quale si gode di una spettacolare vista.

Si possono effettuare sia dei tour in barca partendo da Kaş che dal villaggio di Üçağız, col trasferimento fin qui in autobus; molto interessanti anche le gite in kayak, in quanto permettono di vedere al meglio i resti della città inghiottita dal mare.

Questa zona è soggetta a tutela paesaggistica e non si possono costruire nuovi edifici, ma si trovano diversi alloggi come pensioni e guesthouse, dalle quali si hanno dei panorami molto suggestivi, anche se in alta stagione la tranquillità viene meno a causa dei tanti turisti.

 

Antica Città di Myra  - Oggi si chiama Demre

Myra era un’antica città ellenica della Licia, regione storica dell’Asia Minore compresa fra le città di Fethiye  ed Antalya; si trova circa 45 km ad est di Kaş. Raggiunse l’apice del suo sviluppo nel corso del II secolo a.C

 Storia

Situata vicino all'attuale città di Demre, nella provincia di Antalya, in Turchia meridionale, su una fertile pianura vicino al fiume Myros, con il suo porto ad Andriake (di cui non è rimasta alcuna traccia)

Periodo di Splendore: Conobbe il suo apice sotto i Romani (II secolo a.C.) e poi sotto i Bizantini, diventando sede metropolitana e capitale di un thema (circoscrizione territoriale e militare)

Declino: Fu saccheggiata dagli Arabi nel VII secolo e infine conquistata dai Selgiuchidi, avviando un lento declino.

Importanza legata a San Nicola:

San Nicola fu vescovo di Myra dal 300 al 343 d.C. circa, compiendo atti di grande generosità.

Reliquie:

Le sue reliquie, conservate nella cattedrale della città, furono trafugate da mercanti baresi nel 1087 e portate a Bari, dando origine al culto di San Nicola di Bari.

Babbo Natale: L'iconografia di San Nicola, il vescovo di Myra, si fuse con la figura del "Sinterklaas" olandese (e altri equivalenti europei) per diventare Babbo Natale.

 

Siti Archeologici:

Oggi l'area è un importante sito archeologico e turistico, famoso per le sue tombe rupestri licie scolpite nelle scogliere e per la Chiesa di San Nicola (Demre) dove si trova il sepolcro originale del santo.

Il sito archeologico include delle splendide tombe rupestri scavate nella roccia della montagna soprastante oltre ad un teatro da circa 10.000 posti.

 

Nell’attuale città di Demre si trova la Chiesa di San Nicola che ospitava le reliquie dell’omonimo e noto santo, trafugate però nel 1087 e portate a Bari.

 

PATARA

 

Nell’attuale città di Demre si trova la Chiesa di San Nicola che ospitava le reliquie dell’omonimo e noto santo, trafugate però nel 1087 e portate a Bari.

 

Spiaggia ed Antica Città di Patara

https://it.wikipedia.org/wiki/Patara

Patara fu una città fiorente di traffici marittimi e commerciali, affacciata sulla costa sud-occidentale della Lycia, sulla costa mediterranea della Turchia, vicino alla moderna cittadina di Gelemiş, nella provincia di Antalya.

I resti del Porto

 

L’Antico Faro

 

Patara è una delle spiagge di sabbia ininterrotte più lunghe di tutta la Turchia, visto che si estende per ben 7 chilometri, nell’estremità sud-occidentale della provincia di Antalya, fino alla foce del fiume Eşen; dista poco più di 40 km da Kaş.

Poco prima della spiaggia si incontrano inoltre alcune antiche rovine di grande interesse, a partire dall’immancabile teatro greco-romano, di quella che era la capitale della confederazione licia.

I resti della città, sparsi su uno spazio abbastanza ampio, comprendono anche dei templi, una basilica romana, delle terme, la zona portuale, un granaio e l’agorà, in cui si discutevano le questioni più importanti, oltre ad un maestoso arco di trionfo.

Nei pressi dell’accesso principale alla spiaggia è presente un punto di ristoro e si possono anche noleggiare lettini ed ombrelloni; proseguendo verso ovest si incontrano anche delle dune e l’affollamento, anche in piena alta stagione, cala in maniera vistosa.

Era il porto più importante della Licia, durante il periodo della Confederazione licia  la città possedeva tre voti.

Ricordo, per esserci stato, che nell’antichità Patara disponeva di un porto strategico con più imboccature che permettevano ai naviganti di scegliere l'accesso più favorevole in base alle condizioni meteo-marine, dimostrando un'ingegneria portuale molto avanzata per l'epoca. Questo sistema offriva flessibilità e protezione, rendendo Patara un porto molto importante e trafficato.

Patara è menzionata anche nel Nuovo Testamento come il porto da dove Paolo e Luca cambiarono nave. La città divenne presto cristiana, ed alcuni dei suoi primi vescovi sono conosciuti, essendo citati dallo storico francese Michel Le Quien

Durante l’Impero bizantino la città restò un importante centro all'incrocio di vie tra oriente e occidente per commercianti e pellegrini. Nel 537  venne esiliato nella città il Papa Silverio.

Durante le guerre tra Islam e Bisanzio, la città venne abbandonata. La città resta sede vescovile della Chiesa Cattolica Romana con il titolo di, Patarensis; vacante dal 3 febbraio del 2006.

 

Antiche Città di Xanthos e Letoon

Xanthos e Letoon erano due città della Licia poste a breve distanza l’una dall’altra (4 km circa), a nord di Patara, anch’essa non molto lontana; dal 1988 sono incluse nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO.

Nei due siti archeologici si possono visitare le rovine di templi, teatri romani, agorà, strade colonnate, mosaici e sarcofagi; essi sono inoltre collegati tramite il percorso della Via Licia.

I due siti distano una cinquantina di chilometri da Kaş e qualcosa in più da Fethiye, con chiare indicazioni per raggiungerli dalla strada nazionale D400.

 

Isola di Kastellorizo (Grecia)

Megisti

Il porto di Castelrosso (Kestellorizo). Sullo sfondo a sinistra la costa della LICIA

 

Castelrosso vista da Kaş

Kastellorizo (Castelrosso in italiano) è la più orientale di tutte le isole abitate della Grecia; ha una superficie di 9 Km², conta circa 500 abitanti e dista appena 2 chilometri dalle coste turche e 5 km dal centro di Kaş.

L’isola deve la sua notorietà al film Mediterraneo, girato interamente a Kastellorizo ed ambientato durante la Seconda guerra mondiale, che ha per protagonisti fra gli altri Diego Abatantuono e Claudio Bisio.

Vista la breve distanza da Kaş è possibile visitare l’isola utilizzando i traghetti della compagnia Meis Ferry Lines, che coprono il tragitto in 20 minuti.

