TROFEO DELLE ALPI (LA TURBIE)

 

TROFEO DI AUGUSTO

 Detto anche

IL TROFEO DELLE ALPI

Detto anche

TROFEO DI LA TURBIE

 

Il Trofeo di Augusto è un monumento romano elevato a emblema dei trionfi e quindi dei trofei di Augusto, posto su un'altura a 480 m s.l.m nel comune di La Turbie, nel dipartimento delle Alpi Marittime, molto vicino al Principato di Monaco.

Il monumento fu costruito per celebrare la

“pax romana” 

ottenuta nella regione e per glorificare la vittoria del futuro Imperatore Augusto sulle tribù Liguri ribelli, come vedremo in seguito.

 

 

Trofeo delle Alpi di La Turbie

INTRODUZIONE

Eravamo con la famiglia di ritorno dall’abituale  viaggio in Scandinavia che ogni anno arricchivamo con deviazioni insolite, alla scoperta di città e strade mai percorse prima. I miei figli, allora studenti di storia dell’arte alle superiori, mi avevano spesso incuriosito con le pagine dei loro manuali scolastici, ed è proprio lì che lessi per la prima volta del Trofeo delle Alpi di La Turbie, l’imponente monumento romano che domina, a 500 metri d’altezza, un panorama capace di togliere il fiato.

Fu naturale lanciare la proposta ai miei “passeggeri”: forse non tutti interessati al tema, ma certamente entusiasti di allungare di un giorno il viaggio verso casa, rinviando così il pensiero dell’imminente anno scolastico.

LA TURBIE

 

Dall’alto verso il basso: La Provençale, La Turbie e la “Tête de Chien” (testa di cane)- Freccia rossa dall’alto verso il basso.

 

Giunti a La Turbie, la sorpresa fu grande. Il monumento si erge in una posizione incantevole: la sua mole parla ancora oggi di potenza e di eternità. Purtroppo lo si può gustare nella sua totale bellezza soltanto grazie alla ricostruzione in scala custodita nel vicino museo, dove l’immaginazione può ricomporre le parti mancanti e restituire la grandiosità originaria.

 Il Trofeo delle Alpi, innalzato da Augusto per celebrare la vittoria sui popoli alpini, non è solo un segno di conquista: è un manifesto di volontà, quasi un atto di fede nella permanenza della grandezza di Roma.

Gli Antichi non smettono mai di sorprenderci: nei materiali impiegati e nell’architettura riconosciamo la maniacale precisione con cui pensarono opere destinate a sfidare i millenni. È come se volessero parlare ai posteri, scolpendo nella pietra un messaggio di potenza, ordine e civiltà.

Non è forse casuale che questi monumenti venissero spesso circondati da cipressi, alberi che da sempre evocano il silenzio e la solennità della memoria. Ed è curioso notare come noi moderni, quasi istintivamente, abbiamo conservato e tramandato questa tradizione.

Ma c’è un’altra suggestione che nasce spontanea: da quella terrazza naturale, lo sguardo non si ferma ai monti, ma scivola verso il blu del Mediterraneo. Lì sotto, da secoli, le navi hanno tracciato le loro rotte, portando merci, soldati, idee, lingue e culture. È come se il Trofeo stesso, pur piantato saldamente sulla roccia alpina, trovasse compimento nel mare che si apre davanti a lui.

Roma celebrava le sue vittorie sulle montagne, ma guardava sempre al Mediterraneo come al vero cuore del suo impero: Mare Nostrum, via di dominio e di scambi, spazio di guerre e di civiltà. Così il Trofeo di La Turbie non è soltanto un monumento alla vittoria sulle Alpi, ma anche un faro simbolico che unisce le vette alla distesa marina, ricordandoci come la storia di Roma – e forse la nostra stessa identità – sia intrecciata indissolubilmente con il mare.

 

COME DOVEVA APPARIRE ORIGINARIAMENTE

 

 

La replica in scala del monumento si trova all’interno del Museo

 

 

Si entra a piedi nel piccolo villaggio medievale di La Turbie, costruito in cima al promontorio sopra la “testa del cane”. Attraverso la Porta Ovest si percorre la via romana Iulia Augusta (il proseguimento dell’antica via Aurelia che da Roma arrivava in Liguria). La strada è lastricata e affiancata da case di pietra.

Poi d'improvviso, sulla sinistra, seminascosto sul retro da altissimi cipressi che fanno da corona, in omaggio all'antica abitudine romana di porre cipressi attorno ai mausolei o ai trofei, compare il Trofeo delle Alpi o Trofeo di Augusto

 L’imperatore romano, dopo aver sconfitto la quarantacinquesima tribù celto-ligure ribelle dell’arco alpino, decise di far costruire il Trofeo, alto 49 metri, compresa la gigantesca statua di Augusto.

Come sempre, Roma aveva colto il suo trionfo!

Per molti secoli nell’antichità ha suscitato, sui viaggiatori che percorrevano la strada consolare, ammirazione e rispetto per la potenza di Roma, incarnata da un Imperatore che fu un mito nei secoli dei secoli.

Questo trofeo nel tempo segue, nelle Gallie: il trofeo di Pompeo, in Summum Pyrenaeum: quello di Briot (ora al museo di Antibes), i Trofei di Mario e altri.

 

LA TURBIE NEL SUD DELLA FRANCIA

480 mt. s.l.m. - 3.053 abitanti

 

 La Turbie è un luogo sconosciuto in Italia, soprattutto da quando esiste l’autostrada che passa per l’interno e porta in mezz’ora da Ventimiglia a Nizza. Dall’alto di questo promontorio a picco sul Mediterraneo, si gode il panorama più bello della Costa Azzurra. Si chiama Tête de Chien” (testa di cane).

ROMANO IMPERO

 Quello che rimane per i nostri occhi....

 

Elementi di Architettura

L'ISCRIZIONE ORIGINALE IN LATINO

 “All'imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, nell'anno 14° del suo impero.

17° della sua potestà tribunizia, il senato e il popolo romano poiché sotto la sua guida e i suoi auspici tutte le genti alpine,
che si trovavano tra il mare superiore e quello inferiore sono state assoggettate all'impero del popolo romano”.

La gigantesca iscrizione posta sulla facciata occidentale, di cui rimanevano solo alcuni frammenti, è stata ricostruita completamente durante il restauro del monumento curato da Jules Formigé, avendone letto la citazione di Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. Essa è la più lunga iscrizione latina scolpita conosciuta nella storia antica.

 

Genti alpine sconfitte

IMP . CAESARI . DIVI . FILIO . AVG . 
PONT . MAX . IMP . XIIII . TRIB . POT . XVII 
S . P . Q . R 
QUOD . EIUS . DVCTV . AVSPICIISQVE . GENTES . ALPINAE . 
OMNES . QVAE . A . MARI . SVPERO . AD . INFERVM . PERTINEBANT . 
SVB . IMPERIVM . P . R . SVNT . REDACTAE 
GENTES . ALPINAE . DEVICTAE . TRIVMPILINI . CAMVNI . 
VENNONETES . VENOSTES . ISARCI . BREVNI . GENAVNES . 
FOCVNATES . VINDELICORVM . GENTES . QVATTVOR . COSVANETES . 
RVCINATES . LICATES . CATENATES . AMBISONTES . RVGVSCI 
SVANETES . CLAVCONES 
BRIXENTES . LEPONTI . VBERI . NANTVATES . SEDVNI . VARAGRI . 
SALASSI . ACITAVONES . MEDVLLI . VCENNI . CATVRIGES . BRIGIANI 
SOGIONTI . BRODIONTI . NEMALONI . EDENATES . VESVBIANI 
VEAMINI . GALLITAE . TRIVLLATI . ECTINI 
VERGVNNI . EGVITVRI . NEMETVRI . ORATELLI . NERVSI . VELAVNI . 
SVETRI  

Traduzione

I Trumpilini -   I Camunni - I Venosti -  I Vennoneti -   Gli Isarci -  I Breuni -  I Genauni -  I Focunati - Le quattro nazioni dei Vindelici: Cosuaneti  Rucinati  Licati  Catenati -  Gli Ambisonti -  I Rugusci
- I Suaneti -  I Caluconi -  I Brixeneti -  ILeponzi -  Gli Uberi -  I Nantuati -  I Seduni - I Veragri -  I Salassi -  Gli Acitavoni -  I Medulli -  Gli Ucenni -  I Caturigi -  I Brigiani -  I Sogionti - I Brodionti -  I Nemaloni -  Gli Edenati -  I Vesubiani -  I Veamini -  I Galliti -  I Triullati -  Gli Ecdini -  I Vergunni -  Gli Eguituri -  I Nematuri -  Gli Oratelli -  I Nerusi - I Velauni -  I Svetri »

Il testo riporta i 45 nomi delle tribù sconfitte in ordine cronologico ed è affiancato da due bassorilievi della Vittoria alata. C'è poi l'immagine del "trofeo", una raffigurazione delle armi conquistate ai nemici e appese ad un tronco d'albero. Ai due lati del trofeo sono raffigurati coppie di prigionieri galli in catene.

 

L'iscrizione riportata sul monumentale trofeo di Augusto, TROPAEUM ALPIUM

Il Trofeo delle Alpi, eretto per volontà del Senato nel 7-6 a.c. in onore delle vittorie riportate da Augusto sulle popolazioni alpine. Sulla base del monumento c'era una lunga iscrizione celebrativa con lettere in bronzo, oggi ricostruita, che riportava l'elenco dei 44 popoli alpini e galli sottomessi dall'Imperatore.

 

 

 

Plinio il Vecchio (23-79 d.c.) scrisse invece dei Camunni come di una delle tribù euganee assoggettate dai Romani:

« Voltandoci verso l'Italia, i popoli euganei delle Alpi sotto la giurisdizione romana, dei quali Catone elenca trentaquattro insediamenti. Fra questi i Triumplini, resi schiavi e messi in vendita assieme ai loro campi e, di seguito, i Camuni molti dei quali assegnati ad una città vicina. »

Citati nel Trofeo di Augusto.

 

CONCLUSIONE

 Ripensando oggi a quella deviazione improvvisata lungo la Provençale, sento una profonda soddisfazione: i miei quattro figli, divenuti adulti, hanno voluto portare a loro volta i propri figli a visitare il Trofeo di La Turbie. È una gioia che mi commuove: quel monumento, così vicino a noi eppure così poco conosciuto, ha trovato nuova vita negli occhi delle generazioni più giovani.

Forse questo è il senso più autentico di opere come il Trofeo: non solo pietra e architettura, ma messaggi di continuità, capaci di superare i secoli e di unirci in una catena senza fine. Guardandolo dall’alto, sospeso tra le Alpi e il Mediterraneo, mi sembra quasi di sentire che questo dialogo tra monti e mare non è mai interrotto. Le navi che solcano il blu sottostante, le strade che serpeggiano verso l’entroterra e i monumenti che vegliano dall’alto sono tutti parte di una stessa storia: la nostra.

E così, come il mare porta in sé la memoria di mille viaggi, anche un giorno di vacanza con la famiglia si è trasformato in eredità. Un’eredità che oggi continua, più viva che mai, nel cuore e negli occhi dei miei nipoti.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, lunedì 29 Settembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


TRE RACCONTI DAL MARE ....

TRE RACCONTI DAL MARE....

Dal gatto di Boccadasse al rimorchiatore Pietro Micca, fino al garum romano: tre piccole storie che il mare continua a custodire.

Introduzione:

Non sempre il mare racconta di battaglie, di navi leggendarie, di relitti o di eroiche imprese marinare.

Talvolta, il mare diventa cornice silenziosa di storie più semplici, quasi secondarie, ma non per questo meno affascinanti.

Sono “chicche di mare”, episodi che nascono in riva, tra i moli e le spiagge, dove l’onda arriva stanca ma carica di memoria, quasi desiderosa di consegnarci capitoli di pace e di bellezza.

In queste tre piccole storie non troviamo l’eco delle guerre o il fragore delle tempeste, ma piuttosto il sorriso ironico di un gatto che ha fatto di Boccadasse la sua scena quotidiana, il respiro antico di un rimorchiatore a vapore che ancora porta con sé l’orgoglio del lavoro marittimo, e infine il sapore remoto di un condimento romano che ha viaggiato per mari e imperi.

Tre racconti diversi, uniti da un filo comune: il mare, che sa essere non solo teatro di grandi imprese, ma anche custode di emozioni discrete, di memorie tecniche, di affetti verso gli animali e di tradizioni gastronomiche che arrivano da lontano.

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IL GATTO SEPPIA

Boccadasse

Nel porticciolo di Boccadasse (Bocadâze)  è diventato ormai una vera e propria attrazione turistica.

Chi si ferma per una carezza, chi per una foto o un selfie, chi per dargli qualcosa da mangiare (anche se su richiesta dei padroni meglio evitare), tutti comunque cercano Seppia

il gatto assurto, per la sua ingrugnita e infastidita espressione, a ironico simbolo dell’accoglienza ligure.

Curiosa anche la sua singolare somiglianza con Machiavelli il gatto scontroso e sospettoso del celebre film del regista genovese Enrico Casanova del 2021 della Pixar -Luca- ambientato nel levante della nostra regione.

Così a Boccadasse alla romantica gatta con “una macchia nera sul muso” di Gino Paoli si è aggiunto il burbero gatto disneyano.

In Copertina: Foto di Stefano Eloggi

 

Il gatto Seppia, adottato da Boccadasse, è ormai un'icona. Ingrugnito e solitario, come un vero genovese. I gatti, nella storia della marineria ligure, hanno sempre avuto un ruolo speciale.

Seppia è diventato famoso per il suo aspetto caratteristico, un bianco e nero con un'espressione un po' corrucciata, e per la sua presenza costante nel pittoresco borgo di Boccadasse. 

Seppia è diventato un'attrazione turistica e un simbolo ironico dell'accoglienza ligure, tanto da essere anche menzionato nel film d'animazione "Luca" della Pixar, ambientato proprio nel levante genovese. 

Benvenuti a Zena, són mi Seppia, il gatto di Bocadâze! Belin pure a Pixar mi métte nella sua pelìcola!

Aregordâ che mi mangio solo péscio frésco, mica i tuoi pacûghi, bezûgo!

Mi non râgnâ, mogógno!

Ecco alcune curiosità su Seppia:

Aspetto e personalità:

Il suo sguardo è spesso descritto come quello tipico dell'accoglienza ligure, un po' burbera, ma in realtà è molto amato dai genovesi e dai turisti.

Celebrità social:

Seppia ha una sua pagina Instagram e una su Facebook, dove viene descritto come un gatto che "non miagola, ma mugugna" e che mangia solo pesce fresco. 

Rischio per la salute:

A causa della sua popolarità, alcuni turisti gli offrono cibo non adatto, mettendo a rischio la sua salute, in particolare la cistite cronica.

Riconoscimenti:

È stato anche raffigurato in una linea di gioielli artigianali. 

Simbolo di Boccadasse:

Seppia è ormai considerato un'icona del borgo marinaro di Boccadasse, e i visitatori lo cercano per fare una foto o una carezza. 

Alcuni si chiederanno: ma cosa c’entra Seppia con il nostro sito?

Ve lo spiega Mauro Salucci

Nel Consolato del Mare del 1719 si legge, all'articolo 65 che il padrone della barca ha il dovere di procurarsi dei gatti per impedire ai topi di rovinare il carico.

