GIUMIN E I PESCICANI

 


NAVE LIBERTY “TRITONE”

-Non l’ho mai raccontato a nessuno, in tutti questi anni, puoi farlo tu?-

Mi sentii onorato quando Giumìn mi chiese di scrivergli questa storia della sua vita di navigante, in quel giorno di ottobre.

La mia stima per quel piccolo grande gentiluomo era cresciuta negli anni, per le sue parole, e per i suoi silenzi, che valevano ancor più delle parole.

Fuori pioveva forte, come piove in Liguria ad ottobre.

-Dunque- disse un po’ imbarazzato- Da dove comincio?-

Io risi:

-Comincia dall’inizio. Non ci si sbaglia mai, si comincia dall’inizio!-

Fuori pioveva che Dio la mandava.

-Pioveva anche allora, sul mar dei Caraibi, eravamo nel ‘51. Io ero al mio primo imbarco come terzo ufficiale di macchina. Tornavamo dal nord Pacifico, avevamo lasciato Panama da poco –

-Piove anche, sui Caraibi? Io pensavo che ci fosse sempre il sole!-

-Certo. Là la pioggia ti viene addosso come una cascata, tiepida, ma ti entra fredda nelle ossa. Eravamo sul Posidone, un Liberty-

-Cos’è il Liberty?-

-Una nave che gli americani costruivano per portare le truppe in Europa. Si diceva che ne costruissero una al giorno, durante la guerra. Le costruivano per fare un unico viaggio, di andata. Alla fine della guerra ne avevano lasciate un po’ dappertutto, e le vendevano agli armatori in Europa per pochi soldi. Le chiamavano one-dollar ship. Gli armatori italiani le avevano comprate e messe in mare, facendo rischiare la pelle a noi!-

-Erano mal costruite?-

-No, ma erano state fatte per un unico viaggio attraverso l’oceano, per cui erano di materiale scadente-

-La dura legge della guerra…-

-Già. Criminali erano invece certi armatori italiani, che le mandavano dappertutto, nella Manica o nel golfo di Biscaglia. Rinforzavano appena lo scafo con dei fascioni di ferro…-

-Si sfasciavano facilmente?-

-Puoi capire… in quel mare lì! Però sulla rotta dei Caraibi il rischio era minore…-

-Erano brutti tempi…-

-Già. Fame e rischio erano in equilibrio sui due piatti della bilancia, allora.  Dieci nodi, macchina a triplice espansione da 2500 HP. Per andare e venire dal nord Pacifico ci mettevamo tre mesi, comprese le soste nei porti. Tre mesi!-

Giumìn s’era appena sposato: la giovane moglie viveva coi suoceri e lo aspettava a casa. Era appena passato il temporale della guerra: non c’erano case, non c’era lavoro.

-Avevo appena avuto quell’imbarco da ufficiale e mi leccavo le dita. Puoi capire. Uno stipendio fisso! In più a bordo si mangiava sempre, e quando sbarcavamo in America si mangiava a crepapelle!-

Sorrisi tra me. Sia io che lui eravamo diventati “ufficiali” in campi diversi per una misteriosa botta di fortuna. Eravamo emersi dalla “bassa forza”, come la chiamava lui, per una serie di circostanze fortunate.

La “bassa forza”, nel suo caso, erano i marinai, mozzi, piccoli, fuochisti: l’universo di bordo, più o meno raccomandabile.

-Dunque, pioveva e dovevo andare a poppa a controllare i timoni, attraverso il ponte  di coperta. C’era mare lungo, ma il barometro cominciava a virare a sinistra. Quella pioggia mi aveva lavato e il freddo mi era entrato nelle ossa…-

Giumìn era famoso per patire il freddo: la moglie e i figli lo prendevano sempre in giro, per questo.

-Fu allora che mi venne incontro Marechiaro Santino, con accappatoio e asciugamani-

-Chi è questo Marechiaro?-

-Era!  Un ragazzo di coperta, un allievo mozzo. Avrà avuto vent’anni.  Aveva ancora gli occhi da bambino!-

-Allievo mozzo!-

-Ha detto: “Tenete, signor Marchese, riscaldatevi!”-

-Era un ruffiano degli ufficiali?-

Lui rise:

-No, era solo un bravo ragazzo, figlio di brava gente. Però…-

-Però?-

-Per sua sfortuna quasi tutta la bassa forza era stata reclutata fra Trieste, Dalmazia e Slovenia-

-Già, e lui era terrone!-

-Come hai fatto a capirlo?-

Restai un attimo in forse.