Oltre all’unico centro abitato, il piccolo villaggio di Megisti, fra gli altri sono presenti il Castello dei Cavalieri di San Giovanni risalente al XIV secolo, il sito archeologico di Paleokastro ed il Monastero di Agios Georgis, dal quale si può godere di uno splendido panorama, che ripaga la fatica dei 400 scalini da percorrere per raggiungerlo.

 

 

Prima pagina de La Domenica del Corriere, 9 marzo 1941: "La riconquista di Castelrosso”. L'isoletta di Castelrosso nel Dodecaneso, sulle quali gli inglesi avevano compiuto uno sbarco, viene riconquistata da Marinai e Camicie nere italiani: sbarcati a loro volta, essi travolgono il presidio nemico, facendo prigionieri e conquistando una bandiera britannica".

YouTube

PASSATO E PRESENTE – DODECANESO Italiano

Paolo Mieli – Isabella Insolvibile

https://www.raiplay.it/video/2024/11/Passato-e-Presente---Dodecaneso-Italiano---05122024-fcf2f71c-2ce-6-421f-9168-51a6a192cc43.html

 

Le isole di Rodi, Lero, Cos, oggi tra le mete predilette dal turismo italiano, fanno parte dell'arcipelago del Dodecaneso che per ben trent'anni è appartenuto all'Italia.

Quella del Possedimento italiano del Dodecaneso è una storia controversa che, pur contemplando una vasta opera di ammodernamento economico e urbanistico, reca in sé le caratteristiche di un vero e proprio dominio coloniale.

Il regime fascista, soprattutto durante il Governatorato di Cesare Maria De Vecchi, attua una politica di assimilazione linguistica e culturale forzata alimentando nei dodecanesini profondi sentimenti antitaliani.

Dopo l'armistizio, nel settembre del 1943, all'occupazione italiana subentra quella, ancora più feroce, delle truppe tedesche, e alla fine del Secondo conflitto mondiale, col Trattato di Parigi siglato il 10 febbraio del 1947 tra l'Italia e le potenze vincitrici, le isole egee vengono assegnate definitivamente alla Grecia.

In studio, con Paolo Mieli, la storica Isabella Insolvibile.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 27 gennaio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


IL FARO DI SALVORE - UMAGO - ISTRIA - CROAZIA

IL FARO DI SALVORE

 UMAGO

ISTRIA - CROAZIA

 

UMAGO

Ha una storia millenaria che inizia con i Romani, prosegue sotto il dominio veneziano (dal XIII secolo, lasciando un'impronta di strade strette e mura), passa all'Austria-Ungheria (che ne favorì sviluppo), diventa italiana dopo la Prima Guerra Mondiale, e infine jugoslava (con l'esodo italiano) fino all'indipendenza della Croazia nel 1991, mescolando architetture e culture diverse.

 

IL FARO DI SALVORE

e la sua leggenda  d'AMORE...

Le storie locali legano il faro alla triste storia del conte austriaco Metternich ...

Periodi Storici Chiave 

Origini Romane: Sorta su un insediamento preesistente, Umago fu una località costiera romana con ville e infrastrutture.

Medioevo: Attaccata e ricostruita, passò sotto il Patriarcato di Aquileia e poi divenne un importante porto della Repubblica di Venezia nel XIII secolo, restandovi fino al 1797.

Dominio Austriaco e Francese: Dopo la caduta di Venezia, fu austriaca (Trattato di Campoformio, 1797), poi francese (1805-1813), per poi tornare sotto gli Asburgo.

Dominio Italiano e Jugoslavo: Dopo la Prima Guerra Mondiale (1919), divenne parte dell'Italia; dopo la Seconda, fu zona B del Territorio Libero di Trieste, entrando poi nella Jugoslavia nel 1954 e diventando croata nel 1991.

Eredità Storica

Architettura: Il centro storico conserva il tracciato medievale e veneziano (strade strette, case con bifore), con elementi gotici e rinascimentali.

Archeologia: Nelle acque di Umago sono stati trovati reperti importanti come un'antica barca cucita di 3200 anni, simbolo della lunga storia marittima della regione.

Cultura: Il passato multiculturale si riflette nel Museo Civico, che raccoglie reperti romani, lapidi, stemmi veneziani e reperti subacquei, narrando le diverse dominazioni.

ALBUM FOTOGRAFICO

    UMAGO

Il Faro di Salvore

 (Savudrija) vicino a Umago

I fatti storici

- Costruzione: I lavori iniziarono nel 1817 e terminarono nel 1818, rendendolo il più antico faro funzionante dell'Adriatico.

- Innovazione: Fu il primo faro al mondo a utilizzare gas (ottenuto dalla distillazione del carbone) per l'illuminazione.

- Ubicazione: Si trova su un promontorio roccioso a pochi chilometri da Umago, in Istria.

- Oggi: Le casette alla base sono appartamenti dove i visitatori possono soggiornare, trasformando un luogo di tristezza in una meta turistica.

 

Il faro di Salvore è il più antico faro ancora attivo dell'Adriatico

Ed è anche il più settentrionale in Croazia sulla punta nord-occidentale della penisola istriana.

Oggi è una popolare attrazione turistica, punto di riferimento storico e naturale, che combina storia marittima e romanticismo.

- Il faro di Salvore è situato sulla punta più occidentale della Croazia è alto 36 metri.

- È stato  progettato dall'architetto Pietro Nobile per ordine di Deputazione di Borsa di Trieste (oggi Camera di Commercio) e sotto l'auspicio dell'imperatore austriaco Francesco I, ricordato nell'iscrizione alla base del faro.

- I lavori di costruzione sono iniziati nel marzo del 1817. In dicembre è già stato costruito circa l'80% dell’altezza totale.

- Per la costruzione è stata usata la pietra locale, estratta nella vicina spiaggia e lavorata sul posto.

- La notte del 17 aprile 1818, dopo poco più di un anno di lavoro, era già stato messo in funzione!

- L'accensione del faro è avvenuta sotto gli occhi dell'imperatore stesso, allora in visita a Trieste e di passaggio a Salvore.

- La Deputazione di Borsa aveva finanziato la costruzione di questa lanterna mediante l'emissione di azioni. Era la più interessata a rendere sicura la navigazione verso il porto triestino.

- Non si deve dimenticare che  il faro di Salvore è visibile anche da Opicina, sopra Trieste.

- Ciò era importante per le comunicazioni che mediante delle bandierine si poteva segnalare l'arrivo delle navi nel porto di Trieste. Le autorità portuali e gli agenti di commercio venivano quindi avvertiti in anticipo degli arrivi e potevano provvedere a tutti i preparativi prima dell'attracco delle imbarcazioni.

