SÃO MIGUEL, PORTA DELL’ATLANTICO - Gli ultimi pescatori del merluzzo delle Azzorre
SÃO MIGUEL, PORTA DELL’ATLANTICO
Gli ultimi pescatori del merluzzo delle Azzorre

Nel mezzo dell’Oceano Atlantico, quasi a metà strada tra Europa e America, emerge São Miguel, la più grande delle isole Azzorre.


Verde, vulcanica, avvolta spesso da nebbie improvvise e da un clima mutevole che appartiene più all’oceano che alla terra, São Miguel appare al navigante come un avamposto remoto, una sentinella affacciata sulle grandi rotte transatlantiche.

Per molti viaggiatori è una meta di straordinaria bellezza naturale, con i suoi crateri, i laghi vulcanici e le scogliere a picco sull’oceano.

Ma per me, São Miguel non è soltanto geografia
È memoria viva!
È il volto silenzioso di uomini che salivano a bordo della Vulcania con pochi bagagli e mani già consumate dal sale.
Erano pescatori portoghesi e azoriani diretti verso i gelidi Banchi di Terranova, dove li attendeva una delle attività più dure e pericolose che il mare abbia mai conosciuto: la pesca del merluzzo.
Io ero un giovane ufficiale della Società Italia di Navigazione.
E senza rendermene conto, stavo assistendo agli ultimi anni di un mondo destinato a scomparire.
LA GRANDE EPOPEA DEL MERLUZZO

Banchi di Terranova – Newfoundland-Canada
La presenza portoghese sui Banchi di Terranova risale agli inizi del XVI secolo.
Già nel 1501 i pescatori lusitani frequentavano quelle acque ricchissime di merluzzo, spinte anche dalla forte domanda di pesce conservato richiesta dalla tradizione cattolica nei giorni di magro.
Da quell’attività nacque una vera civiltà marinara.
Per secoli, il merluzzo — il bacalhau — non fu soltanto un alimento, ma parte dell’identità stessa del Portogallo.
Nel Novecento, tra il 1934 e il 1974, questa epopea assunse la forma leggendaria della Frota Branca, la Flotta Bianca.
Grandi velieri e successivamente moderni motopesca partivano ogni anno verso il Nord Atlantico, mobilitando migliaia di uomini.
Ma il vero simbolo di quella pesca erano loro:
I PICCOLI DORIES

Fragili imbarcazioni in legno lunghe pochi metri, impilate sui ponti delle navi madre e calate in mare con un solo uomo a bordo.
Un’immagine che oggi sembra appartenere alla letteratura marinaresca… ma che io ho visto raccontata dagli uomini che l’avevano vissuta.
SOLI NELLA NEBBIA

Dory
Ogni pescatore lasciava la nave madre da solo.
Remava nella nebbia gelida dei Grand Banks, portando con sé lenze, ami, palamiti e coraggio. Passava ore — a volte giornate — a recuperare a mano merluzzi pesanti, uno dopo l’altro. Ma il vero nemico non era solo il freddo. Era la nebbia.
I Grand Banks erano un inferno bianco, nato dall’incontro tra la Corrente del Golfo e quella gelida del Labrador. Bastava poco per perdere l’orientamento. E un uomo solo su un dory diventava invisibile. Molti non riuscivano più a ritrovare la nave madre.
Altri venivano travolti dai grandi piroscafi transatlantici che attraversavano quelle rotte senza nemmeno accorgersi di aver spezzato una piccola barca di legno.
Quando ascoltavo questi racconti, il silenzio a bordo diventava pesante. Erano uomini che parlavano poco. Come noi liguri. Ma negli occhi portavano il mare.
GLI ULTIMI PESCATORI DEL MERLUZZO DELLE AZZORRE

LISBONA E LA BENEDIZIONE DEI BACALHOEIROS
Tra i ricordi più vivi della mia giovinezza di ufficiale della Società Italia di Navigazione, uno conserva ancora oggi una forza quasi solenne. La nostra nave sostava spesso a Lisbona.
Fu lì, in un mese di giugno, che assistetti a una scena che non ho mai dimenticato.

Era una celebrazione di orgoglio nazionale. Ma anche un addio. Perché tutti sapevano la verità. Molti di quegli uomini non sarebbero tornati.
Sul Rio Tejo si svolgeva la grande cerimonia della Bênção dos Bacalhoeiros, la Benedizione dei Pescatori del Merluzzo.
Non era una semplice funzione religiosa. Era un rito nazionale. Una sorta di patto tra il popolo portoghese, la Chiesa e l’oceano.
Davanti alla maestosità del Monastero dos Jerónimos e lungo le banchine di Belém, i grandi velieri della Frota Branca erano impavesati a festa. Le vele ammainate, le alberature vestite di bandiere.
A bordo delle imbarcazioni ufficiali saliva il Patriarca di Lisbona, il Cardinale Manuel Gonçalves Cerejeira.
Quando la processione passava davanti alla flotta, le sirene delle navi esplodevano tutte insieme. Un suono possente, quasi un grido collettivo. L’intera città sembrava fermarsi.

Una goletta da pesca pronta a salpare verso le rive di Terranova
LA VULCANIA E QUEI VOLTI SILENZIOSI