-Ma… dal nome!-

-Lo chiamavano terrone, maccarone. C’era uno slavo bastardo  che l’aveva preso di mira. Gli affibbiava i lavori peggiori e gli faceva scherzi cattivi. A volte lo picchiava pure. Quel tipo, non mi ricordo come si chiamasse, era un vero bastardo!-

-Il comandante non faceva nulla?-

-Cercava di consolarlo, era un napoletano, di cuore buono. Un padre-

-Capisco.  Quindi  Santino  si fece le ossa e riuscì a mettere a posto lo slavo…-

-Un corno…-

Giumìn scrollò la testa:

-Il terzo di coperta si chiamava Parodi. Parlavamo sempre in dialetto fra noi, perché eravamo gli unici ufficiali genovesi.  Uno o due giorni dopo, mentre salivo dalle macchine, alla fine di un turno,  mi disse una cosa in dialetto. –

-Cosa disse?-

-Disse: “Mia in po’ duve u l’è u Santin!” Sull’albero di maestra. Santino Marechiaro stava appollaiato sulla crocetta, proprio come un macaco sul pero!-

-Sull’albero!-

-Si: tutti, ufficiali e bassa forza, erano lì a cercare di farlo scendere. Il nostromo cercava di farlo scendere: “Scendi giù di lì, Marechiaro, non fare scemenze!”-

-Il secondo ufficiale di coperta, un brav’uomo, si era proposto di salire su a prenderlo,  ma il comandante aveva detto di no. C’era il rischio che cadessero giù tutti e due!-

-Ah!-

-“Lasciatelo lì” aveva detto il comandante “Quando sarà stufo, scenderà!” Ti sembra una cosa crudele?-

-Beh, hai detto tu che erano tempi difficili!-

-Non c’entrano i tempi, è la legge del mare! Tutti in mare hanno il dovere di non essere stupidi, perché chi è stupido, in mare, può morire e far morire i compagni!-

Lo guardai e annuii.

Avevo avuto molti pazienti che navigavano e avevo imparato ad apprezzarli. Chi vive sul mare è sempre più pratico e saggio di chi vive in terra.

-Marechiaro mi faceva pena. Ho chiesto al comandante di mettere una rete sotto l’albero perché non si rompesse il collo se cadeva, ma lui ha detto di no:

-“Signor Marchese” ha detto “E’ salito da solo, scenderà da solo. Anche lui deve imparare a vivere!”-

-E invece è caduto…-

-Macché. E’ sceso, tutto nero di fuliggine perché il fumaiolo gli buttava lo scarico in faccia. Era anche duro come un pezzo di ghiaccio, e vomitava, perché la cima dell’albero rolla come un ottovolante!-

-Povero!-

-Il comandante l’ha fatto rinchiudere in cella. Penso che volesse sbarcarlo, e penso che fosse una buona idea!-

-Capisco-

-Purtroppo però avvennero due fatti determinanti. Il primo è che il mozzo Ugolini, amico di Santino, decise di fargli prendere un po’ d’aria e lo fece uscire un momento dalla cella. L’altro fu il passaggio del Posidone  in vista di Aruba…-

-Aruba?-

-Aruba è un’isola  che sembra una cartolina delle vacanze. Un paradiso verde con le spiagge di sabbia finissima!-

Io sgranai gli occhi:

-Fammi capire- dissi-  Marechiaro s’è cacciato in acqua!-

-Si. Erano le quattro del pomeriggio e stavo uscendo di nuovo dalla sala macchine. Parodi mi è venuto incontro e ha esclamato: ”U s’è cacciou in ma…”-

-Accidenti!-

-Subito dopo ho sentito il suono della sirena…-

-“Uomo in mare?”-

-Si. “Ferma la macchina. Uomo in mare”! Nuotava verso Aruba a bracciate disperate, tutto nero di fuliggine: era già un punto nero in mezzo a cavalloni grandi come case!-

-Com’era il mare a questo punto?-

-Cresceva. Un momento pareva di essere in cima al mondo e subito dopo eri circondato da muri d’acqua! Ho chiesto a Parodi se gli avessero lanciato dei salvagente “Si” mi ha risposto. Ho guardato ma non si vedevano salvagenti, in acqua.

