NEL NOME DEI CICALA…

Fabrizio De André scrisse una famosa canzone ispirandosi ad un personaggio della famiglia

CICALA

Cicala, originaria della Germania furono presenti a Genova dall’893. Divenne ben presto una famiglia patrizia, le cui prime memorie si fanno risalire all’anno 924, quando sarebbe passata da Lerici a Genova.



E’ leggendaria tradizione che, avendo sorvolato il capo di tal Pompeo di questa stirpe uno sciame di cicale quand’egli era per attaccare coi suoi Genovesi i Pisani, conseguita la vittoria, volle celebrare il prodigio dipingendo quegli insetti sullo scudo e assumendone il nome.

 

 


Venne conservato lo stemma con le cicale fino al 1432 quando il re di Polonia concesse a Giobatta Cicala in premio per le sue vittorie contro i Tatari l’uso del proprio stemma rosso con aquila coronata d’argento. Nel 1528, a seguito della riforma voluta da Andrea Doria, formarono il 7° Albergo*.

*Albergo – Nome che nel Medioevo servì a designare consorterie di famiglie nobili, in particolare a Genova. Qui l’ordinamento aristocratico stabilito da Andrea Doria nel 1528 fissò a 28 il numero degli Alberghi. (che erano 74 nel 1414); fino al 1576, le famiglie nobili presero tutte cognome dall’Albergo.

Questa famiglia, una delle consolari di Genova, divenne importante per i vasti commerci, viaggi e navigazioni importanti, per le armi, per le lettere, per le cariche civili ed ecclesiastiche, non solamente a Genova, anche in moltissimi altri paesi d’Italia e all’estero: Lerici, Ventimiglia, Albenga, Piacenza, Roma, Napoli, Aquila, Lecce, Cosenza (1391) in Messina, in Lentini (nobile 1458), Palermo e poi in Turchia e in Persia.

Uno dei rami passati nel Regno di Napoli fu a Genova sin dal X secolo. Vincenzo fu avventuriero a bordo delle galee di Giacomo Grimaldi. I Cicala o Cigala, dal XII secolo, erano presenti nella politica cittadina della Repubblica di Genova. Guglielmo fu tra i primi consoli tra il 1155 ed il 1161.  Nel corso del secolo successivo la famiglia dette altri uomini di governo, tutti esponenti ghibellini.  Le case dell’Albergo erano situate tra la Cattedrale di San Lorenzo di Genova ed il mercato di San Pietro in Banchi.

Nei secoli XIV e XV, i Cicala si concentrarono nei commerci internazionali e sull’amministrazione dei domini orientali.

Figura di spicco fu Meliaduce Cicala, tesoriere di Papa Sisto IV, che destinò 5.000 lire al Banco di San Giorgio nel 1481, da impiegare per le doti delle fanciulle povere di Genova.

Inoltre, nominò erede universale la Camera Apostolica con l’obbligo di istituire l’Ospedale di San Giovanni Battista dei Genovesi, destinato all’assistenza dei connazionali che si trovavano nell’Urbe.

I Cicala entrarono a far parte delle famiglie nobili vicine al Cardinale Giovanni Battista Cibo, salito al Soglio Pontificio nel 1484 con il nome di Innocenzo VIII ricevendone benefici ed onori.

Come si è già visto, la famiglia si diramò in numerose città del Mezzogiorno d’Italia tra cui Lentini, Messina, Lecce e Napoli, ove fu aggregata ad uno dei Sedili di Napoli*, quello di Portanuova.

*I Sedili (o Seggi o Piazze) erano delle istituzioni amministrative della città di Napoli i cui rappresentanti, detti gli Eletti, dal XIII al XIX secolo, si riunivano nella Chiesa di San Lorenzo Maggiore per cercare di raggiungere il bene comune della Città. A cinque di essi avevano diritto di partecipare i nobili, mentre il resto dei cittadini era aggregato nel sesto seggio, quello del popolo.

Cronistoria

 

 



ZIGALA – GASSA – CAPITANO DEL MARE


Sulla rotta tra Genova e Istanbul si giocò, nel ‘500, il destino dei Cicala, del padre Vincenzo e del figlio Scipione, entrambi corsari ma su fronti contrapposti. Discendente da una nobile famiglia di origini germaniche, presente a Genova sin dal X secolo, Vincenzo fu avventuriero a bordo delle galee di Giacomo Grimaldi al soldo dell’ordine Gerosolimitano*, poi al servizio di Muley Hassan, bey di Tunisi, contro il feroce Barbarossa.