Le motonavi VULCANIA e SATURNIA a GENOVA
Cappella di bordo, é in corso la celebrazione della Messa domenicale. Da sinistra in prima fila: Allievo Ufficiale (A) Carlo Gatti, il 1° Ufficiale Claudio Cosulich, il Commissario Governativo, il Comandante Giovanni Peranovich e il Direttore di macchina.
Dal dopoguerra fino alla metà degli anni Sessanta, le grandi motonavi italiane Vulcania e Saturnia non trasportavano soltanto passeggeri di linea ed emigranti diretti in Canada.
Due volte l’anno caricavano anche uomini destinati a un’altra traversata:
Quella del lavoro - del rischio - della sopravvivenza
A Lisbona e a Ponta Delgada, sull’isola di São Miguel, salivano a bordo pescatori portoghesi e azoriani diretti verso Halifax o Saint John’s (Canada).
Lì sarebbero stati trasferiti sui pescherecci della Flotta Bianca per affrontare la campagna del merluzzo.
Viaggiavano in classe turistica. Con pochi bagagli. Poche parole. Molti avevano lo sguardo basso. Ma non era tristezza. Era concentrazione. Chi vive di mare conosce quel silenzio.
Noi italiani li osservavamo con naturale rispetto. Tra marinai non servono grandi presentazioni. Ci si riconosce.
UNA FRATELLANZA SILENZIOSA
Ricordo ancora una sensazione precisa. Molti di quei pescatori comprendevano sorprendentemente certi termini del nostro dialetto genovese.
Le parole del mare hanno radici antiche. Genova e il Portogallo, pur lontani, hanno condiviso secoli di navigazione, commerci e cultura marinara.
Termini come popa, proa, virare, ancora, ammainare sembravano attraversare le lingue senza difficoltà.
Ma più delle parole, era il carattere ad accomunarci. Poca retorica. Molto pragmatismo.
Rispetto reciproco. Noi liguri e loro portoghesi ci capivamo quasi senza parlare. Era una fratellanza semplice e autentica. La stessa che nasce tra uomini che affidano la vita al mare.
IL PRIMO RIFUGIO CALDO
Quando quei pescatori tornavano dalla campagna del merluzzo e risalivano a bordo per il viaggio verso casa, erano diversi. Più stanchi. Più magri. Più silenziosi. Ma anche con un’ombra nuova negli occhi. La consapevolezza di essere sopravvissuti. La nostra nave diventava per loro il primo rifugio caldo. Un luogo umano. Un ponte tra l’inferno bianco dei Grand Banks e il profumo della propria terra.
Per molti, Ponta Delgada significava famiglia, casa, salvezza. Ed è impossibile dimenticare quei ritorni.
UN MONDO CHE STAVA SCOMPARENDO
Allora non potevo saperlo. Ero giovane. Ma oggi capisco bene cosa stavo osservando.
Quella non era una normale attività di pesca. Era l’ultimo respiro di una civiltà marinara.
Pochi anni dopo, tutto cambiò. Arrivarono la pesca industriale, i radar moderni, i grandi pescherecci a strascico. I piccoli dories scomparvero. La Frota Branca divenne leggenda.
E con essa scomparve un modo di affrontare il mare fatto di coraggio individuale, fatica estrema e silenziosa dignità.

Io ebbi il privilegio di vedere gli ultimi uomini di quell’epopea.
Oggi, guardando indietro, un pensiero dietro l’altro, come una rotta corretta con pazienza nel vasto oceano della memoria, mi hanno riportato oggi a quei giorni lontani.
con gli occhi dell’età e della memoria, comprendo ciò che allora, da giovane ufficiale, potevo solo intuire.
Quegli uomini non erano semplici pescatori diretti verso Terranova. Erano padri, mariti, figli.
Erano uomini che affidavano al mare la propria vita per dare un futuro alle loro famiglie.
Molti non fecero ritorno. Molte donne continuarono ad attendere invano con i figli stretti al petto.
Forse è duro dirlo, ma in quell’epoca la vita di un uomo sembrava valere meno del merluzzo che inseguiva nella nebbia.
Eppure il loro sacrificio non appartiene al silenzio. Se oggi queste righe riescono a farli tornare per un istante tra noi, allora il loro coraggio non è andato perduto.
Noi uomini di mare sappiamo che nessun marinaio scompare davvero finché qualcuno lo ricorda con rispetto.
E per chi crede, come me, nel Dio che unisce le anime oltre ogni orizzonte, quei fratelli non sono perduti.
Hanno semplicemente raggiunto un porto prima di noi.
Carlo GATTI
Rapallo, 26 Maggio 2026
RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI A RAPALLO - Domenica 17 Maggio 2026
LXVI RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI E NON SOLO A RAPALLO
Domenica 17 Maggio 2026
Cari Soci, Amiche e Amici di Mare Nostrum Rapallo,
Ci sono giornate che non scorrono via come le altre, ma restano incise nella memoria come pagine di storia vissuta.
La splendida giornata dedicata al Primo Raduno delle Confraternite Liguri celebrato nella nostra Rapallo in una cornice di sole e di intensa partecipazione popolare, è stata una di queste.
Con viva gratitudine desideriamo condividere il messaggio che la nostra Sindaca ha voluto rivolgere a Mare Nostrum Rapallo e ai presenti in questa significativa occasione.