Questo è stato il primo faro al mondo ad impiegare per l’impianto di illuminazione il gas ottenuto dalla distillazione del carbone

La materia prima giungeva dalle miniere di carbon fossile dalle miniere sulla costa orientale dell'Istria, e più precisamente dalla zona di Albona (Labin). Era possibile servirsi per l'illuminazione anche dell'olio.
Al fine di introdurre una fonte alternativa per il funzionamento del faro, il gas, sono stati spesi molti più mezzi di quelli preventivati all’inizio. Per questo motivo non è stato realizzato anche il faro presso il capo Promontore, sullo scoglio di Porer.

Il faro di Salvore che ancora oggi stupisce per la sua bellezza, agli inizi dell'800 rappresentava una vera e propria particolarità. A volte le persone del luogo, e visitatori venuti quì appositamente, volevano salire in cima anche con la forza. I fanalisti erano autorizzati a portare armi ed anche a sparare se necessario.

I primi 'assistenti al faro' erano Stefano Schmidt e Bartolomeo Micala. Nel 1828 il primo è stato sostituito da Giovanni Giacomo Maurel, appartenente ad una famiglia salvorina ancora presente in questa località.

Oggi vi lavora un solo fanalista in quanto il dispositivo illuminante è automatizzato.

Presso il faro c'era un tempo anche un'antenna radio alta ben 60 metri! Era stata messa in opera nel 1934 per ordine della Marina militare italiana, ma viene smontata nel 1949 e rimontata sopra Portorose. Grazie ad essa quell’anno ha iniziato la sua attività Radio Capodistria.

 

La Triste Storia d’Amore del conte austriaco Metternich

La tragedia: La donna morì di una grave malattia prima che il faro fosse completato, senza mai vederlo.

Il dolore del conte: Distrutto dal dolore, il conte non visitò mai più il faro, lasciando che la sua dimora d'amore restasse vuota.

Il fantasma: Si dice che ancora oggi si possano sentire i passi del conte che cerca la sua amata, mentre alcuni affermano che lo spirito della dama infelice sia legato al luogo.

Il Conte austriaco Klemens von Metternich (1773-1859) fu un nobile, diplomatico e statista austriaco, figura dominante dell'Età della Restaurazione e Cancelliere di Stato dal 1821 al 1848, noto per aver dominato il Congresso di Vienna (1815), ideato il sistema di alleanze post-napoleonico (Santa Alleanza) e promosso una politica conservatrice di equilibrio europeo, opponendosi a liberalismo e nazionalismo, arrivando a definire l'Italia una "mera espressione geografica".

 

La leggenda del Faro di Salvore (Savudrija), vicino a Umago. 

Si narra di un tragico amore!

Il conte austriaco Metternich, che abbiamo appena conosciuto, durante un magico ballo a Vienna, s'innamorò perdutamente di una bellissima nobildonna croata e, come pegno d'amore fece costruire il FARO con accanto il loro "nido d'amore" 

Ma lei morì prima che l'impianto fosse terminato. Il conte sconsolato cadde in un profondo sconforto e fuggì per sempre da quel luogo che ormai rappresentava per lui  il ricordo di un dolore immenso.

Oggi la gente del posto racconta di sentire ancora i passi del conte disperato alla ricerca della sua amata.

 

LE SPIAGGE

Il mare dista dal faro 30 m e la spiaggia è rocciosa. I venti e le correnti marine moderate favoriscono gli sport acquatici quale surfing, mentre il mare pulito e cristallino e il fondale roccioso costituiscono un'immagine gradevole agli amanti delle immersioni.

 

I fari mistici e maestosi, isolati su rocce come fossero dei giganti dimenticati, sono da sempre oggetto di fascino. Molti di essi sono legati a storie e miti che li rendono ancora più misteriosi.

 

Chiesa dell’Assunzione di Maria

A passeggio per il centro storico si scoprono viuzze strette strette, case in stile veneziano, la Chiesa dell’Assunzione di Maria con il suo campanile e il Museo civico di Umago, ospitato in una torre difensiva medievale del XIV secolo. Particolarmente suggestivo è anche il suggestivo molo frangiflutti di Umago, uno degli punti fotografici più amati dai visitatori.

 

La città sommersa di Sipar 

Tra le località archeologiche più pittoresche della costa occidentale dell'Istria, Sipar sorge sull'omonima punta, 4 km a nord di Umago. Sulla base delle fonti archeologiche disponibili, l'area di Sipar fu abitata sin dalla tarda età del ferro. In epoca romana si trasformò in civitas, un insediamento con le caratteristiche di una città romana ben organizzata. Si suppone che Sipar sia stata rasa al suolo attorno all'876 durante i cruenti scontri tra il principe Domagoj e la Repubblica di Venezia. In seguito alla sua distruzione, nelle sue vicinanze iniziò a svilupparsi la cittadina di Umago.

Questa città romana sommersa  rivela i suoi segreti con la bassa marea: ancora oggi si possono distinguere sotto l’acqua i contorni di strade, torri ed edifici antichi risalenti alla fine del I o inizio del II secolo a.C. Una meta affascinante, ideale per chi ama scoprire i mondi perduti!

 

Cos'è rimasto di Sipar?

Oggigiorno, in periodi di grandi basse maree, è possibile scorgere i resti in mare di questa città sommersa. Nel corso di recenti ricerche archeologiche in mare e sulla terraferma, sul fondo del sito sono state scoperte 17 stanze di un insediamento con un corridoio allungato che si è sviluppato nel corso di più secoli. Proprio qui sono riemersi numerosi oggetti tra cui un'anfora proveniente da Gaza, raffinate ceramiche, utensili di osso e coperchi di vario genere risalenti a un periodo tra il 1° s. avanti Cristo e il 2° dopo Cristo.

È stata inoltre riportata alla luce una torre pentagonale probabilmente databile al 5° s. Sono infine emerse mura della lunghezza di 200 m che proteggevano la città dal lato della terraferma, uno spazioso magazzino commerciale con piloni di sostegno, un forno per la lavorazione dei metalli, una pietra con sezioni incavate per la spremitura delle olive (III/IV s.) e circa 5.000 esemplari di oggetti.

Le lingue parlate

L'italiano si parla principalmente in Croazia, specialmente nella Regione Istriana (Istria), dove è lingua co-ufficiale con il croato, e in alcune aree delle isole del Quarnero e a Fiume, con bilinguismo diffuso e presenza di scuole in lingua italiana, segnaletica bilingue e comunità autoctone, specialmente in città come Pola, Umago, Cittanova, Rovigno e Parenzo, ma anche nei comuni limitrofi. 