Conquistati i gradi di capitano e la fama di validissimo uomo di mare, nel 1538 Cicala partecipò alla presa di Castelnuovo, alle bocche di Cattaro, in Montenegro, spedizione dalla quale tornò a Genova con una prigioniera d’eccellenza, la figlia di un nobile musulmano che fece battezzare con il nome di Lucrezia e dalla quale ebbe il figlio naturale Scipione, destinato a calcare le sue orme. Messosi finalmente in proprio e diventato corsaro per conto dei genovesi e dei siciliani, Cicala interpretò la guerra sul mare con eccessiva disinvoltura: spesso si lasciava andare a episodi di pura pirateria, facendo schiavi a centinaia e attaccando, nell’Egeo, praticamente ogni natante che gli venisse a tiro senza curarsi della bandiera che issava.

Imbarcatosi con il figlio Scipione per raggiungere la Spagna, nel 1561 venne catturato dagli uomini di Uccialì presso le Egadi, condotto a Tripoli e poi a Istanbul alla corte del Sultano. Qui riuscì, pagando un salatissimo riscatto, ad acquistare la propria libertà ma non quella di Scipione, che durante la prigionia, forse convinto dalle lusinghe del Sultano che lo voleva tra i suoi favoriti, o perché pensava così di poter salvare la vita al padre, abiurò la fede cristiana e abbracciò l’Islam con il nome di Cigalazade Yusuf Sinan Pascià. Lo smacco fu insopportabile per il vecchio corsaro genovese, che disconobbe il figlio. Ma che sia stata una libera scelta o un’imposizione, l’abiura concesse a Scipione una carriera folgorante, tanto da essere nominato per ben 2 volte Grand’Ammiraglio della flotta musulmana e perfino Gran Visir, di fatto il primo ministro dell’impero. Nonostante avesse indossato il turbante, Scipione Cigala dimostrò di essere un corsaro degno del suo illustre e cristianissimo padre, ma un talento politico nettamente superiore.

*Ordini gerosolimitai: Gli ordini gerosolimitani, o gerosolomitani, sono quegli antichi ordini religiosi cavallereschi nati nel periodo delle crociate lanciate dalla Chiesa cattolica per liberare il Santo Sepolcro dal controllo dell’Islam, inizialmente nel regno di Gerusalemme.

Personalità – Sintesi

· Guglielmo, nel secolo XII, fu più volte console a Genova  e più precisamente negli anni 1152, 1155, 1157, 1161, 1165 ed Ambasciatore presso Federico Barbarossa  nel 1158.

· Lanfranco Cicala o Cicala (Genova, 1200 circa-1258) figlio di Gerolamo, prese parte alla vita politica della Repubblica di Genova)  in qualità di giudice prima di dedicarsi alla poetica. Fu tra i massimi poeti genovesi del XIII secolo in lingua provenzale antica.

· Giovanni Battista Cicala Zoagli (Genova 1486-Genova 1566) nel 1530 rientrò a Genova dopo numerose missioni in Mediterraneo per conto della Repubblica di Genova. Nel 1528, la sua famiglia, Zoagli, si era iscritta    nell’Albergo dei Nobili genovesi dei Cicala o Cigala, assumendone il nome. Nel 1537 fu nominato Governatore di Corsica per mandato del Banco di San Giorgio e successivamente Ambasciatore presso la corte papale di Papa Paolo III.  Nel 1561  fu elevato a Doge, sessantatreesimo nella carica.

· Vincenzo Cicala (Genova,1504-Istanbul,1564) o più propriamente Visconte Cicala condottiero e corsaro genovese. Al servizio di Andrea Doria, partecipò a numerose battaglie e conquiste in tutto il Mar Mediterraneo. In proprio, con la patente di corsaro riconosciutagli dai genovesi e dai siciliani, imperversò sul mar Egeo depredando navi che non fossero genovesi. Mercenario, poi, al soldo dei Gonzaga  e successivamente dei Cavalieri di Malta,  fu infine sconfitto e catturato dagli Ottomani.  Morì a Pera, Istanbul nel 1564.