Elisabetta RICCI, Sindaca di Rapallo
Cari Confratelli e care Consorelle,
autorità religiose, civili e militari,
carissimi cittadini,
è con profonda emozione, con sincero affetto e con grande orgoglio che la Città di Rapallo vi accoglie oggi in occasione del 66° Raduno delle Confraternite Liguri.
Benvenuti nella nostra comunità. Benvenuti in una città che vive il mare, la fede, le tradizioni e il senso di appartenenza come parte della propria anima più autentica.
Oggi celebriamo una storia antica e viva, fatta di uomini e donne che, generazione dopo generazione, hanno custodito valori preziosi: il servizio verso gli altri, il sacrificio silenzioso, la devozione popolare, la carità concreta, il rispetto delle proprie radici.
Le Confraternite non rappresentano soltanto una tradizione religiosa: rappresentano un patrimonio identitario immenso. Sono custodi di riti antichi, di arte, di cultura popolare e di una spiritualità che ha saputo attraversare il tempo senza perdere autenticità.
Sono luoghi nei quali si impara il valore dell’impegno, della fraternità e del dono verso il prossimo.
Sono state, e continuano a essere, presenza concreta nei momenti di difficoltà, vicine alle persone più fragili, alle famiglie, agli anziani, a chi ha bisogno di conforto e sostegno.
E permettetemi, oggi, anche un ricordo personale. Il mio legame con le Confraternite nasce da lontano, nasce in famiglia, ed è un legame che devo a mio padre.
È stato lui a trasmettermi il rispetto, l’affetto e il senso profondo di appartenenza verso questo mondo fatto di fede, sacrificio e comunità.
Ricordo i raduni vissuti insieme, l’emozione delle processioni, i volti dei confratelli incontrati negli anni, il silenzio carico di significato prima delle celebrazioni, la fierezza con cui si portavano i Crocifissi e gli antichi simboli della nostra tradizione.
Ricordo il percorso condiviso nel Priorato Diocesano, le riunioni, il confronto, il lavoro fatto insieme con passione e spirito di servizio.
Momenti che mi hanno insegnato quanto le Confraternite siano molto più di una tradizione: sono una scuola di vita, un luogo nel quale si impara il rispetto degli altri, il valore della parola data, il senso della responsabilità verso la propria comunità.
Ed è proprio per questo che oggi questo Raduno ha, per me, un significato ancora più profondo e speciale.
Papa Francesco ha detto una frase molto bella parlando delle Confraternite:
“Le confraternite sono luoghi di incontro tra fede e vita, dove si impara ad amare Dio e il prossimo.”
Ed è una frase che racchiude perfettamente il vostro valore.
Perché le Confraternite non custodiscono soltanto tradizioni religiose: custodiscono relazioni umane, senso civico, spirito di comunità.
Insegnano che nessuno si salva da solo, che una comunità cresce quando le persone scelgono di camminare insieme, aiutandosi reciprocamente.
Tra poco vedremo sfilare gli artistici Crocifissi e l’Effige di Nostra Signora di Montallegro: immagini che non sono soltanto simboli religiosi, ma parte viva della nostra identità culturale, della nostra memoria collettiva, della nostra storia più profonda.
Per questo, a nome dell’Amministrazione comunale e dell’intera città di Rapallo, desidero dirvi grazie.
Grazie per ciò che fate ogni giorno, spesso lontano dai riflettori.
Grazie perché mantenete vive tradizioni che non appartengono solo al passato, ma che parlano anche al futuro delle nuove generazioni.
Grazie perché attraverso la fede e il servizio insegnate il significato più autentico della parola “comunità”.
Grazie perché continuate a trasmettere ai giovani il senso del rispetto, della responsabilità e dell’amore per la propria terra.
Portate con voi il calore di questa giornata, la bellezza del nostro mare e l’abbraccio della nostra comunità.
Grazie di cuore a tutti voi.
Buon cammino alle Confraternite Liguri.
E buon Raduno a tutti.


La Piazza delle Nazioni, davanti al nostro Comune, si è trasformata in un luogo di straordinaria suggestione: i Cristi processionali, accesi dalla luce di una giornata quasi provvidenziale, i tabarri, i colori, i simboli antichi delle confraternite, hanno riportato davanti ai nostri occhi una storia che affonda le sue radici nel lontano Duecento.
Ma ciò che più ha toccato il cuore di tutti è stato il significato profondo di questa manifestazione: non semplice folklore, ma testimonianza viva di una fede che attraversa i secoli, resistente al tempo e alle trasformazioni della modernità, capace ancora oggi di commuovere, unire e parlare anche alle nuove generazioni.



Con l'espressione "Cassa della Madonna di Montallegro" ci si riferisce all'elaborata cassa processionale lignea utilizzata per trasportare la miracolosa icona della Madonna durante le solenni celebrazioni cittadine di Rapallo ed è visibile nella foto sopra. L'icona originale, secondo la tradizione, fu donata dalla Vergine al contadino Giovanni Chichizola il 2 luglio 1557.


Un momento di eccezionale intensità emotiva è stato certamente la discesa, per la prima volta nella storia della nostra città, della Madonna di Montallegro dal Suo monte, per essere presente tra il Suo popolo, benedire questa festa e condividere con tutti noi un momento di rara spiritualità e appartenenza.
In quel gesto simbolico e solenne si è manifestata tutta l’anima della Liguria: il mare che abbraccia la collina, la devozione che incontra la storia, la comunità che ritrova sé stessa.
Un pensiero di particolare riconoscenza desideriamo rivolgerlo alla nostra Sindaca Elisabetta Ricci, che non solo ha rappresentato istituzionalmente la città in questa memorabile occasione, ma ha saputo farlo con quella sensibilità autentica che nasce quando certi valori non vengono semplicemente amministrati, ma profondamente condivisi.
Le sue parole hanno toccato corde intime del nostro sentire, dando voce a emozioni, memorie e sentimenti che appartengono all’identità più vera della nostra comunità.
Per questo il nostro grazie non è soltanto formale, ma profondamente umano e sincero: perché è bello, e motivo di autentico orgoglio, sentirsi rappresentati da una persona che percepiamo vicina ai nostri stessi sentimenti, capace di comprendere il valore della tradizione non come memoria immobile, ma come patrimonio vivo da custodire e tramandare.
Come soci di Mare Nostrum Rapallo, ci fa particolarmente piacere sapere che tra le istituzioni cittadine vi sia una presenza così attenta e partecipe, quasi una di noi, capace di interpretare con intelligenza e cuore l’anima profonda della nostra terra.
A Lei va la nostra gratitudine sincera per aver contribuito a rendere possibile uno spettacolo unico, forse irripetibile, che resterà nel cuore del Golfo del Tigullio.
Come Mare Nostrum Rapallo, custodi dell’identità marinara e spirituale della nostra terra, condividiamo con tutti voi questa gioia con orgoglio e commozione.
Perché ci sono tradizioni che non appartengono al passato.
Sono fari accesi che continuano a guidarci.
Con amicizia e gratitudine,
Mare Nostrum Rapallo
66° RADUNO DELLE CONFRATERNITE LIGURI
NON FOLKLORE, MA STORIA VIVA DEL NOSTRO POPOLO
Chi ha assistito al recente Primo Raduno delle Confraternite Liguri a Rapallo avrà certamente ammirato la bellezza dei Cristi processionali, i colori dei tabarri, il fascino quasi misterioso dei confratelli incappucciati, il passo cadenzato dei portatori.
Ma forse non tutti sanno che dietro quella suggestione si nasconde una delle pagine più profonde e antiche della nostra storia.
Le Confraternite nacquero in Liguria già nel Medioevo, tra il XII e XIII secolo, come aggregazioni spontanee di laici cristiani uniti dalla preghiera, dalla devozione e soprattutto dalla carità concreta.
Non erano circoli religiosi nel senso moderno del termine.
Erano comunità vive di uomini semplici — marinai, artigiani, portuali, pescatori, commercianti — che sentivano il dovere evangelico di aiutarsi reciprocamente e di soccorrere chi soffriva.
In un tempo senza assistenza pubblica, senza ospedali moderni, senza welfare, le confraternite diventavano la mano visibile della solidarietà.
Assistevano i malati - Aiutavano le vedove - Provvedevano ai funerali dei poveri - Distribuivano pane e viveri - Raccoglievano offerte per i bisognosi - E persino — fatto oggi quasi incredibile — tramite il Magistrato per il riscatto degli schiavi, contribuivano al riscatto dei cristiani catturati dai pirati barbareschi e venduti come schiavi. Istituzione nata a Genova nel 1597.
Era fede tradotta in azione. Era Vangelo vissuto.