A bordo era previsto un addetto chiamato "penese" che si occupava di questi animali e aveva il compito, prima di attraccare in porto, di radunarli e metterli al sicuro, perché, richiamati dagli amori, non andassero in terraferma alla ricerca di avventure...

Anche nell'Archivio di Stato di Genova la presenza dei gatti era obbligatoria per preservare la documentazione dai roditori.

Questa attenzione per i felini è testimoniata a Genova da molti cognomi ricorrenti, come Gatti, Gatto, Pellegatto, Pellegatti e sullo stemma della famiglia nobiliare De Pelegatis è presente un felino.

E noi aggiungiamo:

I gatti erano una presenza comune e molto utile a bordo delle navi nel passato, non solo per ragioni scaramantiche, ma soprattutto per il loro ruolo nel controllo dei roditori che potevano danneggiare merci e attrezzature.

Venivano spesso imbarcati regolarmente e avevano persino documenti ufficiali, diventando a tutti gli effetti dei "gatti di bordo". 

Cos'è il "buco del gatto" sulla nave?

Il “BUCO DEL GATTO” è il nome dato all'apertura nella coffa, la piattaforma situata sulla parte alta di ogni albero, usata dai marinai addetti alle vele e dalle vedette.

UN PO' DI STORIA 

I gatti di bordo accompagnano per mre i marinai fin dall'antichità

Quella di tenere i gatti sulle navi è stata per lungo tempo una tradizione dei marinai, per via della loro efficienza nel tenere a bada le infestazioni, e grazie alla credenza che portassero buona fortuna alle navi.

Si pensa che i gatti si siano diffusi nel mondo grazie agli esploratori degli Antichi Egizi, dei Vichinghi e dell'Età delle Esplorazioni. Offrivano una buona compagnia e facevano sentire i marinai a casa.

Fin dai tempi antichi, innumerevoli navi di diverso tipo hanno ospitato uno o più gatti. I felini si occupavano dei topi, che potevano danneggiare le funi e il legno e minacciavano le riserve di cibo e le merci.

I gatti, che hanno una buona capacità di adattamento, sono perfetti per servire su una nave. Inoltre, i gatti di bordo facevano sentire i naviganti a casa. Erano particolarmente importanti in periodo di guerra, quando le provviste erano limitate, e gli uomini erano costretti a stare lontani da casa per lunghi periodi. La compagnia dei felini era la benvenuta e scaldava gli animi.

Alcune navi avevano più di un gatto, oppure ospitavano eventuali cuccioli nati in mare. I gatti potevano anche “salire di grado” e diventare mascotte di una particolare parte della nave, come la sala motore o il ponte, per diventare addirittura la mascotte ufficiale di tutta l’imbarcazione.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale, con la diffusione delle comunicazioni di massa, portò anche alcuni gatti di bordo a diventare celebrità a pieno titolo.

Ancora oggi si ricordano alcuni di loro, tra cui l’inaffondabile Sam, che servì su tre navi da guerra, una tedesca e due britanniche. Un altro è Blackie, gatto di bordo sulla HMS Prince of Wales della Royal Navy britannica.

Nella foto sotto, invece, potete vedere Tiddles, che servì su diverse portaerei britanniche.

 

FOTO FAMOSE....

Il capitano A. J. Hailey col suo gatto sulla Empress of Canada, anni venti // UBC Library Digitization Centre / Wikimedia

 

Gatto di bordo sulla Encounter durante la prima guerra mondiale

Churchill saluta il gatto Blackie prima di risalire sulla Prince of Wales

 

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LO STORICO RIMORCHIATORE

PIETRO MICCA

Immagina un piroscafo di fine Ottocento che respira vapore, sbuffa come un antico drago marino e continua a navigare, sfidando gli anni e la sorte. Costruito in Inghilterra nel 1895 nei cantieri Rennoldson & Son di South Shields, nacque con il nome Dilwara, lungo poco più di trenta metri, con motore a triplice espansione e una struttura in acciaio robusta. Era progettato per l’epoca con tecnologie avanzate, tra le più moderne nel campo dei rimorchiatori portuali.

Fu battezzato, col tempo, come rimorchiatore d’alto mare a vapore: una creatura ibrida, dotata di vele (armata a goletta) per sfruttare il vento e ridurre il consumo di carbone o olio pesante. L’armo a due alberi aggiungeva stabilità e autonomia: se il vento era favorevole, la nave avanzava senza consumare vapore, una concezione intelligente nel tramonto della navigazione a vela.

Nel 1905, dopo aver prestato servizio nei porti britannici, il Dilwara fu venduto all’Italia e ribattezzato Pietro Micca, diventando parte del registro del compartimento marittimo di Napoli.

La sua carriera italiana fu intensa: trascorse decenni al servizio delle società armatrici Merlino-Fagliotti, impegnato nel rimorchio di pontoni carichi di massi per la costruzione di moli, frangiflutti e porti lungo la costa.

La sua Sala macchine respirava vapore e sudore mentre spostava carichi colossali con una lentezza voluta, affidabile e inesorabile.

Durante le due guerre mondiali, il Pietro Micca fu reclutato come nave ausiliaria militare e dragamine. La sua potenza - una macchina da 500 cavalli vapore con compressore a 90 giri/minuto - lo rese prezioso per compiti di supporto logistico, trainando pontoni pesanti sotto le bombe o rifornendo flotte navali. Rimase operativo anche come supporto della flotta americana di stanza a Napoli fino ai primi anni Novanta del Novecento.

Nel 1996, quando il porto di Napoli fu abbandonato dalle forze americane e molte navi storiche rischiarono la demolizione, il Pietro Micca era in pericolo. Ma fu allora che intervenne la volontà dei pochi che ancora credevano nella sua storia.

Pier Paolo Giua, direttore del cantiere nautico Tecnomar di Fiumicino, scrisse una pagina determinante: fondò l’Associazione Amici delle Navi a Vapore G.L. Spinelli, raccolse fondi, convinse la famiglia Spinelli di Monte di Procida e avviò il salvataggio.

La nave fu trasferita a Fiumicino, ormeggiata nei cantieri Tecnomar, e sottoposta a un restauro lungo e paziente. Ogni lamiera, ogni vite, ogni condotta di vapore fu revisionata. Il ponte, la sala macchine, la ciminiera a strisce rosse e nere: tutto tornò a respirare storia. Il risultato fu un miracolo: il Pietro Micca, a oltre 100 anni dalla sua nascita, rimaneva la più antica nave commerciale a vapore ancora navigante d’Italia.

In quel momento, non era più solo un rimorchiatore: era un monumento vivente.

Oggi, il Pietro Micca è ancora pronto a prendere il mare. Partecipa a eventi culturali, attività didattiche, campagne ambientali e crociere storiche. Spesso diventa parte di progetti come la “Goletta Verde” di Legambiente, simbolo di un ritorno all’esperienza autentica del mare.

Il suo ponte racconta storie di lavoro portuale, di guerra, di partenze mattutine ad arco basso sul mare. È un narratore silenzioso di rivoluzioni tecnologiche e mutamenti sociali.

Sul ponte si respira tensione e precisione: una cima spezzata può valere una vita, un rimorchio mal fatto può provocare il capovolgimento.

Eppure, tra quelle lamiere e cuciture di acciaio, si percepisce il rispetto per una meccanica semplice ma robusta, fatta per durare. La sala macchine, con caldaia originale, condotte di vapore e rubinetterie antiche, conserva l’incanto di una tecnologia ottocentesca che ancora pulsa.

Il valore del Pietro Micca non è solo tecnico o estetico: è il ricordo tangibile di un’Italia marittima che sapeva costruire, innovare e navigare.

È il simbolo della cultura del lavoro portuale, della fatica manuale, ma anche della visione imprenditoriale e della volontà tenace di preservare la memoria.

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#NaviStoriche

La straordinaria storia del "Pietro Micca" 1895

Di Emilio Parenti

https://www.barchedepocaeclassiche.it/marineria/navi/550-la-straordinaria-storia-del-pietro-micca-1895.html

 

ALBUM FOTOGRAFICO

 

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RICETTA DEL GARUM

SVELATA.....

 

Per gli antichi ROMANI il pesce era una fonte essenziale di proteine. Inoltre era molto utilizzato perché poteva essere facilmente conservato sotto sale oppure grazie alla fermentazione. Uno dei prodotti più richiesti, nato da questi processi di conservazione del pesce, era il garum. Le varietà si differenziavano in base agli ingredienti aggiunti al composto: pepe (garum piperatum), aceto (oxygarum), vino (oenogarum), olio (oleogarum) o acqua (hydrogarum).

Il garum era molto apprezzato perché si conservava a lungo: veniva esportato in tutto l'Impero Romano, viaggiando per lunghe distanze. Per questo motivo, lungo le coste atlantiche della Hispania (l'attuale penisola iberica) e della Tingitana (oggi Marocco) sorsero numerosi impianti "industriali" di salagione del pesce, chiamati cetariae. Il più ricercato veniva dall'Andalusia, ma grandi stabilimenti si trovavano anche sulla costa nordafricana, da Cartagine all'attuale Algeri.

MA QUALI PESCI? I resti di pesce trovati nelle vasche di salagione sono difficili da identificare: spesso sono in condizioni pessime, frammenti piccolissimi e sbriciolati, perché, durante la produzione della salsa, le materie prime venivano schiacciate e lasciate fermentare per settimane.

 

 

Il garum romano era una salsa liquida di pesce fermentato, ricavata da interiora e pesci piccoli (come alici e sgombri), che veniva usata dagli antichi Romani come condimento onnipresente per insaporire carne, verdure e altri piatti. La preparazione, che coinvolgeva la salatura e un processo di idrolisi enzimatica, conferiva al garum un sapore umami intenso e salato,* diventando un ingrediente fondamentale della gastronomia romana, tanto da essere considerato anche un simbolo di prosperità e avere un valore nutrizionale grazie alle proteine idrolizzate.

*Sapore Umami: Il sapore umami (dal giapponese "saporito" o "delizioso") è il quinto gusto fondamentale percepito dalle nostre papille gustative, accanto a dolce, salato, amaro e acido. È caratterizzato da una sensazione di pienezza e ricchezza negli alimenti, ed è causato principalmente dalla presenza di glutammato, un amminoacido libero. Il glutammato si trova naturalmente in alimenti ricchi di proteine come formaggi stagionati, carni, alghe e pomodori maturi, e viene rilasciato.

 

Sardine: era questo l'ingrediente base del pregiato garum iberico, la salsa che faceva impazzire gli antichi Romani

Un recente studio condotto da archeologi e genetisti ha svelato la ricetta del garum, la celebre salsa di pesce fermentato molto amata nell’antica Roma.

Analizzando il DNA dei resti di pesci trovati in una vasca di salagione del sito romano di Adro Vello in Galizia (Spagna), risalente al III secolo d.C., gli studiosi hanno identificato la sardina europea (Sardina pilchardus) come ingrediente principale del garum iberico.

La fermentazione del pesce, resa possibile dall’uso del sale, produceva una salsa ricca di sale e glutammato, simile ai moderni insaporitori. Esistevano diverse varianti a seconda degli ingredienti aggiunti (es. pepe, aceto, vino, olio, acqua). Il garum era molto richiesto e veniva esportato in tutto l’Impero, soprattutto dalle coste dell’Andalusia e del Nord Africa, dove si trovavano grandi impianti di produzione.

Come abbiamo già detto, la salsa veniva prodotta attraverso un processo di decomposizione del pesce, ciò ha reso molto difficile il riconoscimento delle specie ittiche trovate nelle vasche di salagione, in quanto i processi di fermentazione accelerano il degrado del materiale genetico.

Nonostante tutto, grazie alle moderne tecnologie, gli studiosi sono riusciti ad individuare il tipo di pesce utilizzato quale ingrediente base; e non solo. In altri siti di produzione di garum sono stati trovati anche resti di altre specie, come aringhe, merluzzi, sgombri e acciughe.

Lo studio del Centro Interdisciplinare di Ricerca Marina e Ambientale (CIIMAR) dell'Università di Porto, pubblicato su Antiquity, ha anche evidenziato una maggiore purezza genetica delle sardine antiche rispetto a quelle moderne. Inoltre, l’uso del DNA antico apre nuove possibilità per approfondire le abitudini alimentari e i commerci del mondo romano.

 

Domande e risposte

Dove veniva conservato il garum?

Nelle ANFORE: i container dell'antichità

Quando la parte liquida si era molto ridotta, s'immergeva in un recipiente pieno di liquamen un cestino; il liquido che vi filtrava dentro era garum, e veniva conservato in anfore nelle cantine.

 Come era fatto il garum romano?

 Il secondo prodotto che usciva dalle cetariae erano le salse, la più popolare delle quali era il garum. Per la sua produzione, le vasche venivano riempite di pesci piccoli (ciò che oggi chiamiamo minutaglia), acciughe, sgombri e le parti rimanenti dei pesci di dimensioni maggiori.

Cosa vuol dire garum?

Il garum era un'antica e diffusa salsa romana a base di pesce fermentato e sale, con origini ancora più antiche in Grecia e Fenicia. Era preparato con interiora, sangue e a volte piccoli pesci, che venivano messi a macerare al sole e salati per lunghi periodi. Oggi, il garum è stato riscoperto e reinterpretato, con moderne versioni che utilizzano tecniche di fermentazione più sostenibili per creare una salsa sapida e ricca di umami, impiegata in varie preparazioni culinarie. 

Dove posso acquistare il garum dei Romani?

Il Garum dei Romano è disponibile sul nostro sito ufficiale e presso punti vendita selezionati come gastronomie, epicerie, boutique del gusto, enoteche. Visita il nostro shop online per scoprire le offerte e le promozioni dedicate agli amanti della cucina gourmet.

Che cos'è il garum moderno?

 Il garum moderno viene fatto fermentare a 60° per più di due mesi con l'aiuto del koji; il risultato è una salsa densa che può essere utilizzata in molti modi in cucina, e anche gli avanzi di parmigiano e pancetta possono essere utilizzati in modo ottimale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


CAMPI FLEGREI

 

CAMPI FLEGREI

 

SOMMARIO

- INTRODUZIONE

- CAMPI FLEGREI – POZZUOLI ED IL SUO    MONDO

- SAN GENNARO DI POZZUOLI

- BRADISISMI NEI CAMPI FLEGREI

- CONCLUSIONE

 

EVVIVA I CAMPI FLEGREI! 

Il suolo il più infido, sotto il cielo il più limpido! Acque bollenti, grotte le quali sprigionano vapori zolforosi, monti calcari, decomposti, selvaggi, ostili alla vita delle piante, ed ad onta di ciò, vegetazione rigogliosa quanto si possa vedere dovunque; la vita che trionfa sulla morte; stagni, ruscelli, e per ultimo una foresta stupenda di querce, sulla pendice di un antico volcano.

Johann Wolfgang von Goethe

 

 INTRODUZIONE

 La “Baia Sommersa” dei Campi Flegrei si estende lungo il litorale tra Bacoli e Pozzuoli, proprio di fronte all’antico porto di Baia. Oggi quest’area, divenuta Parco Archeologico Sommerso di Baia (2002), è un luogo unico al mondo: un museo subacqueo che custodisce templi, ville, mosaici e statue romane inghiottite dal mare a causa del bradisismo.