“Dove sono?” ho chiesto a Parodi “non li vedo!”  Parodi ha aperto la bocca e ha fatto il gesto di azzannare l’aria un paio di volte…-

-Pescicani?-

-Si. Quei mari sono pieni. Seguono le navi aspettando che qualcuno lanci rifiuti in mare. Qualcuno lancia apposta delle cose per vedere quanto ci mette a comparire la sagoma nera, e la bocca con tutti quei denti!-

La pioggia non smetteva di cadere, e Giumìn diventava sempre più accorato.

-Quindi Santino…-

-Santino, poveretto, fu mangiato in meno di un minuto, credo, ma il comandante fece fermare lo stesso la nave!-

Giumìn fece una pausa

-Ora viene la parte più brutta della storia!-

-Racconta!-

-Fece agganciare la scialuppa ai paranchi con la squadra di salvataggio a bordo!-

-Certo, si è comportato come prescrive il Codice di navigazione!-

-Già. Ma sai a che è affidata la scialuppa, secondo il Codice?-

-Al terzo ufficiale?-

-Si. Ai due terzi. Comandavamo un gruppo scelto di marinai, tra i quali il comandante arruolò anche lo slavo coi baffi che taglieggiava Santino. Aveva un nome…non lo ricordo. Finiva il “cich”-

-Già, molti dei loro nomi finiscono in “cich”-

-Il comandante mise delle vedette e girammo per il mare alla ricerca di Santino-

-Aveva calato la lancia in mare?-

-No, stavamo appesi ai paranchi, per aria. Accendevo e spegnevo il motore, un vecchio Universal americano che non partiva mai, che per fortuna quella volta è partito. Accendi e spegni e guarda il mare, per sette ore, fino alle undici… il tutto mentre le onde si alzavano e cominciavano a coprirsi di spuma!-

-Guardavi il mare e cercavi Santino!-

Giumìn divenne triste e abbassò la voce:

-Da una parte pregavo di trovarlo, ma avevo anche paura che ci saremmo ribaltati, se ci avessero calati in mare! Pensavo a Santino gelato e disperato, ma pensavo anche ai denti dei pescicani! In quei momenti vai oltre la paura, perché sei concentrato tutto sul compito che devi portare a termine. Ti butti a fare quello che ti è stato ordinato. La paura viene dopo, quando tutto è passato!-

-Beh, è comprensibile- dissi io

-Quello che volevo dire però è diverso. Parodi e io ci guardavamo negli occhi e ci sembrava di vedere delle persone diverse, degli uomini che facevano il loro dovere. Gli slavi parevano delle statue. Dritti e impassibili, non dicevano una parola. Non muovevano muscolo, anche il biondo bastardo coi baffi che taglieggiava Santino. Stava lì, col remo dritto per aria, che pareva scolpito nel legno. Non avevano paura di niente, non mugugnavano, non si lamentavano!-

-Beh, però…-

-Sai quanti anni ho, vero?-

-Novantaquattro, Giumìn?-

-Bene, fino ad oggi non ho detto a nessuno che quando a mezzanotte ci tirarono su, mi sentivo fiero di me stesso, e da allora in poi gli altri ufficiali ci guardarono con rispetto!-

-Signor Marchese, signor Parodi- ha detto il comandante- Avete condotto bene la squadra! Lo scriverò sul libro di bordo!-

***

Mentre scendevo le scale pensavo a tutte le volte che io stesso avevo avuto paura prima di iniziare un intervento chirurgico difficile, nel momento che la fifa ti assale a tradimento. Quando concentri tutte le forze a cercare il fuoco del coraggio alla radice del tuo essere, che impedisca alla paura di diventare panico, e ricorri a tutte le tue risorse, dall’istinto alla ragione.

Poi quando ti guardi nello specchio vedi un uomo diverso.

Il vero coraggio, pensai, scaturisce sempre dalla fonte che abbiamo dentro noi stessi.

Quella fonte che certi mestieri ti obbligano a guardare in faccia.

Pensai che non tutti sanno di averla, e si perdono una cosa molto bella e molto importante.

3 febbraio 2019

 

Carlo Lucardi