In Liguria le confraternite erano chiamate familiarmente anche Casacce, termine che deriva dalla lunga veste (la “casa”) indossata dai confratelli durante le processioni.
Quel vestito non era semplice ornamento - Annullava le differenze sociali - Sotto quel saio non contavano ricchezza, mestiere o condizione - Erano tutti fratelli!
Una lezione che forse oggi abbiamo dimenticato.
GLI INCAPPUCCIATI DELLA “MORTE”: UN SIMBOLO, NON UNA PAURA

Molti visitatori sono rimasti colpiti dalla presenza delle confraternite con il volto coperto dal cappuccio. L’impressione può apparire misteriosa, quasi inquietante a chi non conosce questa tradizione. Ma il significato è profondamente spirituale. L’anonimato era un gesto di umiltà. La carità non doveva cercare riconoscimenti.
La confraternita detta della Morte aveva il compito, delicatissimo e misericordioso, di accompagnare i condannati a morte, assistere i moribondi e garantire sepoltura dignitosa a chi non aveva nessuno.
Un’opera di misericordia radicale. Un cristianesimo che non voltava lo sguardo.
I CRISTI PROCESSIONALI E I “CRISTEZZANTI”



Tra le immagini più straordinarie delle tradizioni liguri vi sono i grandi Cristi processionali, autentici capolavori artistici e devozionali. Pesanti, monumentali, spesso riccamente decorati. Portarli non è semplice forza fisica. È servizio. È voto. È appartenenza.
I portatori, chiamati in molte realtà Cristezzanti, tramandano un gesto antico che richiede preparazione, disciplina, equilibrio e spirito di sacrificio.
Portare un Cristo significa caricarsi simbolicamente anche del peso della comunità, della fede condivisa, della memoria degli antenati.
IL PRIORATO: GUIDARE SERVENDO
Ogni confraternita ha una propria organizzazione interna.
Tradizionalmente il responsabile è il Priore, figura eletta che coordina la vita confraternale, custodisce le tradizioni e rappresenta la comunità.
Accanto a lui vi sono spesso il Vice Priore, i consiglieri, il tesoriere, il segretario e altri incarichi specifici.
Ma attenzione: non si tratta di potere. Si tratta di servizio.
L’autorità, nella tradizione confraternale, nasce dalla disponibilità a servire gli altri.
LA RINASCITA DOPO LA GUERRA
Anche le confraternite conobbero anni drammatici: bombardamenti, distruzioni, sedi devastate.
Eppure proprio nel dopoguerra, in una Genova ferita e sulle macerie materiali e morali del conflitto, rinacque il desiderio di ricostruire non solo muri, ma comunità.
Nel 1946 riprese con forza il cammino confraternale ligure, grazie alla Chiesa, certo, ma anche grazie a persone semplici. Non grandi benefattori soltanto, anche famiglie modeste, operai e portuali.
Donne e uomini che donarono quel poco che avevano per rimettere in piedi gli oratori e ridare voce a una tradizione che sembrava perduta. Questo forse è il miracolo più bello.
PERCHÉ CI RIGUARDA ANCORA
Le confraternite non appartengono ai musei. Appartengono alla nostra identità. Sono il racconto di una Liguria austera e generosa. Di un popolo che pregava e aiutava. Che affrontava il mare sapendo quanto fragile fosse la vita. Che trovava nella comunità forza e conforto.
Per questo il recente raduno di Rapallo non è stato soltanto un evento spettacolare. È stato un incontro con noi stessi. Con ciò che siamo stati. E, forse, con ciò che possiamo ancora essere.
UN FUTURO DA NON LASCIARE SPEGNERE
Se le Confraternite sono riuscite ad attraversare i secoli, le guerre, le povertà e i cambiamenti del mondo, è perché ogni generazione ha raccolto il testimone dalla precedente, custodendolo con sacrificio e amore.
La tradizione, infatti, non è un oggetto da esporre in una teca. È una fiaccola da tenere accesa.
Noi uomini di mare sappiamo bene che una catena non ha significato se appare come un anello isolato che penzola nel vuoto; la sua forza nasce dall’essere unita fino a raggiungere l’ancora, che offre sicurezza, protezione e approdo.
Così è anche per la fede, per la memoria e per le tradizioni della nostra terra. Ogni generazione è un anello di quella catena. E se un anello si spezza, tutto rischia di andare perduto.
Per questo il nostro auspicio è che le istituzioni, i Comuni, la comunità civile e tutti coloro che hanno a cuore il patrimonio identitario della Liguria comprendano quanto sia importante non limitarsi ad applaudire queste manifestazioni, ma aiutare concretamente le Confraternite a restare vive.
Perché mantenere viva una tradizione significa investire nel futuro. Significa offrire ai giovani non soltanto uno spettacolo da osservare, ma una comunità alla quale appartenere.
Molti ragazzi sentono ancora il richiamo di questi valori, della spiritualità condivisa, del servizio, del senso di fraternità.
Ma anche la partecipazione concreta comporta sacrifici: abiti tradizionali, restauri, manutenzione degli oratori, organizzazione, conservazione dei simboli e delle opere.
Non sempre tutti possono affrontare questi costi. E sarebbe triste che il desiderio di appartenenza si fermasse davanti a un ostacolo materiale.
Del resto, anche nello sport — linguaggio che tutti comprendono — è spesso la maglia a creare identità, orgoglio, attaccamento alla squadra.
Così anche la casaccia confraternale non è un semplice abito: è un segno di appartenenza, è memoria indossata. È responsabilità condivisa. Aiutare un giovane a vestire quella casacca significa aiutarlo a sentirsi parte di una storia più grande di lui. Significa consegnargli non un costume, ma un’eredità.
E forse, in tempi di fragilità e smarrimento, anche una bussola per il cuore.
Così il Raduno di Rapallo non resterà soltanto un giorno bellissimo da ricordare, ma potrà diventare un seme per il domani.
Carlo GATTI
Rapallo, mercoledì 20 maggio 2026
QUANDO L'RMS OLYIMPIC AFFONDO' UN SOTTOMARINO TEDESCO...
L’RMS OLYMPIC
Gemella del TITANIC e del BRITANNIC
Passò alla storia per aver affondato il sottomarino tedesco U-103 durante la Prima guerra mondiale diventando l'unico transatlantico a compiere tale impresa.