Il fenomeno dello sprofondamento del terreno, che nei secoli ha mutato il profilo costiero flegreo, ha reso possibile la conservazione straordinaria di un’intera città romana sotto il livello del mare, donandoci una testimonianza viva della grandezza e della fragilità del mondo antico.

Per me, però, Baia non è soltanto un sito archeologico. È anche un ricordo personale, nitido e indimenticabile.
Era il 1969 e mi trovavo al comando del rimorchiatore d’altomare M/r BRASILE, quando ricevetti l’ordine di recarmi a Baia per prendere a rimorchio una nave destinata alla demolizione a Spezia.

 

Banchina del Porto di Baia

Arrivammo dopo il tramonto e ottenemmo dalla Capitaneria l’autorizzazione ad attraccare alla banchina. La manovra procedeva regolarmente, in condizioni di assoluta calma di mare e di vento.

Eppure, a poche decine di metri dall’ormeggio, sentimmo un colpo secco sotto lo scafo: non forte, ma abbastanza da lasciarci perplessi. Nessuno a bordo seppe spiegarselo. Il giorno successivo, mandai in acqua il nostro sommozzatore Dugga, veterano coraggioso della Seconda guerra mondiale.

Dopo aver controllato lo scafo e rassicurato che non vi fosse alcun danno, tornò su con una rivelazione che ci lasciò senza parole: sotto di noi si estendeva una città sommersa, con mosaici, statue e persino ninfei. Forse avevamo urtato proprio il tetto di una villa romana.

Da quel giorno Baia è rimasta impressa nella mia memoria. Non solo come un porto di transito, ma come un luogo di mistero e fascino senza tempo, capace di legare la mia vita di mare alle profondità della storia.

 

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I CAMPI FLEGREI – POZZUOLI ED IL SUO MONDO

GOLFO DI NAPOLI

 

Il golfo di Napoli visto da Castellamare di Stabia

 

POZZUOLI E IL SUO MONDO

 

I Campi Flegrei sono un'area vulcanica attiva situata ad ovest di Napoli, che include i comuni di Bacoli, Monte di Procida, Pozzuoli, Quarto, Giugliano in Campania e parte della città di Napoli.

Cartina SAT dei Campi Flegrei con i laghi

 

I laghi dei Campi Flegrei sono quattro: il Lago d'Averno, un lago vulcanico dal fascino mitologico; il Lago di Lucrino e il Lago Fusaro, lagune costiere sorte per sbarramento; e il Lago Miseno, anch'esso una laguna costiera conosciuta come Mar Morto. Questi specchi d'acqua sono un'importante risorsa idrografica e testimoniano l'intensa attività vulcanica che ha caratterizzato l'area nel corso dei secoli.

Lago d'Averno: È un tipico lago vulcanico situato all'interno di un cratere, circondato da colline e boschi. Il suo nome deriva dal greco "Aornos" (senza uccelli) a causa delle antiche esalazioni sulfuree che un tempo rendevano l'aria tossica. È stato considerato l'ingresso agli Inferi nella mitologia e nella letteratura classica, come nell'Eneide e nell'Odissea. 

Lago di Lucrino: Una laguna costiera la cui origine è legata a uno sbarramento naturale. Un tempo era molto più grande e fu sfruttato fin dall'epoca romana per l'itticoltura, soprattutto per l'allevamento di ostriche. 

Lago Fusaro: Anch'esso una laguna costiera e un'altra testimonianza dell'attività vulcanica dei Campi Flegrei. È famoso per la Casina Vanvitelliana, una struttura architettonica settecentesca situata sull'isola nel lago. 

Lago Miseno: Conosciuto anche come Mar Morto, è una laguna costiera situata nel comune di Bacoli, tra Monte di Procida e Capo Miseno. È caratterizzato da una natura affascinante e radici storiche che si intrecciano con il mito. 

I Campi Flegrei non hanno un unico vulcano, ma sono una vasta area vulcanica con diversi centri eruttivi attivi e quiescenti, tra cui spiccano la Solfatara di Pozzuoli, nota per le sue attività fumaroliche, e il Monte Nuovo, (nella foto SAT), l'edificio vulcanico più recente formatosi nel 1538.

MONTE NUOVO - Storia 

https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Nuovo

 

Monte Nuovo e lago d'Averno come si vedono dalla SS 7 via Domiziana

Campi Flegrei, vulcano Monte Nuovo. Veduta Lago di Lucrino

 

POZZUOLI

 

 

ANFITEATRO FLAVIO

POZZUOLI

https://it.wikipedia.org/wiki/Anfiteatro_Flavio_(Pozzuoli)

ANFITEATRO FLAVIO Il terzo anfiteatro romano più grande d'Italia, terminato dagli imperatori della dinastia FLAVIA capace di ospitare 40.000 spettatori.

Le principali attrazioni a Pozzuoli

Solfatara. 1.757. Vulcani. ... 

Baia Archeological Park. 174. Siti storici. ... 

Parco Archeologico di Cuma. 426. Siti storici. ... 

Anfiteatro Flavio. 726. Rovine antiche. ... 

Lago d'Averno. 436. Corsi e bacini d'acqua. ... 

Campi Flegrei. Sorgenti d'acqua calda e geyser. ... 

Rione Terra. 524. ... 

Antro della Sibilla. 279.

Comune di Pozzuoli - Città dei campi Flegrei

 I due Anfiteatri di Pozzuoli

https://comune.pozzuoli.na.it/percorso-archeologico-del-rione-terra/anfiteatri/

 

Chi è più antica, Napoli o Pozzuoli?

La storia di Pozzuoli però è più antica, perchè ci sono prove della sua frequentazione fin dal VII sec. a.  Inoltre nel 421 a.c. passò in mano ai Sanniti.

 

 

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SAN GENNARO DI POZZUOLI

San Gennaro non è nato a Pozzuoli; le fonti indicano che è nato a Benevento (o forse Napoli) e fu martirizzato a Pozzuoli nel 305 d.C. durante le persecuzioni di Diocleziano, motivo per cui viene chiamato "San Gennaro di Pozzuoli", in riferimento al luogo del suo martirio e non della sua nascita.

San Gennaro di Pozzuoli

 Il Santuario di San Gennaro alla Solfatara, situato nella zona dei Campi Flegrei, dove, secondo la tradizione, il Santo vescovo fu decapitato. La chiesa conserva la pietra del martirio, sulla quale si dice appaiano macchie di sangue che si ravvivano in sincronia con il fenomeno del miracolo del sangue di Napoli.

 

IL SANTUARIO DI SAN GENNARO ALLA SOLFATARA DI POZZUOLI

HOLY BLOG

https://www.holyart.it/blog/articoli-religiosi/il-santuario-di-san-gennaro-alla-solfatara-di-pozzuoli/

https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_San_Gennaro_alla_Solfatara

San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli

 

 

FAMIGLIA CRISTIANA

 SAN GENNARO, DAL MARTIRIO AL MIRACOLO DEL SANGUE, LE COSE DA SAPERE

https://www.famigliacristiana.it/articolo/san-gennaro-dal-martirio-al-miracolo-del-sangue-le-cose-da-sapere.aspx

 

SAN GENNARO NELL’ANFITEATRO DI POZZUOLI

QUADRO FAMOSO – STORIA

https://it.wikipedia.org/wiki/San_Gennaro_nell%27anfiteatro_di_Pozzuoli

 

OSSERVATORE ROMANO

Una compagnia di amici cristiani

La storia di S. Gennaro vescovo di Benevento martire sotto Diocleziano

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-09/una-compagnia-di-amici-cristiani.html

San Gennaro condannato al martirio

 Era il 305 d.C. quando si trovò a visitare Pozzuoli, in una missione per incontrare il vescovo di Bacoli, suo stretto amico.

Proprio in quest’occasione fu condannato, assieme ad altri sette predicatori cristiani (fra cui anche San Procolo, il protettore di Pozzuoli), al martirio dinanzi alle bestie. E fu qui che accadde il miracolo: una volta scatenati i leoni feroci, anziché avventarsi sul santo e sugli altri martiri, si ammansiscono.

Artemisia li dipinse così: San Gennaro, con la mano in alto, come nell’atto di una benedizione, con i leoni di fronte: in alto uno feroce, che ringhia ancora, al centro uno che lo osserva, quasi ipnotizzato, e in primo piano uno ammansito che quasi si inchina.

 

E sotto la veste si vede un piede che il santo prova a tirare indietro mentre la bestia si avvicina, perché San Gennaro era pur sempre un uomo e, in cuor suo, quel pizzico di umana paura è tradito proprio da questo particolare.

Accanto a lui, San Procolo che ringrazia Dio per il miracolo.

Questo prodigio non salvò nessuno dei martiri cristiani. E lo stesso San Gennaro fu decapitato.

 

ARTEMISIA GENTILESCHI

 

Artemisia Gentileschi è stata una celebre pittrice italiana del XVII secolo, nota per le sue opere di grande intensità emotiva e per essere una delle prime donne a ottenere riconoscimento nel mondo dell'arte europea.
Nata a Roma nel 1593, Artemisia mostrò un talento precoce per la pittura. Grazie anche alla guida artistica di suo padre, il pittore Orazio Gentileschi, potè imparare i trucchi del mestiere.

https://it.wikipedia.org/wiki/Artemisia_Gentileschi

STORIENAPOLI

Opere di Artemisia Gentileschi

https://storienapoli.it/2022/01/07/san-gennaro-nellanfiteatro-pozzuoli/

 

 

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BRADISISMI NEI CAMPI FLEGREI

La storia del bradisismo ai Campi Flegrei è una successione di lenti movimenti del suolo, che includono periodi di sollevamento (fase ascendente) e di abbassamento (fase discendente) dovuti alla pressione del magma in profondità. Le crisi bradisismiche più recenti e intense si sono verificate tra il 1970 e il 1972 e tra il 1982 e il 1984, causando un sollevamento del suolo di diversi metri, numerosi terremoti, danni agli edifici e lo spostamento di parte della popolazione di Pozzuoli. Dopo un periodo di subsidenza, dal 2005 è iniziata una nuova fase di sollevamento del suolo, tuttora in atto e accompagnata da un livello di allerta giallo. 

 

BRADISISMO FLEGREO

https://it.wikipedia.org/wiki/Bradisismo_flegreo

 Il Bradisismo dei Campi Flegrei nelle fonti storiche

https://www.archeoflegrei.it/il-bradisismo-dei-campi-flegrei-nelle-fonti-storiche/

 

 

 Dati termici della Stazione Spaziale Internazionale nella zona dei #CampiFlegrei per rilevare le variazioni di temperatura che precedono i terremoti più intensi.

Secondo un nuovo importante studio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (#INGV), il monitoraggio satellitare potrebbe migliorare la sorveglianza dei Campi Flegrei, integrandosi con i sistemi di allerta sismica e termica esistenti.

Grazie alle osservazioni satellitari, si potrebbero rilevare con maggiore precisione variazioni anomale di temperatura e deformazioni del suolo, offrendo avvisi anticipati su scosse intense in modo da proteggere la popolazione.

 

La freccia Rossa indica la posizione del Tempio di Serapide

 

Macellum di Pozzuoli

TEMPIO DI SERAPIDE

 II Secolo d.C.

 

 

Il Tempio di Serapide è uno dei monumenti più noti e rappresentativi dei Campi Flegrei: si trova nella zona più vitale del centro di Pozzuoli, a pochi passi dalle banchine del porto.

Verso la metà del ‘700 il re Carlo di Borbone, incuriosito da grandi colonne di marmo cipollino che affioravano da un fondo noto come “Vigna delle tre colonne”, (Antonio Niccolini, ”Descrizione della gran Terma Puteolana, volgarmente detta Tempo di Serapide”, Stamperia Reale Napoli 1846), ne ordinò uno scavo archeologico e, al di sotto di molti metri di residui marini, fu dissotterrato il cd Tempio di Serapide, che, nel corso dei secoli, è diventato il simbolo del bradisismo flegreo.

Numerose, infatti, sono le immagini che lo ritraggono ora semi-sommerso dal livello del mare, ora completamente all’asciutto.

Si presenta come un cortile a pianta quadrata, circondato da un porticato sul quale si affacciano le botteghe che si aprono alternativamente ora verso l'interno ora verso l'esterno; due latrine pubbliche sono dislocate ai lati dell'abside di fondo. Mentre resti di scale che conducevano al piano superiore del porticato si conservano ai lati dell'ingresso monumentale che si apriva verso il porto; infine, al centro del cortile vi è una costruzione circolare sopraelevata, circondata un tempo da colonne sul quale podio si poteva salire tramite quattro scalinate disposte a croce.

Tutto l'edificio ricorda nella pianta altri mercati di città antiche, come quelli di PompeiMorgantinaRoma e Cremna.

Tra questi il Macellum di Pozzuoli resta uno dei più grandiosi ed integri, grazie anche alla sommersione bradisismica che nei secoli passati lo ha preservato da una più grande spoliazione dei suoi elementi architettonici.

L'edificio è stato a lungo impropriamente denominato Tempio di Serapide, per il rinvenimento di una statua del dio egizio nel 1750, all'epoca dei primi scavi. Studi successivi hanno invece accertato che si tratta dell'antico Macellum, cioè il mercato pubblico della Puteoli romana.

Esso è, per dimensioni, il terzo più importante monumento napoletano di questo tipo.

A livello scientifico, esso ha rappresentato per alcuni secoli l'indice metrico più prezioso e preciso che si aveva a disposizione per misurare il fenomeno del bradisismo. 

 

Il monumento a Pozzuoli che ha testimoniato e misurato il fenomeno del bradisismo per secoli è il Macellum, meglio conosciuto come il Tempio di Serapide. Le sue colonne presentano infatti fori scavati da molluschi marini fino a una certa altezza, indicando il livello massimo raggiunto dal mare, e quindi l'entità del sollevamento o abbassamento del suolo.

 

Protezione Civile Pozzuoli

Portale del Cittadino 

https://protezionecivilepoz.wixsite.com/pozzuoli/copia-di-pianificazioni-di-protezio

 

Dipartimento della Protezione Civile

Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

Mappa zone di pianificazione nazionale di emergenza nell’area flegrea

 

La mappa indica la zona rossa e la zona gialla, previste dalla pianificazione nazionale di emergenza per il rischio vulcanico per i Campi Flegrei. Le aree sono state individuate nel Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 24 giugno 2016.

La zona rossa è l’area per cui l’evacuazione preventiva è, in caso di “allarme”, l’unica misura di salvaguardia per la popolazione. In caso di eruzione, sarebbe infatti esposta al pericolo di invasione di flussi piroclastici che, per le loro elevate temperature e velocità, rappresentano il fenomeno più pericoloso per le persone. Nell’area vivono circa 500mila abitanti.

La zona gialla è l’area che, in caso di eruzione, sarebbe esposta alla significativa ricaduta di ceneri vulcaniche. Per quest’area potrebbero essere quindi necessari allontanamenti temporanei della popolazione che risiede in edifici resi vulnerabili o difficilmente accessibili dall’accumulo di ceneri. 

Nell’area vivono oltre 800mila abitanti. 

Le aree di attesa sono quelle da cui, in caso di dichiarazione di “allarme”, partono i pullman della Regione Campania per condurre i cittadini nelle aree di incontro, al di fuori della zona rossa. Sono individuate nei Piani di protezione civile comunali.

Le aree di incontro sono le 6 aree, al di fuori della zona rossa, da cui partono i cittadini che scelgono il trasporto assistito (via pullman, treno, nave) per raggiungere le Regioni e le Province autonome gemellate con i propri Comuni.