A Umago si parlano croato e italiano, che sono le lingue ufficiali della città, anche se la lingua predominante è il croato. L'italiano è riconosciuto e parlato grazie alla storica presenza della minoranza italiana, e la segnaletica stradale è bilingue in molte aree turistiche dell'Istria.

 

Aree Principali

Istria: È il cuore dell'italianità in Croazia. L'italiano è lingua ufficiale a livello regionale e in molti comuni (es. Buie, Cittanova, Rovigno, Umago, Parenzo, Pola), dove è supportato da istituzioni, scuole (scuole primarie e secondarie in italiano) e toponomastica bilingue.

Fiume (Rijeka): Ha una storica comunità italiana e ospita l'Unione Italiana e la casa editrice La Edit, che produce testi in italiano.

Isole del Quarnero: Anche qui si trovano comunità italofone, come a Cherso (Cres).

Caratteristiche della Lingua: Bilinguismo: È molto diffuso e incoraggiato in Istria, con l'italiano usato negli ambiti pubblici e privati.

Comunità: Esistono circa 30.000-40.000 italofoni, con famiglie che parlano italiano, anche se molte giovani generazioni imparano l'italiano a scuola.

La Comunità Nazionale Italiana ha rappresentanti in parlamento e le scuole italiane prosperano, nonostante il ripopolamento post-bellico abbia visto l'arrivo di persone da altre zone.

 

IL MISTERO DEL CASTELLO SCOMPARSO

breve storia umagese, fra Sepomaia e Sipàr

 

Una delle fonti che hanno alimentato le ricerche è la Tabula Peutingeriana, copia del XII - XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie stradali dell'Impero, un rotolo di pergamena lungo quasi 7 metri e alto circa 40 centimetri. 

Porta il nome dell'umanista e antichista Konarad Peutinger che la ereditò da Konarad Celtes, bibliotecario dell'imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I d'Asburgo. 

Il codice che la tramanda è conservato in Austria, presso la Hofbibliothek di Vienna, da cui deriva il nome di Codex Vindobonesnsis

Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l'Istitut gèogrphique national, a Parigi, mentre un'altra riproduzione è conservata in Istria presso il museo sotterraneo dell'Arena di Pola.

 Un studio di notevole interesse sulle origini antiche di Umago è stato prodotto da Gaetano Bončić: “Sulla prima menzione di Umago - Tabula Peutingeriana ", 

Atti del Centro Ricerche Storiche di Rovigo, vol.XLI ,2011. 

In seguito alle nuove scoperte archeologiche avvenute a Umago si propone l'ipotesi per cui l'Insula Sepomaia della Tabula Peutigeriana, finora identificata con il sito di Sipar, vada invece collocata e identificata con la stessa Umago, che anticamente è stata un'isola, l'unica nel tratto di costa a sud di Salvore-Savudrija e prima di Cittanova. 

Aldo Flego – " Umago Viva "

 

DIVERTIMENTI - PASSATEMPI - A TAVOLA ...

A Umago e in Istria ci si diverte con attività all'aperto, sport acquatici e vita notturna, mentre si mangiano specialità come tartufi, pesce fresco, prosciutto istriano, frutti di mare, pasta fatta in casa (fuži, pljukanci) condita con sughi ricchi (selvaggina, tartufo), e piatti tradizionali come manestra (zuppa) e carne (boškarin), il tutto accompagnato da vini locali e grappe come la Biska, concludendo con dolci tipici come krafen o fritole, il tutto gustabile in Konobe (trattorie).

 

 

Ho chiesto ad un amico:

Cosa si può mangiare (e bere)?

Konoba Nono – Un po’ fuori città, ma merita una visita. Il menu offre piatti tradizionali come il prosciutto fatto in casa, vari piatti di pasta con tartufi e carne di manzo istriano “boškarin”.

Provate il risotto nero o i piatti preparati sotto una “čripnja”. Accompagna il tuo pasto con un bicchiere di vino Malvasia della regione.

Potete anche assaggiare e acquistare l’olio d’oliva dell’Istria. Il ristorante dispone di un ampio parcheggio, un parco giochi per bambini e un piccolo zoo con animali domestici. È molto popolare, quindi è consigliabile prenotare in anticipo.

CONSIGLIAMO I SEGUENTI  PIATTI:

- Prosciutto istriano

- Mais

- Pasta fatta in casa con asparagi o tartufi

- Piatti di carne bovina istriana oppure “boškarin”.

- Salsicce alla griglia

- Capretto sotto la campana

- Torta "Nona"

Konoba Kaleta – Situato nel cuore della città, è la scelta ideale per un’autentica atmosfera istriana. Il menu non è molto ampio, il che significa che si concentrano sulla preparazione di piatti con ingredienti freschi che riescono a procurarsi. Per noi è la scelta migliore se si desidera assaggiare specialità di pesce. Il pesce fresco è eccellente. È nascosto in un vicolo tranquillo, quindi si può godere il pasto in pace.

Beach Bar Buoni Amici – Uno dei miei bar preferiti a Umago. Dall’esterno non sembra un granché, ma se si attraversa il bar si accede a una terrazza direttamente sulla spiaggia. Con l’alta marea i tavoli possono essere persino allagati, il che offre un’esperienza unica: sorseggiare cocktail con i piedi che “nuotano” nel mare. C’è una vasta scelta di cocktail, buona birra e rakia locale. Altamente raccomandato.

Snack Bar Garden – Non è un ristorante, ma vale la pena menzionarlo perché ha un ottimo parco giochi all’aperto per bambini. Se volete un caffè o un buon hamburger, questo è il posto giusto. Ogni volta che siamo a Umago, ci fermiamo qui almeno una volta, perché sappiamo che possiamo mangiare e bere in pace mentre i bambini si divertono.

 

Quali sono le spiagge più belle?

Umago è nota per le sue spiagge di ciottoli, poco profonde e adatte alle famiglie con bambini. Ecco alcune delle migliori:

- Punta – La spiaggia principale di Umago, a soli 1,5 km dal centro della città. Il mare è poco profondo e accessibile, ideale per i bambini. Sullo sfondo c’è una pineta che offre molta ombra.

- Stella Maris – Questa spiaggia si trova nel quartiere Stella Maris, vicino allo stadio ATP. Il mare è poco profondo, quindi è ideale per chi non sa nuotare o per le famiglie con bambini piccoli. La spiaggia è circondata da pini che offrono molta ombra.

- Kanegra – Si trova appena fuori Umago, ma vale la pena fare un giro. La spiaggia si trova in una delle baie più belle dell’Istria sudoccidentale. La spiaggia è di ciottoli, quindi è facile entrare in acqua, soprattutto per i bambini.