La RMS Olympic
(impressione pittorica - scafo mimetizzato)

L’RMS OLYMPIC, a New York, il 21 giugno 1911
Fu un Transatlantico inglese della Compagnia White Star Line Royal Navy
Cantiere: Harland and Wolff, Belfast
Impostata: 31 marzo 1909
Entrata in servizio: 14 giugno 1911
Radiata: 1934
Demolita: 1934
Caratteristiche generali: Lunghezza: 269 m–Larghezza: 28 m–Altezza: 52 m
Pescaggio: 10.5 m – Velocità: 23 nodi – Equipaggio: 899

L'HMT Olympic (in tempi di pace si chiamava RMS Olympic)
Il liner Olympic, durante la Prima guerra mondiale, era stato riverniciato con il "Camuffamento Dazzle": un complesso di righe e disegni geometrici contrastanti che s'interrompono e s'intersecano, questo tipo di camuffamento confondeva l'osservatore rendendogli difficile da stimare la distanza, la velocità e la grandezza dell'oggetto.

SM U-103 fu un sommergibile della Kaiserliche Marine tedesca di Tipo-U 57 operante durante la Prima guerra mondiale. Una volta entrato in servizio, nello stesso 1917.
Tipo: ........ ....sommergibile
Classe:...... ....Tipo U 57
Proprietà:...... Kaiserliche Marine
Ordine:..........15 settembre 1915
Costruttori......AG Weser
Cantiere.... .....Brema, Germania
Impostazione... 8 agosto 1916
Varo............... 9 giugno 1917
Destino finale...affondato il 12 maggio 1918 dalla RMS Olympic
Complessivamente l'U-103 affondò 8 navi, con tonnellaggio cumulativo di 15462, e danneggiò 1 nave di 6042, per un tonnellaggio complessivo di 21684 tonnellate
Sommario delle navi colpite
Data Nome Nazionalità Tonnellate Destino
12.9. 1917 St. Margaret Regno Unito 943 T Affondata
12.11.1917 Depute P.Goujon Francia 4.121 T Affondata
16.11.1917 Garron Head Regno Unito 1.933 T Affondata
26.1. 1918 Cork Regno Unito 1.232 T Affondata
29.1. 1918 Glenfruin Regno Unito 3.097 T Affondata
17.3. 1918 Cressida Regno Unito 150 T Affondata
17.3. 1918 Sea Gull Regno Unito 976 T Affondata
18.3. 1918 Grainton Regno Unito 6.042 T Dannegg.
20.3. 1918 Kassanga Regno Unito 3.015 T Affondata
Durante la Prima guerra mondiale, gli U-Boot tedeschi rappresentarono una minaccia strategica critica per la Gran Bretagna, affondando quasi 5.000 navi mercantili e mettendo a rischio le linee di approvvigionamento attraverso la guerra sottomarina indiscriminata. L'episodio del 12 maggio 1918, in cui il transatlantico RMS Olympic speronò e affondò l'U-103, evidenziò la pericolosità dei sommergibili e l'efficacia delle contromisure alleate.
12 maggio 1918 la RMS Olympic affonda il Sommergibile tedesco U-103

L'Olympic era al comando di Bertram Hayes
Quando l'HMT Olympic speronò e affondò il sottomarino tedesco U-103 il 12 maggio 1918, la nave da trasporto truppe britannica aveva a bordo circa 9.000 militari statunitensi e un equipaggio composto da circa 850-950 membri.
Il comandante del sommergibile tedesco SM U-103, speronato e affondato dall'RMS Olympic il 12 maggio 1918, era il Capitano di corvetta (Kapitänleutnant) Claus Rücker.
Il sommergibile imperiale tedesco contava 44 uomini d'equipaggio.
Il Sommergibile tedesco lanciò contro l'Olympic due siluri, ma non riuscì a colpirlo e questo permise ai cannonieri del Liner Inglese di aprire il fuoco e prendere il sopravvento, prima sparandogli addosso con i cannoni in dotazione* e successivamente virando a tutta forza per speronare il sottomarino U-103 che ebbe la peggio.
*Quando l’Olympic speronò l'U-Boot -103 tedesco - il 12 maggio 1918, era equipaggiata con diversi cannoni navali, tra cui i principali erano i cannoni da 6 pollici (152 mm).
L'episodio
Durante l'attacco, i cannonieri dell'Olympic aprirono il fuoco sul sommergibile emerso. Il primo colpo andò oltre il bersaglio, ma il fuoco continuo, combinato con la manovra di speronamento, danneggiò gravemente l'U-103 prima che l'elica di sinistra dell'Olympic ne tagliasse lo scafo.
Lo scafo del sottomarino tedesco fu tranciato con l'elica di babordo della nave passeggeri. Questa coraggiosissima manovra del Comandante Bertram Hayes provocò una falla che in breve tempo allagò l’unità tedesca
Ci fu un ultimo tentativo dell’equipaggio dell'U-103: Il Comandante fece esplodere le cisterne di zavorra prima di inabissarsi.
Nove membri dell'equipaggio persero la vita. L'Olympic non si fermò per raccogliere i sopravvissuti, ma proseguì per Cherbourg. Il cacciatorpediniere USS Davis avvistò in seguito un razzo di segnalazione di soccorso e portò 35 sopravvissuti a Queenstown.
La RSM Olympic era stata convertita in trasporto truppe e quel 12 maggio 1918 trasportava truppe americane in Francia.
Questo evento contribuì alla reputazione dell'Olympic, soprannominata
"Old Reliable"
Il soprannome "Old Reliable" attribuito al transatlantico RMS Olympic, nave gemella del Titanic e del Britannic, deriva dalla sua eccezionale affidabilità, resistenza e longevità durante un periodo storico molto turbolento che, a differenza delle gemelle Titanic e Britannic, ebbe una lunga carriera operativa. Fino al 1918, anno di restituzione alla sua compagnia, ha trasportato la bellezza di 119.000 uomini e conquistando così il nome di “Vecchio Baluardo”.
FINE
LA STORIA DELLA RMS OLYMPIC
GEMELLA DELLA TITANIC
Carlo GATTI
25 Marzo 2015
https://www.marenostrumrapallo.it/oly/
LE TRE SORELLE
OLYMPIC-TITANIC-BRITANNIC
TRE DESTINI DIFFERENTI
Carlo GATTI
12 settembre 2018
https://www.marenostrumrapallo.it/soreta/
Carlo GATTI
Rapallo, Giovedì 14 Maggio 2026
5.pro
Il Sommergibile di Torino
ANDREA PROVANA
https://www.youtube.com/watch?v=7KXlxIiXPIc