 

 

CONCLUSIONE

La nostra Italia è uno scrigno straordinario, ricco di tesori che spaziano dall’arte alla musica, dalla storia alla religiosità, senza dimenticare il clima, il mare, lo sport. Ogni regione custodisce meraviglie uniche, ma ciò che rimane più impresso nel cuore di chi viaggia non sono solo i monumenti o i panorami: è l’umanità della gente incontrata lungo il cammino.

Ebbene, i Campi Flegrei rappresentano in pieno questa ricchezza. Qui la bellezza della natura e della storia si intreccia con la forza e la resilienza di chi vi abita. In questa terra che palpita, che si muove, che vive sospesa tra il respiro profondo del vulcano e il mare che custodisce la memoria del passato, la vita continua con una normalità sorprendente.

Ciò che più colpisce è proprio questo: gli abitanti dei Campi Flegrei, pur consapevoli del rischio di vivere sopra un terreno che da sempre trema e sprofonda, non pensano a fuggire. Restano, radicati alla loro terra, con un senso di appartenenza che rasenta il religioso fatalismo. È un atteggiamento che commuove, un mistero difficile da spiegare, ma che dona a questa zona un carattere unico, capace di restare nella memoria di chiunque vi si avvicini.

In questa terra che respira e trema, la forza della gente rende eterno ciò che il tempo minaccia di cancellare.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, mercoledì 24 settembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA VIA APPIA - UNA ROTTA DI PIETRA TRA DUE MARI

LA VIA APPIA 

UNA ROTTA DI PIETRA TRA DUE MARI

La Via Appia non fu solo una strada: fu una rotta di pietra tra due mari, dove Roma incontrò altri mondi e scrisse pagine di storia che ancora oggi ci parlano.

 

Introduzione

La mia passione per Roma e per la sua storia nacque quando, ancora ragazzo, mio padre mi fece ascoltare per la prima volta il poema sinfonico di Ottorino Respighi (1924): I Pini della Via Appia.

Quelle note mi trascinarono dentro un sogno: sentivo la terra tremare sotto i passi delle legioni, le buccine chiamare all’avanzata, le trombe aprire la strada al trionfo sul Campidoglio. Era come trovarsi davanti a un film grandioso, che la mia fantasia di studente – allora immerso nello studio della potenza di Roma – trasformò in un ricordo indelebile. Da quel giorno, la musica e la storia divennero per me due vele gemelle gonfiate dallo stesso vento.

Con gli occhi del marinaio, oggi rivedo la Via Appia non solo come una strada di pietre, ma come una grande rotta tracciata sulla terra: una via che, come una corrente marina, univa due mari e apriva Roma verso due continenti. Era la sua autostrada d’acqua e di terra insieme, il corridoio che permise all’Impero di salpare verso l’Oriente. Su quella via si consumò l’incontro e lo scontro di civiltà diverse che, come onde provenienti da opposte direzioni, finirono per mescolarsi, generando nuove correnti di cultura, arte e pensiero.

La Via Appia fu dunque più di una strada: fu una rotta di vele e di triremi che proseguiva nel Mediterraneo, un porto sempre aperto dove le genti si incontravano come navi in rada. E ancora oggi, percorrendola con la memoria, si può sentire lo stesso vento che spingeva le legioni a terra e le flotte sul mare: il vento della storia, che non smette mai di soffiare.

 

Un po’ di storia...

Nel 2024, la 46a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, svoltasi a New Delhi in India ha iscritto il sito “Via Appia - Regina Viarum” nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, per le tecniche ingegneristiche innovative grazie a cui fu costruita che ne fanno un sorprendente esempio di edilizia e architettura capace di illustrare una fase significativa nella storia umana. Inoltre, le prime 12 miglia, costellate da numerosi e celebri monumenti, costituiscono uno dei tratti dell’itinerario più celebrati nell’arte attraverso i secoli.

 

Era chiamata Regina Viarum, la regina delle strade.

Un appellativo quanto mai meritato visto che la via Appia antica era la principale arteria di comunicazione del mondo mediterraneo. Nel 312 a.C. fu il console Appio Claudio a dare il nome alla nuova arteria per costituire un asse viario che collegasse velocemente Roma ai Colli Albani, utile prima di tutto per il movimento delle truppe verso sud durante la Seconda Guerra Sannitica (326-304 a.C.).

Nel tempo, la strada seguì l’espansione del dominio romano e si estese prima a Capua, poi a Maleventum - trasformato, dopo la vittoria nel 268 a.C. su Pirro, in Beneventum, secondo la tradizione - e, successivamente, a Taranto e infine, per volere di Traiano, nel 191 a.C. avrebbe raggiunto Brindisi, il principale porto per la Grecia e l’Oriente.

Quando fu tracciata era un miracolo di innovazione tecnologica, migliore e soprattutto molto più duratura rispetto alle dissestate strade romane di oggi.

 

Il segreto?

Destinata ad essere percorribile in tutte le condizioni meteorologiche e con ogni mezzo, l’Appia aveva una pavimentazione realizzata con grandi pietre levigate e perfettamente combacianti, posate su uno strato di pietrisco capace di garantire tenuta e drenaggio.

 

 

Al di là del chiaro impiego militare, una volta completata, la strada divenne uno strumento di pace e di comunicazione per collegare Roma con le sponde dell’Adriatico, da dove non era poi difficile partire per quello che era ritenuto il faro culturale dell’Impero, ossia quella Grecia, protettorato romano dal 146 a.C. e tredici anni più tardi provincia della Roma imperiale.

Una funzione, quella dell’Appia, che non si esaurì con la fine della mastodontica struttura statale romana, ma ebbe vita lunga nelle epoche successive, assicurando facilità di movimento prima ai Crociati, poi a Federico II di Svevia e pure ai pellegrini che andavano a pregare a Gerusalemme.

Questa efficienza, mantenuta per oltre quindici secoli, era dovuta alla tecnica costruttiva della Regina viarum.

Larga quattordici piedi romani, ossia poco meno di quattro metri e mezzo, la strada prevedeva uno scavo che seguiva l’andamento dei bordi, indispensabili per dare il verso alla direzione. All’interno dello scavo si collocavano tre strati.

Il primo strato, detto statumen, era costituito da pietre grezze e grandi collocate nella sede stradale.

Il secondo strato consisteva nella messa in opera della malta e del pietrisco che assicurava il drenaggio sia dell’acqua meteorica (la pioggia), sia di quella di eventuali alluvioni.

Era detto glareatum oppure rudus e veniva battuto con cura.

Il terzo strato, l’ultimo, era formato da una miscela di malta, sabbia e puzzolana (detto nucleus) nel quale si affogavano i basoli di pietra lavica che costituivano il pavimentum. 

Si capisce, allora, perché l’Appia sia sopravvissuta a ogni prova del tempo atmosferico e di quello della Storia. Oggi, come un fiume carsico, la Regina viarum s’inabissa nella modernità per riemergere inaspettata portando con sé la memoria del passato, ma anche una speranza per il futuro. Infatti, se l’Appia sopravviverà alla sciatteria degli uomini, avremo un mondo migliore.

Questo pare essere il tacito messaggio contenuto nei sorprendenti “scatti” del fotografo Giulio Ileardi, pubblicati nell’elegante catalogo edito da Gangemi, arricchito dai contributi di Luigi Oliva a Simone Quilici, curatori dell’esposizione.

Qui ci accoglie un video che raccoglie i momenti salienti di questo viaggio nel lontano passato e, come ovvio, le fotografie che documentano, per esempio, l’opus reticulatum del Capitolium di Terracina, ma pure i resti di un sepolcro di età romana che convivono con l’insegna di un 'Pizza- Point' a Formia, oppure gli archi dell’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere che hanno per sfondo anonimi edifici di edilizia popolare.

E’ un’esperienza unica perché per arrivarci bisogna camminare su quello stesso 'basolato' che era stato calcato da Orazio e da Augusto, da Mecenate e da Costantino.

I nostri piedi, incredibile a dirsi, vivono quelle medesime esperienze e registrano le stesse sensazioni sebbene siano diverse le calzature. Solo che tutto questo non è teoria, ma sta nella memoria dei nostri piedi.

Allargate questa cartina Che sintetizza, la Via Appia antica con tutte le località: Capua, Benevento, Venosa, che collegavano Roma a Brindisi, attraversando quattro regioni: Lazio, Campania, Basilicata e Puglia. Il tracciato si snoda per circa 630 chilometri.

 

 

LE SUE FUNZIONI variarono col tempo:

Da via militare e commerciale di grande importanza, che collegava Roma con l’Italia meridionale, divenne nel tempo anche la strada dove transitavano i pellegrini per imbarcarsi per Gerusalemme.

Non è la via Francigena del sud che non è mai esistita e non esiste, oggi viene chiamata così per solo lucro turistico.

La vera ed unica Via Francigena parte dalla Cattedrale di Canterbury e termina alla Città del Vaticano.

 

LE PIU’ BELLE IMMAGINI DELLA VIA APPIA

 

La costruzione della Via Appia fu un’impresa monumentale che rifletteva secoli di straordinaria abilità artigianale.

 

 ROMA – BRINDISI

Regina Viarum (Appia Antica)

UN APPROFONDIMENTO DEL TRACCIATO

Per comodità Riportiamo la cartina che evidenzia i nomi delle località più conosciute.

 

Percorso

I tracciati: in bianco la via Appia, in rosso la via Traiana

Il percorso originario dell'Appia Antica, partendo da Porta Capena, vicino alle Terme di Caracalla, collegava l'Urbe a Capua (Santa Maria Capua Vetere) passando per Ariccia, Forum Appii, Anxur (Terracina) nei pressi del fiume Ufente, Fundi, Itri, Formiae, Minturnae  e Sinuessa (Sessa Aurunca). 

Da Capua  proseguiva poi per Vicus Novanensis (Santa Maria a Vico) e, superando la stretta di Arpaia, raggiungeva, attraverso il ponte sul fiume Ischero, Caudium (Montesarchio).

 Da qui, costeggiando il monte Mauro, scendeva verso Apollosa  e il torrente Corvo,  su cui, a causa del corso tortuoso di questo, passava tre volte, utilizzando i ponti in opera pseudo isodoma di Tufara Valle di Apollosa e Corvo, i primi due a tre arcate e l'ultimo a due. Essi furono distrutti durante la Seconda guerra mondiale,  e solo quello di Apollosa è stato ricostruito fedelmente.

È dubbio quale percorso seguisse l'Appia da quest'ultimo ponte fino a Benevento; rimane però accertato che essa vi entrava passando sul Ponte Leproso o Lebbroso, come indicato da tracce di pavimentazioni che conducono verso il terrapieno del tempio della Madonna delle Grazie.

Da cui poi proseguiva nel senso del decumano, cioè quasi nel senso dell'odierno viale San Lorenzo e del successivo corso Garibaldi, per uscire dalla città ad oriente e proseguire alla volta di Aeclanum (presso l'attuale Mirabella Eclano),  come testimoniano fra l'altro sei cippi miliari conservati nel Museo del Sannio. 

Superata Aeclanum (nota anche come Aeculanum), la strada giungeva nella Valle dell’Ufita  ove, presso la località Fioccaglie di Flumeri,  si rinvengono i resti di un insediamento graccano  denominato probabilmente Forum Aemilii.

Da tale centro abitato si dipartiva infatti una diramazione, la via Aemilia  diretta ad Aequum Tuticum  e probabilmente nell’Apulia adriatica.

L'Appia raggiungeva invece il mar Ionio a Tarantum  passando per Venusia (Venosa) e Silvium (Gravina). 

Poi svoltava a est verso Rudiae (Grottaglie) (transitando per una stazione di posta presente nella città di Uria (Oria) e, da qui, terminava a Brundisium (Brindisi), nell'allora Calabria) dopo aver toccato altri centri intermedi.

In epoca imperiale la Via Appia Traiana  avrebbe poi collegato, in maniera più lineare, Benevento con Brindisi passando per Aequum Tuticum  (presso Ariano Irpino Aecae  (Troia) Herdonias (Ordona), Canusium (Canosa)  e Barium (Bari). 

 

Monumenti e luoghi d'interesse storico lungo la Via APPIA, nei dintorni di Roma.

 

Nel tratto incluso nei confini di Roma Capitale  (I-IX miglio)

 

 

I° miglio

La via partiva originariamente da Porta Capena,  in seguito da Porta Appia. 

ARCO DI DRUSO

L’Arco di Druso, che ancora oggi si attraversa percorrendo la via Appia in uscita dalla città, si trova a pochi passi da Porta S. Sebastiano.
Si tratterebbe in origine dell’arco trionfale dedicato, nel 9 a.C., a Druso Maggiore, figliastro di Augusto, e successivamente inserito nel tracciato dell’Acquedotto Antoniniano.

Viandanti sull'Appia Antica. Dipinto del 1858 di Arthur John Strutt. 

 

  • Area archeologica del viadotto di via Cilicia

  • Fiume Almone 

  • Santuario di Marte Gradivo

      .  Tomba di Geta

 

Sepolcro di Priscilla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sepolcro di Priscilla è una tomba  monumentale eretta nel I Secolo a Roma sulla Appia antica, situata di fronte alla Chiesa del Domine quo Vadis.

 

Chiesa del Domine quo vadis

La chiesa del "Domine quo vadis", o Santa Maria in Palmis, è un piccolo luogo di culto cattolico che si trova a Roma, al bivio tra l’Appia Antica e la via Ardeatina, nel quartiere Appio-Latino. 

 

L'impronta del Quo Vadis

 

Villa dei mosaici dei tritoni

 

 

Cappella di Reginald Pole

 

Questo piccolo edificio di culto sorge all'inizio del II miglio della via Appia Antica, proprio all'incrocio con via della Caffarella. 

 

Colombario dei liberti di Augusto

Incrocio con via della Caffarella

 

Ipogeo di Vibia

L’ipogeo di Vibia è una catacomba di Roma  di diritto privato, sull'antica via Appia,  nel quartiere Appio-Latino. 

 

Catacombe di San Callisto

«Le catacombe per eccellenza, il primo Cimitero ufficiale della Comunità di Roma, il glorioso sepolcreto dei Papi del III secolo»

([Giovanni Battista de Rossi])

 

Le catacombe di San Callisto fanno parte del cosiddetto complesso callistiano, un'area di circa 30 ettari compresa tra la via Appia Antica, la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese, a Roma, che ospita diverse aree funerarie e catacombali.

 

Mausoleo delle Fosse Ardeatine

 

A pochi metri dalle catacombe di S. Callisto si trova il mausoleo delle Fosse Ardeatine, che rendere omaggio alla memoria delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Su questo luogo, lungo la via Ardeatina, sorgevano storicamente alcune cave di materiali vulcanici utilizzati a scopi edili, conosciute come Fosse Ardeatine. Durante l’occupazione tedesca di Roma, il 24 marzo del 1944, un gruppo di soldati tedeschi uccise qui 335 civili, nascondendone i corpi all’interno della cava, per rappresaglia nei confronti di un attentato del giorno prima da parte dei partigiani. A cinque anni dal tragico evento, il 24 marzo 1949, fu inaugurato un solenne mausoleo, in eterna memoria dei martiri romani.