- Polynesia (Katoro) – Questa spiaggia si trova nel complesso turistico Katoro, vicino alla città, ed è ideale per le giovani famiglie. Se non siete al mare, nelle vicinanze ci sono una piscina per adulti e una per bambini, oltre a numerosi impianti sportivi.

 

Cosa Fare?

  • Jangalooz Adventure Park – In una pineta vicino al quartiere Stella Maris. Se avete voglia di una scarica di adrenalina, questo è il posto giusto. Ci sono diversi ostacoli alti fino a 10 metri, teleferiche e trampolini.

  • Squirrel Park – Un parco più di altri luoghi progettato per attirare gli scoiattoli. Se vi piace osservarli mentre raccolgono frutta, avete buone possibilità di vederli nel loro habitat naturale.

  • Parco acquatico Istralandia – Se siete stanchi di nuotare nel mare e i vostri figli amano l’adrenalina, vi consigliamo una giornata al parco acquatico Istralandia. Si trova a circa 20 minuti di auto da Umago.

  • Montona e Grisignana – Queste 2 città non dovrebbero essere menzionate insieme, poiché ognuna è speciale a modo suo, ma sono ideali per una breve gita da Umago. Montona è famosa per le sue mura cittadine, il panorama mozzafiato e gli interessanti ristoranti che servono specialità locali. Grisignana, mentre si cammina per le sue strade, dà la sensazione di trovarsi in una piccola città istriana. È perfetta per scattare foto e offre una splendida vista sulla valle.

Dove campeggiare?

Campeggio Park Umag – Il più grande campeggio della Croazia. Molto popolare tra le famiglie per le sue numerose strutture e i 2 parchi acquatici, nonché per il ricco programma di intrattenimento. Offre tutti i tipi di alloggi, dalle piazzole alle case moderne e alle tende glamping. È la scelta ideale se si desidera avere tutto in un unico posto e godersi la bellezza della natura, poiché la vegetazione mediterranea all’interno del campeggio è unica.

Campeggio Naturista Kanegra – Abbiamo già menzionato la spiaggia del campeggio, che da sola vale il viaggio. Gli ospiti lodano i servizi igienici puliti, il personale cordiale, il buon ristorante e l’ambiente tranquillo. Il negozio del campeggio è un po’ caro, quindi dovreste fare scorta di provviste prima dell’arrivo o fare acquisti in uno dei centri commerciali di Umago.

Campeggio Stella Maris – Piazzole spaziose, case mobili moderne, ottimo ristorante con splendida vista sul mare. Il campeggio si trova nel resort Stella Maris, vicino allo stadio ATP, che offre numerose attività sportive. L’accesso al campeggio può essere un po’ difficile, quindi fate attenzione se arrivate con un camper più grande.

 

Qual è il periodo migliore per viaggiare?

L’Istria nordoccidentale è sempre una buona idea. Il tempo è già bello ad aprile, con temperature piacevoli e persino la possibilità di fare il bagno per i più coraggiosi. I periodi più popolari sono Pasqua, il 1° maggio, Pentecoste e, naturalmente, l’alta stagione. È meglio prenotare in anticipo per ottenere le migliori offerte ai prezzi migliori.

Vale particolarmente la pena di pernottare allo Stella Maris durante il torneo ATP. Il torneo ha una lunga tradizione ed è noto per i suoi incontri serali fino a tarda notte e per la sua atmosfera unica. Per molti visitatori, il tennis non è l’obiettivo principale, perché la vera festa inizia dopo il tennis.

Stella Maris diventa un luogo dove si possono gustare le specialità istriane e festeggiare fino alle prime ore del mattino.

Il torneo è molto popolare tra i giocatori, tanto che ogni anno è frequentato da grandi nomi del tennis. Ad esempio, la finale del 2022 è stata giocata da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, all’epoca primi nella classifica mondiale.

Consiglio: le partite di qualificazione e le partite sui campi secondari sono gratuite. Se siete in zona, non mancate di fare un salto; forse rimarrete così affascinati che acquisterete il biglietto per il campo principale. 

Il Sea Star Festival si svolge ogni anno a maggio e offre 2 giorni di divertimento con grandi nomi del mondo della musica. I biglietti sono disponibili a partire da 39 € e possono essere acquistati qui.  

 

 

Gatti Carlo

Rapallo, mercoledì 21 Gennaio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


TORRE LEON PANCALDO SIMBOLO STORICO E MARINARESCO DI SAVONA

TORRE LEON PANCALDO

SIMBOLO STORICO E MARINARESCO

 di SAVONA

La Torre Leon Pancaldo o Torre della Quarda, comunemente chiamata “Torretta”, è una costruzione medievale situata sul porto di Savona, in corrispondenza dell'ingresso della centrale Via Paleocapa, ed è considerata il simbolo della città.

 

 

La Torre Leon Pancaldo, è stata storicamente legata alla funzione di avvistamento e difesa del porto di Savona e, sebbene non fosse la sede "ufficiale" dei PILOTI nel senso moderno, dagli anni ’90 ha servito come punto di riferimento e struttura collegata all'attività marittima, anche se il suo ruolo preciso è cambiato nel tempo.

La Torretta, simbolo della storia marinara della città  di Savona accoglie, a partire dagli anni ‘90, la sede del Gruppo ANMI “Vanni Folco” di Savona, e la sala al piano terra è costellata di cimeli della Marina Militare. 

 

La Torre Leon Pancaldo, o Torre della Quarda, veglia sul porto da secoli. Ha pianta quadrata, alta 23 metri e larga 6, rappresenta una importante pagina della storia savonese.

La Torre medievale, costruita intorno al XII secolo e modificata nei secoli successivi, è un simbolo del porto e della tradizione marinara savonese, legata anche alla figura del celebre navigatore Leon Pancaldo.

Questa foto coglie e unisce i due simboli marinari della città di Savona: a sinistra la TORRE PANCALDO e a destra, di spalle: il monumento al MARINAIO.

 

Monumento al Marinaio è una scultura in bronzo di Renata Cuneo del 1986, situata all'ingresso della Darsena Vecchia del porto, di fronte alla Torretta; raffigura un marinaio con una lanterna che scruta l'orizzonte, simbolo di speranza e dedicato a tutti i marinai e in particolare all'equipaggio del mercantile: 

TITO CAMPANELLA

 

L'affondamento della motonave Tito Campanella avvenne nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1984 nel Golfo di Biscaglia, causando la perdita di 24 marittimi, tra cui l'unica donna ufficiale di coperta italiana, Alga Soligo Malfatti, e lasciando un mistero irrisolto: la nave, vecchia e carica di lamiere, affondò senza inviare un SOS, forse a causa di un cedimento strutturale dovuto al carico sbilanciato e alla tempesta, con il relitto mai ritrovato, nonostante le richieste di verità e giustizia dei familiari.