Tre loghi (sopra) con la foto di gruppo dei loro rappresentanti uniti dall’AMORE per il MARE e la sua STORIA
Primavera 2010
I Direttivi dell’Associazione Culturale Mare Nostrum Rapallo e della Società Capitani e Macchinisti Navali di Camogli sono stati ospiti dell'Associazione Marinai d'Italia, sede di Torino che ci guideranno alla scoperta del Regio Som. PROVANA che condusse pattugliamenti nelle profondità marine d'Italia a difesa del nostro Territorio e poi come Nave scuola.
In questo piacevolissimo incontro tra MARINAI CIVILI E MILITARI c’è stato un cospicuo scambio di gadget: CREST, gagliardetti, libri e pubblicazioni nel segno della Cultura Marinara che insieme divulghiamo con passione.
Storia del Regio Som. PROVANA
Entrato in servizio nel settembre 1918, quando ormai la prima guerra mondiale volgeva al termine, ed assegnato – sotto il comando del capitano di corvetta Ubaldo degli Uberti – alla I Flottiglia Sommergibili di La Spezia, non prese parte ad alcuna azione bellica.
Nell'ottobre 1920 fu assegnato all'Accademia Navale di Livorno ed impiegato nell'addestramento degli allievi.
Nel 1923, durante la crisi di Corfù, quando la flotta italiana occupò quell’isola con uno sbarco, il Provana – insieme al gemello Barbarigo – al comando del capitano di fregata Achille Gaspari Chinaglia, fu tenuto (emerso) di retroguardia durante lo sbarco, venendo poi dislocato in agguato su una delle due rotte che conducevano a Corfù (all'altra fu destinato il Barbarigo): i due sommergibili sarebbero serviti a proteggere la squadra navale italiana da un eventuale contrattacco da parte di navi greche.
Prese parte alle esercitazioni del 1926 e del 1927.
Il 30 marzo 1927, mentre il sommergibile si trovava a Portoferraio, ci fu uno scoppio causato dal motore diesel di dritta: rimasero feriti 6 uomini. Trainato a La Spezia, il sommergibile, ormai superato, non fu neanche riparato: fu posto in disarmo e quindi radiato il 21 gennaio dell'anno seguente. Fu poi demolito.
Durante l'esposizione mondiale del 1928 la sezione centrale del sommergibile, comprendente la torretta, fu collocata a Torino, davanti al padiglione della Regia Marina.
Conclusasi l'esposizione, tale parte del Provana fu acquistata dall'ANMI di Torino, che la collocò, nel 1933, nel Parco del Valentino, nei pressi della propria sede (viale Marinai d'Italia 1), ove si trova tuttora visitabile gratuitamente previo appuntamento.
Ricorrendo nell'anno 2015 il centenario della messa in cantiere dell'unità navale, domenica 12 aprile nel corso dei festeggiamenti, è stata riattivata a bordo del sommergibile una stazione radio che ha riportato nell'etere i segnali radiotelegrafici e radiofonici del Sommergibile A. Provana dando nuovamente voce all'unità ormai silente da 88 anni.
PARCO DEL VALENTINO





SEDE AMNI TORINO










La sua parte centrale fu però conservata e portata nel capoluogo piemontese per l’Esposizione Mondiale del 1928 nell’ambito della Mostra sulla Regia Marina. Cinque anni dopo, il sommergibile fu comprato dall’Associazione Marinai, che lo collocò nei pressi della propria sede, dove ancora oggi si trova.
Se siete da quelle parti non perdete l’occasione di fare una visita al Sommergibile Provana, un pezzo di storia d’Italia ricco di curiosità da vedere ed imparare.


















GATTI Carlo
Martedì 12 Maggio 2026
QUANDO IL MARE DIVENNE INFERNO
HALIFAX 1917: QUANDO IL MARE DIVENNE INFERNO
Il 6 dicembre 1917 il cargo francese SS MONT BLANC fu letteralmente polverizzato nel porto di Halifax (Canada) dalla più grande esplosione artificiale pre-atomica della storia.

