Na stöia Rapallinn-a

Incontro un vecchio amico al Bar adiacente l’Ufficio Postale di S. Anna (Rapallo). “Cosa mi racconti Nino? è un po’ che non ci vediamo”.

Nino Canacari classe 1935, un bel casco di capelli bianchi riccioluti, occhi azzurri, fisico asciutto. Nino è un “rapallino” molto stimato da tutti per la sua attività di Assicuratore di lungo corso e chi lo conosce da tempo, ancora oggi si meraviglia della sua loquacità precisa, concisa, asciutta e brillantemente supportata da una memoria di ferro che saltella avanti e indietro nel tempo tra passato e presente nell’arco di tre generazioni.

Nino è una bella e simpatica persona che conserva ancora lo spirito di quella gioventù del dopoguerra quando uscita indenne dai bombardamenti, respirava a pieni polmoni l’aria della ritrovata libertà ed era consapevole di almeno due fatti: che doveva contare soltanto sulle proprie braccia e che il futuro non poteva che essere migliore del passato. Un ottimismo che lo spingeva a cercare soluzioni realistiche per vivere la sua vita con entusiasmo e fiducia, e non come quei ragazzi che l’avevano vissuta per poi morire senza sapere neppure il perché.

Nino cercava e trovava lavoro con grande facilità perché voleva imparare per conoscere i propri limiti, come una sfida che in lui permane ancora senza età e senza rimpianti.

Si nasce così – riflette sottovoce – combattenti senz’armi, idealisti come quei credenti che lavorano e creano opportunità anche per gli altri, generosi e disponibili a fare del bene senza esibirlo, ma con qualità e intelligenza per essere benvoluti e stimati da tutti!”

E’ l’11 settembre 2021Mentre sorseggiamo il caffè la TV diffonde in successione le agghiaccianti immagini delle Torri Gemelle che crollano colpite dall’odio islamico come simboli del capitalismo e di una città: New York. A distanza di 20 anni riecheggia la locuzione Ground Zerol’area desertica del New Mexico dove erano stati effettuati i primi test nucleari nel 1945, e successivamente i disastri di Hiroshima e Nagasaki. “Livello zero: termine con cui, secondo il corrente uso giornalistico, si fa riferimento all’area in cui sorgevano le Twin Towers del World Trade Center. Sono trascorsi vent’anni e lo shock che quel giorno colpì come un fulmine gigantesco l’umanità intera, fu tale che quelle immagini rimarranno vive e attuali per sempre.

L’espressione quasi sempre goliardica nel volto di Nino improvvisamente lascia spazio alla commozione neppure tanto velata. Ma forse c’è un motivo…!

“Dov’eri Nino quel giorno?”

Ero in pellegrinaggio, ma solo in parte religioso”…

“Io non conosco un pellegrinaggio che non sia totalmente religioso” – ribatto –

“Hai ragione! Neppure io – Se hai tempo te la racconto, perché in gran parte è Na stöia Rapallinn-a”.

“Avanti Tutta! Tra un anno esatto ci ritroviamo qui e ti racconterò il mio ricordo di quel giorno” – Ribatto incuriosito –

“Quel giorno mi trovavo in Abruzzo, (Terra non solo di pastori come scriveva D’Annunzio) … per sciogliere una PROMESSA, non un voto”. – ricorda Nino –


Castel del Monte (nella foto) è un comune italiano di 459 abitanti della provincia dell’Aquila in Abruzzo. Il territorio comunale è incluso nella Comunità montana Campo Imperatore-Piana di Navelli e fa parte del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

“Scusami, ma devo partire da lontano… Correva l’anno 1960 e mi trovavo nell’Ufficio centrale dell’ENEL qui a Rapallo nel giorno in cui avveniva il passaggio di consegna per la Direzione dell’Ente, tra il caro amico Dott. Ferrara ed il suo giovane sostituto Dott. Giuseppe Colangelo, nativo di Castel del Monte in provincia dell’Aquila.


Giuseppe Colangelo

Un bel giovane abruzzese, alto e simpatico, di carattere molto aperto con cui entrai subito in empatia. Avevamo più o meno la stessa età e la stessa voglia di vivere con l’idea di fare entrambi nuove amicizie condividendo la stessa passione per il ballo; del resto non mancavano i locali giusti nel comprensorio di Rapallo che all’epoca si chiamavano “balere”. Per dirla tutta, trascinati da questa moda senza tempo, a volte si andava anche più lontano, dove organizzavano gare di ballo e noi eravamo così bravi da portarci a casa coppe e trofei, nel nome della Perla del Tigullio….