MARE NOSTRUM RAPALLO

“M/n TITO CAMPANELLA”

UN NAUFRAGIO FANTASMA

14 gennaio 1984

https://www.marenostrumrapallo.it/tito/

 di Carlo GATTI

 

“Attualmente la povera Torretta, arsa dal salino e dalle intemperie, versa in precarie condizioni. Si è parlato molto sull’opportunità di “rinfrescare” le facciate compreso lo stemma di Genova imposto dai genovesi durante l’occupazione”.

 

Da più parti in città aleggia anche il desiderio di ripristinare, sopra lo stemma genovese l’ormai invisibile incisione bilingue di Gabriello Chiabrera:

“In mare irato in subita procella  invoco te nostra benigna stella”

La storica invocazione di buon auspicio per i marinai che salpavano dal porto.

Un piccolo suggerimento per la manutenzione e pitturazione della Torre:

Ritornare  al

"banzigo" (o "bansigo")

Oggi vengono usati sedili  più comodi, ma per il loro uso occorrono particolari doti marinaresche

 

Il termine nautico BANSIGO deriva dal genovese "bansigu" (altalena) e si riferisce a un'attrezzatura di sicurezza, un tipo di sedile sospeso o asse di legno con imbracatura, usato per spostare un marinaio lungo l’albero o le murate della nave, per ispezionare o pitturare lo scafo, spesso in combinazione con l'uso di drizze e winch, richiedendo precisione e coordinazione dell'equipaggio per evitare incidenti. 

 

Un Po’ di Storia ...

Torre Leon Pancaldo 1860

 Il suo antico nome: Torre della Quarda, è citato per la prima volta in un documento del 1392 e faceva parte della cinta muraria a protezione della città, in una posizione strategica per la difesa sia dell'adiacente porta della Quarda sia del porto.

Dopo la distruzione delle mura ad opera dei Genovesi inel 1527,  la torre rimase isolata e nei secoli successivi subì una serie di rimaneggiamenti. In particolare il lato di ingresso, che un tempo doveva essere aperto e coperto da una volta a botte, fu murato e l'interno della torre fu diviso in vari piani.

La Torre, come la piazza dove sorge, è oggi dedicata a Leon Pancaldo, navigatore savonese che accompagnò FERDINANDO MAGELLANO  durante la sua circumnavigazione intorno al mondo.

L’EDIFICIO ha una pianta di circa sei metri di lato ed è alta circa ventitré metri. La base è leggermente scarpata su tre lati, mentre il lato nord-ovest, dove si trova l’ingresso dell’edificio è rettilineo.

A circa due terzi della sua altezza si trova una cornice composta da tre livelli di “archetti gotici” sporgenti uno sull’altro, interrotta in corrispondenza del lato nord-ovest.

Sulla sommità si trova una merlatura  di coronamento, con i merli disposti a gruppi di tre, risalente probabilmente al XVIII secolo. 

Sul lato verso mare si trova un affresco raffigurante lo stemma della Repubblica di Genova, dipinto nel XVIII secolo.

Nello stesso periodo fu realizzata sulla sommità del medesimo lato una “edicola” dove fu collocata una statua della Nostra Signora della Misericordia realizzata dallo scultore Filippo Parodi nel 1662.  

Una seconda statua della Madonna è collocata in una nicchia sul lato nord-ovest, sopra al porticato di ingresso alla torre.

 

Curiosità Particolari

Durante la Seconda guerra mondiale, la Torretta fu gravemente danneggiata dai bombardamenti. Successivamente, venne ricostruita fedelmente.

È uno dei punti più fotografati di Savona, specialmente al tramonto quando si staglia contro il mare.

In epoca medievale, era parte integrante delle mura cittadine e svolgeva una funzione di sorveglianza strategica sull’accesso al porto.

Viene celebrata anche nelle tradizioni locali e spesso è rappresentata in cartoline, souvenir e manifestazioni storiche.

 

Leone Pancaldo (cacciatorpediniere)

Della Regia Marina

 

Costruito a Riva Trigoso – Entrato in servizio 30.11.1929 – Disl.2125 t. Lunghezza – 107 x 11 m

Equipaggio 230 – Armam. 6 pezzi 120/50 – 10 mitragliere – 6 tubi lanciasiluri – 2 tramogge bombe profondità.

Destino finale

affondato da attacco aereo il 30 aprile 1943

https://it.wikipedia.org/wiki/Leone_Pancaldo_(cacciatorpediniere)

 

LEON PANCALDO

Leon Pancaldo nacque a Savona nel 1482, Partecipò, con altri italiani, al primo viaggio di circumnavigazione intorno al mondo sulla nave "Trinidad" come piloto sotto il comando di Ferdinando Magellano.

Nel 1518, dopo la morte dei genitori, da cui ereditò la casa con bottega di Via Scarzeria e una villa a Roviasca, le alture di Quiliano, Pancaldo si recò in Castiglia.

Qui apprese che il Capitano portoghese Ferdinando Magellano stava organizzando una spedizione della durata di due anni per raggiungere le Indie, trovando il passaggio dall'Oceano Atlantico all'Oceano Pacifico.

Entusiasta, Pancaldo tornò dunque a Savona e sistemò tutti i suoi affari, per poter partecipare liberamente a quell'impresa.

Nella primavera del 1519 tornò quindi a Siviglia e, presentatosi presso la locale Casa de Contratacion, pur essendo già un esperto piloto, venne arruolato come semplice marinaio sulla nave ammiraglia "Trinidad".

In suo ricordo, nei secoli successivi, i savonesi decisero di intitolare a suo nome la piazza prospiciente la trecentesca Torre della Quarda, che tuttora domina la darsena.

Sempre a Savona, Leon Pancaldo visse nel quartiere di Lavagnola (quartiere dei lanieri, tra gli “scarzatori” – gli addetti alla concia delle pelli).

La dimora del navigatore (XVI secolo) si trova alla confluenza fra il Letimbro e il Lavanestro,  è chiamata:

"La Pancalda"

 

Foto Nick Nasso

L'edificio, originariamente dotato di una loggia non più presente, ha subìto un incendio nel 2010 e, nel 2012 è stato acquisito dall'Associazione Nazionale Alpini di Savona, che l'ha ristrutturato e vi ha trasferito la propria sede.