· Suo figlio Scipione Cicala (Messina, 1552- Diyarbakir, 1605) nel 1561, in uno scontro alle isole Egadi (Marettimo) tra la flotta della Repubblica di Genova  e quella turca di Dragut, fu preso prigioniero con il padre e condotto ad Istambul.  Successivamente si convertì all’Islam e come giannizzero fece carriera nell’esercito ottomano, elevato alla carica di GRAN VISIR e Serraschiere del Sultano  con il nome di:

Sinan Capudan Pascia’


LINK – LIBRO D’ORO DELLA NOBILTA’ MEDITERRANEA

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Ed eccoci a Fabrizio De André

A ME ZENA



Nel 1984 esce l’album capolavoro in lingua genovese di Fabrizio De Andrè “Creuza de ma”.

Sette tracce che, fondendo in maniera irripetibile e magistrale suoni e parole, celebrano Genova, il mare e le culture del Mediterraneo.

Fra queste canzoni emerge da un lontano passato la storia del nostro nobile concittadino Scipione Cicala che, imprigionato dai turchi, ne divenne condottiero e corsaro fino ad ottenere il massimo degli onori possibili per un infedele, ovvero il titolo di Pascià.

“E questa a l’è a ma stöia, e t’ä veuggiu cuntâ”…

“Sinan Capudan Pascià” racconta appunto le vicende del genovese Cicala (“sinan”, dato che in turco ottomano antico Genova si dice “Sina”, significa genovese) che fu catturato nel 1560 a bordo della nave del padre Vincenzo dopo la disfatta della battaglia di Gerba.

Nei pressi dell’isola tunisina ebbe luogo infatti lo scontro che permise ai Turchi di riprendere il sopravvento nel Mediterraneo dopo che per quasi 50 anni Andrea D’Oria vi aveva imposto la propria legge.

In quell’occasione il corsaro Dragut aveva sconfitto la flotta cristiana da pochi anni ereditata, insieme al titolo di Admiral Mayor spagnolo, dal nipote Gian Andrea.

Secondo alcune interpretazioni a quasi 94 anni Andrea si spense nel suo palazzo, corroso dai dolori e soprattutto dalla delusione per la notizia della perdita delle sue invitte galee.

Non tutti gli storici però concordano su tale antefatto: per alcuni invece Sinan sarebbe stato catturato da Dragut non nei pressi dell’isola tunisina, ma al largo di Marettimo, alle Egadi, mentre con il padre Vincenzo veleggiava verso la Spagna. Era il 18 marzo del 1561 e Scipione aveva appena 17 anni.

Quale che sia la versione corretta di certo il giovane Scipione e il padre Vincenzo vennero catturati entrambi e tradotti prigionieri ad Instanbul.

Vincenzo pagò il proprio riscatto e venne liberato ma, per carenza di fondi, non quello del figlio. Fu così che Scipione per non finire ridotto in schiavitù, legato a qualche banco di voga a remare, abiurò la propria fede e si arruolò nel corpo scelto dei Giannizzeri.

Per via di questo suo opportunistico cambio di campo religioso, venne disprezzato e battezzato dai Cristiani “rénegôu”:

“E digghe a chi me ciamma rénegôu

che a tûtte ë ricchesse a l’argentu e l’öu

Sinán gh’a lasciòu de luxî au sü

giastemmandu Mumä au postu du Segnü”.

Ma Scipione bestemmiando Maometto al posto del Signore fece presto carriera dimostrando coraggio e abilità nautiche salvò la vita ad un importante e potente Bey (nobile ottomano).

Le sue vicende incrociarono con alterne fortune i sultanati di Solimano I il Magnifico, Selim II, Murad III e Maometto III.

Cicala si distinse in numerose scorribande piratesche lungo le coste del sud in generale e della Calabria in particolare fino ad ottenere il massimo dei riconoscimenti dal Sultano Maometto III: Sinán Capudán Pasciá, cioè “il genovese grande ammiraglio della flotta ottomana”.

Cağaloğlu Sinan Kapudan Paşa conosciuto anche per assonanze fonetiche come Sinan Bassà diventerà persino per breve tempo Gran Visir e Serraschiere del Sultano di Costantinopoli.

