GIUSEPPE CLARI

SOPRAVVISSUTO DA UN LAGER NAZISTA

Il Tenente dei bersaglieri Giuseppe Clari é il quarto da destra

Giuseppe CLARI e sua moglie Rosetta per molti anni, nel dopoguerra, frequentarono la nostra Riviera, in particolare: Rapallo. Congedatosi dall’Esercito frequentò l’ISEF e diventò prof. di Educazione Fisica in diversi Istituti di Roma.

Il Comandante Nunzio Catena, “socio storico” di Mare Nostrum, sposò la figlia Marilena. “Quando i genitori di mio suocero Peppe – racconta Nunzio con la sua proverbiale ironia – andarono in comune per registrarlo con il nome di Giuseppe, l’impiegato dell’anagrafe chiese: “e poi ?”intendendo per secondo nome, risposero:  “E’ Rino!”

Fu così che il secondo nome (per fortuna ora abolito), risultò essere ERINO”.

Mio suocero – continua Nunzio – era un tipo molto dinamico, scherzoso e di carattere molto mite. Al contrario, cambiava completamente umore quando qualcuno gli chiedeva di quel lungo e famigerato periodo trascorso in Germania. Abbassava lo sguardo, si alzava e se n’andava visibilmente commosso. Gli ritornava alla mente quel terribile film ricco solo di atrocità e violenze. Giuseppe piangeva ancora la perdita dei suoi commilitoni che si opposero moralmente ai nazisti, ma non resistettero fisicamente a quella umiliante e subumana condizione di prigionieri ritenuti ingiustamente “traditori”. Molti di questi eroi dimenticati da tutti finirono i loro giorni nelle fosse comuni di quei lager vittime di malattie, torture e fucilazioni.

A volte rileggendo quella cartolina che scrisse alla famiglia – aggiunge Nunzio – cercavo di capire i suoi sentimenti, soprattutto il pensiero  verso la donna che amava e dalla quale era stato separato dagli eventi. Si sarebbero dovuti sposare prima che la guerra fosse cominciata, ma sua madre non volle adducendo queste motivazioni: – e se non torna..? – e se torna menomato? – anche se la futura moglie avrebbe acconsentito di sposarlo comunque. Tornato nell’Agosto del ’45 nella casa paterna, raccontava che prima di abbracciare i suoi cari, si era spogliato dei panni pieni di pidocchi ed altro chiedendo di bruciarli. Finalmente si sposarono nel Gennaio ’46 ed a Dicembre, ‘a stretto giro di posta’, nacque Marilena….


Giuseppe CLARI nacque a Montanaro Canavese (Torino) il 24 gennaio 1915, morì nel 1998 a Roma.

– Tenente dei bersaglieri fu catturato l’8 settembre ’43 dai tedeschi a Pinerolo. Fatto prigioniero fu internato nel campo di concentramento STALAG 327 a Przemysl allora Germania, oggi Polonia, fu liberato dai Russi nell’agosto 1945.

27 gennaio 2016 – GIORNO DELLA MEMORIA

Da un quotidiano locale riportiamo:

ORTONA – Nella mattinata di domani 27 gennaio, in occasione del “Giorno della Memoria”, durante la cerimonia che si svolgerà al teatro Marrucino di Chieti, il Prefetto Antonio Corona consegnerà delle apposite medaglie ad alcuni cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia della guerra e dei  familiari deceduti durante la Seconda guerra mondiale.


La dott.ssa Marina Catena riceve la medaglia alla memoria del nonno Giuseppe. Sullo sfondo il ritratto di Giuseppe Clari.

A ricevere questo prestigioso riconoscimento sarà Marina Catena, Direttrice del World Food Program a Parigi, nipote di Giuseppe Clari deportato in un campo di concentramento.

All’evento parteciperà una rappresentanza di sei alunni per ogni scuola di Ortona che partirà alla volta di Chieti alle ore 8.45 da Porta Caldari, con un pullman messo a disposizione gratuitamente dalla ditta Napoleone Viaggi.

Il Sindaco D’Ottavio e l’assessore al sociale Francesca Licenziato si dichiarano orgogliosi della presenza delle scuole ortonesi ad un evento di tale levatura così come i dirigenti scolastici, che vedranno rappresentate le loro scuole in un giorno così importante per la memoria storica di questo Paese.