 

Incrocio con via Appia Pignatelli

 

Basilica di San Sebastiano fuori le mura e catacombe di San Sebastiano

La basilica di San Sebastiano fuori le mura è un luogo di culto cattolico di Roma, nel quartiere Ardeatino, sulla via Appia Antica al numero 136. Fa parte delle sette Chiese visitate dai pellegrini in occasione del Giubileo. 

 

Complesso della Villa di Massenzio  (con palazzo, circo e mausoleo) e sepolcro dei Servilii

Casale di Romavecchia

 

Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Caetani

Il mausoleo di Cecilia Metella è un grandioso monumento funerario romano, situato nei pressi della via Appia.  Costituisce con il Castrum Caetani un continuum archeologico, che sorge a Roma, poco prima del III miglio della Via Appia Antica,  subito dopo il complesso costituito dal Circo,  dalla Villa,  e dal sepolcro del figlio dell'imperatore Massenzio, Valerio Romolo. 

      .  Chiesa di San Nicola a Capo di Bove

  •      Forte Appia Antica

 

Mausoleo di Sant’Urbano martire

Il Mausoleo di Sant'Urbano, situato sulla Via Appia Antica, è una monumentale tomba in laterizio databile al IV secolo d.C. Si trova non lontano dal Mausoleo di Cecilia Metella e deve il suo nome alla tradizione cristiana secondo cui la matrona Marmenia avrebbe qui trasportato le spoglie del vescovo e martire Sant'Urbano. 

 

Sepolcro di Hilarus Fuscus

 

 

Tumuli cosiddetti degli Orazi e Curiazi

 

Villa dei Quintili

La Villa dei Quintili è un sito archeologico situato a Roma,  tra il V miglio di via Appia Antica e il settimo chilometro di via Appia Nuova. 

 

Casal Rotondo

Casal Rotondo è un mausoleo romano in rovina sito al VI miglio della via Appia Antica.  

 

Acquedotto dei Quintili

L'acquedotto dei Quintili è uno dei monumenti in consegna al Parco Archeologico dell’Appia Antica. Un lungo tratto si conserva tra la via Appia Antica e la via Appoia Nuova  in prossimità di via del Casale della Sergetta e il Grande Raccordo Anulare.

. Sepolcro del vaso di alabastro (VII miglio

. Tempio di Ercole (VIII miglio)

.  Berretta del prete

.  Mausoleo di Gallieno (IX miglio)

 

Torre Leonardo

Torretta innestata su un antico sepolcro romano a Frattocchie di Marino (m. XI Appia Antica, km. 19 Appia Nuova).

I comuni interessati sono Ciampino e Marino  (nelle sue località Santa Maria delle Mole e Frattocchie). 

  • Sepolcro a tumulo "Monte di Terra"

  • Mausoleo circolare "La Mola" (a Santa Maria delle Mole,  non molto lontano dalla stazione ferroviaria) 

  • Sepolcro con torretta a Frattocchie  (XI miglio)

All'XI miglio, presso Frattocchie, questo primo tratto superstite dell'Appia antica si unisce alla Via Appia Nuova. 

 

 

 

Mausoleo della Conocchia - Via APPIA

Il *Mausoleo della Conocchia* o semplicemente la Conocchia, è il principale monumento di Curti CE: si tratta di un monumento funerario che si erge imponente e maestoso sul percorso dell'antica Via Appia; il nome popolare deriva dalla forma che ricorda la conocchia (o fuso), oggetto usato per filare.

Risalente probabilmente al II secolo d.C., il sepolcro è dotato di undici nicchie ove si posavano le urne cinerarie.

Secondo la tradizione vi fu sepolta anche Flavia Domitilla, la matrona romana nipote di Vespasiano, perseguitata da Domiziano perché era di religione cristiana.

Altre fonti, invece, affermano che in questo mausoleo furono depositate le ceneri di Appio Claudio Cieco, politico e letterato romano, che realizzò proprio la Via Appia nel 312 a.C.

 

VIA APPIA ANTICA - PARCO ARCHEOLOGICO - MINTURNO (LATINA)

 

 

VIA APPIA – Catacomba di PRETESTATO

La catacomba di Pretestato sorge al secondo miglio della via Appia Antica. Qui vediamo:

Fronte di sarcofago di bambino con due navi onerarie, contenenti sei anfore ciascuna, affrontate ad un faro.

Circa III sec. d.C.

[ Catacomba e Museo di Pretestato , Via Appia Pignatelli, 11, Roma ]

 

Imbarcazioni e marinai di Tempi Remoti

 

VIA APPIA - TERRACINA

Terracina 1910 - Porta Napoletana e il Pisco Montano che Traiano fece tagliare per agevolare il transito sulla Via Appia evitando la grande salita sul Monte Giove Anxur.

 

TORRE DEL FOGLIANO

 

TORRE DEL FOGLIANO - I laghi del Fogliano e di Paola furono usati già in antichità come porti naturali. Erano adiacenti al mare e da esso separati da lunghe dune costiere. Fu con il passaggio della Via Appia che merci e passeggeri poterono essere trasbordati su navi d'alto mare verso l'Oriente, con grande beneficio economico per le città pontine. Questa torre e quella di Paola proteggevano gli ingressi al mare.

 

 

BRINDISI

 

La "ricostruzione" dell'epoca romana a Brindisi, intesa come l'insieme di elementi e strutture che caratterizzano la città nel periodo romano, include la presenza di un importante porto commerciale, l'istituzione della via Traiana che la collegava a Roma, la costruzione di infrastrutture come acquedotti e terme, e la definizione di un impianto urbanistico ortogonale. Il porto era un caposaldo per le rotte commerciali verso Oriente e sede di eventi storici e intellettuali, e tutt'oggi resti di domus, tracciati viari e strutture pubbliche sono testimoniati da scavi archeologici nel centro storico.

 

Le due colonne che attestano la fine della Via Appia al porto di Brindisi

 

 

Potenti mura di fortificazione racchiudevano l'abitato che era rifornito da un imponente acquedotto attraverso un Castellum Aquae ubicato presso le mura. Rimangono resti di tracciati viari, edifici abitativi, domus con pavimenti a mosaico, edifici pubblici e tombe identificati all'interno dell'attuale centro storico, attraverso rinvenimenti occasionali e scavi stratigrafici. 

Un ampio quartiere abitativo, attraversato da uno dei quattro cardini della città romana, è visibile nell'area di S. Pietro degli Schiavoni, a breve distanza dall'area in cui doveva sorgere il Foro (attuale Piazza Vittoria). In questo settore della città era ubicato anche un complesso edificio termale pubblico. 

Brindisi divenne così il principale porto romano verso l'Oriente, sia come base navale per tutte le guerre con la Macedonia, la Grecia e l'Asia minore, sia come importante centro commerciale, in sostituzione di Taranto, la cui importanza era assai diminuita dopo la conquista romana.

Brindisi rimase una florida e attiva città per tutto il periodo imperiale romano, Plinio la menziona per la produzione di specchi in bronzo, Varrone per la coltivazione della vite e Cassio Dione ne ricorda i venditori ambulanti di libri in lingua greca.

Resti di domus romane sono nella chiesa del Santo Sepolcro e palazzo Granafei. Sparsi ai margini delle strade s’incontrano rocchi di colonne, macine, capitelli; inseriti o murati sugli edifici sussistono puttini e busti.

 

L’ultima curiosità....

L'origine della parola italiana "brindisi” (nel senso di fare un brindisi) non ha a che fare con la città di Brindisi, ma deriva dallo spagnolo "brindis", che a sua volta deriva dalla formula tedesca "bring dir's", un invito a portare il calice come saluto augurale che risale a pratiche antiche, come lo scontro dei calici per verificare la presenza di veleno, un gesto che poi si è evoluto in un rito conviviale per esprimere amicizia, affetto e augurio di benessere, con diverse espressioni come "Salute!" che derivano dal latino. 

 

 Conclusione

Oggi la Via Appia ci appare come un segno antico inciso nella terra, ma agli occhi del marinaio rimane soprattutto una rotta. Una rotta che univa mari e continenti, che dava a Roma la forza di gettare ancore in porti lontani e di spiegare vele verso nuovi orizzonti.

Ogni pietra di quella strada racconta il passo di un legionario, ma anche il respiro del Mediterraneo che l’accompagnava. La Via Appia fu, ed è ancora, un ponte tra terra e mare: un viaggio che non finisce mai, perché continua ogni volta che percorriamo le sue pietre con la memoria o navighiamo sulle sue rotte con l’immaginazione.

Così come un marinaio sa che il mare non ha confini, Roma seppe che la sua via più celebre non era soltanto un cammino: era il mare stesso trasformato in strada.

 

 

Carlo GATTI 

Rapallo, lunedì 22 settembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


FREJUS (Francia) - UN PONTE TRA LIGURIA E PROVENZA

FREJUS

CITTA’ ROMANA -  53.000 abitanti

 UN PONTE TRA LIGURIA E PROVENZA

Da Genova a Frejus (Francia):

3 ore 13 min (261,9 km) passando per A10/E80 e A8

Fréjus si trova a metà strada tra Cannes e Saint-Tropez, nel cuore della Costa Azzurra. Situata su un contrafforte di arenaria del massiccio dell'Estérel, che domina le valli dell'Argens e del Reyran, Fréjus ha l'aspetto di una piccola città provenzale i cui nuovi quartieri si estendono fino al mare.

Spigolando tra i ricordi più o meno lontani ...

Per noi nati, cresciuti e vissuti nel cuore dell’arco ligure, Nizza, città natale di Garibaldi e passata alla Francia nel 1860, continua a rappresentare un’estensione naturale della nostra amata regione. Nonostante i confini politici, i legami culturali, storici e persino affettivi con quella parte di costa mediterranea restano fortissimi, tanto da farci sentire “a casa” ogni volta che vi mettiamo piede.

Nizza divenne ufficialmente francese il 14 giugno 1860, a seguito del Trattato di Torino del marzo dello stesso anno, con il quale il Regno di Sardegna cedette la Savoia e la Contea di Nizza alla Francia, in cambio del sostegno militare di Napoleone III al Risorgimento italiano. La decisione fu ratificata da un plebiscito popolare, tenutosi il 15 aprile. Non era la prima volta che Nizza entrava nell’orbita francese: tra il 1792 e il 1814 era già stata parte della Francia rivoluzionaria e napoleonica.

Per questa ragione, la mia generazione – e forse anche quella successiva – ha guardato con naturalezza alla Costa Azzurra come a un prolungamento delle proprie abitudini di viaggio. Escursioni e vacanze ci hanno portato spesso a scoprire località entrate nel mito: Monaco, Antibes, Cannes, Saint-Tropez… luoghi che hanno fatto la storia del turismo d’élite, grazie anche alla frequentazione di artisti, attori e personaggi celebri del dopoguerra.

Eppure, tra le tante perle della Riviera francese, una città rimane spesso in ombra rispetto alle più celebrate: Fréjus. Situata non lontano da Cannes, questa cittadina possiede un fascino particolare che la rende degna di una visita approfondita. Non si tratta soltanto di una località di mare, ma di un vero e proprio scrigno di storia, capace di abbracciare oltre duemila anni di vicende umane.

Ricordo con chiarezza la prima volta che, da giovane, passeggiai per le vie di Fréjus. Rimasi colpito dalla presenza discreta di rovine romane disseminate qua e là, quasi dimenticate, prive di segnalazioni o spiegazioni. Erano gli anni successivi alla guerra, un periodo in cui la voglia di leggerezza e di modernità prevaleva su ogni altra considerazione. Quelle pietre antiche sembravano allora appartenere a un passato troppo lontano per suscitare interesse, in un’epoca che correva veloce verso la ricostruzione e il rinnovamento.

Fréjus, dunque, non era la solita città mondana legata ai riflettori del cinema o del jet-set, ma un luogo che conservava in sé un’anima diversa, fatta di tracce silenziose di civiltà passate.

Oggi, tornandoci dopo molti anni, ho avuto il piacere di constatare che la città ha saputo riappropriarsi del suo patrimonio storico e valorizzarlo con cura e orgoglio. Oggi Fréjus è spesso chiamata la “Pompei di Francia”, grazie all’eccezionale eredità archeologica che custodisce: l’anfiteatro romano, l’acquedotto, le mura, senza dimenticare le testimonianze medievali e il suo bel centro storico.

Ma Fréjus non è solo storia: le sue spiagge dorate, il porto vivace e il clima mite la rendono una meta ideale per chi desidera unire relax e cultura, arte e natura. È una città che sa sorprendere, capace di parlare sia agli amanti dell’archeologia che a chi cerca semplicemente un angolo mediterraneo autentico, lontano dalle eccessive mondanità.

Per chi, come noi liguri, sente ancora la Costa Azzurra come parte della propria memoria collettiva, Fréjus rappresenta una tappa speciale: un ponte tra Liguria e Provenza, tra radici e scoperte, tra passato e presente.

 

UN PO’ DI STORIA...

Verso il 49 a.C. Giulio Cesare fondò sul territorio degli Oxubii l'insediamento Forum Iulii con l'obbiettivo di creare uno scalo portuale alternativo a Massalia (Marsiglia).

Un fatto notevole nella storia: nel 31 a.C., il porto di Fréjus ospitò le navi da guerra catturate dall'imperatore romano Ottaviano-Augusto al militare Marco Antonio, allora alleato della regina Cleopatra, durante la famosa battaglia di Azio.

Questo aneddoto testimonia l'importanza del porto di Fréjus in epoca romana. Per questa ragione la località venne aggiunto il titolo di colonia Octavianorum.

Nel 22 a.C.  Augusto la proclamò capitale provinciale della Gallia Narbonense. La sua importanza era dettata dal fatto che oltre ad essere l'unica base della flotta militare romana in Gallia era anche attraversata da importanti arterie della regione: la Via Iulia Augusta. Durante il regno di Tiberio fu realizzata la maggior parte dei monumenti romani tuttora esistenti.

Nel IV secolo fu istituita la Diocesi di Frejus e nel 374 fu costruita la prima chiesa.

Tra il VII ed il IX secolo fu ripetutamente razziata dai saraceni.

Nel 940 i musulmani del vicino Frassinetto attaccarono e saccheggiarono la città.

Il 9 ottobre 1799 vi sbarcò Napoleone Bonaparte di ritorno dalla Campagna d’Egitto. 

Il 2 dicembre 1959  Fréjus fu colpita dalla rottura della diga di Malpasset,  quando 50 milioni di m³ d'acqua raggiunsero l'abitato provocando 423 morti e distruggendo gran parte delle case.

 

Monumenti e luoghi d'interesse

 

La Cattedrale di Fréjus

La Cattedrale di Saint-Léonce è un altro gioiello storico. Costruita tra il V e il XII secolo, la cattedrale combina elementi di architettura romana e gotica. È divisa in due navate che un tempo erano due diverse strutture: una dedicata a Notre Dame, su resti dell’antica chiesa paleocristiana, e l’altra a Santo Stefano, risalente all’XI-XII secolo. Meritano uno sguardo più approfondito l’abside con i sepolcri dei vescovi, le antiche statue, le pale d’altare e il magnifico crocifisso in legno del XVI secolo. Il chiostro a due piani del XII secolo è un gioiello architettonico, dichiarato monumento storico di Francia, con le coperture delle gallerie tutte in legno e arcate dipinte decorate con figure di santi, personaggi storici e animali veri e fantastici. Accanto, si trova l’antico battistero paleocristiano del V secolo, forse il più antico di Francia, e il campanile del XIII secolo.