Teste fascië ‘nscià galéa

ë sciabbre se zeugan a lûn-a

a mæ a l’è restà duv’a a l’éa

pe nu remenalu ä furtûn-a

Teste fasciate sulla galea

le sciabole si giocano la luna

la mia è rimasta dov’era

per non stuzzicare la fortuna

intu mezu du mä

gh’è ‘n pesciu tundu

che quandu u vedde ë brûtte

u va ‘nsciù fundu

in mezzo al mare

c’è un pesce tondo

che quando vede le brutte

va sul fondo

intu mezu du mä

gh’è ‘n pesciu palla

che quandu u vedde ë belle

u vegne a galla

in mezzo al mare

c’è un pesce palla

che quando vede le belle

viene a galla

E au postu d’i anni ch’ean dedexenueve

se sun piggiaë ë gambe e a mæ brasse neuve

d’allua a cansún l’à cantà u tambûu

e u lou s’è gangiou in travaggiu dûu

E al posto degli anni che erano diciannove

si sono presi le gambe e le mie braccia

da allora la canzone l’ha cantata il tamburo

e il lavoro è diventato fatica

vuga t’è da vugâ prexuné

e spuncia spuncia u remu fin au pë

vuga t’è da vugâ turtaiéu

e tia tia u remmu fin a u cheu

voga devi vogare prigioniero

e spingi spingi il remo fino al piede

voga devi vogare imbuto mangione

e tira tira il remo fino al cuore

e questa a l’è a ma stöia

e t’ä veuggiu cuntâ

‘n po’ primma ch’à vegiàià

a me peste ‘ntu murtä

e questa è la mia storia

e te la voglio raccontare

un po’ prima che la vecchiaia

mi pesti nel mortaio

e questa a l’è a memöia

a memöia du Cigä

ma ‘nsci libbri de stöia

Sinán Capudán Pasciá

e questa è la memoria

la memoria del Cicala

ma sui libri di storia

Sinán Capudán Pasciá

E suttu u timun du gran cäru

c’u muru ‘nte ‘n broddu de fàru

‘na neutte ch’u freidu u te morde

u te giàscia u te spûa e u te remorde

e sotto il timone del gran carro

con la faccia in un brodo di farro

una notte che il freddo ti morde

ti mastica ti sputa e ti rimorde

e u Bey assettòu u pensa ä Mecca

e u vedde ë Urì ‘nsce ‘na secca

ghe giu u timùn a lebecciu

sarvàndughe a vitta e u sciabeccu

e il Bey seduto pensa alla Mecca

e vede le Uri su una secca

gli giro il timone a libeccio

salvandogli la vita e lo sciabecco

amü me bell’amü

a sfurtûn-a a l’è ‘n grifun

ch’u gia ‘ngiu ä testa du belinun

amü me bell’amü

amore mio bell’amore

la sfortuna è un avvoltoio

che gira intorno alla testa dell’imbecille

amore mio bell’amore

a sfurtûn-a a l’è ‘n belin

ch’ù xeua ‘ngiu au cû ciû vixín

e questa a l’è a ma stöia

e t’ä veuggiu cuntâ

la sfortuna è un cazzo

che vola intorno al sedere più vicino

e questa è la mia storia

e te la voglio raccontare

‘n po’ primma ch’à a vegiàià

a me peste ‘ntu murtä

e questa a l’è a memöia

a memöia du Cigä

ma ‘nsci libbri de stöia

Sinán Capudán Pasciá.

un po’ prima che la vecchiaia

mi pesti nel mortaio

e questa è la memoria

la memoria di Cicala

ma sui libri di storia

Sinán Capudán Pasciá

E digghe a chi me ciamma rénegôu

che a tûtte ë ricchesse a l’argentu e l’öu

Sinán gh’a lasciòu de luxî au sü

giastemmandu Mumä au postu du Segnü

E digli a chi mi chiama rinnegato

che a tutte le ricchezze all’argento e all’oro

Sinán ha concesso di luccicare al sole

bestemmiando Maometto al posto del Signore

intu mezu du mä gh’è ‘n pesciu tundu

che quandu u vedde ë brûtte u va ‘nsciù fundu

intu mezu du mä gh’è ‘n pesciu palla

che quandu u vedde ë belle u vegne a galla

in mezzo al mare c’e un pesce tondo

che quando vede le brutte va sul fondo

in mezzo al mare c’è un pesce palla

che quando vede le belle viene a galla.

A Istanbul il prestigio dei genovesi è testimoniato non solo dal quartiere Galata con relativa torre simbolo tuttora della città ma anche dalla contrada che ancora oggi, portandone il nome, celebra il nostro eroe:

Cağaloğlu (poiché oglu significa figlio, il figlio di Cigala).

 

Carlo GATTI

Rapallo, Agosto 2021