LE VIE DEL SALE
PARTE PRIMA
QUANDO “LE VIE DEL MARE” DIVENTARONO “LE VIE DEL SALE”
DAL MARE ALLA MONTAGNA
Le Vie del Sale non cominciavano sulla costa: erano la continuazione terrestre delle Vie del Mare. Le navi portavano nei porti liguri le merci provenienti dal Mediterraneo e da terre lontane; da lì il sale e gli altri prodotti venivano caricati sugli animali da soma e prendevano la via dei monti. Il mare, dunque, non terminava sulla banchina: proseguiva lungo le crêuze, attraversava l’Appennino e raggiungeva la Pianura Padana.
Fin dai tempi più antichi, i porti furono luoghi d’incontro tra uomini, navi e merci. Spezie, tessuti, metalli, allume e sale arrivavano dal mare; legname, lana, formaggi, salumi, pelli e prodotti dell’artigianato scendevano invece dalle vallate dell’interno.
La banchina non rappresentava il punto d’arrivo di quei traffici, ma il luogo in cui una rotta cambiava natura: terminava la navigazione marittima e cominciava quella terrestre.
IL SALE, BENE INDISPENSABILE

Oggi il sale è un prodotto comune, presente in ogni cucina e acquistabile con poca spesa. Per secoli, invece, rappresentò una materia prima preziosa, indispensabile non soltanto per l’alimentazione, ma soprattutto per la conservazione della carne, del pesce e di numerosi altri alimenti.
Prima dell’invenzione dei moderni sistemi di refrigerazione, la salatura permetteva di conservare le provviste durante l’inverno, affrontare lunghi viaggi e sopravvivere nei periodi di carestia. Dal sale dipendevano quindi l’economia, l’alimentazione e, in molti casi, la vita stessa delle comunità lontane dal mare.
La sua importanza fu tale da renderlo oggetto di imposte, monopoli e contese. Anche la parola salario discende dal latino salarium, termine legato al sale e al valore che questo prodotto possedeva nel mondo antico.
In Italia il sale rimase sottoposto al monopolio dello Stato fino al 1974 e veniva venduto nelle tabaccherie, come ancora ricordano le vecchie insegne con la scritta SALI E TABACCHI.
LA NASCITA DELLE CAROVANE

Un antico motto riassumeva lo spirito della Superba: «Ianuensis ergo mercator» – “Genovese, dunque mercante”.
I mercanti genovesi percorrevano rotte che dalla Spagna arrivavano sino al Mar Nero, unendo l’attività commerciale alla presenza politica e finanziaria della Repubblica.
Quando le merci giungevano nei porti liguri, dovevano proseguire verso l’interno. Nel piazzale dell’angiporto si preparavano le carovane e si distribuivano i carichi. Il capo carovaniere osservava il cielo, valutava le condizioni del tempo e sceglieva il percorso più adatto.
Come un comandante prima della partenza, doveva conoscere la strada, prevedere i pericoli e assumersi la responsabilità degli uomini, degli animali e delle merci affidategli.
Le carovane potevano essere composte anche da decine di muli, talvolta un centinaio: ciascun animale trasportava la propria parte di quel lungo carico, quasi fosse un piccolo contenitore del Medioevo.
La salita avveniva spesso lungo i crinali. Sebbene più esposti alle nebbie, alla neve e al vento, offrivano percorsi più diretti rispetto ai tortuosi fondovalle e permettevano di evitare torrenti in piena, ponti insufficienti e strettoie favorevoli agli agguati dei briganti.
NON UNA STRADA, MA UNA RETE


Parlare della Via del Sale come se fosse una sola strada non è corretto. Esisteva una vasta rete di percorsi principali e secondari che collegava i porti liguri alla Pianura Padana.
Ogni porto, vallata e comunità possedeva i propri sentieri, spesso modificati secondo la stagione, la situazione politica, le condizioni meteorologiche e la sicurezza dei territori attraversati.
Dal Ponente ligure partivano itinerari diretti verso il Piemonte e la Francia; da Genova le vie risalivano la Val Polcevera e la Val Bisagno; dal Levante raggiungevano la Val Trebbia, la Val d’Aveto, l’Oltrepò Pavese, il Piacentino e il Parmense.
Torriglia e il monte Antola costituivano importanti punti d’incontro tra i tracciati provenienti dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia e dalla costa ligure. La Via del Sale lombarda, per esempio, risaliva la Valle Staffora, percorreva i crinali tra la Val Borbera e la Val Boreca, raggiungeva l’Antola e scendeva verso Torriglia, da dove poteva proseguire sino a Genova.
Un’altra antica direttrice raggiungeva Crocetta d’Orero e scendeva verso la Val Bisagno. Nella periferia orientale genovese, un tratto era chiamato Giro del Fullo, dal nome della località nella quale si lavorava la lana.
Le merci non viaggiavano soltanto dal mare verso la montagna. Lana, formaggi, salumi, legname, pelli e manufatti scendevano verso i porti, dove venivano scambiati con il sale e con i prodotti giunti sulle navi.
Le Vie del Sale erano dunque percorse in entrambe le direzioni: portavano il mare nell’entroterra e riportavano la montagna verso il mare.
L’OLTREGIOGO: LA RETROVIA DI GENOVA