 

Chiostro della Cattedrale

 

Villa Aurelia a Fréjus

La Villa Aurelia a Fréjus si trova in un bellissimo parco di 24 ettari. Dove ci sono antichi resti di un acquedotto romano, che ha portato l’acqua nella città di Fréjus per circa 250 anni.

Il parco ospita una flora mediterranea davvero molto interessante ed è una riserva inestimabile di biodiversità.

Presenta infatti il 90% di tutte le tipologie di piante tipiche della regione Provence-Alpes-Côte d’Azur. Come ad esempio il pino marittimo e l’orchidea.

La Villa Aurelia è la più bella residenza di villeggiatura costruita a Fréjus durante il XIX° secolo per la borghesia dell’epoca che apprezzava il clima mite invernale tipico della Costa Azzurra.

La villa prende il suo nome dalla vicina strada romana “Via Aurelia” che collegava Roma alla Spagna.

L’architettura dell’edificio ha una forte influenza di Andrea Palladio, architetto italiano del 1500. Lo si nota soprattutto dalla facciata esterna che, con le sue colonne in marmo, ricorda molto il Palazzo Chiericati a Vicenza.

Acquistata e restaurata dal comune di Fréjus nel 1988, oggi viene utilizzata per mostre, concerti ed eventi culturali di ogni genere.

 

Acquedotto – 43 Km di lunghezza

Un altro esempio dell’ingegneria romana è l’Acquedotto di Fréjus, che un tempo forniva acqua alla città. I resti di questo impressionante sistema idrico si estendono per oltre 40 chilometri, fino al villaggio di Mons a 520 metri di altezza sul livello del mare, e possono essere ammirati in vari punti intorno alla città. Victor Hugo commentava:

“L’acquedotto nuovo e completo di 2000 anni fa era sicuramente bello, ma non certamente più bello di queste gigantesche macerie crollate su tutta la piana, che corrono, cadono, si rialzano. L’edera e i rovi si arrampicano su tutte queste meraviglie di Roma e del tempo”.

 

Anfiteatro

Interni dell’Anfiteatro Romano

Parte storica dell’Anfiteatro Romano rimasta fino a oggi

Uno dei siti più emblematici di Fréjus è il suo Anfiteatro Romano, risalente al I secolo d.C. Progettato per ospitare combattimenti tra gladiatori e tra uomini e animali, l’anfiteatro è stato costruito vicino alla porta di accesso della città. Questo maestoso anfiteatro poteva ospitare fino a 10.000 spettatori ed è ancora utilizzato oggi per eventi culturali e concerti. Passeggiare tra le sue antiche mura offre un viaggio nel tempo, immaginando le grandi celebrazioni dell’epoca romana. Nei secoli la struttura è stata notevolmente rimaneggiata, e l’attuale versione, assai discussa, è il frutto di un restauro effettuato intorno al 2010. Per visitare l’anfiteatro è bene verificare gli orari di apertura, che cambiano a seconda della stagione.

 

Lanterna di Augusto

L'ingresso al porto era segnato da una costruzione nota come la "Lanterna di Augusto", che si può vedere ancora oggi.

 

L'antico porto di Fréjus, i cui resti sono classificati come Monumenti Storici dal 1886, è prima di tutto un bacino artificiale scavato nelle paludi che delimitavano lo sperone roccioso su cui si è insediata la città. Si trova quindi nell'entroterra, a circa 1200 metri dal mare.Il canale che collegava il porto al mare è percorribile per 460 metri, grazie ad un muro merlato che un tempo delimitava il lato occidentale. Il bacino aveva la forma di un poligono irregolare di circa diciassette ettari. Era circondato da banchine e delimitato a sud da un parapetto lungo 560 m.

Sul lato nord-ovest del bacino, gli archeologi hanno trovato una spianata che serviva una darsena tramite scali di alaggio (o piani inclinati, situati sotto il parcheggio Porte d'Orée). Questo porto, rimasto praticamente intatto fin dall'antichità, fu utilizzato durante il Medioevo e fino al XVII secolo. Era conosciuto come "Lo stagno" perché la sua area si era ridotta notevolmente.Il mare aggiunse le sue ricchezze a quelle della terra. In particolare, la pesca veniva utilizzata per preparare l'allec, una varietà di "garum", una sorta di condimento a base di carne di pesce decomposta.

Più di duemila anni fa, i Romani chiamavano Fréjus "Forum Julii". È uno dei porti più importanti del Mediterraneo: più grande, più trafficato e più vivace di Marsiglia (Massilia). Fréjus ha resistito alle ingiurie del tempo: la città si sta riprendendo dall'insabbiamento del Medioevo e continua a prosperare grazie al commercio. L'antico porto ha conservato i resti dei suoi giorni di gloria: ora si ergono fieri nel cuore della città.

 

IL PORTO ANTICO

 

L'antico porto di Fréjus, i cui resti sono classificati come Monumenti Storici dal 1886, è prima di tutto un bacino artificiale scavato nelle paludi che delimitavano lo sperone roccioso su cui si è insediata la città. Si trova quindi nell'entroterra, a circa 1200 metri dal mare.

Il canale che collegava il porto al mare è percorribile per 460 metri, grazie ad un muro merlato che un tempo delimitava il lato occidentale. Il bacino aveva la forma di un poligono irregolare di circa diciassette ettari. Era circondato da banchine e delimitato a sud da un parapetto lungo 560 m.

L'ingresso al porto era segnato da una costruzione nota come la "Lanterna di Augusto", che si può vedere ancora oggi.

Sul lato nord-ovest del bacino, gli archeologi hanno trovato una spianata che serviva una darsena tramite scali di alaggio (o piani inclinati, situati sotto il parcheggio Porte d'Orée).

Questo porto, rimasto praticamente intatto fin dall'antichità, fu utilizzato durante il Medioevo e fino al XVII secolo.

Era conosciuto come "Lo stagno" perché la sua area si era ridotta notevolmente.

Il mare aggiunse le sue ricchezze a quelle della terra. In particolare, la pesca veniva utilizzata per preparare l'allec, una varietà di "garum", una sorta di condimento a base di carne di pesce decomposta.

 

LA PORTA D’ORÉE

Non si tratta di una porta ma di un arco, appartenente alle terme monumentali (risalenti al II secolo), situate ai margini dell'antico porto.

 

 

IL TUMULO SAINT-ANTOINE 

La Butte Saint-Antoine è un'escrescenza rocciosa a sud della città romana; Si affaccia sul mare e un tempo dominava l'antico porto che si affacciava immediatamente ad est.Sono state rinvenute rovine di grandi palazzi, probabilmente costruite al tempo dell'imperatore Ottaviano Augusto. Costruiti su grandi terrapieni trattenuti da mura, questi edifici, per le loro dimensioni, ricordano piuttosto i grandi edifici pubblici e residenziali. Sulle loro pareti si trovano piccole macerie di arenaria rosa, caratteristiche degli edifici del "Forum Julii".

 

LE BANCHINE 

Il tracciato delle banchine sud e parte delle banchine levanti sono le uniche ancora chiaramente identificabili. Il Chemin des Quais Sud collega la Butte Saint-Antoine e la Lanterne d'Auguste; Da qui, troviamo il muro che protegge il canale di accesso al mare.

 

 

LA LANTERNA D’AUGUSTE 

Questa torre, alta 10 metri, è visibile ancora oggi. Molto probabilmente si tratta di un punto di riferimento che segnalava l'ingresso al porto romano (un punto di riferimento è un punto di riferimento fisso, inequivocabilmente identificabile, utilizzato dai navigatori, di solito un edificio).

 

PISCINE 

Per molto tempo, il porto di Fréjus ha ospitato navi per uso militare o della guardia costiera (probabilmente nel 1° e 2° secolo).

Trovandosi ai margini di una trafficata rotta marittima che collegava l'Italia, Marsiglia, Narbona e la Spagna, le navi mercantili trovarono un grande specchio d'acqua di diciassette ettari, diviso in diversi bacini protetti da mura, e che comunicava con il mare tramite un canale.

 

L’HERMÈS DI FRÉJUS 

Nel 1970, durante gli scavi archeologici nel sito di una casa romana, fu scoperta una statua a due teste di Hermes, realizzata in marmo bianco. Risale probabilmente alla metà del I secolo. Oggi arricchisce la collezione del Museo Archeologico di Fréjus. Il busto a due teste divenne quindi il simbolo della città di Fréjus e ispirò l'artista incaricato della creazione della fontana che adorna la Porte d'Hermès. 

Segue l’estratto di un articolo che ci aggiorna sull’avanzamento dei lavori archeologici nel “recupero ambito portuale”.

Autore: Federico Bernardelli Curuz

Fontewww.stilearte.it, 22 dic 2023

SCOPERTE E SCAVI

FREJUS (F). C’è un porto romano sotto il prato.

 

Sotto il prato c’è un porto, insomma. Consistenti depositi alluvionali lo hanno interrato, ma i muri dell’infrastruttura romana sono intatti, quanto i legni dei pali d’attracco.

Gli archeologi hanno così scavato non solo per riportare alla luce e consegnare alla città importanti vestigia, ma per verificare in modo ravvicinato le modalità costruttive dei nostri antenati e i segni del cantiere di realizzazione del porto.

Fréjus è un comune francese dalle profonde radici romane. Era una città-porto, per la flotta militare romana. Originariamente abitato da popolazioni celto-liguri dislocate nell’area circostante la baia di Aegytna, il territorio vide in seguito la fondazione di un avamposto da parte dei focesi di Massalia (Marsiglia).

Ed ecco la svolta, che porta con sé le aquile delle legioni e la malta romana. Nel 49 a.C., Giulio Cesare istituì l’insediamento di Forum Iulii tra gli Oxubii con l’obiettivo di creare un porto alternativo a Massalia (Marsiglia). Ottaviano Augusto successivamente ampliò il porto, includendo qui, a livello di flotta, le navi di Marco Antonio catturate nella battaglia di Azio. Tra il 29 a.C. e il 27 a.C., il luogo fu scelto come insediamento per i veterani della Legio VIII, guadagnando così il titolo di colonia Octavanorum.

 Nel 22 a.C., Augusto lo designò come la capitale provinciale della Gallia Narbonense.

La sua rilevanza era dovuta al fatto che non solo era la principale base della flotta militare romana in Gallia, ma era anche attraversata da importanti vie della regione, tra cui la via Iulia Augusta.

Durante il regno di Tiberio, furono realizzati la maggior parte dei monumenti romani ancora presenti nella zona.

Pierre Excoffon (Direttore dell’Archeologia e del Patrimonio della città di Fréjus), Emmanuel Botte (CCJ/CNRS/AMU) e Nicolas Carayon (IpsoFacto), hanno guidato la squadra di scavo, composta da agenti della Direzione dell’Archeologia e del Patrimonio della città e studenti in formazione nell’ambito di stage.

Abbiamo scoperto la parte superiore dei cassoni, o casseri in legno, che venivano calati in mare e che venivano riempiti di calcestruzzo pozzolanico (calce, sabbia e frammenti di tufo vulcanico, che assicurano la tenuta al mare e l’indurimento continuo), necessario per costruire le parti sommerse delle banchine. – dice l’archeologo Pierre Excoffon – Sapevamo che questo sistema di casseforme esisteva a Fréjus. Ai tempi dei romani, in questo punto dello scavo, saremmo stati in mare aperto”. Quindi per realizzare il porto furono utilizzate casseforme per fare le colate sulle quali, poi, murare. “Abbiamo trovato i segni delle casseforme, in negativo, nella muratura. Finalmente abbiamo le prove materiali della tecnica utilizzata dai romani. Siamo orgogliosi di questa scoperta importante per l’archeologia di Fréjus, per il bacino del Mediterraneo e per la storia delle costruzioni romane in Francia”.

Altri elementi lignei potrebbero corrispondere a moli o punti di approdo dell’antico porto romano di Forum Julii. Il loro stato di conservazione è davvero notevole ed eccezionale.

“Il tutto si trova in una parte di cui non conoscevamo lo stato di conservazione, dall’altra parte del bacino portuale. Questi elementi lignei potrebbero datare alla fine del I secolo d.C. La datazione in corso mediante dendrocronologia (analisi degli anelli di crescita annuali al fine di ottenere informazioni sugli eventi passati) e C14 (carbonio 14) permetterà di affinare questa ipotesi” - spiega ulteriormente Pierre Excoffon.

Il Journal of the American Ceramic Society ha pubblicato uno studio condotto dai ricercatori del Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston, guidati da Admir Masic e Marie Jackson. Il segreto per costruzioni eterne e sicure sta nel materiale vulcanico, inserito in un miscuglio che, peraltro, era stato indicato da Vitruvio e forse non compreso, dopo i tempi dell’antica Roma.

 

 

SINTESI

Il Porto Romano di Fréjus

  • Fondazione: il porto fu costruito sotto Augusto (I sec. a.C.) come scalo strategico della colonia di Forum Julii, che prese il nome proprio da lui.

  • Funzione: serviva sia per il commercio che come base navale. Fréjus divenne sede della flotta romana del Mediterraneo occidentale (Classis Narbonensis).

  • Struttura: il bacino portuale era collegato al mare da un canale e protetto da lunghi moli; includeva darsene, magazzini e un faro (oggi scomparso).

  • Declino: progressivamente interrato nei secoli a causa dei depositi fluviali e del ritiro del mare, il porto rimase in uso fino al Medioevo, quando si ridusse a palude.

  • Oggi: restano visibili alcuni tratti dei moli e del canale portuale, inglobati nell’urbanizzazione moderna. Gli scavi archeologici hanno permesso di identificarne le linee, ma non esistono ricostruzioni grafiche complete.

 

CONCLUSIONE:

Una mancanza che fa riflettere...

Se Fréjus è giustamente chiamata la “Pompei di Francia” per l’eccezionale ricchezza di testimonianze romane, resta però sorprendente constatare la scarsità di ricostruzioni grafiche o pittoriche del suo antico porto. Eppure questo scalo ebbe un ruolo fondamentale: qui approdavano le flotte romane, qui si intrecciavano commerci e rotte mediterranee, qui si sviluppava la vita marittima della colonia.

Altri porti romani ci vengono restituiti da disegni e modelli che aiutano a immaginarne la vitalità; per Fréjus, invece, restano soprattutto descrizioni archeologiche e resti poco valorizzati. È come se mancasse un tassello fondamentale per “vedere” con gli occhi della mente quel luogo che fu crocevia di uomini, merci e culture.

Per chi, come noi di Mare Nostrum Rapallo, sente il mare non solo come paesaggio ma come spazio di memoria e identità, questa assenza iconografica è un invito a riflettere. Forse proprio il silenzio delle immagini rende ancora più affascinante il compito di immaginare quel porto, affidandoci ai frammenti rimasti e alla forza evocativa del Mediterraneo, che da sempre custodisce più di quanto riveli.

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 17 Settembre 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


AIGUES MORTES - GENOVA, UN VIAGGIO NELLA STORIA

AIGUES MORTES – GENOVA

UN VIAGGIO NELLA STORIA

5 ore 51 min (488,1 km) passando per A10/E80 e A8

 

GRAU DU ROI

Aigues-Mortes è un comune francese situato nel dipartimento del Gard nella regione dell’Occitania vicino alla foce del Rodano. È una città fortificata medievale costruita su un terreno paludoso e collegata al Mar Mediterraneo tramite il canale chiamato Grau-du-Roi.