Veduta di Przemysl

UN PO’ DI STORIA

Nel 1340 Przemysl fu conquistata da Casimiro III di polonia ed entrò a far parte del regno polacco. Nel corso del Rinascimento Przemyśl fiorì, la sua popolazione era composta da genti delle più svariate etnie, come polacchi ebrei, ucraini, armeni, cechi e tedeschi. Venne aperta la vecchia sinagoga e, nel 1617 , il collegio dei gesuiti. Con il diluvio ed il generale declino dello stato polacco, le fortune di Przemysl calarono, ciò nonostante vi fu inaugurata nel 1754 , dal vescovo locale, la prima biblioteca di tutta la Polonia.

Nel 1772 venne occupata dagli austriaci che la elevarono, almeno fino all’occupazione di Leopoli, capitale della Galizia . Nel 1804 aprì i battenti anche la prima biblioteca ucraina. Sempre in quell’epoca, secondo un censimento, a Przemyśl un abitante su sette era di confessione greco-ucraina, questo dato la rende la città con la più alta percentuale di abitanti ucraini. Nel corso della Guerra di Crimea, a causa delle crescenti tensioni tra russi ed austriaci, questi ultimi edificarono attorno alla città una serie di fortificazioni per una lunghezza di 15 km. La ferrovia per Cracovia e Leopoli fu aperta nel 1861.

Tra il 1888 ed il 1914 le difese di Przemyśl furono a tal punto ampliate da fare della città la terza fortezza d’Europa per grandezza. Furono costruiti 44 forti in un raggio di 45 km e la fortezza venne progettata per ospitare una guarnigione di 85.000 uomini. Durante la Prima guerra mondiale Prima , tra il settembre del 1914 ed il marzo del 1915 , la città subì un lungo assedio ad opera dei russi che, con gravi perdite, la conquistarono. Tuttavia nel giugno 1915 la fortezza era già tornata nelle mani degli Imperi centrali. Al termine del conflitto Przemyśl fu al centro del conflitto tra le due nuove entità statali che stavano sorgendo in quei giorni: la Polonia e la Repubblica Nazionale  dell’Ucaraina Occidentale.

Il 1º novembre 191 8 si formò un governo che riuniva nei suoi esponenti le varie etnie della città ma, pochi giorni dopo, gli ucraini, con un colpo di mano, rovesciarono l’esecutivo e si impossessarono della parte orientale della città. Dopo alcuni giorni i polacchi riuscirono ad ottenere il completo controllo della città. Przemyśl divenne così una città della rinata Polonia, all’interno del voivodato di Leopoli. Alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale , risiedevano a Przemyśl 16,500 ebrei.

Con l’invasione della Polonia da parte della Germania e dell’Unione Sovietica, la città si ritrovò tagliata in due dal confine, lungo il fiume San, che divideva le zone d’occupazione dei due eserciti. Molti ebrei passarono il fiume per rifugiarsi presso i russi ma, nel 1942 iniziarono le prime deportazioni e 22.000 ebrei di Przemyśl e dei paesi vicini furono rinchiusi nel ghetto. Pochi di loro riuscirono a sfuggire ai rastrellamenti ma, con l’aiuto dell’Armia Krajowa, almeno 500 ebrei poterono essere salvati.


Nei pressi di Przemyśl sorgeva a Neribka un campo di concentramento nazista, attivo dal dicembre del 1942 al luglio del 1944. (foto sopra)

Al termine del conflitto, Przemyśl si trovò a pochi passi dal nuovo confine polacco-sovietico. Con la cosiddetta “Operazione Vistola”, vennero allontanati dalla città tutti i suoi abitanti ucraini, prontamente sostituiti da profughi polacchi galiziani. Il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura del confine all’inizio degli anni ’90 hanno favorito una rinascita commerciale per la città.

Schreiber scrisse nel 1990: “Qui vennero internati i soldati italiani in seguito al proclama di Badoglio (IMI). dell’8 settembre 1943. Il campo fu evacuato intorno al gennaio 1944 con l’avvicinarsi delle truppe sovietiche. Il comando del campo di Neribka e Pikulice era in mano di un capitano delle SS, il Lagerführer Reyner”.

