QUANDO IL SALE SALIVA E L’ARDESIA SCENDEVA
Terza e Ultima Parte

ANELLO DELLE TRE FRAZIONI DI CHIAVARI
Le vie antiche di …..
Campodonico, Sanguineto, Maxena
Nei due capitoli precedenti abbiamo seguito il sale mentre abbandonava le rive del mare e si metteva in cammino verso l’Appennino e la Pianura Padana. Lo abbiamo visto viaggiare sulle navi, sostare nei magazzini, passare sui muli e accompagnare uomini e donne lungo sentieri faticosi e talvolta pericolosi.
Ma su quella stessa grande rete di mulattiere, crinali e valichi si muoveva anche un’altra merce, diretta in senso contrario.
Mentre il sale saliva, l’ardesia scendeva
Era la pietra nera della Liguria, strappata alle montagne dell’entroterra e destinata ai tetti, ai pavimenti, alle cucine, ai portali delle case e infine alle stive dei leudi che l’avrebbero trasportata lungo le coste del Mediterraneo.
Non dobbiamo immaginare una sola strada, tracciata con precisione come sulle carte moderne. Erano piuttosto molti percorsi: sentieri, scorciatoie, vie di crinale e mulattiere che si univano, si separavano e talvolta s’incrociavano. Su alcuni tratti passavano il sale diretto verso l’interno e l’ardesia che scendeva verso il mare. Due merci differenti, dunque, ma una sola civiltà della fatica.
LE MONTAGNE DELLA PIETRA NERA
L’estrazione dell’ardesia in Liguria ha origini antiche. Il suo primo grande centro fu il territorio compreso tra Lavagna e Cogorno, soprattutto nella zona del Monte San Giacomo e del Monte Capenardo.
Nel suo Dizionario storico-geografico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Goffredo Casalis riferiva che nel 1840, nei soli territori di Lavagna e Cogorno, erano attive quarantotto cave di ardesia. È un numero impressionante, capace di restituirci l’immagine di una montagna continuamente percorsa da cavatori, spaccatori, portatrici e trasportatori.
In seguito l’attività si sviluppò soprattutto nella Val Fontanabuona, dove l’ardesia divenne per generazioni una delle principali risorse economiche. Nomi come Orero, Lorsica e Cicagna entrarono così nella geografia della pietra nera ligure.
Il lavoro cominciava nella montagna. L’ardesia non si offriva spontaneamente: bisognava riconoscerne la vena, seguirla nel buio e staccarne i blocchi senza rovinarli. Era necessario conoscere la pietra quasi come un marinaio conosce il mare: comprenderne la struttura, prevederne le reazioni, rispettarne i pericoli.
Dalla cava uscivano le lastre grezze, che la tradizione locale chiamava ciappastruni. Passavano poi nelle mani degli spaccatori, artigiani abilissimi che, seguendo la naturale sfaldatura della roccia, ricavavano le ciappe: lastre più sottili e regolari, pronte per gli usi edilizi e per il trasporto.
Un colpo sbagliato poteva mandare perduto il lavoro di molte ore. Anche qui, come a bordo di una nave, la forza non bastava: occorrevano esperienza, occhio e misura.
LE CAMALLERE: LA FORZA SILENZIOSA DELLE DONNE
Fra i protagonisti delle Vie dell’Ardesia vi furono le camallere, donne che trasportavano le lastre lungo sentieri ripidi e sconnessi.

Le camalle (chiamate anche lavagnine o cogornine) erano donne e ragazze dell’entroterra ligure che trasportavano pesanti lastre di ardesia (fino a 50-60 kg) in equilibrio sulla testa, camminando a piedi nudi lungo i sentieri dalle cave fino ai porti, dove le pietre venivano caricate sui leudi (tipiche imbarcazioni a vela latina) diretti a Genova e in altri porti.