Il suo nome significa “acque morte” e deriva dalle paludi e dagli stagni che circondano il territorio. Aigues-Mortes è famosa per le sue mura medievali, la sua produzione di sale e la sua storia legata alle crociate.

Le origini di Aigues-Mortes risalgono al Medioevo, quando il villaggio era sotto il controllo dei monaci dell’abbazia di Psalmodie. Nel 1240, il re Luigi IX di Francia ottenne il villaggio e le terre circostanti in cambio di altri beni, con l’obiettivo di creare uno sbocco sul Mediterraneo per il suo regno.

Luigi IX fece costruire una strada tra le paludi, una torre di vedetta (la Tour Carbonnière), una torre di difesa (la Tour Constance) e un castello (oggi scomparso). Da Aigues-Mortes partirono due crociate: la settima nel 1248 e l’ottava nel 1270.

Aigues-Mortes conserva ancora oggi il suo aspetto medievale, con le sue mura intatte che cingono il centro storico. Le mura sono larghe 6 metri e alte 11 metri e si possono percorrere per tutta la loro lunghezza di circa 1,6 km. All’interno delle mura si trovano la chiesa di Notre Dame des Sablons, la piazza Saint Louis con la statua del re crociato, il porto canale e numerosi edifici storici.

Aigues-Mortes è anche nota per la sua produzione di sale marino, che avviene in numerose saline situate lungo la costa. Le saline sono caratterizzate da un colore rosa dovuto alla presenza di un’alga microscopica che produce un pigmento rosso. Le saline si possono visitare a bordo di un trenino o in bicicletta e offrono uno spettacolo naturale unico. Tra le saline si possono osservare anche diverse specie di uccelli, tra cui i famosi fenicotteri rosa.

Aigues-Mortes è una meta turistica molto apprezzata per la sua bellezza, la sua cultura e la sua gastronomia. Tra le specialità locali si possono citare il toro della Camargue, i vini delle Costières de Nîmes, i dolci a base di mandorle e i biscotti salati chiamati fougasses (di indubbia provenienza).

Aigues-Mortes offre anche diverse attività e attrazioni per i visitatori, come giri in quad, immersioni subacquee, escursioni a cavallo, musei tematici e feste tradizionali.

I rapporti storici tra Genova e risalgono al XIII secolo, quando Guglielmo Boccanegra, un illustre genovese e amico di re Luigi IX di Francia, fortificò e sviluppò il porto francese di Aigues-Mortes, trasformandolo in un importante centro strategico e commerciale. Questa collaborazione non si limitò a una singola opera, ma consolidò l'influenza genovese e la presenza di suoi uomini in terre francesi, legando le due città attraverso un'alleanza commerciale e politica significativa.

 

Bouches du Rohne (Estuario del fiume Rodano)

Colore marrone nella cartina

 

CAMARGUES

Notare Aigues Mortes a sinistra e la Camargue tra il Petit Rhone e Grande Rhone

 

AIGUE MORTES una delle icone turistiche della Provenza

 

Le salins du Midi, il lago rosa dele saline di Aigues Mortes

 

La storia di Aigues-Mortes è segnata dalla sua fondazione nel XIII secolo da San Luigi come porto e centro di potere per il Regno di Francia, dallo sfruttamento del sale e, tragicamente, dal Massacro di Aigues-Mortes del 1893, quando lavoratori italiani furono vittime di un linciaggio, causando tensioni diplomatiche tra Italia e Francia.

 

Massacro di Aigues-Mortes

https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Aigues-Mortes

La fondazione e il ruolo nel Medioevo

Conosciuta anticamente con il nome di EAUX MORTES per via delle Lagune e delle acque stagnanti, questo suggestivo borgo della Provenza fu fondato da San Luigi IX re di Francia che fra il 1240 e il 1249 fece costruire la tour de Constance (foto sotto) e un porto in acque profonde da dove partirono la 7° e 8° crociata.

 

All’interno della città si snodano caratteristici vicoli che portano alla centrale place St.Louis guardata dall’omonima statua realizzata nel 1849 da Pradier.

 

Cinta muraria

 

Torre di guardia delle mura

 

Borgo e canali di Aigues Mortes

 

Canale e tipiche case della Camargues

 

All’interno del borgo provenzale: Chapelle des Penitents Gris  1607-1611 di Aigues Mortes

 

Giochi taurini nella fortezza di Aigues Mortes

 

Porta d’ingresso nella cittadella di Aigues Mortes, Francia

 

Le imponenti fortificazioni di Aigues Mortes

 

Panorama e bastioni

 

Le mura di Aigues-Mortes sono una testimonianza impressionante della storia medievale della città, costruite sotto il regno di Luigi IX nel XIII secolo per proteggere la città e il suo porto strategico. Edificate per fronteggiare le minacce esterne e rafforzare la posizione della città come punto di partenza delle Crociate, le mura hanno attraversato i secoli e rimangono uno degli esempi più belli di fortificazioni medievali in Francia.

 

Strada nella città fortificata di Aigues Mortes

 

Veduta aerea delle mura di Aigues Mortes

 

 I lavori di costruzione delle mura si estendono su diverse decadi. Sebbene siano iniziati sotto San Luigi, continuarono sotto i suoi successori, Filippo III il Temerario e Filippo IV il Bello. L’uso di pietre locali e il lavoro degli artigiani chiamati “tacherons” permisero di creare fortificazioni di una solidità e di una maestosità eccezionali.

I “tacherons”, questi operai specializzati provenienti da diverse regioni, svolsero un ruolo cruciale nella costruzione delle mura. Una testimonianza affascinante della loro maestria si trova nei segni lasciati sulle pietre scolpite. Questi simboli, spesso di ispirazione religiosa, non solo servivano per identificare l’artigiano responsabile del lavoro, ma anche per garantire la qualità dell’opera. Oltre a facilitare il conteggio delle mansioni quotidiane, questi segni permettevano di assicurare una remunerazione equa per gli operai, rafforzando così un codice di riconoscimento tra artigiani.

 

 

 

+ Figun (Alpes-Maritimes) a Escragnolles, Biot, Vallauris

+ Figun (Var) a Mons

Roiasco a Fontan, Saorge e Breil Sur Roya

Con il termine (ligure) intemelio si definisce l'insieme delle diverse varietà della lingua ligure parlate e diffuse tra il Principato di Monaco e la cittadina ligure di Taggia. Gli studi scientifici più accurati in merito sono stati realizzati dal professor Werner Forner, dell'Università di Siegen, in Germania.

Tendasco (subvarietà del roiasco) a Tende

dialétto tendasco dove è una variante del dialétto rojasco, facente parte del gruppo ligure alpino.

Brigasco (subvarietà del roiasco) a La Briuge

Il brigasco (nome nativo brigašc, in francese brigasque) è una varietà del dialetto roiasco, parlata nelle Alpi Liguri nella Terra Brigasca, a cavallo del confine italo-francese nella zona del Monte Saccarello.

Monegasco a Monaco

frutto dell'esportazione di una varietà originaria della zona di Ventimiglia nella roccaforte di Monaco, dove la popolazione si insediò al seguito della famiglia Grimaldi nel XIII secolo. Malgrado la grave crisi nell'uso, al monegasco sono riconosciute prerogative di lingua nazionale.

Bonifacino a Bonifacio in Corsica

A partire dal 1195 e, specialmente, dopo la battaglia della Meloria, del 1284, in cui sconfisse la rivale Pisa, la Repubblica di Genova insediò a Bonifacio coloni della Riviera di Ponente, soprattutto della zona di Savona, Varazze e Albenga. Nonostante diverse occupazioni o tentativi di occupazione, il dialetto venne conservato.

Dopo il passaggio della Corsica alla Francia nel 1768, per quasi un secolo, fino al 1860, le lingue più parlate nella cittadina furono il dialetto ligure bonifacino e l'italiano; dopo il 1860 cominciò un lento decadimento della lingua, con l'uso sempre maggiore del còrso e, soprattutto negli ultimi cinquant'anni, del francese. Il bonifacino ha mantenuto degli arcaismi ed è inoltre stato influenzato molto dal còrso e, negli ultimi anni, anche dal francese (ad esempio greva che vuol dire sciopero che deriva dal francese grève).

 

Un po’ di Storia

Quando Guglielmo Embriaco* nel 1097 salvò ad Antiochia l'armata Crociata francese Raimondo, conte di Tolosa e della Provenza, per gratitudine gli concesse lo sfruttamento delle saline di Aigues Mortes. L'Embriaco, tornato a Genova, inviò subito nella località francese due membri della Compagna per dirottare in città l'intera produzione salina della località francese. Iniziò così una concorrenza con Pisa, fino ad allora capitale del commercio salino italiano.

Fu costruito un primo magazzino del sale alla calata Mandraccio (porto di Genova), destinato in seguito a divenire il primo porto franco del mondo (29 febbraio 1532). Il sale all'epoca era preziosissimo. Il vescovo Airaldo pagava tutti i mesi con un sacchetto di sale i canonici di San Lorenzo. Anche i soldati romani, che venivano pagati ogni 10 giorni (la decade) ricevevano come compenso del sale. Questa forma di pagamento ha dato origine al termine "salario", parola tuttora usata per definire lo stipendio della classe operaia o "salariata".

* I Boccanegra a Aigues-Mortes 

Rappresentano il legame tra la famiglia genovese Boccanegra e la fortificazione di quella città, in particolare attraverso Guglielmo Boccanegra. Nel 1262, dopo la sua deposizione come Capitano del Popolo a Genova, Guglielmo si rifugiò in Francia e fu nominato da Luigi IX governatore ad Aigues-Mortes, dove si occupò della costruzione e dell'organizzazione delle sue fortificazioni e del suo porto. 

 Boccanegra furono una delle più celebri famiglie nobili della Repubblica di Genova fin dal medioevo.  Si distinsero fin dal XIII secolo alla guida della fazione ghibellina  e dei popolares nel governo della Superba, e subito dopo nelle grandi campagne navali genovesi all'estero, essendo nobilitati dai sovrani di Castiglia e dal senato genovese. Donarono alcuni dei più importanti capi dello stato genovese come Guglielmo Boccanegra, primo capitano del popolo nel XIII secolo, e Simone Boccanegra, primo DOGE della Repubblica nel XIV secolo e, insieme ai celebri ammiragli di Castiglia Egidio e Ambrogio Boccanegra, ed altri. Furono ascritti agli Alberghi dei Franchi e dei Grilli. 

 - Simon Boccanegra – Opera Lirica di Giuseppe Verdi di respiro wagneriano.

- Nel Medioevo genovese, un "ALBERGO" era una consorteria di famiglie nobili che si univano per scopi politici, economici e sociali, formando un clan legato da vincoli di parentela o interessi comuni. Queste istituzioni erano tipiche di Genova e del Piemonte e miravano a proteggere i membri, conciliare le dispute e rafforzare la propria influenza all'interno della Repubblica di Genova, in particolare partecipando alle cariche di Stato dopo le riforme di Andrea Doria nel 1528.

 

Le mura del Barbarossa

A Genova sono un sistema di fortificazioni medievali, completate tra il 1155 e il 1159, costruite per difendere l'autonomia della città dalla minaccia dell'imperatore Federico Barbarossa. Di questa imponente opera difensiva, restano visibili le porte monumentali di Porta Soprana, che domina il piano di Sant'Andrea, e Porta dei Vacca, a occidente. Un tratto significativo delle mura è percorribile, partendo da Porta Soprana e arrivando nel parco di piazza Sarzano.

 

PORTA DEI VACCA detta anche Porta Sottana

 

PORTA SOPRANA detta anche PORTA DI SANT’ANDREA

 

Porta Soprana e Porta dei Vacca, hanno a che fare con la Repubblica di Genova (Comunita Comunis), poiché furono costruite durante il suo periodo di splendore medievale e rappresentavano il sistema di difesa e di accesso della città, che all'epoca era governata dalla Comunita Comunis, un'organizzazione di cittadini che mirava all'autogoverno e alla difesa dei propri interessi. 

Le torri di Porta dei Vacca, dette anche di porta Sottana, in contrapposizione con quelle di Porta Soprana, vennero costruite durante l'opera di fortificazione muraria nel XII secolo. In quegli anni Federico Barbarossa minacciava la Repubblica di Genova e la popolazione si era decisa a difendere la città costruendo mura altissime e possenti. Le denominazione Porta di Santa Fede la deve alla vicina chiesa, sconsacrata nel 1926 e oggi sede degli uffici comunali.

 

 

LA COMPAGNA

- LA COMPAGNA COMUNIS –

 

Nel Medioevo, si può già scrivere del 1143, il precipuo intento di un gruppo di illuminati in Genova fu quello dell'istituzione della Compagna, che dovette vedersela con altri gruppi di potere all'interno delle mura della città che volevano ottenere il primato ed il dominio. La Compagna seppe emergere in questo contesto per un assieme di concretezza, estrema lucidità e determinazione negli obiettivi da raggiungere. Come sempre, quando si scrive di storia genovese, si scrive di praticità, di obiettivi che rendano più forte la città e distolgano chi ha esclusivi interessi personali dal provarsi a danneggiarne il tessuto economico politico.

E' il desiderio di stabilità che trasformerà la Compagna nel Comune tramite l'emanazione di "brevia" che regolamentano assiduamente l'evolversi della situazione dell'ordine pubblico e di tutti i comportamenti che possono ledere, anche solo a livello economico, la Repubblica.

Basti pensare che per il falso nummario (denaro falsificato) la pena venne convenuta con il taglio della mano per il colpevole. La Compagna aveva come suo principio quello di espandersi fino a divenire governo della città.

Questa chiarezza d'intenti lentamente richiamò l'attenzione della classe capitalistica genovese e dei potentati mercantili che in quel periodo, come in tutti quelli a seguire fino ai giorni nostri, chiedevano stabilità politica.

Una stabilità politica che, nonostante gli enormi squilibri di benessere presenti, garantì una progressiva crescita di quello che prima rappresentò una serie di borghi, poi un'organizzazione di quartieri, infine un Comune.

 

- LA COMPAGNA COMUNIS –

Origine del nostro libero COMUNE

 

A differenza di quasi tutte le altre città occidentali Genova non possedeva una piazza principale sede dei poteri pubblici, ma un groviglio di vicoli e piazzette che rappresentavano altrettante delimitate zone di potere delle singole famiglie.

Si formarono così delle libere associazioni di marinai  e mercanti con scopo di solidarietà corporativa dette, appunto, Compagne.

 

In Copertina: Genova a metà del XV sec.”.

Da notare oltre alla Torre dei Greci, sorella minore della Lanterna a destra dell’ingresso del porto, sul Molo Vecchio, le due torri della Darsena, il castelletto, e la particolare copertura piramidale di S. Lorenzo.

Incisione in legno realizzata nel 1493 dalla bottega di Michael Wolgemut e successivamente colorata a mano.
Per il “Liber Chronicarum” (Cronache di Norimberga) di Hartmann Schedel, stampato a Norimberga il 12 luglio 1493 da Anton Krobergerl.