Raggiunsero lo Stalag XII D (Trier):

Il personale della Marina Mercantile Italiana per un totale di 109 deportati.

Il personale della Marina Militare per un torale di 780 deportati così ripartiti: 204 ufficiali (Oflag), 327 sottufficiali e 249 sottocapi.

Negli Stalag o MStammlager (Kriegsgefangenen-Neribka (Polonia) vi furono internati anche 300 sottotenenti di prima nomina dell’Esercito Italiano, tra cui il Tenente dei  bersaglieri Giuseppe Clari.

Qualcuno scrisse: “Quando la storia di domani, scevra di egoismi e di malcelati interessi, formulerà il suo definitivo giudizio su questa vicenda, gli Italiani comprenderanno, nel giusto valore, la resistenza silenziosa dei militari deportati in Germania”.

IMI – (Internati Militari ItalianiItalienische Militär-Internierten) era l’acronimo ufficiale dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori del Terzo Reich nei giorni immediatamente successivi all’Armistizio di Cassibile (8 settembre 1943).

Dopo il disarmo, soldati e ufficiali italiani vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle fila dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania.

Solo il dieci per cento accettò l’arruolamento. Gli altri vennero considerati “prigionieri di guerra” e in seguito cambiarono status divenendo “internati militari”: come tali furono obbligati al lavoro forzato e sottratti alla possibilità di controllo della Croce Rossa Internazionale e alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929, sottoscritta anche dalla Germania, che prescriveva un trattamento umanitario.

Nonostante la creazione della RSI, legata a doppio filo con il Terzo Reich, l’atteggiamento tedesco nei confronti degli internati si mantenne rigido, e ben pochi miglioramenti vennero apportati alle condizioni di vita di questi soldati. Solo nell’estate del 1944, con l’incontro in Germania tra Hitler e Mussolini, il duce italiano riuscì ad ottenere dal Fuhrer la conversione degli IMI in “lavoratori civili”, mitigandone, almeno sulla carta, le condizioni di vita. Nella realtà questo status li sottoponeva comunque ai lavori pesanti senza godere di alcuna tutela a livello internazionale e senza la possibilità rientrare in Italia.

Fra gli IMI si articolò ben presto una rete di resistenza attiva e passiva contro il nazismo e il fascismo: furono organizzate cellule e perfino delle radio clandestine.

Con la fine della guerra ebbe termine anche l’odissea degli IMI che vennero rimpatriati dagli eserciti liberatori. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi e non pochi furono gli incidenti mortali a causa del sovraffollamento.

La resistenza nei lager è costata, come risulta dagli stessi registri dei decessi compilati dai tedeschi in ogni campo di prigionia, il sacrificio di 78.216 persone. Di queste, sebbene non si conosca il numero esatto, circa 30.000 erano Internati Militari Italiani.

Bibliografia e approfondimenti:

– Gianni Giannoccolo, Gli internati militari italiani nei campi tedeschi 1943-1945, Tecnostampa, Reggio Emilia 1989;

– Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, 2 vol. G. Einaudi Editore, Torino 2000.

Internati nello Stalag 327 tedesco vicino alla città di Przemysl, dove, affamati, hanno lavorato fino al punto di collasso, o lasciati morire di malattia anche i soldati italiani che furono trattati come traditori dopo che Benito Mussolini fu deposto nel 1943.

Ora c’è un altro posto a cui la memoria può correre...

Przemysl (Polonia), 29 nov. (askanews) – I resti di oltre 2.500 prigionieri italiani e sovietici della Seconda guerra mondiale nel campo nazista di Przemysl, nel sud-est della Polonia, sono stati esumati. Ne ha parlato all’Afp Przemyslaw Kolosowski, archeologo incaricato dei lavori.

“Finora abbiamo esumato 2.500 spoglie. Ci sono ancora due fosse comuni con i resti di circa 500 soldati da esumare”. Ha detto Kolosowski, che spera di finire i lavori prima dell’arrivo del gelo. “Ma non è escluso che la terra di questa regione nasconda altre fosse comuni”. Ha aggiunto. “I tedeschi hanno distrutto praticamente tutta la documentazione dello Stalag”.