Le portatrici di ardesia sono state molto più che manodopera: sono state madri, mogli, figlie e custodi della memoria di una Liguria forte, silenziosa e resiliente.
Caricavano la pietra sul capo, proteggendosi con un panno arrotolato, e affrontavano la discesa mantenendo un equilibrio che oggi sembra quasi impossibile. Alcune testimonianze ricordano carichi di quaranta o persino cinquanta chilogrammi: pesi formidabili, portati passo dopo passo senza perdere la sicurezza necessaria per non cadere e non spezzare la lastra.
Non erano figure marginali. Costituivano una parte essenziale dell’intera organizzazione del trasporto, soprattutto dove i sentieri non permettevano il passaggio di carri e rendevano difficile persino l’impiego dei muli.
Scendevano dalle cave verso il fondovalle o continuavano fino alla costa, dove l’ardesia cambiava ancora una volta mezzo di trasporto. Dietro ogni lastra posata su un tetto, collocata davanti a un focolare o caricata sopra una barca, rimaneva così nascosta la fatica di una donna.
I loro passi non hanno lasciato giornali di bordo. Eppure, sulle vecchie mulattiere, sono forse le camallere ad avere scritto le pagine più dure e più vere di questa storia.
DAI CRINALI ALLA SPIAGGIA
Uno dei nodi più importanti si trovava sopra Lavagna, tra il Monte San Giacomo, il Monte Capenardo e il Passo del Portalone. Da quelle alture i percorsi dell’ardesia scendevano verso la costa e si collegavano alla più ampia rete commerciale della Val Graveglia, diretta verso i passi appenninici.
Più all’interno, altre mulattiere attraversavano la Val Fontanabuona e raggiungevano i crinali che guardano il Golfo Paradiso e il Tigullio. Non esisteva un unico itinerario valido per ogni epoca e per ogni carico: le vie mutavano secondo la provenienza della merce, la destinazione, le condizioni dei sentieri e le necessità dei trasportatori.
La regola generale, però, era chiara. Il sale proveniente dagli scali costieri cercava la via dei monti; l’ardesia cercava la discesa verso gli approdi. Lungo quella rete gli uomini si incontravano, si scambiavano notizie, misuravano le distanze, osservavano il tempo e forse si indicavano a vicenda lo stato dei valichi.
Era una navigazione terrestre. Il crinale diventava una rotta, il valico uno stretto, la sosta una rada. Cambiava il paesaggio, ma non la prudenza necessaria per arrivare a destinazione.
QUANDO LA MONTAGNA SALIVA A BORDO

Agenzia Bozzo – Camogli
Giunta sulla costa, l’ardesia incontrava il mare.
Sulle spiagge di Lavagna e Riva Trigoso le lastre venivano caricate a braccia sui leudi, robuste imbarcazioni da trasporto armate con vela latina. Le forme piene dello scafo, la capacità di portare carichi pesanti e la possibilità di avvicinarsi alla riva ne facevano mezzi particolarmente adatti ai traffici costieri.
Il caricamento richiedeva attenzione. L’ardesia era pesante e fragile: occorreva distribuirla nella stiva con ordine, affinché non si spezzasse e soprattutto non compromettesse la stabilità dell’imbarcazione. Per un marinaio, un carico sistemato male poteva essere pericoloso quanto una vela manovrata in ritardo.
Da quel momento la pietra dei monti liguri entrava nel sistema delle rotte mediterranee. Le lastre raggiungevano altri porti italiani e stranieri; già nell’Ottocento le fonti ricordavano spedizioni verso la Toscana, Napoli, la Corsica, la Sardegna, la Francia, il Portogallo e località ancora più lontane.
Così la montagna saliva a bordo. Il viaggio cominciato nel buio della cava proseguiva sotto il sole, il vento e la salsedine.
RAPALLO: NON LE CAVE, MA LE VIE E L’ARTE

Il territorio collinare alle spalle di Lavagna, Chiavari e Rapallo era attraversato da importanti vie commerciali che non puntavano necessariamente verso l’alta Val d’Aveto e l’Emilia, ma sfruttavano direttrici di crinale differenti che portavano comunque in Emilia e Lombardia.