Il cuore dell’Oltregiogo si estende tra il Piemonte e la Liguria. Nel territorio della provincia di Alessandria comprende centri importanti come Novi Ligure, Ovada, Gavi e Serravalle Scrivia; sul versante ligure interessa l’alta Valle Scrivia, l’alta Val Polcevera e la Val Trebbia, con località quali Busalla, Ronco Scrivia e Campo Ligure.
Per la Repubblica di Genova e per le sue grandi famiglie, l’Oltregiogo non rappresentava una periferia lontana, ma una retrovia strategica.
Il nome deriva dal latino ultra jugum, cioè “oltre il giogo” dell’Appennino, e indicava quei territori situati sul versante padano attraverso i quali transitavano uomini, merci e ricchezze dirette verso Genova o provenienti dal suo porto.
Controllare quelle terre significava controllare i passaggi appenninici, riscuotere dazi e proteggere i traffici. Doria, Spinola, Centurione e Fieschi possedevano feudi, castelli e punti fortificati lungo le principali direttrici.
Le antiche rocche che ancora oggi dominano alcune vallate non erano soltanto simboli di potere. Sorvegliavano le strade, proteggevano le carovane e ricordavano a chi transitava che ogni territorio aveva un signore e, molto spesso, un tributo da pagare.
IL MULATTIERE, MARINAIO DI TERRA
C’era un detto che recitava -“Chi vuol sentire le pene dell’inferno faccia il fabbro d’estate e il mulattiere d’inverno”-. Si diceva pure –“Quello bestemmia come un mulattiere”-
Le grida e le imprecazioni di quegli uomini si udivano da lontano. Servivano a impartire gli ordini agli animali, ma erano anche lo sfogo di chi affrontava il freddo, la neve, il fango e la paura di un passo falso sopra un precipizio. Dietro quella voce aspra si nascondeva un mestiere durissimo, fatto di esperienza, responsabilità e solitudine.

Foto: Carovana di muli e mulattieri pronti per la discesa verso la costa della Liguria di ponente. Foto: Archivio di Angelo Piombo
Negli anni Cinquanta in Italia vi erano ancora circa duecentomila muli. Oggi quasi nessuno li ricorda, eppure per secoli furono una presenza indispensabile nelle vallate dell’Appennino e delle Alpi. Portavano grano, legna, vino e ogni genere di provvista là dove le ruote non potevano arrivare. Con la loro forza paziente contribuirono a tenere in vita intere comunità di montagna.
Prima della partenza, il mulattiere preparava con cura ogni animale. Controllava uno per uno gli zoccoli, verificava che i ferri fossero ben saldi e i chiodi sicuri; con una spugna ne puliva gli occhi e sistemava nella musetta un po’ di fieno, affinché potesse rifocillarsi durante il cammino senza costringere la carovana a fermarsi.
I paraocchi aiutavano il mulo a guardare avanti, senza distrarsi né spaventarsi davanti a un imprevisto o alla vista di un precipizio. L’animale che apriva la fila portava sotto il collo una maschera colorata e festosa: lo proteggeva dalle mosche e dava una nota di allegria alla lunga fatica del viaggio.
Il mulattiere teneva le mani vicine alle redini, pronto a trasmettere i comandi e, insieme, sicurezza. Il cappello di feltro a larghe falde lo riparava dal sole e dalla pioggia; i pesanti calzoni di fustagno avevano tasche profonde, nelle quali trovavano posto un grande fazzoletto, il denaro e un coltello affilato.
Quel coltello serviva a tagliare il pane, ma poteva anche salvare un animale. Se il carico si spostava durante una discesa sconnessa o sopra uno strapiombo, mettendo a rischio il mulo, bisognava recidere immediatamente le cinghie che lo assicuravano al basto. In pochi istanti il mulattiere doveva scegliere: perdere la merce oppure perdere il compagno di tante fatiche.
Tra il marinaio e il mulattiere esistevano somiglianze profonde.
Entrambi si muovevano in ambienti mutevoli e pericolosi. Il marinaio affrontava onde, correnti e tempeste; il mulattiere nebbia, neve, valichi e sentieri scoscesi. Entrambi dovevano conoscere il tempo, interpretare i segnali della natura e affidarsi all’esperienza.
Il capo carovaniere aveva responsabilità simili a quelle di un comandante. Decideva quando partire, quale strada seguire, dove sostare e come proteggere il convoglio. Un errore di valutazione poteva mettere in pericolo uomini, animali e carico.
Lungo il cammino, abbazie, pievi, cappelle, osterie e stalle offrivano riparo ai viandanti. Erano i loro porti di sosta, luoghi nei quali riposare, ricevere ospitalità e attendere che il tempo consentisse di riprendere il viaggio.
Per questo possiamo considerare il mulattiere un marinaio di terra: al posto della coperta aveva un sentiero, al posto delle onde i crinali dell’Appennino, ma portava con sé la stessa pazienza, la stessa prudenza e la medesima umiltà davanti alle forze della natura.
LE STRADE CHE NON SCOMPAIONO
Le Vie del Sale rimasero attive per secoli e cominciarono a perdere la loro funzione soltanto con l’arrivo delle strade carrozzabili e delle ferrovie. Ma non scomparvero completamente.
Molti degli antichi tracciati sono ancora riconoscibili e vengono oggi percorsi da escursionisti che, spesso senza saperlo, camminano sulle orme di mercanti, mulattieri e pellegrini.
Nella prossima puntata lasceremo la grande rete dell’Oltregiogo per seguire una rotta più vicina alla nostra Riviera: da Chiavari saliremo verso Villa Cella, attraverseremo la Val d’Aveto e raggiungeremo, attraverso i valichi appenninici, la Pianura Padana.
Carlo GATTI
Rapallo, 6 Agosto 2026