I lavori, iniziati a metà ottobre, sono stati realizzati su richiesta del Consiglio di Protezione dei siti di battaglie e del martirio”, organismo finanziato dallo Stato polacco che si occupa dei luoghi della memoria nel Paese. “Si tratta di soldati imprigionati dalla Germania nazista nello Stalag numero 327 a Przemysl-Pikulice, un quartiere de Przemysl, morti in gran parte di fame e malattia a causa delle condizioni inumane del campo” ha detto Kolosowski.

I soldati sovietici di varie nazionalità, russi, bielorussi, ucraini, furono imprigionati nello Stalag dal 1941, dopo l’attacco di Hitler all’URSS. Gli italiani vi arrivarono nel 1943, dopo la rottura dell’alleanza italo-tedesca, ha precisato l’archeologo. “Gli italiani subivano un trattamento particolarmente crudele da parte degli ex alleati, che praticamente li torturavano facendoli morire di fame. I resti non potranno essere identificati” – ha spiegato ancora Kolosowski -, perchè i tedeschi gettavano i cadaveri alla rinfusa nelle fosse comuni, spesso nudi, senza oggetti personali”.

Nel corso di sei settimane, sono stati riesumati i resti di circa 3.000 uomini provenienti da otto fosse comuni nel sud-est Polonia.
 Gli scheletri sono quasi impossibili da identificare, ma, da alcuni resti di oggetti personali e vestiario oltre che da piastrine militari di riconoscimento, illeggibili ma di chiara origine,  c’è la certezza che tra essi, o tutti di loro, vi siano soldati sovietici ed italiani.

Quando lo scavo sarà finito, i resti saranno spostati in un cimitero militare che aprirà ufficialmente il prossimo anno; in realtà il cimitero, nella vicina Nehrybka, è già l’ultima dimora di 1.500 vittime trovate dalla Croce Rossa della Polonia nel 1963.

Solo qualche targhetta di identificazione sovietica e italiana è stata ritrovata, oltre a qualche oggetto, spazzolini da denti, pettini, cucchiai, crocifissi ortodossi. I resti saranno trasferiti a Nehrybka, a pochi chilometri, sul sito del futuro cimitero militare, pronto il prossimo anno. (fonte Afp). Bea


28 novembre 2014. L’archeologa Anastasia scava lentamente e con grande cura portando alla luce i resti di un soldato russo (oppure italiano) deceduto nel Stalag nazista vicino alla città di Przemysl. Gli internati furono più di 2500. Photo courtesy: AFP by Maja Czarnecka


Prigionieri di guerra in un lager nazista


In questa ampia fossa comune di Przemysl Stalag, furono sepelliti 30.000 prigionieri russi.

Il destino di molti italiani che combatterono al fianco della Wehrmacht sul Fronte Orientale é tuttora uno dei misteri irrisolti.

Trattati come “traditori” dai nazisti, dopo l’8 settembre 1943, migliaia d’italiani furono fucilati oppure deportati nei campi di concentramento.

Oggi, dopo 70 anni di silenzio dalla fine della Seconda guerra mondiale, grazie agli scavi in atto nella Polonia orientale, questi soldati sconosciuti avranno una tomba su cui i parenti potranno pregare. In sei settimane, l’equipe di archeologi hanno riesumato 3.000 corpi di soldati italiani e sovietici.

Source: AP/Press Association Images

ALLEGATI:

. Cronologia degli EVENTI in cui fu coinvolto Giuseppe CLARI

·     Cartolina di Nonno Peppe inviata dal campo STALAG 327 a Przemys (allora Germania oggi Polonia) dal 1943 al 1945.

·     Permesso dei Russi

·     Cartolina dei russi

. Pass: 31 luglio 1945

Rilasciato agli italiani Clari Giuseppe e Grancagnolo Salvatore per consentire transito a Vienna e ritorno su ordine del Comandante ufficio 133 per cure mediche. Valido 2 giorni. Tenente delle Guardie Fadeev.

Lettera della Delegazione italiana della Croce Rossa in Chekhoslovakia, Prague, Vlashka 34.

Il Comitato italiano della Croce rossa a Praga richiede all’ufficio alleato di fornire assistenza e aiuto ai prigionieri italiani politici e militari in rientro in Italia. Sono accompagnati dal Tenente Giuseppe Clari. La Delegazione ringrazia per aiuto fornito.




Carlo GATTI

Rapallo, 4 Febbraio 2016