 

Carlo GATTI

Rapallo, 8 Gennaio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nave "Redenzione" GARAVENTA

NAVE REDENZIONE

GARAVENTA

Una scuola sull’acqua

 

 

SCUOLA REDENZIONE GARAVENTA

ormeggiata di punta a Molo Giano. Sullo sfondo la Torre Piloti

Commentando le recenti manifestazioni antigovernative avvenute nel centro di Roma e, prima ancora, quelle del G.8 di Napoli e Genova, un autorevole personaggio della politica italiana ha urlato: “E’ una vera ipocrisia meravigliarsi per questi incidenti. L’Italia ha rinunciato ad educare i giovani  a partire dal 1968”.

Non c’è che dire! E’ una battuta d’effetto, anche se la colpa è sempre degli altri. Tuttavia, per associazione d’idee, ci è venuto in mente una specie di “avvertimento” che un tempo serviva per spaventare i ragazzi più irrequieti: Se non cambi t’imbarco sulla Garaventa!” e che oggi appare così lontana nel tempo da sembrare una favola.

C’era una volta una nave un po’ speciale che non portava merce varia e neppure petrolio, era un vecchio residuato bellico, senza cannoni e senza gloria. Il suo nome era: Nave Scuola Garaventa e ospitava i ragazzini “difficili” con l’intento di coniugare la “Vita di mare” e la “Redenzione sociale”, due realtà che sembrano distanti e inconciliabili perchè qualsiasi tipo di nave si regge innanzitutto sulla disciplina. Due temi, quindi,  lontani dall’immaginario collettivo che, ancora oggi, non riesce a trovare linee guida per la soluzione dei problemi che assillano i nostri giovani.

Ma questo fu il sogno dei Garaventa che videro in questo “singolare” progetto una concreta e reale possibilità di recupero della gioventù sbandata  alla ricerca di una vita diversa, migliore, lontana dal degrado sociale in cui viveva. Le iniziative socio-educative della famiglia Garaventa risalgono alla metà del ‘700, epoca in cui i governanti si disinteressavano completamente  delle famiglie bisognose e dei loro problemi quotidiani. Il primo di questa stirpe di filantropi nacque nel 1724 a Calcinara-Uscio da un’umile famiglia di contadini, si chiamava Lorenzo e studiò presso il Collegio dei Padri Gesuiti di via Balbi a Genova, a cura dei quali venne poi ordinato sacerdote.
La sua sensibilità fu presto catturata dalla dolorosa situazione di molti bambini che vagavano abbandonati per le strade e spesso finivano nella rete della malavita. Questa fu la molla che lo spinse a dedicare la propria missione a questi ragazzi ed al loro concreto e definitivo recupero sociale.
  Nel 1757 don Lorenzo appese alla finestra della sua abitazione  (piazza Ponticello) un cartello con la scritta: "Qui si fa scuola per carità".  L'iniziativa fu accolta favorevolmente dalla popolazione ed ebbe subito molti allievi, tuttavia,  per sostenere  le spese del cibo e dei vestiti,  il don fu costretto a vendere il suo patrimonio, compresa la vendita di un terreno che aveva ereditato dai genitori.
 Quel sacrificio fu molto apprezzato dalla gerarchia ecclesiastica che iniziò a patrocinare l'opera del giovane sacerdote. Presto altre "scuole di carità" apparvero in più zone della città e furono rette da altri sacerdoti volenterosi.
  Per venticinque anni don Lorenzo si dedicò instancabilmente alla sua missione, finché si ammalò e morì il 13 gennaio 1783, poverissimo.
  Le sue scuole continuarono ad esistere fino al 1882 quando furono assorbite da quelle municipali istituite dal "Regolamento degli Studi" valido in tutto il Regno Sabaudo.

Buglioli, manichette, redazze, trombe... Ufficiali, istruttori e marinaretti pronti per le prove antincendio sulla Nave Scuola Redenzione Garaventa. Sullo sfondo svetta l’immancabile cilindro sul capo del prof. Nicolò Garaventa ed il motto della nave UBI CHARITAS IBI DEUS. (Dove c’è la carità, Dio è presente)

Il seme gettato da don Lorenzo, germogliò rigogliosamente nella mente di un altro Garaventa di nome Lorenzo (nella foto) - (Uscio, 1848Genova, 1917)- docente di matematica presso il Ginnasio-Liceo "Andrea D'oria" di Genova. L’educatore e filantropo costituì la Scuola Officina di Redenzione sul Mare, un Istituto di recupero per giovani difficili allestito su una nave-scuola, una sorta di collegio galleggiante equipaggiato appunto con i Garaventini. Ai suoi inizi, la scuola fu oggetto di accese polemiche sulla sua validità educativa, per poi essere con il tempo riabilitata e riconosciuta. Luigi Arnaldo Vassallo, noto giornalista dell'epoca che si firmava con lo pseudonimo di Gandolin, scrisse di N. Garaventa: “Prima lo definirono un vanitoso. Poi magari insinuarono che fosse un imbroglione. Indi lo qualificarono un ciarlatano. Adesso lo rispettano e riconoscono i benefici eloquenti della sua istituzione.”

I dodicimila garaventini

Si calcola che i giovani educati a bordo della nave-scuola istituita da Garaventa siano stati oltre dodicimila in 94 anni di attività. Molti di loro – oggi - aderiscono ad un'associazione di ex allievi patrocinata dall'Amministrazione Provinciale di Genova e della quale fanno parte anche Carlo Peirano, erede di Domingo Garaventa (figlio di Nicolò, morto nel 1943), comandante e padre spirituale della nave, ed Emilia Garaventa, pronipote del filantropo.

Una curiosità: cappellano della nave è stato a suo tempo anche un giovane Andrea Gallo, oggi sacerdote contro-corrente impegnato nel settore del volontariato e responsabile della comunità di recupero dalle tossicodipendenze di San Benedetto al Porto.

LE NAVI DEI GARAVENTA

Nicolò Garaventa, proprio come suo zio Lorenzo,  ebbe a cuore la situazione di tanti giovani di strada fino al punto che, abbandonato l'insegnamento, mise la sua esperienza e il suo impegno al loro servizio. Raccolti i primi reietti con lo scopo di allontanarli dal degrado sociale in cui vivevano, li condusse sulla spianata dell'Acquasola e, parlando in dialetto genovese per farsi meglio comprendere, offrì loro l'opportunità di redimersi iscrivendosi alla scuola marinara che da tempo aveva in mente di costruire.

Il filantropo realizzò il suo progetto dopo essere entrato in possesso di una vecchia nave militare che aveva notato tra le tante messe in disarmo dalla Marina Militare italiana. Nacque così il 1º dicembre 1883 la prima Scuola-officina per discoli, basata sui principi della vita di mare, della moralità e della religiosità cristiana. "Prevenire e redimere" fu il motto che guidò ogni giorno l’impegno di Nicolò Garaventa  nella ricerca di giovani sbandati inferiori ai 16 anni, pregiudicati o in procinto di divenirlo.