E Rapallo?
La nostra città non fu uno dei grandi centri di estrazione paragonabili a Lavagna, Cogorno o alla Val Fontanabuona. La vena migliore dell’ardesia si sviluppava soprattutto oltre i monti, sul versante fontanino. Rapallo, però, non rimase estranea a questa storia.
Le mulattiere alle sue spalle facevano parte della rete che metteva in comunicazione il Tigullio con l’interno. Il Passo della Crocetta, collegamento naturale verso Coreglia Ligure e la Val Fontanabuona, rappresentava uno dei punti di attraversamento. Anche i percorsi di crinale nell’area di Montallegro appartenevano a quel mondo di pellegrini, contadini, mulattieri e viandanti che per secoli unirono il mare alle valli.
È bene usare prudenza: non tutte queste vie ebbero la stessa importanza commerciale e non possiamo affermare che ogni sentiero fosse regolarmente percorso da carichi d’ardesia. Possiamo però dire che Rapallo partecipò a quella civiltà di scambi e utilizzò largamente la pietra nera proveniente dall’entroterra.
La prova più bella è ancora davanti ai nostri occhi.

Sopra e sotto: Antichi portali in ardesia del Centro Storico di Rapallo

Le lettere IHS (o IHC) sono il trigramma che rappresenta il nome di Gesù (Iesus Hominum Salvator).
Passeggiando nel centro storico, soprattutto in Via Mazzini e Via Magenta, incontriamo portali, stipiti e architravi d’ardesia scolpiti tra il Quattrocento e il Cinquecento. Vi compaiono simboli religiosi, il monogramma di Cristo IHS, scene sacre, decorazioni e stemmi delle famiglie.
Questi portali non erano soltanto elementi architettonici. Dichiaravano il prestigio della casa e dei suoi proprietari. La pietra che era uscita faticosamente dalla montagna, scesa lungo le mulattiere e passata di mano in mano diventava arte, fede e memoria cittadina.
Qui si compiva una trasformazione straordinaria: la materia pesante, nera e ruvida diventava un segno destinato a sfidare i secoli.
LE STRADE CHE CONTINUANO A PARLARE
Oggi molti di quei sentieri sono percorsi dagli escursionisti. Si cammina per il piacere del paesaggio, per raggiungere un santuario, una frazione, una trattoria dell’entroterra o semplicemente per scoprire che cosa si nasconde dietro il crinale visto dalla costa.
Eppure, sotto gli scarponi moderni, rimangono le tracce di un’altra umanità.
Là dove oggi sostiamo per ammirare il Tigullio, un mulattiere controllava il suo carico. Dove noi cerchiamo l’ombra per riposare, una camallera si fermava forse pochi istanti prima di riprendere la discesa. Dove un panorama ci appare come un dono, uomini e donne vedevano soprattutto la distanza ancora da percorrere.
Conoscere questa storia non diminuisce la bellezza dei luoghi: la rende più profonda. Il paesaggio non è più soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò che ricordiamo.
DUE MERCI, UNA SOLA CIVILTÀ
Il nostro viaggio lungo le Vie del Sale era cominciato dal mare. Abbiamo seguito una merce indispensabile mentre risaliva verso i paesi dell’interno, accompagnata da marinai, carovanieri, mulattieri e famiglie che vivevano di quei traffici.
Ora, sulle Vie dell’Ardesia, abbiamo incontrato il movimento contrario: la montagna che consegnava la propria pietra alla costa, alle città e alle navi.
IL SALE SALIVA, L’ARDESIA SCENDEVA
Uno conservava gli alimenti e rendeva possibile la vita lontano dal mare; l’altra proteggeva le case, rivestiva i tetti, accoglieva il fuoco domestico e ornava i palazzi. Entrambi passavano attraverso le stesse mani segnate dalla fatica e appartenevano alla medesima Liguria, stretta fra monti e mare.
Sulla banchina avveniva infine il cambio di rotta: ciò che arrivava dal mare proseguiva verso i monti; ciò che scendeva dai monti prendeva il largo.
Quelle antiche carovane sono scomparse, molte cave hanno cessato di lavorare e i leudi non affollano più le nostre spiagge. Ma i sentieri, le case e i portali continuano a parlarci, se sappiamo fermarci ad ascoltare.