 

In origine LE COMPAGNE  furono tre:

1) di Castello da Sarzano a Ravecca

2) di Macagnana da S. Ambrogio a Canneto

3) di Piazzalonga da S. Bernardo e S.  Donato a Giustiniani,

poi aumentarono a sette;

4) di S. Lorenzo dalla Cattedrale alle zone circostanti

5) Della Porta S. Pietro ai quartieri limitrofi

6) di Sussilia dai macelli alla zona di Banchi

7) di Prè da Fossatello a S. Agnese

In ultimo, divennero nel 1134, otto, con l’aggiunta di

8) Portanuova  da S.Siro alla Maddalena.

Quattro dentro e quattro fuori le Mura.

Ciascuna veniva rappresentata da Consoli che erano ad un tempo giudici, governatori e generali.

Il Caffaro racconta come, probabilmente già da prima ma, certamente  dal 1099, queste costrinsero la nobiltà feudale a giurare fedeltà alla Compagna Comunis e ad eleggere la propria dimora all’interno delle mura, dando origine alla nuova organizzazione del libero Comune.

 

Abbiamo parlato di Guglielmo Embriaco

Ma lo conosciamo davvero?

Ce lo racconta

A Mae Zena

 

 

La storia di tutte le storie…

“Affresco secentesco, parte del ciclo dedicato al condottiero all’interno della Cappella di Palazzo Ducale, opera di Giovanni  Battista Carlone”.

 

… di un guerriero impavido le cui gesta riecheggiano nell’eternità… di un Sepolcro, di ingegno e di coraggio… di Crociati… tesori e onori.

Nel 1099 Guglelmo Embriaco, detto Testa di Maglio (“Caput mallei”) per la sua prestanza fisica e per il suo indomabile carattere (era alto un metro e novanta centimetri, per l’epoca un gigante e piuttosto irascibile) insieme a suo fratello Primo arma due galee, l’Embriaga, la Grifona e, con circa duecento (secondo alte fonti fino ad un massimo di 500) uomini fra marinai, soldati e balestrieri, salpa alla volta di Giaffa.

Accortosi dell’arrivo di una numerosa flotta musulmana, sbarca nel porto della città, fa smontare letteralmente le navi, si traveste da mercante e in carovana percorre i sessanta chilometri che lo separano da Gerusalemme.

Giunto al campo crociato si fa ricevere da Goffredo di Buglione, comandante delle forze cristiane e, in cambio di un cospicuo bottino, promette di conquistare la città con i suoi duecento uomini laddove non erano riusciti gli alleati in diecimila.

Fra l’ilarità generale con il legname delle navi fa alzare delle torri alte quaranta metri., le ricopre di pece e pellame per renderle impermeabili e ignifughe e le posiziona sul lato sud della cerchia, da lui ritenuto il più debole.

Sopra le torri, mentre le catapulte devastavano le mura, i Balestrieri scagliavano i loro terribili dardi.

Embriaco guida l’assalto decisivo scalando per primo le mura e terrorizzando i nemici.

Gerusalemme è conquistata il Genovese consegna le chiavi della città a Baldovino di Fiandra futuro primo re cristiano del Regno latino.

Goffredo di Buglione mantiene le promesse e i genovesi hanno un fondaco, un pozzo, una piazza, una chiesa, trenta case e un terzo del bottino.

Sull’architrave del Santo Sepolcro viene inciso a lettere d’oro “Praepotens Genuensium Praesidium” (“Grazie allo strapotere dei genovesi”).

Tra i numerosi tesori che Guglielmo porterà in patria il Sacro Catino, per secoli ritenuto erroneamente il Graal e le ceneri del Battista, entrambi conservati in S. Lorenzo.

A riconoscimento del prestigio acquisito, per decreto consolare, tutte le torri cittadine verranno mozzate, in modo che nessuna superi in altezza quella del condottiero.

Così sono nati i Crociati e da allora la Croce di S. Giorgio è ufficialmente divenuta simbolo di Genova.

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 14.9.2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


STOCKHOLM - La storia di una nave che non voleva morire ...

STOCKHOLM

La storia di una nave che non voleva morire ...

La STOCKHOLM nel suo periodo felice di Liner sulla rotta Europa-Stati Uniti

 

Apprendiamo dalla rivista specializzata:

26 GIUGNO 2025, 08:45

Fine della corsa per la ex Stockholm, 70 anni fa ‘nave killer’ della mitica Andrea Doria.

Con l’ultimo nome operativo di Astoria, la costruzione del 1948 era rimasta l’unità da crociera più vecchia al mondo. Tramontata l’ipotesi di hotel galleggiante, va in demolizione per conto dell’acquirente del ferro, la società belga Galloo.

 

Ringraziamo la rivista SHIPSHORE e c’immergiamo nella storia molto particolare di questa nave.

 La “famosa” nave passeggeri svedese  STOCKHOLM  nel luglio 1956 entrò in collisione con l'Andrea Doria affondandola e provocando 61 vittime. La nave è sopravvissuta 75 anni cambiando nome ben 9 volte, nella vana speranza di non essere riconosciuta con quel carico immenso di tristezza e dolore che si era diffuso nell’intero mondo dello shipping.

La sua incredibile longevità, si spiega con l’attenzione costante che molti armatori ebbero per la robustezza del suo scafo che era stato costruito con acciaio speciale e prora rinforzata molto adatta per affrontare la navigazione sui ghiacci nordici.

In un certo senso fu il Gigantismo Navale a decretarne la fine a causa della sua Stazza ritenuta minore dalle nuove tendenze proiettate verso il “gigantismo navale” nel mercato delle crociere.

La sua fine fu pertanto decretata pochi anni fa quando venne acquistata da una società portoricana per essere demolita in una struttura approvata dall'Unione Europea, con la vendita avvenuta all'inizio del 2023.

 

27 Luglio 1956, La STOCKHOLM, con la prora distrutta, entra a New York dopo la collisione con lAndrea Doria avvenuta al largo dell’isola di Nantucket, a circa 200 chilometri da New York, nello stato del Massachusetts, il 25 luglio 1956

La Stockholm è passata alla storia per essere stata la causa del drammatico affondamento del transatlantico italiano. Nell'incidente morirono anche cinque membri del suo equipaggio. 

 

Questa foto scattata dall’autore durante l’ultima sosta dell’Andrea Doria a Genova, mostra il punto esatto in cui la nave sarà colpita dalla prora dello Stockholm.

 

Quando le due navi si avvistarono reciprocamente, erano ormai troppo vicine; l'Andrea Doria tentò inutilmente una manovra d'emergenza virando a sinistra e fu speronata nella fiancata di dritta.  La Stockholm penetrò ortogonalmente con la prua rinforzata nella fiancata dell'Andrea Doria, che nel frattempo continuava la sua corsa, all'altezza della plancia, sfondando tre ponti (per un'altezza di dodici metri) e uccidendo, schiacciandoli, i 46 passeggeri alloggiati nelle cabine interessate dall'urto.

La Stockholm, dal momento che non rischiava di perdere la galleggiabilità, rimase sul posto e si adoperò per soccorrere i naufraghi dell'Andrea Doria (che nel frattempo si stava sbandando lentamente sul lato di dritta e sarebbe affondata nell'arco delle successive 11 ore). Gli svedesi imbarcarono 327 passeggeri e 245 membri dell'equipaggio.

La maggior parte dei superstiti dell’A.D. furono trasbordati sul transatlantico francese ILE DE FRANCE, arrivato sul posto dopo aver ricevuto la chiamata di soccorso (S.O.S) della nave italiana.

 

Dopo la collisione

 Il transatlantico svedese fu quindi riparato a New York dalla Bethlehem Steel Company Shipbuilding Division, con un costo di un milione di dollari americani, e tre mesi dopo l'incidente riprese il servizio nella Swedish America Line fino al 1960, quando venne acquistato dal governo tedesco orientale. 

La VEB Deutsche Seerederei lo utilizzò fino al 1985 con base a Rostock.  Dal 1966 al 1985, nei mesi invernali, fu in servizio presso la Compagnia marittima scandinava Stena Line.

In seguito, nell'aprile 1985, l'unità fu venduta ad una società marittima panamense, la Neptunus Rex Enterprises, che la utilizzò fino alla fine dell'anno.

La nave fu quindi lasciata in disarmo a Southampton dal dicembre 1985 fino al 1989 con una parentesi in veste di nave caserma e ricovero per rifugiati politici a Oslo in Norvegia.

 

Apriamo ora una parentesi “GENOVESE” ...

UNO SCHERZO DEL DESTINO...

Ero in servizio quel giorno quando si presentò sull’imboccatura del porto di Genova una nave che aveva un nome strano: Völkerfreundschaft.  (Amicizia tra i popoli). Noi piloti anziani presenti in Torretta, ci guardammo negli occhi e il primo che inforcò i binocoli disse: "proprio a Genova doveva venire la STOCKHOLM, che brutto presagio".... e un collega napoletano tirò fuori un "cornetto rosso" e ci diede la benedizione!

Com’è noto la ANDREA DORIA  era stata costruita proprio a Genova.

GENOVA - 1992 - La STOCKHOLM  ormeggiò a Ponte Assereto dove venne ricostruita. 

Descrizione generale

  M/N  STOCKHOLM

Tipo

transatlantico

Armatore

 Swedish American Line (1948-1960)
Deutsche Seereederei (1960-1985)
Neptunus Rex Enterprises (1985-1989)

Proprietà

Swedish American Line (1948-1960)
Freier Deutscher Gewerkschaftsbund (1960-1974)
VEB Deutsche Seereederei (1974-1985)
Neptunus Rex Enterprises (1985-1989)

Registro navale

Lloyd's Register

Porto di registrazione

 Göteborg (1948-1960)
 Rostock (1960-1985)
 Panama (1985-1986)
 Port Vila (1986-1989)

Identificazione

· Indicativo di chiamata radio ITU

S

E

J

T

(Sierra-Echo-Juliet-Tango)

(come Stockholm)

· Numero di matricola (SE): 8926

Ordine

ottobre 1944

Costruttori

Götaverken

Cantiere

GöteborgSvezia

Varo

9 settembre 1946

Completamento

7 febbraio 1948

Entrata in servizio

21 febbraio 1948

Nomi successivi

Völkerfreundschaft(1960-1985)
Volker (1985-1986)
Fridtjof Nansen (1986-1993)

Intitolazione

Stoccolma, capitale della Svezia (1948-1960)
"Amicizia tra i popoli" in tedesco (1960-1985)
Fridtjof Nansen, esploratore norvegese (1985-1993)

Destino finale

ricostruita a Genova dal 1992

Caratteristiche generali

Stazza lorda

12 165,00 tsl

Lunghezza

160,08 m

Larghezza

21,04 m

Pescaggio

7,9 m

Propulsione

2 motori DieselGötaverken a otto cilindri con potenza unitaria di 12 000 CV
eliche

Velocità

17 nodi (31,48 km/h)

Passeggeri

395

 

Riprendiamo la STORIA

 

La Swedish American Line vendette la Stockholm alla VEB Deutsche Seereederei, società armatoriale della Germania dell’Est, nel 1960. Ribattezzata Volkerfreundschaft, fu trasformata in nave da crociera per i membri del Partito Comunista e dei sindacati.

La carriera durò fino al 1985, quando la nave fu ceduta alla Neptunus Rex Enterprises, una società registrata a Panama che la utilizzò come nave caserma a Oslo per i richiedenti asilo. Durante questo periodo la nave prese il nome dall’esploratore norvegese Fridtjof Nansen.

Il gruppo italiano Starlauro l'acquistò nel 1989 con l’intenzione di ricostruirla per un ulteriore utilizzo come nave da crociera Sorrento. La nave fu venduta alla Nina di Navigazione prima che venisse fatto qualsiasi lavoro, e presto fu trasferita in un cantiere navale genovese dove fu completamente "sventrata" e ricostruita come Italia Prima, una moderna nave da crociera in grado di trasportare 580 passeggeri.

Il successivo proprietario fu il gruppo Classic International Cruises, per il quale navigò come Athena.

Successivamente, la nave fu venduta alla portoghese Portuscale Cruises, che la ribattezzò Azores

Cruise & Maritime Voyages (CMV), con sede nel Regno Unito, la rinominò Astoria nel 2015. CMV è entrata in amministrazione nel 2020, portandola ad essere sequestrata dalla UK Maritime & Coastguard Agency.

Il miliardario della criptovaluta Brock Pierce ha acquisito l’Astoria a metà del 2021 con l’intenzione di utilizzarla come nave da crociera.

Secondo TradeWinds, Pierce avrebbe perso interesse per la nave dopo aver stabilito che il costo per rimetterla in servizio era economicamente irrealizzabile, data la sua età avanzata.

 

Cronologia nomi

  • 1948-1960: Stockholm

  • 1960-1985: Völkerfreundschaft

  • 1985-1986Volker

  • 1986-1993Fridtjof Nansen

  • 1993-1994Italia I

  • 1994-1998: Italia Prima

  • 1998-2002: Valtur Prima

  • 2002-2005Caribe

  • 2005-2013: Athena

  • 2013-2015: Azores

  • 2015-: Astoria (foto sotto)

 

 

Cronologia compagnie

  • 1948-1960: Swedish America Line

  • 1960-1985: VEB Deutsche Seereederei

  • 1985-1989: Neptunus Rex Enterprises

  • 1989-1994: Star Lauro

  • 1994-2002: Nina Cia. di Navigazione

  • 2002-2004Festival Crociere

  • 2004-2013: Nina SpA

  • 2013-2015: Portuscale Cruises

  • 2015-2020: Cruise & Maritime Voyages

Costruita con a prua rinforzata per il ghiaccio sul servizio di linea transatlantico tutto l’anno, la nave, col nome: Stockholm, salpò per il suo primo viaggio nel febbraio 1948, diventando la prima nave passeggeri del dopoguerra di nuova costruzione.

Piccola, rispetto ad altre navi passeggeri impegnate nel commercio transatlantico, la Stockholm avrebbe avuto ben poca notorietà se non fosse entrata in collisione con la nostra Ammiraglia della flotta italiana, lAndrea Doria (costruita nel 1953), in una notte nebbiosa al largo di New York nel luglio 1956. Nell’incidente morirono 51 passeggeri. 

 

Stockholm addio.

La nave da 16.144 tonnellate di stazza lorda – costruita nel 1948,  è stata venduta per essere demolita in una struttura approvata dall’Unione Europea per una somma non divulgata da The Roundtable, società con sede a Porto Rico.

 

ALBUM FOTOGRAFICO

La Völkerfreundschaft  (ex STOCKHOLM) ai lavori di conversione in nave da crociera a Genova, 1993 – Ponte Caracciolo.

 

La ex STOCKHOLM  riconvertita e ribattezzata Italia Prima a Genova nel 1994

 

Rinonimata Athena a Spalato il 22 ottobre 2011

 

Il 22 ottobre 2011 col suo penultimo nome  AZORES (foto sopra)

 

La vendita della nave, che qui si chiama Astoria (nella foto sopra), conclude una delle carriere più incredibili di qualsiasi nave, iniziata nei giorni bui della seconda guerra mondiale, quando (nel 1944) la Swedish American Line ordinò una nave passeggeri alla AB Gotaverken.

 

La Grand Dame of the Sea sfila davanti ai grattacieli di Manhattan

di Carlo GATTI

Rapallo, 9.2.2012

T/N “ANDREA DORIA”

LA BELLA E SFORTUNATA SIGNORA DEI MARI

https://www.marenostrumrapallo.it/andrea-doria/

 

 

 

 

Carlo GATTI

Rapallo, 9 settembre 2025