F.3 I Garaventini vivevano come veri marinai. Dall'alza bandiera, eseguita ogni giorno con musica e picchetto, all’ammaina: giornate di lavoro e di studio sotto una disciplina ferrea. Musica, pittura, pesca e voga erano le attività del tempo libero.

Nel 1892, in occasione dell'Esposizione Colombiana, i giovani marinai trasbordarono su una nave a vela più grande. In quegli anni,  i giovani restituiti alla vita sociale furono centosettantotto e in pochi anni salirono a un migliaio. Alla morte di Nicolò Garaventa, la direzione della scuola passò ai figli Domingo e Giovanni, già collaudati collaboratori, che portarono avanti la tradizione fino al 9 febbraio del 1941 quando, in seguito al bombardamento navale di Genova, la nave affondò e gli allievi vennero ospitati presso i collegi della città. Nel dopoguerra, grazie all'opera di un apposito Comitato per la Ricostruzione, la Marina Militare concesse l'ex posamine Crotone. Nel 1951 l'opera di addestramento dei giovani poté riprendere sotto il comando di Carlo Peirano, che dal 1939 ricopriva la carica di vice-comandante. Dopo essere stata dichiarata “Ente Morale” nel 1959, l'Istituzione proseguì l’attività con la sua ultima  nave fino al 1975 per essere poi definitivamente chiusa, dopo un breve commissariamento. Una parte del personale impiegato nel recupero dei minori a rischio passò all'Istituto Davide Chiossone e alle nascenti comunità-alloggio e case-famiglia gestite da gruppi di volontariato.

Il modello “nave scuola” ebbe diversi epigoni sia sul territorio nazionale (Anzio, Napoli, Cagliari e Venezia), sia all'estero (Cile, Brasile, Inghilterra, Olanda, Ucraina). Questa è stata, dal 1883 al 1977, la nave-scuola Garaventa: rifugio e luogo di riabilitazione per giovanissimi liberati dal carcere, per figli di detenuti, prostitute e per orfani di pace e di guerra.

 

L'ULTIMA NAVE DEI GARAVENTA


F.5 Porto di Genova nel 1969. La nave scuola “Garaventa” ormeggiata a Calata Gadda. E' nel cuore del porto, che monelli traviati o abbandonati tra i 10 ed i 17 anni, a bordo dell'ex posamine "Crotone" (nella foto), trovavano la loro casa, nella quale i loro spiriti ribelli venivano spenti e forgiati in vista della lunga navigazione della vita.

Ritornando al discorso iniziale, non siamo affatto sicuri che  i ragazzi violenti, messi in discussione dai recenti disordini, siano più numerosi e pericolosi di altri soggetti più famosi che praticano giornalmente violenze meno visibili ma altrettanto  invasive. Comunque sia, nell’attesa di un improbabile ritorno della Garaventa, auguriamo a questa teppaglia sicuramente recuperabile, un lungo imbarco sulle tante petroliere che circolano per i sette mari, dove le “teste gloriose” sono raddrizzate automaticamente dai colpi di mare, dalla solitudine, dalla salsedine, dalla lontananza degli affetti, dalla mancanza di discoteche, di droghe  e beni  pubblici e privati da rubare e distruggere...

Alla storia della Garaventa è dedicata una sezione del museo multimediale allestito all'interno della Lanterna di Genova.

L'immagine restaurata proveniente dalla collezione Luigi Accorsi mostra lo storico dragamine Azio durante le prove in mare dopo il varo del 4 maggio 1927 nei Cantieri Navali Riuniti di Ancona.  

http://www.agenziabozzo.it/navi_da_guerra/C-Navi_da_Guerra_2/C-3585_RN_Azio_1927_posamine_nave_idrografica_Nave_Scuola_Garaventa.htm

La nave apparteneva alla omonima classe composta da sei unità (Dardanelli, Milazzo, Ostia, Azio, Lepanto e Legnano) progettate sul finire degli anni ‘20 per la posa di mine navali e per compiti di sorveglianza e supporto.

La nave in scafo in acciaio misurava poco più di 62 metri di lunghezza con un dislocamento che variava tra 600 e oltre 800 tonnellate, a seconda del carico.

Era propulso da due eliche collegate a due motori a vapore, alimentati da due caldaie, che sviluppando una potenza di 1500 CV permettevano all’Azio di raggiungere una velocità di circa 15 nodi.

L’armamento comprendeva, due cannoni da 102/35 Ansaldo-Schneider Mod. 1914, un cannone da 76/40 Ansaldo Modello 1917, alcune mitragliere per la difesa contraerea e 80 mine navali.

Nel 1934 fu utilizzato in Mar rosso come nave idrografica successivamente all’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, operò in Alto Adriatico, svolgendo missioni di scorta ai convogli, pattugliamento e dragaggio mine.

Nel novembre 1943, durante la battaglia di Lero la nave colpita da aerei tedeschi riparò in Turchia, dove rimase internata fino alla fine della guerra.

Rientrato in Italia nel 1947 fu trasformato in nave idrografica, rimanendo in servizio fino al 1957. Negli anni successivi fu utilizzato dalla Fondazione Garaventa come pontone-scuola a Genova, prima di essere definitivamente demolito.

Caratteristiche Principali

  • Classe: Ostia.

  • Varata: 4 maggio 1927, nei Cantieri di Ancona.

  • Dislocamento: Circa 854 tonnellate a pieno carico.

  • Dimensioni: 62,57 m lunghezza, 8,69 m larghezza, 2,59 m immersione.

  • Propulsione: Due motori a triplice espansione, 1500 CV, 2 eliche, 15 nodi max.

  • Armamento: Cannoni da 102 mm e 76 mm, mitragliere da 40 mm, 80 mine. 

Storia e Impiego

  • Inizio Servizio (1930-1933): Campagne idrografiche nel Golfo della Sirte e Mar Rosso.

  • Diplomazia: Nel 1932 a Gedda per trattati italo-sauditi.

  • Invasione Albania (1939): Partecipò alle operazioni, operando con altre unità.

  • Seconda Guerra Mondiale: Numerose missioni come posamine, dragamine, pattugliatore e scorta.

  • Dopoguerra: Trasformata in nave idrografica (1946-1952) e poi in nave scuola della Fondazione Garaventa, ormeggiata a Genova fino alla radiazione. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Azio_(posamine)

 

Agenzia bozzo

http://www.agenziabozzo.it/navi_da_guerra/C-Navi_da_Guerra_2/C-3585_RN_Azio_1927_posamine_nave_idrografica_Nave_Scuola_Garaventa.htm

AZIO

 

 

 

 

 

Carlo GATTI

Rivisitazione: 20.1.2026