Santuario di Nostra Signora di Montallegro


Pino amava Rapallo! Ma era un uomo della Majella (nella foto), una delle montagne più belle del bacino del Mediterraneo. Dalle vette alle grotte, dalle miniere ai canyon, dai boschi ai circhi glaciali fino ai segni dell’uomo che, tanto quanto la natura, ha generato bellezza in questo angolo di Appennino. Per gli abruzzesi, infatti, la Majella è la Montagna Madre.

Ogni tanto Pino diceva: – “Voi rapallesi guardate Montallegro e vi sentite protetti dalla Madonna, noi abruzzesi guardiamo la Majella e ci sentiamo come quei figli piccoli mentre guardano i genitori e vedono i “giganti buoni delle favole” da cui ricevono tutto: amore e protezione”.


Il Ponte Romano di Mezzanego



Panorama del territorio di Mezzanego dalla frazione di San Martino del Monte, Liguria, Italia


Giuseppe Colangelo viveva con la madre Claudia in un appartamento di proprietà dell’ENEL a Mezzanego di Borzonasca nell’interno di Chiavari. Ogni giorno lavorativo faceva il pendolare monti-mare-monti: corriera e treno di mattina; treno e corriera di sera per tornare a casa. Tuttavia la nostra amicizia era ormai così forte che io e la mia famiglia eravamo diventati in quegli anni la sua BASE rapallina.

Dopo tre anni di assidua frequentazione anche a livello famigliare e di parentela, il destino un giorno ci assestò un colpo che non eravamo preparati ad assorbire. Improvvisamente fummo raggiunti dalla ferale e tremenda notizia: Giuseppe Colangelo dopo essere entrato in una cabina ENEL di Mezzanego insieme ad un guardiano per un controllo di routine, toccò qualcosa che non doveva… e rimase fulminato; morì sul colpo. Non vennero mai alla luce le circostanze e le cause, né tanto meno le responsabilità di quel terribile incidente.

Ci volle del tempo per riprenderci tutti dallo shock di quel giorno infausto. La povera madre di Pino non riusciva a darsi pace, alla fine fu raggiunta dai suoi parenti che l’aiutarono e la sostennero durante il suo mesto rientro a Castel del Monte con la salma del figlio. Prima di lasciare Rapallo le dissi: Signora Claudia, lei ha perso un figlio ed io un fratello! Le faccio una solenne promessa, appena mi sarà possibile verrò a trovarvi a Castel del Monte. Ho ancora molte cose da dire a Pino e lo farò sulla sua tomba.


Elena e Nino Canacari

Passarono 38 anni durante i quali fui preso dal vortice della vita: matrimonio e tre figli con mia moglie Elena, diploma di ragioniere e qualche esame universitario, ebbi grandi soddisfazioni lavorative con la mia azienda: (Canacari Assicurazioni Snc Di Canacari s. & c). Tuttavia, ogni sera, prima di addormentarmi, pensavo sempre a quella “promessa” da sciogliere che nel frattempo era diventata una ossessiva questione d’onore tra me e la vita di ogni giorno e spesso sentivo una voce che mi diceva:

Ma che uomo sei se non mantieni le promesse? Anche se Pino te lo porti nel cuore, oggi hai ancora un debito irrisolto verso sua madre Claudia alla quale devi portare il ricordo vivo di Pino, un dono che attende da anni per lenire in parte quel tremendo dolore che prova soltanto una madre che sopravvive ad un figlio. Ma c’è di più, tu devi anche portare in Abruzzo il segno tangibile che Rapallo non ha dimenticato quel giovane compatriota che venne da noi a morire sul lavoro –

Non dimenticherò mai l’abbraccio ed il pianto con la Signora Claudia. In quel momento lei abbracciava suo figlio ed io mia madre. Due mondi lontani si erano finalmente incontrati e dalla commozione più profonda si passò ad un liberatorio senso di gioia.

Quando passammo in sala per prendere il caffè con i dolci abruzzesi di cui tanto mi aveva parlato Pino, la TV mostrava la strage delle Torri Gemelle in diretta.

Era l’11 settembre 2001

Ecco caro Carlo dov’ero e cosa facevo a quell’ora… quel giorno! E se vuoi sapere quale dolce mi preparò Mamma Claudia quel giorno, te lo dirò con il poeta D’Annunzio che ne fu il primo assaggiatore e rimase colpito tanto da dedicargli un madrigale dal titolo:

La Canzone del parrozzo

È tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…”.

 


Carlo GATTI

 

Rapallo, 24 Ottobre 2021