SS. MONT BLANC




Panoramica da NORD che mostra l'area in seguito devastata dall'esplosione
Il mare, da sempre via di incontro tra i popoli e speranza per chi naviga, talvolta si trasforma in un immenso teatro di tragedie.
Tra i più gravi disastri marittimi della storia mondiale, ancora oggi poco conosciuto al grande pubblico, vi è quello della nave francese MONT BLANC, esplosa nel porto di Halifax il 6 dicembre 1917.
Una catastrofe immane che provocò circa 2.000 vittime, migliaia di feriti e la distruzione di interi quartieri cittadini.
Per comprendere quella tragedia occorre tornare ai giorni drammatici della Prima Guerra Mondiale.
Il Canada, membro del Commonwealth britannico, era impegnato nello sforzo bellico a sostegno delle forze alleate in Europa. Il porto di Halifax, affacciato sull’Oceano Atlantico, era diventato il principale punto di raccolta dei convogli diretti oltre oceano. Navi militari, mercantili, piroscafi e trasporti truppe affollavano continuamente un porto nato per sostenere traffici ben più modesti.
Dal 1917, con l’intensificarsi della guerra sottomarina tedesca, gli Alleati adottarono il sistema dei convogli per proteggere le navi dagli attacchi degli U-Boot. Halifax divenne così una gigantesca sala d’attesa galleggiante: navi in ingresso, navi in uscita, manovre continue, rada congestionata e tensione crescente.
All’alba del 6 dicembre 1917, in quel porto sovraffollato, si trovava la nave francese MONT BLANC, proveniente da New York e carica di circa 2.653 tonnellate di materiali esplosivi: TNT, acido picrico, benzolo e munizioni. Un carico devastante.
Per ragioni di sicurezza militare, la nave aveva rinunciato a esporre chiaramente i segnali che avrebbero identificato il suo pericolosissimo carico. La paura dei sommergibili tedeschi spinse infatti il comando a mantenere il massimo riserbo. Una scelta comprensibile in tempo di guerra, ma che si sarebbe rivelata fatale.

Contemporaneamente il mercantile norvegese IMO diretto verso il Belgio, stava lasciando il porto percorrendo lo stesso canale in direzione opposta.

Alle 8:45 del mattino le due navi, dopo una serie di manovre confuse e comunicazioni errate, entrarono in collisione. L’urto aprì una falla nello scafo della MONT BLANC provocando la fuoriuscita del benzolo, altamente infiammabile. Quando L'IMO cercò di retrocedere per liberarsi, le scintille e l’attrito accesero il carburante che rapidamente avvolse il ponte della nave francese.
L’equipaggio della MONT BLANC, consapevole dell’imminente catastrofe, abbandonò immediatamente la nave sulle scialuppe cercando disperatamente di avvertire il porto del pericolo. Ma ormai era troppo tardi.
La nave, trasformata in una gigantesca bomba galleggiante, andò lentamente alla deriva verso i moli cittadini. Intanto migliaia di persone si accalcavano sulle banchine e alle finestre per osservare l’incendio, ignare di ciò che stava per accadere.
Alle 9:04 e 35 secondi la MONT BLANC esplose.
L’esplosione fu terrificante.

Nube formatasi dopo l'esplosione

La SS IMO, che si scontrò con la MONT BLANC e causò la sua esplosione nel porto di Halifax nel 1917. In seguito fu ribattezzata Guvernøren e utilizzata per il trasporto di olio di balena, e si arenò alle Falkland dove si trova ancora oggi.

La devastazione di Halifax dopo l'esplosione, con la IMO arenata sul lato opposto del porto.


Gli effetti dell’esplosione su queste case distrutte
La nave venne letteralmente vaporizzata. L’onda d’urto distrusse tutto entro un raggio di oltre un chilometro e mezzo. Case di legno scomparvero in pochi istanti, edifici crollarono, finestre andarono in frantumi a chilometri di distanza.
Si sviluppò persino una gigantesca nube a fungo, fenomeno che molti anni dopo il mondo avrebbe tristemente imparato a conoscere.
Si calcola che la potenza dell’esplosione fosse pari a circa 3 chilotoni: fino all’era atomica rimase la più grande esplosione artificiale mai provocata dall’uomo.
Il bilancio fu spaventoso: circa 2.000 morti, oltre 9.000 feriti e interi quartieri cancellati dalla mappa. Molti soccorritori morirono tentando di spegnere l’incendio prima della detonazione. Il giorno seguente una violenta tempesta di neve rese ancora più difficili i soccorsi.
Eppure Halifax seppe rialzarsi. Gli aiuti arrivarono da molte parti del mondo e la città venne lentamente ricostruita. Ancora oggi quel porto rappresenta uno dei principali scali canadesi dell’Atlantico ed ospita importanti unità della Marina canadese.
Da uomo di mare e da Pilota del porto, non posso però fare a meno di riflettere su quanto accadde quel mattino.
Le esigenze militari e il clima della guerra portarono certamente a scelte eccezionali, ma la gestione della sicurezza portuale appare oggi gravemente insufficiente.
Una nave con un carico tanto devastante avrebbe probabilmente richiesto procedure speciali:
traffico regolato con maggiore rigidità, assistenza continua delle autorità portuali, comunicazioni più chiare, presenza operativa della Capitaneria o della Guardia Costiera sul canale di manovra, briefing preventivi tra i comandanti coinvolti e controllo rigoroso dei movimenti.
Quando il porto è congestionato, quando il rischio è elevatissimo e quando il mare trasporta morte oltre che merci, la prudenza non basta mai.
Halifax ci insegna ancora oggi che la sicurezza della navigazione non può essere affidata all’improvvisazione, alle supposizioni o alle comunicazioni incomplete.
Il mare perdona molto, ma non perdona la leggerezza organizzativa.
E forse proprio per questo motivo la tragedia della MONT BLANC continua ancora oggi a parlarci, dopo oltre un secolo, con la voce severa del mare.
Carlo GATTI
Rapallo, 11 Maggio 2026
EREMO DI SANT'ANTONIO DI NIASCA - PORTOFINO
EREMO DI SANT’ANTONIO DI NIASCA

La Baia di Paraggi, frazione di Santa Margherita Ligure, si trova tra Santa Margherita Ligure e Portofino, nel contesto del Parco di Portofino, offrendo sentieri panoramici come la "Passeggiata dei Baci" verso Portofino o percorsi escursionistici verso l'Eremo di Niasca. (vedi frecce rosse)