Il sale conservava gli alimenti; la memoria conserva le vite
PICCOLO GLOSSARIO DELL’ARDESIA
Ciappastrun: lastra grezza appena ricavata dalla pietra.
Ciappa: lastra d’ardesia lavorata e resa più sottile e regolare.
Camallera: portatrice addetta al trasporto delle lastre, spesso sul capo.
Spaccatore: artigiano capace di dividere il blocco seguendo i piani naturali della roccia.
Leudo: imbarcazione ligure da carico, tradizionalmente armata con vela latina.
NOTA DELLA REDAZIONE
I percorsi commerciali variarono nel corso dei secoli e formarono una rete complessa, non una singola strada. Per questa ragione il testo parla prudentemente di vie che si collegavano o s’incrociavano, senza attribuire a ogni sentiero lo stesso impiego e la medesima importanza.
Il Glossario del Mare: Termini Dialettali della Marineria Rapallese e del Tigullio
U Lëudu (o Leudo): La barca simbolo del Tigullio. Caratteristica per la sua vela latina, lo scafo “a uovo” molto robusto e il fondo quasi piatto, ideale per essere spiaggiata e tirata a secco (alâ) direttamente sui ciottoli o sulla sabbia per caricare l’ardesia e il sale.
Alâ (o Inalâ): L’azione di tirare a secco le imbarcazioni sulla spiaggia. Per i leudi carichi di ardesia o sale, era una manovra di forza collettiva che coinvolgeva i marinai e la gente del borgo, spesso aiutati da paranchi e rulli di legno (i lici).
I Lici: I rulli di legno lubrificati (spesso con grasso animale) che venivano posizionati sotto la chiglia del leudo per farlo scivolare sulla spiaggia durante le operazioni di varo o di alaggio.
U Sciorâ / Scioramento: L’azione di stendere e far asciugare le vele al sole (da sciorâ, asciugare all’aria). Dopo le mareggiate o le traversate umide per trasportare il sale, era un rito visibile da tutto il lungomare di Rapallo.
A Ventada: Una raffica improvvisa di vento. Per i leudi che navigavano “alla parte” (cioè sbandati sotto l’effetto della vela latina), una ventada improvvisa scendendo dai valloni di Rapallo o di Portofino poteva essere molto pericolosa se il carico di lastre di ardesia non era perfettamente stivato e bloccato (amarrâ).
Arbâ / Arbasu: La bonaccia piatta, l’assenza totale di vento. Quando i leudi carichi rimanevano bloccati dall’arbasu nel Golfo di Rapallo, i marinai dovevano armarsi di lunghi remi (i rami) per portare la barca a destinazione o avvicinarsi all’ormeggio.
U Patrun (o Patrun de barca): Il comandante e spesso proprietario del leudo. Era colui che contrattava il prezzo del carregio (il trasporto) dell’ardesia con i mercanti e che gestiva i rischiosi viaggi nel Mediterraneo.
Riflessione Finale:
Quando andavamo a scuola scrivevamo sulle lavagne; diventati grandi, abbiamo giocato a biliardo sull’ardesia. E i più bravi tra noi, con mani sapienti, sono riusciti persino a fermare il tempo, trasformando quella pietra scura in opere d’arte che ancora oggi impreziosiscono, dentro e fuori, le case e i paesi della Liguria.
Carlo GATTI
Rapallo, 19.9.2026
Mare Nostrum Rapallo
Wikipedia:

Miniera di Gambatesa è stata una miniera sotterranea da cui veniva estratta la BRAUNITE, minerale che contiene MANGANESE per la produzione di ACCIAIO di qualità; la miniera fu sfruttata anche dall’Italsider.
L’ex miniera si trova nel comune di Ne, in Val Graveglia, sulla strada provinciale 26 per Varese Ligure e per il Passo del BISCIA (892 m). Il sito è stato riaperto dal 2016 al pubblico con visite guidate quale mero museo minerario.
Dello stesso Autore:
IL LEUDO DI MOSE’ BORDERO
https://www.marenostrumrapallo.it/il-leudo-di-mose-bordero/
CANCARONE E VINO NAVIGATO
https://www.marenostrumrapallo.it/cancarun/
LA GALLETTA DEL MARINAIO
https://www.marenostrumrapallo.it/juan/
LEUDO, UNA MANOVRA PARTICOLARE
https://www.marenostrumrapallo.it/leudo/
NEL MONDO DEI LEUDI
https://www.marenostrumrapallo.it/nel-mondo-dei-leudi/