Nel 1089 una terribile epidemia si diffondeva in Europa: “il fuoco infernale” o “il male degli ardenti” in una forma molto violenta: “Consumava le carni del corpo umano e riduceva a morte i pazienti facendoli diventare come carboni (cioè cancrene): gli arti appesi sopra sant’Antonio in numerose raffigurazioni, sono quelli amputati ma che comunque hanno consentito la sopravvivenza)”.
In mancanza di cure efficaci, nel medioevo ci si rivolgeva al santo più idoneo alla fattispecie. E così folle di pellegrini si riversavano davanti alle reliquie di sant’Antonio Abate, noto per le sue straordinarie doti di guaritore, a implorare la guarigione della misteriosa e terribile malattia che da allora si chiamò “FUOCO DI SANT’ANTONIO”.
La fama di sant’Antonio esplode e vengono a lui dedicati molti luoghi di preghiera e anche eremitaggi: tra cui L’EREMO DI SANT’ANTONIO di Niasca.
N.B. nel medioevo essere nei pressi di Portofino (GE), significava essere completamente isolati!!
Sant’Antonio Abate CHI ERA COSTUI?
Nasce a Coma, in Egitto (circa 252-357 d.c., 105 anni a quei tempi! ) nella periferia di un Impero Romano che sta passando tumultuosamente ad un nuovo ordine, in cui il Cristianesimo comincia ad assumere un’importanza determinante.
Il giovane Antonio si converte al Cristianesimo, si libera dei suoi beni e si dedica alle preghiera e alla radicale obbedienza al Vangelo, in un eremo solitario sul monte Pispir in Egitto.
Nonostante tutta la buona volontà, Antonio non riesce a rimanere solo; attirati dalla sua personalità altri eremiti si stabiliscono nelle vicinanze. Antonio così diventa padre (Abbas in ebraico, da cui Abate) dei primi monaci, legati da una regola monastica molto radicale.
Ma la dote SPECIALE E GRAVIDA DI CONSEGUENZE di Antonio è quella taumaturgica; è capace di guarire molte malattie e i pellegrini che cercano un rimedio ai mali del corpo si sommano a quelli che cercano un rimedio ai mali dello spirito.

17 Gennaio 2026



Il nostro pane è fatto da noi all’Eremo con grande cura.
Il pane è pieno di valore simbolico come osserva Massimo Montanari scrivendo: “Poiché non c'è vita senza cibo, il tema della cucina ha un ruolo centrale nella definizione dei rapporti fra tempo 'naturale' e tempo ‘umano’: fra Natura e Cultura. L'uomo che nel bacino mediterraneo impara a fare il pane, mette a frutto qualcosa di naturale come il grano e lo trasforma in un alimento del tutto artificiale come il pane.
Perciò un alimento così apparentemente naturale come il pane può diventare il simbolo non tanto della sintonia col mondo naturale, quanto della capacità dell’uomo di emanciparsi dalla natura”.
Da qui possono nascere molte riflessioni interessanti, ma un eccesso di funzionalità industriale del processo di panificazione ha reso il pane buono (e digeribile) una rarità .…non il nostro.
da "I tempi del cibo" di Massimo Montanari
L'Eremo di Niasca, situato nel Parco di Portofino
è un'antica struttura medievale (probabilmente del XIV secolo) nata come luogo di eremitaggio e preghiera legato all'Abbazia della Cervara. Recuperato negli anni, ha una storia di isolamento e bonifica agricola, trasformandosi in frantoio nell'800 e oggi in luogo di sosta e accoglienza ispirato alla sobrietà.
Ecco i dettagli salienti della storia e origini dell'Eremo di Niasca:
Origini Medievali: Fondato presumibilmente intorno al 1300, era abitato da eremiti (spesso uno o tre) legati all'Abbazia della Cervara, che vi dimoravano per meditazione.
Ruolo Agricolo: Gli eremiti contribuirono a bonificare l'area coltivandola. Nel 1348, documenti citano la presenza di un priore, Frate Andrea, che gestiva i beni della chiesa, inclusi olio e attrezzi da pesca.
Transformazione e Proprietà: Nel 1798 fu soppresso da Napoleone e venduto nel 1802 ad Agostino Molfino. Tra gli anni '30 e '60 del '900, il barone Baratta lo ristrutturò, trasformandolo in un'azienda agricola con frantoio.
Riscoperta Recente: Nel 1980, la famiglia Piaggio ha donato la struttura al Comune di Portofino. Recentemente recuperato, l'eremo è ora un luogo di ospitalità eco-sostenibile gestito all'interno del Parco, offrendo ristoro e pernottamento con uno stile semplice e in armonia con la natura.
La cucina: L'approccio alla cucina attuale si ispira al concetto di "Strettissimo Magro" di padre Delle Piane, valorizzando i prodotti naturali del territorio.
L'edificio attuale conserva ancora le tracce della sua storia, come le macine e i torchi dell'antico frantoio.
APPROFONDIMENTO
Origini e Storia
Fondazione (XIV secolo):
Le prime attestazioni storiche del 1317 identificano il sito come un insediamento eremitico. La scelta del luogo fu dettata dalla presenza fondamentale di fonti d'acqua, con un torrente e una sorgente situati a pochi metri dalla struttura.
Architettura e Funzione:
L'eremo è dedicato a Sant'Antonio Abate, patrono dei contadini e degli animali. In passato, il complesso fungeva anche da centro produttivo per la comunità locale; i resti di antiche macine testimoniano la lavorazione di olive e castagne.
Il giudizio storico:
Nel 1915, il barone Alfons von Mumm descrisse la valletta di Niasca come il luogo più adatto immaginabile per un eremitaggio nel suo libro fotografico sulla sua dimora ligure.
L'Eremo Oggi
Attualmente, la struttura è stata recuperata e trasformata in un rifugio escursionistico e punto di ristoro all'interno del Parco di Portofino.
Posizione:
Località Sant'Antonio, 1, Portofino (GE).
Progetto Green:
L'attuale gestione promuove un turismo sostenibile, focalizzato sul recupero delle tradizioni contadine e sulla salvaguardia del territorio attraverso progetti come "AQUAE" per la gestione dei paesaggi terrazzati.
Esperienza:
Per annunciare il proprio arrivo, i visitatori utilizzano ancora una tradizionale campanella posta all'ingresso.
Vuoi conoscere i sentieri migliori per raggiungere l'eremo partendo da Paraggi o da San Fruttuoso?











Carlo GATTI
Rapallo, giovedì 7 Maggio 2026











